Krzysztof  Karasek (1937) – Poesie a cura di Paolo Statuti

Gif nevicata

la parola sangue diventa antiestetica, non risponde alle
necessità delle convenzioni e delle poetiche, del lessico
e della sintassi

Krzysztof Karasek poeta, saggista, critico letterario, è nato a Varsavia il 19 febbraio 1937. Figlio dell’artista plastico Roman Karasek. Ha frequentato l’Accademia di Educazione Fisica e ha studiato filosofia all’Università di Varsavia. Ha pubblicato più di 20 raccolte di poesie. Il suo debutto poetico risale al 1966 sul mensile Poesia. Ha fatto parte della redazione di prestigiose riviste letterarie e ha ricevuto importanti premi per la sua creazione poetica, benché Karasek mantenga le distanze dai riconoscimenti: «… non importa chi riceve un qualunque premio di poesia. Perfino il premio Nobel può essere motivo di vergogna. Ad esempio si dice che Quasimodo, dopo aver ricevuto il Nobel, che allora avrebbe meritato di più Ungaretti, uscì dalla sala impacciato e quasi scappando. La mancanza di popolarità bisogna guadagnarsela. Io ho lavorato per essa troppo a lungo per rinunciarvi a favore dei premi» – ha confessato un giorno al poeta Jarosław Mikołajewski.

Il grande poeta Zbigniew Herbert (1924 – 1998) elogiò la sua poesia: «Krzysztof Karasek a mio avviso è il poeta di maggior spicco della Nouvelle Vague polacca.

La sua è una poesia matura, intellettualmente e letterariamente assai ben costruita. Usando un liguaggio sportivo – egli “ha preceduto di una lunghezza” gli altri poeti della stessa generazione». Ryszard Kapuściński (1932 – 2007), scrittore di profonda cultura, critico e notissimo pubblicista, ha detto: «La poesia di Karasek è altamente creativa e in continuo movimento, con una straordinaria immaginazione esplorativa, alla ricerca del senso dell’esistenza, del mondo, della poesia stessa. La colloco tra le maggiori realizzazioni della poesia polacca contemporanea, e perfino europea». A sua volta il poeta e critico letterario Janusz Drzewucki afferma che un’ampia gamma di voci poetiche e una certa eterogeneità hanno caratterizzato la sua creazione fin dall’inizio: «La lirica di questo autore è da sempre polifonica. Egli si serve di poetiche, stili, idiomi di ogni genere. Sa essere poeta pubblicistico, riflessivo, tradizionale e di avanguardia, sa essere univoco ed equivoco, del mondo circostante lo attira sia l’aspetto fisico che metafisico».

Nella prefazione alla raccolta L’assolata tinozza dell’infanzia (2013), il poeta e critico Grzegorz Kociuba ha scritto: «La forza di questo libro è l’intimità, la liricità intesa anche tradizionalmente… Non è soltanto l’ennesima raccolta di un autore contemporaneo, ma è il libro di un grande poeta che non getta le sue parole al vento!». Karasek parla dalla posizione del saggio che conosce la vita, la osserva attentamente e a volte anche argutamente.

Il poeta è affascinato dalla pittura. Nel ciclo I miei pittori, dedicato alla memoria del padre, è attratto in particolare da Paul Cézanne, Claude Monet, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edward Hopper. Vede la parentela tra pittura e poesia, le visioni pittoriche sono visioni sintetiche del mondo. Per questo nella poesia Lettera a Paul Cézanne scrive: «Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne, è quell’artificio che colloca gli oggetti e le cose in una nuova luce». Sia il pittore che il poeta creano composizioni coesistenti, che da una sola concreta prospettiva permettono di osservare il fenomeno descritto o dipinto. La sua gamma tematica è assai ampia. Vale la pena ricordare che una parte delle sue opere poetiche si basa sui sogni, che non necessariamente tratta come visioni incomprensibili, ma come una serie di quadri collegati con la realtà e col subconscio.

Nella sua penultima raccolta La gioiosa conoscenza (2015), emerge la convinzione che il processo di conoscenza del mondo sia una gioia. In una delle sue ultime interviste dichiara: «Ritengo che la gioia della creazione, dell’amore, dell’amicizia e della loro reciproca sperimentazione siano questioni per le quali valga la pena di vivere e forse anche di morire. E’ la manifestazione di qualcosa di sacro, è la gioia come una festa. Ci sono persone che vivono nei cimiteri e altri che vivono per la gioia». Della sua ultima raccolta dal titolo enigmatico E’ giunto un uomo per frustare il mare (2017) dice: «Mi hanno chiesto tante volte il perché di questo titolo, alla fine ho cominciato a rispondere che è così, affinché ognuno possa dire la sua».

In uno degli ultimi incontri con i suoi elettori ha detto: «La vera poesia è il linguaggio che possiede una straordinaria dinamica. Parole incompatibili tra loro trovano il proprio posto, l’ordine è messo in dubbio. La poesia smentisce il nostro concetto di letteratura. In quest’ultima ogni opera ha un inizio, una parte centrale e una fine. In una buona composizione poetica tutto è inizio, parte centrale e fine».

Krzysztof Karasek rivolge una particolare attenzione alla poesia dei giovani. La sua sete di letteratura è inestinguibile. A tale proposito egli afferma: «In generale nella poesia mi incuriosiscono due poetiche. La prima si ha quando un verso è assai benfatto, delicato, accurato come in Herbert o Ungaretti. La seconda si ha quando agisce come se qualcuno ti infilasse nel posteriore un generatore elettrico, quando cioè è dotata di energia e ti elettrizza. Nei giovani la cosa più importante è l’imprevedibilità. Se sono diversi dagli altri. Se hanno una voce personale. E ogni volta che apro la raccolta di un giovane, spero sempre di trovare un nuovo Rimbaud».

Krzysztof Karasek

e gli stukas in picchiata sulla strada,
per la quale siamo fuggiti ad Est
e poi di nuovo ad Ovest,
riempivano le mie orecchie come galoppo
dei cavalieri dell’Apocalisse (Krzysztof Karasek)

Poesie di Krzysztof Karasek

Deutsches requiem

Ho visto la maschera mortuaria di Gottfried Benn
le orbite coperte di gesso del tempo
la fronte
che sosteneva il giogo della vita. E la bocca
dove covava ancora una piccola scintilla di rivolta
e di speranza – l’orgoglio deluso
e la dignità sconfitta; l’amarezza del resoconto
di un testimone oculare.

Tutta l’anima tedesca è concentrata in quella fronte,
in quegli occhi incavati come vetro in fondo al fiume,
l’anima di Novalis e Hölderlin, di Beethoven
e di Hegel. Mistiche tenebre
versate con ogni attrezzo della materia, e
l’anima nuda collocata nella scura fonte
di una eredità romantica; la cieca ragione
e la biologia impazzita, che crearono la superbia
di Nietzsche e l’amara saggezza di Kant

colavano da quella bocca, adesso vuota e sterile
come frammento di paesaggio dissanguato
o sonno di fiume frantumato contro l’orizzonte;
con un solo getto traboccavano dall’esofago
e cadevano ai piedi di un testimone casuale.

(1982)

Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio

Quando la parola sangue è assente in un verso?

La parola sangue è assente in un verso quando il sangue
è sospeso in aria, quando diventa pioggia. Quando le vene
non lo reggono più nell’ardente involucro del corpo e lo
mettono in libertà e nel futuro.

La parola sangue è assente, quando il vero sangue si
riversa sulle strade, allora malvolentieri si parla di sangue,
la parola sangue scompare dalle enciclopedie e dai dizionari,
i manuali diventano più pallidi, i giornali si ammalano di
anemia, le pagine di storia scompaiono in circostanze
misteriose, la sintassi diventa oggetto di scherni;

la parola sangue diventa antiestetica, non risponde alle
necessità delle convenzioni e delle poetiche, del lessico
e della sintassi, non risponde alle “reali” esigenze della
lingua, mentre l’uomo qualunque non distingue più un fiore
da una ferita da sparo (si dice allora: i papaveri sono fioriti
nel tempo sbagliato – poiché è inverno – oppure:
il succo di pomodoro si è sparso sulla spiaggia di una città
litorale – perché finisce l’estate, e le acque del golfo
si sono tinte di rosso).

La parola sangue è assente, quando coloro che hanno fatto
versare il sangue, non parlano più di prezzo, ma soltanto
dei profitti ottenuti grazie a questo sangue.

Impara a seguire il seme del sangue nelle pagine dei manuali
di storia e di grammatica, nelle fessure tra le frasi di un verso
irregolare, nelle fessure tra le parole. Impara a leggere dalla
sua presenza e assenza le impronte delle ruote della storia.
Lo schianto delle ossa spezzate e il grido della frase torturata,
che si è iniettata di sangue.

(1982)

Agli animali piace la guerra

Agli animali piace la guerra,
il suo sapore, la forza che gira nell’aria.
Gli uccelli muoiono nel suo alito,
annerita la forma e il becco –

scheletro steso sull’aria,
sui tendini del vento.

Il polso staccato dall’osso,
le braccia vuote, private di muscoli e vene,
la mano, attraverso cui trapela la forma della luce
la circolazione sanguigna della cenere –
agli animali piace la guerra.

In qualche luogo nel folto
si sono rapprese le loro voci beffarde,
la caccia è iniziata,
la battuta si avvicina alla fonte.
Agli animali piace la guerra –
l’uomo va a caccia della propria carne,
lascia a loro l’intangibilità di gesti e sogni,
il sonno sprofonda in un udito ansioso,
di mani che non possono reggere il proprio amore.

La mia donna grida nel sonno
non potendo trattenere con le mani sfuggenti
la luce che si spegne.
A lei sembra
che dal giardino arrivino animali a cavallo,
in ordine ansioso
trova nella stanza una volpe, una talpa, una puzzola,
un lupo dorme nel suo letto
e mostra i denti.

(1988)

Desidero un buio splendente

O verso, mia unica patria
o patria dell’uccello e patria dell’albero
nelle cui foglie la pioggia
di stelle cadenti segue
la pianura con sguardo smarrito
Quando le nubi scorrono di notte sulla città
esco sul balcone e guardo il cielo
Non vedo le stelle e nemmeno la luna
Non vedo neanche il cielo
Tutto ha coperto
Qualche mano sporca
Tutto
è inondato dal piatto paesaggio
di riflessi filtranti della città
e della neve sporca
Nel chiarore spariscono le forme e la gente
la tenebra uguaglia i loro mondi
muoiono in essa alberi e uccelli
come caduti dalle stelle sull’asfalto
muore in essa perfino l’oscurità
Non è la mia patria, grido
non è la mia casa

Sono un buio splendente

E se essere un cavallo

allora solo giallo come in Gauguin,
oppure fulvo,
come nell’Apocalisse,
con una rosa ponsò all’orecchio,
non il mio
ma del cavallo, come un bicchiere
odorare di vodca e di fienile,
guardare il mondo con gli occhi degli oggetti,
essere un cavallo
giallo
oppure fulvo,
con una rosa ponsò
Eccetera.

Ciò si chiama vivere non nel proprio corpo.

Consigli per Orfeo

la luce rivela la grammatica dell’ombra,
l’oscurità denuda la logica della conoscenza,
la fede ci rimanda al passato.
Vediamo confusamente, nel caos,
il tempo cede, lo spazio si rapprende,
il visibile genera l’invisibile,
l’invisibile apre la pianura
dove camminano Shakespeare e Rimbaud.
Dunque non guardare dietro
la luce è una pioggia scura che bevono i morti,
non dire che non lo sapevi. La gente è ammutita
per questo sapere, con cui tutti, noi stessi
dobbiamo vivere. Il chiarore
è una goccia, lo lecca da sotto le palpebre
la neve mattutina mentre
l’orizzonte, come la riga in mano al pittore
s’incurva. Tua è l’aria,
l’oblio e la sorpresa. E ancora
l’istante, quando passa. Era,
dunque è. Nutriti di esso
ma non guardare, non girarti, proprio lui
ti divorerà, quando a dispetto dei miti
la fisserai. Va’
dove le sirene portano il loro dolce canto,
tieni gli occhi rivolti ai sacri altari, non tremare
quando la disonestà ti bacia la bocca. Guarda
attentamente, fino al più crudele sapere, che ti porti
come eco la volta celeste, il suo bagliore
come gelida luce dell’alba ti abbronzerà il viso.

Dalla vita degli insetti

E di nuovo, come nell’infanzia
torno nel paese dei grilli.
Sono più vecchio, ma nelle orecchie
risuona sempre
la buona novella.
La conversazione tra di noi

ancora non è finita.

Il tempo prima e il tempo dopo
dorme negli armadi
e negli orologi.
Niente può cambiare la posizione delle macchie
sulla pelle di leopardo.
Se non vuoi essere selvaggina
diventa cacciatore.

Non fare domande
se non conosci la risposta.
Una grande bocca deve avere grandi orecchie.
Forse esiste una farfalla con tre ali,
un naso di guttaperca,
un volto di ceralacca,
ma io non l’ho visto.

Quando ero piccolo
andavo in biblioteca
e al libro restituito strappavo
l’ultima pagina
per lasciare spazio alla fantasia
di un lettore sconosciuto.

Lui dormiva nel libro.
Lo leggeva a dispetto delle frasi.
In ordine alfabetico si avvicinava
e si allontanava.
Conoscevo il suo nome.
Ma questo non bastava per conoscere la vita.

Niente può cambiare la posizione delle macchie
sulla pelle di leopardo.
Per questo permettetemi di andarmene.

Foto strada con neve

foto di Steven Grieco Rathgeb

Sérénité

Un rametto di lillà nelle tenebre
rischiara la mia mente.
È la mia infanzia angelica,
la malerba diabolica.
Il rullo di tamburo della notte
e lo sciame di api sulla stoppia calpestata,
bellezza e minaccia, cui pensava forse
Breton, quando scriveva le parole:
“la bellezza sarà convulsa
o non sarà”,
esigono l’elegia.

Una farfalla si è alzata sulla brughiera
di questa sera
portando su di sé un pulviscolo di luce,
e gli stukas in picchiata sulla strada,
per la quale siamo fuggiti ad Est
e poi di nuovo ad Ovest,
riempivano le mie orecchie come galoppo
dei cavalieri dell’Apocalisse.

E’ una pallida sera, quasi notte,
sto sul balcone di casa a Varsavia,
una buia sera di maggio,
fisso le luci che si spengono nei grattacieli
e ricordo quando qui c’era un campo
e vedevo l’aereo che un attimo dopo si schiantò,
trent’anni prima,
e i volti nelle aperture
fissi su di me
fino ai limiti dello stupore.

Cerco di nuovo i segni dell’infanzia
e ricordo l’aurora boreale
in Mazovia,
ancora trenta anni prima,
le ondeggianti tende del cielo,
dei verdi e delle rose.
Nell’aria si leva il profumo dell’assenza,
mi dice: mai più,
e io gli rispondo: non perdere la speranza.

Quello stesso profumo richiama gli echi
delle notti di maggio della giovinezza,
quando lo zaino sotto la testa
e qualche spicciolo in tasca
erano il senso
del mondo che franava nel sonno.

Sì, ti ricordo o buia sera,
sì, ti ricordo o pallida notte.
O sera, quando il cuore fugge verso l’amore,
o notte, che svuoti la promessa del giorno.
Vedevi come immergo le mani nelle tue acque
e come mi sforzo di afferrare un pesce
che nuota lentamente, ammutito come uccello
nella tua corrente.

Ti riconosco o pallida notte,
ti riconosco o buia sera.

Quasi vi tocco.

(2005)

Seppellito nella pelle d’insetto

L’amore è un vecchio canto umano;
è qualcosa di così potente,
che forse mantiene le stelle
nel firmamento.
Ma per amare
ci vuole coraggio.
Ascoltavo i gatti di sera,
cantavano tutti Rossini.
La mollica deve essere tolta,
io mangio soltanto la crosta
disse una certa sapientona.
Più di tutto conta conoscere i propri limiti.
E cercare di superarli.
Non permettere che l’anima
si stanchi prima del corpo.
La felicità consiste nell’avere
una buona salute
e una debole memoria?
Tutto ciò che è perfetto, cresce lentamente.
Abbiamo cominciato con Mozart,
finiamo col “Crepuscolo degli dei”.

(2008)

Il Lofoten

I morti sottoterra.
I vivi di sopra.
E noi in mezzo.

Spogliato del sonno. Domenica delle Palme.
Siedo nella veranda dell’amico Paweł Skrzeczkowski
A Kazimierz sulla Vistola.
Sotto di me il pozzo,
E in esso l’acqua. L’acqua della vita.
Il fumo del sigaro riempie lo spazio
Della mia veduta.
Riempie anche me.
Sospeso in aria come una nuvola
Sul Mercato, volo, navigo.
Fedele ai miei demoni.

La danza di una grande pipa.
A ritmo di gavotta.
La musica è matematica, tutto
Proviene da essa.
Mi ripeto la frase di Rameau.
E un’altra, di Ortega y Gasset:
Nessuno può capire il genere umano,
Se non vede che matematica e poesia
Hanno le stesse radici.

Purzyc si è comprato una casa nel Lofoten,
A che gli serve?
Lo stesso spazio, spopolato,
Lo trovi sul fondo di una scatola di fiammiferi.
Che c’entra con lo spazio
Del pensiero? Che c’entra
Con lo spazio della mia pipa?

Kazimierz e il Lofoten.
Qualcuno cammina
O è sospeso in aria.
E’ un angelo
O il passeggero di un boeing.
I versi uniscono il cielo alla terra,
Ma lo spazio rimane.

E il tempo, che stilla dalle mammelle
E dagli orologi.
Non sono mai andato nel Lofoten
E forse non ci andrò mai.
Ma questo nome, questa parola.
Si sogna
Come le Floride incredibili
Nel Battello ebbro di Rimbaud.
In realtà là non ci sono affatto,
le ha immaginate Miriam,
traducendo la poesia,
perché così gli andava.

Ebbene. Le Floride incredibili,
Il Lofoten sono piuttosto fantasmi di sogni
Non avverati.
Eppure sono necessari,
se vogliamo vivere
e significare qualcosa.

La vecchiaia è nella testa, non nelle gambe.
Ci crescono gli anni, ma né tu né io
invecchiamo. Come quelli che vivono
per abitudine.
Ci crescono i chili.
Scompaiono gli amici.
Cresce l’erba della vita.

(2009)

Nasturzi punici

Come molti vecchi penso anch’io
che siamo soltanto di passaggio
in un mondo senza Dio.
Mi sputo in faccia quando penso
che mi piacevano un tempo
gli ululati dei poeti americani.
La poesia non è una stronzata.
Qui ogni spettro è l’estratto di un tabù.
Se ti accade di sognare una qualche sillaba,
cessa di battere l’orologio del cuore.
Sento qualcuno che riempie la vasca
tre traverse da qui, e loro dicono
che ho problemi di udito.
In ogni modo tutto ciò che è vero
lo devo a mia madre.
C’è la superstizione che si spegne l’incendio
gettando nel fuoco una salamandra.
Aristotele chiamava i lombrichi i budelli della terra.
Se i poeti, come vuole Platone, sono grilli,
finiremo tutti nelle ortiche.

(2016)

(C) by Paolo Statuti

Tag: Krzysztof Karasek, Nouvelle vague polacca, poesia polacca, poesie di Krzysztof Karasek tradotte da Paolo Statuti

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13 commenti

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13 risposte a “Krzysztof  Karasek (1937) – Poesie a cura di Paolo Statuti

  1. Pingback: Krzysztof Karasek (1937) – Poesie a cura di Paolo Statuti | l'eta' della innocenza

  2. la luce rivela la grammatica dell’ombra
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/14/krzysztof-karasek-1937-poesie-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-32621
    *

    Spogliato del sonno. Domenica delle Palme.
    Siedo nella veranda dell’amico Paweł Skrzeczkowski
    A Kazimierz sulla Vistola.
    Sotto di me il pozzo,
    E in esso l’acqua. L’acqua della vita.
    Il fumo del sigaro riempie lo spazio

    Sono versi di Karasek. Ecco, non posso non pensare che questi versi potrebbero essere stati scritti anche da me o da un poeta della nuova ontologia estetica. Secchi, precisi. Ma potrebbero essere stati scritti anche da Guido Galdini. Però qui c’è la polifonia che in Galdini ad esempio non c’è. Karasek è un poeta della nouvelle vague polacca, ma quel movimento era nato nel dopoguerra polacco in mezzo all’imperversare della guerra fredda e bisognava trovare una nuova poesia, si viveva dall’altra parte della cortina di ferro, c’era Stalin, c’era il realismo socialista, tutte cose inservibili per la poesia, il pubblico chiedeva alla poesia autenticità, ma era difficile trovare l’autenticità, dove cercarla? Nella tradizione? Quale tradizione? Quali parole usare? Con quale sintassi? C’era una attesa del futuro e del presente, la poesia viveva in mezzo alla gente comune. Oggi qui in occidente nessuno chiede più nulla alla poesia, si scrive per compiacere qualche circoletto di persone che chiedono di passare il tempo con un hobby, la poesia è diventata una cosa che non richiede grande preparazione intellettuale e neanche grandi sforzi teorici e non richiede neanche ricerca. È normale che in queste condizioni si finisca per perdere anche la cognizione di che cosa scrivere. Karasek no, sapeva benissimo quali parole usare e quale verso impiegare, la poesia era utile, Karasek pensava, come Krinicki e gli altri esponenti della nouvelle vague polacca che la poesia fosse una cosa «utile».

    Ecco, penso che a qualcuno verranno i brividi se affermo che anch’io, (anche noi della nuova ontologia estetica) credo che la poesia sia «utile», utile anche e soprattutto per le persone che fanno parte della gente, anzi, soprattutto per le persone normali. Bisogna costruire una casa comune della poesia anche in Italia e che la poesia torni ad essere considerata «utile» dalla gente comune. Dico cose strane?

  3. Caro Giorgio, da tempo aspettavo da te queste parole. La poesia per la gente, la poesia utile, la poesia convissuta…E’ l’alba di un diverso pensare?

  4. Certamente la poesia può essere “utile”se il lettore riconoscerà in essa un messaggio onesto e disinteressato; purtroppo, molti “poeti laureati”,imbaldanziti dal successo, non inviano più nessun messaggio che non sia promozionale per loro stessi, che non si immetta nel circolo perverso di una classifica di valori che è solo mercato,con conseguente supremo disprezzo per chi da questo mercato resta fuori ,per ragioni etiche ed estetiche.

  5. Anche questo mondo tutti frantumi del poeta, e non solo della poesia, è parte integrande del reale cui la NOE – con voce chiara – tenta di disvelare. Non più raccontando, non più un fermo immagine-rappresentazione del mondo, ma IL mondo. Allora la poesia torna vergine. Torna ad essere fruibile. Torna la sua utilità. Essere “originali” non vuol dire in fondo che tornare alle origini, alla scarturigine. E sempre da lì bisogna ricominciare, perchè la parola si mostri, pregna dell’oggi.
    Il poeta in frantumi: quelli di successo, infiacchiti perché trovano solo immagini da raccontare, come storie tranquillizanti (come giustamente avverte Anna Ventura); e quelli che spremono dal sentimento il sentimentalismo, divaricando ancora di più, se possibile, la scissione tra parola e presente.
    Insomma, un periodo complesso, le cui articolazioni a volte scricchiolano.
    Forse che quello scricchiolio, quel fastidioso, disarmonico rumore che il vecchiume poetico vuole soffocare con suoni di tempi non più temporalizzabili, sia invece il canto da seguire?
    Sono andata a riprendere dei versi di Mayoor Tosi, che ricordavo di aver letto:

    “E tu che Camminando danzi? Io no. Tu, sì. E’ il Corpo: come mi sta? Come ti senti?
    Mi tremano le gambe, tremo all’idea, tremo alla voce. Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente.”

    Grazie a Paolo Statuti per questa antologizzazione che Giorgio Linguaglossa oggi propone sulle pagine dell’Ombra.

  6. E’ vero, queste poesie sono belle, parlano chiaro e dico anch’io, se Karasek e Statuti chiudono un occhio, che sono molto “NOE”. Non italiane, ma questo è evidente; anche se la traduzione pare ineccepibile nel restituirci “quei” colori e il tono del linguaggio. Così piace a me, con salti e variazioni, eppure continuando lungo il sentiero di un discorso in molti versi forte. Ci avviciniamo, o si sta avvicinando a noi la poesia europea. Questo mi rende felice: ci si sente meno soli e in battaglia, meno esposti a essere giudicati come presuntuosi, settari o autoreferenziali. Continuino pure gli altri a farsi del male.

  7. E’ stato un vero dono leggere i versi di Karasek tradotti da Statuti e riportati da Giorgio. Linguaglossa. Ecco che l’avanguardia senile, la nostra e quella di questo poeta,si identifica in una sola voce. Ottimi i commenti di Linguaglossa,della Catapano, di Tosi e di Anna Ventura che hanno saputo cogliere il fiore di questa poetica.

  8. Una poesia di Tadeusz Różewicz tradotta da Lorenzo Pompeo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/14/krzysztof-karasek-1937-poesie-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-32634
    Scomposto

    Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
    concetti esperienze che in me si combinavano
    non sono più saldati non formano un tutto
    in me
    approdano talvolta a me alla riva
    della memoria toccano la pelle
    la toccano leggeri con unghie spuntate
    Non voglio mentire
    non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
    chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti
    del resto anch’io sono così occupato
    chi riesce a rammentare la mia forma interiore
    in questo caos febbrile movimento
    nel corridoio dove mille porte si aprono e si chiudono
    chi riprodurrà la forma
    che non si è impressa né sul gesso bianco
    né sul carbone nero
    neanch’io se interrogato
    riesco a rammentare

    di me dicono che vivo

    La sua poesia in questi anni si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia, sul suo senso ultimo, sulla figura del poeta e sul linguaggio in un mondo nei quali la rappresentazione della realta appare quasi inaccessibile, incrostata, deformata, inquinata dai mass media.

    (Lorenzo Pompeo)

  9. letizia leone

    Oggi purtroppo è morto l’astrofisico Stephen Hawking, il quale durante un convegno sulla robotica dichiarò che “dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot: l’avidità degli uomini porterà all’apocalisse economica”, l’uomo post-mderno rischia di esser divorato dal suo stesso furor capitalistico (… e imbecillità) ed è stato detto che la teologia economica neo-liberale è ancora più dogmatica della teologia religiosa. Il trionfo del nichilismo in fondo è questa riduzione dell’essere a valore di scambio e di conseguenza data la meschinità dei tempi, è questa riduzione della poesia a piccolo investimento di incremento narcisistico ed editoriale. Ha ragione Anna Ventura… Dunque interrogarsi sull’utilità della poesia è urgente, ma quale poesia? Ancora più urgente è interrogarsi (come fanno i poeti della NOE) su una rifondazione della poesia. Scrive Linguaglossa: “Oggi qui in occidente nessuno chiede più nulla alla poesia, si scrive per compiacere qualche circoletto di persone che chiedono di passare il tempo con un hobby, la poesia è diventata una cosa che non richiede grande preparazione intellettuale e neanche grandi sforzi teorici e non richiede neanche ricerca. È normale che in queste condizioni si finisca per perdere anche la cognizione di che cosa scrivere.”
    Le poesie proposte oggi sulle pagine dell’Ombra rappresentano una grande lezione di stile, (nell’ottima traduzione di Paolo Statuti) così come la testimonianza che ci arriva da Tadeusz Różewicz nella traduzione di Lorenzo Pompeo. Concordo questa è la cifra poetica che mi è più congeniale e nella quale riconosco il lavoro di molti poeti della Noe. Impressionata dalla poesia “Deutsches requiem” di Krzysztof Karasek dedicata a G. Benn, mi sono ricordata di un mio testo su Benn scritto molti anni fa e pubblicato nel 2011 sulla Disgrazia Elementare:

    Poeta patologo. Corpi aperti sui tavoli
    Anemoni di carne degli obitori. Un cervello
    Sgusciato, la sua forma
    Ancestrale dedalica emersa dal sangue
    Nella tua mano. Sotto la volta svuotata
    Come cranio del sotterraneo brivido.

    Come attecchisce dentro questa stanza di guerra
    L’infinito dei mondi. Le sue formazioni
    Col dorso che affiora dei sogni ionici.
    Una balena o resurrezione
    O collasso di chi vuole capire.
    Vai stirando le geometrie sterminate di pieghe
    E circonvoluzioni di un encefalo essicato.

    Vedi, se il dio sole stria e dardeggia
    Smeraldi sulle coppe regali, si schiudono
    Occhi bianchi al diffuso lumine lunare.
    Se spezie odorose azzurrano i cortili,
    organi grigi galleggiano nei vasi
    che non hanno luce. Rientri da solo
    attraverso la via ghiacciata, i cocci, le croci
    mentre la primavera berlinese
    scongela con i cadaveri la neve.

    E tu ne rivivi tutta la malattia di statua.
    La notte.
    Di ogni morte.

    • “questa malattia di statua”, pregiatissima Leone
      -quella che ci attraversa tutta
      nella sua meschinità-
      è tutta la Luce che nell’Ombra
      mettiamo.
      Fuoriuscire immobili, inondati di neve.
      Rigore e forza. (Bellissima!)

      Grazie, Ombra.

      • letizia leone

        Grazie, gentilissimo Mauro Pierno. Forse un filosofo dimenticato come il rumeno Costantin Noica avrebbe incluso questa malattia di statua (tra noia metafisica, immobilismo e stagnazione) tnella sua diagnosi delle malattie dello spirito contemporaneo…qui in un testo dedicato a Benn richiamano anche la pratica dell’emigrazione interiore del poeta, la sua poesia monologica, la sua sfiducia profetica nell’ “uomo bianco così stanco”…anche se lui dopo dodici ore di lavoro a sezionare cadaveri e fare autopsie nei ritagli di tempo riusciva a scrivere versi tra i più alti del novecento. Un caro saluto

  10. Karasek,
    certo qualcosa del Bukowski americano
    ti è pure rimasto addosso,
    il sigaro fa lo stesso. Le nuvole di entrambi,
    (questo è un boccata in stile Ombra,
    poi è tutta questione
    di stile, da diradare, però!).

    Grazie, OMBRA.

  11. Antonio Sagredo

    Erbario e bestiario
    ————————

    Nella poesia tutta di Krzysztof Karasek la presenza di “erbari” e di “bestiari” è frequente. Non certo il bestiario che allude al gladiatore romano che combatteva contro le bestie feroci o allo schiavo che le teneva in custodia. E se si dovesse stabilire una analogia con questi due ultimi significati allora bisogna riferirsi ai versi di “Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio”, siccome versi che grondano sangue umano-urbano a tutto spiano dalle periferie ai centri di tutte le metropoli del mondo, e dunque bestiario “umanoide”, ma non umano! E se nei suoi versi invece di sangue si dice “succo di pomodoro”, come non pensare al “succo di mirtillo” del poeta russo Aleksandr Blok.

    Oppure riferirsi ai versi di “Agli animali piace la guerra”, dove uccelli, cavalli, una volpe, una talpa, una puzzola, un lupo, non certo impagliati, invece incappati sui cavalli di Frisia dei campi di battaglia si straziano per le ossa frantumate e sono straziati dalle sanguinanti ferite, insomma un mattatoio a cielo aperto! E qui il poeta si sofferma a descriverci le terribili condizioni fisiche di ciascuna bestia – e nella descrizione pare compiacersi, ma di mala voglia, alla maniera di Gottfried Benn -, quando questo poeta dell’anatomia espressionista, ci descrive di corpi umani stavolta orribilmente amputati, trasformando i grandi tedeschi, poeti e filosofi, in fantocci impazziti e superbi che sguazzano in un rosso, che non sa i se sangue o altro intruglio.

    Ma nei versi di “E se essere un cavallo” la presenza di una rosa sembra lenire le visioni crudemente fratte di una natura innaturata – ma è una rosa ponsò – non la rosa comune e banale, che profuma e ci concilia l’anima qualche volto col corpo… una rosa ponsò che sa di essenza di cimice se dobbiamo dar retta quanto è scritto in un antico libro del ‘700, che “ la rosa ponsò (rosa eglanteria – Linneo) esala un odore di cimice. I suoi fiori non raddopppiano intieramente; ha questa una varietà a fiori gialli. Questo arbusto si alza ai 12 in 15 piedi”.
    E allora il giallo-cavallo di Gauguin e il fulvo-cavallo dell’Apocalissi si mescolano con la cimice e il suo odore (dobbiamo immaginarlo – soltanto?) puzzolento e purulento da non essere più distinti nemmeno dall’odore della vodka… e non hanno se non valore effimero “gli occhi degli oggetti” anch’essi confusi dall’orrido mescolamento, tanto che il poeta alla fine non può che esclamare “Ciò si chiama vivere non nel proprio corpo”. Inumanesimo raggiunto in pieno!

    Questa condizione di un vivere “mescolato” ma non assurdo più e non più distinto, che più non sappiamo se umana o di bestia, il poeta lo ha visto da bambino, e la disumanità successiva alla guerra ne ha completato, amputandolo di una visione armonica, eppure il poeta dice : gioia!, fino alla fine dello spasimo, come nella raccolta del 2015, “La gioiosa conoscenza” .

    Bestiario, si, ma di creature che hanno smarrito la propria nobiltà, e si hanno: grilli, leopardi farfalle con tre ali !, api, pesci, gatti, insetti, salamandre, lombrichi, grilli… sembrano farci dimenticare tutti gli autori, le località che il poeta cita per farci scordare di essere umani, e non il contrario!

    Non risulta difficile nei versi “Dalla vita degli insetti” di Krzysztof Karasek trovare un esatto riferimento alla celebre trilogia naturalistica del poeta e scrittore belga Maurice Maeterlinck, dedicata ai così detti insetti “sociali” : La vita delle api (1901), La vita delle termiti (1926), La vita delle formiche (1930); piace pensare, a me o a noi, che questi tre saggi siano il libro di cui recita:

    Quando ero piccolo
    andavo in biblioteca
    e al libro restituito strappavo
    l’ultima pagina
    per lasciare spazio alla fantasia
    di un lettore sconosciuto.

    In questi tre stupendi studi naturalistici sugli insetti, nel comportamento di questi: ora meraviglioso, ora colmo delle più disparate crudeltà allo stato puro, ritroviamo il nostro comportamento che ostinatamente diciamo umano dando valenza univocamente positiva, ma non sappiamo ancora oggi dire se inumano, disumano o altro di terrifico… certo le guerre, dopo specie l’ultima, sono testimonianza di quanto di umano ci sia restato poco, se non nulla!

    Il poeta polacco vive ancora l’illusione di un ritorno di un qualsiasi Rimbaud: un profeta amputato dai colori e dai suoni, dai colori dei suoni e dai suoni dei colori.

    A. S.

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