Mario Fresa – Poesie scelte da Svenimenti a distanza (il melangolo, 2018) – Presentazione di Eugenio Lucrezi con una Lettera di Giorgio Linguaglossa

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Mi sembra che tu ti sia risvegliato nel bel mezzo di un sogno o di un incubo e hai visto certe cose che non avresti voluto vedere

Mario Fresa, 10 luglio 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Esordisce in poesia alla fine degli anni Novanta, con l’avallo di Cesare Garboli e di Maurizio Cucchi. Ha collaborato alle principali riviste culturali italiane, da «Paragone» a «Nuovi Argomenti», da «Caffè Michelangiolo» all’«Almanacco dello Specchio». Suoi testi sono presenti in varie antologie, pubblicate sia in Italia sia all’estero, da Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) alla recente Veintidós poetas para un nuevo milenio, numero monografico della rivista spagnola «Zibaldone. Estudios italianos» (Università di Valencia, 2017). Nel 2002 pubblica il prosimetro Liaison, con la prefazione di Maurizio Cucchi (edizioni Plectica; Premio Giusti Opera Prima, Terna Premio Internazionale Gatto); seguono, tra le altre pubblicazioni di poesia, il trittico intitolato Costellazione urbana (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», 2008); Uno stupore quieto (Stampa2009, a cura di M. Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); La tortura per mezzo delle rose (nel sedicesimo volume di «Smerilliana», 2014, con un saggio di Valeria Di Felice); Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015); Svenimenti a distanza (prefazione di Eugenio Lucrezi; il melangolo, 2018). Ha curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola De cura rei familiaris dello Pseudo-Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). È redattore del semestrale «La clessidra» e della rivista internazionale «Gradiva» (Università di Stony Brook, New York). Ha tradotto Catullo, Marziale, Sarandaris, Baudelaire, Musset, Apollinaire, Desnos, Frénaud, Cendrars, Char, Duprey, Queneau.

Le principali pubblicazioni che parlano di Mario Fresa sono: M. Cucchi, Dizionario dei poeti (2005); M. Merlin, Mosse per la guerra dei talenti (2007); S. Guglielmin, Senza riparo. Poesia e finitezza (2009); P. Mattei, L’immaginazione critica (2009); V. D’Alessio, Profili critici (2010); G. Linguaglossa, Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945- 2010 (2011); S. Guglielmin, Blanc de ta nuque. Uno sguardo sulla poesia italiana contemporanea (2011); N. Di Stefano Busà, A. Spagnuolo, L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (2013); G. Calciolari, Caviale & Champagne. Scritti di letteratura (2013); M. Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (2014); S. Spadaro, Lontananze e risacche. Saggi di critica letteraria (2014); M. Ercolani, Annotando. Poeti italiani contemporanei 2000-2016 (2016);  C. Mauro,  Liberi di dire. Saggi su poeti contemporanei – Seconda serie (2017).

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leggi, questo libro, e torni a chiederti che cosa resta da fare, oggi, di quel grandioso edificio storico che è stato chiamato, per secoli, letteratura

Presentazione di Eugenio Lucrezi

Lo leggi, questo libro, e torni a chiederti che cosa resta da fare, oggi, di quel grandioso edificio storico che è stato chiamato, per secoli, letteratura. Oggi che sempre di più si apre, in un mondo del tutto estetizzato perché antropizzato e dunque messo in posa ad uso della specie che, suprematica, incessantemente tutto guarda e in tutto si rispecchia, la forbice tra la vita vera e il racconto per figure caparbiamente svolto dagli scriventi che in tutto questo tempo l’hanno tentata, la letteratura.

Che ha sempre indagato, nei suoi secoli, la relazione tra esistenza dell’individuo e spazi esteriori della società e della natura, entrambi intesi come paesaggi e scenari all’interno dei quali l’individuo potesse tessere, o – Penelope sempre più dimentica, con l’avanzare della Modernità, del suo Ulisse – decostruire, la tela della propria vicenda esistenziale. La vita vera dell’interiorità e della carne ammutolisce, oggi, nell’attesa di una mutazione che già si annuncia nella luminescenza dei pixel, promessa non più soltanto della potenza illimite delle conoscenze ma addirittura dell’imminente balzo in una eternità scorporata, finalmente dimentica dell’attesa della fine; mentre la forbice di cui si diceva, aprendosi, allontana i paesaggi fino all’orizzonte dello sperdimento.

Tramontata la letteratura, restano però intatte le possibilità dell’arte. Che non più racconta per figure l’esistenza del soggetto e l’avvicendarsi dei paesaggi, ma il loro tramonto, i cortei funebri che ne accompagnano l’estinzione. Tale racconto è perturbante al limite dell’insopportabile. Il mercato non sa che farsene di opere di questo genere, del tutto estranee alla fiera dell’intrattenimento. La quale, non escludendo del tutto la schiera non estesa dei fruitori non soltanto scolarizzati, ma addirittura acculturati, che chiedono al prodotto artistico di distinguersi per i caratteri di una qualche precipuità di linguaggio, lascia spiragli di visibilità e di circolazione ad alcune opere di scrittura in grado di esibire abiti di sartoria eccentrica, di suggestione sperimentaleggiante.

Ed eccoci a questo libro di Mario Fresa. Che, pur presentandosi nell’abito, dall’antico pedigree letterario, del prosimetro, non è un’opera letteraria di impianto tradizionale o di taglio sperimentale e non esibisce ascendenze avanguardistiche; non guarda indietro per nostalgia o in omaggio a una qualche tradizione del passato e non guarda in avanti per urgenza di palingenesi venture. Essendo un manufatto di parole, Svenimenti a distanza non può che svolgersi, nell’estensione del suo corpo fatto di pagine, in forma di racconto, ed è il racconto di un’esperienza di sofferenza e di perdita, anzi di sofferenza risultante da una successione di perdite che non trova composizione o sollievo nella circostanza che lo scrivente sia qui a darcene conto. La narrazione dell’esperienza del dolore è qui insieme centripeta, in se stessa raccolta solipsisticamente perché dal gelo incandescente che ne costituisce il nucleo non può alzare lo sguardo di un millimetro, neppure per un istante; e dispersa per fuga dal centro come in esplosione sporadica, perché la piega che curva lo scrivente sulla sua scrittura è a tal punto ampia da incontrare in ciascuno dei suoi punti una folla innumerevole di personaggi − deuteragonisti e comprimari −, di scenari, di ambientazioni, di detriti memoriali e di reperti provenienti da diverse storiografie: dalla storia della musica d’opera, per esempio, richiamata a testimone di quella che è stata la funzione teatrale della narrazione; e dalla storia della frenologia, che nei secoli della modernità si è stancata baloccandosi, non infrequentemente con malcelata voluttà, sulle bizzarre costellazioni sintomatiche dell’isteria. A tale ultima storiografia pare alludere il titolo del libro; e non pochi svenimenti affiorano qua e là nelle pagine, tra una convalescenza e un espediente di fuga relazionale. Nell’estesissimo campo tensivo che si estende tra il polo centripeto e il polo di dispersione si svolge tutto il racconto.

La vita vera è tutto ciò che c’è: ma la forbice di cui si diceva all’inizio ne fa figura sindonica: indecifrabile. A raccontarne la leggibilità con la sensibilità del secolo che precede questo che stiamo attraversando ci hanno provato maestri del comico come Kafka, Beckett, Bernhard; e maestri del tragico come Levi e Sebald. Fresa presenta qui il suo tragitto nei nove grani di rosario o nelle nove stazioni di via crucis di capitoli che s’intitolano Convalescenza, Alta stagione, Nodo parlato, Medusa della specie, Galateo per un abisso, Morphing, L’oggetto del desiderio, Falsa testimonianza, La mala fiaba: il primo e l’ottavo in prosa, gli altri prevalentemente in versi. La malattia e la morte sono le evenienza che chiedono, con urgenza, di essere raccontate, e l’unica maniera praticabile è il farsi strada, con la forza che loro viene dalla sostanza ineludibile di presenze dall’invasività “novissima”, nel vivo della carne del vissuto quotidiano di ciascuno e di tutti, che per durare nei giorni e negli anni non chiede altro che − non può fare a meno del − l’anestesia, l’elusione dello sguardo dalla medusa (della specie e di ogni suo individuo rappresentante), la spensieratezza, la speranza dell’eden. La ferita del quotidiano sanguina in un linguaggio inconcluso, depistante, incalzato e sommerso dalla folla delle afferenze interlocutorie: scene ospedaliere, siparietti scolastici, teatrini familiari. Al centro di ciascuno dei quadri, degli acquarelli, degli schizzi soltanto abbozzati, la statua muta del lutto, intorno alla quale gira e rigira, torcendosi senza requie, la scrittura: che più e più volte, con insistita ricorrenza, si ferma come frastornata dal rumore delle afferenze. Lo scampo, allontanandosi, scampana fino ad assordare.

 Questo torcersi delle frasi − l’abbiamo detto − non è una pratica avanguardistica ed è tutt’altro che la professione di un qualche nichilismo fine a se stesso e snobisticamente esibito. Si tratta piuttosto di un ritrarsi del linguaggio dagli atteggiamenti della compiutezza (dall’illusione della forma, armonica o difforme che si voglia e che sia) che è segnale di resa e atto di coraggio nello stesso tempo.

 Atto di resa perché questa incompiutezza (scompiutezza; inconclusione; sconclusione) della scrittura ci dice che le afferenze percettive e la percezione degli affetti non arricchiscono i cassetti della cognizione; che, pur essendo il logos non Ragione o Linguaggio astratto, ma, così come vuole la Retorica aristotelica, discorso relazionale nell’ambito delle comunità, l’esercizio della funzione dialogica del discorso non riesce, in realtà (o meglio: ci riesce solo in quel particolare stato di sospensione del lutto che è la vita di comunità nel suo ordinato svolgimento rituale nei perimetri dell’agorà), a mitigare l’angoscia che ci procura la presenza dell’altro-da-noi che a noi si rivolge: prossimo o alieno, in carne e ossa o fantasmatico, l’altro che a noi si avvicina non si rivolge, piuttosto contro di noi minacciosamente agisce, in gesto di rivolta e di minaccia.

Foto Edward Honacker

Da morti a fantasmi. Da 22 a 28.
Il segreto è nello scheletro, mi pare

 Ma questa scrittura che pare ritrarsi dalle convenzioni eleganti o ineleganti, dalle buone e dalle cattive maniere del linguaggio, è anche un atto di coraggio del tutto autonomo rispetto alle sanzioni del “fine vita”, dovuto a ineludibile consunzione del Letterario, che da più parti insorgono. Iscritto nei registri di una tradizione artistica più di pennello che di penna (Bacon, Freud), che potremmo dire di esecuzione viva del perturbante, il prosimetro di Mario Fresa, vestito com’è soltanto di nudità, sordo ai richiami delle sirene dello stile, cieco ad ogni bellezza di musica e di canto, si vota per intero, nel suo incedere cocciutamente determinato all’inciampo e all’incertezza del passo, ad un discorso di rara forza espressiva, di verità inaudita per verità violenta del dettato, per forza di disgusto per il gran Male metafisico che tutti ci tiene e per il male più piccolo, ma non meno nefasto, che di fronte agli assalti insostenibili che tutti ci troviamo, senza speranza di riuscita, a dover fronteggiare, ci fa vili per aver chiuso gli occhi una prima volta, e rassegnati poi, per sempre, alla viltà.

Scrittura che, a fine di lettura e d’ascolto, suona e risuona, come in stanze grandi e vuote, per avere scelto di farsi voce dell’inerme; per avere disperato; per non avere avuto vergogna della propria vergogna:

«Ma se quelli se ne vanno, come hai capito, a noi
ci toccherà, semmai, di cambiare un’altra volta posizione.
Da morti a fantasmi. Da 22 a 28.
Il segreto è nello scheletro, mi pare:
infatti è sempre forte e porta il segno di una contesa.
Cioè: si conta uno più uno, se si vuole davvero tranquillità.
E poi ripete: che ti sei fatto, lì?
E adesso, di nuovo, altre risate;
però le scelgo entrambe.
Si vede che le conduce, un poco troppo,
una stranissima passione; pure il cronista lo ricordava:
tutto quello che è successo, alla fine,
ci ha soltanto, come dire, disonorato».

(Eugenio Lucrezi)

Strilli Linguaglossa1Lettera di Giorgio Linguaglossa

caro Mario,

come stai? Ho ricevuto il tuo libro, lo leggo e rileggo, sorrido, davvero, è un libro triste, mi incute malinconia…
Mi sembra che tu ti sia risvegliato nel bel mezzo di un sogno o di un incubo e hai visto certe cose che non avresti voluto vedere, e così ha dovuto prendere atto della fine di tutti i discorsi poetici e riformistici, e su questa presa d’atto (almeno questa è la mia interpretazione), hai edificato il tuo stile dell’incompiutezza e della inconclusione; penso che tu hai scritto questo libro in un certo senso salutando con il fazzoletto bianco tutta la tradizione del novecento, tutto quello che c’è stato e che non c’è stato e ti sei inoltrato nel nuovo secolo con la mente, come dire, distratta e assente…
Lo capisco e lo giustifico intellettualmente…

Wislawa Szymborska

L’orribile sogno del poeta

Immagina un po’ cosa ho sognato.
All’apparenza tutto è proprio come da noi.
La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria,
verticale, orizzontale, triangolo, cerchio,
lato sinistro e destro.
Tempo passabile, paesaggi non male
e parecchie creature dotate di linguaggio.
Però quel linguaggio non è di questa terra.
Nella frasi domina l’incondizionale.
I nomi aderiscono strettamente alle cose.
Nulla da aggiungere, togliere, cambiare e spostare.
(…)
Ammetti che nulla di peggio
può capitare al poeta.
E poi nulla di meglio
che svegliarsi in fretta.

(Da La gioia di scrivere, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

La cosa non mi stupisce affatto, in fin dei conti la tua data di nascita (Salerno, 1973) ti colloca in quel demanio generazionale che è venuto dopo il diluvio, Dopo il Moderno (è questa la categoria base con cui dobbiamo leggere anche la tua poesia)… ne hai solo preso atto, ti sei spolverato gli abiti, hai salutato gli ospiti, e sei uscito…

A mio avviso, le generazioni di coloro che sono nati dagli anni sessanta in poi sono ancora arrovellate all’interno della «poetica del guado», come la chiamo io, credono in buona fede di aver preso un raffreddore, e lo deducono dai sintomi, dagli accessi di tosse acuta, e invece si trattava di polmonite. Il fatto è che c’è stato un errore nella diagnosi e nella prognosi. Il resto, sono i giorni nostri. Il «guado» è la fine del novecento, la fine delle ideologie, la fine della letteratura, la fine della poesia, la fine della non-poesia, il post-contemporaneo, il Dopo il Moderno (a mio avviso, categoria imprescindibile). Quello che vedono le nuove generazioni è la fine della letteratura, una pianura piatta dove non c’è nemmeno un’ombra, un albero, una altura, un palazzo, quello che vedono è una immensa pianura-radura e ne restano sgomenti…. Noi invece (noi, della «avanguardia senile» della «nuova ontologia estetica», coloro che sono venuti troppo tardi, perché abitavamo il Moderno e ci siamo trovati, d’un balzo, nel Dopo il Moderno, nel decennio della stagnazione politica, stilistica e spirituale), noi che proveniamo dal lontano novecento, abbiamo le idee più chiare, ci siamo mitridatizzati, abbiamo avuto dei pessimi maestri ed è stata una buona scuola. Sappiamo da dove veniamo… e sappiamo che cosa cerchiamo…

(Giorgio Linguaglossa)

Strilli Linguaglossa

Poesie di Mario Fresa

Porto l’intera stirpe del lavoro
dietro casa, metà bicchiere e metà pesce;
la prima parte, decido di lasciarla poco
più sopra; l’altra metà la fisso sulla terra,
fino a stancarla.
Mia madre resta dura, dura, e cresce in aria.
Si volta giù dalle sue stelle
e sa creare un albero, da vera intenditrice,
anche partendo da un proverbio.
Tale è l’importanza di cambiare un po’
il registro, di uscire dal tappeto dichiarando:
Non so bene come ci sono entrato, qui.
L’altra risorsa è pestare un po’ la voce, per ottenere
un certo tema di combustione; a lei ricordo che anche
un santo può cambiare cognome, se gli va;
e poi, di scatto, sedere coi capelli mostrati a dito,
perché visti da tutto il vicinato: sollevo il freddo
dal tuo letto che mi dice essere buono, onesto.

Poi ordina speranza, ma la lascia
proprio a metà sul piatto,
quasi contento di non pagare più.

Mario Fresa

Proposizioni in gabbia

1
Ben detto. Pari saranno la mattina e i vocaboli
sporchi da te, nel sottosuolo, come pestarli
al suono di certi insetti così pieni
di viva, bollente calma!
Perciò ringrazio te, fato-giornale,
mentre ti avvolgi come un uomo
che capita a sorpresa,
che discute con l’emicrania
da riparare in casa.

2
Se dormo, come un’ombra cinese, mi sento
più giardino di ieri.
Che fare, allora, così dritto,
mentre cadi nell’orologio e vedi muoversi,
contro di te, l’essere puro
di un animale in gabbia?
L’odore me lo porto alla mia casa.
Forse nessuno lo vuole fare più:
dare le spalle alla finestra che ci parla;
vedi, ho fretta della tua voce.

Così rimani viva pure tu.
Diventi sola e non ti sai bene
comandare. Somiglia a chi la sceglie
per mesi interi: sta come
una scuola di sostegno che, va da sé,
gonfia e scompare sempre di più,
come un pensiero muto.

*

In tanto spazio, quanti nemici stanno
nella materia? La tua voce raggiunge
le dita e noi saremo uguali
per sempre. Ma cos’era successo davvero,
ai nostri poveri amici? Oltre il giardino
dell’ospedale, dico? Oltre l’abbraccio
della prima ora?

E tu, scontrosa diligente, mi basterai per l’ultimo
proiettile, per questo allegro ballo
inciso nel fosforo dell’aria?

*

1.
Nemmeno se mi appoggio sui fianchi
del temporale – e voi zitti, miseri di cuore! –
lei riuscirà a convincermi ad uscire,
a rimanere qui. Quando è così, mettiamoci
una pietra sopra, mi disse appunto sulla soglia
del matrimonio, l’amico delle Funebri onoranze.

2.
La sua cenere, dice, quasi mi abbaglia
con le lancette in mano; oh, brutto segno.
Mettiamo, che so, che il conduttore voglia prendere,
all’improvviso, i suoi parametri lisci,
i suoi propositi da bravo inserzionista di macerie;
alla prossima città, traforerò l’armadio
di qualche segreto da ristorante.
Avrai capito, no?
Così ci inginocchiamo, adesso, per toccarla, e lei si crede
quasi un santo, o come una specie di banca
di periferia.

3.
La seconda prova è questa.
Una volta interrogata, lei sbotta: Macché progresso o guerra!
Si difende, allora, più o meno come
un insetto-favola: diciamo quasi da farmacia.
Non ci basta capire! Non è legale e non abbiamo più
nemmeno le mani legate come un tempo.
Ma senta, le dico io di scatto, senza
più mezzi termini: uno, insomma, può abitarci proprio vicino,
contarli uno per uno, ma poi non lo sa bene
che i toni riappaiono così, senza che
lo vogliamo noi?

D’accordo, avrà preso un bel po’ di roba.
Non so nemmeno usarla e quindi
cado per te. Stessa miseria: eterna sembianza di memoria
che non mi vuole più.

*

Ieri. Se lo ricorda? Ma era tutto mio padre,
nella sua elegante, profonda discesa
come, d’altronde, nella sua prima stanza.
Era, alla fine, una specie di giovinezza inventata
(cosa che prima non avevo capito).
Però non diamogli l’inizio di una qualsiasi marcia: salta sulla giacca
del vento e si ripara come può, dopo il primo, assurdo
fatto di cronaca (un furto d’identità; il primo viso asciutto,
scongiurato fino all’inizio;
tutti colpevoli, di colpo: fino al bianco terrore del sonno).
Perciò lui, previdente, non conta i giorni e cade.

Restiamo solo in piedi, oppure siamo
davvero qui?

*

Il rapporto tra noi è una
gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso.
(Come i gamberi e l’acqua nodosa,
che li fanno diventare eterni).
Ancora un ospite e odore
di esempi finiti male.
Meglio svenire in qualsiasi
continente che tra le tue braccia.
Neppure giurare o diventare ciò che si vede.
No: rallentare in una pianta morbida, ovale.
Risalire un po’ di meno.
Chi se ne è andato paga il conto
perché è solo: e tu, quasi sorella, entrando con un graffio
tra le facciate gigantesche, alle parole bianco e annoiarmi,
sei scivolata
con una rara facilità da polvere da sparo.

*

Strilli Gabriele2Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

1.
Sta lì, con la sua Mappa stretta così bene
tra le dita, come un Abbé Elefante.
E sia. È il momento di evitare certe cose,
come non essere una moneta pronta
per il cambio: un punto di vista del tutto
nuovo che valuta perfino l’acquirente più felice
(non dico tra te e me; questo sia chiaro).

……

Quindi, come d’accordo, si lasciano a un incrocio fino in America,
e tutti stanno vicino a lei, pronti a ripetere: lo rifarai
ben presto, e senza chiedere permesso!
E poi smettila, adesso, di scusarti.
Se è per la storia delle venti pernici,
abbiamo risolto con un premio
inventato all’istante, con una lama
da sicura riuscita…

… E gli aghi da visita, mettiamo, sono esemplari da perfetta
presentazione: per i timidi, per le strade, per tutte
le prime volte; e sembra che le statue vengano giù,
da Praga a noi due, come te e Ponziani,
forse a tremare, a vedere come sta lì e si muove…

2.
Ed ecco cosa risponderò: dirò che S. scherzava,
e che il prezzo è stato triplicato
per la questione della (parola cancellata; forse cravatta).
Ne sono certa. E allora? E te?
Dovevi forse impedire che io nascessi?

Ma lei mi ha risposto: guarda, quando
la guerra sparirà, loro sì che saranno adulati dappertutto!
D’altronde è gentile e rispettoso, quasi sempre con me;
mi ha detto che vuole farla finita,
proprio dal letto o dal suo davanzale; e tutto è così chiaro
che abbiamo smesso di vederlo, di spiegarlo.

3.
Eppure no. D’accordo.
Ho premuto un po’ di più,
sulla guancia di mia madre;
le ho detto che anche questo è da parte tua.
E questo. E questo.
Altro che premio di frontiera. Altro che previsioni.
Che nessuno ci salvi; che i salvati
se ne vadano presto da qui.

*

Vuol dire che dobbiamo scendere
fino là sotto? I due – ma ce n’è forse
un altro – si riuniscono insieme
(Anna, Ottavio, la più dura speranza) dopo che il conto
è già finito da un millennio,
e se ne cacciano uno, il più feroce, nella bocca,
senza dirlo a nessuno; per vedere se per caso
piace o no.

L’incontro, lo si capisce adesso,
è riservato ai pazienti,
ai progressi militari: vedono, allora, di conservare
per i nipoti un mobile, il tavolo immenso della cucina,
il primo servo, chissà; però si mostra sempre grato, fedele…
Dà ragione a chiunque gli si pari
davanti…

Una passione, questa, che si ritrova solo di rado, forse
una volta sola; di solito, invece, dopo la cena,
grida il nome del marito
e degli insetti.

Sia assicura che stia dormendo,
prima di colpire.

*

Sale su dalla preside e annuncia di volersi
licenziare, mentre lei, la sua collega, si trasforma
in un’edicola da spiaggia.
La mia voce squillava nell’aria oleosa delle fabbriche.
Secondo lei, quanti sono questi morti?
E questo, ripeto, non significa che c’è un conto scoperto, tra di noi.

La notizia è sulla bocca di tutti: la signora strafà,
quando le foglie cadono in una
relazione a distanza. Poi due, e poi basta.

Dopo un quarto o mezz’ora, gli respinge
la proposta di licenziamento. E poi, ti sembrano davvero
tutti scomparsi? Ma non camminano, vivi, in fila?
Sembra un’inutile millanteria…

Così, prima di uscire, ringrazia quasi tutti; però s’innervosisce
nei riti e si confonde, poverino – nessuna madre, con mano
tanto ferma, lo vede meglio di lui, mentre risale
sulla violenza leggera dell’auto-sosia,
cingendola di forza,

per trasvolare in una provvisoria felicità.

Il lanciatore sbanda, stiletto d’oro precipitato in mare,
sulla povera Fumi ringiovanita.
Applausi e vapore notturno.
La réclame, dimenticata presto dai tuoi buoni genitori,
succede di continuo e diventa familiare: dopo di noi,
ci ha salvato tante volte che lo abbiamo preso
in giro come un divo.
Tutto si capovolge, poi, finché non ti identifico
con Fumi: la ragazza che rompe le cerniere.
Lo ricordi? Troppa carne
e visuale indefinita, da mani ossessive che ripetono un segreto.
Luce in alto e ridere di gusto, appena
si passa a riparlare di sabbia, stanze, patrimonio
(e nel mezzo della sera, già stupiti per lo scoppio del tempo,
ricadiamo sul dubbio
che ci sia piaciuto dall’inizio, fino a che tutto smetta di girare…).
Pareva un regale scherzo, e intanto non ci siamo
allontanati mai da qui.

*

Sortita

1.
Quella in fondo al corridoio, non sarebbe andata
a casa mai da sola. Chissà cosa le prende?
Se avevate intenzione di maltrattarmi, fatemi almeno entrare.

Lei, come d’accordo, torce fra le sue dita il parente più vicino,
e corre al salvataggio.
Si pianta, cioè, all’ingresso della soglia e non passa più nessuno.
Scendiamo come fiori
nel villaggio giocattolo di ieri.

2.
Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,
a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda.
Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione.
Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida
ubriaca per la casa.

3.
Stia tranquilla, però! Di certo il suo cervello si stancherà.
Oltre i visceri, gli unghioni, la sua tela;
quel liquido vischioso…. le mandibole uncinate….

E quando l’ha finita di colpo, la vera punizione è data
non solo perché abbiamo peccato, ma perché adesso
noi non pecchiamo più.

*

Sapete, la storia del dolore
scende a gara ben presto.
Ci chiama e beve a tratti, con la valigia muffa
dei gesti; orso contabile
che non mi addestri mai.
Eppure il fiato lo parlo come una bianca vita,
come una pianta da non credere nemmeno
a conti fatti: così diventa carta straccia,
forellino; guida senza pensiero, come un insetto.
Ma questo lo detesto.
L’ora – sui guanti disegnati che urtano le vene, le pareti –
l’aspetto già da qualche mese; Kurt immagina sé
come l’odiato segugio che se ne sta a ripetere:
guardala bene: è sempre meglio chiedere.
Non si può mai farla franca.

Kurt non ama te.
E da oggi rivedo così tanta memoria:
ha una lingua da emicrania
che rovescia fino a terra.
Sarà come scontare la mosca molesta
del cervello: lei che non dorme un’ora, nemmeno
sino all’ultima fila di bucato.

*

In qualche caso, c’è il sospetto
di un romanzo malattia, se riflettiamo
come si deve.

E anche stando seduti poi si teme,
si ricomincia con le cose orrende…

……..

Allora, sarà meglio rimandare qualsiasi
confessione. Mancando la luce elettrica,
non direbbe una cosa vera.
Ed ecco: ha voluto proprio fare tutto
di testa sua, a meno che
non cambi il tempo.

Basta una sola camicia, però, quando avresti dovuto
solo chiedere perdono. Partono, così, tutti dal viso:
e tu allontani la gente, vista come una piccola
bestia che spalanca certi visceri d’artrosi;
o come una tetra camera un po’ tutta
da superare e con la quale uscire insieme,
come il dolore che richiama da vicino,
e che si muta in altra cosa…

*

La ragione è una polvere buccia
ed è a un passo da me.
La uso come timpano gentile
e la do tutta ai doganieri: Sabato, Bruno, la Betti;
perfino i due Cirillo; anche a sua figlia Chiara.
Precisi animali; sempre mancanti,
lamentosi. D’istinto si camuffano,
allora, e fanno i dimostranti; il viso
si chiama Chiara camminante.
E tu sei troppo carica, le dico! Anzi, al confronto,
sembri un attacco feroce alla democrazia.
Tu mosca di classe, da fine degli studi;
amica reazionaria e
fretta mutazione. Così fumo davvero, in questi
giorni, cento pacchetti di meraviglia:
per non essere te, mosca o ragione,
con le mani affogate in un’ombra
leggera di memoria.

*

Si sdraia come una foto e chiama
addosso te, nel mezzo della malaria amore.
Allora Garinei, contro Luisa,
dice di essere, all’Ispettore, più un uomo vivo
che l’ultimo arrivato.
Ma un uomo vivo, protesto io, casca sempre
nelle parole altrui; e muore ogni minuto
ad ogni nuovo nome decifrato:
Garinei, Luisa, Pio.
E questa firma, caduta
in una crepa, ti fa davvero un occhio
quasi glaciale; è un gigante da lavoro, da biglietto
di auguri; e non so leggerlo più.
Ha un odore narice
che nessuno lo capisce, a parte me…

… e infine un’esplosione s’alza,
facendo ribollire, confusamente
insieme, respiro e verità…

*

Qui c’è un’altezza liquida, confusa nella camera zitta
e sincera come poche: nodo legato subito al sonno.
Luigi, al primo posto, dice di avere
qualche ramo di anarchia.
Non gli va molto di studiare. Solleva piano
qualche risposta: magra balbuzie
di vero drago. Ma la gente non vuole
questi regali da lingua assurda: vuole carne,
esperienza, solidità; contare prima e poi
capire. Così, tutti d’accordo,
riaprono il film: nel primo tempo, il diavolo
getta la borsa al fiume
e continua a estrarre rubli sonanti: Uno ne togli
e un altro, come vedi, è sempre lì.

Spedisce a fondo ogni preghiera
e ride tutta, lei, come una fabbrica di povera
salita; il male attaccato alla parete spegne
la luce, e non risponde più.

Collana-Il-dado-e-la-clessidra-nera

L’oggetto del desiderio

Il nonno l’ha trovata unita al nome del mittente, senza nessuna
spiegazione per la bocca andata quasi in pezzi, solo per lei;
e appena la sua amica se n’è andata, biascica il nonno sulla via,
si tira le ginocchia fino al petto e si fa tutto indietro,
come ha detto sua sorella Leonora (smascherata solo alla fine):
ma che succede? Si sveglierà con un feroce mal di testa e
ricadrà nel fumo dell’intera scolaresca; e intanto trema tutta,
così, mentre il motivo lo invade e prende le distanze solo due giorni
prima della scelta: finale da stanza-padre. Rimorso e questo
inverno. Il fatto è che non ha davvero altro, nella sua testa:
pensa alla sua faccia di animale appeso al gancio.
L’infanzia è un parlatorio interpretato da lui: piano, sedute
memorabili, con tutti i segni dello sfacelo – da dormire proprio
a lungo, fino a creare quell’imprevisto, selvaggio sorriso:
facciamo che alla fine ci trovano di notte, e noi ce ne fuggiamo
come nel sonno, correndo a perdifiato,
con l’illusione di non muoverci mai più?

*

Alcuni gli vogliono bene quanto basta, felice purgatorio
senza vele – e lui così, turbante sulle gambe; occhio sparito
fin dal principio; si sposerà? –. Eppure adesso gli sale
tra le gote un vento leggerissimo che resta
senza pace. Poi lascia la nostra roba all’aria,
e nel silenzio messo presto in discussione (gridare
dalla finestra fino a volersi rovinare proprio il mento,
le gambe, la prossima stagione…).

Più centrale, più acuta. Se ne ricorderà.
Ecco la luce che fa più uguale, adesso,
il tuo veloce sguardo al mio.
I nomi precipitati giù dall’ascensore, o semiaperti,
dimenticati; confusi soprattutto per il caldo innaturale.
Un accidenti che vuole proprio me, anche se dice
di non sapere amare.

Se qualcuno, cioè, gli vuole bene,
non lo dirà proprio a nessuno.
Mai rendere pubblico un disastro.

*

Un luogo esiste almeno cinque volte.
I successivi due anni nessuno ne sa niente e lo teniamo
a bada, giusto ai confini della guerra. Per essere felici,
apriamo i nervi ottici e stacchiamo l’ombra netta
alla radice: un modo di spezzare il tuo cervello
quasi perfettamente in due.
Accade, allora, che lui – nel centro del dolore –
torni ogni giorno al mio indirizzo.
Riprovano a lasciarci sulla rotta,
senza mutare o restando con una certa età;
viene da dentro, come se lui non fosse un mostro
che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura.

Facciamo il tutto esaurito.
Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia
speranza – tu dormirai nel nulla,

come salvato dall’attesa.

 

27 commenti

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27 risposte a “Mario Fresa – Poesie scelte da Svenimenti a distanza (il melangolo, 2018) – Presentazione di Eugenio Lucrezi con una Lettera di Giorgio Linguaglossa

  1. Abbiamo perduto la patria metafisica delle parole

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/24/mario-fresa-poesie-scelte-da-svenimenti-a-distanza-il-melangolo-2018-presentazione-di-eugenio-lucrezi-con-una-lettera-di-giorgio-linguaglossa-e-la-risposta-dellautore/comment-page-1/#comment-31703
    Mi sia consentito dire che non è possibile alcun oltrepassamento della metafisica se non c’è stata una metafisica, e per metafisica intendo delle parole vere, pesanti, pensanti. Per tanto tempo la poesia italiana ha smarrito la sua patria metafisica delle parole, almeno, a far luogo da Le ceneri di Gramsci (1956) di Pasolini, lì le parole abitano mirabilmente un’unica patria. Se mettete in fila tutte le parole del lessico di quella raccolta, vi accorgerete che tutte quelle parole abitano una medesima Grundstimmung, una medesima tonalità dominante. Dopo di allora la poesia italiana perderà progressivamente il vocabolario della poesia, ci saranno a disposizione, utilizzabili, molte, troppe parole dissimili e si perderà addirittura la memoria della loro comunanza gemellare. Non dico che dopo di allora non siano apparse opere significative nella poesia italiana, dico una cosa diversa, dico soltanto che nelle opere che sono venute dopo si andrà indebolendo ciò che tiene insieme le parole di un’epoca e di una lingua dentro una cornice, una rete tono simbolica, che è la cornice di una lingua e di un’epoca; qui non si tratta della cornice di un quadro di proprietà privata che può essere alienata a piacimento o che i singoli poeti possano alienare, essa è inalienabile e inalterabile, al massimo i poeti la possono condividere quando si creano delle situazioni storiche e spirituali singolarissime, quando in taluni rari momenti della storia vengono a coincidere distinti momenti dello spirito di un’epoca, allora viene ad esistenza, diventa percettibile la struttura trascendentale di una patria linguistica. Che ce ne facciamo di una patria sempre più lontana, estranea e indifferente, di cui non conosciamo il suo contenuto, il suo indirizzo e i suoi abitanti, una patria che ci fa sentire inidonei e inospitati abitanti della «casa dell’essere»?, quella «casa» ormai appare essere sempre meno la nostra «casa» ma una «casa» ammobiliata, con suppellettili a noi estranee, indifferenti che si presenta sempre più come un luogo indisponibile, inaccessibile e irriconoscibile.

    Mi sorge il sospetto che quella «casa dell’essere» sia ormai diventata qualcosa che non sappiamo più riconoscere, che quella lingua che si parla laggiù è una lingua straniera, dai suoni imperscrutabili e incomprensibili. Mi sorge il sospetto che con quella lingua sia ormai improponibile scrivere poesia, non abbiamo più il lessico, non abbiamo più una grammatica e una sintassi che ci possa accompagnare nel nostro viaggio, mi sorge il sospetto che abbiamo perduto la nostra patria metafisica delle parole.

    Una patria metafisica delle parole la si costruisce in piena consapevolezza, e la può costruire soltanto una civiltà, non un singolo. È soltanto quando una patria metafisica delle parole inizia a declinare che si aprono delle «falle» e si inizia ad intravvedere un’altra luce, e con essa altre «cose» che prima non vedevamo. Non si tratta soltanto di una fotologia o di una riforma ottica, ma di un vero regno delle «cose» che viene avvistato. Solo a quel punto sorgono, possono sorgere le parole nuove. E allora non resta che ricostruire ciò che è stato decostruito, raccogliere i frammenti di quelle parole morte che sono state calpestate, e indugiare, prendere una distanza, rallentare e, se del caso, fermarsi. Perché noi siamo sempre in cammino verso una nuova casa dell’essere, dobbiamo sempre istituire un rapporto amicale con il linguaggio, quel linguaggio che è stato fatto sloggiare dalla casa ed è rimasto preda delle intemperie, del gelo e del raffreddamento delle parole. Quelle parole raffreddate sono le sole parole che abbiamo, non ne disponiamo di altre, sono loro che ci posseggono… E allora bisogna scaldarle, bisogna trovare una nuova abitazione riscaldata, con una buona stufa… Forse questo cammino altro non è che un momento del Ge-Schick dell’essere, un tratto di quella peripezia dello Spirito che occorre perseguire.

    Quel mondo di retroscena custodisce le parole seppellite vive in quanto quelle parole possono tranquillamente dormire dietro una scena, dietro un sipario, al riparo dell’ombra, separate dal mondo di avanscena illuminato dalla luce diurna del giorno. Allora, questo sforzo di oltrepassare la metafisica si rivela un vano tentativo se lo facciamo in nome e per conto della luce del giorno, perché siamo ancora e sempre prigionieri del linguaggio della metafisica del giorno, ciò che appare in quella luce sarà figlia del giorno ed esonererà ciò che dimora nell’ombra; la patria del giorno non coincide per niente con la patria dell’ombra, quella esautorerà quest’ultima. È questo governo delle parole ciò a cui dobbiamo rinunciare, le parole non vanno governate, sono loro che ci governano, la loro insubordinazione spesso si converte in ammutinamento, e tacciono, possono tacere per lunghi decenni, restano acquattate nel recinto del mondo di retroscena entro il quale si sentono al sicuro, perché lì non c’è alcun governatorato, alcuna imposizione, non c’è alcuna istanza superiore che dirige il traffico delle parole da adoperare come se fossero degli utilizzabili, le parole non sono degli utensili e noi non abbiamo alcun potere su di esse. Nella «nuova ontologia estetica» non c’è nessun pathos delle parole o del tempo o della perdita, tutto ciò è impallidito e si è allontanato, è ormai una galassia che non ci interessa più; l’oggettività della nuova poesia non nasce da una acquisizione ma da un allontanamento, da una dismissione di gravezza, da un alleggerimento dalla pesantezza.

    Può darsi che la nuova ontologia della parola poetica sia destinata ad attraversare il deserto di ghiaccio della dissoluzione delle Forme di un tempo, che quelle Forme adesso ci parlano dal loro irrigidimento in una lingua che non comprendiamo più, può darsi che anche questa gigantesca dissoluzione delle Forme sia un momento necessario del Ge-Schick dell’essere di cui ci ha narrato Heidegger e che questo allontanamento sia stato salutare, ci abbia fortificati, fortificati nella debolezza e nell’impallidimento.
    E adesso leggiamo una poesia anonima della nuova patria delle parole.

    La neve a Roma, 9 febbraio 1965

    È già dentro la notte la sospensione
    della neve.
    Il sonno tende l’orecchio al di là del calorifero,
    in cerca di una vibrazione.

    Da una fessura filtra la sequenza in controcampo
    dei nastri viola e gialli di Carnevale,
    legati al vento della finestra.

    Su, c’è ancora neve:
    si specchia in quella che resta a terra
    e sulle case di periferia.

    Ma’, posso scendere giù?”

    Gli stivaletti da donna, modello sportivo
    senza tacco,
    di camoscio marrone, con finiture in pelle gialla,
    numero 35, possono adattarsi al piede più piccolo.

    Affondano fino a un angolo di marciapiede,
    davanti al capolinea del bus in sosta.

    L’autista e il bigliettaio si scaldano con le sigarette.
    Forti della divisa grigia. Fumano
    come una pattuglia a difesa del mezzo
    – verde scuro schizzato di fango –
    e di questo confine della città.

    È dissacrante il gioco della neve contro la lamiera.
    L’ultimo colpo cade a vuoto.

    La poesia non descrive ma è il paesaggio dell’anima, indica una situazione emotiva e tono simbolica fondamentale e irripetibile, che è già stata, che è accaduta una volta e che non è più. Per questo è talmente viva, viva in quanto non è più, perché le cose vive sono quelle morte e seppellite. Una «situazione» impersona una dimensione dello spirito, una immagine della storia dello spirito, ma la «situazione emotiva» vive soltanto se in essa ci sono le «cose», che poi sono quelle entità che ci hanno accompagnato per un tratto dell’esistenza e poi ci hanno abbandonato, o che noi abbiamo abbandonato, che abbiamo utilizzato, abitato e, magari, ripudiato. Le «cose» della poesia sono: la neve, il calorifero di una stanza, il sonno, l’orecchio.

    Tutta la composizione ruota attorno a queste quattro cose specificamente indicate nella prima strofe, tutto il resto è una semplice prosecuzione di quelle «cose» che sono restate dormienti fino al momento dell’atto della scrittura che le ha risvegliate dal loro sonno e ce le ha restituite alla veglia del giorno. Questo «quadrato di cose», infatti le cose sono quattro, impersona una «questità», sono queste e non altre e soltanto queste, colte in un momento della temporalità, un hic ed un nunc irripetibili, perché le «cose» vivono soltanto nella «questità» che le può far rivivere, senza la «questità» esse sono morte, non possono essere disseppellite e tornare in vita neppure sotto le spoglie dell’apparenza della poesia.

    La poesia ci narra la sola cosa che una poesia può narrare: un luogo outopos, un luogo fuori del luogo, un luogo della memoria, un luogo del passato che è la figura del luogo del presente e figura dell’orizzonte degli eventi del presente, del passato e del futuro, l’aion, il tempo dell’eterno che si presenta nella figura paradossale del presente della memoria, paradossale perché è un tempo che non esiste, l’orma cancellata del tempo interno, cioè la traccia di un tempo interno scomparso.

    Ci sono alcune determinazioni molto concrete che nella poesia sono ben specificate:

    Gli stivaletti da donna, modello sportivo
    senza tacco,
    di camoscio marrone, con finiture in pelle gialla,
    numero 35, possono adattarsi al piede più piccolo.

    Se l’esistenza è la dimensione del nostro esserci, l’essere di una quidditas che è essa stessa tempo che si muove nel tempo, allora possiamo convenire che quelle determinazioni posseggono una potenzialità, sono esse stesse vive e percettibili, sono terminali «positivi» in quanto contengono una diversa possibilità di auto organizazione; in altre parole, sono in potenza ed in atto insieme, posseggono una attesa che buca necessariamente l’orizzonte degli eventi del presente in cui quelle cose sono collocate, attesa che è collegata, anzi, è identica alla «speranza» soggettiva che le singole determinazioni possano sfuggire alla mera attualità del presente per porsi nella dimensione del tempo futuro come «possibilità». La poesia narra, con i suoi mezzi, questo plesso problematico, lascia intendere implicitamente che è vero: il tempo futuro può in ogni momento auto configurarsi mediante un diverso orizzonte degli eventi, può configurare un altro presente che sarà diverso dal presente attuale, può configurare l’utopia del futuro perché è la speranza che muove il futuro, altrimenti questo cesserebbe, nella sua non esistenza, di esistere.

    «Che il possibile non possa costituirsi se non nell’esistere di un esistente (il suo esistere come ‘possibile’), lo sottolineava già Aristotele. E lo mostrava nel sottolineare la priorità dell’atto rispetto alla potenza. Lo mostrava chiarendo che nessuna pura potenza è pensabile se non in quanto anch’essa in qualche modo attualmente esistente come tale».1]
    Gli oggetti (le singole determinazioni) sono diventati «cose» perché sono morti, scomparsi dall’orizzonte degli eventi del presente, possono rivivere soltanto nella memoria ma nella misura in cui si sono convertiti in «cose» piene di senso e di temporalità. A questo punto sarà chiaro quanto andiamo dicendo che la poesia della «nuova ontologia estetica» tratta soltanto e sempre di «cose», mai di «oggetti», quelle «cose» che non stanno più di fronte a noi ma sono relegate nel tempo interno della memoria.

    La «casa dell’essere» è divenuta una abitazione scomoda ed inospitale.

    1] Massimo Donà L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2008, p. 90

  2. «È possibile che il secondo periodo di barbarie seguirà ad un periodo di civilizzazione ininterrotta» (1965)
    (Herbert Marcuse)

    da http://www.altrogiornale.org

    La pseudocultura di massa ha invaso, e sta continuando ad invadere, ogni aspetto culturale dell’esistenza umana. L’obiettivo di questa omologazione culturale verso il basso pare che sia quello di distruggere la cultura, la vera cultura, che per secoli ha accompagnato l’essere umano nel suo percorso evolutivo. Ma ad un tratto qualcosa sembra essere andato storto, e la cultura ha subito un’inversione di tendenza. Non più un mezzo per crescere, per evolvere, per conoscere, ma una tecnica per omologare, per rendere gli esseri umani sempre più uguali e simili tra loro. Nasce così “la massa” e, insieme ad essa, la pseudocultura di massa. Quel momento storico in cui qualcosa è andato “storto” coincide, probabilmente, con la rivoluzione industriale, per poi ampliarsi ulteriormente con l’arrivo dei mass-media e, infine, espandersi definitivamente con l’avvento di internet.

    Un tempo c’erano molte più lingue parlate e conosciute, l’arte toccava vette altissime e lo stesso valeva per la musica e l’architettura, esistevano le tradizioni, il folklore, la fantasia dava vita a poesie, fiabe, filastrocche e si poteva disporre di una vasta conoscenza esoterica e spirituale. La cultura era l’insieme del sapere delle varie classi sociali, non veniva imposta dall’alto, ma trasmessa e insegnata da uomo a uomo. Mentre oggi ci troviamo di fronte ad un processo di colonizzazione spirituale, un processo di colonizzazione dell’immaginario che nell’insieme delle sue differenze era una delle forze dell’umanità, e che ora viene uniformato, omologato, omogeneizzato. Una “generica cultura planetaria che vorrebbe mangiare cinese, parlare inglese, vestire italiano e pensare americano”, come la definirebbe Pasolini.

    E questo fenomeno tutto moderno delle “mode” è l’esempio lampante della pseudocultura di massa e dell’omologazione culturale mista ad una castrazione della fantasia. Mode che si susseguono rapidamente, sempre più velocemente, lasciando così sul campo uomini e donne confusi e sbalestrati.

    Siamo testimoni della perdita di autonomia intellettuale che colpisce la massa, vittime di questa pseudocultura dedita al marketing.

    La musica che viene ascoltata non è più quella che piace, che ti sublima, ma quella imposta dall’élite, e lo stesso vale per l’arte, l’abbigliamento, il cibo, le religioni, le lingue, la storia. Tutta l’umanità attinge il proprio sapere da un’unica fonte di distribuzione per la massa, viene imbevuta di una pseudocultura che soffoca inevitabilmente la fantasia, l’immaginazione e la creatività di chi ne fruisce.

    La gente non immagina più, non ha fantasia, in pochi ormai scrivono versi, o mettono nero su bianco i loro pensieri. Altri pochi reduci, che sono ancora capaci di immaginare qualcosa, si dilettano nell’arte del disegno, della pittura o del racconto, qualcun altro ha ancora il coraggio di destreggiarsi tra le melodie musicali, ma tutto il resto sono fruitori, non ci sono più attori, ma soltanto spettatori passivi di tutto ciò che gli viene somministrato. Abbiamo smesso di ascoltare noi stessi, di pensare con la nostra testa, di controbattere e di avere opinioni da discutere. C’è un’unica visione omologata della realtà, e non si può opinare. Stiamo andando verso l’intelligenza artificiale, che non vuol dire solo che le macchine ci ruberanno il lavoro, ma che dirigeranno la nostra vita, riprogrammano i nostri pensieri e la nostra percezione, annulleranno il nostro potenziale rendendoci incapaci di esprimere noi stessi, dipendenti dalla tecnologia e da tutto ciò che ne comporta.

    Con questo non voglio dire che oggigiorno non esiste più una cultura di qualità, esiste, ma è di nicchia. È sovrastata dalla pseudocultura di massa. La buona cultura si perde nella gran bolgia dei mass-media, nell’eccesso di informazioni, e quindi le probabilità che arrivi al cittadino medio sono veramente basse. E questo vortice di pseudocultura è talmente veloce e potente che ogni decennio sono sempre più le persone che perdono di vista la vera cultura per diventare subdoli della pseudocultura. Perché sempre più merda viene prodotta e distribuita, in ogni ambito. Pensate ad un ragazzo che, negli anni settanta, entrava in una libreria: ebbene, questo ragazzo aveva due probabilità su tre di poter scegliere un libro valido. Oggigiorno, a patto che esistano ancora ragazzi che entrino in una libreria, lo stesso ragazzo, per essere generosi, avrebbe una sola possibilità su dieci di acquistare qualcosa di valido. Questo perché la merda che è stata prodotta e pubblicizzata in questi anni è tanta, e tutta questa merda è e fa parte della pseudocultura di massa.

    Lo stesso vale oggi per la musica, o se guardi un programma televisivo, se ti rechi ad uno spettacolo teatrale o ad un evento sportivo, una mostra, la stessa percezione la provi ad entrare in un ristorante o in un negozio di abbigliamento. Le possibilità di incappare nella merda prodotta dalla pseudocultura sono tante, innumerevoli. Questo è il risultato della castrazione della fantasia, della standardizzazione e dell’omologazione culturale. E così si spiega la crisi di creatività che conoscono le arti contemporanee, la letteratura, la pittura, il cinema e la musica.

    Questa impotenza creativa è talmente evidente che non necessita nemmeno di dimostrazioni, è sotto gli occhi di tutti. Basta saper vedere e capire. E ne sono una prova le continue “operazioni nostalgia” che, in diversi ambiti, si susseguono, per rincorrere affannosamente un passato che è ormai andato, ma che qualitativamente era meglio del presente. Negli anni novanta c’era chi rimpiangeva gli ottanta, e ora, nel nuovo millennio, si rimpiangono gli anni novanta e così via. Rimpiangiamo di decennio in decennio, mentre prima, si rimpiangeva di secolo in secolo, a dimostrazione di come ora tutto è così veloce: cambiamenti repentini e un’enorme mole di dati e informazioni che rendono sempre più difficile capire dove siamo e, soprattutto, capire dove stiamo andando.

    Ma non finisce qui, con la pseudocultura di massa sta tornando anche il fenomeno dell’analfabetismo. Gente che non studia più per conoscere o per imparare un mestiere, per approfondire, ma studia semplicemente quello che l’élite impone di studiare. E lo fa con estrema sufficienza tra l’altro. Un analfabetismo moderno che, sia chiaro, non è da intendere con il non saper leggere o scrivere. Ma è da intendere con la superficialità. In altre parole, la gente parla di cose che non sa. E questo avviene perché la pseudocultura è fatta di slogan e da un’informazione telegrafica, la gente legge il titolo roboante di un articolo e pensa di sapere, di conoscere. Si è persa la capacità della lettura meditata e ragionata, dell’approfondimento e dell’elaborazione del pensiero. La gente è abituata ad avere tutto e subito, convinta com’è di potersi informare in dieci minuti, attraverso scritti di poche pagine, di poco impegno e di facilissima lettura.

    Viviamo nell’era della comunicazione di massa, si dice, ma la verità è che sappiamo sempre di meno. Ciò a cui stiamo assistendo è una vera e propria regressione di massa invece che a uno sviluppo della conoscenza. Questo è il risultato della pseudocultura di massa. Un’epoca in cui le stesse notizie girano e rigirano su tutti i network, all’impazzata, senza senso, a volte propinate all’infinito, fino alla nausea, ma senza mai scendere nella profondità dei problemi, senza analizzare, senza mai chiedere se il sistema in cui siamo inseriti sia un sistema valido per l’essere umano. Il sociologo Bauman pensò bene di definire la nostra società come “liquida”, e aveva pienamente ragione: tutto scorre, tutto è precario, superficiale, una società nella quale i confini e i riferimenti sociali sono persi e un vuoto profondo segna l’esistenza degli individui.

    La mancanza di cultura ha di conseguenza dato vita ad un’epoca senza certezze, senza visione del futuro, senza ricordo del passato. Un tempo le persone sapevano del loro passato perché gli veniva raccontato e tramandato oralmente da chi, con quel passato, ci ha avuto a che fare. Ma adesso la gente non conosce più la storia, la realtà dei fatti, il periodo pre-internet sembra essere diventato il neolitico, nonostante siano passati appena due decenni. Ragazzi che non parlano più con i genitori o con i propri nonni, ma interagiscono soltanto con i loro dispositivi tecnologici. Siamo nell’epoca della fusione e confusione tra reale e virtuale e dei social network, massima espressione del narcisismo moderno alla perenne ricerca di tanti “like”. Anche questo è il risultato della pseudocultura, e la situazione del mondo non fa altro che peggiorare di anno in anno.

    C’è poco da obiettare purtroppo, ci siamo dentro, questa è l’era della globalizzazione, dell’omologazione culturale, in cui siamo tutti chiamati ad essere “uguali”, ovvero ugualmente consumatori acritici e schiavi delle multinazionali. È questo il tempo in cui il potere fa di tutto per omologare il mondo a se stesso, in modo da avere un unico tipo di scienza, un’unica lingua, un unico modo di pensare, un unico modo di intendere lo Stato, di fare le guerre, un unico modo di vivere, di immaginare la libertà, di vestire, di mangiare. La biodiversità su cui si fonda ogni ecosistema, compreso quello umano, sta per essere annientata. È davvero questo quello che vogliamo?

    L’omologazione è in agguato, la planetarizzazione vive di queste distruzioni, le crea, le alimenta e mette tutta la potenza del capitalismo liberale al servizio di questa mondializzazione che gli consente il governo universale delle cose, dei beni, delle ricchezze, dei popoli, delle idee e degli uomini. Presto il Diverso soccomberà, non resterà più niente, se non il modo di vita americano esteso all’intero pianeta – come dire meno che niente.”

    (Michel Onfray)

    • Ottimo questo reportage di Michel Onfray, sulla pseudocultura della società massificata, termine da me usato in un precedente post con tutte le varie oscillazioni che una politica Capitalista tende a rivedere il concetto di società, e che qui rivedo riconfermato da questo autore il quale denuncia la nuova schiavitù del genere umano secondo gli obiettivi strategici di una lobby segreta. Con la pseudocultura si rivoluziona il vecchio standard di concetto filosofico e metafisico dell’Uomo. La ricchezza non diventa più ripartita tra gruppi e razze, tra Nazioni, e politiche diverse.
      La globalizzazione è un primo esempio di asservimento alle economie a basso costo per la mano d’opera e di chi delocalizza le imprese altrove. In altre parole, è la concezione utilitaristica di una rifondazione planetaria della cultura, del pensiero, dell’imprigionamento della libertà e del pensiero.L’uomo torna alle sue origini antropomorfiche.Il termine liberale diventa obsoleto, scarnificato.
      Ogni individuo è irrimediabilmente compromesso.La minaccia diventa sistema operativo da parte di coloro che vogliono godere dei benefici derivanti dal lavoro umano, senza volerne condividere i costi. Non ci saranno più opere letterarie e Università se non uniformate a un concetto di educazione fortemente manovrata.Il Capitale di Marx trovò terreno fertile con l’alienazione che allontanava il lavoratore dagli oggetti che produceva senza il diritto di proprietà.L’ondata di pseudocultura si tradurrà in un asservimento dell’uomo alle tecnologie più avanzate, con buona pace delle rivoluzioni, e dei centri sociali di accoglienza.
      Il panorama è senza dubbio fosco, come quello attuato oggi dai vertici della UE. Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo sostiene che “la storia di quelle antiche religioni e scuole, come quella dei partiti e delle rivoluzioni moderne, insegna che il prezzo della sopravvivenza è la metamorfosi dell’idea in dominio”.

  3. Il gesto espressivo di Fresa si mostra affetto da una sorta di dismetria semantica che turba e affascina, e rende quasi tangibile l’ineludibile aporia del post-moderno : utilizzare lo strumentario logico-linguistico della metafisica per mostrarne l’inefficacia, la mistificante afferenza alle strutture dell’essere. Come nota Linguaglossa, questi testi ci pongono drammaticamente di fronte alla ferita spirituale che attraversa il nostro orizzonte: siamo davanti ad una mutazione antropologica inevitabile ed insieme impossibile, definire un nuovo fondamento (de)ontologico con gli stessi elementi analitici ed ermeneutici che ne hanno sancito la dissoluzione.
    Come Finnengan, il cadavere di Joyce che celebra la propria veglia funebre, Fresa organizza, con frantumi frastici dislocati e incoerenti, una liturgia sacrilega e antimetafisica, che definisce il precipizio della distrutta casa dell’essere.

    Spero voglia gradire un testo con cui lo ringrazio per la sua preziosa testimonianza.

    STRADA INTERROTTA

    Invece di fuggire
    trascinai gli antenati nella prigione

    Il pozzo lunatico
    attirava i lupi davanti all’uscita
    e il sangue innocente
    in Paradiso

    È tuo questo silenzio Padre?
    Si sente la tua lenta collera
    che spinge quei macigni di dolore
    dal buio delle vette
    mi unisco al desiderio delle statue
    dici di non chiedere ma
    è sempre più cupo il grido che sale
    ad ogni morte di luna

    Lunghi sogni mi spogliano
    delle mie voci d’erba
    sono l’allucinata nel deserto
    che avanza col suo bicchiere vuoto
    le serpi mi guidano al sacrario della follia
    tutto attende immobile la mia comparsa
    nel rifugio che precipita

  4. da vocidallestero.it

    Come scrive Tom Luongo, è chiaro che la Merkel sta tentando di formare una coalizione di cui i tedeschi sono stufi. Il vero obiettivo è tentare di impedire un altro giro di elezioni, che darebbe ancor più peso al partito nazionalista AfD. Con le elezioni italiane alle porte che potrebbero portare al governo una coalizione battagliera con Berlino e Bruxelles, il peso di AfD potrebbe essere decisivo per innescare la disgregazione dell’eurozona.

    Di Tom Luongo, 20 febbraio 2018

    L’ultima volta che ho dato un’occhiata allo squallore delle trattative per la formazione della coalizione di governo tedesca, il dato importante era che il vento soffiava contro i Social Democratici (SPD). Oggi l’ultimo sondaggio conferma che più la Merkel prova a formare una coalizione con Martin Schultz e la SPD, più la coalizione perde consensi.

    DI recente ci sono stati due sondaggi, e uno di questi, finito su tutte le prime pagine, mostra Alternative for Deutschland (AfD), il partito anti-immigrazione ed euroscettico, davanti all’SPD a livello nazionale, con il 16% contro il 15,5%. Un altro mostra AfD che guadagna due punti portandosi al 14%, ma ancora 4 punti sotto l’SPD. Il dato importante di questi sondaggi non è se AfD sia più o meno popolare della SPD, a questo punto. Combinando questi risultati con l’incremento sorprendente del partito di Angela Merkel, di 2 punti in entrambi i sondaggi, emerge un chiaro segnale dall’elettorato tedesco.

    I tedeschi vogliono che venga formato un governo, perché non sono abituati a stare senza, ma non vogliono un’altra “Gross Koalition” tra la Merkel e l’SPD.

    Si tratterebbe del classico governo amorfo, allergico alle opinioni, di cui i tedeschi sono stufi. L’hanno avuto negli ultimi quattro anni e tutto quello che hanno ottenuto è un ulteriore asservimento a Bruxelles e a Washington.

    Da quando la Merkel ha fermato il flusso di migranti in Germania – per favorire la sua campagna elettorale – la sua leadership è, al momento, accettabile allo scopo. Ma quello che i tedeschi stanno dicendo a tutti è che vogliono che lei si sposti ancor più a “destra”, anziché spostarsi a sinistra per far contenta l’SPD.

    E questo significa una coalizione con AfD, che, naturalmente, è impossibile data l’attuale leadership politica tedesca. Ed ecco perché AfD continua a prendersi una fetta sempre più grande della torta elettorale.

    Non credete ai numeri

    Un nuovo articolo sull’”American Conservative” di Doug Bandow entra nel dettaglio delle dinamiche in gioco. Sottolinea correttamente che i tedeschi sono insoddisfatti dell’attuale status quo.

    “Anche se nessuno mette in discussione la leadership della Merkel, questa è al servizio di obiettivi che sono in contrasto coi desideri dei tedeschi. Il rifiuto tedesco di Schultz, apertamente pro-Bruxelles, ne costituisce una prova evidente. Il fatto che Schultz ottenga significative concessioni dalla Merkel nelle trattative per la coalizione può essere un vantaggio per i politici dell’SPD solo a breve termine.

    Otterranno miliardi da distribuire in programmi governativi con cui comprarsi dei voti. Ma tutto questo avverrà al prezzo di cedere un maggior controllo a Bruxelles sul futuro della Germania, dal momento che Schultz è risolutamente a favore del modello degli Stati Uniti d’Europa.”

    Allo stesso tempo però, penso che Bandlow faccia l’errore di prendere alla lettera gli attuali sondaggi. Come detto, parte del sostegno alla Merkel deriva dalla sua volontà di creare una qualche forma di governo di maggioranza.

    Pertanto, se questo tentativo fallisce perché l’SPD vota contro il governo di coalizione, non aspettiamoci che il 30-32% della CDU possa essere confermato. Altri sondaggi hanno mostrato che più di due terzi dei tedeschi vogliono che la Merkel rinunci al mandato di Cancelliere.

    Secondo Bandow i tedeschi non otterranno quello che vogliono con nuove elezioni, perché i sondaggi indicano dei risultati simili a quelli che abbiamo già visto. Io non sono d’accordo.

    Perché non credo che i poteri che stanno dietro le quinte in Europa permetteranno che la Merkel si faccia da parte. Continueranno a proporre ai tedeschi scelte fasulle, nella speranza che possano arrivare a un risultato accettabile.

    Questa è stata la strategia del 2017, quando Schultz, che era già detestato, è stato usato come sparring partner della Merkel per aiutarla ad arrivare al traguardo di un consenso appena sufficiente per confermarsi come Cancelliera. Ha quasi funzionato. Il problema è stato che AfD e gli altri partiti di minoranza hanno assorbito le perdite della SPD, non l’Unione dei Cristiani Democratici (CDU).

    E oggi assistiamo allo stesso trend.

    Pertanto, il risultato più probabile è che il consenso per AfD aumenterà di almeno 3 o 4 punti (se non di più), mentre il sostegno per la CDU collasserà. E questo è il minimo. Se la Merkel non si farà da parte, il travaso di consensi sarà ancora maggiore, con AfD che viaggerà tranquillamente sopra la soglia del 20%, erodendo consensi all’Unione.

    L’Unione Divisa

    A questo punto il leader della CSU (affiliato Bavarese alla CDU, NdVdE) e Governatore della Baviera, Horst Seehofer, dovrà prendere una decisione importante. Potrebbe separare la CSU dalla CDU e potrebbe avvenire un’importante riorganizzazione del comitato direttivo.

    Stiamo andando incontro all’iceberg delle elezioni italiane, che avrà un’enorme influenza sulla dinamica politica tedesca. I tedeschi non vogliono salvare l’Italia, né nessun altro. E in Italia tra due settimane il risultato delle elezioni potrebbe facilmente portare al potere una coalizione determinata a un confronto serrato con la Germania sulla situazione del debito italiano, che è insostenibile.

    Come ho detto un mese fa:

    “Pertanto, a meno che esista la volontà politica di consolidare tutto il debito dell’Europa sotto un unico tetto, questo problema è interamente sulle spalle della BCE, della Bundesbank e della farsa che è la politica tedesca.

    Ciò mette nelle mani della Troika – BCE, FMI e Commissione Europea – la decisione se procedere direttamente a un salvataggio o buttare l’Italia fuori dall’euro. E questa è una mossa politica intelligente. Far apparire Bruxelles come il poliziotto cattivo. E Salvini sta già interpretando perfettamente la parte. Se sono davvero svegli, avranno pronta da impiegare la Lira se le cose si mettessero davvero male.”

    Quindi, un secondo giro di elezioni che rafforzi i nazionalisti tedeschi è esattamente quello che la Merkel e Schultz stanno tentando di evitare, con la farsa della grande coalizione. E il popolo tedesco sta cominciando a capire chiaramente come stanno le cose.

    • Bene, Giorgio, che si parli su questa Rivista anche di Politica, e del Mondo Futuro, dove molte cose cambieranno o stanno già per cambiare in nome di una sovranità economica e imperialista. Bauman ha già previsto una società liquida che fa acqua da tutte le parti.Temo per l’Italia, la stessa fine della Grecia e con il debito pubblico che abbiamo (alcune partiti lo vogliono aumentare),ricominceremo di nuovo a fare sacrifici entrando in una economia da dopo-guerra.

  5. Come per Giorgio Linguaglossa, anche a me queste poesie di Mario Fresa incutono malinconia. Mi resta però la sensazione di un racconto sfumato, di superficie impressionistica, gradevole nella percezione perché sono le parole a creare smottamenti, scarti improvvisi di luogo e senso, nel verso e tra verso e verso; dove Fresa è bene attento a scansare il prevedibile; eppure mantenendo un filo di continuità, di scrittura solo in apparenza lineare.
    Il rapporto tra noi è una
    gengiva azzurra
    L’a-capo rende visibile lo scarto, la parola inattesa. E questo lo fa sempre. Solo ogni tanto inserisce dialoghi, ma anche lì sembrano pretesti, luoghi per la navigazione.
    La malinconia è data dal tono esistenziale ( Eugenio Lucrezi nomina Bacon e Freud), che a me rimanda al primissimo Cucchi; ho come l’impressione che Fresa un po’ lo abbia continuato – laddove Cucchi si era interrotto ( l’averlo accostato a Maurizio Cucchi è certo dovuto al fatto che questi lo ha più volte recensito). Ma queste sono mie fantasie. Ho anche pensato alla poesia di Mario Gabriele, a quando Mario sia ormai distante da questi toni esistenziali, di interiorità e di relazione (che siano questi a creare il sottovoce?). Gabriele è lontano da tutto ma capirete, ci sono dialoghi e nomi propri…
    Però bravo, Mario Fresa. Anche perché si è liberato di parte del vecchio armamentario, tipo la metafora e l’aggettivazione ricercata o comunque superflua. E il linguaggio è quello che è, che abbiamo.

  6. Carmen Megale

    Meravigliose e sorprendenti, queste poesie di Mario Fresa (saggista e traduttore finissimo, peraltro). C’è qualcosa di perturbante e di straniante, nei suoi versi, che spinge sempre a “spostare” l’angolazione dello sguardo, la cui prospettiva sembra continuamente allargata, moltiplicata, deformata e riformulata senza sosta. C’è, inoltre, in questa scrittura, un’ironia acuta e un senso di “sprezzatura” di grande suggestione… Mi procurerò presto il libro!

  7. LA MATERIA OSCURA NON ESISTE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/24/mario-fresa-poesie-scelte-da-svenimenti-a-distanza-il-melangolo-2018-presentazione-di-eugenio-lucrezi-con-una-lettera-di-giorgio-linguaglossa-e-la-risposta-dellautore/comment-page-1/#comment-31735

    Un paio di giorni fa scrivevo in un commento:

    Non è un caso che noi, della generazione degli anni ’40 e ’50 (io e te e noi della NOE) che abbiamo vissuto in pieno sulla nostra pelle la Crisi di quegli anni e che quindi deteniamo la memoria storica della CRISI, dicevo, noi possiamo pensare ad una via di uscita da quella CRISI… trovo però che sia oltremodo difficile e problematico che autori più giovani di noi che non hanno vissuto nella propria carne e nella propria memoria storica quella CRISI, possano, siano in grado di elaborare una piattaforma di rifondazione come quella che abbiamo messa in campo, cioè la nuova ontologia della forma-poesia, per il semplice fatto che non sono i possessori-detentori di quella memoria storica.

    Cari interlocutori e amici,

    da molto tempo noi parliamo di un nuovo «paradigma di pensiero» (la «nuova ontologia estetica», nella sostanza è questo), di un nuovo modo di intendere alcune categorie fondamentali della forma-poesia. Molti lettori si sono spaventati e irrigiditi. Lo so, lo capisco, forse è difficile accettare di dover cambiare i significati delle parole d’ordine ai quali ci ha abituato un pensiero estetico obsoleto. Io porto molto spesso l’esempio dei fisici cosmologi, la fisica del cosmo sta facendo un balzo stratosferico, da far rabbrividire, il fisico teorico Verlinde, forse il più acuto fisico teorico del mondo, ha capovolto e dissolto i concetti della fisica cui eravamo abituati e ha indicato un nuovo «modello teorico» per la lettura dell’universo. Quindi, non c’è affatto da spaventarsi per il nostro modo di proporre un nuovo modello delle cagorie estetiche.
    Vi propongo lo stralcio di un articolo apparso su http://www.altrogiornale.org

    la materia oscura potrebbe essere uno “sguardo nelle profondità”. Per spiegare l’anomala dinamica interna delle galassie e dei sistemi più vasti, gli astronomi pensano che il nostro universo debba essere riempito da una forma invisibile di materia, che supera in abbondanza la materia ordinaria di un fattore cinque. Tuttavia, questa materia non è mai stata rivelata direttamente, e per essere una cosa tanto predominante, la materia oscura ha un effetto sorprendentemente sottile. I moti anomali si manifestano solo alla periferia delle galassie, dove stelle e nubi di gas si muovono più velocemente di quanto dovrebbero. Però non fanno nulla di davvero stravagante: è come se il campo gravitazionale della galassia visibile fosse semplicemente amplificato.

    Di conseguenza, alcuni astronomi e fisici sospettano che la materia oscura potrebbe non esistere affatto. Se vedete che le assi del pavimento di casa sono imbarcate come se sopportassero un peso eccessivo, potreste dedurne che nella stanza c’è un gorilla da 200 chili. Non lo vedete, quindi dev’essere un gorilla invisibile. Non lo sentite, quindi dev’essere un gorilla silenzioso. Non ne annusate l’odore, quindi deve essere un gorilla che non odora. Dopo un po’, il gorilla appare così improbabile che iniziate a pensare che possa esserci un’altra spiegazione delle assi deformate: per esempio, che la casa si stia assestando. Allo stesso modo, forse le leggi della gravità e quelle del moto che hanno spinto a dedurre l’esistenza della materia oscura sono sbagliate. “Personalmente, ritengo che la materia oscura sia il segno di un altro tipo di fisica”, dichiara Verlinde.

    Forse le leggi della gravità e quelle del moto che hanno spinto a dedurre l’esistenza della materia oscura sono sbagliate.

    La principale alternativa alla materia oscura è nota come MOND, Modified Newtonian Dynamics. Verlinde ha reinterpretato la MOND non solo come una revisione delle leggi della fisica, ma come la prova dell’esistenza di un vasto substrato. Ha derivato la formula della MOND assumendo che la materia oscura non sia un nuovo tipo di particella ma la manifestazione delle vibrazioni di alcuni gradi di libertà sottostanti, e precisamente, le vibrazioni prodotte da fluttuazioni termiche casuali. Tali fluttuazioni sono attenuate e diventano intense solo dove l’energia termica media è bassa, come alla periferia delle galassie. Soprendentemente, Verlinde è riuscito a ottenere il rapporto cinque a uno della massa della materia oscura rispetto a quella ordinaria. “Sono partito considerandola come una manifestazione di questo grande spazio delle fasi”, ha aggiunto.

    La MOND è una teoria estremamente incerta, come ha spiegato più volte il cosmologo Sean Carroll, e sarei propenso a essere d’accordo se non fosse per una cosa. La MOND riesce a rendere conto di un’ampia gamma di moti galattici anomali con una sola semplice formula. Anche se non sovverte le leggi della fisica, la MOND ha mostrato che la materia oscura si comporta in modo semplice. Tutte le complicate dinamiche della materia oscura devono sistemarsi in qualche modo in uno schema molto regolare. I ricercatori che lavorano ai modelli della materia oscura mi dicono che devono ancora trovare una spiegazione di questo.

    Il “mare” cosmologico secondo Verlinde: la materia ordinaria è l’onda in superficie, la materia oscura l’insieme delle correnti in profondità e l’energia oscura la quieta immensità marina

    Verlinde va controcorrente non solo sulla materia oscura, ma anche su gran parte della restante cosmologia. Per esempio, ha reintrodotto elementi della teoria dello stato stazionario che la maggior parte dei cosmologi pensava di aver escluso negli anni sessanta. Nel suo modello, tutta la materia, sia ordinaria sia oscura, consiste di vibrazioni dei gradi di libertà sottostanti e perciò viene creata e distrutta in continuazione. In effetti, gli stessi gradi di libertà spiegano anche la materia oscura, unificando così tutte le componenti dell’universo. Ciò che differenzia queste componenti è la rapidità con cui rispondono: la materia ordinaria è l’onda in superficie, la materia oscura l’insieme delle lente ma poderose correnti in profondità e l’energia oscura è la quieta immensità del mare. Quanto a un’altra teoria cosmologica importante, quella dell’universo inflazionario, Verlinde non ha una grande opinione neppure di questa.

    Quanto più diventano grandiose le affermazioni di Verlinde, tanto meno sembrano plausibili. Eppure, Verlinde ha colto la sensazione dei fisici teorici che i misteri cosmologici siano il segnale di una nuova era per la fisica. L’impulso a spiegare materia oscura ed energia oscura come le firme di una realtà più profonda anziché un’aggiunta alle teorie attuali, non emerge solo nella teoria delle stringhe ma anche in teorie alternative quali la gravità quantistica a loop e la teoria degli insiemi casuali. E se Verlinde ha torto e lo spazio-tempo è una caratteristica di base del nostro mondo, quale altra intuizione dev’essere abbandonata? Quali altre cose di cui ci sentivamo certi sono sbagliate?

    (La versione originale di questo articolo è apparsa su scientificamerican.com l’11 giugno; riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)

    George Musser

    • mi è stato chiesto da un interlocutore notizie sulla teoria dello «stato stazionario dell’universo» che recentemente è stata disseppellita dall’oblio dal fisico teorico Verlinde. Riprendo, da vialattea.net :

      La teoria
      dello stato stazionario è una teoria cosmologica che venne proposta agli
      inizia degli anni ’50 dagli astrofisici Hoyle, Bondi e Gold e che tentava
      di conciliare le recenti scoperte sull’espansione dell’universo con una
      visione del cosmo eterna ed immutabile. Essa si basa sul cosiddetto “principio cosmologico perfetto” che si può riassumere brevemente nella seguente affermazione: l’universo appare circa identico a qualunque osservatore, in qualunque luogo ed in qualunque tempo.

      Ciò comporta
      che non vi sia alcuna evoluzione dell’universo, ma che esso si mantenga
      circa sempre uguale a se stesso; di conseguenza non vi sarebbe mai stato alcun Big Bang ma l’universo sarebbe eterno e nel complesso immutabile (“stazionario” appunto).
      Ciò parrebbe in palese contraddizione con l’osservazione dell’espansione
      dell’universo, in quanto tale espansione comporterebbe che l’universo
      diventi sempre meno denso e che quindi non possa apparire sempre uguale in ogni epoca della sua storia. D’altro canto i tre astrofisici fecero
      notare che sarebbe sufficiente che la materia si crei dal nulla nello
      spazio vuoto ad un tasso estremamente basso (talmente basso che nessun esperimento sarebbe in grado di mettere in evidenza il fenomeno) perché lo spazio che si espande venga progressivamente riempito da nuova materia e nuove galassie, in modo che la densità media si mantenga costante.
      Questa affermazione parrebbe in contraddizione col principio di conservazione della massa e dell’energia, ma quest’ultimo è, appunto, un “principio”, cioè un’affermazione indimostrabile che i fisici assumono perché non è mai stata osservata una sua violazione. Se la violazione esistesse, fecero notare Hoyle, Bondi e Gold, sarebbe appunto così piccola da risultare inosservabile! D’altro canto essi posero l’accento sul fatto che accettare la violazione del principio di conservazione della massa è un obbligo anche per i sostenitori della teoria del Big Bang, in quanto al momento della creazione ve ne fu una palese e gigantesca violazione!

      Il modello dello stato stazionario riscontrò un notevole successo negli anni ’50.
      Una ragione fu anche probabilmente di reazione da parte di diversi scienziati al tentativo di strumentalizzazione delle loro scoperte portato avanti dalla Chiesa cattolica, che volle vedere nella teoria del Big Bang una dimostrazione scientifica della creazione e dell’esistenza di Dio. Esso
      fu però progressivamente abbandonato, non appena venne scoperta la radiazione cosmica di fondo (o “cosmic background”) in quanto quest’ultima ha una spiegazione semplice ed elegante nella teoria del Big Bang (sarebbe la radiazione residua dell’energia sviluppata al momento della nascita dell’universo) mentre è difficilmente giustificabile dallo stato stazionario.

      Inoltre oggi sappiamo che le galassie molto distanti (e molto giovani se accettiamo il Big Bang) hanno caratteristiche morfologiche piuttosto diverse da quelle vicine e che i quasar furono molto abbondanti in un certa epoca dell’universo ma oggi sono totalmente scomparsi, il che ancora una volta si scontra col principio cosmologico perfetto.
      Oggi lo stato stazionario si può considerare completamente abbandonato, eccetto che dall’astrofisico Halton Arp, che con alcune sue osservazioni sull’apparente associazione tra i quasar lontani e le galassie vicine, sta tentando da diversi anni (e con scarso successo) di convincere i colleghi che i modelli cosmologici più accreditati possono essere in errore e che la vecchia idea di Hoyle, Bondi e Gold, con alcune modifiche, potrebbe ritornare in auge.

  8. copio e incollo dal blog di Lucio Mayoor Tosi una sua poesia con la traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/24/mario-fresa-poesie-scelte-da-svenimenti-a-distanza-il-melangolo-2018-presentazione-di-eugenio-lucrezi-con-una-lettera-di-giorgio-linguaglossa-e-la-risposta-dellautore/comment-page-1/#comment-31743
    Qui si può dire che è stata eliminata, con un colpo di mano, la «materia oscura» (dark matter) ad opera di un oscuro Ferlinde. “Davvero, ma chi si credi di essere questo Ferlinde?”, si chiederanno in molti. E sì, penso che il nostro Ferlinde abbia alleggerito la zavorra della poesia italiana mandando al macero un po’ di concetti altiquati che ostacolavano l’ingresso nella «nuova poesia». Il nostro Ferlinde in fin dei conti parte dal concetto che tutto è dato dalla «vibrazione» profonda. Ad ogni «vibrazione» corrisponde un diverso strato dell’essere. Complimenti, Lucio.

    Poesia che fai scrivere poesia.
    di Lucio Mayoor Tosi

    Poesia che fai scrivere poesia.

    In quest’angolo d’America
    regno delle tabaccherie – che Dio le strafulmini –
    fai che questa stanza sia come quella di Hemingway;
    quando la sera musicale
    rallenta
    le parole arrivano già scritte. Nella notte
    tutte quelle lanterne accese. Prendimi
    per mano, andiamo
    in cucina. A nuoto
    nell’aria gelida
    di febbraio.
    Il racconto di Coniglio.

    Febbraio 2018, Candia Lomellina (PV)
    La realtà è indescrivibile.

    ***

    Poetry You Cause the Writing of Poetry.

    In this corner of America
    kingdom of tobacco shops – May God strike them down –
    make this room like that of Hemingway;
    when evening music

    slows down

    the words come already written. In the night
    all those lanterns lit up. Take me
    by hand, let’s go in the kitchen. Swimming
    in the freezing air
    of February.

    The tale of Rabbit.
    February 208, Candia Lomellina (PV)
    Reality cannot be described.

    © 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Poesia che fai scrivere poesia.
    by Lucio Mayoor Tosi. All Rights Reserved.

    • Almeno qui si respira aria nuova.pur nella brevità del testo. Grazie Lucio..Forse la materia oscura, che viene confutata ora da Ferlinde e nella poesia dalla Nuova Ontologia Estetica,fa un po ‘paura ai vecchi scienziati e poeti.

  9. Se non capisco male, la materia oscura di cui parla Verlinde, dell’ipotesi che possa esistere: se esiste dovrebbe essere sperimentabile. E infatti in Oriente la si chiama con tanti nomi, tra questi il famoso Nirvana. In pratica, essendo questa una, chiamiamola così, vibrazione, può accadere che qualcuno la l’avverta. Quell’energia si presenta come estranea ( non sono io, non dipende da me). Non penso che nelle poesie “piene di sé” questo possa accadere.

  10. Monia Gaita

    A colpirmi, in queste poesie di Mario Fresa, è una sorta di “imperialismo informale” della parola.
    Un imperialismo che non punta alla conquista e al governo
    diretto-spregiudicato del territorio del pensiero, bensì ad una forma di controllo più clandestina, più sotterranea, a un’influenza più indistinta, più mutevole, più implicita, più complessa e più sommessa.
    Il centrocampo espressivo procede per febbrili concentrazioni, rapprendimenti da sovrasenso allegorico, angosce e conflitti irrisolti.
    E se l’io poetante non si pacifica e non si indovina, non si soppesa e non si misura, appare chiaro che anche il linguaggio che ne decifra e ne perlustra i mondi, agisca secondo istinti e motivi inconsci.
    Ecco che la poesia di Mario Fresa si fa luogo dell’incorporeo in cui gli oggetti e gli atti descritti, si alterano e si corrompono di continuo, al contrario di quanto esigerebbe lo statuto dell’essere e di una verità possibile.
    Tutto sembra confluire in una zona oscura munita di cartelli e pittogrammi con divieti d’accesso.
    Tutto sembra annegare nello spaesamento, nel rovello interiore senza risalita, nella gioia dilaniata priva di riscatto.
    Ma forse il poeta non cerca la salvezza: la sua disperazione è un cerchio perfetto.
    Ogni guscio ha smesso di proteggerlo. Anche il guscio della poesia ha smesso di fargli da riparo.
    E allora ne ha dissiggillato la crosta, senza distrarre la paura del buio.
    Dalla disgregazione e dalle incrinature si è eretta la transenna di un miracolo. Dilaniato, furioso e allucinato, si è levato, imperioso, un canto:

    Il rapporto tra noi è una
    gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso.
    (Come i gamberi e l’acqua nodosa,
    che li fanno diventare eterni).
    Ancora un ospite e odore
    di esempi finiti male.
    Meglio svenire in qualsiasi
    continente che tra le tue braccia.
    Neppure giurare o diventare ciò che si vede.
    No: rallentare in una pianta morbida, ovale.
    Risalire un po’ di meno.
    Chi se ne è andato paga il conto
    perché è solo: e tu, quasi sorella, entrando con un graffio
    tra le facciate gigantesche, alle parole bianco e annoiarmi,
    sei scivolata
    con una rara facilità da polvere da sparo.

    Monia Gaita

  11. In qualità di amministratore della rivista, comunico che ho provveduto a cancellare alcuni commenti che avevano contenuti inappropriati e non pertinenti ai temi offerti dalla rivista.

  12. Giuseppe Talia

    Mi dispiace molto che il commento precedente al post sia stato cancellato, mi dispiace che il commento sia stato letto come inappropriato, in effetti non era un gran commento (io almeno ci metto il nome), piuttosto un insieme di considerazioni prese e interpretate da altri commenti.
    Ora provo ad articolare meglio. Il commento di Lucio Mayoor Tosi, a mio avviso, ha messo in evidenza, con acume, un dato importante: “ho come l’impressione che Fresa un po’ lo abbia continuato – laddove Cucchi si era interrotto.”
    Ci sono, a mio parere, poeti di levatura che purtroppo, spesso, dimenticano di appropriarsi di un proprio indirizzo, che pure c’è, e spesso continuano un rapporto di sudditanza con il proprio mentore. Non credo sia il caso di Fresa, di cui ho apprezzato le traduzioni di Baudelaire, di Apollinaire, come pure le riscritture di Catullo, sempre apparse in questo blog, e a parte questa nota di merito, io penso che questi nuovi testi di “Svenimenti a distanza” vadano oltre la tristezza di cui parla Linguaglossa, nel senso che mi pare l’asse portante sia una “comunicazione incomunicabile”, dove gli attori sono attori minori “Garinei, Luisa, Pio”, dove il raziocinio è fatto di polvere, “residui minimali” (da Malaspina di Cucchi), con un prosimetro che non si discosta da una certa tradizione novecentesca, consapevole e ineluttabile, in cui il dato più evidente è una “gengiva azzurra” e un dilemma di ordinaria follia: “inserzionista di macerie”, un matrimonio che non si sa bene se si farà (si sposerà?), e “In qualche caso, c’è il sospetto/di un romanzo malattia, se riflettiamo/ come si deve.”

  13. Jacopo Ricciardi

    Ho dovuto leggere le poesie di Mario più volte per riuscire a seguirle, poiché invece di avanzare linearmente sembrano quasi arretrare o cambiare binario, non per dire diversamente ma per ribadire diversamente. Queste poesie però rallentano la linearità mostrandola in una zona di irrisolta stasi, che si perpetua. Perché il poeta ha bisogno di questa condizione? Per forzare uno stilema (penetrandolo) fino al punto prima della rottura: mentre la parola nel testo acquisisce uno slancio verso il vuoto oltre la linearità del cosidetto minimalismo, il poeta che non abbandona il suo essere scrivente sembra intravvedere (con il lettore) qualcosa oltre il vetro incrinato del residuo di compiacimento del minimalismo poetico che ancora doveva essere tolto. Lì, oltre, si trova, per rispondere a Linguaglossa, non un deserto ma il “dono” di cui parla Caproni in Res Amissa, il dono di un sé liberato dall’ego, destinato a rinnovare la poesia. Si deve indagare ogni interstizio di questo nuovo libro di Mario per accorgersi infine che ogni parola presente e prepara in sé, già, quel dono.

  14. È stato detto che di frequente nei commenti agli articoli vengono inseriti contenuti allotri che trattano argomenti estranei al tema dei singoli articoli e proposte contenute nei post. Sì, questo è vero, ma vorrei dire che noi lo facciamo proprio perché non crediamo nella separatezza tra la poesia e le altre problematiche che agitano il mondo di oggi, anzi, questo è il nostro metodo per mettere, come si dice, della benzina sul fuoco, per tentare di animare il dibattito e fornire delle idee, anche se apparentemente lontane da ciò di cui si discetta.
    Vorrei anche dire ai nostri interlocutori che l’Ombra delle Parole non è una rivista generalista ed è ovvio che la lettura che noi diamo della poesia contemporanea (non solo italiana) è una lettura che risente del nostro orientamento di ricerca, inoltre, l’Ombra è l’unico blog in Italia che ospita un libero dibattito lasciando a ciascuno la libertà di interloquire in sostegno delle proprie tesi. È ovvio che il rischio di una tale impostazione è che qualcuno si inserisca nei commenti con un lessico inappropriato o fuori luogo, ma questo è un rischio che accettiamo come inevitabile, e, comunque, in una certa misura, tollerabile.

    Scrivevo qualche tempo fa che
    “negli autori della «nuova ontologia estetica» si verifica un uso di alcune categorie retoriche piuttosto che di altre, innanzitutto la categoria retorica fondamentale (che poi non è una categoria retorica ma concerne il modo stesso con il quale si concepisce l’essenza e la funzione del linguaggio poetico): il concetto di corrispondenza tra il «linguaggio» e il «reale». Negli autori della «nuova ontologia estetica» non si dà alcuna corrispondenza equivalente e/o mimetica tra la «parola» e l’«oggetto» del reale, non si dà «corrispondenza» affatto, non si dà alcuna «riconoscibilità» a priori, in quanto la «riconoscibilità» deve essere scoperta volta per volta nell’ambito del dispiegamento del discorso poetico, deve essere «ricostruita» ogni volta di nuovo.
    Faccio un esempio di un tipo di poesia tipicamente italiana nella quale le parole «vedono» da vicino l’oggetto del «reale» in modo riconoscibile e condiviso. Prendo in esame un autore italiano molto noto, Gian Mario Villalta, da Telepatia (LietoColle, 2016). Leggiamo:
    […]
    Qui il discorso poetico è immediatamente «riconoscibile», non c’è alcuna «ridondanza», non ci sono procedure di entanglement, catene sinonimiche, metafore, non ci sono deviazioni, deragliamenti, salti temporali e spaziali, insomma, ci muoviamo in un tipico concetto di poesia come adesione della «parola» al «reale riconoscibile».

    Leggiamo invece una poesia di Petr Král:

    le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre / sparse leggere lungo la riva / tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie…

    Dalla poesia di Gian Mario Villalta si evince che il linguaggio impiegato è pensato in quanto funzionale alla «riconoscibilità mimetica» del «reale». Nella poesia di Petr Král no, il linguaggio impiegato viene utilizzato per una «ricostruzione» non più «mimetica» del reale.
    È ovvio che la «nuova ontologia estetica» guardi con molto interesse alla poesia di Petr Král piuttosto che a quella di Gian Mario Villalta, ma non per partito presto, quanto perché nella poesia kraliana c’è un modo di intendere il «reale» in una accezione non più «mimetica» come è stato in auge nella tradizione poetica italiana maggioritaria di questi ultimi decenni, ma in una accezione diversa, più complessa e problematica.

    Scrive Lacan: «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
    È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
    Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
    Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
    Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
    Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.
    Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]”

    1 J. Lacan Ecrits, 1966, Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

  15. Marco Furia

    Caro Mario,
    di “Svenimenti a distanza” (di cui ho letto i brani riportati sul blog) ho apprezzato la precisione formale ricca di (coinvolgenti) valenze allusive capaci di congiungere, pur mantenendoli distinti, il piccolo e l’immenso, il quotidiano e l’universale: il conclusivo punto fermo, poi, sembra richiamare, con poetica coerenza, un’oggettività ritenuta non estranea a enigmatiche dimensioni consapevolmente accettate.
    Cito due versi: “Restiamo solo in piedi, oppure siamo/ davvero qui?”

    Complimenti e auguri
    Marco

  16. La frase di Chomsky «Colourless green ideas sleep furiously»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/24/mario-fresa-poesie-scelte-da-svenimenti-a-distanza-il-melangolo-2018-presentazione-di-eugenio-lucrezi-con-una-lettera-di-giorgio-linguaglossa-e-la-risposta-dellautore/comment-page-1/#comment-31835
    (‘Verdi idee senza colore dormono furiosamente’), mostra come, nonostante essa sia priva Bedeutung (significazione), non per questo sia priva di «senso»; pur tuttavia risulta comprensibile al lettore, comunica qualcosa.

    La proposizione grammaticalmente compiuta, in questo caso non ostacola il senso, non impedisce che la frase possa avere una sua comprensibilità; sebbene sia priva di significato e non voglia propriamente dire nulla di preciso; il che rende manifesta una cosa, «che tutto quanto è semplice grammatica fa senso» 1].
    L’esempio fornito è utile per chiarire quale sia il posizionamento dell’inconscio rispetto al linguaggio.
    L’inconscio si rivela in questa separazione fra Senso e Significato (Bedeutung) in cui il soggetto si trova coinvolto. I sogni, come tutti i sintomi, possono non avere significato, possono, apparentemente, non voler dire nulla. Tuttavia, quanto ci insegna Freud è che il lavoro di interpretazione serve a svelare la loro Bedeutung, il significato che questi sintomi e le rappresentazioni oniriche hanno per il soggetto.

    Cosa significa tutto ciò? Significa che l’alienazione primaria inerente al linguaggio, operazione che s’impone al soggetto (al prezzo del suo essere), rivela lo statuto del soggetto dell’inconscio, rivela che il senso non approda al significato se non in un secondo tempo, nella costruzione dell’interpretazione.

    Analogamente, una poesia può non avere Bedeutung (Significato) pur mantenendo un qualche «senso», ma il «senso» di una poesia erotica sta fuori del congegno linguistico, questo è il fatto.

    La frase di Chomsky fa «senso», ma non significa nulla, lascia il soggetto nel vacillamento al cospetto del linguaggio.
    Ma «fa senso» significa: esiste nel mondo del linguaggio. Solo nel mondo del linguaggio, solo perché, nel mondo del linguaggio, senso e significazione non sono la stessa cosa, sono anzi la condizione intorno a cui si può parlare di alienazione significante, in virtù della quale esiste una tale condizione. Il «senso» sta nel linguaggio, il significato sta «fuori» del linguaggio. La problematicità tipica della poesia di oggi è che tra «senso» e «significato» si apre una forbice divaricantesi, un baratro…

    [È proprio a questo punto che risiede il distinguo che fa di una poesia, poesia, nella consapevolezza con cui una poesia si attribuisce l’onere di questa ricerca, di questa direzione di senso. In fin dei conti, una poesia, o meglio, un linguaggio poetico rivela il suo spessore proprio nella misura in cui riesce a mettere in evidenza gli scarti del linguaggio (e non il suo «imperialismo linguistico» come è stato detto da una commentatrice). Ma che cosa si intende con «scarti del linguaggio»? Il punto sta proprio qui. Io penso che gli scarti del linguaggio risiedano proprio nei microscopici deragliamenti di senso, o skaz, nelle deviazioni improvvise di significato dei singoli sintagmi, nelle involuzioni del linguaggio, o nelle sue devoluzioni…]

    La struttura grammaticale è l’essenza dell’Es. L’Es infatti ricorre, torna, in quanto parla, in quanto non smette di parlare e di articolare la pulsione, Trieb, Drive, Deriva… ma la pulsione una volta arrivata a compimento, smette di essere pulsione cieca e diventa linguaggio. E siamo di nuovo daccapo: Il senso abita il linguaggio, il significato sta fuori di esso…

    La nuova scrittura poetica può essere compresa se si tiene fermo il concetto di una scrittura dell’inconscio, è l’inconscio che si situa nella scissura tra senso e significato…

    1] J. Lacan, Livre XIV. La logique du fantasme, lezione dell’11 gennaio 1967

    giorgio linguaglossa
    31 luglio 2017 alle 16:08

    «Penso dove non sono e sono dove non penso».
    Questo motto lacaniano ci indica allusivamente la zona occupata dall’Es e dall’inconscio (linguistico)…
    Una poesia come quella della nuova ontologia estetica (in modo generalissimo) non si può comprendere appieno senza tenere nel debito conto il ruolo centrale svolto dall’Es nella strutturazione del discorso linguistico (poetico).

    Negli autori della NOE un grandissimo ruolo è giocato dall’Es (gli atti linguistici dell’Es), e noi sappiamo che l’Es rifugge dai concetti di «bello»-«brutto», accettabile non-accettabile, di buon-gusto non-di-buon-gusto, erotico e pornografico, tutte categorie ideologiche dell’Io che è una istanza eminentemente auto organizzatoria, organizza cioè la regolare partizione delle categorie grammaticali ed ideologiche…

    L’Es è quanto resta della struttura dell’io penso – È l’insieme del discorso meno (con il segno -): o io non penso o io non sono, rappresenta la verità dell’alienazione, il «resto» dell’operazione di divisione del soggetto, ossia tutto ciò che è “non-io ”.

    Non a caso, una volta arrivati a individuare il luogo dell’Es, Lacan introduce la questione del «fantasma».

    • 1 agosto 2017 alle 19:00

      a proposito della poesia «glossario di disciplina» di Francesca Dono, scrivevo alcune cose:

      1) l’ordine del senso è altro dall’ordine dell’essere. Conseguenza di ciò è la nascita del «soggetto» come risultato di un’operazione infirmante in cui ne va del suo essere. Ma l’alienazione primaria è nel linguaggio. Non c’è linguaggio che non sia alienato ab origine, non c’è parola che sia pura, e questo lo dimostra il linguaggio dell’Es, il linguaggio più personale è sempre il linguaggio dell’Altro; qui è evidente che l’esperienza della Parola del soggetto parlante è un’esperienza alienante in quanto la struttura del linguaggio si articola di fronte alla barra (S/s) che separa il significato dal suo significante.

      2) È in virtù di questa articolazione che il «soggetto» viene ad occupare dei luoghi vacanti. I sintagmi «deliranti» di certa poesia di Francesca Dono, i deragliamenti del discorso, gli straniamenti frastici etc. ne sono la riprova, non c’è nulla in loro che non sia campato in aria, non c’è nulla di «organizzato» in quanto l’istanza auto organizzatoria propria dell’io qui è fuori gioco, è una istanza esclusa: l’Es esclude l’io, lo dribbla. E viceversa. Dove c’è il mondo di avanscena non c’è il mondo di retroscena. E questo io è un “rien ” a cui costantemente è rimandato allorquando prova a significarsi, “rien” che inchioda l’io al linguaggio alienato ab origine in cui consiste la logica stessa del rinvio come logica differenziale dell’articolazione del significante.

      3) Tutto ciò che si determinerà successivamente – desiderio, pulsione, domanda, fantasma – avrà in questa premessa la sua condizione preminente, la sua origine: nell’assunto che il linguaggio è quanto ci dribbla, non occasionalmente, bensì costitutivamente. E in cosa ci dribbla? Nella possibilità di formulare la domanda “chi sono? ” e nell’impossibilità, allo stesso tempo, di reperire una risposta, nell’ostacolo che il linguaggio presenta verso ogni appello all’essenza, all’essere.

      4) Sottolineare la dimensione rappresentativa del linguaggio non vuol dire così altro che segnalare la distanza, la differenza, e altresì la spaziatura che divarica il soggetto dal suo essere. Indipendentemente dal significante maître che viene a suturare e ricucire di volta in volta il soggetto dalla sua divisione, resta il dato irriducibile che il linguaggio non può, in virtù di quanto accennato, interpretare – se non in termini illusori e finzionali – l’ordine dell’essere dal quale esso stesso estromette.

      5) Il segno linguistico inaugura quella dimensione rappresentativa e al contempo abissale che infirma il «soggetto» e che vela la Cosa della vita, che spezza l’unità del binomio di senso e presenza.
      Anche nella poesia della Dono i singoli sintagmi hanno pur sempre un «senso» senza che abbiano alcun «significato»

      “Il fondamento di questa ambiguità del significante è in quella frattura originale della presenza che è inseparabile dall’esperienza occidentale dell’essere e per la quale tutto ciò che viene alla presenza, viene alla presenza come luogo di un differimento e di un’esclusione, nel senso che il suo manifestarsi è, nello stesso tempo, un nascondersi, il suo esser presente un mancare”.1]

      Per quanto l’io possa armarsi di «disciplina» e dotarsi di un «glossario» personalissimo, sarà sempre costitutivamente sotto la legislazione dell’Es che dovrà sottomettersi, in ciò rivelando il ruolo primario e originario che l’Es occupa nella vita quotidiana come anche nel discorso poetico della nuova poesia.

      È finito un concetto di «reale» – Inizia un nuovo paradigma

      Il limite della poesia italiana di queste ultime decadi è che è restata insabbiata all’interno di un concetto di «reale linguistico» mimetico, asfittico, chiuso, un certo lombardismo stilistico alla fine si esaurisce nella prosa perché adotta un concetto di reale che segue la normatività della sintassi in uso nella narrativa media italiana, un positivismo sintattico che alla fine si è dimostrato una strettoia per la poesia italiana, un collo di bottiglia sempre più stretto… Ad un certo punto, i poeti italiani più avvertiti e sensibili si sono accorti che in quella direzione non c’era alcuna via di uscita, e hanno deciso di cambiare strada… La «nuova ontologia estetica» altro non è che la presa di consapevolezza da parte di alcuni poeti che una direzione e una tradizione di pensiero poetico si sono definitivamente chiuse e non restava altro da fare che cercare qualcosa in un’altra direzione.

      A PROPOSITO DELLA RIFORMA DEL LINGUAGGIO POETICO ITALIANO

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/03/a-proposito-della-poesia-erotica-il-senso-abita-il-linguaggio-la-pulsione-sta-fuori-del-linguaggio-considerazioni-sulla-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-margaret-atwood-francesca-dono-mario/comment-page-1/#comment-22317
      ripropongo quanto dichiarato nella intervista da Franco Di Carlo che incontrò Pasolini l’11 gennaio del 1975.

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/03/a-proposito-della-poesia-erotica-il-senso-abita-il-linguaggio-la-pulsione-sta-fuori-del-linguaggio-considerazioni-sulla-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-margaret-atwood-francesca-dono-mario/comment-page-1/#comment-22317

      L’11 gennaio 1975, alcuni mesi prima di essere assassinato, Pier Paolo Pasolini ad un incontro nella biblioteca di Genzano di Roma con Franco Di Carlo, confida al giovanissimo critico che con Trasumanar e organizzar (1971), l’ultimo suo libro, era già evidente che il Progetto, già ideato e programmato, fin dall’inizio degli anni Sessanta, era giunto ad un punto di non-ritorno: la transumanazione, eternizzazione e “santificazione” (il Mistero) di se stesso in quanto Poeta attraverso la sua Pragmatica Azione e Organizzazione del “Fare Poetico”. Per scrivere nuova poesia, sarebbe stato necessario il Rinnovamento del Linguaggio Poetico e della Lingua della Poesia, attraverso la mescolanza (alchemica) Plurilinguistica e Pluristilistica di Atti Espressivi e di Stile, secondo l’Esempio il Modello e il Paradigma Dantesco (Divina Mimesis), di provenienza alto-colta, medio-parlata, giornalistica e mass-mediatica: un messaggio e un linguaggio non-chiaro, criptico, ancipite, Ambiguo (“finché è vivo”), che solo con e dopo la morte sarebbe dovuto divenire Espresso, essere esplicito. Con questa strategia “comunicativa” e con questo Codice Espressivo-Formale, tutto da decifrare, Pasolini consegnò i Segni-Segnali-Archetipi dell’unicità e irripetibilità del suo Progetto filosofico-poetico-esistenziale (e con questo noi intendiamo una sua possibile “solitaria avanguardia personale”), ben consapevole ormai della definitiva inesistenza del pubblico della poesia e dell’avvento e sviluppo di un universo orrendo e di una società e politica degradate e in rovina, dove sta già avvenendo la borghesizzazione del proletariato ed anche la proletarizzazione della borghesia, con conseguente omologazione e massificazione antropologica, esistenziale, linguistico-espressiva e culturale.

      1] G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Einaudi, Torino 1977,1993 e 2006, pp. 160-1.

  17. Volevo dire questo, che in Mario Fresa scorgo un travaglio linguistico e stilistico verso il quale nutro profondo rispetto; scorgo nella sua personalizzazione della crisi del discorso poetico, il pericolo dell’addensarsi del silenzio. Alla acutizzazione della crisi del discorso poetico gli spiriti più sensibili sono naturalmente portati verso il silenzio come risoluzione dei conflitti linguistici e stilistici del proprio discorso poetico.

    Scriveva Geoge Steiner già negli anni sessanta:

    «Vi è un terzo modo di trascendenza: in esso il linguaggio ha semplicemente fine e il moto dello spirito non offre nessun’altra manifestazione esterna della propria esistenza. Il poeta entra nel silenzio. Qui la parola non confina più con il fulgore o con la musica, bensì con la notte.
    Tale scelta del silenzio da parte della creatura più articolata è, ritengo, storicamente recente. Il mito strategico del filosofo che sceglie il silenzio per via della purezza ineffabile della propria visione o perché il suo pubblico non è ancora pronto, ha precedenti antichi. Esso contribuisce al motivo di Empedocle sull’etna e al distacco gnomico di Eraclito. Ma la scelta del silenzio da parte del poeta, lo scrittore che abbandona a metà strada il suo decreto articolato di identità, è qualcosa di nuovo. Esso si verifica, come esperienza ovviamente singolare ma formidabile nelle sue implicazioni generali, in due dei principali maestri, modellatori, precursori se si vuole, dello spirito moderno: Hölderlin e Rimbaud».3

    3] G. Steiner, Linguaggio e silenzio, Milano, Rizzoli, 1972 p. 64,65

  18. Helene Paraskeva

    Questi commenti hanno risvegliato in me gli anni degli studi linguistici quando Chomsky era il primo da studiare. “Colourless green ideas…”
    Criticato ferocemente poi dai cognitivisti britannici.
    Ma sicuramente vale la bene leggere tutto ciò che ha scritto.
    Mi fermo qui. Sono certa che la filosofia interpreta e anche molto bene la poesia. Non so se un bravo filosofo però sia anche e per forza un poeta.
    Rimane una terza ipotesi: che un bravo poeta sia anche bravo filosofo.
    Non mi maltrattate, eh!
    Helene Paraskeva

  19. Simone

    Il mondo è sempre più piccolo
    Si profila l’avvento di un nuovo irredentore
    Ma che
    Parlerà mica Inglese?

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