Dialoghi e Commenti intorno alla nuova ontologia estetica – Giuseppe Talia, Steven Grieco Rathgeb, Giorgio Linguaglossa, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Rossana Levati, Roland Barthes, Maurizio Ferraris, Giorgio Manganelli, Pier Aldo Rovatti, Poesie di Czeslaw Milosz, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Carlo Livia, Cecco Angiolieri, Donatella Costantina Giancaspero

 

Collage di Commenti del 13 febbraio 2018

Giorgio Linguaglossa

A proposito della poesia di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

Lucio Mayoor Tosi in questa poesia ci rende familiare una serie di esperienze impossibili, il che non equivale ad una esperienza limite della condizione della normalità, quella in cui normalmente ci troviamo nella vita quotidiana, ma ad un’altra situazione che richiede un altro ordine di parole e un altro piano immaginativo. Si tratta di un’«altra» pratica delle parole, un «altro» modo di abitare il linguaggio poetico. Si tratta di una serie di esperienze impossibili che qui trovano convegno, esperienze che non potranno mai trovar luogo nell’ambito della normale vita quotidiana, almeno in quell’idea del quotidiano che un pensiero positivizzato vorrebbe farci credere. Il quotidiano qui è stato ridotto in frammenti, decontestualizzato e ricontestualizzato in un «altro» ordine, propriamente un ordine ultroneo ed erraneo che non è più in contatto con il pensiero unidirezionale e unilineare che una estetica positivizzata vorrebbe inculcarci, il quotidiano non è affatto quel monolite dell’io penso dunque sono ma abita un «altro» piano del reale, quello dove vige un «altro» principio: noi (una pluralità) forse pensiamo i pensieri di altri in un «altro» modo, il nostro modo è una pluralità di modi, e forse noi pensiamo veramente solo quando non pensiamo, solo quando pensiamo negli spazi, negli interstizi tra un pensiero e l’altro, quando sostiamo nei retro pensieri che non sono nostri ma di altri, che noi crediamo di aver fatto propri. Il fatto è che noi sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri. Ergo, noi siamo altri.

Questo modo di intendere il reale e il soggetto, la soggettità e la soggettività, produce il mondo della «alterità». Il mondo è una continua alterità di eventi che interagiscono con la mia soggettività plurale, cambiandola, deformandola… i vettori di questa deformazione morfologica, di questo cambiamento sono la metafora e la metonimia, e la chiave di accesso a questi veicoli è l’«immagine» che può abitare contemporaneamente più spazi e più tempi. L’immagine temporalizza lo spazio e spazializza il tempo, l’immagine crea lo spazio nel mentre che crea il tempo, fa vuoto, crea il vuoto dal nulla e crea il nulla dal vuoto. Letteralmente: senza l’«immagine» la «nuova ontologia estetica» cessa semplicemente di esistere. L’impiego dell’«immagine» entro queste coordinate categoriali rende possibile il «pensare l’impossibile» della poesia di Lucio Mayoor Tosi e anche di quella di un Mario Gabriele, poesia la cui procedura è singolarmente complessa, plurale perché richiede una dimestichezza, una pratica della alterità del linguaggio, una pratica linguistica e metaforica del tutto nuova e inusitata, almeno per la poesia italiana, perché una tale pratica la si trova ad esempio nella poesia di un Tomas Tranströmer e in quella di un Petr Kral o di un Michal Ajvaz.

Scrivevo in un commento del 22 aprile 2016 alle 17.38:

caro Salvatore Martino,
s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato. Essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di Ubaldo De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il «Centro». Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza». La Poesia è rotolata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al «Centro» di un universo eccentrico.

In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Edoardo Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini, insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento».

Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro qualche anno sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.

In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti.

  1. Anna Ventura

 Mi colpisce questa frase.”sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri”; c’è la tutta la problematica pirandelliana.Mi sono sempre chiesta(e continuo a chiedermi)se è possibile un pensiero completamente libero, se esiste una persona capace di ignorare ogni interferenza altrui. Credo di sì; ed è così che nascono i grandi asceti, ma, forse,anche i tiranni.

  1. Carlo Livia

 L’elemento discriminante e decisivo per una rifondazione categoriale della natura e funzione del linguaggio poetico, che possa riequilibrare con un’istanza propositiva, rigenerativa la decomposizione delle strutture morfo-sintattiche e la conseguente denuncia della illusorietà del valore referenziale, semantico e gnoseologico del linguaggio – deve porre al centro il valore noetico ed ermeneutico della sensazione-emozione-sentimento, rovesciando l’attuale gerarchia assiologica in cui predomina la funzione normativa e tassonomica del gesto nominativo del soggetto razionale, inevitabilmente dominatore, riduttivo e deformante.
La nuova ontologia “estetica” (aistesis, sensazione) dovrebbe rimettere al centro di una visione riformata e più autentica delle strutture dell’essere, ciò che precede il linguaggio: la dimensione affettiva, il pathos, che per millenni ha generato il linguaggio mistico e mitologico, il canto di Orfeo, capace di trascendere i confini della vita mortale e ridale all’uomo il suo sguardo divino sull’eterno.

Quasi Euridice

Quelle donne d’altare necessarie al silenzio
quei cieli spogliati nel sonno delle strade
si amano scomparendo senza sapere perchè

Il tempo si finge lontano ma impallidisce
e lascia intravedere dalle fessure
l’azzurro di violino sfiorato nell’amplesso

Il suo sguardo è un calice d’ignota nostalgia

e si muta in sette candelabri sospesi in alto mare
quando lo sfioro in un sogno d’usignoli muti

Le sue mani alimentano di musiche nuvolose
gli immensi bambini malati
nascosti nelle raffiche degli addii

La sua voce adorna di brezze incestuose
le verande autunnali di Mozart

Quando si allontana i muri gridano
tutti i peccati della notte

Quando si stende sul mio letto il Paradiso oscilla
fra un naufragio d’ostie e una lacrima infinita

  1. Alfredo Rienzi

 Caro Giorgio, caro Giuseppe Talia e cari tutti,

chi mi conosce sa che le parole “detrarre” e “accusare” non fanno parte del mio vocabolario e, a monte, del mio pensiero. E, nello specifico, non avrei ne armi, né competenze (né tempo, ahimé) per argomentare criticamente sui vari aspetti della interessante azione di ricerca e pratica poetica viene compiuta che su queste pagine (ma, conoscendo, da vent’anni Giorgio, anche su molte altre e precedenti pagine).

Non mi dispiacerebbe, però, in fondo fondo – amo capire, è un vizio, lo so – su quale base nasca questa idea di “detrattore”, anche considerato che ho già espresso più volte, sia in privato, sia su queste stesse pagine (vedi ad es. 24 sett. 2017) di essere molto interessato, a tratti affascinato, dalle scritture che qui ho la fortuna di leggere. Quindi né detrattore, anzi “ringraziatore” per quanto ho la possibilità di leggere, né “accusatore”. Né, tantomeno – perdonami Giorgio – ambizioso costruttore di una poetica “personale”, figuriamoci., sai bene quanto ogni testo si porti dietro dubbi, lavorio, incertezze… Semplicemente la mia curiosità e/o la mia schizofrenia mi portano ad un naturale bisogno di muovermi, anche disordinatamente, su vari percorsi (lungitudinalmente o trasversalmente). Il compianto Gianmario Lucini pensava di gratificarmi dicendo che la mia poetica aveva raggiunto una certa riconoscibilità: a me questa cosa atterriva ed ho sempre cercato di provare (anche con eteronimi) registri nuovi e mutevoli, compresi, ripeto compresi, quelli molto vicini alle suggestioni forti e – per me, e parlo per me – interessanti della NOE.

Però, dai, avessi un altro carattere potrei essere gratificato (oltre che dalla dedica di Giuseppe Talia) dal ruolo attribuitomi di “antagonista critico”: ma, oltre a non averne intenzione, non ne sarei all’altezza (ripeto). Magari qualche domanda, qualche aspetto tecnico può essere stato oggetto d’interesse e scambio d’opinione. Preferisco quindi, gratificarmi, con i testi proposti, di cui molti di assoluto interesse, come ben sanno alcuni amici di queste pagine. Tra l’altro, mentre scrivevo queste righe veloci (Demone dei Refusi, sii clemente…) mi giunge notizia dell’arrivo di Critica della ragione sufficiente. Quindi, buona lettura a tutti!

  • Giuseppe Talia

 Caro Giorgio e caro Alfredo Rienzi,

anche io stamattina ho ricevuto la Critica della Ragione Sufficiente, ho avuto veramente poco tempo per leggere, una rapida occhiata stamani a colazione e una maggiore lettura, anche se settoriale in questa prima serata in vista della cena. A una prima impressione a caldo, Giorgio hai definitivamente stabilizzato il linguaggio critico rispetto a La nuova poesia modernista italiana (2011), in confronto Critica della ragione sufficiente, mi pare “fondante”, eliminati gli scarti della precedente, il discorso critico va oltre la crisi irreversibile di ogni linguaggio, in vista di una certezza maturata, un nuovo fondamento ontologico.

Leggerò con attenzione nelle pieghe. La mia strana capacità di entrare nelle maglie dei poeti che ho letto e che ritrovo pari pari nella Critica della ragione sufficiente mi ha fatto pensare a una sorta di appendice poetica alla riflessione sulla poesia contemporanea. Il mio è un pensiero presuntuoso (?), certo, ma non lontano dalla nuova ontologia, così come delineata dal nuovo empirismo critico di Giorgio.

Stamattina, ricevendo il libro, tra una tazza di caffè e qualche biscotto, sono andato a ricercare me stesso e subito dopo il compagno vicino di pagine, Alfredo Rienzi, appunto, a cui va tanta della mia stima. Come Giorgio, anche io, per scrivere i medaglioni di La Musa Last Minute, ho letto molto degli autori che riporto e che Giorgio tratta. Con una boutade si potrebbe dire che Giorgio ed io, messi insieme , rappresentiamo in due gran parte dei lettori di poesia dell’italica penisola, e non solo.

Giorgio Linguaglossa

 cari Carlo Livia e Alfredo Rienzi,

penso che la follia più grande sia pensare che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca nella nebbia della indistinzione, della coincidenza di tutto con tutto. Ma questa è la posizione di un pensiero teologico, anzi, teocratico: volere che il nome e la cosa coincidano. Questo potrebbe essere il Paradiso, ma un paradiso cimiteriale perché in questo Paradiso il soggetto sparisce, cessa di esistere, l’esserci non avrebbe più alcuna ragione per essere e la storia cesserebbe di colpo. La poesia è il modo a nostra disposizione per far apparire questa divaricazione, che tra il nome e la cosa si apre una distanza che aumenta sempre di più nel corso del tempo e della storia. Dobbiamo accettare questa condizione come una condizione destinale, non abbiamo altra scelta che accettare di pensare questa distanza che aumenta in ogni parola e in ogni frase che noi pronunciamo, significa accettare di abitare questa divaricazione, questa distanza ingravescente come la nostra condizione ontologica, anche perché non ne abbiamo un’altra a nostra disposizione, anzi, è la condizione che dispone di noi.

Abitare la distanza all’interno di ogni parola e tra le parole tra di loro significa tramutare la pesantezza in alleggerimento, significa pensare la parola e le parole come fatte di spazio «interno» oltre che «esterno», pensare i collegamenti tra le parole fatti per linee interne, pensare la metafora e la metonimia per le loro possibilità di essere pensate e agite secondo l’architettura delle loro «linee interne». È un rivolgimento copernicano questo che vado dicendo, ed io voglio invitarvi ad entrare dentro questo rivolgimento copernicano…

Il linguaggio poetico è il luogo dove le parole vengono alla loro patria. Sono le parole che cercano una loro patria, il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinché esse possano venire quando lo riterranno utile. Dobbiamo accettare la nostra condizione, che siamo noi i padroneggiati, e che non padroneggiamo nemmeno una sillaba del nostro alfabeto, soltanto così ci apriamo alla condizione soggettiva che consentirà il rimpatrio delle parole nella loro patria metafisica. In fin dei conti la poetica altro non è che una strategia di comportamento per permettere alle parole di venire presso di noi.

  • Rossana Levati

 “Il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinchè esse possano venire quando lo riterranno utile”: questa frase di Giorgio Linguaglossa mi richiama questa poesia di

Czeslaw Milosz:

Ars poetica?

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse nè troppo poesia nè troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
nè l’autore nè il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse balzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
E’ difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuol essere dominato dai demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano in molteplici lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?(…)

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile restare la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,
e ospiti invisibili entrano ed escono. (…)
(in C. Milosz, “Poesie”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

  1. Rossana Levati

Sul potere delle parole e sulla loro autonomia rispetto al ruolo dell’autore, assolutamente non centrale nè indispensabile nel procedimento della scrittura, spero siano utili queste considerazioni di Manganelli, che risalgono al 1977, anno di prima pubblicazione del suo volume “Pinocchio:un libro parallelo”:

“Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili.
Mi basta affermare che da un punto di vista scientifico l’ipotesi dell’esistenza dell’autore è superflua. (…)
La definizione dell’autore, essere umano che scrive parole al fine di raccontare una storia o incollare una poesia presuppone che ci sia un uomo fermo e che le parole, docili satelliti senza misteri, gli girino attorno, ed egli le catturi e disponga in un sistema verbostellare che chiama “la mia opera”. Risibile, risibile. Per quanto sia irritante, il signor comechesia (…) non è il centro del mondo”.
E ancora:
“Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo, e ne desta squame di pesci, squali, scheletri di navi, coralli, fosforescenze. (…)
Posso sfogliare una pagina, e posso sfogliare una parola, anche andare a capo infinite volte di un a capo, leggere un bianco, tacere un suono, di ogni lettera fare un’iniziale. Nulla di ciò sarà mai arbitrario, tutto sarà rigoroso, ubbidiente, devoto”

  1. Giorgio Linguaglossa

“Se diciamo «abitare la distanza», diciamo e sappiamo dire una contraddizione. Cerchiamo la maggiore condensazione che il linguaggio sembra permetterci per dire che non possiamo localizzarci definitivamente in alcuna parola e che neppure possiamo sfuggire la localizzazione della lettera immaginando un nostro nomadico essere sempre in movimento, sempre altrove. Se diciamo «abitare» perché non vogliamo dire «conoscere» o «cogitare», in tale importante trasferimento del senso del nostro luogo abbiamo comunque realizzato un transfert, ci siamo trasferiti nella parole, abbiamo comunque preso casa nella lettera, e da lì ci sentiamo dire «io». Se diciamo «distanza», intendendo l’esigenza di stare discosti da noi stessi, di prendere tempo e spazio nel nostro narcisismo, comunque ci ritroveremo in un’amicizia, in un patto con una parola amica.”1]

«E da lì ci sentiamo dire “io”»! Come suona sgradevole questa frase, come suona fuori luogo quell’«io» che fuoriesce dalle frasi ad effetto della cicala parlante! Quante volte abbiamo dovuto sopportare con santa pazienza tutto quel dispiegamento dell’«io», quel metaforeggiare inconsulto, smisurato e manierato della carlinga dell’io! – Quell’«io» viluppo di narcisismo e di parole protervie è un luogo posticcio disabitato dalle parole, o meglio, abitato soltanto dalle parole retoriche, posticce e prepotenti.

Pier Aldo Rovatti, Abitare la lontananza Raffaello Cortina, Milano, 2007. p. XXIX

  1. AnnaVentura

 Una definizione di poetica, a mio modesto avviso,non dovrebbe precedere l’espressione artistica di un singolo poeta, o di un gruppo, ma derivarne. Disse bene l’Arcade: ”Qui pare di stare in Arcadia”; aveva colto il senso di chi esprime,in solitudine o in gruppo,una fede poetica.Gli Arcadi intuirono, in qualche modo, che c’era un possibile ponte tra il bello e il sociale, tra l’incontro umano e l’espressione artistica. Gli Illuministi immediatamente accesero i loro fari abbacinanti, cancellando ogni possibile finzione, col merito di preparare la strada verso il primo Romanticismo, il migliore.

  1. Gino Rago

[Intorno] A proposito del Quadridimensionalismo – Brano tratto da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 74/75]

[…]                          
Esemplare appare in Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica il botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Maurizio Ferraris Sul Quadridimensionalismo, secondo l’osservatore proustiano de «La Recherche».
Soffermandoci su questo tema, [Pagine 74/75], Giorgio Linguaglossa dà la parola a Maurizio Ferraris [da Emergenza, Einaudi, Torino, 2016, pag.127].

Sostiene Maurizio Ferraris:

«[…] Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica «che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?» si ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione; la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria. Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento e resa quadridimensionale…[…] A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…»

Risponde Giorgio Linguaglossa:

«Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da ‘ La Recherche ‘ è questo: ma noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di rappresentazione […]»

Gino Rago

Sul quadridimensionalismo

“La madeleine*. Il selciato sconnesso.
Il tintinnio di una posata.
Le chiavi di casa perdute in un prato.
Diventano in noi la resurrezione del passato?
Fanno riapparire il tempo nello spazio?
[…]
Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
Il tempo perduto esce dalla profondità delle quattro dimensioni.
Perché l’uomo è spaziotempo.
Perché al profondo, nel lungo e nel largo
soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
Il tempo perduto. Il tempo passato.

Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
possono vibrare insieme solo nella Memoria.
E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.

La morte qui non c’entra. […]”

11     Steven Grieco-Rathgeb
23 aprile 2016 alle 18:00

Rileggendo e ripensando il post di Luigi Manzi sull’Ombra delle Parole, confermo quello che ho detto nel commento da me postato tre giorni fa. Ma a questo si è aggiunto un altro pensiero a cui da tempo cercavo di dare forma. Manzi me ne ha dato l’occasione. E l’occasione mi viene data anche dal post attuale, con la poesia di Linguaglossa.

Basandomi, ovviamente, sulle poche poesie di Manzi che ho visto, osservo in queste un linguaggio cifrato, obliquo: una volontà di piegare l’immagine-concetto perché questo possa passare vicinissimo al suo effettivo dire, letteralmente a un millimetro, senza mai toccarlo realmente, al massimo sfiorarlo. E’ una “timidezza” che nasce dalla consapevolezza del poeta che “tutto è stato detto” – o meglio che “i possibili modi di dire le cose sono stati tutti detti, esauriti”, e il pericolo più grande è ripetere il già conosciuto. Non per una questione pretestuosa di “originalità” o meno, ma perché ormai il compito più duro del poeta è di divincolarsi dall’abbraccio massacrante della civiltà delle immagini visive, che macina tutto, consuma e dimentica.

In Manzi questo avviene secondo me, e così torno a un mio pensiero che ho più volte esposto qui, perché la civiltà delle immagini, con la sua irruenza e prepotenza, dà al fruitore (noi tutti, compresi i poeti, che non possono da questo punto di vista rivendicare la benché minima posizione di prestigio o di inattaccabilità), dà al fruitore, dico, esattamente il senso di troppo pieno, di offerta, mille volte più offerta rispetto alla domanda, per cui siamo totalmente sazi. Il senso di sazietà culturale più di ogni altra cosa nuoce alla poesia, che è massimamente l’arte del silenzio, del gesto appena visibile. La poesia è questo. Nessun Majakovskij, con tutti i suoi squarci e urli e trionfalismi, è mai riuscito a rompere questa blindatezza della poesia. (E lui lo sapeva benissimo, ahimè.)

Dal canto suo, il poeta oggi che non ha analizzato bene la situazione attuale, che non ha fatto i conti con essa, si chiude in un suo isolamento e così pensa di essere salvo da questo vociare aggressivo di immagini. Di poter fare poesia nel suo angolino. In Manzi, come anche in Roberto Bertoldo, assistiamo invece ad un serissimo, lacerante tentativo di affrontare la più difficile questione che si pone oggi al poeta: come scrivere poesia pur sfuggendo alla macchina banalizzante e macinatutto. Dove trovare questo linguaggio, in quali, quali risvolti nascosti della realtà. Ogni strada sembra sbarrata, o finisce per rivelarsi un sorridente inganno.
Affrontare la questione richiede moltissimo coraggio, e questo sia Manzi che Bertoldo lo hanno fatto in modo mirabile.

Ciascuno a modo suo. Manzi come ho detto crea una poesia che ogni volta, o quasi ogni volta, sfugge di un millimetro al bersaglio, a quella volontà di comunicare il senso di ciò che pure vorremmo dire. Con questo stile “obliquo”, questa lotta di ombre che pure si percepisce fisicamente, questo cozzare di pensieri impalpabili che pure si sentono urlare, Manzi crea una poesia di grande forza e suggestione. Non avendo egli voluto scendere ad alcun compromesso con ciò che lo avrebbe macinato nel tritacarne, la sua poesia è volata via in una dimensione dove le ombre fanno rumore, creano in noi non-rumori, che a loro volta scendono echeggiando nei corridoi angusti di una lucidissima e grandissima disperazione.

Ad una simile disperazione si assiste in Roberto Bertoldo, ma qui viene risolta in modo del tutto diverso. Il suo metodo viene benissimo definito da quello che Peter Brooke dice di Samuel Beckett, in “Lo spazio vuoto” (tradotto in italiano, edito da Bulzoni Editori, lettura di grande insegnamento al poeta): “E’ così che i drammi scuri di Beckett sono drammi di luce, laddove l‘oggetto disperato che viene creato è testimone della ferocia del desiderio di testimoniare la verità. Beckett non dice un ‘no’ soddisfatto: egli plasma uno spietato ‘no’ spinto dall’anelito al ‘sì’, e così la sua disperazione è il negativo da cui è possibile delineare il profilo del suo contrario.” (Pag. 65 dell’originale inglese di questo libro).

Una poesia di Roberto Bertoldo, fra le tante, mi sembra possa ben rappresentare questo anelito:

Lei mi parla di un silenzio
che io ho dovuto ingoiare
tra i frantumi delle parole
come un buco e le sue cornici.
Lei parlando si condanna
a ferire il nulla che attesta
perché non può cancellare il tono
che sussurra con le foglie /
quando cadono. Noi vinciamo
attraverso l’atmosfera che inneggia alle ombre.

(Dalla raccolta Il Calvario delle Gru, 1998-200, nella sotto-sezione “Lettere alla Gazza, alla Cicala, al Giaciglio”).

Vi rendete conto della estrema inafferrabile bellezza di questa poesia? In Bertoldo ogni tentazione a ricadere nel liricismo viene rifiutata aspramente, con dissonanze e stridori tanto fonici quanto di concetto. Mentre Manzi cerca, e perché no, un’armonia, per quanto cupa.
In Bertoldo assistiamo inoltre al poeta che duramente ed esplicitamente contesta il poeta. Il poeta è un essere inferiore: è ipocrita, è un debole, è un traditore, sdolcinato e sentimentale, opportunista.

In Bertoldo questa ira del poeta si abbatte sul poeta e sulla poesia volta dopo volta dopo volta. Ma ciò malgrado il poeta continua a stare dentro la trappola della sua poesia. Insomma, è poeta o non lo è? Se ha il coraggio di dire, “sì, sono poeta”, eccolo allora servito con la trappola della poesia come sua abitazione. Tutti i suoi sforzi per uscire sono vani, la poesia stessa (e il mondo che traluce attraverso di essa, perché cosa è la poesia se non mondo?) non gliene dà la possibilità. Non appena il poeta ha finito di distruggere la sua stessa poesia, scrivendola con ira e senso di sconforto e disperazione, eccola ricostruita, ricomposta. In Bertoldo sentiamo sempre il bisogno doloroso, ineludibile, della poesia. (Ma questo anche in Manzi.)

Ecco perché la decostruzione bertoldiana dei linguaggi poetici precedenti risulta pressoché totale.
Vado avanti e parlo della poesia di Giorgio Linguaglossa, che aggiunge una bellissima novità a questi due importanti poeti: l’irruzione nella poesia della “vera”, “reale”, realtà. Nell’assemblare situazioni, frammenti, frasi forse reali forse non reali, egli dà a questi il senso che essi non siano rappresentazione della realtà, bensì realtà vera e propria.
Sì, l’ha fatto anche Eliot. Ma Eliot lo ha fatto per i poeti degli anni 1910 e 1920. Giorgio lo fa oggi, nel primo decennio del 21° secolo. Niente è gratuito, tutto va rifondato, di generazione in generazione.

L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica. E’ stato un sovvertimento di 60 anni di poesia intimista. Ecco perché ci insegna qualcosa di nuovo, oggi, nell’aprile del 2016.

E non è l’irreale, il fantasmatico di Borges. In Borges anche l’intromissione del reale è fantasmatico. Qui invece le parole “Grieco-Rathgeb” hanno buttato la poesia per strada, l’hanno costretto a misurarsi con i rumori della strada.
Anche i poeti medievali sentivano qualcosa di nuovo nell’aria, che ancora percepiamo noi lettori, 700 anni più tardi. Ho già menzionato i versi di Dante, ““Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”

Ecco invece Cecco Angiolieri:

– Accorri, accorri accorri, uom, a la strada!
– Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.
– Chi t’ha rubato? – Una, che par che rada
come rasoi’, sì m’ha netto lasciato.
– Or come non le davi de la spada?
– I’ dare’ anzi a me. – Or se’ impazzato?
– Non so; che ‘l dà? – Così mi par che vada:
or t’avess’ella cieco, sciagurato! –
E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?
Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,
ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,
ché ti diparti. – Con animo rio!
Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!
Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?

Sono orgoglioso di leggere questa poesia come straniero, come non-italiano, e avvertirne tutta la bellezza e freschezza.

Gino Rago

Gino Rago, A proposito del Frammento, della Storia e del Tempo interno delle parole – Brani tratti da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 91, 94]

[…]
Scrive Roland Barthes:

«Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.

E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1]

Risposta di Giorgio Linguaglossa:

Ecco descritto in modo mirabile la fenomenologia del «frammento» nella lettura di una fotografia. Il frammento lo abbiamo davanti agli occhi in ogni istante della nostra giornata. La fenomenologia del mondo si dà in forma di frammento, non dobbiamo scomodare i grandi filosofi per scoprire questo dato di fatto. Noi conosciamo il mondo attraverso i «frammenti», e non potrebbe essere diversamente. Io dico solo una cosa: che la nostra attenzione di poeti deve essere sollecitata dalla comprensione dell’intima natura del «frammento», comprendere che in esso c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi… Io dico solo una cosa: è questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che noi troviamo nella poesia più evoluta di oggi.

Leggiamo una poesia di Donatella Costantina Giancaspero:

Eppure è già domani
a quest’ora fonda
della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.
È domani,
e non vale la veglia
ostinata, non servono
i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca
del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi. 2]

Ecco un esempio di rappresentazione del «tempo sospeso», del «tempo muto», «scattato da una combinazione di lancette», «zona franca» dove «questo è l’oggi», dove l’«oggi» «è già domani», dove il tempo interno delle cose si intreccia con il tempo interno dell’«io» poetante. Il tema è trattato con un verso libero e breve, direi con armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti frastici.
Quello che io voglio dire è che la poesia contemporanea, quella non di scuola o letteraria, è ricca di annotazioni riflessive e rappresentative sulla questione del «tempo interno», del «tempo esterno», del «mondo interno», del «mondo esterno» etc. Il problema è di prenderne atto e di capire che non è solo una questione tematica ma va trattato mediante una soluzione stilistica, metrica, posizionale. In fin dei conti, una nuova poesia nasce sempre sia da un nuovo sguardo sia da nuove tematiche (ad esempio, la fotografia), sia da nuove tecniche metriche […]

1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.

2] D.C. Giancaspero, È  già domani, Milano, La vita felice, 2015

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34 commenti

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34 risposte a “Dialoghi e Commenti intorno alla nuova ontologia estetica – Giuseppe Talia, Steven Grieco Rathgeb, Giorgio Linguaglossa, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Rossana Levati, Roland Barthes, Maurizio Ferraris, Giorgio Manganelli, Pier Aldo Rovatti, Poesie di Czeslaw Milosz, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Carlo Livia, Cecco Angiolieri, Donatella Costantina Giancaspero

  1. La pubblicazione del recente volume di Giorgio Linguaglossa ,”Critica della ragione sufficiente”darà certamente adito ad innumerevoli dibattiti,e ciò sarà un gran bene, per muovere le acque stagnati delle patrie lettere; libri così nascono solo dopo anni di esperienza, di militanza nella ricerca del bello e del giusto, una bibbia laica per i fedeli della bellezza e della ragione.

  2. Pubblico qui due poesie inedite di un giovane autore, Simone Carunchio che da tempo ci segue nelle nostre ricerche sulla nuova ontologia estetica:

    LA QUESTIONE REALMENTE VERA

    I

    E le parole si sollevarono
    in volo distaccandosi dalle cose
    facendosi cose in sostituzione
    metaforica delle cose
    Non se ne ebbe allora più paura né timore
    (nemmeno delle parolacce)
    A loro, solo a loro,
    ogni tremore e ogni vibrazione
    di modo che giuridiche
    esercitassero il massimo della violenza
    con il minimo della forma e della forza
    affinché
    sviluppatesi dall’essere
    lo avviluppassero e pervadessero

    E la domanda sbocciò allora spontanea
    ed estremamente sregolata:
    «Essere o non essere?»

    Ma non era questa la questione
    esistenziale giusta!!!
    La frase è a effetto
    Guglielmo
    ma non è quella giusta!!

    La questione vera è:
    Come essere, senza dover essere (qualcosa)?
    Ed è vera perché reale!

    Perché
    finora
    alla domanda veramente reale
    ho risposto ramificandomi
    capillarmente, ma non
    strategicamente?

    Ma la strategia che statuto etico ha?
    È già un dover essere? Lo presuppone?

    II

    È quanto dialogo con me stesso,
    tra me e me, quanto c’è
    dentro quella cavità, che prende
    un peso e una sostanza
    metafisici, e che le rilascia,
    che c’è
    quando tra me e me dialogo con me stesso
    per darmi un io da giudicare con

    eticamente

    È questo dialogo con sé
    che rende possibile il fenomeno giuridico
    dal quale il mio sé vorrebbe estraniarsi

    Ma questo avviene comunque e necessariamente
    quando si è impastoiati
    nella questione, non ontologica, ma
    metafisica, dell’essere/non-essere

    Ma questa non è la questione
    veramente reale, ma realmente
    vera, perché non è ontologica,
    non ha una direzione, una direzionalità:
    L’Essere è, e basta!

    Il discorso ontologico e metafisico
    insieme, vero e reale, è quello
    della grande poesia che non si pone
    dubbi, ma: li pone, e che come soggetto
    trova l’Essere
    (pur dibattendosi fra i suoi opposti)

    La vera liberazione è liberarsi dalle cose;
    e cioè anche dalle parole fatte cose …
    Qui si apprezza poi il loro
    carattere ultimamente metafisico …
    E forse lì si riallacciano sinteticamente
    e intimamente alle cose;
    e non sono più vane
    e non hanno più quella sostanzialità

    Questo il bello della poesia:
    la intima sinteticità!!!
    Anche se nella mia prolissità …

    Prolissità, che c’è, quando ci si dibatte
    fra le parole vane e pesanti,
    e che proviene, forse, anche
    dalla poca destrezza nel mestiere
    Che manca anche perché manca il tempo!!
    (L’alibi me lo legarono
    il grande vecchio leopardo disteso come un orientale
    e il grande arco maggiore del ponte dell’aria)

  3. Aggiungo qualche parola al mio breve commento circa la”Critica della ragione sufficiente” di Giorgio Linguaglossa: considero la Critica della ragione sufficiente”una BIBBIA LAICA del pensiero espresso dalla NOE e dai suoi seguaci,un libro esemplare da leggere e meditare con serenità e misura.Tutti dobbiamo molto a Giorgio LInguaglossa,anche quelli che lo osteggiano più o meno palesemente,ma che, comunque,non possono oscurarlo.

  4. Cara Anna Ventura,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/13/dialoghi-e-commenti-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-giuseppe-talia-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa-alfredo-rienzi-anna-ventura-giuseppe-talia-rossana-levati-roland-barthes-m/comment-page-1/#comment-31112
    L’onda d’urto dell’oscurità, come dice il mio amico
    Gino Rago, viaggia a tale folle velocità, ché presto
    spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui tu parli,
    e con essi il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta.
    *
    Propongo qui una grande poetessa irachena.

    Dunya Mikhail

    La tazza

    La donna capovolge la tazza tra le lettere
    spegne le luci a parte una candela
    poggia il dito sulla tazza
    ripete parole come formula magica
    Spirito… se ci sei rispondi sì
    La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
    – sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
    la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
    – perché mi hai lasciato così presto?
    la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
    – perché non sei scappato?
    la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
    – e come ti hanno ucciso allora?
    la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
    – che faccio di tutta la mia solitudine?
    la tazza non si muove
    – mi manchi
    la tazza non si muove
    – mi ami?
    la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
    – posso farti restare qui?
    la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
    – vengo con te?
    la tazza si sposta verso sinistra
    – ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
    la tazza si sposta verso destra
    – quando?
    la tazza indica 1996
    – stai bene?
    la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
    – che mi consigli di fare?
    s c a p p a
    – per andare dove?
    la tazza non si muove
    – ci sarà un’altra disgrazia?
    la tazza non si muove
    – che raccomandazione mi lasci?
    la tazza indica una successione di lettere senza senso
    – ti sei stancato di rispondere?
    la tazza si sposta verso sinistra
    – posso farti ancora domande?
    la tazza non si muove
    dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
    Spirito… vai in pace
    poi chiama il figlio che è in giardino
    a catturare insetti con un elmetto forato.

    [ Traduzione di Elena Chiti, tichene@gmail.com da La Guerra lavora duro, San Marco dei Giustiniani, 2011 ]

    Anche questa poesia potrebbe essere ascritta alla nuova ontologia estetica.

  5. Avvengono chiare le battiture,
    prigioniere le piume,
    dipendesse solo da me volteggerebbero
    e sarebbero un incanto più incauto.
    Queste parole non dette si apprestano divertendosi sul limite isolato di una scatola asetticamente aperta
    che perfettamente incide.-Tonno subito!-
    (Non conoscerai mai lettore il dolore provato,
    solo ne subirai l’abisso.Correggilo ora l’abbandono-Torno a te amore mio!-)

    Difatti l’ostacolo era l’amo protetto.

    Vorticavamo ignari pesci rari e distratti. Falsificavano soggetti, soltanto restavano bracciali a soggetto.
    Sull’Atalante a Juliette tintinnavano al braccio
    i singoli sogni di Jean.

    Grazie,Ombra.
    13/02/2018

      • donatellacostantina

        Grazie a te, Mauro Pierno, per la dedica, davvero significativa, di questo importantissimo film del regista francese Jean Vigo (1905 – 1934).

        Nonostante la sua breve vita (morì di tubercolosi a soli 29 anni), Jean Vigo fu uno dei massimi maestri del cinema, ritenuto da molti critici autore maledetto, in virtù degli accostamenti agli scrittori Arthur Rimbaud e Louis-Ferdinand Céline.
        L’Atalante, girato nel 1934, è il suo secondo e ultimo film (Vigo morì poco prima di finirlo). Viene annoverato tra i capolavori del cinema francese degli anni Trenta, soprattutto dagli esponenti della Nouvelle Vague, che sono stati gli artefici della riscoperta del regista. Il film, con i protagonisti Jean Dasté e Dita Parlo, narra una storia d’amore intrisa di poetico realismo, ma anche con due interessanti passaggi onirico/surrealistici, come la famosa sequenza in cui Jean si tuffa nel fiume dove “vede” la sua amata vestita da sposa.
        E con questa scena auguro a te e a tutti gli amici de L’Ombra il più felice San Valentino.

  6. gino rago

    Oltre il quotidianismo, dopo i quotidianisti
    La Musa degli stracci

    “Non c’è niente di più opaco
    Della trasparenza totale.
    Il corpo è colore e odore.
    I sospiri delle onde richiamano il vento.
    Ora soltanto sboccio. Una rosa tra le dita.
    «Prendila».
    Mi accorgo solo adesso che l’artrite deforma le mani.
    Tutto cominciò con una caduta.
    […]
    Spremere fuori il mistero.
    Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
    Ma nuvolaglie increspano
    Le visioni razionali.
    […]
    Ritirarsi? Sì. Ritirarsi.

    Ma dalle forme consunte del poetico.
    E rifarsi un vestito.
    […]
    Un abito tutto nuovo di parole
    Per la festa e per il quotidiano.
    Confezionarsi un capo nuovo
    Nell’atelier di ritagli di stoffa. E’ nuova
    La poesia fatta con gli scampoli.

    Chi più interroga l’oracolo?
    Chi pone più domande radicali?
    Entra nella sala degli specchi come una Regina
    La Musa degli stracci.”

    Gino Rago

    • Non è una offesa alla poesia postata vero!? Rago?
      (Quando ho connessione anche cerebrale, quotidianamente, ne scrivo se riesco,
      nel viaggio da pendolare!

      Grazie Gino…
      Grazie, Ombra!

    • caro Gino Rago,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/13/dialoghi-e-commenti-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-giuseppe-talia-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa-alfredo-rienzi-anna-ventura-giuseppe-talia-rossana-levati-roland-barthes-m/comment-page-1/#comment-31135
      soltanto adesso ho capito quanto dolore, quanta strada ha fatto la tua poesia di stracci e di rottami appiccicati ai sacchi di juta di Burri dopo che hai abbandonato l’anticaglia del retoricume della poesia del sud. Con una sola spallata hai scaraventato tutta l’anticaglia sudista a mare, quel Sinisgalli, quel Quasimodo et compagni di cordata etcetera, quell’anticaglia che per un poeta del sud è stata una terribile e pesantissima palla al piede. Ci hai dovuto mettere una gran quantità di stracci e di ritagli di giornale, e sì, hai dovuto porti in pre-pensionamento, hai aumentato la distanza tra te e la tradizione della poesia del sud, tra te e la tradizione della poesia del nord e del centro e, improvvisamente, quando temevi che tutto fosse perduto, hai trovato un’altra isola, una nuova terraferma. Leggiamo una poesia di Gino Rago:

      La Musa degli stracci

      Non c’è niente di più opaco
      Della trasparenza totale.
      Il corpo è colore e odore.
      I sospiri delle onde richiamano il vento.
      Ora soltanto sboccio. Una rosa tra le dita.
      «Prendila».
      Mi accorgo solo adesso che l’artrite deforma le mani.
      Tutto cominciò con una caduta.
      […]
      Spremere fuori il mistero.
      Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
      Ma nuvolaglie increspano
      Le visioni razionali.
      […]
      Ritirarsi? Sì. Ritirarsi.
      Ma dalle forme consunte del poetico.
      E rifarsi un vestito.
      […]
      Un abito tutto nuovo di parole
      Per la festa e per il quotidiano.
      Confezionarsi un capo nuovo
      Nell’atelier di ritagli di stoffa. È nuova
      La poesia fatta con gli scampoli.
      Chi più interroga l’oracolo?
      Chi pone più domande radicali?
      Entra nella sala degli specchi come una Regina
      La Musa degli stracci.

      In questa poesia hai preso definitivamente congedo dal tuo «io», hai messo una distanza infinita tra te e la poesia che fino a ieri abitavi… ma quell’abitazione è caduta a pezzi, ha ormai il tetto sfondato, ci piove dentro e ci cade la neve; non era più abitabile, ne hai preso atto e ti sei costruito una nuova abitazione, ci hai messo i solidi mattoni della nuova ontologia estetica ma lo hai fatto a tuo modo, con la tua sensibilità storica, con la tua percezione delle «cose», quelle «cose» che fino a ieri non vedevi e che invece adesso vedi con la massima chiarezza. E così sono sorte le parole nuove, quelle della «nuova poesia».

      Scrive Pier Aldo Rovatti:

      «Per Carlo Sini, l’esercizio con cui dobbiamo cercare di entrare in sintonia con il ritmo del nostro esistere è una “iniziazione” del soggetto. Che cosa può significare? Chiamare la pratica della soggettività “iniziazione”, e farlo in un contesto filosofico, significa prendere congedo da un’idea semplice e tradizionale di “autocoscienza”: potenza del lumen ed efficacia degli specchi, il normale regime o registro delle immagini, o ancor meglio dell’immaginario, dovrebbero essere “sospesi”. Ma, di nuovo, che significa “sospendere” se non proprio, nell’atto stesso del sospendere (o dell’esitare), mettere in questione il dominio delle leggi ottiche del mondo-oggetto, il mondo “cosale” del pleroma che dà semantica e sintassi al nostro discorso comune?
      Allora il mettere fra parentesi, e il mettere tra parentesi le parentesi in un gioco distanziante e “abissale”, non potrà essere né gratuito né disinteressato, non potrà nutrirsi alla filo-sofia: nessuna amicizia e amore intellettuale per la verità, nessun rilancio sublimante (uno sguardo che si alza) verrà in soccorso all’esercizio, alla possibilità pratica di esso. Infatti, se qualcosa se ne può dire (poiché ha un suo rigore), è che, rispetto alla verità comunque intesa come una forma di “possesso” (reale o possibile), cerca un evitamento, una difesa, una resistenza: e ingaggia conseguentemente una lotta, o almeno una contesa, un contenzioso. Se si tratta di iniziarsi al soggetto come a ciò che ha da prendere ai nostri occhi una “figura inaudita”, ancorché noi lo siamo ogni giorno e in ciascun istante (dato che si tratterebbe di “ascoltare” qualcuno che ci dice che non siamo noi stessi ma altro, alterità), occorre predisporre uno spazio, dei margini, un’intercapedine, una zona di vuoto.
      Per “lasciar essere” le cose, dobbiamo con molta fatica alleggerirci di molta zavorra, anche se ci dispiace (ecco la fatica) perché questa “zavorra” è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza. Non si tratta di rinunciare a essi per chi sa quale “povertà”: bensì di ritirare identificazioni e investimenti, lateralizzare, togliere valore e importanza. Rispetto, per esempio, al credere che “conoscere è sempre un bene”. Il problema della “sospensione”, insomma il senso da attribuire alla “iniziazione”, si condensa sulla possibilità di praticare la persuasione (penso a Carlo Michelstaedter) che vi sono zone di “non consapevolezza” che non solo è opportuno conservare, ma che vanno “attivate” proprio per permettere al soggetto di entrare in gioco con se stesso». 1]

      «La Musa degli stracci» mi convince pienamente. Sei un poeta autentico.

      1] Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina, 2010, pp. 6,7

  7. Gunhild Carling fa musica con gli stracci del jazz

  8. ecco una musica jazz fatta di stracci sonori…

  9. Il teatro dell’assurdo come intento poetico di mistificare la storia

    http://www.letterefilosofia.com/teatro-dellassurdo-intento-poetico-mistificare-la-storia/

    Il teatro dell’assurdo, volendo intervenire storicizzando il genere, è, nell’insieme, una forma espressiva letteraria che permette, più di altre forme, di giungere a un compromesso definitivo: la mistificazione della storia. In altre parole, il teatro dell’assurdo – che forse è il più vicino alla letteratura e come forza espressiva e per una peculiarità fisiologica – è quel genere che alimenta in sé, esplica per certi versi, la decostruzione di un fatto sottraendolo ontologicamente e fisicamente dal suo contesto originale.

    Il fatto viene quindi decontestualizzato, alienato, dissimulato al punto che l’io, sia esso narrante o intimo dell’opera, è disintegrato e quasi omesso. Ora, il punto di approdo alla mistificazione è assai arduo se lo vogliamo esplicitare tramite altri generi; è impossibile da farsi se non cadendo nella trappola di una metafisica, di una trascendenza che va oltre lo stato delle cose.

    Una trascendenza che è tipica della poesia, dell’arte verticale, della realtà dissimulata attraverso i versi.

    Come infatti in altre sedi ho avuto modo di affermare, la poesia oggi è trascendente proprio perché mistificatoria in termini apologici. La poesia – e con essa tutti gli altri generi letterari che pertengono a essa o di scritture simili – non la si può più considerare letteratura in quanto quest’ultima pare avere costituito una propria civiltà attorno alla narrativa intesa come romanzo, il genere magistris per eccellenza, in quanto come atto non cosciente della storia. La poesia è il baluardo del mistico, della metafisica, si alimenta del trascendentale per mistificare eventi e fatti facendoli rivivere in un tessuto le cui parti sono cucite da lembi appartenenti a nature diverse.

    Lo spartiacque di questa peculiarità è dovuto sicuramente alla dissimulazione dell’io, quasi cancellato, disintegrato, che nella poesia è puramente incosciente. Così, per ragioni simili, il teatro oggi non può più essere definito e relegato a un genere di verità oggettiva, pur rimanendo universale, in quanto è messaggero di verità altre che trascendano. Il tentativo della cancellazione o dell’omissione dell’io da parte di una certa letteratura era già in atto agli inizi del novecento e poi per buona parte del secolo XX da parte di autori che ne erano gli apostoli: basti pensare a Ionesco e Beckett (i drammaturghi dell’assurdo per eccellenza), Artaud con la faccenda del teatro della crudeltà, sino a Bene con la faccenda del teatro di scena contrapposto a quello di stato, cioè di scrittura. La questione della omissione dell’io, della sua messa tra parentesi, penso sia importante non solo in relazione alla questione drammaturgica, alla scrittura per la scena ma di tutta la storia della civiltà letteraria contemporanea. L’asse portante, l’architrave che regge l’architettura dello stabile letterario, della narrativa e del poetico, dell’epica e della teatralità, non è altro che l’io. E per millenni (se solo consideriamo la letteratura europea dalle prime fonti dalla caduta pressappoco del latino e dell’avanzare delle lingue volgari, quindi dalla scuola federiciana al prestigio umanistico dei tre toscani che per forza di cose hanno dettato una linea, una dinamica senza precedenti, ognuno per varie ragioni – Dante da una parte, Petrarca per la lirica e Boccaccio per la narrativa) l’io ha costruito attorno a sé una civiltà umanistica che solo oggi – sempre per prestigio, direi – è tramontata. Con il tramonto dell’io abbiamo quindi non solo il declinarsi di alcune tendenze su altre, ma la nascita di una nuova ed inedita civiltà:quella della mistificazione. Dalle ceneri della demistificazione, del cosciente (rimasto oggi in piedi solo per il romanzo e non in integralmente) nasce un sentimento mistificatorio che permette all’autore di cucire su di un unico pezzo o contesto, in un intero tessuto, parti di natura diversa. Così fatti, situazioni, accaduti in periodi diversi e di natura contrapposta vivono in un compromesso, in un grande contenitore; in altre parole rivivono in una sorta di democrazia che li accoglie senza alcuna perplessità di genere o di razza, di tempo di natura.

    Altro aspetto importante, da non emarginare, è il fatto che oggi non può più esserci con il tramonto dell’io lo scrittore ma l’opera, e l’opera racconta fatti, mistica le cose, diviene il tessuto sociale, la piazza di una polis nella quale si discute dell’ovvio e dello scontato come di fatti importanti. L’opera assume un discorso di meta teatralità, in questo caso sia essa di poesia o di narrativa, di teatro o di altra origine, in cui il raccontato non si racconta ma si esplicita tramite una moltitudine di racconti; il raccontato non è l’essere parlante ma il parlato. La scrittura letteraria, narrativa o poetica, drammatica o epistolare, organica o frammentaria, non è più significato ma significante: in sé racchiude miriadi di contesti e realtà. Ogni realtà è una realtà altra da sé. Tra i promotore della caduta dell’io, dell’omissione ontologica, certamente Rimbaud ne è il padre costituente, l’archetipo dal quale nasce questa nuova civiltà. Molti altri per fortuna lo hanno seguito e molti altri, apostoli e avvocati di Satana hanno spinto una rivoluzione che almeno in ambito letterario non è da definire di cartone. È stata una vera rivoluzione. Una rivoluzione che ha fatto cadere un’ontologia classica, accademica, purista per sostituirla con una civiltà molto più duttile ed estroversa.

    Tornando al teatro, penso che oggi il teatro non possa essere più di genere, se non per piccole pièce, non può più raccontare un fatto preciso, un’epoca, cioè non può più essere storico. E qualora lo fosse – ci sono stati casi anche nel novecento di storie di scena che avevano costrutti storici, basti pensare al teatro di Sartre – lo è sempre a metà perché anche se il fatto è reale il genere tramite il quale viene raccontato lo mistica, traviandolo verso un oltre. Il teatro poi, dicevo, è forse quel genere letterario non è più letteratura (torno a ribadire il concetto di letteratura come solo romanzo) che oggi non solo è vicino alla poesia e al modo di pensarlo che fa pensare alla poesia, ma può avere solo una natura ermafrodita: da una parte troviamo quello di scena (cioè pensato per la rappresentazione) e dall’altra quello che è rimasto di stato.

    Il teatro pensato per la scena, anche se si avvale di una scrittura a monte, vive e trova un nesso oggettivo della propria esistenza solo affidandosi alla regia e non alla ingegneria letteraria. L’altro, quello di stato, cioè di parola vive solo attraverso un’architettura poetica e lì muore. Il poeta che oggi si trova a scrivere teatro difficilmente lo scrive in prosa, ma usa la forma drammaturgica per fare comunque poesia: ecco la ragione di un teatro in versi. Un teatro che spesso è pensato anche dallo scrittore di narrativa e che in quel caso non è altro che lo scarto stilistico la differenza della narrativa tradizionale.

    Gli esempi a quello che sto affermando sono molteplici; sarebbe sufficiente pensare al teatro di Pasolini ( in tutto sei tragedie o improbabili dialoghi in versi), di Luzi, come per i romanzieri di Sciascia, Delillo, Wilde, Celine, e il già citato Sartre.

    Se uno di fatto si prende la briga di leggere queste scritture si rende conto che il teatro non è più, in questo caso, pensato per la scena come nel caso, restando in Italia, di Pirandello o De Filippo (veri uomini di scena), di Scarpetta o del rivoluzionario della scrittura commediografa Goldoni o di un Moliere, ma è una scrittura di scarto, un divario di percorso, una messa tra parentesi per esprimere il genere solito con il quale di norma un autore scrive. Il caso di Celine, può essere un valido esempio, è emblematico: sia in progresso sia in uguaglianza, le uniche due opere teatrali che ha scritto Celine vive la scrittura dialogata come un gioco, una cosa minore rispetto agli altri suoi lavori. Infatti nelle due pièce il Celine del viaggio a termine della notte o di morte a credito pare essere assente, pare giocare con sé stesso consapevole di aver giocato molto bene e di aver fatto goal nelle altre sue fatiche.

    Il concetto della mistificazione storica da parte della poesia e del teatro è un dato tremendamente attuale e ha ragioni puramente post-ontologiche. Se l’ovvio (in questo caso non scontato) della narrativa (vera civiltà letteraria del contemporaneo) porta l’io occultato e omesso ad essere ancora cosciente, la poesia (direi quasi la inciviltà o la post-civiltà della poesia) e con essa i tentativi di teatro di stato o di parola giocano in centro campo solo mistificando il presente e lo stato delle cose. Il teatro come la poesia non ha più modo di essere contestualizzato, vive una propria non dimensione che è un’archeologia industriale. In poche parole questi due generi vivono oggi fuori dalla storia in termini storicisti e ogni tentativo di esegesi del genere sarebbe per l’appunto una assurdità. Oggi stesso, uno storico della letteratura o un critico che si avvale di un tentativo di storicizzazione, scarta il pianeta poesia e con essa la drammaturgia di parola.

    L’impossibilità a essere storicizzati nasce anche dal fatto che mentre il romanzo ha ancora (nonostante tutti i problemi dell’editoria) un pubblico, la poesia non parla più a nessuno in quanto non ha più un pubblico che la segua, si perde o rimane fine a sé stessa: un’isola assolata ai primi scoppi di sole primaverile, un giardino incantato recluso da una fortezza cui a nessuno è dato accedervi.

    (Iuri Lombardi)

  10. L’inizio di una poesia può essere porta d’ingresso o di uscita. A volte esci e sei già dove apprendi, vedi e dove parlano altri. Fantasmi. Altre volte, dalla stessa porta si può solo entrare, retrocedere: e sei nell’io, come in gabbia. Cosa può mai accadere nell’io se visto, o perfino vissuto dall’io stesso? Nulla. Dichiarazioni di inquietudine e desiderio, sofferenze, consolazioni, cecità… Sciocchezze! Serve distanza, un sé capace di allontanarsi, mettersi in viaggio. Non è la distanza della contemplazione estetica, perché non è dimenticanza di sé. E’ poter essere tutti i protagonisti in gioco, in azione. Essere tutte le loro parole. E magari averne di preferiti, vale a dire alcuni che ritornano, che stanno qui al posto tuo, arrivati da chissà dove. Io è un altro, io sono tanti altri. L’inizio di una poesia è tutto, altrimenti si sta all’ingresso pensando e pensando. L’inizio è oltre la porta. Ma la porta è visibile solo quando è chiusa. Davanti alla porta chiusa ci possono stare anche dei meditatori silenziosi, privi di pensiero. Osservatori disinteressati, quindi non contemplativi. E’ raro che tra questi si trovino anche dei poeti. Se accade vi è conflitto tra logos e silenzio. E dove c’è conflitto c’è sofferenza. In questo caso si è poeti a fasi alterne: ogni tanto si va via ma per non perdersi servono notti stellate, punti luminosi. Presenze, anche lontane. Quindi ci si sente in missione, chi per la filosofia, chi per la scienza, chi per la storia. Ma queste sono sempre qualcuno.
    – Hai finito? E’ tardi, vedi se Andersen è rientrato…

    • D’accordo …poi spengo la luce!
      e ti racconto dei gatti al buio
      e dei politici, Kitdog e Kitwoman.
      Orrendo al ballo stasera quell’abito di strass!
      Deduco che dormi, il cane elegantissimo però.
      Non starmi a sentire allora.
      Ti propongo un sogno a soggetto.
      Di fronte al mercato delle chiacchiere in treno, stamani, la scelta esclude i Negroni,
      milioni di milioni le stelle di…e vacillano
      su Salviti non ricordano il nome del
      candidato.
      È una parte del dramma che dimentichiamo più spesso.
      Parlare alla gente
      come si fa?

      Un grande abbraccio,Tosi
      Grazie, Ombra.

  11. antonio sagredo

    Non si può non sottolineare quanto scrive di Rago il Linguaglossa più sopra e che deve ancora valere per i poeti meridionali che tuttora insistono imberbi e deboli;
    ” caro Gino Rago,
    soltanto adesso ho capito quanto dolore, quanta strada ha fatto la tua poesia di stracci e di rottami appiccicati ai sacchi di juta di Burri dopo che hai abbandonato l’anticaglia del retoricume della poesia del sud. Con una sola spallata hai scaraventato tutta l’anticaglia sudista a mare, quel Sinisgalli, quel Quasimodo et compagni di cordata etcetera, quell’anticaglia che per un poeta del sud è stata una terribile e pesantissima palla al piede. Ci hai dovuto mettere una gran quantità di stracci e di ritagli di giornale, e sì…. ”

    —————————————————————–
    >>>> già 17 – enne m’accorsi di quel “retoricume” che fu lo stimolo e la causa primaria del mio addio e l’inizio della mia lettura straniera, perché non potevo più leggere di cose meridionali in quelle forme desuete e sciocche
    (Ripellino mi aiutò molto in questo mio partire, oltre…) solo più tardi in una strofa, guardando al mio passato di lettore accecato scrissi una strofa
    che inizia con “I miei canti austeri caddero come rigide muraglie”
    e s’affacciarono scampoli, stracci e altro quasi a testimoniare un mio) travaglio linguistico… una carrellata brevissima qui dal 1969 al 2012.
    Grazie, A. S.

    ————————————
    Come nodi al pettine
    spine
    le transizioni:
    migliori tempi
    per essere poeti migliori
    il tempo rise
    come una goccia impiccata.

    Di tutti i colori
    la poesia
    in vendita
    vaneggia
    straordinari scampoli
    come frasi fatte per intenderci
    meglio!

    (da Poema (di un) idiota – 1968-1970)
    ———————————————————
    e a proposito di stracci… >>>>> :
    —————–

    I miei canti austeri caddero come rigide muraglie,
    disertai allora i campi di fuoco e le glorie,
    ma dietro ai miei passi di carta e di stracci
    era tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    (1969/70)
    —————————–

    La distanza
    la fuga
    tinsero di rosso-mattone
    i cieli infantili
    scaduti a pozzanghere
    in un riso di stracci…
    si staccarono
    come castelli in aria
    gli specchi beffardi.

    (1969/1970)

    Non ho paura degli specchi:
    soltanto argento offrono in dono!
    Giocate agli stracci,
    non giocate più agli azzurri!
    Io voglio un cielo… di sangue!
    Più rosso di tutte le aurore e le rugiade d’oriente!

    (1975)
    ————————————

    Ma il ghiaccio – questa nostalgia dell’acqua! –
    è geloso come il Caso dell’Istinto
    e registra – l’accidente!

    E nelle forme dei destini ammiravo la disperazione dei colori avanzati,
    di questo nugolo informe – stracci d’essenze e d’esistenze!-
    che a unghiate m’inquisiva fin dentro le risposte,
    come di un proscritto il sorriso artificiale di uno spettro
    che invano tormentavo coi graffiti nella gabbia – cubica!

    (2007)
    ———————————————————————-
    (a Guido Gozzano)

    produttore di carta straccia

    Guido mi felicito con Te perché non hai una corazza esangue
    e sei solo un produttore di cartastraccia per una signorina
    che non amavi affatto… e non l’amavi per un rimpianto acerbo,
    né per altro dissentire dalla sua voce la finzione di un falsetto.

    E hai messo sottaceto il cuore e in formalina il suo lacrimare

    (2012)
    ——————————–

  12. antonio sagredo

    >>> quel “retoricume” che fu lo stimolo e la causa primaria del mio addio e l’inizio della mia lettura straniera.<<<
    ….intendevo qui un percorso, come dire un tragitto obbligato che fui costretto a fare altrimenti la soffocazione mia, sperando che altri giovani la evitassero in qualsiasi maniera, pur con la fuga o altro espediente.
    .."del mio addio " significa : alla lettura della poesia meridionale locale e in quella più generale – e quanto alla poesia non meridionale l'eccezione era Dino Campana su tutti i poeti indistintamente ! – (dico soltanto del '900). Quanto a " l’inizio della mia lettura straniera" intendevo il cominciare la lettura dei poeti stranieri che mi condusse a "portali di scoperta" (Joyce) entusiasmanti, complici in questo la tradizione degli ottimi traduttori italiani, che furono tanti d'ogni lingua e letteratura. Ricordo i grandi traduttori ispanisti – lingua e letteratura spagnola a cui mi rivolsi per primo il mio interesse… di testimonianze ispaniche la mia terra salentina è letteralmente invasa, forse per questo quell'interesse; poi i francesi e gli inglesi e i germani e più tardi i lusitani e la poesia e letteratura nordeuropea; poi giunse l'interesse smodato mio e incontrollato per le lingue e letterature slave… altri straordinari "portali di scoperta" !
    grazie
    ———————————
    Pretendere un rinascimento è come spegnere di nuovo
    una lampada che il poeta sa non essere immortale.
    Se il pensiero non ha crediti insolvibili con la parola
    la promessa d'un balbettio è una rovina per la ragione.

    E oggi proclamo pietoso questo secolo già finito in una pozza
    con tutti i suoi misteri e chiassi di cortile: è una losca ripetizione,
    come un corteo di morti ad una festa, una goccia sulla tinozza
    che assorda di voci ancestrali una tranquilla riflessione.

    Nella mia casa dove c'è una calda eternità come un divano
    mi riposo – e in un angolo sono straniero e ospite interdetto
    – forse è la mancanza di un saluto o di un padrone noto
    – forse è una perduta identità che m'inchioda ai cardini.

    Dimenticare non è una condanna per i carnefici.
    Ascoltavo me stesso immemore come unico attore,
    non conoscevo che l'amore per la mia voce di magenta.
    La cripta si gonfiava al vento come una reliquia turca.

    Come il Demone in un'alcova primordiale
    nasconde il potere in un acrostico ferroso,
    il dominio della fede è nella piombata confessione
    di chi, fidando nel Divino, riceve dalla terra una condanna!

    antonio sagredo
    Vermicino, 10 marzo 2004

  13. donatellacostantina

    Ricevo e ricopio qui un pensiero di Wilma Minotti Cerini sulla Nuova Ontologia Estetica.

    “La nuova estetica poetica indica un aggiornamento non solo stilistico ma storico, un girar pagina dopo la chiusura del secondo millennio. La parola si contrae, rimane sospesa, e come nel sogno, può essere pure caotica come i tempi in cui viviamo; una irriflessiva riflessione, come nei poli di attrazione di positivo e negativo al contempo, come se da un nucleo si scomponessero atomi fino ad ora uniti, con la possibilità di incontrarsi di nuovo lungo i versi, amici o nemici non si sa, forse… Ed è il forse il punto forte di questo nichilismo nietzschiano. Se ho ben capito”.

  14. Non condivido pienamente i giudizi negativi sulla poesia del Sud,anche perchè non vedo un discorso poetico così ben strutturato da poterla sostituire totalmente: Quasimodo, Sinisgalli,perfino D’Annunzio hanno lasciato un loro segno.Possiamo anche ignorarlo,ma il tempo spesso dimostra che le radici della bellezza hanno origini singolari,che spesso si interrano, ma poi riemergono all’improvviso,quando meno ce lo aspettiamo.Il Sud, comunque, in molti campi dell’arte, ha dato più del Nord,ma ha sempre avuto la colpevole timidezza di non dichiararlo.Peggio: di non rendersene nemmeno conto.

  15. Primavera espansa,
    batteria in esaurimento solo l’8% da pretesa commutazione.
    Ancora pochi baci.
    Il solletico che soffri sotto le radici dei piedi inattuabile.
    Stento la mia, lo strofinio di labbra accorte. Decidi tu fa lo stesso. Scorri pure lievemente nel finestrino accanto
    verde , inafferrata.

    Per accordare Ventura è Linguaglossa!

    Grazie, Ombra.

  16. Gentile Mauro Pierno,uno dei miei difetti insuperabili è l’incapacità a decifrare certi messaggi semioscuri:che vuol dire “Per accordare Ventura è Linguaglossa”?Una sola frase mi è un po’ chiara:”Decidi tu fa lo stesso” Quando si condivide un indirizzo di pensiero,si può anche delegare l’altro a esprimersi per nostro conto.Accade nelle migliori famiglie.

    • Cara Anna Ventura e caro Mauro Pierno,

      non c’è nessun disaccordo tra me e Anna, noi diciamo due cose diverse che possono benissimo coesistere, non ci vedo nulla di male. Io mi riferivo alla arretratezza della poesia del sud del secondo novecento (è ovvio che non intendevo dire che Quasimodo sia da vituperare…); le uniche due eccezioni di poeti del sud che nel secondo e tardo novecento hanno scritto cose mirabili sono, a mio modesto avviso, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher, ma è perché loro nel sud ci sono soltanto nate e poi hanno vissuto altrove e altrove hanno raggiunto la maturità artistica. Se fossero rimaste al sud (come bene indica Antonio Sagredo nel suo intervento) non avrebbero scritto le loro cose migliori, avrebbero cintinuato a scrivere alla maniera di Bodini, di Sinisgalli, al massimo sarebbero arrivati al ribellismo di Salvatore Toma… voglio dire che sarebbero rimaste nane. La questione meridionale è una cosa complessa che ha attecchito anche alla sovra struttura, alla poesia.

      Se devo dire con franchezza quello che penso, di tutti i poeti del sud che ho letto in questi ultimi 30 anni (e ne ho letto a centinaia), i soli che si elevano dal deserto sono Mario Gabriele e Gino Rago (l’ultimo in particolare nelle poesie ancora inedite in volume)… gli altri, anche i più bravi, come Lucio Piccolo, sono poeti che brillano a ridosso della tradizione nazionale, in altre parole brillano non per virtù proprie, di una ricerca poetica propria, ma per virtù altrui, grazie ad una tradizione aulica e nobile.

      La questione meridionale c’è, eccome se c’è, è viva ancora oggi. Così come la questione settentrionale per via di una certa dittatura «temperata e democratica» con cui il Nord ha saputo imporre poeti di modesta statura, come ad esempio Giovanni Giudici e Nelo Risi, a poeti di rango nazionale. La destrezza e l’abilità in questo tipo di giochetto va riconosciuta ai poeti del nord i quali hanno fabbricato il mito del «mini canone», come ironicamente lo ha denominato Berardinelli, mito messo in piedi da Raboni e, susseguentemente, da Cucchi e Antonio Riccardi…

      Il resto sono cose di oggi…
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/13/dialoghi-e-commenti-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-giuseppe-talia-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa-alfredo-rienzi-anna-ventura-giuseppe-talia-rossana-levati-roland-barthes-m/comment-page-1/#comment-31289
      E adesso una grande notizia: l’editore Progetto Cultura pubblicherà tra breve “Stige. Tutte le poesie (1992-2002)” di Maria Rosaria Madonna nella collana da me curata, con un apparato critico di tutto rilievo. Così potremo ristabilire la giusta gerarchia dei livelli estetici. Il prezzo di copertina sarà basso, così spero che tutti possano acquistare il volume.

      • la nuova ontologia estetica insegna a vedere di nuovo le cose. Come ci dice Merleau Ponty quello che noi vediamo è il pensiero di vedere, noi non vediamo la visione ma le cose e le cose non sono in bianco e nero ma a colori e a colorarle è la NOE.

        Anche la poesia più evoluta del novecento italiano, quella di Andrea Zanzotto, vede in realtà le cose ancora in bianco e nero, non gli riesce di vedere i colori, perché quella ontologia credeva ingenuamente che chi vedeva vedeva la visione; al contrario, la nuova ontologia estetica sa con chiarezza che quello che noi vediamo è il pensiero che pensa di vedere, e non la visione di alcunché.

        Possiamo riassumere così: La poesia della vecchia ontologia estetica vede le cose in bianco e nero, noi della nuova ontologia estetica invece vediamo le cose colorate, abbiamo uno spettro di colori molto più vasto e intenso…

        • A mio avviso la nuova ontologia estetica è basata sulla consapevolezza, allarmata e allarmante, del nulla.
          Con le parole di Andrea Emo:

          «La libertà dell’arte si manifesta nel suo essere un creare-dal-nulla, all’interno del quale… al nulla si conferisce forma».

          E’ la consapevolezza del nulla che dà forma e colore alle cose.

    • e congiunzione…(soltanto un errore).Perdono.Vedo solo ora.

      Non volevo essere provocatorio ma solo avvicinare con un tentativo di poesia il sud ed il nord. Perdoni l’equivoco.

      Tornando alla poesia
      era il tentativo di mettere in contrasto la primavera, fuori dal finestrino, e la stessa immagine filtrata attraverso la batteria che irrimediabilmente si scarica. Una primavera a termine. Nella mia idea Nord e Sud.

      Aiuto!

      Grazie Ombra.

  17. antonio sagredo

    Non condivido pienamente i giudizi negativi sulla poesia del Sud,…”

    Cara Anna,
    i miei non sono giudizi negativi, se mai sono incitamenti alle nuove generazioni di poeti a cambiare totalmente, come dire, completamente la loro visione che è ferma alle solite aspettazioni e ai soliti paesaggi, alle solite visioni, ecc.
    Devono rivoluzionare il loro linguaggio poetico, perché soltanto così si hanno nuove visione e pensieri, ecc. eppure hanno avuto l’esempio luminoso ed irripetibile di Carmelo Bene, che sono certo nello stesso Salento nessuno ha mai letto dall’inizio alla fine. E sono pochi che lo hanno letto integralmente in Italia. Egli era anche poeta sublime, scrittore di statura europea, ecc.
    Quando vado a Lecce e parlo con alcuni poeti salentini, mi cascano le braccia ed altro: sono fermi a Comi, a Bodini, a Toma… poi il vuoto come il vuoto pomeridiano estivo che da quelle parti ti svuota il cervello. Ma basta così.
    Soltanto dopo un anno dal mio arrivo a Roma potetti scrivere questi versi. Se fossi rimasto laggiù non sarebbero mai stati scritti. Il distacco fisico dalla propria terra era necessario.
    as

    —————–
    Nella vita è uno strumento morire.

    Dipingevo un pulsare più grande del sole,
    avevo un battito senza confini,
    come di un pazzo che ha smarrito la follia.
    Alle canicole rendevo l’equilibrio delle leggi
    e per me, con sorriso di foglie, ritornò la primavera.
    Sulle vie consolari ruggivano le mani impazienti,
    i morti in frenetiche danze e spietati fragori,
    come tigri dilaniavano viventi fantocci… spaventapasseri!

    Nei pozzi saturi di sterco cumuli di ossa
    e banchetto di vermi.

    Io, testimone d’accusa,
    gustavo le lordure di una città polare
    e i lamenti di torride balbuzie,
    la nudità delle foglie senza nervature
    le città abbaiare agli sciacalli.

    a.s.
    Roma, marzo 1969
    —————————–
    Solevivo

    Esili avanziamo, come spettri, dai marosi
    i nostri orecchi registrano fondali inquieti
    e scandagliano questi algidi fluidi di cristallo.
    Imitiamo le smorfie di pellicani settembrini,
    gli ombrati amplessi di canicole mulesche
    e chi ciarla inutilmente minuzie.

    Solevivo, accogli i crepuscoli annosi!
    Le cortecce di marine erbe e i ventosi incensi!
    Nutri le rocce e la sabbia di fischianti: ehi!… ehi!
    Ma umide corazze di lumache dissetano
    gli occhi miei, e i pensieri aguzzi dei granelli.
    Sulle mie labbra luminose granate di bestemmie!

    Solevivo, sei marionetta di un uccello marino!
    Arco moresco ubriaco di voli e di elissi!
    Sei vino spumeggiante e vortice delle mie veglie!
    Ma i cortili sono devastati da gialli venti!
    Le conifere sono straziate da gelidi marosi!

    Solevivo, sei commiato d’autunni e di poteri!
    Orribili crocicchi di contrade nelle notti dei letarghi,
    ma fin dal mattino guerre, funerali di suoni e di silenzi!

    Filari di sogni: lemuri dei miei pensieri!

    Ciottoli spinosi le parole sulle labbra.
    Lingue di sale ondoso.
    Spume di numeri-latte e di colori-clowns.

    Impossibili occhi : granelli di sabbia fossile,
    chicchi-pupille, ossicini in volo…

    a.s.

    Roma, 1969
    ———————————————-

  18. Grande poesia, con la bellezza terribile di un evento tellurico, ma sarebbe scaturita ovunque tu fossi!

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