Donatella Costantina Giancaspero – Una poesia inedita – La neve a Roma, 9 febbraio 1965 – Commento filosofico di Giorgio Linguaglossa – Abbiamo perduto la patria metafisica delle parole – La casa dell’essere è divenuta una abitazione scomoda ed inospitale, versione inglese a cura di Adeodato Piazza Nicolai, versione in francese di Edith Dzieduszycka

 

Roma neve 2

la poesia narra questo paesaggio innevato che è la memoria – Roma, 26 febbraio 2018, vista Quartiere Ostiense Piramide, foto di Donatella Costantina Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.

 Mi rendo conto che mi manca il linguaggio per entrare dentro una poesia,

mi accorgo soltanto adesso che io, che provengo dal lontano Novecento, non ho più un linguaggio per fare della critica letteraria e sono costretto ad entrare in un linguaggio necessariamente filosofico. Il linguaggio della critica letteraria è diventato obsoleto, e, a volte, anche ridicolo. Non avendo più un linguaggio critico sono stato costretto ad andarlo a cercare, e non è un caso che io (noi), della generazione degli anni ’40 e ’50,  io (noi) della nuova ontologia estetica, che abbiamo vissuto in pieno sulla nostra pelle la crisi di quegli anni e che quindi deteniamo la memoria storica della crisi, dicevo, io (noi) possiamo pensare ad una via di uscita da quella crisi… trovo però che sia oltremodo difficile e problematico che autori più giovani di noi che non hanno vissuto nella propria carne e nella propria memoria storica quella crisi, possano, siano in grado di elaborare una piattaforma di rifondazione come quella che abbiamo messa in campo, cioè la nuova ontologia della forma-poesia, per il semplice fatto che, per motivi biografici, non sono i possessori-detentori di quella memoria storica.

È molto tempo che noi parliamo di un «nuovo paradigma della forma-poesia» (la «nuova ontologia estetica», nella sostanza è questo), di un nuovo modo di intendere alcune categorie fondamentali della forma-poesia. Molti interlocutori si sono spaventati e irrigiditi. Lo so, lo capisco, forse è difficile accettare di dover cambiare i significati delle parole d’ordine ai quali ci ha abituato un pensiero estetico obsoleto. Io porto molto spesso l’esempio dei fisici cosmologi, la fisica del cosmo sta facendo un balzo stratosferico, da far rabbrividire; il fisico teorico Verlinde, forse il più acuto fisico teorico del mondo, ha capovolto e dissolto i concetti della fisica cui eravamo abituati e ha indicato un nuovo «modello teorico» per la lettura dell’universo; il fisico tedesco ha dichiarato candidamente che la materia oscura dell’universo non esiste mettendo in subbuglio la comunità scientifica, ne deduco che non c’è affatto da spaventarsi per il nostro modo di proporre un nuovo paradigma delle categorie estetiche della forma-poesia.

Roma 1965-Campidoglio-Piazza-dellAra-Coeli-Neve-a-Roma-9-febbraio-

Roma innevata, Campidoglio, nevicata del 9 febbraio 1965

Abbiamo perduto la patria metafisica delle parole

Mi sia consentito dire che non è possibile alcun oltrepassamento della metafisica se non c’è stata una metafisica, e per metafisica intendo delle parole vere, pesanti, pensanti, una patria di parole comuni. Per tanto tempo la poesia italiana ha smarrito la sua patria metafisica delle parole, almeno, a far luogo da Le ceneri di Gramsci (1956) di Pasolini, lì le parole abitano mirabilmente un’unica patria. Se mettete in fila tutte le parole del lessico di quella raccolta, vi accorgerete che tutte quelle parole abitano una medesima Grundstimmung, una medesima tonalità dominante. Dopo di allora la poesia italiana perderà progressivamente il vocabolario della poesia; ci saranno a disposizione, utilizzabili, molte, troppe parole dissimili e variegate e si perderà addirittura la memoria della loro comunanza gemellare. Non dico che dopo di allora non siano apparse opere significative nella poesia italiana, dico una cosa diversa, dico soltanto che nelle opere che sono venute dopo si andrà indebolendo ciò che tiene insieme le parole comuni di un’epoca e di una lingua dentro una cornice, una rete tono simbolica, che è la cornice di una lingua e di un’epoca; qui non si tratta della cornice di un quadro di proprietà privata che può essere alienata a piacimento o che i singoli poeti possano alienare liberamente, essa è inalienabile e inalterabile, al massimo, i poeti la possono condividere quando si creano delle situazioni storiche e spirituali singolarissime, quando in taluni rari momenti della storia vengono a coincidere distinti momenti dello spirito di un’epoca, allora viene ad esistenza, diventa percettibile la struttura trascendentale di una patria linguistica.

Che ce ne facciamo di una patria sempre più lontana, estranea e indifferente, di cui non conosciamo il suo contenuto, il suo indirizzo e i suoi abitanti, una patria che ci fa sentire inidonei e inospitati abitanti della «casa dell’essere»? Quella «casa» ormai appare essere sempre meno la nostra «casa» ma un «appartamento» ammobiliato, con suppellettili a noi estranee, indifferenti, che si presenta sempre più come un luogo indisponibile, inaccessibile e irriconoscibile.

Mi sorge il sospetto che quella «casa dell’essere» sia ormai divenuta qualcosa che non sappiamo più riconoscere, che quella lingua che si parla laggiù è una lingua straniera, dai suoni imperscrutabili e incomprensibili. Mi sorge il sospetto che con quella lingua sia ormai improponibile scrivere poesia, non abbiamo più il lessico, non abbiamo più una grammatica e una sintassi che ci possa accompagnare nel nostro viaggio, mi sorge il sospetto che abbiamo perduto la nostra patria metafisica delle parole.

Che cos’è una patria metafisica?

Una patria metafisica delle parole la si costruisce in piena consapevolezza, e la può costruire soltanto una civiltà, non un singolo. È soltanto quando una patria metafisica delle parole inizia a declinare che si aprono delle «falle» e si inizia ad intravvedere un’altra luce, e con essa altre «cose» che prima non vedevamo. Non si tratta soltanto di una fotologia o di una riforma ottica, ma di un vero regno delle «cose» che viene avvistato. Solo a quel punto sorgono, possono sorgere le parole nuove. E allora non resta che ricostruire ciò che è stato decostruito, raccogliere i frammenti di quelle parole morte che sono state calpestate, e indugiare, prendere una distanza, rallentare e, se del caso, fermarsi. Perché noi siamo sempre in cammino verso una nuova casa dell’essere, dobbiamo sempre istituire un rapporto amicale con il linguaggio, quel linguaggio che è stato fatto sloggiare dalla casa ed è rimasto preda delle intemperie, del gelo e del raffreddamento delle parole. Quelle parole raffreddate sono le sole parole che abbiamo, non ne disponiamo di altre, sono loro che ci possiedono… E allora bisogna scaldarle, bisogna trovare una nuova abitazione riscaldata, con una buona stufa… Forse, questo cammino altro non è che un momento del Ge-Schick dell’essere, un tratto di quella peripezia dello Spirito che occorre perseguire.

Il mondo di retroscena custodisce le parole seppellite

vive in quanto quelle parole possono tranquillamente dormire dietro una scena, dietro un sipario, al riparo dell’ombra, separate dal mondo di avanscena illuminato dalla luce diurna del giorno. Allora, questo sforzo di oltrepassare la metafisica si rivela un vano tentativo se lo facciamo in nome e per conto della luce del giorno, perché siamo ancora e sempre prigionieri del linguaggio della metafisica del giorno, ciò che appare in quella luce sarà figlia del giorno ed esonererà ciò che dimora nell’ombra; la patria del giorno non coincide per niente con la patria dell’ombra, quella esautorerà quest’ultima. È questo governo delle parole ciò a cui dobbiamo rinunciare, le parole non vanno governate, sono loro che ci governano, la loro insubordinazione spesso si converte in ammutinamento, e tacciono, possono tacere per lunghi decenni, restando acquattate nel recinto del mondo di retroscena entro il quale si sentono al sicuro, perché lì non c’è alcun governatorato, alcuna imposizione, alcuna tassa da pagare, non c’è alcuna istanza superiore che dirige il traffico delle parole da adoperare come se fossero degli utilizzabili, le parole non sono degli utensili e noi non abbiamo alcun potere su di esse.

Nella «nuova ontologia estetica» non c’è nessun pathos delle parole o del tempo o della perdita, tutto ciò è impallidito e si è allontanato, è ormai una galassia che non ci interessa più; l’oggettività della nuova poesia nasce non da una acquisizione ma da un allontanamento, da una dismissione di gravezza, da un alleggerimento dalla pesantezza.

Può darsi che la nuova ontologia della parola poetica sia destinata ad attraversare il deserto di ghiaccio della dissoluzione delle Forme di un tempo, della tradizione, può accadere che quelle Forme adesso ci parlano dal loro irrigidimento in una lingua morta che non comprendiamo più, può darsi che anche questa gigantesca dissoluzione delle Forme sia un momento necessario del Ge-Schick dell’essere di cui ci ha narrato Heidegger e che questo allontanamento sia stato salutare, ci abbia fortificati, fortificati nella debolezza e nell’impallidimento.

 

E adesso leggiamo una poesia della nuova patria delle parole.

Donatella Costantina Giancaspero

La neve a Roma, 9 febbraio 1965

È già dentro la notte la sospensione
della neve.
Il sonno tende l’orecchio al di là del calorifero,
in cerca di una vibrazione.

Da una fessura filtra la sequenza in controcampo
dei nastri viola e gialli di Carnevale,
legati al vento della finestra.

Su, c’è ancora neve:
si specchia in quella che resta a terra
e sulle case di periferia.

Ma’, posso scendere giù?”

Gli stivaletti da donna, modello sportivo
senza tacco,
di camoscio marrone, con finiture in pelle gialla,
numero 35, possono adattarsi al piede più piccolo.

Affondano fino a un angolo di marciapiede,
davanti al capolinea del bus in sosta.

L’autista e il bigliettaio si scaldano con le sigarette.
Forti della divisa grigia. Fumano
come una pattuglia a difesa del mezzo
– verde scuro schizzato di fango –
e di questo confine della città.

È dissacrante il gioco della neve contro la lamiera.
L’ultimo colpo cade a vuoto.

*

The snow in Rome, 9 february 1965

Already inside of the night is the suspension
of snow.
Sleep lends its ear beyond the radiators,
searching for one vibration.

From a crack, a countervailing sequence filters
from violet and pink Carneval ribbons,
tied to the wind of the window.

There is snow: farther above:
reflecting itself with the one on the ground
and upon suburban homes.

“Mamy, can I go down?”

The lady’s small boots, sport-model
without heel,
of brown chamois, with finishes of yellow skin,
size 35, adaptable to the tiniest foot.

Sinking up to the angle of the sidewalk,
in front of the parked bus at the end of the line.

Driver and ticket-taker warm up with a cigarette.
Proud of their gray work uniform. They smoke
like a patrol defending the vehicle
–dark green, mud-splashed –
for this end of the city.

Outraging the playing of snow against the steel.
The final pounding falls in the null.

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem The Snow in Rome, 9 February 1965, by Donatella Costantina Giancaspero. All Rights Reserved.

*

 

Roma neve

Roma, 26 febbraio 2018, vista Quartiere Ostiense Piramide, foto di Donatella Costantina Giancaspero

«Il quadrato delle cose»

 La poesia non descrive un oggetto, non è la descrizione mimetica di un qualcosa che sta là fuori ma è il paesaggio dell’anima, indica una situazione emotiva e tono simbolica fondamentale e irripetibile, che è già stata, che è accaduta una volta e che non è più. Per questo è talmente viva, viva in quanto non è più, perché le cose vive sono quelle morte e seppellite. Una «situazione della questità» impersona il fotogramma di una dimensione dello spirito, una immagine della storia dello spirito, ma la «situazione emotiva» vive soltanto se in essa ci sono le «cose», che poi sono quelle entità che ci hanno accompagnato per un tratto dell’esistenza e poi ci hanno abbandonato, o che noi abbiamo abbandonato, che abbiamo utilizzato, abitato e, magari, ripudiato. Le «cose» della poesia sono: la «neve», il «calorifero» di una stanza, il «sonno», l’«orecchio». Tutta la composizione ruota attorno a queste quattro «cose» specificamente indicate nella prima strofe, tutto il resto è una semplice prosecuzione di quelle «cose» che sono restate dormienti fino al momento dell’atto della scrittura che le ha risvegliate dal loro sonno e ce le ha restituite alla veglia del giorno. Questo è il «quadrato delle cose», infatti le cose sono quattro, impersona una «questità», disegna un quadrilatero, sono queste e non altre e soltanto queste, colte in un momento della temporalità, un hic ed un nunc irripetibili, figura di un istante della temporalità perché le «cose» vivono soltanto nella «questità» che le può far rivivere, senza la «questità» esse sono morte, non possono essere disseppellite e tornare in vita neppure sotto le spoglie dell’apparenza della forma-poesia.

La composizione ci narra la sola cosa che una poesia può narrare: un luogo outopos, un luogo fuori del luogo, un luogo della memoria, un luogo del passato che è la figura del luogo del presente e figura dell’orizzonte degli eventi del presente, del passato e del futuro, l’aion, il tempo dell’eterno che si presenta nella figura paradossale del presente della memoria, paradossale perché è un tempo che non esiste, l’orma cancellata del tempo interno, la traccia di un tempo interno scomparso.

Ci sono alcune determinazioni molto concrete che nella poesia sono ben specificate:

Gli stivaletti da donna, modello sportivo
senza tacco,
di camoscio marrone, con finiture in pelle gialla,
numero 35, possono adattarsi al piede più piccolo

Foto Man Ray 1922

La «casa dell’essere» è divenuta una abitazione scomoda ed inospitale

È un paesaggio di neve quello che abbiamo alle spalle,

e la poesia narra questo paesaggio innevato, narra di una bambina che chiede alla madre se può andare giù a giocare con la neve al capolinea di una fermata degli autobus, a Roma, il 9 febbraio del 1965, mentre scende la neve; della bambina che calza «gli stivaletti da donna… senza tacco, / di camoscio marrone…», mentre «l’autista e il bigliettaio si scaldano con le sigarette». Tutto è rimasto nitidamente circoscritto nei dettagli che la memoria della bambina ha conservato come sotto la neve. La tradizione letteraria è implicitamente raccontata come un paesaggio innevato. La poesia ci parla dell’Assoluto nella sua dimensione propria: il passato, perché proprio «nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo».2] (Quaderno 348, 1972).

Se l’esistenza è la dimensione del nostro esserci, l’essere di una quidditas che è essa stessa tempo che si muove nel tempo, allora possiamo convenire che quelle determinazioni, quelle «cose» posseggono una potenzialità, sono esse stesse vive e percettibili, sono terminali «positivi» in quanto contengono una diversa possibilità di auto organizzazione; in altre parole, sono in potenza ed in atto insieme, posseggono una attesa che buca necessariamente l’orizzonte degli eventi del presente in cui quelle «cose» sono collocate, attesa che è collegata, anzi, è identica alla «speranza» soggettiva che le singole determinazioni possano sfuggire alla mera attualità del presente per porsi nella dimensione del tempo futuro come «possibilità», «eventualità». La poesia narra, con i suoi mezzi, questo plesso problematico, lascia intendere implicitamente che è vero: il tempo futuro può in ogni momento auto configurarsi mediante un diverso orizzonte degli eventi, può configurare un altro presente che sarà altro dal presente attuale, può configurare l’utopia del futuro perché è la speranza che muove il futuro, altrimenti esso cesserebbe, nella sua non esistenza, di esistere.

«Che il possibile non possa costituirsi se non nell’esistere di un esistente (il suo esistere come ‘possibile’), lo sottolineava già Aristotele. E lo mostrava nel sottolineare la priorità dell’atto rispetto alla potenza. Lo mostrava chiarendo che nessuna pura potenza è pensabile se non in quanto anch’essa in qualche modo attualmente esistente come tale».1]

Gli oggetti (le singole determinazioni) sono diventati «cose» perché sono morti; scomparsi dall’orizzonte degli eventi del presente, possono rivivere soltanto nella memoria nella misura in cui si sono convertiti in «cose» piene di senso e di temporalità. A questo punto, sarà chiaro quanto andiamo dicendo che la poesia della «nuova ontologia estetica» tratta soltanto e sempre di «cose», mai di «oggetti», quelle «cose» che non stanno più di fronte a noi, gettate, non sono ob-jectum,  ma sono relegate nel tempo interno della memoria, nella nostra dimensione interna

La «casa dell’essere» è divenuta una abitazione scomoda ed inospitale.           

1] Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2008, p. 90

2] Andrea Emo, Il Dio negativo, a cura di Massimo Donà e Remo Gasparotti, 1986

 

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28 risposte a “Donatella Costantina Giancaspero – Una poesia inedita – La neve a Roma, 9 febbraio 1965 – Commento filosofico di Giorgio Linguaglossa – Abbiamo perduto la patria metafisica delle parole – La casa dell’essere è divenuta una abitazione scomoda ed inospitale, versione inglese a cura di Adeodato Piazza Nicolai, versione in francese di Edith Dzieduszycka

  1. donatellacostantina

    Claude Debussy (1862 – 1918)
    “Des Pas sur la neige”, VI Preludio del Libro I

    Claude Debussy ha datato questo preludio 27 dicembre 1909. Ma, molto probabilmente, come rileva il critico Victor Lederer anche riguardo agli altri Preludi scritti dal compositore francese, la data si riferisce al giorno in cui il brano è stato completato, piuttosto che a quello di inizio. Il titolo, “Des Pas sur la neige”, compare scritto in piccolo, tra parentesi, al termine delle due pagine.
    Il preludio fu pubblicato per la prima volta nell’aprile del 1910, insieme agli altri che costituiscono il Libro I. Nel medesimo anno venne eseguito alla Salle Érard di Parigi dallo stesso Debussy.

    La composizione emana un senso di isolamento: Victor Lederer la definisce una “dura espressione di solitudine e desolazione”.
    Difatti, lo stesso Debussy scrive sulla partitura: “Il ritmo iniziale deve avere il valore sonoro d’un fondo di paesaggio triste e ghiacciato”; e la melodia è indicata con “espressivo e doloroso”, poi “espressivo e tenero”, ed infine “come un tenero e triste rimpianto”.

    Debussy descrive un ambiente spettrale, nella solitudine di un paesaggio invernale, nel quale, a rompere un ritmo ostinato (re-mi, re-mi fa ecc…), è un basso claudicante, che arranca e si spegne in un rallentando finale quasi tragico.

    Lo scenario è rappresentato senza partecipazione affettiva, secondo una logica spaziale e non psicologica. L’assenza di una guida melodica proietta l’ascoltatore direttamente all’interno della scena, e, da spettatore, da oggetto, diventa egli stesso protagonista, soggetto.

    Per l’esecuzione di questo brano (così come per gli altri preludi), è indispensabile una attenta analisi e moltissima pratica. Le difficoltà di ordine interpretativo necessitano di una ricerca del suono continua e meticolosa.

    La fotografia, la regia e, soprattutto, la impeccabile interpretazione di Daniel Barenboim, rendono questo video particolarmente suggestivo.

    Buon ascolto!

    • (Ieri sfuggita, oggi ripresa…)

      Regina in punta.
      poesia in bianco
      ieri perduta oggi ritrovata
      nello stesso istante
      della riscrittura sul solco scialbo
      spogliata sulla neve
      sulla scacchiera
      in campo lungo
      d’un solo alfiere con lancia in pugno
      che ha sbaragliato il senso
      il Re mattato.

      nel rigo chiaro affondi piano.

      (ascoltando e guardando Barenboin: Debussy
      De pas sur la neige.
      Per affinità…)

      Grazie, Ombra
      Grazie D.C. Giancaspero.

  2. Scrive Schmitz che questo preludio è rigido. In quanto alla poesia: la magia di Debussy la si ritrova nei primi due versi.

  3. donatellacostantina

    Arturo Benedetti Michelangeli (1920 – 1995)
    The Snow is Dancing, IV brano dalla Suite per Pianoforte “Children’s Corner” (1907) di Claude Debussy

    Buon ascolto!

  4. Comunico a Giorgio Linguaglossa, e a tutti gli amici del Blog, che è uscito un mio volume di poesie,”Streghe”.di cui invierò copie a Giorgio appena possibile.Saluti affettuosi a tutti, Anna Ventura

  5. Aspettiamo tutti l’arrivo del tuo libro cara Anna Ventura, per intanto ti mandiamo i nostri migliori Auguri…

  6. “dobbiamo sempre istituire un rapporto amicale con il linguaggio, quel linguaggio che è stato fatto sloggiare dalla casa ed è rimasto preda delle intemperie, del gelo e del raffreddamento delle parole (. . .) E allora bisogna scaldarle, bisogna trovare una nuova abitazione riscaldata, con una buona stufa”…

    Donatella C. Giancaspero ha scritto una poesia da fare invidia ai milanesi (penso a Raboni e Loi).

    “l’oggettività della nuova poesia nasce non da una acquisizione ma da un allontanamento, da una dismissione di gravezza, da un alleggerimento dalla pesantezza”.
    Donatella riesce a fondere lingua e linguaggio semplicemente scavalcando le forme che sembrava potessero, da sole, garantire la sopravvivenza della lingua. E’ come scalare una montagna, la più alta, l’Everest. Questo è possibile perché la trasformazione è ormai avvenuta. Ha oltrepassato la soglia degli ammodernamenti, dei pro e contro.

    “le parole non vanno governate, sono loro che ci governano”.
    A noi tocca l’ufficio amministrativo, sbrigare le pratiche, come si dice (il raffreddamento delle parole); mettere in ordine sparso, per raggruppamenti: “Ma’, posso scendere giù?” va con gli “Gli stivaletti da donna, modello sportivo”…
    Finalmente a casa, in questo tempo. Sensazione magnifica. E c’è la neve! L’essere abita le cose. Aggiungo che la scelta di“Children’s Corner “ è perfetta per questa poesia.

  7. cara Luciana Vasile,

    Scrive Derrida:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/26/donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-la-neve-a-roma-9-febbraio-1965-commento-filosofico-di-giorgio-linguaglossa-abbiamo-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole-la-casa-dell/comment-page-1/#comment-31786
    «La guerra è congenita alla fenomenicità, è il sorgere stesso della parola e del manifestarsi. Non per caso Hegel rifiuta di pronunciare la parola “uomo” nella Fenomenologia dello spirito e descrive la guerra (per esempio la dialettica del Signore e del Servo), senza alcun riferimento antropologico, nel campo di una scienza della coscienza, cioè della fenomenicità stessa, nella struttura necessaria del suo movimento: scienza dell’esperienza e della coscienza.
    Il discorso, se è originariamente violento, non può dunque che farsi violenza, negarsi per affermarsi, fare la guerra alla guerra che lo istituisce, senza mai potere, in quanto discorso, riappropriarsi di quella negatività. Senza dovere riappropriarsela perché, se lo facesse, l’orizzonte della pace svanirebbe nella notte… Questa guerra seconda, come confessione, è la minor violenza possibile, la sola maniera di reprimere la violenza più grave, quella del silenzio primitivo e pre-logico, di una notte inimmaginabile che non sarebbe neppure il contrario del giorno, di una violenza assoluta che non saprebbe neppure il contrario della non-violenza: il nulla o il non senso puri. Il discorso dunque si sceglie violentemente contro il nulla e il non senso puri e, nella filosofia, contro il nichilismo…».1]

    Andrea Emo:

    «Che cos’è il nulla? Il nulla non è un quid; anzi non è; il nulla è ciò che è puramente presente e la presenza è il nulla; è la presenza del nulla».2]

    L’atto di massima belligeranza lo compie il poietés quando fa sorgere la parola contro il vuoto e il silenzio del mondo pre-logico. La poesia dunque è un atto di belligeranza portato alle estreme conseguenze. Il vuoto e il nulla sono forme perfette dalle quali la parola rifugge, il vuoto e il nulla sono la sede del Dio assoluto e non belligerante… ma Dio non vuole questa pace tediosa, non ama il vuoto, ecco perché dà origine all’essere e alla parola. Dio non vuole sopportare la responsabilità del vuoto e del nulla.
    Il più grande anti nichilista è Dio il quale dà origine all’essere e alla parola, ma il poietés è il più grande nichilista perché porta la parola nel grembo del nulla.

    1] Jacques Derrida, L’écriture et la différence, 1967 – trad it. La scrittura e la differenza, Milano, Einaudi, 1971 p. 164
    2] Andrea Emo, Il dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, Marsilio 1989, p. 58

  8. Giuseppe Talia

    Mario M. Gabriele ricordava la famosa nevicata del ’56 (Roma era tutta candida) cantata da Mia Martini su testo scritto da Franco Califano e originariamente offerto a Gabriella Ferri.
    “Ti ricordi una volta”, comincia la canzone, e al pari la poesia di Costantina è tutta intessuta di ricordi: “Ma’, posso scendere giù?””

    Il lontano ’65, quando bambina, Costantina ricostruisce un evento speciale, come speciale può essere una nevicata inusuale a Roma. Ed è proprio l’eccezionalità di un evento come la neve a Roma che sì è riproposto in questi giorni che ha messo in moto il ricordo. Costantina ripercorre nella memoria l’emozione della neve vissuta (conosciuta) da bambina per arrivare nel testo alla età adulta (È dissacrante il gioco della neve), attualizzando il ricordo da una emozione primaria ad una aggettivazione.
    “Il gioco della neve”, “L’autista e il bigliettaio si scaldano con le sigarette”.
    Due quadri che significano altro rispetto al mero ricordo.

  9. Rossana Levati

    Leggendo le riflessioni odierne di Giorgio Linguaglossa sul fatto di “aver perduto la patria metafisica delle parole” mi è venuto spontaneo collegarle a questo testo di Ritsos che mi ha sempre colpita in modo particolare:

    Senza notizie
    Giardini non potati; norie cadute, arrugginite;
    statue di bronzo con occhi di vetro, senza mano né briglie.
    Il mare saliva fin sulla strada, picchiava sui vetri.
    Il nuovo inquilino era sordo. Sorrideva. Aveva paura.
    Usciva sempre dal retro. Camminava curvo,
    come se spingesse per aprire una porta. Di pomeriggio,
    all’Educandato,
    i bambini imparavano il tiro al bersaglio. In quei giorni
    era come se tutti fossero acciambellati dentro la borsa del postino.
    E il postino giaceva sotto i pioppi della piazzetta
    Con un coltello tra le costole. E la sua borsa rubata.

    (da “Pietre, ripetizioni, sbarre”, traduzione di N. Crocetti)

    Come non vedere nell’immagine del nuovo inquilino, sordo, che sorride nella misteriosa casa di un mondo in rovina ma al tempo stesso ha paura e ricerca una via di fuga dal retro, una immagine dell’uomo odierno, ospite in una casa angosciante e non sua? Come non vedere, nell’immagine finale di un nascondiglio nella borsa del postino, del postino ucciso e della sua borsa rubata, sparita, la figurazione simbolica di un messaggio che non arriva più a destinazione, che si perde nello spazio insieme ai suoi destinatari che in quella borsa sono rinchiusi senza più trovarvi protezione o rifugio?

    Per quanto riguarda poi la poesia “La neve a Roma, 9 febbraio 1965” di Donatella Costantina Giancaspero, proposta oggi come riuscito esempio della Noe e di una nuova espressività, io sono stata particolarmente colpita, oltre che dall’attacco “ex abrupto” (“è già dentro la notte”) che immette il lettore, di colpo, nel vortice della nevicata e di quella sospensione dei suoni che avvolge il mondo, soprattutto dalla strofa finale: la divisa grigia di autista e bigliettaio rimanda nel verso successivo a una esile pattuglia, il mezzo presidiato (l’autobus al capolinea) è indicato con un nome che potrebbe far pensare a un mezzo militare, i suoi colori sono infatti quelli mimetici, verde e fango, consueti per un esercito, e la piccola pattuglia sembra presidiare i confini di una città assediata: l’assedio di quei fiocchi di neve che cadono, che capovolgono il mondo nel suo contrario (per questo, forse, il gioco della neve è “dissacrante”, annulla le difese, toglie i rumori e i colori, attutisce i passi, annulla i confini).
    E’ come assistere a una caduta di atomi dall’alto, ma per vederla bisogna alzare lo sguardo in su: la neve vera ha il dono della leggerezza, vola nell’aria, doppio capovolto della neve caduta che sulla terra si sporca e si acquieta: “Su, c’è ancora neve: si specchia in quella che resta a terra”: un assedio infinito, come sempre accade di pensare quando la neve sembra instancabilmente rinnovare la sua caduta. E il verso finale mi sembra aperto ad almeno due significati che convivono nelle stesse parole: “l’ultimo colpo” è ormai “a vuoto” per la pattuglia disarmata, che non ha armi per difendersi dall’invasione dei fiocchi di neve ed è quasi sottoposta a una sconfitta scontata; oppure è la neve stessa che “cade a vuoto”, come i fiocchi che girano su se stessi nell’aria prima di scendere a colpire, infallibilmente, il bersaglio umano.

    • donatellacostantina

      Congratulazioni a Rossana Levati per il suo acutissimo commento, con particolare riguardo alla mia poesia. L’intenzione con cui l’ho pensata ed elaborata è stata esattamente quella che emerge dalla sua centratissima analisi. Sì, la poesia, nella chiusa, mi ha portata verso un senso di sconfitta: uno stato d’animo che credo si percepisca anche in altri miei testi.

      Grazie a Mauro Pierno, per aver commentato con la Gymnopédie N. 1 di Satie; a Mario Gabriele, per il suo pensiero sulla neve dell’infanzia e per aver ricordato la storica nevicata del 1956, oltre a quella del 1985.
      Ringrazio Lucio Mayoor Tosi per aver innalzata la mia poesia niente di meno che sulla vetta dell’Everest (scherzo!): no, davvero, le sue osservazioni sono molto precise.
      Bravo Giuseppe Talia, per avermi letta nel pensiero: sì, in effetti, in questi giorni che si annunciava la neve a Roma, si è “messo in moto il ricordo”, un ricordo, però, che sulla carta è diventato subito metafora.
      Un grazie particolare, mi sia concesso, a Giorgio, che mi ha insegnato tanto e continua a farlo, ogni giorno, nel nostro intenso dialogo quotidiano e attraverso il lavoro condiviso.
      Inoltre, desidero citare Luciano Nanni e glencoe per il loro apprezzamento e rivolgere i miei più sentiti auguri ad Anna Ventura, per il suo nuovo libro.

      A tutti voi e a quanti hanno letto questo particolarissimo post, nato dall’evento eccezionale della neve a Roma, desidero dedicare la canzone qui più volte menzionata, “La nevicata del ’56”. Ho scelto la versione di Franco Califano, con le immagini storiche dell’Archivio Luce.

      Buon ascolto!

  10. IL CONCETTO DI SPAZIO NELLA NUOVA POESIA
    Des Pas sur la neige
    ”, VI Preludio del Libro I

    Claude Debussy ha datato questo preludio 27 dicembre 1909. Donatella Costantina scrive:

    «Debussy scrive sulla partitura: “Il ritmo iniziale deve avere il valore sonoro d’un fondo di paesaggio triste e ghiacciato”; e la melodia è indicata con “espressivo e doloroso”, poi “espressivo e tenero”, ed infine “come un tenero e triste rimpianto”.
    Debussy descrive un ambiente spettrale, nella solitudine di un paesaggio invernale, nel quale, a rompere un ritmo ostinato (re-mi, re-mi fa ecc…), è un basso claudicante, che arranca e si spegne in un rallentando finale quasi tragico.
    Lo scenario è rappresentato senza partecipazione affettiva, secondo una logica spaziale e non psicologica. L’assenza di una guida melodica proietta l’ascoltatore direttamente all’interno della scena, e, da spettatore, da oggetto, diventa egli stesso protagonista, soggetto.»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/26/donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-la-neve-a-roma-9-febbraio-1965-commento-filosofico-di-giorgio-linguaglossa-abbiamo-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole-la-casa-dell/comment-page-1/#comment-31801

    Direi che anche la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è fondata su una rigida partitura «spaziale», il «quadrato della questità», cioè le «cose» che abitano la poesia, fonda la poesia su un impianto rigorosamente fatto di spazio, il tempo è relegato ad un ruolo subordinato. Il «tempo» non viene evocato dal concerto fonico dell’elegia, come avveniva nella poesia tradizionalmente novecentesca, tradizionalmente elegiaca. Potrebbe sembrare paradossale quanto vado dicendo, che in una poesia memoriale il tempo venga rappresentato al secondo posto, ma così è: in ossequio ad uno dei cardini della «nuova ontologia estetica» è lo «spazio» che dirige il traffico delle parole, funge da semaforo. La temporalità viene evocata ed introdotta nella composizione da una rigorosa logica spaziale, è lo spazio che occupa il ruolo dominante, in consonanza con il «preludio» di Debussy, come ha acutamente annotato la Costantina. E credo che sia stato proprio il ricordo di quel pezzo musicale a suggerire all’autrice la adozione di una struttura rigorosamente «spaziale».

    Osservate con quanta perizia l’autrice mette un vocabolo chiave della composizione a fine verso di un verso: «calorifero», seguito e preceduto da due versi brevi; una parola sdrucciola lunga cinque sillabe a rafforzare il significato di calore che promanava da quella stanza dell’infanzia. È sufficiente quella sola parola a dare alla prima strofe una precisa connotazione spaziale e quindi memoriale, dove «lo scenario è rappresentato senza partecipazione affettiva, secondo una logica spaziale e non psicologica».

    Acutamente Sabino Caronia, da quel critico raffinato che è, ha commentato al telefono che si vede che la Giancaspero ha studiato per venti anni composizione musicale, le sue composizioni sono tutte studiate ed elaborate secondo l’idea di una partitura musicale dove le parole (le «cose» della «questità»), come le note di una musica, sono precisamente collocate nei posti giusti, nelle giunture dello spazio della partitura, negli snodi della partitura. Anche il parlato, per lo più soltanto una frase pronunciata da un personaggio, anzi, dal personaggio centrale della composizione, viene sempre collocata in un punto strategico, là dove la significazione della poesia va al dunque, deve concludere. La frase di richiesta che pronuncia la bambina rivolta alla madre è tipica del suo modo di fare composizione:

    Ma’, posso scendere giù?

    nella elencazione di quel «giù» posto a fine verso viene ad evidenza la sapienza, diciamo così, tattica, di porre quella paroletta, un deittico, a fine frase. È lì il momento chiave della composizione. Il desiderio della scoperta del mondo è racchiuso in una paroletta insignificante: «giù», ad indicare la degenerazione del mondo, che sta «giù» e che un giorno bisognerà affrontare. In quella frase ingenua pronunciata dalla bambina si dischiude il desiderio di voler andare alla scoperta di quel mondo misterioso che è nascosto di là.

    Nella poesia giancasperiana ogni parola è collocata e dislocata secondo una rigorosissima legge della partitura spaziale, la partitura fonica sta in secondo piano; il tempo sta dentro l’apertura dello spazio, il tempo è contenuto nella spazializzazione; infatti, la Giancaspero costruisce le sue partiture di parole secondo una orditura invisibile, ma percettibile, costituita da una ragnatela spaziale, al pari della materia oscura sulla quale è collocata la materia del nostro universo. Senza quella ragnatela spaziale tutto il suo universo di parole collasserebbe in un attimo, resterebbe una semplice poesia della tradizione elegiaca.

  11. Cara Costantina, grazie per gli auguri per il mio “Streghe”; ne invierò alcune copie a Giorgio, con preghiera di offrirne qualcuna agli amici più concretamente vicini a lui.Complimenti ,sempre, per la tua attività vivace e rigorosa.Già il sole scioglie la neve, un abbraccio, Anna

  12. Caro Giorgio, oggi spero di inviarti un po’ di Streghe; c’è anche il sole,ma la spiaggia è tutta innevata.A me il librino piace, è un po’ libro/oggetto, sostenuto da immagini molto suggestive,eloquenti quanto la parola.Ho affrontato con coraggio l’inverno,che, comunque, qui è mitissimo.Sarà dura l’estate,ma è ancora lontana. Sempre grata per il tuo affettuoso sostegno, e per la pazienza per le mie inesattezze .Un abbraccio di sole e di neve, Anna

  13. Invia un po’ di copie per me, Costantina, Letizia, Steven, Sabino Caronia che me l’ha espressamente chiesto!, 5 copie bastano!!! tutto in un plico!!! – sono tutte persone che leggono la poesia dei poeti “veri”, non fingono soltanto di leggere…

    Grazie

  14. Caro Giorgio, sta partendo il plico con un po’ di copie, che tu offrirai agli amici più vicini.Il mondo ha bisogno di bellezza.Dalla quale derivano altri beni: tolleranza, carità, amore:beni che, forse, salveranno il salvabile

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