Gli oggetti, le cose, le parole – La brutta poesia dei nostri giorni disgraziati è fatta con le parole della chiacchiera e della stolida, superficiale nequiziosità. Dialogo tra Steven Grieco Rathgeb, Chiara Catapano, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Raymond Queneau – Una poesia di Tomas Tranströmer, Anna Achmatova, Katarina Frostenson, Lucio Mayoor Tosi tradotta da Adeodato Piazza Nicolai

 

Foto segretaria

La brutta poesia dei nostri giorni disgraziati è fatta con le parole della chiacchiera e della stolida, superficiale nequiziosità

Lucio Mayoor Tosi

Poesia che fai scrivere poesia

In quest’angolo d’America
regno delle tabaccherie – che Dio le strafulmini –
fai che questa stanza sia come quella di Hemingway;
quando la sera musicale
rallenta
le parole arrivano già scritte. Nella notte
tutte quelle lanterne accese. Prendimi
per mano, andiamo
in cucina. A nuoto
nell’aria gelida
di febbraio.
Il racconto di Coniglio.

Febbraio 2018, Candia Lomellina (PV)
La realtà è indescrivibile.

***

Poetry You Cause the Writing of Poetry

In this corner of America
kingdom of tobacco shops – May God strike them down –
make this room like that of Hemingway;
when evening music

slows down

the words come already written. In the night
all those lanterns lit up. Take me
by hand, let’s go in the kitchen. Swimming
in the freezing air
of February.

The tale of Rabbit.
February 208, Candia Lomellina (PV)
Reality cannot be described.

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Poesia che fai scrivere poesia.
by Lucio Mayoor Tosi. All Rights Reserved.

Onto Steven Grieco

Steven Grieco Rathgeb

2 dicembre 2017

«Oggi, l’immagine – in una società sempre più satura di immagini – viene in genere elaborata in modo tale da raggiungerci in una frazione di secondo. Tale procedimento si basa sul concetto, anch’esso “primordiale”, che ciò che è “vero”, “reale”, è per sua natura anche subito fruibile. Ma il mondo-tempo che trascorre di fronte a noi è anche misterioso o si mostra solo in parte.

È da più di mezzo secolo che tale inganno “realista” va spostando la scrittura, il cinema, e persino la musica, verso un limbo di realtà fittizia, di realtà fictional, che il fruitore si è ormai abituato a consumare come entertainment.

In quest’ottica del pronto consumo, il lasso di tempo che per il fruitore intercorre tra il suo esperire un prodotto artistico e la sua reazione estetica ad esso, deve essere ridotta più vicino possibile allo zero. Eppure, la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; oppure la sua immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato. Perché allora l’autore dell’opera deve pre-masticare e pre-digerire per noi la sua esperienza umana? Facendo così, ci toglie la vera intelligenza-percezione del fenomeno che egli vuole presentare. Simili metodi creano quasi sempre un falso. Sono una truffa.

L’immagine in cinematografia ha bruciato i tempi, andando avanti in modi sicuramente contraddittori e problematici ma anche fortemente creativi (un Bresson vale centomila film commerciali), costringendo la poesia a scomparire, oppure a radicalmente rivisitare le radici stesse del suo essere. E bene ha fatto. Ma si tratta di una lezione che la poesia deve ancora recepire: come non ammettere, ad esempio, che di fronte alla minaccia dell’immagine “immediatamente fruibile”, essa ha quasi sempre preferito ripiegarsi su se stessa, rintanandosi nella sicurezza del “già fatto”? Ripeto che sono pochissimi i poeti, nella seconda metà del XX secolo, che hanno avuto il coraggio di recepire il dato “reale” del nostro oggi, e volgerlo in Poesia.»

  Giorgio Linguaglossa

l’illusione è la realtà che si guarda allo specchio.

  Raymond Queneau

 I popoli felici non hanno storia. La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini.

 onto Chiara

Catapano Chiara   

2 dicembre 2017 alle 12:51 

“diversamente da questo, dobbiamo riflettere se i nostri alfabeti oggi riescano con queste stranissime pezzettini, bastoncini, semi cerchi, puntini, a creare una suggestione immensa nel lettore.”

Parto da qui. Negli ultimi mesi ho avuto modo di discutere a lungo con Steven Grieco-Rathgeb sulla virtualità della scrittura, della lingua che da suono si fa segno e poi di nuovo suono, in un travaso continuo, una ripetizione che internamente ha un profondo effetto rinnovatore: le lingue sono un tessuto vivo, che evolvono, muoiono in una forma per rinascere in un’altra. Ma il mistero del travaso (phōnē-morphé-phōnē, φωνή-μορφή-φωνή), conserva in sé il suo segreto.

Va sottolineato che le parole greche φωνή (voce) e φαίνω (mostrare) condividono la stessa radice. La voce si fa segno, lo racconta l’etimologia stessa di quelle parole che noi poeti adoperiamo come materia prima.

Mi ha detto, in una recente conversazione, come secondo lui la società tecnologica suo malgrado allontana dallo studio della lingua, della letteratura. Gli risposi che nella nostra società, stanca e in declino, pare di assistere ad un fenomeno che un tempo era diacronico, ed ora (in convergenza temporale) è divenuto sincronico: ovvero la lingua parlata e scritta è (per dirla con un ossimoro) “vissuta come morta”. Intendo dire che un tempo le lingue morte erano quelle classiche, antiche – quante volte mi hanno rivolto questa domanda, quand’ero al liceo: “Perché studi le lingue morte? A cosa “ti serve”?); oggi la stessa domanda mi viene rivolta da studenti che vengono da me per ripetere e studiare l’italiano: “Perché devo studiare la grammatica? Non mi servirà mai a niente”.

Dall’altra parte, una giovane insegnante di discipline plastiche, a scuola di mio figlio, racconta delle sue esperienze estive in Messico, dove ogni anno trascorre il periodo di pausa da scuola: lì insegna a leggere e scrivere a giovani e giovanissimi. E lei vuole portare ai nostri ragazzi, qui, la testimonianza di quello stupore che invade le fronti (diventano chiare, aperte quelle fronti!), quegli occhi, quando finalmente imparano a rendere simbolo il suono della loro voce, le parole pronunciate dal padre e dalla madre, e poi persino i loro pensieri, prima ancora che si trasformino in suono. Dicono di ciò che fanno, che stanno compiendo una magia.

Tornare alla virtualità della scrittura, riappropriarci dello stupore. Ripartire, come analfabeti, a leggere da capo il mondo.

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

Dipinto di Kuzma Petrov Vodkin, A. Achmatova

Una poesia di Anna Achmatova
(versione di Paolo Statuti)

Questa poesia mostra tutta la femminilità e la passionalità della grande poetessa russa. La scrisse nel 1911 quando aveva ventidue anni. Nel 1910 aveva sposato il poeta Nikolaj Gumiljov. Nella poesia si tratta di lui?

Strinse le mani sotto la scura veletta…
Strinse le mani sotto la scura veletta…
“Perché oggi hai quel viso sbiancato?”
– Perché di amara tristezza

Io senza pietà l’ho ubriacato.
Come scordare? Egli uscì vacillando,
La bocca dal dolore storta…
Io corsi, quasi volando,
Gli corsi dietro fino alla porta.

Ansimando gridai: “E’ stato tutto
Uno scherzo. Morirò se te ne andrai.”
Sorrise tranquillo e tremendo
E disse: “Rientra, o ti raffredderai”

(1911)

(https://musashop.wordpress.com/2017/12/02/anna-achmatova/#comment-1471)

Onto Frostenson

Katarina Frostenson

da Tre vie (Aracne, 2015, trad. Enrico Tiozzo)

[…]
Guardo verso le gabbie dei balconi che sporgono dai palazzi, somigliano a nidi. Una testa grigia spunta fuori come una testa di tartaruga dal suo carapace. Si ritira rapidamente, scompare dentro, viene come risucchiata dentro la stanza là dietro.
Le stanze dietro i muri scanalati.
L e s t a n z e.
Volumi. Soffitti bianchi. Pareti pallide. Tracce di dita sulla carta da parati,
vaghe righe di sporco.
Stanza — che cosa dà la parola? Penso la parola come un silenzio fumante.
Stanze come il silenzio stesso. Non ne esce mai.
Il silenzio.
L’immagine della sala da pranzo è la prima. Un tavolo rotondo con una tovaglia a quadretti bianchi e marroni. Apparecchiata con piatti orlati di blu, un piatto con pezzi di carne o un pesce intero da cui spuntano spine gialle, forse gambi di verdure. Latte in bicchieri di vetro infrangibile. Duralex — significa che il bicchiere non si rompe quando cade sul pavimento, dovevamo imparare, e si vide che era spesso così.
È giorno festivo e c’è silenzio. Accade che la radio sia accesa, che arrivi un salmo. “Sollevati mia lingua”. Qualche volta mio padre invita a un canto o una preghiera in un’improvvisa passione religiosa: “a lodare”. Noi continuiamo a bassa voce: “l’eroe che sulla croce”. Ripetiamo i versi finché il canto prende il comando della stanza e delle teste.

Più alto!
Solle
vati, mia lingua,
a lodare
l’eroe che sulla croce
per noi sanguinò

*
Per esempio, in queste poesie c’è una esperienza personale trasformata in evento linguistico. La poesia nasce da una esperienza reale, vissuta dal poeta.
Ci sono però altri tipi di poesia nelle quali non si dà una esperienza in carne ed ossa, realmente vissuta o rivissuta ma una esperienza integralmente disegnata dalla immaginazione. Questo per dire che in arte ci sono delle convenzioni che il poeta o il pittore accetta (consapevolmente o inconsapevolmente); c’è una «cornice» che racchiude il quadro, per cui il contenuto pittografico, diciamo, non può uscire fuori della cornice; in altri casi invece il contenuto pittografico eccede, sortisce fuori dalla cornice…
Oggi è il pittore, il poeta, lo scultore che dà a se stesso le regole che deve seguire, non si dà più alcuna imposizione dall’esterno, l’opera si è aperta e sconfina con il «fuori»… concetti come il «dentro» e il «fuori» appaiono antiquati e non idonei per costruire una composizione, una installazione, una pittura, etc…

Chiediamoci: che cosa divide il «dentro» da un «fuori»

in un’opera linguistica o iconica?. Ma è ovvio, è sempre l’autore che governa i confini tra il «dentro» e il «fuori». Ad esempio, quando noi parliamo di «frammenti» iconici e linguistici, c’è chi salta sulla sedia per opporre al falso del frammento la continuità dell’anima sinfonica e delle musiche del pentagramma sonoro e delle sinfonie celesti… insomma, si tenta di negare legittimità estetica ad un certo concetto di arte. In fin dei conti si fa politica, si utilizza la politica per censurare una forma di arte che non si condivide. In definitiva, voglio dire che le categorie del politico inquinano sempre e da sempre le categorie estetiche. È un dato di fatto.

Una poesia di Tomas Tranströmer

Quando io parlo di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini, completamente immaginifiche e sganciate da qualsiasi «esperienza» vissuta, sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra.

Leggiamo una poesia di Traströmer:

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

onto Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi
3 dicembre 2017 alle 11:39

Steven Grieco osserva la poesia come oggetto, o come dipinto. È un fatto che capisco bene. Quante volte ho osservato lo spazio bianco che si andava creando mentre scrivevo a sinistra! Nuove regole imprecise agiscono spingono a proseguire, regole di pittura e di senso che insieme sembrano darsi un nuovo dettato. E il linguaggio sembra terra arsa, sottostante.
Anche questo è. Questo e molto altro, sembra dire Steven. Ma forse tutto si crea per lo spazio lasciato vuoto dell’io. Astratto, incorporeo identificarsi. Memoria sensoriale che continua ad agire senza soggetto. Eco di tutto e contemporaneo accadere. Il poeta che si apre a questo è perduto come individuo. O di lui o lei resta il passaggio, meno di una foglia nell’universo.
“L’Irrilevanza del poeta” , 1 e 2, sono in questo senso due operette magistrali.

Capisco anche perché Steven Grieco Rathgeb si ponga delle domande sul virtuale. La gran parte delle scoperete e le invenzioni sono dettate da antropomorfismo. In questo senso anche il web. Io però non penso che la scrittura debba porsi il problema di come la poesia possa entrare nella “virtualità elettronica”, in quanto è realtà transitoria; inoltre è già tutta scrittura – la fine del canone ha fatto sì che il periodo umano del non-ancora-artista sia il massimo a cui si debba aspirare, vale a dire per l’adesso, senza maturazione – . Penso invece a quel piccolo esperimento che anche Giorgio Linguaglossa sta mettendo in atto, quello di unire versi con immagini, in modo non didascalico ma tali da creare somme di significato. Parola e immagine. Il web non può bastare. Chi andrebbe a vedere un film senza parole, oggi, un film muto? La novità da ricercare non sarebbe il sonoro ma lo scritto…

Gino Rago
3 dicembre 2017 alle 12:59

E prima del peccato originale? Lilith
Seconda Parte
( Lilith racconta Lilith )

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare. Sono la sposa delle sette notti.
Nessun amante sa che se mi sfugge
Correndoda me mi viene incontro.

Chi mi ascolta va verso la morte.
Quanti non vogliono ascoltarmi
Si scavano la fossa. Chi non mi ascolta
Merita la morte nel rimorso.

Sono mano della serva. Finestra della vergine.
Sono la prima donna di Adamo.
So tutto della noia del paradiso e del primo uomo.

Conosco il trono di Balqis e il dono di Salomone.
Sono lo smeraldo senza filo caduto nella polvere.

Sono il centro della damnatio memoriae
Perché detengo il segreto delle maree.

E della luna quando brilla nelle mie labbra verticali.

Onto Rago

Giorgio Linguaglossa
3 dicembre 2017 alle 15:37

In fin dei conti, ogni poeta non può fare altro che tracciare i bordi della propria mappa metafisica. Steven Grieco tenta in tutti i modi di tracciare i confini di questa mappa, sono più di trenta anni che ci prova, senza riuscirci. E per fortuna, direi, che non ci riesce, perché lui la mappa l’ha già tracciata: sono le poesie che tiene gelosamente nel cassetto. Come Kikuo Takano, Steven Grieco è rimasto in silenzio per tre decenni perché l’imperversare di un clima ostile e alieno alla poesia, qui in Italia e in Europa, glielo impediva. Non che adesso il clima sia mutato, ma sono venute a cadere le ragioni, le paratie, le giustificazioni che gli intellettuali di solito danno a se stessi e di se stessi; sono venute ad evidenza tutte quelle chiacchiere-di-poesia o poesia-chiacchiera di cui sono pieni i romanzi e le poesie che si fanno «oggi». Chiacchiere, ciarle, battute da bar dello spot come nella poesia di Zeichen, di Magrelli, per fare due nomi noti, e degli odierni epigoni.

Per tanti troppi anni è stato problematico, qui in Italia, ai poeti di un certo livello tracciare la geografia della propria mappa spirituale e stilistica, ossessionati dal vuoto, dalla anomia e dalle battute da bar dello spot sono stati impossibilitati a scrivere poesia… Steven Grieco è ossessionato dalle «parole», dalla gratuità e dalla faciloneria con la quale la poesia di ieri e di oggi tratta le «parole», la faciloneria con la quale si mettono le «parole» sulla carta bianca, con cui si sporca la carta bianca, le parole equivoche e ciarliere. Le parole per Steven sono simili alle «pantegane» di una sua poesia che entrano ed escono liberamente nel e dal nostro corpo… qualcuna si impiglia nella rete che il poeta predispone meticolosamente in anni di lavoro, così che può lavorare con quelle «parole» rimaste impigliate nella rete, mentre la poesia che si fa oggi assume le parole rimaste impigliate nella rete a strascico gettate dai pescatori di frodo e dai tombaroli di «parole».

La brutta poesia dei nostri giorni disgraziati è fatta con le parole della chiacchiera e della stolida, superficiale nequiziosità.

«Ciò che resta lo fondano i poeti», scriveva Hölderlin, ma si tratta di un povero reame fatto di «cose» dismesse che le persone di buon senso hanno gettato nella spazzatura; il poeta oggi raccoglie quelle «parole» inutili gettate nella discarica e le riutilizza. Non può fare altro che andare alla ricerca delle «parole» nella discarica delle parole. Anche la poesia postata qui sopra da Gino Rago è fatta con le «parole» trafugate dalla discarica pubblica. La vera poesia del nostro tempo è fatta con queste «parole» di cui le persone per bene si vergognano e che ripudiano…

Il poeta del nostro tempo disgraziato non può che dire:

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare.

Onto Linguaglossa triste

Steven Grieco Rathgeb
3 dicembre 2017 alle 16:39

Giorgio Linguaglossa dice: “Oggi è il pittore, il poeta, lo scultore che dà a se stesso le regole che deve seguire, non si dà più alcuna imposizione dall’esterno, l’opera si è aperta e sconfina con il «fuori»… concetti come il «dentro» e il «fuori» appaiono antiquati e non idonei per costruire una composizione, una installazione, una pittura, etc…”
Qui sono perfettamente d’accordo. Un po’ meno subito dopo, quando dice: “Chiediamoci: che cosa divide il «dentro» da un «fuori» in un’opera (linguistica o iconica)?. Ma è ovvio, è sempre l’autore che governa i confini tra il «dentro» e il «fuori».”

Sembra una costatazione rispondente alla realtà. E’ vero, noi dobbiamo stabilire confini, sempre e comunque, per le opere che facciamo. Ma l’aleatorio dove sta in tutto questo? Cento anni o più di decostruzione del mito dell’artista rinascimentale supremo creatore, quasi un dio – dove sta tutto questo? Io ho seri problemi, ormai da tempo, con quel certo senso di “autorialità” che la frase di Giorgio sottintende: l’artista visto come assoluto padrone delle sue creature. Per me la poesia è un organismo vivo, e sta al poeta lasciare che questa si esprima essenzialmente da sola. Proprio qui sta l’impresa più difficile del poeta e dell‘artista. Dice Giacinto Scelsi: “Le compositeur n’existe que comme absent de son oeuvre.“

Sarà che io sono da sempre un aleatorio, e so che questo scoglio è il più duro da superare per noi artisti. Non so nemmeno se davvero io l’ho superato: forse no, ma certo è che aver lavorato con una lingua fantasma come è stato per me l’Italiano per i primi 25 anni (dal 1972 fino alla pubblicazione di Maschere d’oro nel 1997), e costatare come sfuggivano dalle mie mani i migliori arnesi del mio mestiere, e come mi fuggivano dalla testa le idee migliori perché in italiano in un primo momento quelle idee si appiattivano fino a diventare NULLA – questo ha contribuito molto a farmi capire la totale aleatorietà dell’operare dell’artista in genere.

Certo, si tratta di una esperienza mia totalmente personale, senza alcun valore universale. Tuttavia, i problemi in cui incappa il poeta in genere sono abbastanza simili, io penso: la lingua è e rimane un fantasma che continuamente ci sfugge: è il nostro tutto, e allo stesso tempo la nostra fata morgana.
Vorrei anche sapere meglio da Giorgio ciò che lui intende con quella frase, “è sempre l’autore che governa i confini tra il «dentro» e il «fuori».” Penso che anche ragionando intorno a questo aspetto del fare poesia sia cruciale e ci aiuterà meglio a definire una piattaforma teorica per la NOE.
Giorgio continua, parlando di come Tranströmer ha introdotto nella poesia europea una nuova visione multi prospettica, etc. Grande verità. Senza Tranströmer, l’orizzonte oggi sarebbe molto molto più scuro, e oscuro.

Resta ancora una questione aperta come “definire” – sì proprio come “definire” – quello “spazio espressivo integrale” di cui parla Giorgio – espressione calzante e davvero felicissima. Quello “spazio” deve continuamente “ridefinirsi”, vorrei aggiungere: lo spazio di Tranströmer non ci basta più oggi. Il mondo è in costante evoluzione, e noi non possiamo certo fermarci.
Ciò detto, leggere Tranströmer costituisce tuttora una potentissima e meravigliosa esperienza estetica e didattica per il poeta giovane o molto meno giovane di oggi. Io lo leggo spessissimo, anche per ritrovare l’entusiasmo e la forza di cui ho bisogno per far fronte alla entropia culturale che attualmente viviamo.

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi: composition di «cose»

Sulla problematica degli «oggetti» e delle «cose»

nella poesia italiana si dovrebbe scrivere un giorno un saggio definitivo. Di fatto, l’operazione fatta da Anceschi con l’Antologia Lirici nuovi (1952) con l’editore Magenta, individuava una sentita esigenza di modernizzazione del linguaggio poetico italiano ancora debitore dell’impostazione crociana e del linguaggio ermetico e post-ermetico. Quella Antologia indicava qualcosa di importante, tendeva a porre l’attenzione sugli «oggetti» invece che sugli «emblemi» e sulle intuizioni metafisiche del linguaggio poetico ungarettiano. Fatto sta che quella riflessione di Anceschi è stata poi utilizzata in chiave di politica poetica per perorare e legittimizzare una «poetica degli oggetti», un «canone nuovo» e una «poesia degli oggetti» che, in sé poteva essere (e lo fu) un momento di avanzamento del linguaggio poetico italiano, momento che però celava in sé un equivoco di fondo: nessuno chiese ad Anceschi che cosa si intendesse con la parola apparentemente innocua di «oggetti», che cosa fosse un «oggetto», come lo si riconoscesse e lo si distinguesse da un non-oggetto. Queste indeterminazione e genericismo su una questione così di fondo e importante, indubbiamente pesò non poco sulla scarsità di risultati della «poesia degli oggetti» e l’antologia si rivelò piuttosto vulnerabile alle critiche, e in particolare alla critica di Pasolini che ne individuò subito i punti deboli.

Bizzarro destino di una fondazione di poetica non fondata filosoficamente fu che quella intuizione anceschiana venne di seguito utilizzata per perorare un «nuovo canone» milanese o lombardo grazie anche all’intervento influente di Vittorio Sereni.
Qui riporto alcuni stralci di due lettere di Vittorio Sereni in ordine alla problematica degli «oggetti» in poesia:
Ecco le frasi-chiave di Sereni: «sono io che vado in cerca degli oggetti, non sono gli oggetti che cadono e si raccolgono spontaneamente in me»); Ecco un’altra dichiarazione procedurale sulla poesia contenuta nel carteggio con Luciano Anceschi dove si legge: «Ma intanto credo che la mia strada non sia più nella poesia, ma nella prosa».

Che poi la poesia dei decenni successivi agli anni sessanta si sia indirizzata sulla «prosa», non fu un accadimento casuale, ci sono precise ragioni storiche e precise ragioni di poetica che condussero a quell’esito.

Questo l’antefatto. Questa è la storia della questione, detta in breve. È eloquente anche a chi legga in fretta questo post e altri che abbiamo fatto negli ultimi due anni che la questione degli «oggetti» in poesia è stata mal posta. E che occorresse fare chiarezza, innanzitutto filosofica, sulla questione era ed è una necessità indubitabile.

La «nuova ontologia estetica» afferma in modo convinto che la questione degli «oggetti in poesia» non interessa più di tanto, che la vera questione è la presenza delle «cose» nella «nuova poesia». È chiaro che qui siamo in un demanio concettuale lontanissimo dalla impostazione anceschiana. Nella «nuova poesia» non è più il poeta che va alla ricerca degli «oggetti» e né che essi debbano cadere «spontaneamente» sulla testa del poeta come una tegola del tetto, in questo campo non si dà alcuna spontaneità: sono le «cose» che interessano la nuova ontologia estetica. Le «cose» hanno una fondazione filosofica totalmente diversa dagli «oggetti», questo penso, anzi spero, sia chiaro a tutti. Una poesia fatta di «cose» è una cosa diametralmente diversa e lontanissima dalla antica poesia degli oggetti.

https://books.google.it/books?isbn=8866559784

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19 risposte a “Gli oggetti, le cose, le parole – La brutta poesia dei nostri giorni disgraziati è fatta con le parole della chiacchiera e della stolida, superficiale nequiziosità. Dialogo tra Steven Grieco Rathgeb, Chiara Catapano, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Raymond Queneau – Una poesia di Tomas Tranströmer, Anna Achmatova, Katarina Frostenson, Lucio Mayoor Tosi tradotta da Adeodato Piazza Nicolai

  1. SULLA POESIA DEGLI «OGGETTI» E DELLE «COSE»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/01/gli-oggetti-le-cose-le-parole-la-brutta-poesia-dei-nostri-giorni-disgraziati-e-fatta-con-le-parole-della-chiacchiera-e-della-stolida-superficiale-nequiziosita-dialogo-tra-steven-grieco-rathgeb/comment-page-1/#comment-31882
    Sulla problematica degli «oggetti» e delle «cose» nella poesia italiana si dovrebbe scrivere un giorno un saggio definitivo. Di fatto, l’operazione fatta da Anceschi con l’Antologia Lirici nuovi (1952) con l’editore Magenta, individuava una sentita esigenza di modernizzazione del linguaggio poetico italiano ancora debitore dell’impostazione crociana e del linguaggio ermetico e post-ermetico. Quella Antologia indicava qualcosa di importante, tendeva a porre l’attenzione sugli «oggetti» invece che sugli «emblemi» e sulle intuizioni metafisiche del linguaggio poetico ungarettiano. Fatto sta che quella riflessione di Anceschi è stata poi utilizzata in chiave di politica poetica per perorare e legittimizzare una «poetica degli oggetti», un «canone nuovo» e una «poesia degli oggetti» che, in sé poteva essere (e lo fu) un momento di avanzamento del linguaggio poetico italiano, momento che però celava in sé un equivoco di fondo: nessuno chiese ad Anceschi che cosa si intendesse con la parola apparentemente innocua di «oggetti», che cosa fosse un «oggetto», come lo si riconoscesse e lo si distinguesse da un non-oggetto. Queste indeterminazione e genericismo su una questione così di fondo e importante, indubbiamente pesò non poco sulla scarsità di risultati della «poesia degli oggetti» e l’antologia si rivelò piuttosto vulnerabile alle critiche, e in particolare alla critica di Pasolini che ne individuò subito i punti deboli.

    Bizzarro destino di una fondazione di poetica non fondata filosoficamente fu che quella intuizione anceschiana venne di seguito utilizzata per perorare un «nuovo canone» milanese o lombardo grazie anche all’intervento influente di Vittorio Sereni.
    Qui riporto alcuni stralci di due lettere di Vittorio Sereni in ordine alla problematica degli «oggetti» in poesia:
    Ecco le frasi-chiave di Sereni: «sono io che vado in cerca degli oggetti, non sono gli oggetti che cadono e si raccolgono spontaneamente in me». Ecco un’altra dichiarazione procedurale sulla poesia contenuta nel carteggio con Luciano Anceschi dove si legge: «Ma intanto credo che la mia strada non sia più nella poesia, ma nella prosa».

    Che poi la poesia dei decenni successivi agli anni sessanta si sia indirizzata sulla «prosa», non fu un accadimento casuale, ci sono precise ragioni storiche e precise ragioni di poetica che condussero a quell’esito.

    Questo l’antefatto. Questa è la storia della questione, detta in breve. È eloquente anche a chi legga in fretta questo post e altri che abbiamo fatto negli ultimi due anni che la questione degli «oggetti» in poesia è stata mal posta. E che occorresse fare chiarezza, innanzitutto filosofica, sulla questione era ed è una necessità indubitabile.

    La «nuova ontologia estetica» afferma in modo convinto che la questione degli «oggetti in poesia» non interessa più di tanto, che la vera questione è la presenza delle «cose» nella «nuova poesia». È chiaro che qui siamo in un demanio concettuale lontanissimo dalla impostazione anceschiana. Nella «nuova poesia» non è più il poeta che va alla ricerca degli «oggetti» e né che essi debbano cadere «spontaneamente» sulla testa poeta come una tegola, in questo campo non si dà alcuna spontaneità: sono le «cose» che interessano la nuova ontologia estetica. Le «cose» hanno una fondazione filosofica totalmente diversa dagli «oggetti», questo penso, anzi spero, sia chiaro a tutti. Una poesia fatta di «cose» è una cosa diametralmente diversa e lontanissima dalla antica poesia degli oggetti.

    https://books.google.it/books?isbn=8866559784

    • Gli oggetti, le cose, le parole:
      gesso, cartone, plastica, vetro, album,
      pannolini Huggies,
      le cose e gli oggetti di pessima scelta,
      di ottimo gusto, crackers,
      Blupill, il bambino con il taglio
      dell’ombelico, gli albi di Dylan Dog,
      i libri di prima edizione,
      o Mon Dieu,
      ma quanti scarti di croste e molliche
      per dire ogni sera:
      “dacci oggi il nostro pane quotidiano”
      così mi ritrovo tra ossari e faglie
      con le mimose, e i rami di quercia,
      un collare pesantissimo al collo,
      la gorgiera, sogno irreale,
      e la tua bocca sempre piena di I love you.
      Ci prende in giro il Carnevale,
      meno Pierrot, la siringa con Targin e Tramadolo;
      da gennaio a dicembre ti amerò per il sì
      e ritornando indietro ti amerò per il no.
      Le cose, gli oggetti di pessimo gusto,
      la lingerie color verde pistacchio
      che aspetti? Che ti ritrovi di nuovo gli anni passati?
      Che sappiamo del Galateo in bosco?
      Poesia: zona keep out! Stradine e vialoni,
      holzwege, se veramente mi trovi un bosco mai defoliato
      lì porteremo il nostro rosario.

      English translation by Adeodato Piazza Nicolai

      Objects things, words:
      chalk, cardboard, plastic, glass, albums,
      baby Huggies,
      things and objects of horrible choice,
      of excellent taste, crackers,
      Bluepill, the baby with a cut
      in the umbelical chord, the albi of Dylan Dog,
      the first-edition books
      o Mon Dieu,
      but how many throw-away crusts and soft bread crumbs
      in order to say each night:
      “give us this day our daily bread”
      so I find myself among ossuaries and cracks
      with mimosa, and oak branches,
      a very heavy collar round the neck,
      the gorget, unreal dream,
      and your mouth always full of I love you.
      The Carneval makes fools of us,
      without Perrot, the siringe with Targin and Tramadol:
      from January to December I will love you for the yes
      and will return loving your no.
      The things, the objects of horrible taste,
      the pistachio green-coloured lingerie
      what are you waiting for? To find again the lost years?
      What do we know of the Galateo in the woods?
      Poetry: a keep-out zone! Tiny roads and large streets,
      holzwege, if you really find me a forest forever leafless
      we will take them our rosary.

      © 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Mario M. Gabriele whose first line begins: “Gli oggetti, le cose, le parole:” All Rights Reserved.

      • LE «COSE», GLI «OGGETTI» DI PESSIMO GUSTO
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/01/gli-oggetti-le-cose-le-parole-la-brutta-poesia-dei-nostri-giorni-disgraziati-e-fatta-con-le-parole-della-chiacchiera-e-della-stolida-superficiale-nequiziosita-dialogo-tra-steven-grieco-rathgeb/comment-page-1/#comment-31897
        le cose e gli oggetti di pessima scelta,
        Le cose, gli oggetti di pessimo gusto,

        Poesia: zona keep out! Stradine e vialoni,
        holzwege, se veramente mi trovi un bosco mai defoliato
        lì porteremo il nostro rosario.

        Caro Mario, questa è una straordinaria poesia di «oggetti», morti, una galleria di oggetti-ossario della nostra esistenza, e tu ne hai fatto un monumento! Se ci fosse ancora in vita Anceschi ne sarebbe rimasto ammirato e deluso nello stesso tempo, perché non capirebbe, lui non potrebbe capire che fine hanno fatto i suoi «oggetti», che oggi, a distanza di sessantacinque anni sono diventati, stracci, scarti, residui, rifiuti, fossili da «zona keep out», da cui stare alla larga, un «Carnevale» di oggetti che ci assilla e ci droga in ogni istante della nostra giornata. Quello che per Anceschi all’inizio del paleocapitalismo italiano nel 1952 era una Buona Novella, oggi è diventato una idiozia insopportabile, quegli «oggetti» che oggi il capitalismo globale produce in modo globale e intollerabile. Quegli oggetti sono diventati la nostra maledizione… e mi piace quella tua ironia di considerare al pari degli oggetti da pattumiera anche quel «Galateo in bosco» che tanto rallegra il cuore degli accademici. Non c’è nessun «galateo» nella civiltà degli oggetti, quella di Zanzotto era una inconscia apologia dell’esistente… E quanti autori sono caduti nel tranello di credere ingenuamente nella bontà degli oggetti! Che maiuscola ingenuità… Ma noi, noi della nuova ontologia estetica, siamo stati per fortuna vaccinati contro tutti questi luoghi comuni diventati pensiero positivizzato e sedimentato, noi sappiamo bene che quegli oggetti sono portatori di una ideologia tra le più belliciste che mai il mondo ha conosciuto… quegli oggetti, bisogna dirlo, sono il prodotto della nuova barbarie del nuovo mondo tecnologizzato. E un poeta degno di questo nome deve prendere le distanze da questa futile credenza… Gli oggetti non hanno alcuna magia… Gli oggetti sono i portatori di una nuova ideologia globale, quella della omologazione globale…

        • Grazie Giorgio del tuo graditissimo commento. Ho voluto soltanto aderire al tuo post avvicinandomi a ciò che esprimi. E’ il mio modo di vedere le cose. Il fatto è che noi siamo i veri fruitori, e produttori di questa oggettistica senza alienazione alcuna. Ne godiamo l’uso e l’abuso senza limiti. E’ un bene o un male, non lo so! Certamente siamo lontani dalla alienazione che tanto affliggeva la classe operaia ai tempi di Marx. Un grazie sincero per la versione in inglese della poesia, tradotta con tanta bravura da Adeodato.

  2. Primo commento a caldo: accidenti! Qui assistiamo ad una evoluzione del formato stesso di un post sulla poesia e sulle questioni ad essa inerenti. Il ricchissimo materiale, qui armoniosamente assemblato, crea una nuova esperienza di lettura… è un po’ come erano un tempo le migliori riviste letterarie, le più autorevoli ma anche eleganti: sapevi che quando ti sedevi ed iniziavi a sfogliare, saresti andato incontro ad una ricca messe di novità, idee, riflessioni, poesie, un continuo echeggiarsi fra i contenuti. Ma questo non è il “Times Literary Supplement” di 50 anni fa: qui c’è una coralità incredibilmente attuale. Tutto suggerisce una stanza “tridimensionale”, in cui “succedono” le “cose”. Un’esperienza diversa.
    Era da tempo che Giorgio veleggiava in questa direzione. Anni di duro lavoro e ripetuti tentativi lo hanno portato qui: le finte pareti che separavano poesia da critica della poesia, vita reale da poesia-finzione, tutte queste finte barriere, in questo modo cedono. Anche nello stesso modo di porre le questioni. (Non a caso la Frostenson qui fa da nume tutelare.)
    Sennò, cos’è la letteratura?

    Un poeta giovane dovrebbe trovare in questo post moltissimi degli strumenti che gli servono per capire il come.
    Non so perché, ho ricordato questi versi di Arsenij Tarkovskij:

    Siamo tutti ormai del mare su la riva,
    e io sono tra quelli che traggono le reti,
    mentre l’immortalità passa di sghembo.

    Oppure:

    Là, in disparte da noi, del mondo in disparte,
    un’onda dopo l’altra rompe sulla riva,
    e sull’onda – stella, e uomo, e uccello,
    e realtà, e sogni, e morte – un’onda dopo l’altra.

  3. Arsenij Tarkovskij

    Siamo tutti ormai sulla riva del mare,
    ed io sono tra quelli che tirano le reti,
    mentre passa a branchi l’immortalità .

    (traduzione di Donata De Bartolomeo)

    • I primi versi di Tarkovskij da me citati sono stati tradotti da non so chi per il film Zerkalo del figlio Andreij, in versione italiana. Nel film le poesie sono lette da Arnoldo Foà. Trovo le due versioni, quella dal film e quella di Donata Bartolomeo, sostanzialmente identiche.
      Il secondo pezzo l’ho tradotto io direttamente dal russo. Rileggendo, vedo che c’è un mio refuso: “Là, in disparte da noi, del mondo in disparte,”
      che dovrebbe essere “Là, in disparte da noi, dal mondo in disparte,”

      • Sì, ora è più chiaro, anzi, quel “dal” spalanca l’universo. Grazie, Steven.

        • Mi ricordavo a memoria la poesia di Arsenij Tarkovskij, ma ho sbagliato, la memoria mi ha fatto cilecca. Ecco qua l’intera poesia in tre strofe a cura di Donata De Bartolomeo:

          Vita, vita

          I

          Non credo nei presentimenti e dei segni
          non ho paura. Né la calunnia né il sarcasmo
          io fuggo. Nel mondo non c’è la morte.
          Tutti sono immortali. Tutto è immortale.
          Non bisogna temere la morte né a diciassette anni
          Né a settanta. Esistono solo la realtà e la luce,
          in questo mondo non ci sono né buio né morte.
          Noi tutti siamo già sulla riva del mare
          ed io sono tra quelli che tirano le reti
          mentre passa a branchi l’immortalità.

          II

          Vivete in casa – e casa non crollerà.
          Io evocherò uno qualunque dei secoli,
          entrerò in esso ed in esso una casa costruirò.
          Ecco perché sono con me ad un unico tavolo
          i vostri figli e le vostre mogli.
          Ma c’è un unico tavolo per il bisnonno e per il nipote.
          Il futuro si compie ora
          e se io sollevo la mano
          tutti e cinque i raggi rimarranno presso di voi.
          Io ogni giorno del passato, come una puntellatura,
          con le mie clavicole ho sostenuto,
          misurai il tempo con la catena dell’agrimensore
          ed attraverso esso sono passato, come attraverso gli Urali.

          III

          Io mi sceglievo il secolo secondo la grandezza.
          Andavamo al sud, alzavamo la polvere sopra la steppa;
          l’erbaccia fumava; il grillo campestre faceva il birichino,
          toccava con i baffi i ferri dei cavalli e profetava
          e, come un monaco, minacciava per me la rovina.
          Io il mio destino alla sella allacciavo;
          io, anche adesso, in epoche future,
          come un bambino mi solleverò sulle staffe.
          Sono soddisfatto della mia immortalità,
          che il mio sangue scorra di secolo in secolo.
          Per un angolo sicuro di costante calore
          io avrei arbitrariamente pagato con la vita,
          qualora il suo mobile ago
          non mi avesse, come filo, condotto per il mondo.

          (1965)

  4. Mi soffermo un attimo sulla poesia di Lucio: una sottile rispondenza fra la sua e i versi di Tarkovskij. Deve essere per questi due versi-perno nella poesia di Lucio: “le parole arrivano già scritte.” E poi, sotto alla data e al luogo dove sono arrivate “le parole già scritte”, l’ultimo verso: “la realtà è indescrivibile”. Wonderful.

    Ma questi versi,

    Le parole arrivano già scritte. Nella notte
    tutte quelle lanterne accese.

    mi ricordano anche un bravissimo poeta pakistano del secolo scorso, Nasir Kazmi, che dice, in un suo sher (distico):

    Il tuo venire ha qualcosa di strano
    tutta la notte le luci sono rimaste accese

    Il commento della mia amica e maestra Shalini Sharma: “La persona che aspettava è arrivata, ma non è arrivata. Ardendo tutta la notte, le luci creano una sensazione di attesa-assenza, che in sé diventa presenza.”

    “La realtà è indescrivibile.”

  5. DAS DING, LA COSA è il centro ontologico della nuova poesia. L’oggettivismo (da oggetto, ovviamente) e il soggettivismo (da soggetto) sono a dir poco arcaici; da mettere nei musei con altre mummie–forse belle da vedere ma innutili da usare come spunto.

  6. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver dato in questa pagina tanto rilievo alle mie cose, una poesia all’inizio e “Sponde” che è un’opera di pittura per frammenti. Come pittore ho scelto di diventare un costruttore di “cose che prima non esistevano”, sapendo che in qualche modo avrei portato la pittura nell’ambito del design. E’ come ammettere che la pittura ha un fondo di utilizzo, anche in caso restasse pittura fine a se stessa. Del resto la pittura, intesa come buona e sensibile esecuzione, è morta (o morente) ormai da parecchi anni a questa parte; a meno che non sia provvista di bagaglio concettuale, nel qual caso conta l’idea più dell’esecuzione. Cerco di salvare il salvabile ( il segno vivo, zen, l’arte dell’accostamento, ecc.), ma soprattutto tento, in pittura come in poesia, la “fragmentation” dell’opera unica.
    Nella serie “Sponde” si danno una serie di frammenti di passeggiata: il frangersi di un’onda, un limite di spiaggia, nuvole e uccelli in volo… tutti questi attimi non sono interpretativi ( non è linguaggio simbolico) o descrittivi ma sono gesti estetici e gesti vivi. La pittura zen, come in occidente è stato per tanta pittura gestuale e informale, ha la capacità di immobilizzare una forza in modo che resti tale per sempre ( non è così anche per le parole in poesia?). Ma restano attimi, gli attimi di una passeggiata “di” mare. Attimi di complessità. Frantumando la narrazione ho disperso il soggetto, o meglio l’ho riproposto in serie di soggetti. Più o meno come in poesia, nella nuova poesia, accade che “il senso abita il frammento” come ebbe a dire Linguaglossa.
    Se la pittura, che pure non ha utilità, è comunque destinata a un qualche utilizzo, per la poesia non è ancora così. Ma secondo me, grazie al frammento, potrebbe “dire” in un film qualcosa che non ci si aspetta, o nel contesto di un’immagine, a patto il frammento sia dotato di senso completo, abbia vita propria: come ad esempio negli strilli che sono apparsi su questa rivista, che erano frammenti di Gabriele, Linguaglossa e altri della nuova ontologia estetica. Nelle loro poesie i frammenti balzano subito agli occhi e accade che, se isolati, sembra acquistino anche maggiore forza e significato.

  7. donatellacostantina

    “Le cose”: questo il tema dell’edizione 2012 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo.
    Il filosofo Remo Bodei, Presidente del Comitato Scientifico del Consorzio per il Festival, ci illustra questo tema.

    http://www.filosofia.rai.it/embed/remo-bodei-le-cose-e-gli-oggetti/19210/default.aspx

    Qual è la differenza tra una cosa e un oggetto? Un “oggetto” lo si considera con indifferenza, ad esempio per usarlo, comprarlo o venderlo. Un oggetto sfida il soggetto, e da parte sua il soggetto deve inglobarlo e farlo proprio. Una “cosa”, invece, è un oggetto sul quale si sono depositati dei significati, che siano affettivi, intellettuali o altro. In genere dovremmo trasformare gli oggetti in cose per rendere più sensata la nostra vita.

    Il tema delle “cose” e degli “oggetti” è stato scelto dal Festival perché sono innumerevoli gli aspetti implicati in esso: da quello economico a quello religioso, da quello industriale-artigianale a quello scientifico, da quello sociale a quello squisitamente filosofico fino al dono e addirittura al perdono. Un tema che il Festival ha affrontato e problematizzato con lezioni magistrali, cinema, teatro, mostre e molto altro.

    Bodei affronta le varie accezioni dei termini “cosa” e “oggetto” sia dal punto di vista etimologico, sia da quello della storia della filosofia. Da Kant (la “cosa in sé”) al significato delle parole latine causa e res, da Aristotele a Hegel, ne emerge che le cose hanno una forza in grado di “spingere” i nostri pensieri. I pensieri pensano l’essere: pensano un qualcosa che esiste al di là di loro. Le cose sono tali perché presentano una stratificazione di significati che da oggetti li trasforma in qualcos’altro: un semplice telefono cellulare, ad esempio, assume uno statuto differente da quello di semplice oggetto se pensiamo che alcuni minerali che lo compongono hanno scatenato una guerra in Congo.

    Infine Bodei risponde alla sollecitazione riguardo un libro da recuperare e uno da dimenticare. Dichiarando la sua fiducia nei classici, che costituiscono una garanzia, Bodei vuole ricordare Histoire des deux Indes di Raynald. Vorrebbe invece buttare molti romanzi commerciali contemporanei.

  8. Due poesie di Zbigniew Herbert
    sull’estetica del fracasso e dei residui

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/01/gli-oggetti-le-cose-le-parole-la-brutta-poesia-dei-nostri-giorni-disgraziati-e-fatta-con-le-parole-della-chiacchiera-e-della-stolida-superficiale-nequiziosita-dialogo-tra-steven-grieco-rathgeb/comment-page-1/#comment-31902

    Durante un concerto pop
    il Signor Cogito riflette
    sull’estetica del fracasso
    l’idea in sé è certo
    allettante
    essere dio
    significa
    scagliare tuoni
    o meno teologicamente
    inghiottire la lingua degli elementi
    sostituire Omero
    col terremoto
    Orazio
    con una slavina di pietre
    estrarre dai visceri
    ciò che è nei visceri
    sgomento e fame
    denudare le vie
    del nutrimento
    denudare le vie del respiro
    denudare le vie
    del desiderio
    suonare sulla gola rossa
    folli canzoni d’amore
    la difficoltà sta nel fatto che
    il grido sfugge alla forma
    è più povero della voce
    che si innalza
    e cala
    il grido tocca il silenzio
    ma attraverso l’arrochimento
    e non la volontà
    di descrivere il silenzio
    è vistosamente scuro
    per l’impossibilità di articolare
    ha respinto la grazia dell’umorismo
    infatti non conosce i semitoni
    è come una lama
    conficcata nel mistero
    ma non si avvolge
    attorno al mistero
    non ne conosce le forme
    esprime la verità dei sentimenti
    delle riserve naturali
    cerca il paradiso perduto
    nelle nuove giungle dell’ordine
    invoca una morte violenta
    e questa gli verrà accordata

    *

    Nulla di speciale
    Cartelloni colori
    Chiodi colla
    Carta spago

    Il signor artista
    Costruisce un mondo
    Non dagli atomi
    Ma da quel che avanza

    (da Elegia per l’addio, 1990, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

  9. Lorenzo Pompeo – Commento a una poesia di Zbigniew Herbert – L’apparente innocenza di un ciottolo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/01/gli-oggetti-le-cose-le-parole-la-brutta-poesia-dei-nostri-giorni-disgraziati-e-fatta-con-le-parole-della-chiacchiera-e-della-stolida-superficiale-nequiziosita-dialogo-tra-steven-grieco-rathgeb/comment-page-1/#comment-31906
    Zbigniew Herbert

    Il ciottolo

    Il ciottolo è una creatura
    perfetta

    Uguale a se stesso
    attento ai propri confini

    esattamente ripieno
    di senso pietroso

    con un odore che non ricorda nulla
    non spaventa nulla non suscita desideri

    il suo ardore e la sua freddezza
    sono giusti e pieni di dignità

    provo un grande rimorso
    quando lo tengo nel palmo
    e un falso calore
    ne pervade il nobile corpo

    – I ciottoli non si lasciano addomesticare
    fino alla fine ci guarderanno
    con un occhio calmo e molto chiaro

    Da: Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata, Adelphi, Milano 1993, p. 91, a cura di Pietro Marchesani

    Scrive Josif Brodskij in Lettera al lettore italiano, saggio introduttivo alla raccolta di poesie Rapporto dalla città assediata:

    «Il contenuto estetico delle sue poesie fornisce al lettore non un rifugio, ma un’arma». Se prendiamo la poesia che abbiamo appena citato e la osserviamo come fa lo scienziato con il vetrino poco prima di inserirlo nel microscopio, quanto sostenuto da Brodskij potrebbe sembrare un’assurdità. Cosa c’entra un ciottolo con la dimensione etica della poesia di Herbert («un poeta di eccezionale importanza etica» – lo definisce Brodskij)? La poesia in questione venne pubblicata nella raccolta del 1961 Studium przedmiotu («Studio dell’oggetto»). La scelta di scendere la scala dell’anticlimax fino all’oggetto più anonimo e privo di valore, come appunto può essere un ciottolo, è coerente con quanto il poeta aveva già dichiarato nella sua precedente prosa poetica dal titolo Gli oggetti: «Gli oggetti inanimati sono sempre a posto e non si può, purtroppo, rimproverargli nulla. Non ho mai visto una sedia appoggiarsi ora su uno ora su un’altro piede, né un letto impennarsi. Anche i tavoli, quando sono stanchi, non osano inginocchiarsi. Sospetto che gli oggetti si comportino così a scopo pedagogico, per rinfacciarci di continuo la nostra incostanza». L’innocenza di questo breve componimento prosastico è solo apparente. Per comprenderlo bisogna però fare riferimento a quella epoca a cui appartengono, in cui i dettami ideologici del realismo socialista erano ancora vigenti, anche se successivamente al cosiddetto «disgelo» (1956 ) si erano aperti nella società varchi di libera espressione artistica. Riferirsi nella poesia alla concretezza degli oggetti significava deridere quella che era la retorica della cultura ufficiale di allora (occorre ricordare che all’epoca la censura era vigente e attiva). Se anche oggi siamo in grado di apprezzare una poesia come questa, dall’apparente innocenza, probabilmente lo dobbiamo, paradossalmente, proprio alla censura, che costringeva gli artisti e i poeti a inventare un linguaggio per esprimere e veicolare, posizioni di dissenso, un linguaggio personale ma allo stesso tempo comprensibile.

  10. letizia leone

    Cari amici, in questa grande fucina di invenzione filosofico-poetica de “L’ Ombra”, e che sempre più va arricchendosi di materiali poliedrici e di altissima qualità, allego un mio minimo contributo da “La disgrazia elementare” del 2011 in quanto i temi sui quali si discute sono stati per l’appunto “oggetto” di lunghe meditazioni poetiche. Grazie come sempre a tutti per i molteplici circuiti di pensiero che mettete in collegamento.

    Altre pietre oracolari e reperti.
    Babele, gran copia, turba magna. Un classificatore ha chiuso tutto in una stanza. Sconforto e carta: torri compatte pronte a schiantarsi sul pavimento.
    Fogli non numerati
    Volanti
    Fitti di una grafia minuta che liofilizza l’epopea schizoide degli oggetti. Dentro quei fogli l’acustica della mondanità. Stoviglie, piatti rotti, screzi, l’intralciare di passi che frettolosi corrono a prendere, ad aprire, ad usare.
    Conclamare la descrizione dell’oggetto. Un lavoro duro di anni davanti alla paralisi espositiva dei prodotti.
    Spiare in pace l’intero strumentario delle civiltà: laboratori, officine, ambulatori, i depositi più bassi degli ospedali, mattatoi, macellerie, medicherie, armadi pieni di fiale colme di gocce da contare con cannule di gomma, sieri, oli senza fragranza, lavorio leggero di aghi.
    Il classificatore si insinua, prende appunti, scende nei locali cantinati, stanze bianche sprofondate negli strati inferiori di ogni abbandono…

  11. Vediamo se ho capito…
    Quindi quanto afferma Oldani nel Realismo Terminale é pura insonnia…post consumistica…Ancora una sbornia intellettuale….
    Una infruttuosa…(non so voi ma prima che nel pensiero mi fingo, devo dirne di schiocchezzeb)…ecco ci sono

    • .REDATTA STASI

      @1
      all’apice non hai sostanza
      naufrago senza più isola
      e dalla terraferma immobile
      mendichi a canna lunga
      quell’infinito
      che escludi ed insulti.
      .
      #1
      ognuno la sete ingombra
      placide incontinenze, a me care,
      figurano pozzanghere.
      l’addio è troppo immaginato,
      allacciato sigma,
      commisurato strazio.

      grazie, OMBRA

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