Poesie di Eeva Liisa Manner (1920-1995) – Poesia finlandese – Presentazioni di Lorenzo Amato e Sinikka Lehtinen, Traduzione di Maria Antonietta Iannella-Helenius

 

Eeva-Liisa Manner (Helsinki, 5 dicembre 1921 – Tampere, 7 luglio 1995)

«Faccio una poesia della mia vita, della vita una poesia / la poesia è una maniera di vivere e l’unica maniera di morire / appassionatamente indifferenti»: così Eeva-Liisa Manner (1921-1995) inizia Tämä matka (Questo viaggio), l’opera poetica che ha introdotto il modernismo nella poesia finlandese degli anni ’50. «Tämä matka», scrive nell’introduzione la curatrice Maria Antonietta Ianella-Helenius, «a lungo è stata considerata una sorta di manifesto modernista della lirica di lingua finlandese». Precedentemente aveva scritto: «Manner realizza nelle composizioni poetiche di Tämä matka una complessa e nel contempo matura espressione modernista». L’antologia di poesie della Manner appena uscita in Italia, Sulla punta delle dita, include poesie tratte dai seguenti volumi: Tämä matka (Questo viaggio) 1956 –1963, Orfiset laulut (Canti orfici) 1960-1966, Kirjoitettu kivi (La pietra incisa) 1966, Fahrenheit 121, 1968, Jos suru savuaisi (Se il dolore ardesse) 1968, Paetkaa purret kevein purjein (Salpate navi con vele leggere) 1971, Kuolleet vedet (Acque morte) 1977. Di queste, la raccolta più significativa per l’impatto che ebbe nel contesto della poesia finlandese è sicuramente Tämä matka, mentre altre due importanti raccolte sono Fahrenheit 21 e Kuolleet vedet.

Attraverso il ricorso a suggestioni imagistiche e a una attenta selezione delle parole, la poetessa riesce a conciliare limpidezza di espressione e un’abilità metrica raffinata dall’accostamento del linguaggio poetico con quello musicale: caratteristiche che accomunano la visione manneriana della poesia ai messaggi poundiani ed eliotiani. Fu soprattutto la musica di Bach a influenzarne l’opera: secondo quanto lei stessa sostiene la poesia, se vuole essere moderna, deve imitare la musica di Bach, che, nella sua precisione matematica crea un «contrappunto, l’insorgere di mille voci immaginarie che provocano uno spostamento dei limiti, l’ampliamento del tempo in spazio, utilizzando un’espressione un po’ complessa » (da Moderni Runo, La poesia moderna, in «Parnasso» 1957, pp. 117-119). La poesia Bach comincia: «È il fiume / pietre che si dispongono in ponti, / draghi scolpiti sotto l’acqua dormono dorati, scale per inerpicarsi verso diverse / case bianche, / riposo e libertà nella profondità azzurrogiotto […]».

Dai testi manneriani più influenzati dalla riflessione filosofica e poetica in lei maturata emerge la convinzione che il pensiero logico è lo specchio più deformante dei fenomeni: la ragione crea divisioni, scissioni, induce l’uomo alla nonconoscenza del mondo che lo circonda. Questa critica della ragione è illustrata nella poesia Descartes, brillante parodia del postulato filosofico cartesiano: «Pensai: non esistevo / Dissi che gli animali erano macchine. / Avevo perso tutto tranne la ragione […]».

Nella raccolta Orfiset laulut si contrappongono la brama, l’energia e la tensione europee alla pazienza e all’indulgenza orientali. L’opera affronta anche le tematiche connesse all’amore e alla nostalgia. Orfeo agli inferi: «Nessuna strada conduce dalla solitudine / presso il duro e chiaro passato. / Euridice, sorella rimpianto, madre, ombra crudele, seguace che sa tutto / non capisce le parole che dici […]». Nella raccolta Niin vaihtuivat vuodenajat, scritta mentre viveva in campagna presso la città di Tampere, fondamentale importanza hanno la natura e la simbologia relativa all’acqua e alla terra, i momenti della giornata, l’alba e il tramonto, e il mutare delle stagioni dell’anno.

La poetessa si trasferisce in Andalusia nel 1963, anno di Kirjoitettu kivi (La pietra incisa), opera che allarga le immagini del suo mondo. Scrive nell’introduzione la curatrice Ianella-Helenius: «Già i titoli delle sezioni – Il mattino sorge in montagna; Così cambiavano le stagioni; Il mondo è il poema dei miei sensi, La pietra incisa; Il ritorno dell’idea, Doppia metamorfosi; Andalusia – mostrano la caratteristica fondamentale del volume in cui se da un lato viene adottato uno stile iperrealista […] vi è altresì esposta una peculiare e matura visione esistenziale e nel contempo di analisi culturale e sociale». Emblematica da questo punto di vista la descrizione manneriana del paesaggio. Il mondo è il poema dei miei sensi: «Piazze, automobili sfreccianti, alberi, verde polvere / ricevono la loro impronta da me: / il mondo è il poema dei miei sensi / e smetterà quando morirò […]». Per la poetessa l’Andalusia significò anche la scoperta di Lorca, dei poeti spagnoli e di quelli italiani, primo fra tutti Quasimodo: «Ed è subito sera, disse l’uomo la cui vita non era stata un sogno. / Più di 20 anni fa, o solo ore fa. / La notte è adesso» (Jos suru savuaisi).

Al periodo andaluso appartiene anche un’opera nella quale prende il sopravvento la riflessione storica, politica e sociale: la raccolta Jos suru savuaisi, dedicata a Václav Havel, è un’accorata denuncia dell’invasione di Praga del 1968. Scritto negli stessi anni, Fahrenheit 121 è invece la raccolta filosofica manneriana per eccellenza: alla base di uno dei testi più significativi del libro e della produzione manneriana, il lungo poema Kromaattiset tasot, «vi è la lettura delle opere di Wittgenstein e di Heidegger, le teorie dei quali ispirano il programma e l’analisi culturale e filosofico-esistenzale della poetessa. Nel volume e nei Kromaattiset tasot l’uomo è privato, di verso in verso, delle opportunità storiche, sociali e culturali fino ad arrivare al suo essere essenziale: al ‘Niente’, al ‘Vuoto’». (Ianenella-Helenius p. 25). Kromaattiset tasot (Livelli cromatici): «Apro la porta, è una porta normale porta di legno, / pigna colorata dal sole / Apro la porta come una valvola, / da un fresca camera entro / in un’altra camera fresca / qui è l’ingresso / un ingresso nell’universo / non luogo ma spazio / non vi è nessuno […]».

In Acque morte, Kuolleet vedet (1977) la formazione modernista della Manner risalta nell’impiego di chiasmi e sinestesie. Nella raccolta matura una profonda riflessione sulla morte legata alla presa di coscienza della tragedia della storia europea: le meditazioni su Auschwitz portano la poetessa a chiedersi per chi veramente si scriva ancora poesia. E l’intera cultura europea viene visivamente identificata nella città di Venezia; la poesia manneriana rappresenta così allegoricamente il crepuscolo della civiltà occidentale. Notte, serene ombre: «Scendemmo la scalinata Spagnola ed io / parlai di cose senza senso, di un uccello che suonava il Liuto / e ti sconvolsi la mente. Un qualunque Arlecchino / l’avrebbe capito […]».

Nel corso della sua attività poetica il linguaggio di Manner fu influenzato non solo dalle letture di poesia antica e moderna, filosofia e psicologia (in particolar modo quella junghiana), ma anche, potentemente, da musica, arti figurative e cinema.

I testi di Eeva-Liisa Manner non sono facili: la traduzione delle sue poesie richiede una profonda conoscenza del mondo della poetessa. La traduttrice Maria Antonietta Ianella- Helenius, che sta facendo il suo dottorato di ricerca su Manner all’Università di Helsinki, è riuscita in modo ammirevole nell’impresa di ricreare il mondo, il senso e il ritmo manneriani.

(Sinikka Lehtinen)

In Finlandia sono due le lingue ufficiali, finlandese e svedese.

Ad esse si deve aggiungere il saami, lingua lappone parlata nel nord del paese dai saami, popolo in parte ancora legato alle sue antiche tradizioni nomadi. La notevolissima vitalità della poesia finlandese si esprime in tutte e tre le lingue. Anche se questa sezione della rivista si occuperà della poesia in lingua finlandese, non possiamo comunque non ricordare che in svedese, lingua che per secoli fu l’unica usata dalle élites culturali del paese, si è espressa e tuttora si esprime una letteratura di grande valore, cosiddetta finnosvedese. E d’altronde sono in svedese le opere del poeta nazionale finlandese, J. L. Runeberg (1804-77).

La lingua finlandese iniziò invece ad essere percepita come lingua di cultura solo a partire dal XIX secolo, grazie al recupero e allo studio della grande tradizione orale finnica operato da Elias Lönnrot (cfr. l’antologia Kanteletar: raccolta di liriche popolari finniche, a c. E. Lönnrot, traduzione di Renzo Porceddu, Turku, I. e B. Casagrande 1992) e al suo poema epico Kalevala (traduzione italiana a cura di Paolo Emilio Pavolini, Firenze, Sansoni 1910 [1984]), basato sull’antica mitologia finnica. I grandi poeti della generazione successiva, vissuti fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Eino Leino (1878-1926), Otto Manninen (1872-1950), V. A. Koskenniemi (1885-1962), L.Onerva (1882-1972), seppero forgiare una lingua poetica che divenne patrimonio di una nazione, quella finlandese, che proprio in quel periodo andava definendo in tutti i campi artistici la propria identità culturale in contrapposizione ai vecchi e nuovi dominatori, rispettivamente la Svezia e la Russia zarista. Di questo periodo, cosiddetto nazionalromantico e considerato la prima età dell’oro della cultura della Finlandia, sono celeberrime le illustrazioni del Kalevala di Axeli-Gallen Kallela (1865-1931), palese tentativo di ricostruzione di un olimpo figurativo finlandese da affiancare alle raffigurazioni delle mitologie classiche e scandinave. All’indipendenza dalla Russia (1917) seguì l’esperienza dei Portatori del fuoco (Tulenkantajat), gruppo di poeti che si riunì negli anni ’20 attorno alla rivista Forza Giovane (Nuori Voima), e che col suo irrazionale vitalismo costituì una variante finlandese dei movimenti vitalistici paneuropei. Una ‘seconda età dell’oro’ della poesia si ebbe a partire dagli anni ’50, quando attorno alla rivista Il Parnaso (Parnasso), si raccolse un gruppo di giovani autori che fondò il modernismo finlandese. Fra di essi ricordiamo soprattutto Eeva-Liisa Manner (1921-1995), Paavo Haavikko (n. 1931), Pentti Saarikoski (1937-1983). Dopo un periodo di impero della poesia dissidente o underground, gli anni ’70 e ’80, nel corso degli anni ’90 un gruppo di giovani autori ha saputo rivitalizzare la rivista Forza Giovane e recuperare il messaggio del modernismo finlandese degli anni ’50-’60. Di questa ‘terza età dell’oro’ tratteremo più diffusamente sotto nella rubrica ‘riviste’ nelle recensioni di Nuori Voima e Mot-Mot. A questi poeti e alla loro portata innovativa sulla cultura finlandese è dedicata la nuovissima antologia italiana Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, a c. Antonio Parente e Viola Parente-Capkova, Milano, Asefi 2002, della quale ci occuperemo nel prossimo numero di questa sezione (a Viola Parente-Capkova si devono le definizioni di seconda e di terza età dell’oro a proposito dei suddetti periodi).

Altre meno recenti antologie di poesia finlandese a disposizione del pubblico italiano sono Il dirigibile Italia, antologia di poeti contemporanei finlandesi, cura e traduzioni di Sirpa Hietanen e Sebastiano Vassalli, El Bagatt, Bergamo 1985, senza testo originale a fronte; Il ghiaccio e il fuoco, poesia del Novecento Finlandese, Napoli, ed. Guida 1986, che rappresenta egregiamente tutte le correnti poetiche del ‘900 sia finlandesi che finnosvedesi; Finlandia raccontata dalle donne, antologia dei canti popolari, a cura di Paula Loikala, Bologna, CLUEB 1994,  che si concentra sulla poesia femminile tradizionale di derivazione orale; Il nord come destino liriche finlandesi moderne al femminile, a cura di Paula Loikala, Bologna, CLUEB 1996, che invece ha al suo centro la poesia femminile del secondo ‘900; e Sei voci finniche, a cura di Giorgio Pieretto, in «In forma di parole», Bologna, Associazione culturale «In forma di parole» 2 (2000), interessante indagine sulle influenze e le riletture del mondo classico in autori finlandesi contemporanei. Per quanto riguarda la poesia in lingua saami, unica antologia italiana è Canti Lapponi, a cura di Giorgio Pieretto, Venezia, Università degli Studi di Venezia 1992, che delle lingue native della Lapponia pubblica, purtroppo senza testo a fronte, sia canti tradizionali che poesie della assai recente tradizione scritta.

Ad eccezione delle opere di Lönnrot (cfr. sopra), tutte le monografie italiane di poeti finlandesi sono dedicate a poetesse: Eeva Kilpi, Saluti, poesie, scelta e traduzione di Gisa Casarubea e Andrea Perruccio, Salerno, Galzerano 1987; Eeva-Liisa Manner, Sulla punta delle dita, Poesie dal 1956 al 1977, a c. M. A. Ianella-elenius, Napoli, Filema 2001, recensita in questa sezione; e infine le due raccolte dedicate alla poetessa finnosvedese Edith Södergran, La luna e altre poesie, a cura di Daniela Marcheschi, Pistoia, Via del Vento 1995 (1997), e Giardino dolente, cura e traduzioni di T. Haapiainen, Napoli, Filema 1996.

(Lorenzo Amato)

Gif piove

La desolazione si adagia al muro, si sparge per casa,
le ombre si sorreggono e stridono.

Eeva Liisa Manner, Sulla punta delle dita. Poesie dal 1956 al 1977, a cura di Maria Antonietta Iannella-Helenius, Napoli, Filema 2001, pp. 243, L. 30.000.

da Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, a c. Antonio Parente e Viola Parente-Capkova, Milano, Asefi 2002

Bach

È corrente,
pietre che si affastellano in ponti,
i draghi cesellati sott’acqua dormono dorati
scale che salgono verso molte case bianche,
riposo e libertà in una giottesca profondità di bistro.

Il tempo sospeso
costruisce una città,
al suo interno un’altra città,
ponti con all’interno altri ponti,
cavalli candidi come la neve e per carrozze di luce,
scale, echi, porte di spazio moltiplicate:

e porte si aprono aprono –
Si aprono becchi purpurei, sono variazione e flauto,
si aprono ali lanciate, in crescendo, sono una fuga,
le torri gorgogliano, l’erba scorrente
intreccia musica da luce e acqua.

Mosaico di notte, e fogli illuminati

Inverno

Turbinio di foglie, ore, stagioni
da una stanza all’altra.
Raffiche di neve e nelle aperture tendine.
La desolazione si adagia al muro, si sparge per casa,
le ombre si sorreggono e stridono.
La neve serpeggia come un breve animale,
nidifica negli angoli.
gelano radi quadrati e gli occhi.
Se un uccello vaga all’interno, cade.
Questa mano che gela non lo riscalda.

Qui
solo un antico vociare vaga
da un punto all’altro,
nidifica nei capelli,
nella neve sottile della mia mente, sotto la quale
si estendono una serrata profondità,
aperture violate,
un’oscurità soffocata e topi desiderosi di vivere.

Spinoza

Costruii lenti affinché vedessero.
Molai la superficie l’intera notte,
e offrii a Dio
schegge della mia mente.
Silenzio. E vidi:
l’erroneo riflesso di tutte.

Son degno adesso
che porto dolore, solitudine,
senza
scritta ignoranza?

*

Le strade sono lunghe e bollenti.
il cielo candido. Le cornacchie volteggiano
e bestemmiano, un’arrochita, urlante nuvola.
Le finestre son occhi. La mia ombra un moncone.

Dove potrei andare? Il mio rifugio
è pieno di strane storie, frasi come trappole,
parole pesanti che bruciano come stagno
e profetizzano, gettano ombre sui muri.

Sono greve, dalla mia ferita cresce un albero
dalle foglie tarmate.
Attraverso le quali s’intravede un cielo al calor bianco,
la mia ragione non arriva fin lì.

 

Faccio della mia vita una poesia, della poesia la vita

Faccio della mia vita una poesia, della poesia la vita.
la poesia è un modo di vivere e l’unico modo di morire
con estatica indifferenza:
scivolare nell’infinito, galleggiare
per un preposto attimo lieve sulla superficie divina,
sulla superficie dei gelidi occhi divini,
che non piangono, non vegliano, non maturano opinioni,
guardano con distacco e ammettono ogni cosa,
perseguono l’ordine e precisi attimi
proteggono scorpioni, serpi, seppie
(che le persone odiano, confondendo coi loro desideri
queste forme);
professa un’unica fede: la Curiosità,
vagare per stanze di pesci, scorpione e capra,
mutuare dall’uccello desiderio e distanza
e librarsi all’ingiù
come un’ala avvolta dal vento,
rapida libertà, a forma d’uccello.

(Questo viaggio, 1956)

 

Teorema

Sia dura la prosa, susciti pure inquietudini.
Ma la poesia è un’eco che si ascolta quando la vita è muta:

sui monti scivolano le ombre: immagine di vento e nubi,
il passaggio del fumo o della vita: terso, oscuro, terso,

un fiume che scorre lieve, boschi profondi di nubi,
case in lenta rovina, vicoli che esalano calore,

la lisa soglia che si consuma, la quiete dell’ombra,
il passo timoroso di un bambino nell’oscurità di una stanza,

una lettera che viene da lontano spinta sotto la porta,
talmente enorme e bianca da riempire la casa,

oppure una giornata così rigida e tersa da lasciar sentire
il sole che inchioda l’azzurra porta inabitata.

*

L’autunno arriva in groppa a nove cavalli, la morte a dieci.
Il tempo è cristallino: la cadenza del silenzio che gela.

Perdo le squame, i miei gelidi occhi iniziano a vedere,
il tempo scorre sotto le palpebre, mi avvicino al ricordo:

Si bruciano le foglie. L’odore della regione avvizzita,
l’ombra del fumo sul prato. e nient’altro.

*

Sempre qui un fievole sole, sempre un chiarore nevoso,
anche d’estate. il cuore della terra non sgela.
E il lago incosciente guarda come un occhio metallico.

*

Se è vero che quando parto
non debbo farlo da sola,
che mi accompagnerai, trottando sull’altro cavallo,
quello col manto che risplende terreo alla luce della luna
(lui stesso mezzo terra, mezzo vento),

se è vero ciò che prometterai, se
arriverai fino al cancello: nebbia
(l’erba non si piega, il vortice ventoso non ritorna)

voglio partire adesso.
Ti voglio adesso.

(Salpate scialuppe a vele leggere, 1971)

Notte, serene ombre

Discendevamo la scalinata spagnola e io
barbugliavo di un uccello Liutista
e ti sconcertai la mente. un arlecchino qualsiasi
avrebbe compreso.

e all’improvviso: a nord, e la sera
non sfoglia un album di foglie, poiché qui non ci sono alberi.
le ali sfogliano l’aria e i remi l’acqua che imputridisce.
Piccioni che zampettano alteri
col liuto sotto l’ala, li vedi ora?
Poveri piccioni: solo musica e pidocchi.

Notte, lucente ombra, il dondolio del vento
null’altro.
Poiché pur essendo noi due
nell’infinità che le ore circondano
come i numeri romani obliqui del campanile,
un sonno profondo ci divide,
una brumosa logica grezza, i lontani prati lanosi,

acque morte tutt’intorno.

(Acque morte, 1977)

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4 commenti

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4 risposte a “Poesie di Eeva Liisa Manner (1920-1995) – Poesia finlandese – Presentazioni di Lorenzo Amato e Sinikka Lehtinen, Traduzione di Maria Antonietta Iannella-Helenius

  1. Per Eeva Manner: mi incanta, questa poetessa che trova per me un’espressione che io non ho saputo formulare:”appassionatamente indifferente”.Ci ritrovo pienamente me stessa, ci ritrovo anche tutti quelli che, con me, hanno condiviso la passione per il sapere e l’indifferenza per il potere : un lusso che ha un prezzo alto, che tuttavia vale la pena di pagare.

  2. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/05/poesie-di-eeva-liisa-manner-1920-1995-poesie-presentazioni-di-lorenzo-amato-e-sinikka-lehtinen-traduzione-di-maria-antonietta-iannella-helenius/comment-page-1/#comment-32008
    Eeva Liisa Manner si confronta con sensibilità linguistica modernista con il tema dei temi, il viaggio (“Questo viaggio” è il titolo appunto della sua opera poetica fondamentale) e ci lascia in eredità un apoftegma tra i più riusciti nella storia della poesia:
    “La poesia è un’eco che si ascolta quando la vita è muta”.
    Non so se Edith de Hody Dzieduszycka conosca o abbia letto prima d’oggi anche qualche sparuto verso della Manner ma nel suo poemetto “Post”
    il poeta di quel capolavoro a noi consegnato con il titolo “LORO” si confronta con il tema del ‘viaggio’ e ci lascia l’eco che si ascolta quando la vita è ormai muta come nessuno prima di Edith de Hody Dzieduszycka ha saputo fare per taglientissima ironia e superiore distacco pensando al suo ultimo viaggio, attraverso immagini metaforiche pungenti come ad esempio la vasca da bagno come una bara acquatica.. dopo l’apparire-crescere-invecchiare-sparire in un tempo scandito dal ritmo delle stagioni ma in uno spazio indefinito che mai si fa in Edith un ‘luogo’ come antitesi del ‘non-luogo’ secondo la definizione a noi giunta da Marc Augé. Post di Edith de Hody Dzieduszycka mi ha toccato profondamente e deve esser letto e riletto nel confronto serrato con questi versi (benissimo ha fatto Giorgio Linguaglossa a proporceli oggi su L’Ombra) della Manner:

    “Faccio della mia vita una poesia, della poesia la vita.
    la poesia è un modo di vivere e l’unico modo di morire
    con estatica indifferenza:
    scivolare nell’infinito, galleggiare
    per un preposto attimo lieve sulla superficie divina,
    sulla superficie dei gelidi occhi divini,
    che non piangono, non vegliano, non maturano opinioni…[…]”

    Edith de Hody Dzieduszycka

    POST

    “Ecco.
    Ci siamo.
    Doveva finire così.
    Era scritto che finisse così.
    Scritto da chi?
    Bella domanda…

    Però lo so…
    o devo dire lo sapevo…
    – presente o imperfetto? –
    lo sapevo, sì,
    da tempo,
    come lo sappiamo tutti.
    Tutti quelli che ci pensano,
    o semplicemente che pensano.

    Cosa non facile da accettare
    ancora meno da condividere.
    Un giorno ci sei,
    e poi…
    via,
    il giorno dopo chi sa?
    Invece si sa benissimo,
    ma per l’appunto
    si evita di pensarci.

    Dunque riflettevo,
    imperfettamente,
    ma riflettevo,
    l’altra mattina,
    una vita fa…

    Prima davanti allo specchio
    poi nella vasca da bagno.

    Cos’è uno specchio
    se non lo strumento
    che ti rivela quello che sei,
    che spesso dimentichi
    o ti sforzi di dimenticare
    o che rifiuti.

    Ambiguo strumento
    con il quale chiacchieri
    mattina e sera
    cercando d’ingannarlo,
    mentre lui non ci casca,
    e ti risponde
    rendendoti pan per focaccia,
    spesso boccone amaro.

    Cos’è poi
    una vasca da bagno
    se non una bara
    un po’ speciale,
    bara acquatica
    a misura umana,
    come ce ne sono tante altre
    più vaste e più profonde
    per il mondo.

    ***

    Davvero bene stavo
    nella mia vasca,
    anche se del tutto ordinaria,
    niente idromassaggio
    o altra diavoleria,
    nessun rubinetto d’oro o d’argento
    né porcellana pregiata.

    Immersa nella schiuma profumata,
    mi sentivo una regina.
    Non avevo acceso candele,
    ma poco mancava.
    Chi sa? La prossima volta?

    L’acqua era caldissima,
    mi scivolava addosso,
    dolce panna montata,
    prendevo il mio tempo,
    voluttuosamente,
    strofinandomi tutta con il guanto,
    gambe e braccia, pancia e petto.
    Godimento sicuro.
    Un problema la schiena,
    ma bastava qualche contorsione.

    E pensavo
    quale strano destino,
    di noi tutti esseri,
    umani,
    animali,
    vegetali,
    perché no?
    minerale.

    Apparire
    crescere
    invecchiare
    sparire.

    Da lì non si esce.
    E’ la regola,
    regola ferrea,
    inafferrabile.
    anche se,
    da come si comporta
    la prima categoria sopracitata
    verrebbe da dubitare
    della sua sanità mentale.

    Mi direte
    – per modo di dire,
    ché niente mi direte –
    tutti discorsi astratti,
    filosofia da quattro soldi,
    considerazioni di cattivo gusto,
    da guasta-feste.
    Meglio lasciar perdere.

    Farli da vivo non serve,
    sono temi macabri,
    gettano un certo freddo…
    Impossibile dopo.
    Troppo tardi…
    o chi sa?
    troppo presto.
    Così me li tengo,
    ormai per sempre.

    Peccato non averne discusso
    con parenti o amici fidati.
    Qualche volta sì,
    qualcosa,
    un abbozzo presto rimosso,
    o di volata, superficialmente.
    Sarebbero forse emerse,
    da questi scambi,
    opinioni interessanti.

    ***

    Ed eccomi qua.
    Con i fiori sul petto,
    adagiata nel raso
    – sempre detestato. –
    Adagiata e apparentemente quieta
    ma arrabbiata.
    Mi ero raccomandata con i miei figli:
    “Chiudete il coperchio.
    Subito.”

    Che cosa oscena
    questo post-esibizionismo.
    Dà il voltastomaco.
    Perché si diventa “cosa”,
    inerte, inerme,
    in balia degli sguardi,
    dei commenti,
    dei pettegolezzi morbosi.
    Non volevo prestarmi
    a questa triste commedia,
    a questo gioco.

    Infatti cos’è,
    se non gioco,
    passatempo da salotto,
    tipo bridge.
    Con quelli che partecipano,
    muovendo le carte,
    qui, ora,
    concentrati,
    convinti della vittoria,
    e poi quello che viene estraniato,
    però dal ruolo ben preciso.
    Si dice che fa il …
    Ma io non lo dico. Si sa.

    Avevo minacciato miei figli:
    “Se vi becco a lasciarla aperta,
    da qualche parte,
    non so da dove,
    vi mando saette e fulmini”.
    Invece niente.
    Non mi hanno ascoltata.
    E non ho potuto fare nulla.

    ***

    E ora sono qui,
    o lì,
    – decidete voi -,
    impotente,
    un bacala surgelato,
    mentre vi vedo tutti
    intorno a me nella camera
    che puzza d’incenso,

    per fortuna ancora solo di questo,
    con facce da circostanza,
    sincere o finte.
    Quelli che ho amato
    e sono contenta che ci siano,
    quelli che ho conosciuto appena
    quelli antipatici.

    Tutti, sì. O quasi.
    Indaffarati a sembrare affranti,
    allorché a parecchi
    non importa proprio nulla.
    Hanno colto l’occasione
    per inaugurare la cravatta nuova,
    regalata a Natale,
    le scarpe con i tacchi alti,
    quelle belline che fanno tanto male.
    Pensiero predominante
    quello del sollievo
    che si proverà togliendole.

    Li sento bisbigliare,
    sussurrare,
    alcuni asciugano una lacrima.
    Percepisco un singhiozzo,
    toccano la bara, una carezza,
    aggiungono un fiore.
    Non capisco cosa si dicono,
    posso solo immaginarlo.
    Sembrano tutti imbambolati,
    come se galleggiassero
    intorno alla mia zattera.
    Un film di Bunuel?

    Uno si stacca dal gruppo.
    Si raschia la gola.
    Avrà preparato un discorsetto,
    posso già prevedere cosa dirà.
    Mi attribuirà tutte le qualità del mondo,
    come sempre succede in questi casi,
    anche se non eravamo neanche amici su FB.

    Dirà che ho fatto questo
    o quello,
    che ho detto o scritto altro,
    aggiungerà con aria melense
    che nel corso degli anni
    ho fatto alcuni sbagli,
    e se non lo dirà lo lascerà intuire.
    Che non verrò dimenticata,
    quando invece il giorno dopo
    pochi mi penseranno ancora.

    ***

    E tutti mi vedono.
    E non lo sopporto.
    Mi fa una gran rabbia.
    Ma perché, figli tanto amati?
    Pensavate di rendermi omaggio?
    Vi vedo rannicchiati,
    uno accanto all’altro.
    affranti, a disagio.
    Forse vi siete ricordati,
    della preghiera, della promessa,
    e avete fretta che finisca,
    la rappresentazione.

    Non volevo questo.
    Nella mente,
    nello sguardo altrui,
    volevo rimanere viva,
    non quell’oggetto inerte,
    un avatar di carta pesta
    dalle sembianze livide.

    Guardo tutti,
    un’ultima volta,
    dietro le palpebre abbassate.
    Ho la fronte gelida
    ma non importa.
    Dove vado non sarò sola,
    hanno tutti la fronte gelida,
    se può essere di conforto,
    ma lo è poco.

    Anche se non so dove vado,
    se ritroverò qualcuno,
    se sarà folla o deserto.

    Sento un po’ d’ansia,
    lo confesso,
    pure parecchia.
    Per forza, è una prima.
    Ma forse no.
    La vera prima era prima.
    Ma non ero in grado
    né di capire,
    né di ricordare.

    Anche allora e per un po’,
    in modo improvviso
    indipendente dalla mia volontà,
    sono rimasta,
    come tutti,
    in una strana vasca,
    molto piccola e calda,
    che palpitava…

    Provo anche una certa curiosità,
    come prima della partenza
    per un paese sconosciuto,
    anche se già
    dovrei essere salita sul convoglio.

    Sarà come ci hanno insegnato?
    Sarà tutto diverso?
    Non sarà?

    Se me lo chiedete gentilmente,
    forse verrò a raccontarvelo,
    una sera d’inverno…”

    E’ un lavoro poetico dal respiro poematico per architettura, tema, stile, costanza di intonazione generale in cui i versi ora si estendono ora si ritraggono come sa fare il mare in certi giorni dell’anno, per assestare il colpo decisivo al cuore del lettore in questi versi che senza commenti lascio parlar da soli, capaci come sono di espandersi eloquenti in un profumo d’incenso:
    “[…]
    E tutti mi vedono.
    E non lo sopporto.
    Mi fa una gran rabbia.
    Ma perché, figli tanto amati?[…]”

    Gino Rago

    N.B. Domando perdono a Edith, a Giorgio Linguaglossa, ai Redattori e ai Lettori de “L’ombra” per questo mio intervento pubblicato senza chiederne il preventivo consenso. Ma lo spirito di servizio a favore dei poeti e della poesia (quando davvero come in questo caso della Edith de Hody D. di POST di poesia trattasi) mi ha stravinto e trascinato senza remore né resistenza o prudenza nei suoi vortici.
    GR

  3. donatellacostantina

    Vorrei sottolineare un dato importante nella poesia di Eeva-Liisa Manner, ovvero l’influenza della musica di Johann S. Bach, come leggiamo nella presentazione: “secondo quanto lei stessa sostiene, la poesia, se vuole essere moderna, deve imitare la musica di Bach, che, nella sua precisione matematica crea un «contrappunto, l’insorgere di mille voci immaginarie che provocano uno spostamento dei limiti, l’ampliamento del tempo in spazio, utilizzando un’espressione un po’ complessa».
    Ma non solo alla musica del grande compositore tedesco si richiama la poetessa finlandese: è la musica in senso lato il suo costante riferimento.

    Leggendo una interessante analisi che la studiosa Leena Kaunonen dell’Università di Helsinki fa delle poesie di Eeva-Liisa Manner, ho appreso che molti titoli si richiamano alla musica. Ad esempio: “Kontrapunkti I-II” / “Contrappunto I-II”, “Bach,” “Omistus Webernille “/” Dedizione a Webern “, Kunnianosoitus Wilhelm Friedemann Bachille / “Omaggio a Wilhelm Friedemann Bach” e “Kromaattiset tasot” / “Livelli cromatici”. In particolare, il poema intitolato “Pizzicato” è emblematico della dimensione acustico-musicale della parola poetica di Eeva-Liisa Manner.

    In “Kirje provinssista” sottotitolato “kaukaiselle rakastetulle” (“Una lettera dalla provincia, ad un lontano amato “), Manner dà istruzioni perfino su come recitare i versi, apponendo ad essi l’indicazione “con sordino”, proprio come si fa nelle partiture quando si vuole intervenire sul suono, per ridurne il volume o modificarne il timbro, mediante un apposito dispositivo applicato agli strumenti.
    Oltre alle poesie che si riferiscono direttamente alla terminologia musicale, come nel caso del poema citato, ci sono espliciti richiami al canto e a vari strumenti musicali, quali violino, liuto, clavicembalo.

    Scrive Leena Kaunonen: «La relazione del poema “Livelli cromatici” con la musica è particolarmente interessante. Composto da un totale di 530 linee, è il il più lungo di tutte le poesie contenute nella raccolta “Fahrenheit 121” (1968). I temi vanno dalla filosofia di Heidegger e il tema del vuoto, ai riferimenti con la musica classica e jazz. Il poema è sottotitolato “Un’introduzione alla rottura della forma prigioniera”». È molto acuta la connessione che la studiosa evidenzia fra il cromatismo musicale e quello poetico nel testo della Manner. L’esito che ne risulta è a dir poco geniale!
    Attraverso il linguaggio “cromatico” la poetessa si ripromette di rompere la forma prigioniera del linguaggio poetico.

    Alla fine del suo studio, Leena Kaunonen si sofferma a lungo sul contrappunto musicale insito nella poesia della Manner, riconoscendo nella musica di Bach e in particolare nelle fughe, «uno stimolo vitale per il suo passaggio dalle forme poetiche tradizionali alla poesia moderna che è strutturata in un modo completamente nuovo.»

    In definitiva, io credo che sia necessario dedicare una lettura attenta (sebbene in traduzione) alla poesia di Eeva-Liisa Manner. Essa ci indica una strada da percorrere e dimostra la necessità per la poesia di stabilire molte e varie connessioni non solo con la musica, ma con ogni altra forma di arte.

  4. ….scivolare nell’infinito, galleggiare
    per un preposto attimo lieve sulla superficie divina,
    sulla superficie dei gelidi occhi divini,
    che non piangono, non vegliano, non maturano opinioni,
    guardano con distacco e ammettono ogni cosa, …

    Eeva Manner

    Grazie a Giorgio e all’Ombra per avermi fatto scoprire la finlandese Manner. No Gino, non la conoscevo e nemmeno avevo sentito o letto il suo nome. Ed è stata una scoperta importante, me la sento molto vicina.

    … Ormai cosa inerte
    senza volontà
    galleggiava
    insieme zattera e naufraga sopravissuta
    formando un corpo unico alla deriva
    dentro non sapeva quale mare
    immersa in chi sa quale liquido amniotico
    E scivolava
    impercettibilmente
    dentro un letargo fragile
    frammentato
    che non portava nessun sollievo…….

    E.D. – Desprofondis, scritto nel 2011, pubblicato nel 2013

    E’ stata una sorpresa per me il vedere il mio “Post” pubblicato per intero sull’Ombra. Non ne avevamo parlato, caro Gino, e da quel che scrivi ti sei lasciato trascinare! ma comunque ti ringrazio molto per l’attenzione con la quale segui sempre il mio lavoro e per le parole sentite che hai dedicato a quest’ultimo testo (che uscirà presto insieme ad altri in una raccolta completa).

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