Una poesia di Tadeusz Różewicz (1921-2014) tradotta e commentata da Lorenzo Pompeo – Una poesia di Lorenzo Pompeo, Gino Rago, Massimiliano Marrani – Il concetto di «disfania», un nuovo tassello per la nuova ontologia estetica – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Kolář Jiří

Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
concetti esperienze che in me si combinavano
non sono più saldati non formano un tutto [collage di Kolar Jiri]

Tadeusz Różewicz

Scomposto

Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
concetti esperienze che in me si combinavano
non sono più saldati non formano un tutto
in me
approdano talvolta a me alla riva
della memoria toccano la pelle
la toccano leggeri con unghie spuntate
Non voglio mentire
non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti
del resto anch’io sono così occupato
chi riesce a rammentare la mia forma interiore
in questo caos febbrile movimento
nel corridoio dove mille porte si aprono e si chiudono
chi riprodurrà la forma
che non si è impressa né sul gesso bianco
né sul carbone nero
neanch’io se interrogato
riesco a rammentare
di me dicono che vivo

La sua poesia in questi anni si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia, sul suo senso ultimo, sulla figura del poeta e sul linguaggio in un mondo nei quali la rappresentazione della realtà appare quasi inaccessibile, incrostata, deformata, inquinata dai mass media. (L.P.)

 

Foto Cut and rearrange

Ricordo/ di avere dimenticato qualcosa,/ e poi scivolo nell’oblio/ come una cartolina senza indirizzo/ in una cassetta delle poste.

Tadeusz Różewicz (1921-2014)  nasce a Radomsko nel 1921 sulla linea ferroviaria Varsavia-Vienna, città all’epoca di 20.000 abitanti, città di provincia. Nel novembre del 1944 il fratello Janusz, capo partigiano, viene fucilato dai nazisti, evento che avrà grande influenza sulle scelte di poetica di Tadeusz. Nel 1947 esce Niepokój (Inquietudine) che viene accolto con giudizi lusinghieri dai maggiori poeti delle generazioni precedenti. Anche il secondo volume Czerwona rekawiczka (Il guanto rosso) viene accolta con giudizi lusinghieri e disparati a causa di un nuovo sistema di versificazione e una nuova tematizzazione dei temi della sua poesia. Różewicz  proviene dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di concentramento, la sua poesia è un prodotto della catastrofe della cultura, una riflessione che ha al centro la domanda: Che cos’è l’uomo? Che cosa è diventato? Ci sarà un avvenire per l’uomo figlio dell’Occidente? – Różewicz si chiede se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz e dopo la dissoluzione delle “Forme”:
.
Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse
.
La risposta, in sede estetica, sarà la rivoluzione delle forme, l’adozione del verso libero e l’impiego di un polinomio frastico organizzato secondo i tempi e i modi della prosa. La poesia di Różewicz riporta il linguaggio poetico al grado zero della scrittura, elimina la differenza tra poesia e prosa, si prosasticizza, indossa i vestiti della povertà, assume un tono asseverativo, assertorio, sarcastico, dimesso, gnomico e colloquiale, mescola abilmente il parlato con il ready made, la citazione con la semplice proposizione del quotidiano, il dialogo con il soliloquio, gli enunciati frastici sono impiegati come frangiflutti della significazione, sono abilmente snodati e snodabili, ribaltabili e sovrapponibili grazie all’impiego di una pluralità di voci che intervengono nella composizione senza preavviso alcuno, ma inserendo gli enunciati liberamente, svincolati da ogni schema preordinato. Il risultato estetico è una prosodia sorprendentemente ricca, frastagliata e vissuta, ritmicamente snodabile, capace di aderire alle tematiche più diverse come un vestito che sembra, volta a volta, tagliato su misura. Una poesia che ricorda certe composizioni cubiste, che integra le suggestioni del costruttivismo e del surrealismo, ma di un surrealismo passato al vaglio della sua severità polacca. Scrive Silvano De Fanti: «Il registro stilistico viene dunque improntato a una decisa propensione per la metonimia, sostenuta dalla giustapposizione di elementi dissimili o incongrui che offrano nuove possibilità semantiche svelando ciò che sta oltre la parola, lontano dalle associazioni tradizionali, e corredata da insistenti elencazioni, coordinate per paratassi o per asindeto, tendenti a manifestare i frammenti circostanti che ricreano il caos del mondo dopo la distruzione. Stava soprattutto qui la precoce rottura con la poetica dell’Avanguardia; stava altresì nell’uso ben più largo del lessico quotidiano e nella ‘debanalizzazione’ del banale, inteso come tutto ciò che rivela le verità ‘ordinarie’, ovvero il parlare diretto, la parola concreta, la naturalezza, il senso comune: “dopo una breve escursione nella terra dove regnavano e regnano il ‘senso poetico’ e la ‘bellezza’, faccio ritorno al mio ‘immondezzaio’” (…) La “morte della poesia” così spesso proclamata da Różewicz – metafora paradossale, ché in realtà portò il poeta a generare una nuova poesia – stava proprio nella consapevolezza della mancanza di una lingua che fosse in grado di esprimere l’esperienza, e che… lo spinse a penetrare e a rivoltare dall’interno quella stessa lingua. L’uomo di Niepokój è sopravvissuto alla catastrofe da lui stesso provocata»*
È la misura e la precisione del dettato poetico che farà di Różewicz il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo. È la scoperta più sconvolgente di Różewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni. (Giorgio Linguaglossa)

.

Una poesia inedita di Lorenzo Pompeo

La caduta

Ricordo
di avere dimenticato qualcosa,
e poi scivolo nell’oblio
come una cartolina senza indirizzo
in una cassetta delle poste.

Vecchio pagliaccio
con poca arte,
indossando un sorriso stropicciato,
mi ripeto per l’ennesima volta:
“questa volta faccio sul serio!”

I passi incerti si allungano
e l’orizzonte si allarga
per comprendere tutto l’incompreso,
e abbracciare il mio fato,
che zoppica accanto
a cartomanti, indovini e negromanti
tra vaticini sgrammaticati,
e indecifrabili ideogrammi
e al vento parlano
di favolosi amuleti e talismani profetici.
Sugli scalini dei templi
invocazioni, preghiere e benedizioni
si scambiano opinioni e pettegolezzi
nella incomprensibile lingua
di un paese inesistente.
Un brusio che si lamenta e piange,
si strappa le vesti
in un teatro immaginario
popolato di applausi
e fazzoletti bianchi.
Pallide lacrime piovono dal cielo,
ma è solo una vecchia scenografia che regala,
forse per l’ultima volta,
il suo trucco a un illusionista stanco
e al suo pubblico, sempre meno fedele.

“Sordo alle mie preghiere,
presto anche tu mi volterai le spalle”.
Una scena provata e riprovata mille volte,
fino al dubbio feroce
che non sia più né realtà né finzione,
solo un’isola sperduta
in un oceano apparente,
o una foresta celata in un deserto,
o un fuoco nell’acqua,
una stella trafitta da un raggio di luna,
un sentiero che attraversa il mare.

Fragile, ma esperto,
mi preparo al nostro numero.
Guardandomi allo specchio
interrogo un volto sordomuto
come un poliziotto stanco.
Una dubbia fortuna ci ha accompagnato
fino a questa terra benevola
dove c’è il sole, il mare
e altre garbate banalità.

E poi mi sono messo a ricucire
mucchi di stracci
in cerca di quel catalogo
di coincidenze indecifrabili.
Come un archeologo paziente
classifico i frammenti di un’anima
ipotizzo quelli mancanti
in una ostinata catena di congetture
lenta e incessante discesa
verso l’ombelico del mondo,
o il centro dell’esistere,
la caduta dal piedistallo dell’abitudine
nel vuoto dove la vita si (ri)genera
nel recesso dove pulsano i raggi
del sole nero dell’inesistenza,
prima del principio,
lì dove si aggrovigliano
le radici dell’essere,
mentre l’occhio spaventato fruga nel cielo
in cerca di un segnale,
un appiglio per fermare
quella folle discesa.

La mano scava nelle tasche
alla ricerca disperata di un obolo
per pagare il trasbordo
verso un mondo ordinato
da una invisibile potenza,
mentre le forze del caos
stringono il loro assedio,
violano le mura,
conquistano la fortezza.

La mia ostinazione, unico superstite
(a lei l’onere della testimonianza)
si è smarrita in un labirinto
d’incomprensibili geometrie
dove la gramigna della casualità
ha cancellato le logiche simmetrie
e il giardino, orfano del suo disegno originale,
è sommerso dalle orde di una vegetazione
che replica la propria apparenza
organica e autosufficiente.

ruotare intorno alle cose
somiglia a una danza
che l’occhio cadente
non afferra,
ne sfiora solo l’essenza
sospesa nell’aria.

Dietro la giostra delle bandiere
nell’incessante mutare degli equilibri,
c’è forse il sudore di uno sfortunato demiurgo?
Magari mescolato al cattivo umore
e al sarcasmo di chi innalza
ciò che il tempo distruggerà,
mentre la natura ingrata assiste sorridente
al continuo e cesello
di un inutile dettaglio?

Precipita l’occhio e afferra
lo scintillio delle ali,
il loro peso è sostenuto dal mutamento
che sfiorano tagliando le linee della continuità,
si posano su invisibili falde aeree con i semi
dispersi dalla mano impercettibile del caso.
L’occhio attraversa il cielo stellato
che custodisce nelle sue sfere
il tempo oscuro dei sogni e dei presagi
l’occhio si spoglia delle forme
prima di tuffarsi nel buio
del tubo di un caleidoscopio
pieno dei frammenti colorati del tempo.

L’occhio stanco cade giù
nelle vertigini del moto discendente
verso l’ultima, estrema stazione:
l’incontro con la realtà del suolo,
quando lo schianto imporrà al vago sogno
i suoi contorni definiti
e i sigilli della creazione notturna saranno violati,
e, ucciso Saturno,
si spegneranno le vibrazioni più profonde,
un attimo prima che l’indecifrabile ideogramma di fuoco
stenderà nel cielo le sue braccia colossali
per abbracciare tutto:
l’occhio che cade,
gli ultimi giorni di Pompei e dell’Impero di Roma,
la lenta agonia di Bisanzio,
i roghi di eretici e streghe,
i mostri meccanici della modernità,
la schiera delle vittime innocenti,
profeti e apostoli,
re e sudditi, servi e padroni.
Poi il marchio di fuoco si spegnerà
le sue braccia morte crolleranno
come una marionetta senza fili.

Solo allora,
quando tutto sembra essere compiuto,
la clessidra si rovescia.
La discesa ricomincia.

* * *

Come visitatori
delle nostre rovine,
conversavamo
e la pietra grigia
si faceva specchio
di un’immagine sfuggente.

Pellegrino che passi,
quando scocca mezzogiorno
chiudi gli occhi
e tuffati nel pozzo dei sogni
dove la fiamma lambisce i contorni
di una visione notturna,
e l’ombra, a riparo di un pioggia di raggi,
si dilegua, svanisce,
e per un attimo il destino
scolpisce la pietra
prima di scomparire nuovamente
nel luminoso oblio
della nostra catastrofe.

Nella poesia di Lorenzo Pompeo è avvertibile l’esigenza di porre degli alt, degli stop a questa fluidificazione dei segni estetici, di rimettere un po’ di ordine tra il «nome» e la «cosa»; è percettibile il bisogno di costruire una mappa, una nuova e diversa «ontologia estetica», una nuova «casa comune»; ma, come fare?, ogni «nuova ontologia estetica» passa per l’affondamento della «vecchia ontologia estetica» e per un nuovo impiego della «nuova ontologia pratica delle parole», cioè, una nuova etica e quindi una nuova pratica delle parole, una nuova patria delle parole. Il problema è ben identificato nella poesia di apertura della raccolta, «La caduta», dove a cadere è il protagonista, l’alter ego dell’autore, «vecchio pagliaccio» che ha «dimenticato qualcosa» «e poi scivolo nell’oblio/ come una cartolina senza indirizzo/ in una cassetta delle poste». La «caduta» è il presupposto per la ripresa, Lorenzo Pompeo ha appreso la dura lezione del reale dalla omonima poesia di Różewicz, sa che non c’è tempo per l’incertezza che «questa volta faccio sul serio!» come recita un verso della sua poesia, intuisce che è arrivato il momento di stabilire un nuovo concordato tra la «cosa» e la «parola».

(g.l.)

Nota bio-bibliografica

Lorenzo Pompeo è nato a Roma nel 1968, città nella quale ha trascorso la maggior parte della sua vita e dalla quale da sempre prova inutilmente a fuggire. Dottore di ricerca in Slavistica, traduttore letterario e non (in qualità di traduttore e interprete ha collaborato col Tribunale di Roma, gloriosa istituzione pubblica locale), ha tradotto con diverse case editrice alcuni romanzi dal polacco e dall’ucraino.
autore di due vocabolari e, ovviamente in cooperativa, di tre figlie e inoltre organizzatore di diverse rassegne cinematografiche a Roma e a Varsavia. Èautore di Auto-pseudo-bio-grafo-mania (Ibiskos Editrice Risolo, 2009), raccolta di racconti e scritti nel quale egli mette in atto i principi di una scrittura dadaista, ma a partire dai dati concreti del contesto in cui da sempre vive, ovvero Roma, capitale dell’assurdo quotidiano, nella quale tutto, comprese le acque del Tevere, scorre lento, opaco e sonnolento da un passato remoto e glorioso verso un futuro che non promette niente di buono, passando attraverso secoli di lenta ma costante e coerente decadenza. A seguire, il romanzo breve In arte Johnny. Vita, morte e miracoli di Giovan Battista Cianfrusaglia (CIESSE, 2010), nel quale il protagonista, celebre personaggio romano, presumibilmente scomparso tra la fine degli anni ’90 e i primi del decennio successivo, per una fortuita coincidenza si imbatte in una oscura faccenda: il presunto ritrovamento dell’ultimo improbabile frammento dello Scudo Crociato. Nel 2011 ha ideato e curato, in collaborazione col sito http://www.braviautori.com, il bando di concorso “non spingete quel bottone” per una antologia di racconti dedicati all’ascensore. L’antologia, che raccoglie i migliori 31 racconti pervenuti, è uscita nel 2012, con l’introduzione dell’antropologo Vincenzo Bitti e la copertina disegnata dall’illustratrice Roberta Guardascione e alcune illustrazioni di Furio Bomben, mentre il bando “biblioteca-labirinto numero 25” per racconti sul libro e sulle biblioteche, da lui ideato e curato, è ancora in corso. Ha proposto sul sito “braviautori” alcuni suoi racconti, che hanno totalizzato fino a oggi 6414 visite. Un suo racconto è stato selezionato nell’antologia 256K – 256 racconti da 1024 Karatteri e nell’antologia La paura fa 90. 90 racconti da 666 parole, entrambe curate dal sito Braviautori mentre il suo racconto La bambola è stato selezionato sul sito Storiebrevi. Da qualche anno coltiva e affianca all’attivita di autore e traduttore quella di fotografo, testimoniata dal sito www.lorenzopompeo.it.

Foto, giostra con sedili

Ti lascio le parole senza suono

Il concetto di «disfania», un nuovo tassello per la nuova ontologia estetica

Una poesia inedita di Gino Rago

Ti lascio le parole senza suono.
Ti lascio le schegge.
Ti lascio il sole.
Ti lascio la grandine, la pioggia, il vento.
Ti lascio i cascami radioattivi.
La ricchezza del mondo in poche mani.
Le macromolecole dei veleni.
Ti lascio la plastica. Le segature. Le vernici
e il grafene.
Le parole senza suono. Le vie del dolore,
le vie della mano sinistra,
il catrame.
Le maschere. L’alluminio a lamine sottili.
Le segature. I trucioli. Le colle.
Ti lascio.
Ti lascio le stelle che brilleranno.
Ti lascio il fango.

parlavo un’ora fa con Steven Grieco Rathgeb intorno a quella nuova parola, «disfanie»…
Ecco, come accade una parola nuova? Da dove cade? E verso dove cade? Una nuova parola indica una nuova cosa, una cosa che non esisteva prima, e se non esisteva è perché nessuno ne aveva sentito il bisogno. Una nuova parola viene incontro ad un nuovo bisogno, una necessità. Anche questa poesia di Gino Rago indica qualcosa di nuovo, che qualcosa di nuovo è avvenuto a nostra insaputa, mentre eravamo distratti e non ci avevamo fatto caso; indica l’atto della dis-missione, la dis-proprietà, la dis-appropriazione, il lasciar andare ciò che fino a un minuto fa ci sembrava importante. E all’improvviso ci accorgiamo che tutte quelle «cose» che credevamo importanti e determinanti, di cui non potevamo fare a meno, adesso non sono più importanti, perché è cambiato il metro dei valori, la scala gerarchica entro cui quelle cose trovavano il loro posto. Semplicemente, quelle «cose» hanno traslocato, hanno cambiato domicilio, e noi non siamo più con loro; perché anche noi abbiamo cambiato domicilio, noi siamo sempre alla ricerca di un domicilio più accogliente, di un posto dove le parole possano attecchire e albergare perché il vecchio domicilio è stato dismesso, quel domicilio dal quale siamo stati sfrattati e siamo stati costretti a sgomberarlo e a gettare nella discarica le vecchie masserizie, le vecchie inutili suppellettili… La dis-appropriazione implica la rinuncia a qualcosa che non ci appartiene più, che non è più di nostra proprietà, che qualcosa ci è diventata estranea e che non la riconosciamo più; mediante questo atto mentale della dis-appropriazione diventiamo più leggeri, gettiamo a mare l’ingombrante zavorra di «cose» per noi non più utili e le lasciamo andare a fondo… e torniamo a respirare, ci scopriamo più leggeri… In fin dei conti, la dis-appropriazione è affine al dis-allontanamento, è un percorso inverso, indica sempre un allontanamento da ciò che siamo stati fino ad un momento prima e un avvicinamento a ciò che siamo adesso, a ciò che stiamo per diventare. Questa dis-appropriazione indica la nostra nuova scala temporale, che siamo entrati in un tempo dis-propriante e dis-allontanante, ci dice che i tempi sono maturi per gettare tutto alla rinfusa nell’immondezzaio della discarica delle parole inutili.

Foto true love for ever

Le vie verso la verità sono sentieri interrotti

Il linguaggio poetico è diventato «poroso»

«Le vie verso la verità sono sentieri interrotti», scriveva Nietzsche. C’è oggi una poesia che sa di essere in un sentiero interrotto, che non conduce ad alcun approdo, che «vuole» parlare tramite un linguaggio non-poetico, «poroso», un linguaggio da carta assorbente, che annette i linguaggi stracci del mediatico, i robivecchi, i vintage, i rottami, i frantumi, ciò che resta del riciclo dei materiali semantici esausti e combusti. Parlare in arte con un linguaggio artistico «rotondo» oggi è una rimembranza del mondo antico. Ma anche il linguaggio «poroso» di per sé non garantisce alcun risultato. I linguaggi artistici sono costretti a sopravvivere in un sottilissimo limen: di qua la comunicazione, di là la incomunicazione. È come se un filosofo volesse parlare in filosofia con un linguaggio non filosofico, contaminato dalle scorie e dai resti del linguaggio della comunicazione. Dobbiamo accettare l’idea che oggi il linguaggio poetico è diventato un «luogo» aporetico per eccellenza, che in esso trovano luogo come non mai le antinomie del Dopo il Moderno.
Vero è che un certo linguaggio poetico, mettiamo quello di Andrea Zanzotto e di Edoardo Sanguineti, entra in crisi di identità quando il marxfreudismo di Sanguineti e lo sperimentalismo del significante di Zanzotto vengono superati e fatti collassare dal ’68. Sono i sommovimenti sociali epocali che fanno collassare i linguaggi poetici e filosofici.

Oggi che alla crisi è succeduta la post-crisi, è avvenuto che al minimalismo sia succeduto il post-minimalismo. Ciò che un osservatore «interno» vede è la crisi, ad un osservatore esterno la crisi non appare affatto come crisi ma come se fossimo fuori dalla crisi. È paradossale dirlo, ma oggi la crisi si è stabilizzata, la crisi governa se stessa; i linguaggi artistici, e quelli poetici in particolare, sono diventati tanto «deboli» da essere invisibili e quindi, proprio per questo, invulnerabili in quanto marginali; questi connotati, tipici del nostro tempo non devono affatto meravigliare, sono i connotati dello Zeit-Raum che è diventato un contenitore vuoto, contenitore di altro vuoto. I linguaggi poetici contengono un linguaggio invisibile, poroso, adiposo, inseguono la comunicazione e così si scavano veramente la fossa quindi. È come se la legge di gravità che tiene insieme le parole fosse diminuita e le parole esondassero. In queste condizioni dobbiamo accettare un’arte «debole», che si fonda su una «ontologia debole», occorre respingere al mittente le categorie «forti» proprie di un concetto «rotondo» del fare arte; forse dovremmo accostumarci all’idea della «debolezza ontologica dei frammenti». Ed è quello che tenta di fare la ««nuova ontologia estetica», che sorge quando i linguaggi epigonici collassano sotto il peso della propria insostenibilità, della propria leggerezza e gassosità; quando evaporano non per un sommovimento sociale e politico come accadde nel ’68, ma per un sommovimento epocale, dal fatto che la crisi è diventata ormai una istituzione utile a governare i processi sociali, politici e artistici. La conseguenza è la messa in liquidazione dei linguaggi poetici «rotondi» del lontano novecento. Con tutta probabilità, oggi i linguaggi artistici, e quelli del poetico in particolare, possono sopravvivere soltanto se diventano «porosi», se accettano di venire ibridati da disfanie e da distopismi.

Una poesia recitata di un autore nuovo
Massimiliano Marrani

Cartoline dalla mostra di Kapoor.
Roma bombardata dalla luna egizia.
Il cancello spalancato per l’ingresso
dei carri il giorno di carnevale, e la pittura
che mette a ferro e a fuoco gli occhi, Velazquez
su cui posasti i tuoi,
con Scipione alle tue spalle
quando rapisti tutto il verde disponibile
sulla punta del tuo viso. Il Caravaggio
che sanguinava terre ocra e cadmio puro sul damasco.
E riparammo sotto l’ombrello rosso di carta giapponese.
Le fionde che sparavano alte le luci nel linoleum della notte
e fotografie all’ultimo mai scattate,
appunti di poesie lasciati sotto ai letti
insieme all’accappatoio color cinabro.
E i miei appuntamenti negli specchi sotto i ristoranti
per guardare da fuori la vita partorire il nucleo.
Usciva acqua dalla pietra.
Usciva pietra dalla fontana.

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10 risposte a “Una poesia di Tadeusz Różewicz (1921-2014) tradotta e commentata da Lorenzo Pompeo – Una poesia di Lorenzo Pompeo, Gino Rago, Massimiliano Marrani – Il concetto di «disfania», un nuovo tassello per la nuova ontologia estetica – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    Gino Rago I platani sul Tevere diventano betulle

    [omaggio poetico a Giorgio Linguaglossa e a Donata De Bartolomeo]

    ( I )

    Una stanza nel cuore della città.
    Un colore verde antico alle pareti
    (l’argento costa troppo). Un divano.
Uno scrittoio.
    Una credenza sormontata da uno specchio.
    Il poeta è un oracolo sul divano.
    La traduttrice entra nella stanza. Ha un carico
    di nevi sullo scialle. Guarda il poeta.
    Resiste al suo sguardo: «Quanto tempo è passato…»
    Il poeta le fa gli occhi piccoli: «Che tempo?… Quale tempo?
    Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…»
    «Ricordavo la dacia. Il giro con te intorno alla dacia…
    Noi due affondati nella neve. Il vento di ghiaccio».
    Il poeta non si scompone. Guarda la donna
    attonito come in una notte di stelle.
    «Lo sai, voglio dare amore più che accettarlo.
    Ma tengo te in me come un respiro…»
    […]
    Il poeta lascia la stanza. Accende lo sguardo
    sul travertino di Piramide Cestia.
    Va verso San Paolo fuori le Mura. Le nevi,
    la bufera, la dacia… Tutto sciolto nel nitrico del tempo.
    La traduttrice ammira i mosaici bizantini.
    Anche lei è a San Paolo. Si gira di scatto.
    Si trova nelle braccia del poeta…
    Roma per loro prepara il plenilunio.
    I platani sul Tevere diventano betulle.
    […]
    Bella Achmadùlina senza fruscii irrompe
    come lama di luce sugli affreschi e le palme:
    «Ho due vite in me. La tua e la mia…
    E il sapore delle mele che rimane sulle labbra».
    La traduttrice mira
    da Ponte Sisto il Tevere. Un ronzio insensato.
    Un attrito che rompe l’armonia delle sfere.
    Silenzio. Un silenzio non umano.
    […]

    Dal fiume si alza fra densi fumi un canto:
    «…Er bar-caro-lo và contro-corente…» [1]
    Il poeta è sull’altra sponda. Guarda
    senza luce se stesso, gli alberi, la donna
    sull’altro lungotevere: «So dove aspettarti.
    Un po’ più in basso del Paradiso…».
    Tutta la vita è un gioco d’azzardo.
    Il poeta si sveglia. È solo nello scompartimento.
    Il treno verso Udine profuma di cannella.
    Ombre visionarie e immagini di mare.
    Un tocco di zenzero, la donna, un fez.
    Costellazioni in fuga verso Istanbul…

    ( II )

    Lei scruta il poeta: «Il Bosforo è in te.
    Il mare ti attira come attira un gabbiano.
    Da quando?» Il poeta d’incanto invoca Majakovskij:
    Da quando “sei entrata tu – tagliente come un ‘eccomi’…” [2]
    […]
    La donna lo stringe nelle sue spire.
    È troppo forte in lei il profumo della vita.
    Un filo di voce. Un suono: « È la morte che ti turba…»
    Mai tanta luce. Mai tanto fuoco
    nello sguardo d’olio del poeta: «Non la morte
    ma il viaggio è il mio turbamento. Il Viaggio su quel mare.
    Mi turba il mare ignoto che verso lei conduce…».
    […]
    Alle spalle la morchia d’un mondo triviale.
    Innanzi al poeta paesaggi senza mostri,
    scenari senza abissi.
    Un lago. La pioggia sempre altrove. I fiori a un ramo.
    Qualcuno brucia libri nel giardino dei ciliegi.

    Gino Rago

    Nota [1]: parole tratte dalla canzone “Barcarolo Romano” (musica: Romolo Balzani, testo: Pio Pizzicaria – 1926)
    Nota [2]: dalla poesia “La nuvola in calzoni” (del 1914) di Vladimir Majakovskij.


    On the Tiber the plane trees become birches

    ( I )

    One room in the heart of the city.
    An antique green color on the walls
    (silver is too expensive). A couch. A writing table.
    A mirrored cupboard.
    The poet is an oracle on the couch.
    The lady translator enters the room. Alot
    of snow on her shawl. She stares at the poet.
    Resists his look: «Much time has passed …»
    The poet narrows his eyes: «What time?… Which time?
    You know that only the present exists. The present without memory…»
    «I remembered the dacia. The walk with you around the dacia…
    We two sunk in the snow. The icy wind».
    The poet is not shaken. Looks at the lady
    stunned as in a starry night.
    «You know, I want to give love more than receive it.
    But I hold you inside me like one breath…»
    […]
    The poet leaves the room. Lights up his look
    on the travertine of the Cestia Pyramid.
    Goes toward Saint Paul outside the Walls. The snows
    the blizzard, the dacia… All melted in the nitric of time.
    The lady translator admires the byzantine mosaics.
    She also is at Saint Paul. She suddenly turns.
    Finds herself in the arms of the poet…
    For them Rome prepares the full moon.
    Plane trees on the Tiber become birches.
    […]
    Bella Achmadùlina erupts with no sound
    like a light blade on the frescoes and the palms:
    «I have two lives in me. Yours and mine…
    and the taste of apples remaining on the lips».
    From Ponte Sisto the lady translator
    Admires the river Tiber. A sensless buzz.
    A grating destroys the balance of the spheres.
    Silence. A non-human silence.
    […]

    From the river a song arises among dense smoke:
    «…Er bar-caro-lo và contro-corente …» [1]
    The poet is on the riverside. He looks
    at himself without light, the trees, the lady
    on the opposite side of the Tiber: «I know where to wait for you.
    A little bit lower than Paradise …»
    All existence is a shot of the dice.
    The poet wakes up. Alone in the train compartment.
    The train towards Udine smells of cinnamon.
    Visionary shades and images of the sea.
    A tuch of ginger, a lady, a fez.
    Constellations in flight toward Istambul…

    (II)

    She studies the poet: «The Bosphorus is in you.
    The sea draws you like it draws a seagull.
    Since when?» The poet enchanted recalls Majakovskij:
    Since “you entered – cutting as a ‘here-I-am’…” [2]
    […]
    The lady withdraws inside her own spires.
    Too strong in her the pefume of life.
    A thread of voice. A sound: «It is life that upsets you…»
    Never so much light. Never so much fire
    in the oily eye of the poet: «Not death
    but the trip is my upsetting. The trip on that sea.
    The unknown sea where she’s leading me upsets me…».
    […]
    At my shoulders the sludge of a trivial world.
    Before the poet landscapes without monsters,
    scenes without voids.
    A lake. The rain always elsewhere. Flowers on the branch.
    Someone burns books in the cherry orchard.

    NOTE [1] Literary translation of the song line: “The boatman rows against the current…” (song: “Barcarolo Romano”; musica: Romolo Balzani, testo: Pio Pizzicaria – 1926)
    Nota [2]: from the Vladimir Majakovskij poem “The cloud in pants” (del 1915).
    © 2017 American translation by Carlo Cremisini of the poem “I platani sul Tevere diventano betulle” by Gino Rago. All Rights Reserved.

    Commento di Gino Rago

    (Scritto in occasione del “Laboratorio Poesia “ – Roma, 24 maggio 2017 –
    Libreria ‘L’Altracittà’, Via Pavia, 106 e letto alla rassegna poetica “L’Isola dei Poeti”, Roma, Isola Tiberina, 21 giugno 2017.)

    1. ll passaggio dal paradigma dell’unità al paradigma della molteplicità con consapevolezza della pluralità e della polimorfia. Da qui, le pratiche culturali della rottura, della frammentazione, della dissociazione, della ibridazione da intendere come un mescolamento di tempi, di spazi, di storia, di geografia. Con l’adozione diffusa del parlato1.
    In questo testo tutto ciò non viene praticato con un senso di nostalgia o rimpianto per il passato ma viene valutato come un fatto innovativo, come un segno della avvenuta maturazione dell’uomo-poeta. Qui sta una delle maggiori novità dello spazio espressivo integrale rispetto alle epoche precedenti.
    2. Frammentazione. Il postmoderno sconnette, scollega, valorizza il frammento, la citazione, il rimando. Rifugge da qualsiasi forma di sintesi di tipo sociale, epistemica o culturale, da qualsiasi pensiero totalizzante e inglobante. Di qui la propensione per il bricolage, il collage, l’ibridazione, il paradosso, la paralogia1.
    3. A trarci dal nulla o, se si vuole, dall’inumano a volte può essere il ricordo delle cose, uno Stillstand nel quale ci acquietiamo. Ma in questi miei versi provo a fare uso di immagini in fuga dal profondo del tempo e dello spazio, quasi fotogrammi di una stanza abitata in una fantasmagoria di mobili e di oggetti occupanti il posto d’abitudine, un posto a noi noto e che ci rassicura.
    4. La riflessione sugli oggetti ha accompagnato la cultura del Novecento capaci come sono di veicolare idee, immagini, comportamenti, quasi nel tentativo di vedere in essi la sopravvivenza dell’ordine simbolico e tradizionale. Ma il pensiero postmoderno ci dà arresi alle copie di copie, ai simulacri senza originale.
    5. Ma cosa accade agli ‘oggetti’ quando vengono percepiti come ‘cose’ e come tali sembrano possedere la capacità di stabilire relazioni? Qui nei miei versi mi sono rifatto a una meditazione ad hoc di Remo Bodei2 secondo cui «Se oggetto è la cosa fisica che viene ‘gettata’ (ob-jectum) davanti a noi, quasi a farsi ostacolo, il lemma italiano ‘cosa’ è contrazione di “causa”, nel senso di ciò che ci sta a cuore, che riteniamo tanto importante da coinvolgerci nella sua difesa….Perché noi investiamo intellettualmente e affettivamente gli oggetti. Diamo loro senso e qualità sentimentali. Li avvolgiamo in scrigni di desiderio o in involucri ripugnanti. Li inquadriamo in sistemi di relazioni. Li inseriamo in storie che possono ricostruire e che riguardano noi e gli altri, noi o gli altri.
    E investiti così di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, “gli oggetti diventano cose”, “gli oggetti in noi e per noi si trasformano in cose”».
    E le “cose” finalmente così intese diventano, per dirla con J.L.Borges3, le parole di quell’Idioma in cui giorno e notte “Qualcuno” o “Qualcosa” scrive quell’infinito intreccio che è la storia del mondo.

    1 Ivana Matteucci Il postmoderno
    larica.uniurb.it/scss/files/2011/03/Il-postmoderno.pdf.
    2 Remo Bodei La vita delle cose Editore: Laterza – Collana: Anticorpi – Edizione: 4 (2009) EAN: 9788842089988
    3 Jorge Luis Borges
    – Il libro di sabbia, trad. italiana di I. Carmignani, Milano, Adelphi, (2004).
    – “Le cose” trad. di Francesco Tentori Montalto da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, (1971).
    – “…Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli..” da: L’Aleph, trad. italiana di F. Tentori Montalto, Milano, Feltrinelli (1959).

    Gino Rago

    • Vietato ai non addetti al lavoro. Sei sorprendente, caro Gino, dopo questa cascata di frammenti, di schegge di pensiero e di neuroni in continua fibrillazione. Dici bene quando parli di “rottura,di frammentazione, di ibridazione, nel mescolamento di tempi, di spazi, di storia, e di geografia.” E’ difficile per un lettore abituato ad altri panorami, convivere con questi diagrammi estetici,diagonali, iperattivi. E’ il vero mondo del frammento che non è messo come effetto di massa, ma per articolare mini pensieri che costruiscono una storia nello spazio espressivo integrale fatto di cose, di oggetti, di derivazione di storie ed eventi recuperati dal fondo dell’ES. Altro non vorrei aggiungere. Hai fatto un bel lavoro, e solo per portarlo a termine, non so quanto ti sia costato, distaccandoti anche dal tuo mondo greco.

    • Vietato ai non addetti al lavoro. Sei sorprendente, caro Gino, dopo questa cascata di frammenti, di schegge di pensiero e di neuroni in continua fibrillazione. Dici bene quando parli di “rottura,di frammentazione, di
      ibridazione, nel mescolamento di tempi, di spazi, di storia, e di geografia.” E’ difficile per un lettore abituato ad altri panorami, convivere con questi diagrammi estetici,diagonali, iperattivi. E’ il vero mondo del frammento che non è messo come effetto di massa, ma per articolare mini pensieri che costruiscono una storia nello spazio espressivo integrale fatto di cose, di oggetti, di derivazione di storie ed eventi recuperati dal fondo dell’ES. Altro non vorrei aggiungere. Hai fatto un bel lavoro, e solo per portarlo a termine, non so quanto ti sia costato, distaccandoti anche dal tuo mondo greco.

      • gino rago

        Desidero ringraziare Mario Gabriele non soltanto per ciò che di patrimonio valoriale accende sul mio lavoro in questo suo commento ma soprattutto per l’atto filologico-interpretativo di finissimo critico letterario che lo guida nello scorticamento delle mie parole. Con poche altre testimonianze, questa nota di Mario Gabriele è già nell’antologia critica che in calce apparirà nel mio prossimo libro poetico.
        GR

  2. Ciò che sta accadendo, è un approdo di partenza. Da qui – davvero – sta inizando il giro di boa. Le Disfanie di Steven Grieco-Rathgeb hanno allargato le maglie poetiche, permettendo alla Disfania di essere disfania, ovvero di prendere la minuscola ed entrare a far parte del vocabolario poetico del hic et nunc.
    Noi tutti poeti NOE siamo più che mai consapevoli, più che mai partecipi. Insomma è nell’aria, e ognuno a suo modo (fa bene Giorgio Linguaglossa a ribadire la non-appartenza a manifesti; a ribadire a quanti accusano di proselitismo poetico che qui si lavora, si lavora sodo!) si agguanta la realtà poetica e la si rende parola. E la parola ci rende poesia.

  3. Rossana Levati

    Sono rimasta colpita dalla frase “faccio ritorno al mio ‘immondezzaio” citata nella presentazione della poesia di Różewicz.

    Ho pensato a questa poesia di Z. Herbert:

    Risveglio

    “Quando l’orrore scemò si spensero i riflettori
    scoprimmo di essere su un immondezzaio in pose molto strane

    gli uni con il collo allungato
    gli altri con la bocca aperta da cui stillava ancora la patria

    taluni col pugno serrato sugli occhi
    enfaticamente contratti pateticamente tesi
    nelle mani pezzi di latta e ossa
    (la luce dei riflettori li trasformava in simboli)
    ma ora erano soltanto latta e ossa

    non avevamo dove andare restammo sull’immondezzaio
    facemmo ordine
    depositammo le ossa e la latta nell’archivio

    ascoltavamo il cinguettìo dei tram la voce di rondine delle fabbriche

    e una nuova vita si spiegava ai nostri piedi”
    (Da “Rapporto della città assediata”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

    Significativamente, l’immondezzaio-emblema dei nostri tempi è l’unico luogo, non ce n’è un altro dove andare, inevitabilmente si deve rimanere lì; ma la poesia si intitola “Risveglio”, forse non solo perchè dai nostri incubi ci si è risvegliati in questo luogo degradato del nostro presente ma anche perchè, come si allude nel finale, l’immondezzaio è anche il nuovo punto di partenza, quello in cui, una volta “depositati i detriti”, come dice Rago nella sua poesia “TI lascio le parole senza suono”, depositate la “latta e le ossa”, da quei detriti la poesia potrà risvegliarsi, imboccare una nuova strada, riprendere una nuova vita.
    Al tempo stesso, sono ormai inutili, pretenziose, ridicole, le “pose strane” di chi pensa di praticare, nell’immondezzaio, una poesia declamatoria, enfatica o patetica, “ore rotundo”, con la bocca aperta ma gli occhi chiusi, oppure una poesia eroica come quel pugno inutilmente serrato sembra indicare..

  4. gino rago

    Che rasoiata, che colpo di sferza quell’ “ore rotundo” che Rossana Levati attribuisce diciamolo con [da me condiviso] disprezzo verso l’inopportuna magniloquenza di scrittori/poeti sull’immondezzaio.

    L’ Orazio dell’Ars poetica ben conosceva l’ironia sprezzante verso chi è incline, scrivendo o parlando, a esprimersi solennemente [con ornata eloquenza] ma senza che ahinoi a tale ricercatezza espressivo- espositiva corrisponda un’adeguata sostanza del contenuto [i versi con i tacchi a spillo o il bere acqua soltanto in bicchieri di cristallo… ignorando di stare sopra un immondezzaio].

    GR

  5. donatellacostantina

    Queste forme un tempo così ben disposte
    docili sempre pronte a ricevere
    la morta materia poetica
    spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
    si sono spezzate e disperse

    sono versi di Tadeusz Różewicz.
    E questi sono i versi di inizio della poesia di Lorenzo Pompeo:

    Ricordo/ di avere dimenticato qualcosa,/ e poi scivolo nell’oblio/ come una cartolina senza indirizzo/ in una cassetta delle poste.

    Mi sembra un ottimo biglietto da visita questo di Lorenzo Pompeo, un autore nuovo che sembra muoversi nella direzione di un rinnovamento del linguaggio. Anche Massimiliano Marrani mi sembra avviato in questa direzione, quella direzione ben indicata da Linguaglossa:

    “C’è oggi una poesia che sa di essere in un sentiero interrotto, che non conduce ad alcun approdo, che «vuole» parlare tramite un linguaggio non-poetico, «poroso», un linguaggio da carta assorbente, che annette i linguaggi stracci del mediatico, i robivecchi, i vintage, i rottami, i frantumi, ciò che resta del riciclo dei materiali semantici esausti e combusti. Parlare in arte con un linguaggio artistico «rotondo» oggi è una rimembranza del mondo antico”.

    I linguaggi della carta assorbente sono i linguaggi disfanici, distopici, i linguaggi dei sentieri interrotti, i linguaggi delle strade di Roma piene di buche, i linguaggi da discarica… Chi non capisce che siamo giunti a questo punto non ha capito nulla di ciò che è avvenuto nella poesia e fuori della poesia di questi anni, chi continua a redigere polinomi frastici, continuerà in buona fede a scrivere polinomi frastici e frasari polinomiali, perché alla buona fede non puoi imputare nulla… A chi non capisce che un nuovo Sandro Penna oggi è impensabile (sarebbe tra l’altro un super kitsch), a chi non capisce che un nuovo sanguinetismo è oggi qualcosa di impresentabile e di irricevibile… a queste persone noi non abbiamo nulla da rimproverare…

  6. gino rago

    La coppia (Marina Cvetaeva – Boris Pasternak)

    Ci sono rime in questo mondo.

    Disgiungile, e il mondo trema.
    Eri un uomo cieco, Omero.
    La notte sedeva sulle tue sopracciglia.
    La notte, il manto del tuo cantore.
    La notte, sui tuoi occhi, come una persiana.
    Un uomo vedente non avrebbe forse unito
    Achille a Elena?
    Elena. Achille.
    Datemi il nome di una coppia meglio assortita.
    Perché, a dispetto del caos,
    il mondo fiorisce sulle armonie.
    Eppure, disgiunto (in armonia
    con la sua essenza) cerca vendetta
    nell’infedeltà coniugale e nell’incendio di Troia.

    Eri un uomo cieco, aedo.

    Hai gettato via la fortuna come fosse un rifiuto.
    Quelle rime sono state composte in quel
    mondo, e non appena le dividi,
    questo mondo crolla. Chi ha bisogno
    di armonia? Invecchia, Elena!
    Il miglior guerriero degli Achei!
    La dolce bellezza di Sparta!
    Niente se non il mormorio
    del mirto, il sogno di una lira:
    “Elena. Achille.
    La coppia tenuta separata.”

    Marina Cvetaeva, da “The Pair”

    Note.
    Antefatti al ‘Metodo Mitico’ che sostiene l’intero mio “ciclo di Troia” imperniato sulla figura di Ecuba da me frammentata, poemetto di prossima pubblicazione sotto le cure di Giorgio Linguaglossa nel quale io sposo l’idea
    di Stesicoro su Elena che giunse a Troia come simulacro, come ‘nuvola’.

    Marina Cvetaeva fa ricorso al mito classico per mettere un punto a una questione che riguarda la sua vita privata. Questa sua poesia si configura infatti come una risposta a Boris Pasternak, con il quale la scrittrice intratteneva da tempo un carteggio: il rapporto platonico, seppur appassionato, che intercorreva tra i due avrebbe forse potuto risolversi in un sentimento reale, ma con queste parole la donna comunica la sua irrevocabile decisione e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere amanti. Resta la convinzione del profondissimo legame spirituale che li unisce, una sorta di predestinazione che rende elettiva la loro affinità. Come Elena e Achille, essi incarnano la ‘coppia’ ideale (il titolo del ciclo di poesie in cui questa è contenuta recita infatti The Pair), ma la loro passione non sa reggere il confronto con la realtà: se in un mondo fatto di parole essa è valida, in questo mondo l’armonia è destinata a sgretolarsi.

    Spesso è l’autorevolezza di Omero a essere messa in discussione, proprio come accade in una poesia di Marina Cvetaeva del 1924. L’assunto della scrittrice russa si basa sull’assonanza che esiste nella sua lingua tra il nome di Elena e quello di Achille. “Ci sono rime in questo mondo. / Disgiungile, e il mondo trema” – suona come un avvertimento il memorabile incipit della lirica: le rime che abbelliscono l’universo ne sono anche la colonna portante; se queste vengono scalfite, sarà l’universo stesso a rimetterci. Ma Omero è cieco e la notte che come una persiana gli oscura lo sguardo gli impedisce di vedere quanto Elena sia perfetta per Achille.

    L’armonia che nascerebbe dall’unione dei due è costretta a ripiegarsi in caos e a generare infedeltà e distruzione: la cecità del cantore lo ha portato a scambiare la fortuna che aveva nelle sue mani per un rifiuto e a gettarlo via. Ecco che le rime composte nel mondo della poesia, divise in questo mondo, lo hanno fatto crollare. Ci si illude di non aver bisogno di armonia, e così non resta nulla della dolce bellezza di lei né della possente virilità di lui. Non resta nulla, se non il tenue mormorio delle foglie di mirto e il suono di una lira che, come in un sogno, continua a cantare.

    Tornando al mito secondo l’Iliade omerica abbiamo appreso che
    la bellezza di Elena è la ricompensa che Afrodite offre al giovane Paride per averla eletta la più attraente tra le dee.

    Sebbene la donna sia sposa di Menelao, durante l’assenza del marito si lascia vincere dal corteggiamento del figlio di Priamo; i due fuggono così alla volta di Troia. Tuttavia il re di Sparta, offeso dall’infame oltraggio, chiede aiuto a suo fratello Agamennone e insieme ottengono la solidarietà dei principi greci: così prende avvio la guerra, di cui l’Iliade, come è noto, racconta solo l’ultimo anno. Nei versi del poema si legge il rimorso che tormenta la giovane per essere stata la causa scatenante di una guerra decennale e dissennata.

    Ma Elena è davvero colpevole? Già gli antichi si pongono questo interrogativo: secondo il poeta lirico Stesicoro, per esempio, Paride non avrebbe portato con sé la sua amata, ma solo un eidolon, un fantasma, mentre la donna sarebbe rimasta per tutto il tempo in Egitto per volere di Era; la stessa idea è alla base della tragedia che le dedica Euripide in cui Elena resta fedele a Menelao, che dopo vent’anni non sa riconoscerla e si domanda che senso abbia avuto combattere per una ‘nuvola’.
    Il mito è così popolare che innumerevoli autori si sono confrontati con esso, frequentemente per svelare la propria verità sulla questione.

    Dichiaro,
    infine, la mia totale, persuasa adesione a questo passaggio nodale del precedente commento di Costantina Donatella Giancaspero che va a riconnettersi in armonia piena con le idee portanti dell’opera linguaglossiana
    “Critica della Ragione Sufficiente”:
    “I linguaggi della carta assorbente sono i linguaggi disfanici, distopici, i linguaggi dei sentieri interrotti, i linguaggi delle strade di Roma piene di buche, i linguaggi da discarica… chi non capisce che siamo giunti a questo punto, non ha capito nulla di ciò che è avvenuto nella poesia e fuori della poesia di questi anni, chi continua a redigere polinomi frastici, continuerà in buona fede a scrivere polinomi frastici e frasari polinomiali, perché alla buona fede non puoi imputare nulla…”

    Gino Rago

  7. gino rago

    Gino Rago Testamento [contro il «no» che dentro mugghia]

    La bella pittura postcubista?
    Il nobile medium dell’olio?
    Rimarrebbero forse le frasi più turpi
    Contro il «no» che dentro mugghia.
    […]
    Nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
    Legni combusti. Cenci.
    I segni d’amore o di affinità per epoche remote.
    I materiali effimeri. I materiali rozzi.
    Le altre parole.
    […]
    Le parole che negano
    Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci. Gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature.
    I sacchi vuoti. Ma più pieni di uomini vuoti.
    […]
    Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del «no» finalmente liberato
    Contro il «sì» obbligato di Ferramonti e Belsen.
    Il viaggio incompiuto. Il sorriso amareggiato.
    E Milton che urla dal Paradiso Perduto:«E’ inferno.
    Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

    Testament [contre le “non” qui gronde à l’intérieur]

    La belle peinture postcubiste?
    Le noble medium de l’huile?
    Il resterait peut-être les phrases les plus abjectes
    contre le “non” qui gronde à l’intérieur.
    […]
    Nouvelles images nées de matériaux neufs.
    Matériaux hétéroclites. Matériaux pauvres.
    Le poète du nouveau paradigme
    laisse en hérédité tôles mal soudées.
    Bois brûlés. Chiffons.
    Les signes d’amour ou d’affinité pour temps passés.
    Les matériaux éphémères. Les matériaux bruts.
    Les autres paroles.
    […]
    Les paroles qui nient
    sensations et idées de la durée éternelle.
    Les chiffons. Les guenilles. Les voiles.
    Les amalgames. Les ombres.
    Les sacs vides. Mais davantage pleins – remplis – d’hommes vides.
    […]
    Le retour an den Sachen selbst du nouveau poète
    laisse en héritage l’art du “non” finalement libéré
    contre le “si” forcé de Ferramonti et Belsen,
    Le voyage inachevé. Le sourire plein d’amertume.
    Et Milton qui hurle du Paradis Perdu:« C’est l’enfer.
    Où que j’aille c’est l’enfer. Moi-même suis l’enfer».

    [ Traduzione in francese di Edith Dzieduszycka ]

    Gino Rago

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