Poesie di Paolo Valesio, Daniela Marcheschi, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Mariella Colonna, Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi- L’indebolimento delle parole – Il frammento è la dimora dell’Estraneo – Il processo di de-psicologizzazione e ri-metaforizzazione nella poesia contemporanea – La civiltà degli oggetti – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Foto Man Ray 1922

«La domanda “che cos’è l’ente in quanto tale nel suo insieme?”, rimane la domanda-guida della metafisica»

 

 Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Nel suo monumentale lavoro su Nietzsche (1961) Heidegger scrive:

«La domanda “che cos’è l’ente in quanto tale nel suo insieme?”, rimane la domanda-guida della metafisica».

Che significa questa frase apparentemente innocua? La poesia ha mai pensato che cosa significa e quali implicazioni ha questa domanda?

Con l’intervenuto «oscuramento» del pensiero metafisico che ha avuto luogo in Europa dalla seconda guerra mondiale, questa domanda è uscita fuori del discorso del pensiero filosofico e solo recentissimamente è tornata a circolare nei pensieri dei filosofi italiani ed europei molto probabilmente a seguito degli eventi che hanno visto e vedono l’Europa di nuovo protagonista. Quella «retorizzazione del soggetto» che è andata di moda nella poesia italiana ed europea a partire già dalla fine degli anni sessanta con l’annesso primato dell’io e della poesia psicologica, che psicologizzava ogni accadimento, anche il corpo visto come magazzino psicologico etc., anche quella poesia (che ha i suoi culmini nella poesia di un Mark Strand e del Montale di Satura, 1971, qui da noi), oggi è entrata nel cono d’ombra della cultura mass-mediatizzata, il si impersonale nell’ambito del quale si pone anche la domanda di poesia che produce altra poesia normalizzata dal si impersonale; oggi assistiamo ad una poesia di profilo basso, culturalmente non significativa che adotta in modo infantile la «retorizzazione del soggetto». Oggi la poesia che vuole essere significativa non può evitare di fare tre passi indietro rispetto a questa di moda invalsa in questi ultimi decenni, e ripartire da lì dove tutto ha avuto inizio: dalla fine degli anni Sessanta, e tentare di riconfezionare una forma-poesia che finalmente si liberi della deleteria psicologizzazione del testo, che ritorni ad occuparsi delle questioni «metafisiche». Prendiamo un esempio, che cosa vuole dire Paolo Valesio con questa poesia?

Foto palazzo con finestre

Vedi?/ Qui c’era una bella prigione…

 

Paolo Valesio

da La rosa verde, 1987, in Il servo Rosso / The red servant Poesie scelte 1979-2002, (2016)

Vedi?
Qui c’era una bella prigione…
La gabbia era dorata era sospesa
e sotto: Terra terra terra, vola!
Una prigione dorata? Magari …
(« la dorata prigione del vizio»*,
disse un papa al bambino nell’udienza;
e quel sottile, quell’eretto e bianco
offriva — non già la salvezza
ma la speranza di una nobiltà
a lui plebeo confuso che guardava).
Ma qui non c’è l’oro matto del vizio;
nemmeno l’oro puro della gioia.
È solo la indoratura
della umana ragione.
Adesso l’aurea crosta si è staccata,
e tra le sbarre della gabbia fradicia
la scimmia del pensiero è ormai fuggita.

(Piazza del Duomo, Milano)

Il «frammento» sancisce l’ingresso della morte nell’opera d’arte, è la dimora dell’Estraneo. La patria ideale dell’Estraneo è il frammento, questo luogo sepolcrale. La composizione di Paolo Valesio, rende bene l’idea che la poesia è un ente prospettico, un ente che consente di scrutare a fondo ciò che c’è in quello che solitamente chiamiamo realtà e che noi identifichiamo con la dizione: contenuto di verità, intendendo con questa espressione un contenuto veritativo che appartiene alla nostra psiche, e che è una proiezione della nostra humanitas. Che cosa vuole significare la metafora della «bella prigione»?, e della «gabbia dorata»?, e perché il «papa» rivolge la domanda a un «bambino» in «udienza»?- Dopo la chiusura dell’inciso messo tra le parentesi tonde si dice qualcosa di decisivo, si dice: «È solo la indoratura / della umana ragione». Dunque, la ragione umana è solo una «indoratura» che non può adire al «vero» del messaggio che il «papa» vuole comunicare. Ma il «papa» comunica il messaggio a un «bambino» in quanto nella sua innocenza egli è libero dalla inautenticità degli uomini; gli adulti sono banditi dal messaggio, vengono esclusi perché attinti dall’inautenticità sono ormai incapaci di accedere alla verità del messaggio. Però, però, gli ultimi tre versi lasciano adito ad una speranza, perché

Adesso l’aurea crosta si è staccata,
e tra le sbarre della gabbia fradicia
la scimmia del pensiero è ormai fuggita.

«Adesso», dopo le parole del «papa», che però nella poesia non sono riportate, «adesso» che la «scimmia del pensiero è ormai fuggita», forse soltanto «adesso» il parlare diventa valore, la parola può essere proferita. E questo che cos’è se non la tematica onniavvolgente del nichilismo della nostra epoca vista dall’angolo visuale di un poeta che crede? Che soltanto «le ideologie laiche assolutizzate del fascismo e del nazismo», come afferma qualcuno, rientrino nella legalità del nichilismo, è un pensare riduttivo e fuorviante; in realtà tutte le manifestazioni spirituali e politiche di questi ultimi due secoli rientrano di diritto nel nichilismo come «quadrante» della storia spirituale occidentale degli ultimi due secoli (e io direi anche della storia non occidentale). Infatti, Heidegger scrive:

«Il nichilismo è storia. Nel senso di Nietzsche esso contribuisce a costituire l’essenza della storia occidentale, poiché contribuisce a determinare la legalità delle posizioni metafisiche di fondo e del loro rapporto. Ma le posizioni metafisiche di fondo sono il terreno e l’ambito di quella che noi conosciamo come storia mondiale, specialmente come storia occidentale. Il nichilismo determina la storicità di questa storia».1

Credo sia inutile e pleonastico e filosoficamente inessenziale fare il processo al nichilismo, come se noi ne stessimo fuori, fossimo giudici imparziali che emettono una sentenza. Purtroppo, le cose non sono così semplici, non c’è il male da una parte e il bene dall’altra, non è possibile dividerli con un colpo di forbice filosofica o, peggio, politica, o, peggio ancora, religiosa. Che il nichilismo investa in qualche modo anche la letteratura e la poesia, in ciò non ci vedo un pensiero così astruso…
Scrive Nietzsche, c’è «Il nichilismo incompleto, sue forme: noi viviamo in mezzo. I tentativi di sfuggire al nichilismo senza trasvalutare quei valori: producono il contrario, acutizzano il problema» (n. 28 [VIII, II, 125]), uno stato di «sospensione» (come lo chiama Heidegger «nel quale i valori finora validi sono stati deposti e i nuovi non ancora posti»).2

* [Mi scrive Paolo Valesio: «Quel papa era un papa vero (Pio XII, credo), e la poesia ne cita testualmente alcune parole (“la dorata prigione del vizio”), pronunciate di fronte a un bambino, insieme con una massa di altri bambini, in una vera udienza»].

Foto source favim-com-17546

Si nasce perché l’anima

 

Daniela Marcheschi

(da Daniela Marcheschi, Si nasce perché l’anima, ZonaFranca, Lucca, 2009)

Si nasce perché l’anima

                                           a Paolo Febbraro

Si nasce perché l’anima
vasta, ma eterea,
ad un certo punto
ha bisogno del corpo.
Il soffrire e il gioire puro
mancano del filtro della carne,
del saporoso
vivere animale –

dell’unico appetitoso
di spirito e materia.
Camminatrice è l’anima
e, come se zoppicasse,
con un gran fracasso
per un tacco rotto,
vuole una zeppa, un aggiunto
che le pareggi il passo.

L’espiazione non conta,
lo cambio l’assunto.
Si nasce perché l’anima
calda non è magra né grassa;
la Forma viene dalla materia
– è la sostanziosa impronta –
ne riceve il peso
ne trae la carcassa.

Senza misure certe,
è una femmina l’anima
ma troppo sensuale
e aspira ad occupare
e ad essere occupata.
D’amore sempre in voglia
lo fa, e senza pensare,
infine, resta impaniata.

Facile allora
che la delusione sia una soglia
larga e fatale:
così lascia il corpo
l’anima frustrata
prima o poi, per ritornare aerea,
quella traditora,
e per tornare incarnata ancora.

C’è chi più la sopporta
e per trattenerla ingrassa,
ma quale corporea vastità
potrà mai farle da sporta? Si nasce perché l’anima
forse non esiste,
perché il corpo forse non resiste
a pensarsi da solo:

si tratta d’un corpo-donna ancora
che figlia i propri inganni
che si danna perché non tollera
che il sé coincida con gli anni.

Umberto Galimberti: «L’accelerazione del tempo è in sostanza la destrutturazione dell’anima». https://youtu.be/OMGrDBECV8I

Oggi è d’uso comune pensare quello che già Heidegger aveva dichiarato, che la metafisica trapassa in antropologia e quindi è lecito «sostituire la metafisica con l'”antropologia”».1 In questo contesto di pensiero filosofico, le parole «forti» di un tempo non poi troppo lontano come «anima», sono diventate «deboli», e il pensiero che le pensa collega questa parola ad un’altra parola chiave: il «corpo», parola tipicamente moderna, significativa del disagio odierno per questa «cosa» che sembra essersi staccata dall’«io» e sembra vivere una propria esistenza separata, alienata e ingombrante. Anche la parola «anima» è diventata ingombrante, ecco perché un poeta come Daniela Marcheschi ne fa addirittura un poemetto il cui titolo è «Si nasce perché l’anima»… lasciando degli immaginari puntini di sospensione dopo la frase assertoria, quasi a designare una presa d’atto dell’indebolimento progressivo cui questa parola è stata sottoposta nel mondo odierno e nel linguaggio di tutti i giorni. Un poeta non può non usare le parole che trova, non può cambiarle a suo piacimento, ma deve limitarsi ad usarle come tasselli o tessere di un mosaico più ampio. L’uomo non è più misura di tutte le cose, il vecchio detto di Protagora è stato svuotato di contenuto veritativo, sono le cose a non essere più a misura dell’uomo e dell’ente nel suo complesso…

LD07

È tutto a posto? / – Sì./ – Bene, allora la commedia può iniziare.

Giorgio Linguaglossa

[Backstage tra Amleto, il Signor K, e un terzo personaggio]

Amleto, dov’è Polonio?
– A cena.
– A cena? dove?
– Non là, dove egli mangia, ma là, dove mangiano lui.4
– E tu che fai? [rivolto ad un terzo personaggio]
– Sto qui con la servitù.
– Prepari i cibi?
– Preparo le vivande.
– Prepari le stoviglie?
– Asciugo le forchette, lavo i bicchieri, affilo i coltelli.
– È tutto a posto?
– Sì.
– Bene, allora la commedia può iniziare.

Letizia Leone

da La disgrazia elementare (2011)

Altre pietre oracolari e reperti.
Babele, gran copia, turba magna. Un classificatore ha chiuso tutto in una stanza. Sconforto e carta: torri compatte pronte a schiantarsi sul pavimento.
Fogli non numerati
Volanti
Fitti di una grafia minuta che liofilizza l’epopea schizoide degli oggetti. Dentro quei fogli l’acustica della mondanità. Stoviglie, piatti rotti, screzi, l’intralciare di passi che frettolosi corrono a prendere, ad aprire, ad usare.
Conclamare la descrizione dell’oggetto. Un lavoro duro di anni davanti alla paralisi espositiva dei prodotti.
Spiare in pace l’intero strumentario delle civiltà: laboratori, officine, ambulatori, i depositi più bassi degli ospedali, mattatoi, macellerie, medicherie, armadi pieni di fiale colme di gocce da contare con cannule di gomma, sieri, oli senza fragranza, lavorio leggero di aghi.
Il classificatore si insinua, prende appunti, scende nei locali cantinati, stanze bianche sprofondate negli strati inferiori di ogni abbandono…

[la collana di poesia “Il dado e la clessidra” «l’epopea schizoide degli oggetti» (Letizia Leone)]

Il processo di de-psicologizzazione e ri-metaforizzazione nella poesia odierna

Nella riflessione del Wittgenstein maturo, dalle Ricerche filosofiche in poi, è all’opera un tentativo di de-psicologizzazione del linguaggio, vale a dire un’indagine grammaticale relativa al modo in cui parliamo delle nostre esperienze «interne». Centrale, in quest’ultimo tratto del percorso wittgensteiniano, è il termine «atmosfera» (Atmosphäre): attraverso una critica di tale concetto, il filosofo austriaco analizza il nostro modo di parlare dei processi psicologici e, in particolare, della comprensione linguistica, intesa come esperienza mentale «privata». Contro l’idea che il significato accompagni la parola come una sorta di alone di senso, come un sentimento o una tonalità emotiva (Stimmung), Wittgenstein valorizza l’aspetto comunitario e già da sempre condiviso dell’accordo (Übereinstimmung) tra i parlanti. Il richiamo al modello musicale dell’accordo armonico tra le voci consente così di recuperare la dimensione atmosferica, auratica e coloristica dell’esperienza linguistica in cui si assiste a una «sintonizzazione» tra i parlanti coinvolti in un comune sentire, il cui luogo ideale è per eccellenza la forma-poesia.

Lucio Mayoor Tosi

S’apre una porta

Un notturno di seta deve essere passato
davanti alla casa in Illinois. L’uomo che stava piangendo
ora si vede al centro dell’umanità

dove tutti son voltati di spalle. E nudi.

«Nessuno sa del silenzio che c’è qui».

«Giuro su niente che ti sarò fedele e darò la vita
per ognuno che passi, anche sbadatamente, nel mio
corridoio».

« Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche
che a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati».

Le figure, insieme ai versi, si rintanano
nell’ombra.

*

È difficile entrare dentro questa poesia, come ogni enigma è chiusa in sé, va in senso contrario alla «de-metaforizzazione» che Pier Vincenzo Mengaldo individuava nella poesia di Satura (1971) di Montale. Ma proprio in quanto ostica alla penetrazione del lettore la poesia impone la sua presenza, obbliga il lettore a tornarci sopra. La poesia non ha senso nel senso che ha molti sensi e tutti diversi, tutti dispari, tutti «sentieri interrotti» (gli Holzwege di Heidegger), e nessuno che conduca in qualche luogo perché non c’è un luogo che possa essere abitato, ci sono soltanto luoghi di sosta, luoghi parentetici. Ci sono sprazzi di una conversazione che è caduta nel buio, e pensieri che emergono dal buio ma che non sanno dove andare…

Mariella Colonna

Jean Paul gioca alla roulette

e punta sul nero. Vince.
Neri uccelli gridano nella notte,
si risvegliano i morti nel cimitero di Rouen
e vanno a svegliare i vivi.
Terrore.
L’alba spunta sulla Senna.
Jean Paul sta ancora giocando.
Punta sul rosso. Vince. Perde. Sembra impazzito.
Maledice il padre e la madre.
Di nuovo si fa notte senza stelle.

Henriette piange il suo amore perduto.
Piangono il cane il gatto il cardellino,
la domestica, gli utensili da cucina.
Ma Jean Jacques corre al Casinò
e trascina via il fratello prima che perda
il senno e se stesso.
La luna appare e scompare. È luce-ombra.
I morti si addormentano, finalmente,
insieme ai vivi.

Natura silente. Gli oggetti diventano cose, esultano,
si accendono anche i fuochi in campagna.
Jean Paul chiama invano: “Henriette!”

Un uccellino blu si posa sul mio libro e dice.
“Ogni storia impossibile s’incrocia col destino.
Henriette è tramontata insieme alla luna!”

(e se tutto fosse
un incubo di Jean Paul?)

Foto autoportrait

(e se tutto fosse
un incubo di Jean Paul?)

Uno dei punti fermi della «nuova ontologia estetica» è il principio opposto all’adagio latino: ad impossibilia nemo tenetur. Nella NOE il «possibile» è commisto con l’«impossibile», il possibile con il compossibile; i tempi e gli spazi sono intercambiabili, isometrici e isomorfici; il tempo è spazializzato e lo spazio viene temporalizzato; il «metro» viene scardinato al suo interno: non c’è più alcun metro, sostituito dal «frammento»; i «frammenti» si moltiplicano e si dispongono in un ordine impensato e impensabile, un ordine metonimico; «gli oggetti diventano cose, esultano», saltano, volano, si ribellano; le «cose» diventano «persone» e le «persone» ridiventano «cose»;  le «cose» si scollegano le une dalle altre e si ricollegano in un nuovo ordine. L’ordine dell’inconscio equivale all’ordine-disordine che regna nella «materia» della fisica quantistica, e la poesia di Mariella Colonna ne prende atto. Nella «nuova ontologia estetica» non ha alcun senso parlare di metro unilineare e unitemporale, la poesia di Mariella Colonna ne ha preso atto e si comporta di conseguenza: gli oggetti si animano, al pari delle persone, gli animali parlano, «un uccellino blu si posa sul mio libro e dice»… ma cosa dice? Qui è la valigia dell’inconscio che viene ad esser svaligiata…

 *

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della «nuova ontologia estetica»: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo… E qui saremmo, ovviamente, all’interno del territorio della «nuova ontologia estetica».

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali, sulla ri-metaforizzazione del discorso poetico; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria». Ma questo è.

La verità, scriveva Nietzsche, è diventata «precaria».

Mario M. Gabriele

Gli oggetti, le cose, le parole:
gesso, cartone, plastica, vetro, album,
pannolini Huggies,
le cose e gli oggetti di pessima scelta,
di ottimo gusto, crackers,
Blupill, il bambino con il taglio
dell’ombelico, gli albi di Dylan Dog,
i libri di prima edizione,
o Mon Dieu,
ma quanti scarti di croste e molliche
per dire ogni sera:
“dacci oggi il nostro pane quotidiano”
così mi ritrovo tra ossari e faglie
con le mimose, e i rami di quercia,
un collare pesantissimo al collo,
la gorgiera, sogno irreale,
e la tua bocca sempre piena di I love you.
Ci prende in giro il Carnevale,
meno Pierrot, la siringa con Targin e Tramadolo;
da gennaio a dicembre ti amerò per il sì
e ritornando indietro ti amerò per il no.
Le cose, gli oggetti di pessimo gusto,
la lingerie color verde pistacchio
che aspetti? Che ti ritrovi di nuovo gli anni passati?
Che sappiamo del Galateo in bosco?
Poesia: zona keep out! Stradine e vialoni,
holzwege, se veramente mi trovi un bosco mai defoliato
lì porteremo il nostro rosario.

English translation by Adeodato Piazza Nicolai

Objects things, words:
chalk, cardboard, plastic, glass, albums,
baby Huggies,
things and objects of horrible choice,
of excellent taste, crackers,
Bluepill, the baby with a cut
in the umbelical chord, the albi of Dylan Dog,
the first-edition books
o Mon Dieu,
but how many throw-away crusts and soft bread crumbs
in order to say each night:
“give us this day our daily bread”
so I find myself among ossuaries and cracks
with mimosa, and oak branches,
a very heavy collar round the neck,
the gorget, unreal dream,
and your mouth always full of I love you.
The Carneval makes fools of us,
without Perrot, the siringe with Targin and Tramadol:
from January to December I will love you for the yes
and will return loving your no.
The things, the objects of horrible taste,
the pistachio green-coloured lingerie
what are you waiting for? To find again the lost years?
What do we know of the Galateo in the woods?
Poetry: a keep-out zone! Tiny roads and large streets,
holzwege, if you really find me a forest forever leafless
we will take them our rosary.

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Mario M. Gabriele whose first line begins: “Gli oggetti, le cose, le parole:” All Rights Reserved.

Giorgio Linguaglossa
1 marzo 2018 alle 19:00

Le «cose», gli «oggetti» di pessimo gusto

le cose e gli oggetti di pessima scelta,
Le cose, gli oggetti di pessimo gusto,
Poesia: zona keep out! Stradine e vialoni,
holzwege, se veramente mi trovi un bosco mai defoliato
lì porteremo il nostro rosario.

Caro Mario, questa è una straordinaria poesia di «oggetti», morti, una galleria di oggetti-ossario della nostra esistenza, e tu ne hai fatto un monumento! Se ci fosse ancora in vita Anceschi ne sarebbe rimasto ammirato e deluso nello stesso tempo, perché non capirebbe, lui non potrebbe capire che fine hanno fatto i suoi «oggetti», che oggi, a distanza di sessantacinque anni sono diventati, stracci, scarti, residui, rifiuti, fossili da «zona keep out», da cui stare alla larga, un «Carnevale» di oggetti che ci assilla e ci droga in ogni istante della nostra giornata. Quello che per Anceschi all’inizio del paleocapitalismo italiano nel 1952 era una Buona Novella, oggi è diventata una idiozia insopportabile, quegli «oggetti» che oggi il capitalismo globale produce in modo globale e intollerabile, quegli oggetti sono diventati la nostra maledizione… e mi piace quella tua ironia di considerare al pari degli oggetti da pattumiera anche quel «Galateo in bosco» che tanto rallegra il cuore degli accademici. Non c’è nessun «galateo» nella civiltà degli oggetti, quella di Zanzotto era una inconscia apologia dell’esistente… E quanti autori sono caduti nel tranello di credere ingenuamente nella bontà degli oggetti! Che maiuscola ingenuità… Ma noi, noi della nuova ontologia estetica, siamo stati per fortuna vaccinati contro tutti questi luoghi comuni diventati pensiero positivizzato e sedimentato, noi sappiamo bene che quegli oggetti sono portatori di una ideologia tra le più belliciste che mai il mondo ha conosciuto… quegli oggetti, bisogna dirlo, sono il prodotto della nuova barbarie del nuovo mondo tecnologizzato. E un poeta degno di questo nome deve prendere le distanze da questa futile credenza… Gli oggetti non hanno alcuna magia… Gli oggetti sono i portatori di una nuova ideologia globale, quella della omologazione globale…

1 M. Heidegger Nietzsche, (Verlag, 1961) trad it. Franco Volpi, Adelphi, 1994, p.613
2 Ibidem, p. 613
3 Ibidem, p. 642
4 Shakespeare, Amleto

 

 

 

 

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31 commenti

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31 risposte a “Poesie di Paolo Valesio, Daniela Marcheschi, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Mariella Colonna, Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi- L’indebolimento delle parole – Il frammento è la dimora dell’Estraneo – Il processo di de-psicologizzazione e ri-metaforizzazione nella poesia contemporanea – La civiltà degli oggetti – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. L’accelerazione del tempo è nella sostanza la destrutturazione dell’anima

  2. La si potrebbe chiamare Poesia dei morti, se la definizione non suonasse poco allegra; oppure Poesia dell’altra stanza, per chi l’ascoltasse soltanto, senza vedere quel che accade. Il Signor K è cieco se chiede ad Amleto cosa sta facendo (– Asciugo le forchette, lavo i bicchieri, affilo i coltelli); ché, non lo vede, Signor K? Evidentemente no, perché siamo in una metafora; ma una metafora scritta tra personaggi distanti, che non si possono vedere tra di loro; o potrebbe essere stata giocata, la metafora, come fosse il contenuto di una telefonata. Anche la poesia di Paolo Valesio non dice nulla del luogo, tant’è che alla fine l’autore scrive “(Piazza del Duomo, Milano)”: bellissima didascalia, quella di una cartolina. Ecco cosa rimane del bel corredo passato letterario e descrittivo: una cartolina! Il resto sono voci, neanche si vede a chi appartengono; sì, alla scimmia, ma perché Valesio qui sembra un po’ Cioran.
    Quel che voglio dire è che c’è molto silenzio, ci sono molte pause nel sonoro di queste poesie; è come seguire lo svolgimento di un film in un cinema all’aperto, standone fuori, per strada, senza che si possa o si voglia vedere nulla. Pause e silenzi che mettono in evidenza il vuoto tra le parole. Queste sono poesie per immagini mancanti. E’ come se alla poesia tradizionale fosse stata tolta per intero la narrazione. Prendere quel che c’è e scriverne è un fare da sopravvissuti. Ma anche quando la narrazione è presente, come accade nella poesia di Mariella Colonna, è una parvenza di narrazione. Un rebus. Oppure come accade per Mario M. Gabriele, dove la narrazione sembra ricomporsi visivamente in forma di poesia compatta, ma perché come ricucita, col risultato di ottenere delle “mostruosità” semantiche. Poesie Frankenstein, anche se un miliardo di volte più belle. Idem per la mia poesia “S’apre una porta”; io però non tento nemmeno di ricucire, tanto è il vuoto che l’anima.
    E’ crudo realismo. L’immagine viene posta davanti agli occhi del lettore in modo tale che non possa evitarla, e il lettore la vedrà senza che qualcuno gliela descriva o gliela reciti. E’ l’abilità nuova di questi poeti.
    « Bene, allora la commedia può iniziare» disse il Signor K togliendosi finalmente gli occhiali troppo scuri che gli impedivano di vedere il palcoscenico del mondo e le luci.

    • Bravo, Lucio, vai sempre al fondo delle cose, all’origine della parola che può essere anche oggetto, ibridazione, anomalia del proprio Dna. E qui sta il bandolo della matassa: saper rifluire in un unico genoma, la natura della creazione linguistica con un nuovo fiat lux nella sacralità dello scrivere,per chi ne è capace, estraendo particelle dalla storia, dalla filosofia,dalla cultura, proiettate in tante direzioni. Scrivere è sempre un fatto reversibile, si badi bene. Non vogliamo far credere ai lettori che trattasi di un evento insostituibile.Ciò può suscitare avversione da parte di chi ha stabilizzato la poesia secondo la propria appartenenza estetica, psicologica, e metafisica, in contrasto con le varie sinergie sostitutive impegnate nel rinnovamento. C’è un corpo morto su cui iniettare nuove staminali linguistiche e formali. Se non lo si fa, sarebbe la fine della stessa poesia. Distinguendo il piano di lavoro di poeti avvicendatisi nel corso del tempo, si notano fratture e saldature di diversa genesi.Si è andato incontro a dissoluzione e riformulazione. dello stile.Abbiamo assistito al crollo del mito realista e neorealista, alla nascita della neoavanguardia e alla sua sostituzione con rigagnoli poetici di ogni genere dopo gli anni Settanta.Una cosa è chiara:la NOE non è una operazione di potere, né di stravolgimento della poesia.E chi lo pensa è attaccato a polemiche e contestazioni di bassa dialettica, da sembrare così’ vegetariano nel rifiutare il profumo della carne sul barbecue.

  3. del libro di Guglielmo Peralta “La via dello stupore” (Thule, 2017) sulla «soaltà» scelgo questo passo:

    2. Il sogno di una parola

    Una parola, una sola parola viene, ad un tratto, a spalancarmi un mondo, un
    universo!
    Evento sorprendente, miracoloso avvento annunciato dalla parola nuova, generata dall’unione del sogno e della realtà: ieri antagonisti irriducibili, oggi assolutamente compatibili, al punto che la realtà è l’altro nome del sogno e viceversa. Facce di una stessa medaglia, il sogno e la realtà ne costituiscono la “terza” faccia: la soaltà. Ecco la parola sognata nella quale essi sono strettamente congiunti!
    In principio è lo s-guardo. Sulla scena interiore, dietro le quinte dell’occhio, lo
    s-guardo, unico attore e spettatore, dà inizio allo spettacolo. Con questo visionario resto a lungo in attesa della rivelazione. E quando, per gradi, il sogno si dipana, l’artefice s-guardo, come lo Sguardo divino, benedice la parola, sorgente di luce inesauribile.
    Soaltà mostra allo s-guardo il suo cielo diradando l’”ignoranza” dell’occhio e
    della mente. Così, senza divieto, cresce nel giardino soale l’albero della visione, e l’implume conoscenza prende il volo sulle ali del sogno pantocratore. Ed ecco che la parola nuova, informe nebulosa che in sé accoglie un universo, “esplode” con suono grande e silenzioso manifestando uno spettacolo infinito: un’epifania che riempie di meraviglia il cuore e la mente discoprendo la vera natura del mondo e delle cose. Una
    nuova visibilità muta lo scenario esteriore. Un nuovo orizzonte si svela ed è l’«est» che orienta lo s-guardo e ne suscita la rappresentazione. La soaltà, che nella luce «estiva» si palesa, è la visione che ac-coglie il mondo nella sua unione di sogno e realtà correggendo la conoscenza difettiva che abbiamo di esso a causa dell’occhio, il quale, incapace di discernere il sogno, dà carattere di evidenza a una realtà, che il pensiero riflettente giudica pura apparenza lasciando indovinare, al di là di essa, una
    realtà altra. E questa realtà è il sogno che edifica il mondo e ne garantisce l’esistenza reale. Soaltà è parola eponima che nomina il mondo interiore o della soggettività.
    Essa colma una lacuna linguistica, perché ora questo mondo ha un nome al posto delle varie definizioni e aggettivazioni che di solito si usano per indicarlo. Essa è anche parola epifanica, perché svela la vera natura della realtà cogliendovi il sogno che la costituisce e che è il fondamento, il principio, l’origine di tutte le cose, e facendo della realtà stessa la manifestazione oggettiva e concreta della realtà interiore cui dà il nome. Ed è trina, perché oltre ad essere sogno e realtà è anche il mondo che
    consiste di queste due nature. Il sogno, questo sogno, non accade, come nella dimensione onirica, in assenza della normale attività della mente, ma in presenza della sua più alta funzione che è l’immaginazione creatrice, e in virtù di una voce che chiama in segreto e alla quale non si può non dare ascolto. Voce del silenzio luminoso, che sospende il mondo e i nostri sensi e accende la notte chiarendone l’oscurità profonda. Notte sacra, che esige risposte adeguate alle sue illuminazioni.
    Rispondere è sapere ascoltare. Ed è un atto di devozione e una vocazione: una brama di vedere ascoltando. Sublime è la visione suscitata dall’ascolto. Sublime è l’ascolto sostenuto dalla visione. Essere devoti e vocati alla notte significa interpretare il mondo cogliendolo nella parola nuova, la quale lo rivela nella sua forma originaria e invisibile.

    • Guglielmo Peralta

      Grazie Giorgio per avere inserito un passo del mio saggio “La via dello stupore”, dove elaboro una “nuova” ontologia fondata sullo s-guardo e sulla Bellezza, da cui deve trarre orientamento la ragione per guidare l’uomo verso la pienezza dell’essere. Essere «per» la bellezza è riconoscere la bellezza dell’essere e che essa è la virtù che ne realizza la pienezza; è fare che la bellezza scintilli nelle forme del mondo e segni il nostro cammino; significa osservare il sacro dovere di agire, di praticare la luce, di realizzare il proprio essere «in quanto» bellezza. L’ontologia è una visione e un progetto per un nuovo illuminismo, che definisco est-etico. (Non so se ci sia una relazione con la NOE, cercherò di “scoprirlo” e t’invito, caro Giorgio, di fare altrettanto, di evidenziare le eventuali differenze!). Per gli amici di questa Rivista, “L’ombra delle parole”, che nulla sanno della “Soaltà” e del mio saggio, aggiungo che La via dello stupore indica un percorso da seguire per ritrovare quella sensazione, quel sentimento di meraviglia che non siamo più in grado di provare. Ed è un cammino, un volgersi, innanzitutto, verso ciò che può e deve orientare i nostri passi nel mondo facendoci da guida, e cioè verso la Bellezza, la quale può illuminare e rinvigorire l’umana ragione dandole nuovo senno, destandola dal “sonno generatore dei mostri”, nel quale essa, da troppo tempo, è sprofondata. Questo cammino è un modo di vedere, un modo di essere per la Bellezza, un adeguarsi e aderire ai sentimenti che questa virtù ci ispira: al Bene, o al Buono, innanzitutto, che è strettamente congiunto con il Bello. (“In principio”, bellezza e bontà furono qualità inscindibili in ogni creatura, perché trasferite dal Verbo divino e contemplate da Dio stesso in ogni cosa creata).
      La visione soale è un modo nuovo di conoscere il mondo, non attraverso i sensi che lo tengono fuori, ma attraverso lo s-guardo, attraverso questo senso interno, che lo riconduce «dentro», nel luogo della sua origine. La soaltà è in noi, ed è il mondo, nel quale convergono e si fondono le due realtà: quella umana del sogno che genera la natura seconda o artificiale, e quella divina della natura, da cui l’uomo trae la materia prima, la quale veste il sogno dandogli un corpo e ricevendone, a sua volta, la forma. In questa trasfigurazione e incarnazione del sogno, in questo suo andare oltre la propria figura per farsi realtà visibile restando invisibile, per farsi altro da sé restando identico a se stesso, c’è il grande realismo della visione soale, che attribuisce al sogno quella doppia realtà: interiore ed esteriore.

  4. londadeltempo

    .
    Il Signor K SI TOGLIE FINALMENTE GLI OCCHIALI! Era ora!!! Fino a questo momento non si è accorto che la commedia non soltanto è cominciata, ma sta già per finire. Non sono infatti gli occhiali, credo voglia alludere Giorgio Linguaglossa che lo ha citato, ma è la testa che non centra l’obbiettivo…non perché non sappia, ma perché fa finta di non capire. Beh, sono d’accordo. c’è chi fa finta di non capire perché la verità è scomoda.

    Ma…e cito ancora Linguaglossa che cita Guglielmo Peralta, parlando di “soaltà”: (“La via dello stupore”, Thule, 2017)

    Credo che il silenzio della notte o del giorno sia il terreno propizio alla nascita del fiore immaginario, in cuil’ascolto della visione e la visione dell’ascolto si integrano e danno origine alla La parola Nuova che “accende la notte chiarendone l’oscurità profonda”. l’itinerario per raggiungere questa “parola Nuova” è difficile e coincide con un momento-chiave della nostra stessa vita, per essere efficace: dobbiamo annientarci insieme ai rottami della realtà antica: soltanto allora potremo
    “risorgere dalle sue ceneri” creando e vivendo il “Nuovo linguaggio” per intero, senza pentimenti, riserve e mezze misure.

    Mariella Colonna

    • Guglielmo Peralta

      Soaltà è l’altro nome della realtà, e viceversa. E la soaltà è la sintesi perfetta di sogno e realtà. Riconoscere il “sogno” (l’immaginazione creatrice) come origine di tutte le cose è com-prendere la realtà nella sua vera e intima natura. E ciò è possibile “creando e vivendo”, come dice Mariella Colonna e come credo di avere fatto io, il “Nuovo linguaggio”.

  5. sulla differenza tra «oggetti» e «cose» ho già scritto un appunto poco tempo fa. Quando un «oggetto» cessa di essere mero oggetto e quanto esso oggetto diventa una «cosa»? – L’ermetismo italiano non ha mai avuto sentore di questa problematica, e neanche la poesia post-ermetica del dopo guerra, tantomeno la poesia dell’incipiente sperimentalismo ne ha avuto cognizione, come non ne ha mai avuto cognizione la poesia lombarda degli «oggetti». La questione è invece di capitale importanza, perché o si fa una poesia di oggetti (ricordate la formula di Anceschi per una «poesia degli oggetti»?), o si fa una poesia di «cose», la differenza è di capitale importanza ma bisogna ragionarci sopra, bisogna sapere di che cosa si parla.
    Ad esempio, la guerra di Troia (che entra prepotentemente nella poesia di Gino Rago) è un «oggetto» o una «cosa»? Quella «nomenclatura» che si rinviene nella poesia di Anna Ventura, quei «brillanti di bottiglia», dal titolo del libro di esordio della poetessa abruzzese del 1978, quelle povere cose che stanno come brillanti nella bottiglia, sono «oggetti» o sono «cose»?

    È inutile tentare di dribblare la questione, non se ne esce. Il problema in verità è antico, già all’inizio del Novecento era stato messo a fuoco da Osip Mandel’štam nel saggio “Sulla natura della parola” degli anni Dieci di cui cito un brano particolarmente significativo. Sostituite il riferimento al «simbolismo» con la nostrana «poesia degli oggetti» e troverete gli argomenti di Mandel’stam calzanti e acutissimi, in specie riguardo all’«ellenismo» del «vasellame» che usiamo tutti i giorni e alla polemica contro il «laboratorio di impagliatura» dei simbolisti:

    Osip Mandel’štam

    «L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante, il riscaldamento del suo sottilissimo teologico calore. L’ellenismo è ogni stufa vicino alla quale l’uomo siede apprezzandone il calore, come consanguineo al suo calore interno. Infine, l’ellenismo è il monumento sepolcrale dei defunti egiziani nel quale si mette tutto il necessario per il proseguimento del pellegrinaggio terrestre dell’uomo fino alla brocca per i profumi, allo specchietto, al pettine. L’ellenismo è il sistema, nel senso bergsoniano del termine, che l’uomo dispiega intorno a sé, come un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano. Nella concezione ellenistica il simbolo è vasellame e, perciò, ogni oggetto coinvolto nel sacro circolo dell’uomo può diventare vasellame e, di conseguenza, anche un simbolo. Ci si chiede: dunque, è forse necessario uno speciale e premeditato simbolismo nella poesia russa? Non appare esso come un peccato di fronte alla natura ellenistica della nostra lingua che crea forme come vasellame al servizio dell’uomo? In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto, e persino il selvaggio mette una interdizione magica, un «tabù» negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri.

    Tutto il contingente è soltanto immagine. Prendiamo ad esempio la rosa ed il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolista nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista, un laboratorio di impagliatura.
    Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di «corrispondenze» che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso».

    Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo, possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza è di vitale importanza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

    L’«ellenismo – di cui parla Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame…»

  6. Guglielmo Peralta

    “Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».
    Quanto qui ho riportato, mi sembra che risponda al modo in cui io parlo degli oggetti/cose nella seguente poesia:
    FEDE
    Vicino alle celesti galassie / nasce da invisibili occhi / la Via Lattea dei sogni / In un giro di stelle / si desta – pianeta senza orbite – il mondo delle cose / Collassa tra fatica ed inerzia / nel buco nero dell’uso / Eppure risorge / per quel mortale dio / che non conosce

    • caro Guglielmo Peralta,
      scrive Mandel’štam:

      «L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti»; ecco il punto.

      In un altro punto il poeta russo scrive: «un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano».

      In un altro punto scrive: «In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie.»

      Che dire? Qui c’è in nuce il pensiero di una nuova ontologia della parola poetica. Noi siamo tutti nipoti e pronipoti del grande poeta russo. La NOE si limita a riprendere alcune intuizioni geniali del poeta russo per ripensarle alla luce degli eventi che si sono susseguiti in questi cento anni, e anche alla luce delle nuove acquisizioni della filosofia del novecento e di questi ultimi anni.

      Il problema, caro Guglielmo, non sono le «differenze» tra la noaltà e la NOE, ben vengano le differenze, l’importante è la direzione del cammino, la direzione della ricerca…

      • Guglielmo Peralta

        1. La cultura ellenistica, l’ “arte” del vasellame, la cura “artigianale” dà un “volto” agli oggetti, che diventano cose “animate”.
        2. Gli avvenimenti sono ricondotti, ripensati nella loro origine, prima di divenire flusso di una coscienza senza s-guardo, di mondanizzarsi.
        3. Sull’identità parola-forma ho qualche dubbio. Se per forma intendiamo l’idea che costituisce la parola, questa è un “pianeta” rispetto all’idea-stella, verso la quale gravita ricevendone la luce senza essere la luce. Pertanto, per difetto di luce, la parola non è mai chiusa! E, per grazia “ricevuta”, qui sta il “principio” della creazione umana, la quale non giunge mai al termine. Questa parola, che non serve per la vita quotidiana, ci parla e ci fa “aperti” all’ “altro”, e in essa si esprime l’essere del mondo che resta altrettanto “aperto”.
        Quanto alla ricerca, al cammino, non c’è una direzione da seguire perché non c’è una meta dove andare, ma una meta da ri-trovare, da “invenire”, da inventare, immaginare (per me, da sognare). E la meta è “in interiore” ed è punto di partenza e di arrivo, visione circolare o “rotonda”, come io amo definirla. Dunque è un viaggio, un cammino senza fine, attorno al “globo oculare!” Sì. Credo che ci siano punti di contatto tra la NOE e la soaltà!

  7. Mi piace, questo dialogo a più voci intorno alla parola, anche perchè,nella trionfale ignoranza che si tenta di imporre da parte di un certo potere,mi conforta poter constatare la resistenza di chi ancora crede in certi valori,derivanti da una nostra tradizione culturale di tutto rispetto, da un patrimonio imponente di bellezza, di onestà intellettuale,di forza morale,che nessuno potrà mai sottrarci.

  8. Perché è così dolce naufragare in questo mare, nel mistero che pervade e promana da questi testi, in cui si entra come in labirinti di specchi, privi di percepibili prospettive semantiche, le cui parole e sintagmi si illuminano riflettendosi a vicenda, con infinite, inafferrabili sfumature di senso?
    Forse perché l’evidente inafferenza all’essere postula la necessità di una nuova strategia euristica, che conduca a scoprire un’ insospettata patria metafisica, indefinibile con il tradizionale strumentario concettuale, con la sua implicita hybris codificante e dominatrice, privilegiando un percorso di ascesi formale e dilatazione-trasgressione logica, più vicina alla mistica visionaria di Rimbaud che alle involuzioni intellettualistiche dell’ermetismo.

    Ecco un testo che spero possa affiancarsi ai precedenti, ai cui autori è stimatamente dedicato.

    GIOCHI PROIBITI

    Dal frastuono di ferite e masticazioni si spalanco’ un vento di orologi guasti.

    Nel ripostiglio degli amuleti ( falsi ) le divinità studiavano i miei pensieri.

    Cercavo i corpi e le delizie dell’inizio, sul campanile che custodiva la prova d’amore.

    Ma il cielo ( finto cieco! ) mi abbatte’ sul selciato.

    Il tempo verdeggiava ( veleno perfetto ) e stupidamente gettava l’ultimo candelabro nella cisterna.

    ( Eppure custodiva il cuore della madre in un angolo senza confini ) .

    Fuggii – confuso tra i mortali – con la rosa dei venti che mi aveva concepito per gioco.

    Troppi sogni mi seducevano!

    E la danza dell’addio – che sorrisi , che candore di voluttà prometteva nel suo amplesso!

  9. Mi scrive un poeta che voglio resti anonimo:

    Caro Giorgio,

    innanzi tutto ti parlo del tuo “Critica della ragione sufficiente”, un libro militante di pensiero filosofico e letterario, sia estetico che critico, unico, mi pare, nel panorama italiano e forse non solo. La sua struttura volutamente disarticolata, simile all’ametrica di cui parli riguardo la tua poesia, lo rende dunque spinoso e al contempo colmo di rimandi alle problematiche dell’attuale società intellettuale, combattuta tra l’ente e il nulla come tu ben rilevi sulla scorta di Leibniz e seguaci. Questo ente, oggi meritevole di una nientificazione definitiva, scrive poesie e il ventaglio di poeti che proponi è quanto mai vario e le distinzioni che evidenzi, dalla poesia «turistica» di una Lamarque alla poesia «innica» di continiana memoria via via fino alla vostra poesia ontologica che «defondamentalizza» il soggetto senza tuttavia seguire la strada epidermica del futurismo, sono funzionali ma sicuramente rimettono in discussione, come tu effettivamente desideri, la linea canonica del novecento. Per questo ti attirerai il rancore di molti, ma so che non ti spaventa, anzi ti rafforza.

  10. Umberto Galimberti scrive:

    “Le domande non chiedono risposte — quasi sempre inessenziali — ma chiedono di essere radicalizzate. Solo procedendo in questo modo si può arrivare all’intima essenza della domanda”.

    In fin dei conti noi poniamo una Domanda fondamentale, quella domanda che rimette in discussione tutte le precedenti risposte e le precedenti domande. È questo, nel nocciolo, l’essenza della ricerca di una nuova ontologia estetica.

    Se sbaglio correggetemi.

  11. Le «cose» rappresentano simbolicamente e istintivamente la continuità della vita
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/03/poesie-di-paolo-valesio-daniela-marcheschi-giorgio-linguaglossa-letizia-leone-mariella-colonna-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-lindebolimento-delle-parole-il-frammento-e-la-dimora-dell/comment-page-1/#comment-31974
    Il 4 settembre 476 il generale germanico Odoacre destituisce Romolo Augusto, l’ultimo imperatore di Roma. Nella commedia storica in quattro atti di Friedrich Dürrenmatt dal titolo Romolo il Grande, ecco come viene rappresentata la notizia che il Prefetto, Spurio Tito Mamma, ha appena portato: la notizia che Oreste, padre di Romolo e magister militum delle armate imperiali è stato sconfitto e si è arreso. L’impero d’occidente è in bilico. Ecco come Dürrenmatt presenta la scena: Piramo, un servitore dell’imperatore entra:

    «Piramo porta dentro un tavolino su cui si trova la prima colazione. Come prima portata, pane, prosciutto, vino greco, una ciotola di latte, un uovo alla coque. Achille (il secondo servitore) accosta una sedia, l’imperatore si siede, apre l’uovo».

    Ecco, la scena del dramma viene rappresentata così, ci sono soltanto le «cose» concrete, gli oggetti che servono alla sussistenza e alla sopravvivenza sono i più importanti. L’impero d’occidente ha le ore contate, tra poche ore Odoacre destituirà Romolo Augusto e questi che fa? Si siede tranquillamente a tavola e si appresta a consumare la prima colazione. Le «cose» rappresentano simbolicamente la continuità della vita. Dürrenmatt mette in evidenza come nei momenti fondamentali dell’esistenza quando una calamità più grande di noi ci sta per capitare, istintivamente l’uomo si rapporta alle «cose» utili, vive e significative. Per prima cosa Romolo Augusto si appresta a mangiare, compie il rito mattutino più importante, quello deputato alla autoconservazione. Romolo Augusto scopre simbolicamente e inconsciamente la propria appartenenza alla «terra», il valore dei frutti della terra, queste sono le «cose», quelle cose che ci consentono la sussistenza. Quando tutto intorno a noi crolla, ci rivolgiamo istintivamente e simbolicamente alle cose.

    Io penso che in una poesia, se si tratta di un’opera veramente significativa, non è possibile fare a meno della presenza delle «cose», le «cose» rappresentano i valori profondi della vita, e questo è evidente per esempio nell’arte figurativa: nel bel mezzo della crisi del fascismo Giorgio Morandi che fa? Dipinge solo ed esclusivamente delle bottiglie, dipinge soltanto nature morte di bottiglie. In quelle «cose» c’è tutto, ci siamo noi, la nostra storia. Che fa Giorgio De Chirico? Anche lui dipinge delle cose, ma dipinge altre «cose»: dipinge archi, strade deserte, statue illuminate da una luce livida, colonne di una civiltà sepolta con cavalli imbizzarriti immobili. Poi, con l’avvento della pittura stratta le «cose» vengono cancellate, letteralmente scompaiono. Dopo la pittura astratta non sarà più possibile riprendere a dipingere le «cose» come avveniva prima, gli «oggetti» prendono il posto lasciato vacante dalle «cose». Il mondo è cambiato. Il capitalismo dispiegato ha reso impossibile rappresentare le «cose» alla vecchia maniera. Poi, all’improvviso, il mondo cambia di nuovo e i pittori riprendono a dipingere le «cose», ma lo faranno in altro modo, con un diverso apparato categoriale e simbolico.

    Per tornare alle nostre questioni, la «nuova ontologia estetica» riprende da dove la poesia italiana del novecento si era smarrita e aveva rappresentato soltanto degli «oggetti», magari desublimati, de-territorializzati, de-simbolizzati, ma pur sempre «oggetti». La «nuova ontologia estetica» riparte invece dalle «cose». Segna un nuovo inizio, segna una svolta. Dopo questa esperienza, per chi capisce veramente la posta in gioco, non sarà più possibile poetare alla maniera di Pierluigi Bacchini o di Alfredo Giuliani, per fare due nomi noti, qualcosa è nel frattempo cambiata inesorabilmente.
    Prendiamo un autore, esaminiamo la prima poesia del libro le vocali vissute (1999, Ibiskos) di Giuseppe Panetta (alias Talia)

    Papà è una o disgiunzione
    Mamma è una e congiunzione

    I del collo
    L del piede
    M delle spalle
    A dell’ascella
    V delle dita
    W
    S della schiena
    P del profilo
    E capovolta dei denti
    O della testa
    U del cavallo

    Il libro, ricorda Giuseppe Talia, è stato scritto dopo e durante una crisi che ha fatto letteralmente «esplodere» le vocali e le parole tra le sua mani. Talia si è trovato così a non avere più le parole rassicuranti di Bertolucci e di Bacchini della tradizione del novecento. La scoperta è stata traumatica per Talia: come poteva scrivere poesia se non aveva più a disposizione le parole, le vocali che avevano guidato la poesia italiana per un secolo? Ed è significativo che da questa crisi delle vocali e delle parole Talia non ne sia uscito se non con il contatto corroborante della «nuova ontologia estetica» nell’ambito della quale ha appena scritto e pubblicato il volume La Musa Last Minute (progetto Cultura, 2018), 58 ritratti linguistici, 58 sestine dedicate ciascuna ad un poeta italiano, una sorta di scrittura in presa diretta, irriverente e defoliante direbbe Mario Gabriele.

    Ma torniamo al libro di esordio, torniamo a le vocali vissute (1999), ecco la terza e la quarta poesia del libro, nelle quali è evidente la crisi di significazione delle parole e delle vocali:

    Le a del mio seno gonfio
    sono due bocche
    due bacche
    due more
    due sassi del mare
    Lingua che sincerpica
    verso il naso con tutta
    la libidine che può
    I ridanciana ma immobile
    Maiuscola Magari in Motorino
    quasi a fissarla sulla strada

    *

    Altro che a sul tuo cammino
    Altro che o a ciottoli
    sul tuo cammino
    Altro che e precarie
    che u ciarliere o
    i tempra dello spirito

    Leggiamo il componimento L’anguilla di Montale, scritta nel 1948 tratta dalla raccolta La Bufera e altro (1956), trenta versi in una unica proposizione interrogativa. «L’anguilla», la prima parola della poesia è collegata con l’ultima: «sorella»; la prima parola, a carattere denotativo, è unita da un nesso lungo trenta proposizioni, a una parola a carattere marcatamente denotativo, il tutto ad alludere ad una situazione emblematica; l’emblema è la spia stilistica di una poesia ad aura simbolistica nella quale le «cose» sono elencate e raffigurate per il loro valore semantico simbolistico. È chiaro che la poesia appartiene alla civiltà del simbolismo europeo e in quel contesto culturale trova la sua giustificazione estetica. Tutta la costruzione è impregnata di simbolismo, la stessa struttura semantica e fonologica è la tipica struttura montaliana del periodo simbolistico, qui le «cose» sono nominate per il loro valore allegorico, simbolico e allusivo. Nel 1971 Montale cambierà registro, nelle poesie di Satura entrano gli «oggetti» nominati per le loro funzioni denotative e basta. La rivoluzione s’è compiuta, la civiltà del simbolismo è finita.

    L’anguilla, la sirena
    dei mari freddi che lascia il Baltico
    per giungere ai nostri mari,
    ai nostri estuari, ai fiumi
    che risale in profondo, sotto la piena avversa,
    di ramo in ramo e poi
    di capello in capello, assottigliati,
    sempre più addentro, sempre più nel cuore
    del macigno, filtrando
    tra gorielli di melma finché un giorno
    una luce scoccata dai castagni
    ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
    nei fossi che declinano
    dai balzi d’Appennino alla Romagna;
    l’anguilla, torcia, frusta,
    freccia d’Amore in terra
    che solo i nostri botri o i disseccati
    ruscelli pirenaici riconducono
    a paradisi di fecondazione;
    l’anima verde che cerca
    vita là dove solo
    morde l’arsura e la desolazione,
    la scintilla che dice
    tutto comincia quando tutto pare
    incarbonirsi, bronco seppellito;
    l’iride breve, gemella
    di quella che incastonano i tuoi cigli
    e fai brillare intatta in mezzo ai figli
    dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
    non crederla sorella?

    Le due parole, quella iniziale e quella finale, «anguilla» e «sorella» sono speculari, una apre e l’altra chiude il componimento, la consonanza è servente alla significazione simbolica del componimento e lo chiude definitivamente. In questa poesia, come in tutte quelle del simbolismo europeo, c’è una «apertura» e una «chiusura»; al contrario, è tipico delle poesie della nuova ontologia estetica la mancanza sia della «apertura» che della «chiusura», i componimenti sono liberi di oscillare e di espandersi nello spazio bianco della pagina.

    • Rossana Levati

      A proposito della pittura di Morandi citata da Giorgio Linguaglossa, vorrei proporre una poesia di Adam Zagajewki dedicata al pittore italiano, che può accompagnare la riflessione qui presentata sugli oggetti e sul rapporto tra oggetti-pittura e poesia:

      MORANDI

      Gli oggetti vegliavano anche di notte,
      mentre lui dormiva sognando l’Africa;
      la brocca di porcellana, due annaffiatoi,
      le verdi bottiglie da vino, un coltello.
      Quando dormiva sodo, come può dormire
      solo un artista esausto, stremato,
      gli oggetti ridevano, prossimi alla rivolta.
      L’annaffiatoio, ficcanaso dal lungo becco,
      sobillava gli altri, febbrile,
      e il sangue pulsava selvaggio nella porcellana
      ignara del tocco di labbra assetate,
      solo occhi, sguardo, percezione.
      Di giorno erano più docili e persino fieri:
      tutta la ruvida esistenza del mondo
      trovava rifugio in questi oggetti,
      abbandonando per un attimo il ciliegio
      in fiore e il cuore afflitto dei morenti.
      (da “La vita degli oggetti”, edizioni Adelphi, traduzione di Krystyna Jaworska)

      Questa poesia di Adam Zagajewski dedicata alla pittura di Morandi parte dal principio che la tela riesca a fissare, come fa anche la poesia, la vita in un equilibrio immobile, fuori dal tempo. Ma nel confine precario tra vita di un attimo e persistenza della vita che si anima oltre le forme che hanno tentato di fissarla, gli “oggetti”, che assumono vita nella tela del pittore, sono pienamente viventi, sono un luogo-rifugio, possono essere considerati dei sostituti della “ruvida esistenza del mondo” solo quando essi sono esposti allo sguardo del pubblico, “di giorno”, vivi di uno sguardo in cui lo spettatore, come il pittore, partecipa della loro vita.
      Gli oggetti che non godono della percezione del pubblico, presenti sulla tela di notte, hanno forse una propria autonoma percezione del mondo, ma restano oggetti, tentano di animare una rivolta che fallisce perché si ferma un passo al di qua della coscienza, di quella coscienza che appartiene solo all’uomo che guarda, osserva il quadro e si interroga, come apparteneva al pittore che li ha rappresentati attribuendo ad essi un senso. In fondo, dice Zagajewski in un’altra poesia, “La tela”, la tela “avrebbe anche potuto essere un sudario” “e invece è diventata cosmo”. Se tuttavia nei dipinti gli oggetti hanno una propria autonomia: “gli zoccoli di legno sanno camminare da soli. /Le piastrelle del pavimento non si annoiano mai,/ giocano talvolta a scacchi con la luna” (“Pittori d’Olanda”), il senso del loro esistere all’interno del quadro è attribuito solo dall’uomo che contemplando il quadro non può che chiedere “cos’accadrà/ quando la mela sarà sbucciata/ quando tutti i colori diventeranno freddi?”.
      E’ come se ci fosse un “osservarsi” reciproco di oggetti (che ambiscono, nella loro vita immobile, a diventare “cose”) e uomini, anch’essi sospesi sulla soglia del rischio di una trasformazione in oggetti: così nel museo egizio di Torino il poeta osserva “le statuette a protezione dalla morte, diventate inutili” perché ormai lontane dall’Egitto e dagli uomini che ne facevano uso, un “tagliaunghie di tremila anni addietro”, “le vigili mummie”, i “lisci coltelli” che forse rimpiangono di non essere più utilizzati per colpire qualcuno a tradimento e nota: “Impassibili, quasi con amicizia/ ci osservavamo, generazioni diverse/ di uno stesso mondo, muti oggetti imperfetti/ del desiderio e dell’oblio” (“L’alleanza”)

    • Giuseppe Talia

      Ci vuole una grande consapevolezza di sé come pure dell’altro da sé per compiere il balzo definitivo che porta l’Essere ad esplorare i diversi meccanismi che si instaurano nei diversi piani, individuali, collettivi, sociali, economici, per l’instaurarsi di un rapporto simbiotico con l’alterità, quando essa è appunto uno scavo profondo delle “cose” dentro l’universo personale e gli “oggetti” esterni che, irrorati di luce comunicativa, si integrano, perdono la loro precipua identità per divenire alterazioni delle qualità all’infinito (Hegel).

      Ho da sempre cercato di privilegiare il tempo esterno (la Storia), rispetto a quello interno (l’esperienza), nella convinzione che se avessi trattato solo l’esperienza diretta avrei finito per fare monologhi sul mio “io”, oppure avrei concentrato i miei sforzi su questioni irrilevanti circa la mia vita (vedasi tutta la perdurante poesia minimal chic, romana o milanese poco importa) preferendo lavorare sull’esplosione del logos, “o gli epigoni o il sommovimento”. Per tre lunghi anni (1992-1995) mi sono autorecluso in una oscura provincia della Calabria, interrogando l’alfabeto, chiedendo lumi al cavolfiore nel giardino, al treno che passava sferragliando sul ponte di ferro, alla porta, alla sedia, al mio stesso sesso.

      Racconto questo episodio. Nel 2006 fui invitato a leggere le mie poesie in un liceo di Firenze assieme ad un altro poeta conosciuto di cui non faccio il nome. Il poeta di lungo corso lesse le sue parole alte che risuonavano nella stanza come in un concerto di strumenti a corda strofinata. Gli studenti rimasero fermi e immobili, con gli occhi fissi per tutto il tempo. Quando fu il mio turno aprì il mio libriccino e comincia il concerto con gli strumenti a corda pizzicata.
      Dissi loro che la poesia è ovunque. “La poesia è anche in questa stanza”. Prendete ad esempio una sedia, (Chi ti inventò/non aveva nulla da fare), oppure una porta (Quando sbatti lo sa solo l’aria/Sei un limitare dello spazio/e lo sa appunto solo l’aria).
      I ragazzi sembrarono parecchio divertiti, avevano perso la rigidità e la diffidenza (ndr. Vollero copia del mio libro).

      Ora, ricordando quell’episodio mi rendo conto che forse ho provocato uno spostamento, ho colpito qualche bersaglio, con leggerezza, è vero, che però non è superficialità, piuttosto l’uscire dalle secche rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio, per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta. Il percorso per arrivare alla concentrazione o concrezione o con-creazione del sé, sta a monte, sta nel pensiero, nelle basi neurobiologiche della fruizione e della creazione, secondo l’assunto per cui “la creatività e l’immaginazione sono attributi di cui ogni cervello è in vario grado miracolosamente dotato, e che in vario grado esprime nelle sue attività.
      Insomma, credo di essermi seduto anche io a far colazione in quel lontano 1992 e di aver aperto “l’uovo di tigre” (G. Linguaglossa).

      Ringrazio, dunque, Giorgio, per questa nota e visto che ha citato il nuovo libro appena uscito, La Musa Last Minute, vorrei riportare una sestina dedicata a una poetessa romana, Silvana Baroni.

      E’ un bel dire microchirurgia quando le avvertenze del bugiardino
      Ci collocano in effetti planetari e collaterali come reperti autoptici
      Della traumatologia dell’acquerugiola e della trementina
      O forse più pervicace l’ombra delle fronde quando è un deserto
      Di parallelebipedi che nel disordine della memoria dell’acqua
      Non trovano la fonte aspra e forte ma lanche di deflusso verso il mare.

      • Giuseppe Talia

        Nel mio precedente commento ho scritto:
        “Credo che un buon poeta debba agire rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta.”

        Queste sono parole di Mario M. Gabriele, nella fretta del copia e incolla ho dimenticato di indicare il credito.

  12. Due poesie di Luigina Bigon traduzioni di Adeodato Piazza Nicolai
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/03/poesie-di-paolo-valesio-daniela-marcheschi-giorgio-linguaglossa-letizia-leone-mariella-colonna-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-lindebolimento-delle-parole-il-frammento-e-la-dimora-dell/comment-page-1/#comment-31976
    BRANDELLI

    Nella mano la bussola
    nell’altra il chiodo,
    rotaie incandescenti
    tralicci d’alta tensione

    Clessidra impietrita

    L’albero del cielo
    s’è agganciato al portalume

    Boccate di fumo soffiate sul viso
    terra che odora di radici

    Il vuoto nuota nell’aria
    come un drone
    capelli sciolti al vento
    uccelli in volo

    La lontananza non appartiene
    è coagulo sclerotizzato

    Quel pozzo nel bosco
    dolmen capovolto

    Asini ragliano
    nel bambù detronizzato

    Auto sull’asfalto
    semafori inesistenti.

    SCRAPS

    A compass in the hand
    a nail in the other,
    fiery railtracks
    high tension poles

    Crazed hourglass

    The tree of the sky
    is hooked on the street light

    Emissions of smoke blown on the face
    ground smelling of roots

    Emptiness swims in the air
    like a drone
    hair flowing in the wind
    birds in flight

    Distance belongs to no one
    it is a coagulated clod

    That well in the woods
    an upside-down dolmen

    Donkeys are railing
    in the throneless bambù

    Cars on the asphalt
    inexistent stoplights.

    *

    CIMICI NEL PIATTO

    Sguardo d’enigma
    e poi il tempo che si guarda
    allo specchio.
    No! Il tempio no!
    È un cumulo di pietre
    senza ossa
    lo spirito non conta nulla,
    vale la piastra di cemento
    che si allarga a macchia d’olio.
    Rompe la censura quel lampo
    che tuona.

    Dicono che era capace di cantare.

    Non credo, è Zero che si veste
    di porpora.
    La cifra della morte è alta;
    quell’aereo fa più chiasso di un bue!
    Allora?
    L’indifferenza è stoffa di alto pregio.
    Chiesa sprangata
    il clerico a ballare con le giarrettiere.

    Che fangosa questa strada
    pozzanghere dappertutto,
    cimici nei piatti.

    BUGS IN THE PLATE

    A look of enigma
    then time looks at itself
    in the mirror.
    No! Not the time!
    A pile of stones
    without bones
    the soul counts for nothing,
    matters only the cement plates
    expanding like oil stains.
    The lightning of time
    shatters the caesura.

    They say it was able to sing.

    I don’t believe it, it is the Zero dressed
    in vermillion.
    The cypher of death is very high;
    that airplane is noisier than an ox!
    So what?
    Indifference is the cloth of high prestige.
    Church closed
    the cleric is dancing with the suspenders.

    This road is so muddy
    everywhere puddles,
    bugs in the plates.

    © 2018 English Translation by Adeodato Piazza Nicolai
    of the poem BRANDELLI of Luigina Bigon. All Rights Reserved.

  13. 29
    Credereste alle impensabili posizioni notturne
    malleabili e morbide elucubrazioni erotiche nelle fatte & rifatte
    camere del fuori,
    fuori tutto!
    che al rinvenire dell’alba ritrasformassero i corpi in camioncini portaoggetti
    -in venditori, in portaborse, fruttivendoli, operai salumieri dottori
    artisti direttori politici- lavoratori insomma, – Lavoratoriiiiiii?!!!-
    di una terrena risonanza vitale?

    Lo credereste ancora se questi stessi
    ungendo il mondo di miriadi di spermatozoi
    approfittando del messaggio del passaggio dell’assemblaggio
    del parlamentaggio dell’ingranaggio
    fecondassero il tempo
    anche nelle più piccolissime frazioni e che gli attimi insomma i residui granelli svuotati
    ancora giacessero
    come resti futuristici di noi stessi? … -Lo credereste?-

    grazie OMBRA!

  14. Giuseppe Talia

    Interessante il neologismo di Peralta “soaltà”. Solitamente la nascita di una nuova parola arricchisce il vocabolario di conoscenza, nel caso di “soaltà”, mi pare, che oltre alla ricchezza del lemma, in realtà il termine sopperisca a una mancanza. In un momento di crisi, in cui sogno e realtà (deflazione) non hanno quasi più una distinzione netta, sono confusi, si confondono, hanno perso di peso specifico (inflazione) , ecco che il termine coniato da Peralta entra nel mercato delle idee a dare valore con la sua terza faccia (disinflazione), “diradando l’”ignoranza” dell’occhio e della mente.”

  15. Guglielmo Peralta

    Ringrazio Giuseppe Talia per il commento sulla “soaltà”, che egli promuove come parola degna di fare il suo ingresso “nel mercato delle idee”, dove non ci sono interessi e scambi economici, ma il valore della comunicazione fondata sul libero e costruttivo scambio delle opinioni.

  16. gino rago

    Un colloquio a distanza Gino Rago – Giorgio Linguaglossa
    sull’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago- Giorgio Linguaglossa sull’Antologia di Poesia dell’Epoca della stagnazione spirituale, Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016 pp. 352 € 18) a cura di Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago
    VERSO UN NUOVO PARADIGMA POETICO. I poeti del presente ablativo

    La Introduzione di Giorgio Linguaglossa non lascia margini ad ulteriori dubbi: si è chiusa in modo definitivo la stagione del post-sperimentalismo novecentesco, si sono esaurite le proposte di mini canoni e di mini progetti lanciati da sponde poetiche le più diverse ma per motivi, diciamo, elettoralistici e auto pubblicitari, si sono esaurite la questione e la stagione dei «linguaggi poetici», anche di quelli finiti nel buco dell’ozono del nulla; la poesia italiana sembra essere arrivata ad un punto di gassosità e di rarefazione ultime dalle quali non sembra esservi più ritorno. Questo è il panorama se guardiamo alle pubblicazioni delle collane a diffusione nazionale, come eufemisticamente si diceva una volta nel lontano Novecento. Se invece gettiamo uno sguardo retrospettivo libero da pregiudizi sul contemporaneo al di fuori delle proposte editoriali maggioritarie, ci accorgiamo di una grande vivacità della poesia contemporanea. È questo l’aspetto più importante, credo, del rilevamento del “polso” della poesia contemporanea. Restano sul terreno  voci poetiche totalmente dissimili ma tutte portatrici di linee di ricerca originali e innovative.

    Molte delle voci di poesia antologizzate vibrano, con rara consapevolezza dei propri strumenti linguistici, in quell’area denominata L’Epoca della stagnazione estetica e spirituale, che non significa riduttivamente stagnazione della poesia ma auto consapevolezza da parte dei poeti più intelligenti della necessità di intraprendere strade nuove di indagine poetica riallacciandosi alle poetiche del modernismo europeo per una «forma-poesia» sufficientemente ampia che sappia farsi portavoce delle nuove esigenze espressive della nostra epoca. Innanzitutto, il decano della nuova poesia è espressamente indicato nella persona di Alfredo de Palchi, il poeta che con Sessioni per l’analista del 1967, inaugura una poesia frammentata e proto sperimentale, una linea che, purtroppo, rimarrà priva di sviluppo nella poesia italiana del tardo Novecento ma che è bene, in questa sede, rimarcare per riallacciare un discorso interrotto. Un percorso che riprenderà Maria Rosaria Madonna con il suo libro del 1992, Stige, forse il discorso più frammentato del Novecento, dove il «frammento è l’intervento della morte dell’opera. Col distruggere l’opera, la morte ne elimina la macchia dell’apparenza»(T.W. Adorno Teoria estetica, 1970 Einaudi).

    Un discorso sul «frammento» in poesia ci porterebbe lontano ma ci aiuterebbe a collocare certe opere del Novecento, come quella citata di de Palchi con l’altra di Maria Rosaria Madonna.

    In un certo senso, questa Antologia vuole riallacciare un «discorso interrotto», collegare i «membra disiecta», capire le ragioni che lo hanno «interrotto» per ripartire con maggiore consapevolezza da un nuovo discorso critico della poesia del secondo Novecento. Forse adesso i tempi sono maturi per rimettere al centro della poesia italiana del secondo Novecento poeti come Alfredo de Palchi, Angelo Maria Ripellino ed Helle Busacca, ma anche Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher ingiustamente dimenticati. Ne uscirebbe una nuova mappa della poesia italiana. In fin dei conti, questa Antologia vuole essere un contributo per la rilettura della poesia del secondo Novecento.

    Se c’è una unica chiave di lettura della poesia del Presente essa sta, a mio avviso, nello spartiacque rispetto alle Antologie storiche come Il pubblico della poesia del 1975 a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che apriva ad un’epoca della «poesia-massa» e ai poeti «uomini di fede», non più «intellettuali» a tutto tondo come quelli della precedente generazione poetica. I poeti dell’epoca della stagnazione sono dei solisti e degli isolati, sanno di essere fuori mercato e fuori moda, sanno di essere dei reperti post-massa e ne accettano le conseguenze: Annamaria De Pietro, Carlo Bordini, Renato Minore, Lucio Mayoor Tosi, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Antonio Sagredo, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Steven Grieco-Ratgheb,  Edith Dzieduszycka, Mario M. Gabriele, Stefanie Golisch, Ubaldo De Robertis, Guglielmo Aprile, Flavio Almerighi, Gino Rago, Giuseppina Di Leo, Giuseppe Talìa (ex Panetta) sono autori non legati da rapporti amicali o di gruppo, personalità indipendenti che si sono mosse da tempo e si muovono ciascuna per proprio conto ma in direzione d’un eurocentrismo «critico » e dunque proiettate oltre la crisi, oltre Il postmoderno, oltre il problema dei linguaggi poetici epigonici [l’esperienza poetica di Costantina Donatella Giancaspero merita un’attenzione critica particolare per temi e stile].

    Alcuni autori fanno una poesia del presente ablativo (Flavio Almerighi, Giulia Perroni, Luigi Celi, Adam Vaccaro, Antonella Zagaroli), altri adottano lo scandaglio mitico del “modernismo” europeo:  si  guarda a  narratori come Joyce con l’Ulisse, a Salman Rushdie con Versetti satanici (1998), a T.S. Eliot con La Terra Desolata, ma anche a Mandel’stam, Pasternak, Cvetaeva, agli svedesi Tomas Tranströmer , Lars Gustafsson, Kjell Espmark, ai polacchi Milosz, Herbert, Rozewicz, Szymborska, Zagajewskij, [Lipska fa storia a sé] si rivisitano alcuni miti da traslare nello spirito del contemporaneo. Poesia che adotta il  metodo mitico come allegoria del tempo presente (Rossella Cerniglia, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago) con esiti notevoli. Si tratta di autori nuovi, ma non più giovanissimi né nuovissimi, l’aspetto più appariscente è l’assenza dei poeti delle nuove generazioni, e questo è un elemento degno di essere sottolineato e approfondito che consegno alla riflessione dei lettori.

    C’è una diffusa consapevolezza della Crisi dei linguaggi e della rappresentazione poetica quale dato di fatto da cui prendere atto e ripartire; sono i poeti «abilitati dalla consapevolezza della frammentazione dei  linguaggi e della dis-locazione del soggetto poetante» – come giustamente segnala Giorgio Linguaglossa in Prefazione – sono i poeti antologizzati che spingono il metodo mitico nella forma del «frammento», accelerando la crisi di quell’ «Io» non più centro unificante delle esperienze, né più unità di misura del reale, ma ente frantumato, disgregato della realtà nella quale una certa «coscienza» di ciò che è da considerarsi «poetico» è tramontata forse irrimediabilmente ed ha smesso d’essere luogo della sintesi. L’«io» è stato de-territorializzato definitivamente, e di questo bisogna, credo, prenderne atto e trarne le conseguenze.

    Direi che la nuova poesia guarda con interesse ai nuovi indirizzi della fisica teorica, della cosmologia, della biogenetica, in una parola pensa ad una nuova ontologia del poetico.

    [Ulteriori, importantissime notizie  possono essere attinte dalle meditazioni critiche di Luigi Celi intorno a Come è finita la guerra di Troia non ricordo
    su altre voci poetiche di rilievo presenti  nell’Antologia di Poesia Italiana Contemporanea, postate su L’Ombra delle Parole del 18 luglio 2016].

    Postilla di Giorgio Linguaglossa 

    VERSO UN NUOVO PARADIGMA POETICO

    Cambiamento di paradigma (dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza), è l’espressione coniata daThomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante.

    L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.

    Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck: «Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”

    Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.
    Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

    Possiamo dire che quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione.

    Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed  inizia una poesia topologica che integra il fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili) ed il fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un concetto di reale e di finzione separati), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio” (per dirla con un termine nuovo).

    GR

  17. donatellacostantina

    caro Gino Rago,

    io la penso come Kuhn il quale cita Planck, facendo una parafrasi noi possiamo dire così:

    «Una nuova verità (“poetica”) non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”

    Forse sono pessimista ma penso che noi non dobbiamo “convincere” nessuno, tantomeno i mediocri… però dobbiamo indirizzarci alle migliori intelligenze, nella speranza che qualche giovane ci segua e riceva il “testimone”… oppure dovremo aspettare un evento stratosferico o extra galattico, chissà, un meteorite, un terremoto, un evento cataclismatico, visto la medietà e mediocrità della produzione cartacea che gli editori maggioritari e minoritari propongono a dismisura…

  18. gino rago

    Costantina Donatella Giancaspero ha, direi ‘ancora una volta’, messo il dito nella vera piaga della situazione poetica corrente. Del resto, chi si interessa di Estetica, sa che per anni non si è andati oltre il bipolarismo Croce-Gentile. E quando Gillo Dorfles adottò e propose un nuovo canone estetico fondato su Klee-Kandinsky la cosiddetta critica d’arte, ancorata anche sul piano lessicale al paesaggio impressionistico o al figurativismo postrinascimentale,
    entrò nel panico poiché avvertì l’inadeguatezza del proprio linguaggio per comprendere e interpretare le nuove tendenze artistiche…

    GR

  19. Una lettera a Einaudi, Mondadori, Garzanti
    a Guglielmo Peralta
    ,

    dico questo: che la sua intuizione della «soaltà» per avere un qualche peso specifico ed essere credibile deve essere messa alla prova con l’analisi testuale di qualche poesia italiana o europea, altrimenti si rischia di restare nella mera speculazione. Aspettiamo quindi da Peralta che ci porti degli esempi concreti di ciò che intende per poesia soaltesca.

    a Donatella Costantina Giancaspero,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/03/poesie-di-paolo-valesio-daniela-marcheschi-giorgio-linguaglossa-letizia-leone-mariella-colonna-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-lindebolimento-delle-parole-il-frammento-e-la-dimora-dell/comment-page-1/#comment-32006
    dico questo: sarei curioso di conoscere da Einaudi, da Mondadori e da Garzanti le copie vendute degli autori di poesia pubblicati nelle loro collane. Credo di non sbagliare di molto se il numero di copie in tutto il territorio nazionale si ferma a un paio di centinaia di esemplari per ciascun titolo. È ovvio che gli uffici ragioneria di quegli editori non renderanno mai pubbliche quelle notizie per motivi di opportunità e di immagine evidenti. Di fatto, se le cose stanno così, la poesia italiana è finita, ha perso il suo pubblico, bisogna prenderne atto e non continuare a mettere la testa dentro la sabbia come fa lo struzzo; bisogna prenderne atto e adottare l’unica decisione che resta da prendere: cessare del tutto le pubblicazioni di libri che sono privi di acquirenti, privi di pubblico. E qui torna di massima evidenza quanto detto da te parafrasando quanto scritto da Planck:

    «Una nuova verità (“poetica”) non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”

    Abbiamo scritto che “Nel 1971 Montale cambierà registro, nelle poesie di Satura entrano gli «oggetti» nominati per le loro funzioni denotative e basta. La rivoluzione s’è compiuta, la civiltà del simbolismo è finita.” – Ebbene, oggi nel 2018, siamo ancora all’interno della civiltà post-simbolistica, la poesia di questi ultimi cinquanta anni è vissuta all’interno di quella eredità stilistica, della presa d’atto della fine della civiltà del simbolismo ma non ha saputo trovare una via diversa, non l’ha saputa e non l’ha voluta trovare, perché la via era evidentissima, sarebbe stato sufficiente leggere le poesie dell’opera di esordio di Tomas Tranströmer, 17 poesie, del 1954, il non averlo fatto, il non aver capito in quale direzione indirizzare la poesia italiana è stato un atto di evidente cecità. Di fatto, la poesia italiana ha percorso un tragitto epigonico che ha condotto alla «poesia» di autori assolutamente impresentabili, sarebbe stato preferibile chiudere definitivamente le collane di poesia.

  20. Scrive René Char: «Le parole che sorgono sanno di noi ciò che noi ignoriamo di loro».

    Scrive Maurizio Ferraris: «La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione».

    Il discorso poetico è quella «cosa» che è la traduzione in parole di una «voce silenziosa» (dizione di Platone per indicare la coscienza), è il tentativo di rappresentare ciò che è al di fuori della rappresentazione. Le parole sono sempre sapienti, perché sono portatrici di un sapere che noi non sapevamo…

  21. Guglielmo Peralta

    A Giorgio Linguaglossa
    La poesia della soaltà è anche una poetica. La poesia soale (da reale) o soalistica (da realistica), non soaltesca, ha molte caratteristiche e definizioni. In sintesi:
    1. È una metapoesia: una scrittura sulla creazione, sul processo creativo fondato sullo s-guardo, attore e spettatore, che sollecita le idee/immagini e le contempla traducendole in parole.
    2. È un’ est-etica. Celebra la bellezza, mediante la quale sollecita il sentimento del bello e del buono.
    3. È un’ontologia. La poesia è identificata con l’essere, che è la casa dell’io (Io sono = Io abito). L’essere è anche la voce del verbo latino «esse», da cui l’ «est», “radice” e fondamento dell’ontologia est-etica.
    4. È una poesia epifanica e realistica. Valorizza le cose svelandone la vera realtà, ossia, la loro duplice e intima natura: quella umana del sogno, che le costituisce, e quella divina della natura fisica, da cui l’uomo trae la materia prima per costruirle.
    5. Usa un nuovo linguaggio, quello che essa stessa ha inventato e inventa, nel senso, soprattutto, del verbo latino “invenire”. Si tratta di un linguaggio molto figurato, che presenta anche dei neologismi e delle parole “risemantizzate”.
    6. È una poesia della rappresentazione, “teatrale”, dove le idee/immagini si “manifestano” sulla “scena” interiore, dietro le quinte dell’occhio.
    7. È una poesia della “prima visione”. Essa, attraverso lo s-guardo, riconduce le cose nel luogo dell’origine, dov’è la loro prima visione, la loro prima nascita.
    8. La poesia soale è altro ancora…
    Seguono sei poesie, in cui sono presenti gli aspetti sopra esposti.

    DENTRO – FUORI
    Io canto il cielo invisibile / che con intima voce canta / «Dentro» ove s’annida l’implume / parola è il mito della nascita / «Fuori» nella falsa luce / si aliena l’infinito Ma / rotonda è la visione / che lo s-guardo assapora / nel giardino soale / dove coi sogni vola / la rondine sonora / Io canto la pura dimora / la scena segreta che s’apre / allo spettacolo / «Dentro» / dove crescono i frutti / si rinnova il miracolo / «Fuori» nell’uso quotidiano / marcisce la rosa Ma / sempreverde è la notte / dal candido calice / dove sbocciano le stelle / per incanto / dove fiorisce l’albero / dal fertile respiro del vero

    KALOSFERA
    Nella luce è la mia casa / dove l’occhio ricama / ascoltando / la trama dei suoni / dove il mondo ammutolisce / e ripara / nello splendore del canto / Qui nella kalosfera / nasco poeta ogni volta / e nel cielo arato dallo s-guardo / coltivo con le forme belle / l’opaco seme della verità

    IL CANTO ALL’INFINITO
    Quando l’angelo bussa alla notte un oceano di luce
    muta il destino del mondo che si apre alla felicità
    Tutto sembra svelarsi sulle orme che conducono
    al firmamento La pagina bianca promette
    l’universo e tutto si crea all’improvviso

    Come fare entrare in una poesia tutta l’eternità
    l’origine della luce la sconfinata bellezza del cosmo?
    Può un verso rinverdire l’albero placare la tempesta
    donare agli occhi una gaiezza una gioia perenne?
    Può la poesia prendere la vita per mano?

    Possano il meraviglioso e l’eterno irrompere
    nel petto di un cigno e prolungarne il canto all’infinito
    E gli uomini migrare volando
    dalla regione del sogno all’Aperto E benedicendo e lodando
    con tutte le immagini nel cuore essere ciechi
    e lasciare che in pieno sole vedano per loro le parole

    IDEOCENTRISMO
    Intorno alle idee ruotano le parole
    nel nostro sistema mentale
    Dalle neurostelle ricevono i significati
    E sono questi i bosoni che le legano
    e danno forma all’organismo testuale
    Ma il sogno è il bosone di Dio
    – la forza il lógos l’energia –
    che tutto genera
    facendosi mondo e materia

    BACO DA LUCE
    Nell’orto solitario il baco da luce
    fila un velo d’ombra
    Nel placido brusio il foglio si fa foglia
    Pupe nel bozzolo le parole
    sognano il volo di farfalla

    Un sillabario segreto
    si palesa nella notte chiara

    Si dipana il tessile filo in larve di luce
    e nel giardino aleggia d’improvviso il canto
    Nuovo cielo si versa nei parvoli occhi
    Si svela in un battito d’ali
    l’universo

    GENESI
    Ruotate o cose / come pianeti sulla terra / intorno ad ignota stella / (Sogna la materia / un’anima silenziosa / nei suoi cicli di luce) / Usata galassia! / Se vi desta l’oblio / alla notte di quiete / che alla vita vi mosse / liberate alla danza / i corpi millenari / fino all’umana radice / Tornate alla Via Lattea / dei sogni dentro gli occhi / non invasi dal mondo / al di là del nome / e della forma redenta / dai cieli immateriali / dove sale il canto / della nuova fioritura / nell’ora eterna / della resurrezione

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