L’ESTRANEAZIONE È LA CATEGORIA BASE DELLA NUOVA POESIA – Pensieri e poesie di Donatella Costantina Giancaspero, Mario M. Gabriele, Carlo Livia, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Jan Larrea, Mauro Pierno, Luigina Bigon, Lucio Mayoor Tosi

 

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Giorgio Linguaglossa
19 febbraio 2018 alle 10.00

L’ESTRANEAZIONE È LA CATEGORIA BASE DELLA NUOVA POESIA

L’estraneazione è l’introduzione dell’estraneo nel discorso poetico; lo spaesamento è l’introduzione di nuovi luoghi nel luogo già conosciuto; il mixage di iconogrammi e lo shifter, la deviazione improvvisa e a zig zag sono gli altri strumenti in possesso della musa di Mario Gabriele. Queste sono le categorie sulle quali il poeta di Campobasso costruisce le sue colonne di icone in movimento. Il verso è spezzato e interrotto, segnato dal punto e dall’a-capo è uno strumento chirurgico che introduce nei testi le istanze «vuote»; voglio dire che i simboli, le icone, i personaggi sono solo delle figure, dei simulacri di tutto ciò che è stato agitato nell’arte e nella poesia del novecento, non esclusi i film, anche quelli a buon mercato, le long story, le short story… sono flashback a cui seguono altri flashback che magari preannunciano icone-flashback… non ci sono né domande, come invece avviene nella poesia ultima di Gino Rago, né risposte come avviene, a volte, in alcune mie composizioni.

Altra categoria centrale è il traslato, mediante il quale il pensiero sconnesso o interconnesso a un retro pensiero è ridotto ad una intelaiatura vuota, vuota di emozionalismo e di simbolismo. Questo «metodo» di lavoro introduce nei testi una fibrillazione sintagmatica spaesante, nel senso che il senso non si trova mai contenuto nella risposta ma in altre domande mascherate da fraseologie fintamente assertorie e conviviali. Lo stile è quello della didascalia fredda e falsamente comunicativa che accompagna i prodotti commerciali e farmacologici, quello delle notifiche degli atti giudiziari e amministrativi; Mario Gabriele scrive alla stregua delle circolari della Agenzia dell’Erario o delle direttive della Unione Europea, ricche di frastuono interlinguistico con vocaboli freddi e distaccati, dal senso chiaro e distinto. Eppure, proprio in virtù di questa severa concisione referenziale è possibile rinvenire nei testi, di soppiatto e appena visibili, come nella filigrana delle banconote, delle fraseologie spaesanti e stranianti appena percettibili, appena ridondanti.

Ma tutto questo armamentario retorico era già in auge nel lontano novecento, qui, nella poesia di Gabriele non c’è nulla di nuovo, eppure è nuovo, anzi, nuovissimo il modo con cui viene pensata la nuova poesia che abbiamo denominato nuova ontologia estetica. È questo il significato profondo del distacco della poesia di Gabriele dalle fonti novecentiste; quelle fonti si erano da lunghissimo tempo disseccate e producevano foglie secche, pagine immobili, elegie mormoranti, chiacchiere da bar dello spot nel migliore dei casi, tutta quella tradizione (lirica e antilirica, elegia e anti elegia, neoavanguardie e post-avanguardie) non producevano più nulla che non fosse epigonismo, scritture di maniera, manierate e lubrificate.

Mario Gabriele dà uno scossone formidabile all’immobilismo della poesia italiana degli ultimi decenni, e la rimette in moto… È un risultato entusiasmante… che mette in discussione tutto il quadro normativo della poesia italiana…

Altro scossone formidabile lo dà la poesia-pensiero di Gino Rago che ruota attorno ai pensieri primordiali dell’homo sapiens: il vuoto, l’essere, l’esistenza, il nulla, il senso dell’essere e della poesia con l’ausilio del traslato e della metafora…

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Donatella Costantina Giancaspero
19 febbraio 2018 alle 19:10

Ho qui il libro di Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), 500 pagine, l’ho sfogliato di qua e di là, ho iniziato a leggerlo… è un po’ una summa e un riepilogo di alcuni scritti che erano comparsi sull’Ombra delle Parole che affrontano una serie di gigantesche problematiche che galleggiano in questi tempi di debolismo e di epigonismo diffusi. Erano molti decenni (quanti non saprei dire, ma credo che bisogna risalire agli anni settanta) che nelle lettere italiane non venivano sollevate tante e tali questioni: il bello, il vuoto, il nulla, l’esistenza, il tempo interno delle parole, il tempo esterno, lo spazio, la spazializzazione e la temporalizzazione, l’Evento (Ereignis) in arte e tante altre questioni apparentemente slegate e fortuite come il selfie, l’autoritratto, il problema dell’inconscio nella “nuova poesia”… insomma, tali e tante questioni che messe assieme in un libro-zibaldone non si erano mai viste in un libro di critica (militante) in Italia.

E c’è da dire che molte cose sono chiare e lampanti, chiare e distinte direbbe Cartesio, ad esempio la questione dell’essere e dell’essere delle parole, la questione del linguaggio e quella del linguaggio poetico, la questione mandel’stamiana del discorso poetico. Un incredibile excursus su tutte le principali questioni oggi sul tappeto del fare poesia. Perché è bene dirlo con chiarezza: senza affrontare queste questioni non si può scrivere oggi poesia di una qualche serietà, perché è bene che un poeta sia anche un intellettuale e non soltanto un chiacchierone ciarlante, una cicala parlante e scrivente che scrive sulle margheritine e sui broccoli del proprio orto botanico.

Donatella Costantina Giancaspero
20 febbraio 2018 alle 20.30

cari Mario e Antonio,
che Nicolò Ammanniti e Aldo Nove abbiano abbandonato la scrittura in versi la considero una autentica fortuna, quanto a Giorgio Barberi Squarotti, dai, siamo seri, uno che scriveva migliaia di lettere ogni anno piene di elogi a chiunque gli inviasse pseudo poesie, a mio modesto avviso non è una persona attendibile e seria, magari sarà stato serio in altri campi, ma in poesia no, era uno dei tantissimi che voleva accaparrarsi il benvolere di tutti. Ridicolo. Intendo questa acquiescenza alla massa di aspiranti poeti sempre alla ricerca di riconoscimenti e approvvigionamenti. Penso che sia ora di finirla con i complimenti rivolti a tutti, e bene fa l’Ombra che non risparmia critiche a nessuno quando lo ritiene opportuno…
Bisogna ritornare ad essere seri in questo Paese e a non diramare complimenti a nessuno, anche a costo di attirarsi antipatie… la stagione degli scampoli è finita.

*
20 febbraio 2018
Gino Rago

L’atto poetico nel vuoto*

«Ci interessa la forma del limone
non il limone».*

*[Questo scrissero sul manifesto formalista quegli artisti
Nell’ammutinamento sui battelli del figurativismo
E del narrativismo.
Ma fu sera e mattina sulla Forma].

 

I
[…]
Un reziario nell’arena
Con un altro reziario un po’ più antico
Ma nella stessa arena, verso chi tridenti e reti?
Chi o cosa vogliono irretire, senza corazza ed elmo?
Il Vuoto? Vogliono imprigionare il Vuoto
con un balzo estetico.
Perché la bellezza è nel vuoto?
[…]
I due reziari all’unisono: «Perché se sei nel vuoto,
se davvero ti senti nel vuoto, devi agire prima che il vuoto ti risucchi…
È il gesto che salva. È l’urto tra l’atto poetico e il vuoto
che genera lo spazio e il tempo,
perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.
La forma-poesia non è l’inizio
ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.
Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare,
ma occorrono le parole-stringhe a cinque dimensioni».

II
Roma. Due reziari seduti a un tavolino.
Il bar di via Gaspare Gozzi [la linea B della Metro sferraglia].
A una parete gli occhi e le rughe di Samuel Beckett.
Il barista si avvicina con due tazze fumanti, sorride.
L’uomo somiglia a José Saramago, dice: «Vi ammiro,
voi conoscete la doppiezza delle parole, nelle vostre poesie una parola
tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
[…]
– «Una parola davvero scomoda», pensa l’interlocutore non visibile
che siede qui accanto nel bar –
[La verità fa rima con varietà], questo lo affermava il Signor K. nella omonima
poesia di Linguaglossa, dove il Signor K. fuma
un sigaro italiano e cincischia con il revolver…
[…]
«Ma voi non siete ciò che dite, siete dei truffatori, siete…
il credito che le vostre parole vi danno».

* [L’atto poetico nel vuoto è stato costruito come dialogo fra due amici poeti
(Gino Rago e Giorgio Linguaglossa) alla maniera della Nuova Ontologia Estetica) nel quale il parlato fra i due gioca un ruolo estetico decisivo.]

Luigina Bigon
20 febbraio 2018 alle 22.10

Vuoti

Nel castello meteore psichiche
lune martellanti, vuoti sibillini

*
Note orfane
vagano
tra aculei metropolitani

Percorsi tra i detriti dei senzaletto
rombano senza rumore

Simboli nei rifiuti
treni in fuga nella notte
ombre ruotano senza ragione

Un vuoto irreale vortica, lancia fiamme
e nessuna metafora

Carlo Livia
19 febbraio 2018 alle 14:52

Non credo che sia casuale porre la poesia di Mario Gabriele come emblema di massima risultanza espressiva della linea critica e ideologica rappresentata con ammirevole tenacia e coerenza in tanti anni di lavoro da Linguaglossa: una sorta di trasvalutazione dei codici e valori estetici affermati dopo il simbolismo-ermetismo, che hanno sostanzialmente riprodotto in forme sempre più epigoniche e stremate l’elegia introspettiva di Pascoli o i gesti di trasgressione più fatui e ininfluenti delle avanguardie.
Gabriele opera sulla lingua una mutazione di statuto estetico-ontologico, esaltando l’irreferenzialità del segno e decomponendo e dislocando i frammenti narrativi, come nella pittura cubista accade stravolgendo e frantumando le immagini del reale, destrutturate e deformate per mettere in luce diacronie, poliedricità, indefinizioni e mutazioni prospettiche, tensioni interiori.

Quello che manca, forse, è una tensione emotiva, un colore d’incanto, un profumo di prodigio e sacro – che da Rimbaud ai surrealisti ridefinisce il nuovo confine con la prosa – e consenta, come un richiamo nella tenebra o un sogno in un paesaggio d’esilio, di ritrovare la direzione per un’auspicata rigenerazione di istanze etiche ed estetiche, per ristabilire nuovi confini e relazioni, come avviene in Eliot e Beckett, dove la decomposizione e sconcretizzazione logico-emotiva scaturisce e si armonizza con un impasto formale dinamico, è il silenzio che pausa gli elementi sonori, il vuoto che lascia presagire il pieno, non l’inabissarsi nel deserto della definitiva assenza di voci e significati.

Il gran galà delle meraviglie

…egli ci lasciò la sua tristezza
seduta sull’orlo del cielo come un angelo obeso

Juan Larrea

In basso era tutto illuminato
Ma la notte restava minacciosa
L’abito della festa era bagnato di lacrime

Fra tante nuvole quale azzurro ci aspettava
Era l’amore l’ospite tanto atteso
Quanti sospiri di ragazze prima che si levi una canzone
Forse perché nessuno crede più all’eterna melodia
Entrando nel giardino bisogna recitare la preghiera

Davanti alla statua infelice ci si prende per mano
La luna restava in attesa

L’oscurità si riempiva di domande e di sorrisi
Una volta entrati la porta si richiude per sempre
Il desiderio ci rendeva leggeri come nuvole
Una macchina solitaria si lasciò sfuggire un gemito

Entrando nel salone celeste si vedeva un coccodrillo
addormentato sotto la grande acquasantiera
Un uomo che aveva rinnegato Dio sedeva in un angolo col mal di testa

Un violino muto scacciava le ombre dell’aldilà
Fra i candelabri era cominciata una battaglia di sguardi
Una timida preghiera era scivolata sul sofà
La ragazza bionda aveva racchiuso nello sguardo
un frammento di Paradiso
Tutti sospiravano vedendola passare

Alcune anime erano così sottili che si potevano vedere tutti i loro peccati
A volte scendeva il silenzio e si sentiva il pianto delle creature impossibili

rinchiuse nelle cantine
Nei corridoi ristagnava un triste odore di orfanotrofio
In fondo al profumo della danza restava una lacrima nascosta
Un ubriaco fece piangere le fanciulle dipinte sopra l’altare

Lo sguardo del signor Delirio lasciava nell’anima una ferita pallida e vacillante
Qualcuno rimasto solo finì per scomparire
La donna vestita di bianco aveva un sorriso fresco come una rosa sotto la rugiada

Lo offriva come un gioiello
In fondo allo specchio apparve la figura turchina che avevo visto in sogno
Un richiamo da un’altra eternità
O era l’ultimo angelo custode

“Potrei restare solo con lei per una notte ?
“ E’ tutto così antico ma non ricordo quando sono stata già qui “
Qualcuno mi ha sfiorato l’anima coi suoi pensieri ed è scomparso

L’uomo e la donna si sono amati segretamente
Al mattino li hanno trovati addormentati insieme

Per sempre

Lucio Mayoor Tosi
20 febbraio 2018

“…la voce dei vivi nell’espressione dei morti, come tanti Ghost dietro le spalle”.
In questa frase di Mario Gabriele colgo il senso tragico che accompagna le poesie e la critica poste in atto dalla nuova ontologia estetica. E’ “la Fin du monde”, che è tra l’altro anche il nome di una famosa birra. Ma di questo si parlerà più avanti, almeno spero, quando si vorrà storicizzare l’avvento della scrittura per stracci e frammenti. Intanto, con “Critica della ragione sufficiente”, Giorgio Linguaglossa pone le premesse che serviranno a nuovi poeti per smetterla di rovistare tra le rimanenze del passato. E’ un nuovo inizio, con questo libro, il “grande progetto” ha preso forma. E speriamo si tratti della punta di un iceberg. Più avanti si capirà che non c’è nulla di allegro nel tramonto culturale di quest’epoca, malgrado ci si forzi nell’alleggerire – persino Gabriele, che agisce nello sconforto in modo da renderlo pop, o la tanta ironia di chi scrive consapevole di stare nella post modernità –. Ma ontologicamente siamo morti, parliamo di morti ai morti, e tutto questo è, per me, entusiasmante. Tanto che a dovere ancora dire dell’io fa sorridere.

La scrittura critica di Giorgio Linguaglossa è letteraria, abbastanza densa di tecnicismi da poter affascinare la nascente macchina mentale e far ruotare le pupille dei poeti tra scienza e filosofia; in apparenza coi piedi per terra, in realtà proiettato nella giungla stellare dei versi-immagine.
In un post di giorni fa, Mario Gabriele scriveva : “Ogni testo ha una sua ministoria. Ma la cosa a cui non so rispondere è come abbia potuto formalizzare tutto questo con un sound quasi come un vibrafono alla Lionell Hampton” (è il pop di cui parlavo) “ Ma se la poesia non ha tutti questi riflessi, dimmi caro Tallia, c’è proprio bisogno di scrivere poesia in questo mondo in frantumazione?”.

Mauro Pierno
20 febbraio 2018

Lo dico a te
in via estemporanea
davvero senza che nulla mi fosse stato chiesto
ma la bellezza sta
nella busta della spesa,
questa poesia nascosta a malapena
è un bruco sulla credenza
nella sua mela.
A quanti dicono del tempo
rispondo che la visuale è tonda
e quando striscio
non è per compassione
è fame atavica. Resurrezione.
Un morso unico. Quotidiano

Antonio Sagredo
20 febbraio 2018

Il cielo si scurì per neri ombrelli

Dai confessionali cinguettava una condanna ambigua senz’appello,
sinistro era il calvo battito di un giudice in gramaglie nere.
Non avevo più i conforti estremi di un’anima eretica, la carne arsa
e quella fede irregolare che un celeste trono nega a malincuore.

Mi tallonava l’inutile urlo della croce e la sua smorfia stercoraria
che dal capezzale mi pianse la perdita di astragali e aliossi.
Come uno stendardo si levò la beffa simile a una profezia teatrale!
E io vidi, non so, patiboli in stiffelius e quinte martoriate come golgotha

e coi reggicalze ben in vista alati putti e sacerdoti celebrare beati,
sotto i portici del granchio, sanguinanti spine, lombi e glutei!
Ah, Dante, non avevi più urina e saliva, ma la tua lingua era ancora toscana,
cordigliera e velenosa… perfino gli uccelli scansano questa croce! – gridò.

Il cielo si scurì per neri ombrelli… tuniche codarde e orbite di livide veroniche
oltraggiarono i tramonti – chiodato dai suoi miracoli l’Incarnato pulsava
per un coito dismesso a malincuore – per un altro sesso, come un velo mestruato,
depose il divino Verbo nel postribolo – fu l’inizio della nostra croce, e la sua gloria!

I giorni che trascorsi nello specchio gelano epoche e finte apocalissi.
Promise al suo sosia e gemello le meraviglie della Terra e degli Universi
tutti, ma quel bosco fu avvelenato dalle bacche del tasso: miserie del martirio!
finzioni! resurrezione dei vivi! fede dei misteri!… compassione, per loro… ecc… ecc….

Mario M. Gabriele
19 febbraio 2018 alle 15:46

Gentile Carlo Livia,
la ringrazio della sua analisi critica relativa ai miei testi poetici. Lei è andato a fondo della sabbia verbale da cui poi ho tratto un castello con tante direzioni. Dice bene Giorgio Linguaglossa quando nell’esaminare il mio lavoro rileva il distacco da un certo tipo di poesia degli anni Settanta-Ottanta. Le dico subito che sono pervenuto a questi esiti operando con il linguaggio di un ventenne ma con l’esperienza e l’autocontrollo di una persona adulta che non ha mai rifiutato le letture di altri poeti. Ciò che manca, è la tensione emotiva ed ha ragione. Non le contesto questa emersione dalla lettura delle poesie. Ho già spiegato in un post datato, che dopo Astuccio da Cherubino, in ricordo di mio padre, non ho più articolato testi poetici segnati dall’emozione. Da qui l’uso di tecnicismi vari, con il recupero del Tempo-Soggetto, della rimemorazione delle cose, degli eventi, dello schiaffo alla vita dato, da chi non lo so! In questo senso mi rivedo nel verso di Juan Larrea da lei riportato: “Un uomo che aveva rinnegato Dio sedeva in un angolo con il mal di testa”. In un altro intervento critico, Giorgio Linguaglossa si è chiesto da dove mai venga questo modo di fare poesia. Qui entrano in gioco molti fattori plurali e dis-greganti, ma anche la voce dei vivi nell’espressione dei morti, come tanti Ghost dietro le spalle. Non mi dilungo per non annoiarla, ma quello che ho scritto qui è il guscio di una noce che contiene il gheriglio della vita. Grazie.

Salvatore Martino
19 febbraio 2018 alle 19:56

Il tempo custodisce affreschi,
salva le tue ultime canoe.
Riparte l’archivio degli anni,
non uno che si metta al riparo
dall’onda dello tsunami.
Pure qualche strofa risale dai fondali.
La città si rannicchia nella neve.
Di cosa hai paura Ramous?
Padre Alvarez chiude il sermone
disegnando il TAU dal Libro di Ezechiele.

Non so perché i versi di Gabriele così apparentemente calati nell’oggettività e, come dice Livia, mancanti di tensione emotiva riescano a penetrarmi al profondo, a generare un pathos nel mio essere corpo e anima, Certo rileggendo i versi sopra riportati forse la risposta mi arriva. Spesso riesce il poeta a introdurre baluginanti versi,che corrodono la realtà, trasfigurandola in sogno, in avventura, e i suoi personaggi , fantasmi in delirio, assumono una compattezza, una vitalità, che supera ogni nominalismo.

Non ho gli strumenti critici per analizzare il suo stile che è suo e di nessun altro, con il ricordo masticato di Eliot e di un confessatissimo Becket, più il primo direi, con quelle ambientazioni familiari e quotidiane che rimandano all’assoluto. Il dispiegamento culturale che in altri potrebbe risultare stucchevole in Gabriele è un altro veicolo di coinvolgimento, e nonostante tutto possa apparire costruzione cerebrale , misteriosamente il dettato poetico si slarga in un fiume che avvolge il lettore e suo malgrado lo spinge a focalizzare i tratti più decisamente poetici ,che corrono nelle trame di un basso profilo quasi volutamente prosastico. Così incontriamo versi memorabile che si incidono. «In un angolo giocatori d’azzardo/ puntavano sull’eclisse lunare». Perdonami carissimo Mario se non sono capace di un discorso critico, getto queste mie parole, così come mi vengono suggerite , da una lettura a voce alta, che mi evidenzia il ritmo sonoro di questa frammentazione circolare. E il mosaico alla fine forse davvero ricompone la faccia di te poeta, di te uomo.

Mario M. Gabriele
19 febbraio 2018 alle 21:30

Caro Martino,
mi chiedo come si possa scrivere poesia alla nostra età? Quali sono i punti di raccordo? Che cosa ci allontana da questo mondo di sfrenato Capitalismo, senza trascurare le azioni del Male? Siamo, forse, come dice Alfredo de Palchi ancora degli antropomorfi? La mancata tensione emotiva, fatta rilevare da Carlo Livia, viene da me sostituita con l’uso delle frammentazioni del tempo, attraverso le tecniche del laboratorio linguistico, per far riaffiorare il ricordo, che per me suscita emozioni, e credo anche per chi vi ricorra all’imbrunire della sera, dove l’archivio degli anni non ci salva dallo tsunami,ossia dall’oblio. Ecco il motivo perché scriviamo e che in un certo senso cerco di rispondere alla prima domanda sopra riportata. Ringraziandoti sinceramente del tuo commento, ti invio cordiali saluti.

Antonio Sagredo
20 febbraio 2018 alle 0:23

Sono passati sei minuti del nuovo giorno e questa antologia linguaglossiana segna l’inizio di una critica sufficiente a illuminare la condizione della poesia italiana della fine del secolo scorso e dell’inizio del nuovo secolo. Ho dato dapprima uno scorrimento veloce per avere una idea strutturale e compositiva di questa opera che resterà negli annali della storiografia italiana.
Linguaglossa ha il suo destino nel significato del suo cognome che viene continuamente onorato.

Mi ha sorpreso il coraggio e la sfrontatezza delle sue dichiarazioni: ambedue “sufficienti” per stabilire le posizioni dei poeti: perizia e acume si avvicendano.
Coraggio, molto e tanto, che testimonia il non aver paura e timore di sbagliare il giudizio. Questo lo può fare soltanto un non accademico che la sa lunga come deve essere trattata la Poesia, e non col timore di errare che pregiudicherebbe la carriera…accademica.
Libero e sciolto dal vincolo di non appartenere a nessuna accademia (o se volete cricca da quattro soldi) egli svolge e segna una operazione critica puntigliosa e precisa col bisturi delle sue conoscenze. Non ha bisogna di uno stile singolare: va diritto allo scopo e sentenzia.

Scopritore di grandi talenti, emarginati dai poteri editoriali e delle varie critiche ufficiali, li beffeggia mostrando loro chi ha merito e chi ha demerito senza attenuanti, senza dubbi, e va il suo battello diritto, o a destra o a manca come richiede appunto il puntuale artificio della sua arte critica.
E certo che dà fastidio il Linguaglossa a tanti luminari critici incollati alle loro schifose poltrone con la loro stessa m…a!
Domani, se ne ho voglia, continuo e se mi va farò anche i nomi!

Mauro Pierno
20 febbraio 2018 alle 7:42

[diversione da una poesia di Donatella Costantina Giancaspero]

un timbro un verso.
una tazzina di caffè
lungo, grazie.
un discorso diversivo in un solo verso.
in direzione del bar, forse.
ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la mia anima è una barca
senza mare né sponde.
rispondere non serve. l’input innescato.
la rivoluzione in un sol giorno,
com’è cambiata la nostra vita dopo il
1996? si sporgono alla finestra lievi bandiere.
sventolano pure.
un vento irriverente non scopre il logo.
la poesia ha un sol giorno.
l’enfasi del tempo. l’antologia odierna.

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30 commenti

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30 risposte a “L’ESTRANEAZIONE È LA CATEGORIA BASE DELLA NUOVA POESIA – Pensieri e poesie di Donatella Costantina Giancaspero, Mario M. Gabriele, Carlo Livia, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Jan Larrea, Mauro Pierno, Luigina Bigon, Lucio Mayoor Tosi

  1. Dedico questa mia poesia giuntami come un pony express a tutti voi: a Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Carlo Livia, Salvatore Martino, Lucio Tosi, Antonio Sagredo, Mauro Pierno, Luigina Bigon,e a tutti i lettori e poeti di questa Rivista, per l’attenzione dimostrata, che non è cosa di poco conto. GRAZIE.

    Milena si è arricchita con le bugie
    lungo la Promenade de la Croisette.
    Profumo di betulle sul sedile anteriore
    lungo la tratta Parigi-Venezia.
    Mi saresti piaciuta anche con le cuffie
    e il Time tra le mani,
    senza la crema clinique Lumiere.
    Ci rincorrono dietro il filo spinato,
    il sangue ad Hebron.
    Impariamo un poco alla volta
    a bandire dalla tavola i marron glacé.
    Mondo , sii, e buono;
    esisti buonamente, fa’ che, cerca di,
    tendi a, dimmi tutto.
    Avevo un epistolario con due cugini da Waterbury.
    Certo è che con Florence ogni discorso è chiuso.
    Dovresti essere più paziente
    con il glucosio che non scende
    e la folla alla cassa del supermercato.
    Non è stato un giorno felice per nessuno.
    Ti sta molto bene questo collier.
    Le porte si aprono e chiudono.
    Il freddo del Nord ha ovattato Englewood
    e tutto il New Jersey.
    Per questo Matilde non scrive.
    L’inverno è sempre più lungo.
    Il discorso sulle piazze d’Europa ha convinto
    l’uomo di paglia. Cosa c’è da capire?
    Ti sono piaciuti gli stivaletti da Pittarosso?
    La figlia di Nick Garden ha preso il largo nel Mississippi.
    Giulia ha disegnato un drone a colori.
    E poi dici che non è portata per le Belle Arti!
    Non andare al centro della questione
    è non risolvere il dubbio su Essere e non Essere.
    Si accende una luce.
    E’ Giusy che prova le lampade del presepe
    anche quest’anno.

    • donatellacostantina

      Grazie, Mario Gabriele, per la dedica. Desidero ricambiare con un pensiero musicale. Ho scelto un brano di Franco Donatoni (1927 – 2000), “Darkness”, per sei percussionisti, composto nel 1984.

      Due parole sull’autore.
      Franco Donatoni arrivò alla maturità artistica in epoca relativamente tarda, ovvero intorno ai cinquant’anni, dopo un lungo percorso artistico, spinto sempre dalla necessità di “guardare avanti”, nell’intento di esplorare tutte le possibili strade che portassero la Nuova Musica al superamento del suo periodo seriale. In questo senso, possiamo considerare Franco Donatoni un vero innovatore.
      Oltre che compositore è stato insegnante ai Conservatori di Bologna, Torino, Milano, all’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, presso l’Accademia Chigiana di Siena e presso l’Accademia Musicale Pescarese, nonché al DAMS della Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, ed ha tenuto seminari in Europa, America e Australia. Nella sua pluridecennale attività di insegnante ha formato molti illustri nomi della musica contemporanea.
      Ma la storia artistica di Franco Donatoni non smette di stupirci. Oltre che compositore e insegnante, è stato anche un originalissimo scrittore. Ha esordito con “Questo” (Adelphi, 1970), un testo in cui applica al materiale verbale gli stessi procedimenti che utilizza nella composizione musicale. Successivamente ha dato alle stampe “Antecedente X” (1980), sottotitolato “Sulle difficoltà del comporre”, nel quale egli indaga sulle oscure origini dell’atto compositivo (gli “antecedenti”, appunto). Due anni dopo (1982), ha pubblicato “Il sigaro di Armando”, raccolta di scritti su vari argomenti (sempre riguardanti la musica, ma non strettamente concentrati sulla composizione), che include anche alcune interviste. “In-oltre” (1988), invece, raccoglie gli scritti di presentazione che via via Donatoni stilò per le prime esecuzioni dei suoi brani.
      Di salute precaria sin dalla giovinezza, con frequenti stati depressivi, negli anni Ottanta fu colpito da diabete e poi da due ictus. Il secondo gli fu fatale.
      Franco Donatoni morì i 17 agosto 2000. Durante la cerimonia funebre, che si tenne al Conservatorio di Milano, venne eseguito il suo brano “Cinis”, una sorta di requiem laico composto nel 1988.

      Buon ascolto!

      • Cara Donatella,
        ti ringrazio di questo dono. A dire il vero non conoscevo Franco Donatoni, geniale compositore come in Darkness. L’inizio di questo brano mi ha portato a paragonare il ritmo musicale ad un rimbalzare di pallina sul vibrafono (almeno credo che sia questo lo strumento musicale), poi, proseguendo in avanti, l’attacco della batteria mi ha fatto ricordare il grande Gene Krupa. Forse mi sbaglio, Ma questo ho avvertito. Grazie.

        • donatellacostantina

          No, Mario, non ti sbagli affatto! In questo brano Donatoni impiega sei percussionisti che suonano vari strumenti con bacchette: vibrafono, marimba, tamburo, batteria, piatti, gong, ecc. L’effetto di “rimbalzo” è dato proprio dall’azione delle bacchette sulle diverse superfici. Ne deriva un suono “saltellante”, che delinea frasi ritmiche di breve respiro: il tutto in un impasto timbrico di grande effetto.
          Non ho scelto a caso questo brano: sebbene sia lontano dal genere jazz che ami, immaginavo che l’avresti apprezzato, soprattutto per l’aspetto ritmico. Immaginavo che avrebbe incontrato la tua sensibilità. Guarda caso Franco Donatoni, per un certo periodo, a partire dalla fine degli anni Ottanta, fu ispirato dal jazz, in brani come Hot e Sweet Basil.
          Per te, appassionato ed esperto di jazz, è naturale cercare delle analogie con gli artisti che più ami, come appunto Gene Krupa, un geniale batterista, anche lui innovatore nel suo genere, passato alla storia per l’impareggiabile virtuosismo.
          Ricordiamolo in questo notissimo brano, “Sing sing sing”, del 1937, con la mitica Orchestra di Benny Goodman.
          A te e a tutti gli amici…

          Buon ascolto!

      • un grande piacere riascoltare Donatoni. Grazie.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/21/lestraneazione-e-la-categoria-base-della-nuova-poesia-pensieri-e-poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-mario-m-gabriele-carlo-livia-gino-rago-giorgio-linguaglossa-salvatore-marti/
    «La mossa del cavallo» è, come noto, la famosa categoria di Sklovskij. L’analogia con il gioco degli scacchi intendeva mettere in rilievo che, mentre tutti i pezzi si muovono secondo percorsi rettilinei, il cavallo procede mediante mosse oblique, con scarti laterali che spiazzano le aspettative e le attese dell’avversario. Questo procedere di fianco, laterale, questa continua lateralizzazione è, secondo Sklovskij, tipico del procedimento artistico e in particolare della poesia: lo spiazzamento, appunto, lo straniamento.

    Questa categoria ermeneutica e ontologica è stata un colpo di genio del critico formalista Viktor Sklovskij che l’ha enucleata dalla poesia russa degli anni Venti e, in particolare, dalla poesia di Majakovskij (se sbaglio, Antonio Sagredo, correggimi).

    «La mossa del cavallo» è stata ampiamente impiegata e collaudata dalle avanguardie del primo novecento e dalle neoavanguardie del secondo novecento. Qui da noi i Novissimi, in particolare Antonio Porta, Alfredo Giuliani e Nanni Balestrini (Elio Pagliarani è un poeta sostanzialmente narrativo, legato ad una sola voce narrante) l’hanno impiegata ma in una funzione squisitamente linguistica, endogena al linguaggio, ma questa cognizione era riduttiva perché risolveva alla lunga la grande novità della categoria sklovskiana nell’ambito di un gioco di prestigio tutto all’interno del linguaggio, la neoavanguardia non riusciva né a vedere né a immaginare che la categoria poggiasse le sue fondamenta su uno zoccolo ontologico ed ermeneutico e che non era soltanto un «fatto» o «atto» linguistico, o meglio, ciò che alla neoavanguardia appariva come il linguistico era in realtà soltanto l’ultima pellicola dell’epitelio, sfuggiva al pensiero della neoavanguardia la profondità del sostrato ontologico del concetto.

    Invece, la poesia di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Antonio Sagredo, di Steven Grieco Rathgeb, mia, di Donatella Costantina Giancaspero, di Giuseppe Talia ma anche di altri autori che hanno iniziato questa ricerca, ruota intorno ad un punto fondamentale: che «la mossa del cavallo» è strettamente imparentata alla «estraneazione» e poggia su un fondamento ontologico, il fatto linguistico è una conseguenza di un pensiero estetico che pensa non soltanto il linguistico ma anche l’ontologia, come avviene presso la nuova ontologia estetica che presta la sua attenzione anche ad altre categorie come il tempo interno (oltre quello comunemente noto come esterno), lo spazio (ma quello individuato dalle linee interne piuttosto che da quello indicato dalle linee esterne), il quadridimensionalismo (che è una categoria ontica e ontologica, se non sbaglio).

    Anche la poesia di Anna Ventura, come quella della Szymborska, poggia su questa categoria, ma nella poetessa dell’Aquila essa viene impiegata con maggiore parsimonia, in consonanza con il suo discorso poetico che è più narrativo consequenziale che non presso altri autori.

    Premesso quanto sopra, è ovvio che la poesia della tradizione del secondo novecento italiano imperniata sull’io lirico o anti lirico, non poteva recepire questa problematica, anzi, la ha espulsa dal suo orizzonte di pensiero. L’io lirico si limita ad operare una esternazione del racconto in prima persona, il tutto incentrato e organizzato dall’io lirico che coincide con l’io parlante e con l’io ontologico, nella convinzione che le tre cose siano interscambiabili, anzi che siano una sola persona, che formino una identità. Penso che da questo macroscopico equivoco, anzi, da questo errore filosofico dipenda tutta l’attrezzatura conformistica di cui è piena quella poesia….

    Jakobson ha scritto che «il cammino della metafora è l’associazione creativa per affinità e per contrasto». E, mi chiedo, non è quello che fa la nuova ontologia estetica?

  3. Mi piace questa definizione:”associazione creativa per affinità e per contrasto”.Se tutti rispettassero questo principio, non ci sarebbero più guerre. Complimenti per il logo del “dado e la clessidra”:essenziale, compatto,allusivo.

    • donatellacostantina

      Grazie, Anna Ventura! Mi prendo con piacere i complimenti per il “logo” –
      chiamiamolo così – perché ne sono io l’ideatrice. Ma non è un vero e proprio logo: vuol essere piuttosto un accostamento di figure geometriche, allusive – dici bene -, come complemento alla scritta posta in testa all’elenco dei volumi pubblicati nella Collana “Il dado e la clessidra”. Questa, di fatto, nasce col solo nome, senza logo. Non so se si possa crearlo a posteriori. In ogni caso, spetterebbe a un grafico professionista, tipo il nostro eccellente Lucio Mayoor Tosi. Io semplicemente mi diletto a livello amatoriale, avendo svolto in passato, da studentessa, qualche lavoretto pubblicitario, tanto per guadagnare un po’ di “argent de poche”, come si dice.
      Un caro saluto.

  4. Giulia ha disegnato un drone a colori.
    E poi dici che non è portata per le Belle Arti!

    E’ uno strillo di prim’ordine. Certo, manca di tensione emotiva ma non si può dire che manchi di sentimento e ironia. Sentimento ed emozione, è già stato detto da altri, sono due cose ben diverse tra loro – Accade come nell’eros che l’emozione immancabilmente finisce e spesso produce storture che, per come siamo fatti in natura, sarebbero cose da pazzi; mentre il sentimento non ha fine, perché quasi non ha inizio. Peccato riservarlo a un solo partner, ma pazienza: rimandiamo a quando il pensiero nichilista avrà completato il suo percorso –. Nella poesia di Gabriele c’è sentimento, a tratti anche struggente, ma segue percorsi sotterranei ( le per me bellissime “didascalie fredde”, come le chiama Giorgio, altro fattore caratterizzante dei poeti NOE) che alla fine, fosse pure dopo aver letto tutto un suo libro, producono mutazione d’animo, trasformazione per incanto. Si avverte in Mario Gabriele forse più che in chiunque altro quel che non viene palesemente esplicitato, o perseguito: la “traccia”, che è insieme di fattore ontologico ed emozione estetica.

  5. griecorathgeb

    Non ho avuto in questi giorni il tempo per commentare l’ottimo post di Mario Gabriele, Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica) Roma, Progetto Cultura, 2018, pp. 512 € 21 – Lettura critica di Mario Gabriele – Oltre il limite elegiaco e alcyonesco della poesia italiana. Lo faccio adesso e qui. E’ un post che commenta, con intuizioni ed espressioni folgoranti, questo recentissimo volume critico di Giorgio Linguaglossa. Il quale volume inaugura, nel modo più forte, decisivo e persuasivo possibile, una nuova stagione della poesia, del possibile “sentire” in poesia, dell’approccio teorico alla poesia. Ecco il suo valore: riuscire a conciliare questi tre aspetti alquanto diversi della stessa cosa, aspetti che da molti poeti vengono ancora percepiti come reciprocamente esclusivi.
    Il critico d’arte Arthur Danto spiega in After the End of Art – Contemporary Art and the Pale of History (Dopo la fine dell’arte – l’arte contemporanea e l’ambito della storia), come intorno agli anni 1960 si diffondeva la consapevolezza che nell’arte visiva fosse avvenuto “un qualche enorme spostamento storico nelle condizioni produttive delle arti visive, anche se, esteriormente le realtà istituzionali del mondo dell’arte (le gallerie, le scuole d’arte, la stampa specializzata, i musei, l’ordine costituito dei critici, il ramo curatoriale) sembrassero relativamente stabili.” (Per caso questo v ricorda le vicende poetiche degli anni 1960? Ah, i parallelismi…)

    E qui per dare contesto, Danto menziona l’altro spostamento tellurico avvenuto nell’arte in Europa, quello verificatosi intorno all’anno 1400 d. C., e che viene spiegato molto bene da Hans Belting nel suo libro L’Immagine prima dell’era dell’arte. Prima di quella data, infatti, le immagini “artistiche” non erano “arte” nel senso stretto in cui lo intendiamo noi, ma piuttosto immagini devozionali provviste di una “provenienza miracolosa”. Quindi, secondo Danto, esiste una sequenza storica dell’arte ben riconoscibile, che si estende dal 1400 fino agli anni 1960-80. Dal 1960-80 in qua, si puo’ parlare non della fine dell’arte, bensì della fine dell’era dell’arte in quanto sequenza storicamente riconoscibile.

    Era, insomma, secondo Danto, “la storia dell’arte” in quanto narrazione, in quanto racconto storico, che era terminata: non che oltre quella data non ci sarebbe più stata arte, ”ma che la produzione artistica non avrebbe più beneficiato di quella narrazione rassicurante”, che ci fa riconoscere “la fase storica successiva, appropriata” all’interno di un raccontare il tempo.

    Con bella ironia, Danto aggiunge: “ In un certo senso, la vita inizia veramente quando il racconto termina.”
    Quella di Danto è una tesi che condivido pienamente. E vale per la poesia, e per tutto il resto dell’arte, compreso il cinema.
    Oggi, la tesi di un “progresso” nella poesia o nell’arte – ancora intese come realtà estetiche che seguono specifiche fasi evolutive all’interno di uno sviluppo storico riconoscibile – è ormai, esso stesso, categoria non tanto obsoleta quanto del tutto inservibile – come riparare un hard disk con una chiave inglese.
    Questo penso sia anche il senso del volume di Linguaglossa: far capire che la nostra attuale fase poetica è un remare in un mare senza confini, soprattutto scosso da fenomeni meteorologici imprevedibili e inquantificabili, ma portatrici di realtà estetiche inaspettate.
    Come dicono i primi versi di una recente poesia di Chiara Catapano, Kōshūmisaka Suimen 22/10!17:

    A nord mi chiude la montagna, a sud il melograno.
    Sono porte senza lucchetti, felicemente aperte.
    Pure non procedo oltre il suo specchio,
    architrave meraviglioso del cielo.
    La chiave mia inutile attende.
    […]

    In questo senso, direi che non si parla più dell’ultimo passo del passato, ma del primo passo di un tempo che in una mia poesia di qualche anno fa ho chiamato “IL TEMPO DOPO IL FUTURO”, PERCHÉ È PROPRIO LA “STORIA” CHE OGGI RISULTA INSERVIBILE COME STRUMENTO CONOSCITIVO DEL TEMPO, sia nella scienza sia nell’arte. “Tempo” che però dà frutti talvolta sorprendenti, immaginifici ma, appunto, difficilmente catalogabili.
    Ecco perché anche la NOE rifiuta la dicitura “scuola”. Nei nostri tempi non esiste, né può esistere alcuna Scuola. Ma le prove di un “nuovo” scrivere, sono ben palpabili. E’ questo uno dei servizi che ci rende il libro di Linguaglossa.

    L’altra sera, conversando con Letizia Leone su queste precise questioni, mi è venuto d’un tratto da usare, per questo nuovo scrivere, il seguente termine: “ESOSCRITTURA”.

    Ecco, sì, mi sento di equiparare la scrittura odierna non solo dei poeti della NOE, ma anche di molti altri poeti e autori ovunque nel mondo – come un’attenzione a ciò che avviene anche nella “esosfera” della coscienza umana, non solo nei luoghi da sempre riconosciuti. Dunque un senso allargato del proprio esistere, un esistere che non ha nessuna certezza, in cui l’io tradizionale scompare, e che nessun Heidegger può confortare con tesi ormai inservibili. Da qui inizia un “altro” scrivere.

  6. ci vorrebbe una vita per vivisezionare, digerire e commentare tutti questi interventi. Lasciatemi dire che sto leggendo con calma, senza fare indigestione…

  7. antonio sagredo

    Cara Costantina,
    quando cominciai il carteggio di 13 lettere (corrisposte)con Squarotti, sapevo già come questi m’avrebbe risposto, perché lo conoscevo bene… ed ero molto ironico con lui anche quando potevo apparirgli serio… volevo sapere fino a che punto si sarebbe spinto… quando mi stufai non gli scrissi nemmeno una lettera d’addio. Tutto qui, e senza alcun rimpianto.
    as
    ————————————
    Se dovessi trovare qualche pagina di Sklovskij molto pertinente al principio di “straniamento” sarò ben felice di pubblicarla… ma deve essere davvero molto pertinente.
    as

  8. Rossana Levati

    L’orribile sogno del poeta (W. Szymborska)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/21/lestraneazione-e-la-categoria-base-della-nuova-poesia-pensieri-e-poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-mario-m-gabriele-carlo-livia-gino-rago-giorgio-linguaglossa-salvatore-marti/comment-page-1/#comment-31612
    “Immagina un po’ cosa ho sognato.
    All’apparenza tutto è proprio come da noi.
    La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria,
    verticale, orizzontale, triangolo, cerchio,
    lato sinistro e destro.
    Tempo passabile, paesaggi non male
    e parecchie creature dotate di linguaggio.
    Però quel linguaggio non è di questa terra.
    Nella frasi domina l’incondizionale.
    I nomi aderiscono strettamente alle cose.
    Nulla da aggiungere, togliere, cambiare e spostare.
    (…)
    Ammetti che nulla di peggio
    può capitare al poeta.
    E poi nulla di meglio
    che svegliarsi in fretta.”
    (Da “La gioia di scrivere”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

    Alla luce di questo augurio espresso dalla Szymborska (“nulla di meglio che svegliarsi in fretta”), l’augurio che la poesia si desti dal sogno-incubo di una riproduzione del mondo mimetica, in cui “i nomi aderiscono strettamente alle cose”, e che prenda la direzione di un nuovo linguaggio e di una nuova forma espressiva che possa essere un punto di svolta in una lunga stagnazione, come più volte indicato da Giorgio Linguaglossa, vorrei proporre una mia riflessione su “L’atto poetico del vuoto” di Gino Rago, tenendo conto della mia reazione di semplice lettrice e del senso di sorpresa, da un certo punto di vista di disorientamento alla prima lettura di questo testo.
    Cosa ci fanno due reziari in un bar di via Gozzi, vicino alla Linea B della Metro? Situazione sconcertante di per se’, lo spaesamento derivato dall’accavallarsi di nuovi luoghi e personaggi inaspettati in un luogo banale e quotidiano aumenta di verso in verso: i reziari-poeti moderni (alter-ego di Rago e Linguaglossa) sono circondati da icone poetiche, tra una foto di Beckett alla parete e un barista-alter ego di Saramago e da personaggi della loro stessa poesia (il signor K.).
    In questa nuova forma espressiva tuttavia Rago ripropone coerentemente, tramite lo spaesamento e l’estraneazione, ciò che egli stesso ha già detto con espressività più tradizionale, per esempio con un linguaggio immaginifico e mitico in Lilith: “in quel silenzio unito al vuoto il poeta ti ha chiamata Lilith”, “sposa del mito e della verità”; e il verso finale de “L’atto poetico”: “voi non siete ciò che dite, siete dei truffatori” richiama da vicino un suo recente testo “La sella vuota”, con quel congedo ai poeti “delle parole morte” e “delle foglie appassite”, inutile peso di un mondo in cui la loro presenza non fa più chiarezza né definisce alcuna verità.
    E’ in gioco dunque ancora una volta la riflessione sulla parola, sul suo uso e sulla sua funzione nella nuova costruzione poetica. E’ tornato il momento della “parola scomoda”, che sarà scomoda proprio perchè non sarà falsa e non pretenderà di assumere un falso credito quale quello che si attribuiscono i poeti-truffatori.
    Si rivendica infatti che la parola possa “dire la verità” o, come si afferma nella prima strofa, “costruire il vuoto” e “far parlare il silenzio”. Come più volte Rago ha dichiarato, anche in altre modalità espressive, il poeta è artefice, né la poesia è solo finzione, imitazione di una pseudo-realtà, ma strada per attingere la verità e al tempo stesso crearla (vedi “Sei poeta”): proprio il poeta che da’ i nomi alle cose le crea, “fingitore” come direbbe Pessoa, sempre in bilico tra creazione e distruzione: reziario dunque perché dovrà fare un passo al momento giusto, per sottrarsi alla morte “prima che il vuoto ti risucchi”; tridenti e reti sono per lui le parole, giacchè il poeta non ha altri strumenti di difesa e di offesa nei confronti del tempo e dello spazio, parole che sanno distinguere tra il vuoto e il nulla, tra il vero e il falso, anche tra la quotidianità e l’arte. Un poeta che irretisce, imprigiona, trasforma, ricostruisce il reale , con la doppiezza innata delle parole in bilico tra verità e menzogna, sia l’una che l’altra dono delle Muse, parole che sono pronte al loro viaggio e che potranno straordinariamente trasformare tutto ciò che è contenuto nel Vuoto in personaggi, vicende, miti ed anche domande.
    Così il lettore è reso partecipe, a mio giudizio, del processo creativo del poeta, come se vedesse la poesia nel suo farsi e nell’atto del suo divenire.

    • cara Rossana Levati,

      grazie per questa tua riflessione, di grande caratura intellettuale e di grande compostezza, hai colto il centro dei problemi della poesia (e non solo della poesia) italiana.
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/21/lestraneazione-e-la-categoria-base-della-nuova-poesia-pensieri-e-poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-mario-m-gabriele-carlo-livia-gino-rago-giorgio-linguaglossa-salvatore-marti/comment-page-1/#comment-31621
      Acutamente hai messo la chiesa al centro della piazza: il problema di “dire la verità”, quello di “far parlare il silenzio”, di “costruire il vuoto”, il problema se il poeta sia un fingitore o un veritativo, un veritiero… Gino Rago prende una posizione drastica in merito, basta leggere la sua poesia per capirlo. “Fingitore” di che cosa? Che cosa c’è da fingere? Che cosa è rimasto oggi che debba essere “finto”?, NON C’È niente di finto nelle nostre poesie, purtroppo tutto è vero, è stato drammaticamente vero! Tutto quello che leggete nelle nostre poesie è stato drammaticamente vero!

      Per fortuna la tua riflessione mette i punti sulle i. È da qui che bisogna ripartire.

      Un aneddoto

      Ho scritto qualche minuto fa ad un poeta nato nel 1974, e dunque molto più giovane di me, che mi ha inviato il suo libro, queste parole:

      come stai? Ho ricevuto il tuo libro, lo leggo e rileggo, sorrido, davvero, è un libro triste, mi incute malinconia…
      mi sembra che tu ti sia risvegliato nel bel mezzo di un sogno o di un incubo e hai visto certe cose che non avresti voluto vedere,
      e così ha dovuto prendere atto della fine di tutti i discorsi poetici e riformistici, e su questa presa d’atto
      (almeno questa è la mia interpretazione),
      penso che tu hai scritto questo libro in un certo senso salutando con il fazzoletto bianco tutta la tradizione del novecento,
      tutto quello che c’è stato e che non c’è stato… e ti sei inoltrato nel nuovo secolo con la mente, come dire, distratta e assente…
      Lo capisco e lo giustifico intellettualmente…

      Ecco qui. Gli autori più giovani di me, di Gino Rago, di Mario Gabriele, di Anna Ventura, di Steven Grieco, di Donatella Costantina Giancaspero, di Antonio Sagredo (Giuseppe Talia e Letizia Leone stanno a metà, Chiara Catapano è drammaticamente, per lei, più giovane)… sono ancora arrovellati all’interno della poetica del guado (come la chiamo io), il “guado” è la fine del novecento, la fine delle ideologie, il Dopo il Moderno (categoria che io uso a dismisura), e quello che vedono è una pianura piatta dove non c’è nemmeno un’Ombra, un albero, una altura, un palazzo, quello che vedono è una immensa pianura e ne restano sgomenti…. Noi invece (la avanguardia senile) che proveniamo dal lontano novecento abbiamo le idee più chiare, sappiamo da dove veniamo… e sappiamo che cosa cerchiamo…

      • Giuseppe Talia

        Giorgio Linguaglossa ha pienamente ragione, almeno per quanto mi riguarda, circa il guado, quel tratto di fiume da dove è possibile guardare il flusso dell’acqua che scorre aspettando di capire dove le acque basse permettono l’attraversamento sull’altra sponda. A mia difesa devo dire che più che sulla sponda del fiume, io mi trovi nel bel mezzo della corrente dove ho trovato un punto fermo nella risacca: non mi lascio trasportare, ma nemmeno raggiungo l’altra sponda. In mezzo alla corrente guardo la sponda che ho lasciato, il novecento, e vedo un grumo di vocali vissute che ancora gorgogliano “fra tanto udìo. Con novo suono” (T. Tasso), nel bel mezzo del guado, fermo nel moto di ritorno, con tronchi o stoviglie che scivolano via verso lo scarico degli scarti dei “piatti che Giulia prima di mezzogiorno lavava (Pavese)”. Un rumore cadenzato come anche una giostra da eludere.
        Tutto il passato nell’altra riva: le ideologie morte, le radici imbarazzanti appena recise, le forme fluide del postmoderno con l’esercito di consumatori seriali che fanno apparire tutto uguale a tutto (Bauman). Nel mezzo del fiume e in balia della corrente, con poche certezze e un deserto senz’ombra da percorrere. Ogni tanto un tronco nel mezzo della corrente, uno di quelli che portano nella corteccia una superstite grande narrazione attualizzata del secolo scorso (Sagredo) ci sposta appena da una risacca all’altra, da un riflusso nichilista ad un’altra pulsione nichilista. Ed in mezzo a questo guado, che ancora non è riva sicura, che una pur debole poetica è stata incisa nell’acqua: Thalia, una Musa Last Minute, precaria, senza certezze, spaesata, perché quelle che in passato erano capisaldi, oggi sono provvisorietà, velocità, micro scompensi temporanei.

  9. letizia leone

    Non saprei cosa aggiungere alle importanti notazioni dei commentatori che hanno corredato l’esaustiva e interessantissima interpretazione di Mario Gabriele a questa ultima fatica di Linguaglossa. “La Critica Della Ragion Sufficiente” è uno di quei rari libri da tenere sempre aperti sul tavolo da lavoro, in quanto è una bussola preziosa di orientamento e ripensamento e ridefinizione di molte categorie come il Tempo, lo Spazio, il Vuoto, ecc. quali modelli estetici o psicoantropologici radicati storicamente ma colti qui, con agguerrita militanza critica, nel “movimento” di una navigazione a vista…Alle molte osservazioni, aggiungo un altro grande merito della NOE, nel suo porsi come sperimentazione (e rubando le parole a Sloterdijk, se modernità significa “essere in preda alla coazione a scegliere tra l’autoconservazione in condizioni di stabilità o l’incremento per via di esperimenti), la scelta ovviamente è per l’incremento (creativo ed euristico) anche in tempi di pensiero “post-metafisico debole”. Ecco da questo libro emerge una figura di poeta- intellettuale funambolico dalla “coscienza decentrata” in un mondo ha perso i suoi caratteri di familiarità. Estraneo, estraneità: “inquietante estraneità” significa che la presenza dell’estraneo imprendibile, inquieto, non pacificato, non si può più ignorare nemmeno nell’intimità del proprio luogo, ci dice Sloderdijk. Solo alcuni cenni questi miei, di fronte alla mole delle problematiche sollevate dal libro di Linguaglossa e dalle dense pagine dell’Ombra…

  10. Una poesia inedita di Edith Dzieduszycka. (da Punto e a capo, inedita)

    Siamo dentro la sensiblerie della perdita della memoria, tematica tanto cara alla nuova ontologia estetica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/21/lestraneazione-e-la-categoria-base-della-nuova-poesia-pensieri-e-poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-mario-m-gabriele-carlo-livia-gino-rago-giorgio-linguaglossa-salvatore-marti/comment-page-1/#comment-31634
    Nel lungo corridoio che va verso la luce
    macerato dal dubbio Orfeo si chiedeva:
    Se mi giro sparisco? Sono terrorizzato.
    Qualcosa mi è sfuggito e non ricordo cosa.

    Forse mi son distratto. Me lo diceva sempre
    Calliope la mia mamma sei davvero sbadato.
    Non l’ascoltavo. Suonavo e cantavo.
    Lei aveva ragione. E ora che succede?

    La marcia è troppo lunga. Io sono troppo stanco.
    Sarà claustrofobia o demenza precoce
    sarà il mio cuore di ghiaccio all’improvviso?
    Ma quello che vorrei è uscire da qui.
    Ritrovare il sole la luna e le stelle.

    Euridice chi era? Ho perso il suo volto.
    Per lei ho tribolato. Me l’hanno raccontato.

    Sembra che dello Stige insieme a Caronte
    abbia seguito il corso sprofondando nell’Ade.
    Ho scoperto l’inferno e le anime perse.
    Sono stato accolto con grande compassione.

    E poi? Poi non rammento.
    So soltanto che fuori
    smeraldo sono i prati e il cielo turchese
    che sono belli i fiori e le donne di più.
    Fuori vibra la luce fuori c’è libertà
    di suonare e cantare quello che voglio io.
    Mi aspetta la cetra il canto degli uccelli.
    Un’ape si è posata benigna sul mio polso.
    L’ho salutata.

  11. Il mondo si muove verso un Nuovo Paradigma Globale.

    Il 10 febbraio 2018, nella conferenza What is the New Paradigm, la presidentessa del Schiller Institute, conosciuta in Cina come la “New Silk Road Lady”, pose la domanda:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/21/lestraneazione-e-la-categoria-base-della-nuova-poesia-pensieri-e-poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-mario-m-gabriele-carlo-livia-gino-rago-giorgio-linguaglossa-salvatore-marti/comment-page-1/#comment-31636
    “Se guardate le condizioni del mondo occidentale oggi, specialmente degli stessi Stati Uniti; dell’Europa; del governo tedesco autodistruttivo mentre cerca di costruire un nuovo governo, la situazione del mondo è chiaramente nel caos. Evidenziavo il fatto che abbiamo bisogno di un nuovo paradigma, che dev’essere diverso da quello delle ipotesi e degli assiomi attuali, poiché il Medioevo era diverso dai tempi moderni, dove fondamentalmente tutte le ipotesi dello scolasticismo, l’aristotelismo, la superstizione e disordini simili furono sostituite da un’immagine completamente diversa dell’uomo e dalla diversa concezione della società. Questo è necessario per garantire la sopravvivenza della specie umana. E la domanda è: possiamo darci un sistema di autogoverno che garantisca che la specie umana esista per altri secoli e anche millenni? Ovviamente questa domanda era una di quelle a cui mio marito, Lyndon LaRouche, si dedicò per tutta la vita: in altre parole rilevare quegli aspetti del sistema attuale errati e come sostituirli con un sistema migliore e più completo“. Quando la specie umana dimostrò in modo coerente la capacità di scoprire le leggi dell’universo a vantaggio dell’umanità, e quando l’universo dimostrò l’illimitata abbondanza di nuovi principi da scoprire, allora come potrebbe ancora qualcuno sano di mente credere che viviamo in un mondo di scarsità e materialismo? Con intere nazioni che avanzano verso una nuova direzione in armonia con quelle leggi della natura che richiedono cooperazione, pace e sviluppo, sopraffacendo tirannia, guerra ed ignoranza, perché dovremmo scegliere di non cambiare il nostro paradigma per avere una dignitosa ed eccitante futura realtà che valga la pena di vivere?

    La realtà dell’economia del mondo è un sistema aperto

    Nella logica dell’impero, le nazioni devono combattersi nel sistema chiuso dell’assoluta scarsità. Invece di muoversi creativamente al di fuori di tali limiti scoprendo nuovi principi universali e creando nuove fonti di energia come la fissione nucleare, la fusione termonucleare o desalinizzando l’acqua oceanica verso i deserti, alle nazioni fu detto, piuttosto arbitrariamente, che la “scarsità” (alias: “legge dei rendimenti decrescenti”) va rispettata e, come le bestie, adeguarsi al paradigma della sopravvivenza del più adatto. Tale logica fu usata per manipolare politicamente gli idioti ad iniziare quasi ogni guerra non necessaria del secolo scorso, ed è al centro della maggior parte dei conflitti odierni. Questo è ciò che la Cina respinge lanciando Nuova Via della Seta, Via della Seta Polare, BRICS e Shanghai Cooperation Organization.

  12. Interessantissima la citazione da Helga Zepp-LaRouche, direttrice del Schiller Institut. Soprattutto:
    “E la domanda è: possiamo darci un sistema di autogoverno che garantisca che la specie umana esista per altri secoli e anche millenni? Ovviamente questa domanda era una di quelle a cui mio marito, Lyndon LaRouche, si dedicò per tutta la vita: in altre parole rilevare quegli aspetti del sistema attuale errati e come sostituirli con un sistema migliore e più completo“. Quando la specie umana dimostrò in modo coerente la capacità di scoprire le leggi dell’universo a vantaggio dell’umanità, e quando l’universo dimostrò l’illimitata abbondanza di nuovi principi da scoprire, allora come potrebbe ancora qualcuno sano di mente credere che viviamo in un mondo di scarsità e materialismo? Con intere nazioni che avanzano verso una nuova direzione in armonia con quelle leggi della natura che richiedono cooperazione, pace e sviluppo, sopraffacendo tirannia, guerra ed ignoranza, perché dovremmo scegliere di non cambiare il nostro paradigma per avere una dignitosa ed eccitante futura realtà che valga la pena di vivere?”
    Destano sempre qualche preoccupazione dichiarazioni che vedono il mondo come una unica grande famiglia che marcia verso un futuro radioso. Rimango in parte dubbioso, sebbene sia altrettanto chiaro che qualcosa del genere sarà necessario per dare dignità a tutte le nazioni e tutti i popoli. Guai però se la diversità culturale, quella profonda, venisse mai a mancare. Inoltre rimane, a monte, il quesito, apertissimo, tutto ancora da capire, delle nuove tecnologie che si affacciano all’orizzonte molto, molto ravvicinato, e che potrebbe totalmente invalidare tutta quella realtà che fino ad oggi noi pensiamo essere “normale”.. Prima di ogni cosa, le democrazie dovranno trovare un nuovo paradigma legislativo per affrontare il proliferare indiscriminato di IA, il controllo dei dati degli individui, lo strapotere di singole grosse corporazioni.

  13. antonio sagredo

    “Destano sempre qualche preoccupazione dichiarazioni che vedono il mondo come una unica grande famiglia che marcia verso un futuro radioso”.
    Hai ragione Steven.
    RADIOSO?
    …è proprio questa la parola che ha determinato sempre stermini e genocidi!

  14. gino rago

    Gino Rago
    Ulisse in vestaglia

    Ulisse è in vestaglia, spiccia tra le stoviglie
    della reggia.
    […]
    “Spio la vita dalle fenditure
    a distanza neutra dagli eventi.
    Estraneo a me stesso annuso il giorno
    con le certezze d’un rabdomante
    taglio il percorso della luce quando rimbalza
    dalle bottiglie al cuore.”
    […]
    “Chi davvero sei?”
    […]
    “Sono in vestaglia,
    navigo da libro a libro,
    sbaglio i vettori della rosa dei venti,
    sa, non sempre indovino la stella polare,
    schivo a fatica scogli,
    fingo naufragi,
    mi invento qualche approdo di fortuna,
    lo vedi anche tu…
    L’Odissea?, è una grande bugia”

    Gino Rago
    Grazie, Rossana ( Levati ).
    Grazie, Giorgio (Linguaglossa)
    GR

  15. caro Gino,
    questa composizione così scabra, ridotta all’essenziale rivela le tue doti di interprete e di demiurgo. Troviamo un Ulisse «in vestaglia», in desabbigliè, ormai stanco e sfiduciato che non ricorda nemmeno di aver partecipato ad una guerra… ma forse non ci ha mai partecipato, ha solo fatto finta di andare in guerra… la grandezza del tuo Ulisse è in quella notazione: «estraneo a me stesso»; l’estraneazione dall’esterno è penetrata nell’anima del tuo personaggio e ne ha fatto un mostro di egoismo e di viltà, Ulisse non sa più nemmeno chi è, naviga «da libro a libro», un pezzente intellettuale che non ha nulla da dire (sembra l’autoritratto degli intellettuali di oggi), che si inventa «qualche approdo di fortuna», che tira a campare sperando nella dea bendata. Ma l’ultimo verso è veramente sconcertante nella sua essenzialità: «L’Odissea?, è una grande bugia». Ecco il cialtrone di Ulisse che viene fuori e accusa nientemeno anche Omero di essere un suo pari, un bugiardo che ha inventato tutto per passare ai posteri, proprio come i poetini di oggidì che inventerebbero di aver pranzzato con i marziani pur di apparire in qualche notiziuola di cronaca…

    • Rossana Levati

      Così nella sua “Storia vera” (II sec. d.C.) Luciano di Samosata parla di Odisseo e, indirettamente di Omero, maestri di tutti i racconti bugiardi:
      “capostipite e maestro in tale ciarlataneria fu l’Odisseo di Omero che raccontò alla corte di Alcinoo della schiavitù dei venti e di certi uomini con un occhio solo, cannibali e selvaggi ο ancora di esseri dalle molte teste e di trasformazioni subite dai compagni per effetto di pozioni e molte mostruosità di questo genere, che fece credere a quei semplicioni dei Feaci”.
      Se da un lato c’è il racconto di un ciarlatano, dall’altro c’è un pubblico di “semplicioni”, poco avvezzi a distinguere tra verità e menzogna artistica e disposti a concedere credito alle parole ben congegnate ma illusorie dell’ospite Odisseo: così si chiude il cerchio del circuito comunicativo, tra poeti-falsificatori che vivono del credito che le loro parole danno e un pubblico disposto troppo facilmente a dare credito a qualunque cosa.

      Ed anche oggi, tra un pubblico che non crede più a niente ed un pubblico disposto a credere qualunque cosa, la letteratura corre il rischio di una eccessiva semplificazione, forse adeguandosi al linguaggio e alle attese di un pubblico di “semplicioni”: ma tra i due estremi dovrebbe esserci abbastanza spazio perchè vi si collochi una buona letteratura.

  16. Michele Marangoni

    L impossibilita di pensare…Il vuoto mentale
    E anche leggere,come se gia tutto fosse letto.
    Impossibile,perchèp mentre leggo è come se sovrapponessi
    alla scrittura ciò che ho in mente(di scrivere=?)
    che poi non è nulla.

    Solo la musica,se questa fosse infinita.
    E neppure nella solita posizione,ma piuttosto sopito
    e distratto…come se nulla fosse…
    (nulla della scrittura).
    Ecco,la musica da riposo da tregua a quella specie di
    continua tortura…
    Requiem-Mozart-Benedictus

    Che io non abbia alcun dovere:questo è il grave(-l irreparabile?)
    ————-
    Il Logos è scomparso
    Gli Dei non sono ancora venuti.
    Imèpossibile persino morire,quando il corpo è separato.
    (da “Estratti”,seguono 22 pagine.)

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