La nuova ontologia estetica – Contro le accuse di redigere manifesti, organizzare gruppi, movimenti, tesi, decaloghi, avanguardie, retroguardie etc. Noi diciamo semplicemente che vogliamo rimettere in moto l’esercizio del pensiero poetico dopo cinquanta anni di immobilismo – Poesie di Francesca Lo Bue, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Mario Gabriele, Anna Ventura, Antonio Sagredo – pensieri di T.W. Adorno, Pier Aldo Rovatti, Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa, Adeodato Piazza Nicolai, Mauro Pierno

Gif Astronauta che sogna

Cari signori poeti delle parole morte,
Il vostro viaggio è finito.

 

Gino Rago

La sella vuota

“Cari signori poeti delle parole morte,
Il vostro viaggio è finito.
La corsa senza freni sui prati
è terminata. A che vi serve il cavallo?

Restituite al mondo la sella ormai vuota.
Non vi serve più l’aria.
Restituite l’ossigeno a chi saprà ingoiarlo.

Scrivere per sé stessi
carezzando l’io, il mio, il soltanto io
spinge le parole nell’abisso di ghiaccio.

Regalate il cavallo. Restituite l’aria.
Lasciate la sella vuota a chi saprà usarla.
Cari signori poeti delle foglie appassite,
se dite ‘futuro’ il presente vi divora.

Se dite ‘vita’ la morte vi frantuma.
Giorgio ha ragione. Non c’è destino
per le parole morte. Trascinate versi,
amori, parenti, amici nella valigia,
congedatevi dal mondo senza cerimonie.

 

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 15.54

caro Mario,
Vorrei dire ad Alfredo Rienzi e ad altri innumerevoli che ci hanno accusato di redigere «manifesti», organizzare «gruppi», «movimenti», «tesi», «decaloghi», «avanguardie», «retroguardie» etc. che, di contro alla immobilità degli ultimi 50 anni della poesia italiana, per la prima volta in Italia è apparsa una pratica della poesia e una teoria della poesia e della scrittura letteraria in generale, che non è più soltanto una avanguardia» né una «retroguardia», né un «movimento», né abbiamo aperto un esercizio per la vendita al dettaglio degli affari propri e correnti, né una legge finanziaria con tanto di capitoli ma è qualcosa di diverso, è un movimento di pensiero e di azione teorica da parte di alcuni poeti di diversissima estrazione e provenienza che ha deciso di rimettere in moto il pensiero poetico, non si tratta di una vendita all’asta al miglior acquirente, né di una domiciliazione bancaria delle proprie rendite di posizione, né di una poetica pubblicitaria e di vendite promozionali come è avvenuto nel corso del secondo novecento, la nostra non è né una cosa né l’altra… contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale parassitario ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

“Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Paul Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto di una Stagnazione Permanente.

«Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 2]

Un aneddoto.

Vi racconto un aneddoto. Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario con domande sulla «critica della poesia». Mi avevano chiesto, questi giovani, che cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia»… E via di questo passo.
Io gli risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico e che, a mio avviso, non esisteva la critica della poesia».

La risposta di quei giovanotti fu più o meno questa, mi chiesero: «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente io ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di nessuno, tantomeno delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte alle domande del questionario non videro mai la luce in quella rivista.

Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della «pseudo-cultura» che quei giovanotti hanno introiettato e come sia ormai interiorizzato tra gli «appassionati alla poesia» un genere di credenze e convincimenti tipici di una cerchia sacerdotale la quale non ammette chi pone in discussione i presupposti della pseudo-cultura di quella cerchia di sacerdoti del conformismo culturale. Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età. Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, sacerdotale,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere…

Insomma, non posso non notare una sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico, L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura di cui quei giovanotti sono portatori, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.

L’aspetto umoristico è che questi giovanotti hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione globale della Crisi, ovvero, il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la loro cultura agiografica del presente. E questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle cose ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le CRISI insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.

(Giorgio Linguaglossa)

Chi ha paura delle idee?

In proposito scrive Maurizio Ferraris: «l’inventore della scrittura cercava un dispositivo contabile, ma con la scrittura si sono composti versi, sinfonie e leggi;, l’inventore del telefono voleva una radio, e viceversa; chi ha inventato le tazze da caffè americano non prevedeva la loro destinazione parallela a portapenne; l’inventore dell’aspirina pensava di avere scoperto un farmaco antinfiammatorio, mentre una delle sue più interessanti qualità è che sia un farmaco antiaggregante, quindi fluidificante del sangue, come sì è capito più tardi; l’inventore del web pensava a un sistema di comunicazione tra scienziati, e ha dato vita a un sistema che ha trasformato l’intera società. Lo stesso cellulare è evoluto da apparecchio per la comunicazione orale ad apparecchio per la comunicazione scritta e la registrazione, smentendo l’assunto secondo cui la comunicazione costituirebbe un bene superiore alla registrazione, e l’oralità un veicolo di scambio più gradito, naturale e addirittura appropriato della scrittura…».3]

1] T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI

3] Maurizio Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016 pp. 120 € 12

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Pensieri  poesie e aforismi intorno alla Nuova Ontologia Estetica

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.

L’io è letteralmente un oggetto –
un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria

il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

  1. (J. Lacan – seminario XI)

*

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda

*

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono  silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

Strilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secoloStrilli Transtromer le posate d'argentoLa verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza. L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna VenturaMario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».
A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

(Giorgio Linguaglossa)

Strilli RagoPosto alcune poesie della nuova ontologia estetica.

Lucio Mayoor Tosi

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

Lucio Mayoor Tosi
22 settembre 2017 alle 19:12

Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet, L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

[Gino Rago, Edith Dzieduszycka]

Gino Rago

(alla maniera di Ewa Lipska)
22 settembre 2017 alle 19:32

“Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?
Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
che produceva la vita d’oltretomba.
E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.

Ha riconosciuto la mia scrittura.?
Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?
Senza timori vada
al Quartier Generale dell’Aldilà.
Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
attigua alla abitazione di Dio.

Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto
e ciò che non faremo più.
Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno
e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
assale i poeti alla stessa ora del mondo.

Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Leone, Giancaspero e Catapano,
la vita è un negozio di ferramenta.
E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

Al Quartier Generale dell’Aldilà
l’acqua si beve in bicchieri di plastica.
E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.
A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

Mario M. Gabriele
23 settembre 2017 alle 9:08

Cari Amici, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Tosi, Antonio Sagredo ecc. vi porto i miei saluti dal Giardino dei fiori.

Il nostro male ha prodotto assenzio.
Non ci sono più i figli dei fiori e Jimi Hendrix.
Un’officina è nata al centro della Pergamena.
Chi ha rinnovato le parole ha cambiato anche il vecchio paese.
A fuochi spenti rimettiamo i tizzoni.
L’Ospedale è cresciuto di stambecchi.

Torniamo alle faccende domestiche
aiutando Clara a rifare il letto.
Affonda la barca dei sogni.
Corrici dietro, Simon, prima che venga l’autunno.
con il suo lettino di foglie.

Tutti vogliono vedere la chiesetta del Sacrè Coeur.
Turisti dappertutto .
Lasciamo l’ingresso della Senefelderplatz
dove si è è ammassata la stirpe cubana.
Nick Cave ha cantato we came along this road.

Per i prossimi 15 anni non dobbiamo preoccuparci
né dei canguri e né dei chihuahua.
Giselle ha compiuto 12 anni e già pensa alla Cresima.
Uno, vicino all’altare fotografa Cristo.
Mercoledì c’è un mercatino di robe vecchie.
Al prestigiatore è scappato di mano la colomba
come la fortuna di Alexander alle slot machine.

Tu basti che preghi
Ma a chi è servito questo viaggio?
Tutto il martirio l’abbiamo già compiuto, padre Brown!

[Chiara Catapano, Francesca Dono]

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…

Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 14.29

Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

*

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 17.50

Ecco la chiave di lettura per meglio comprendere certe posizioni artistiche fra soggetto poetico vecchio e nuovo. Determinante è l’intuizione di Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro, né in forma, né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento». E non è certo un’avventura, ma la fase aurorale su stagioni di oscuramento mentale e di parassitismo linguistico, perché tutto resti come una crema a lunga conservazione.

Anna Ventura

Le case

Ho amato molte case
e due moltissimo. La prima
era nel vecchio quartiere della città,
partiva da terra ma poi si capiva
che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
La componeva
una serie di stanze minuscole
bianche di luce e calce-casa
di astronomo,
o di marinaio –
In fondo, l’altana coperta
di travi decrepite,
gonfia d’aria e di sole.
Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
la loro vita miseranda brulicante da basso.
Non piacque a mia madre,
anzi, le fece paura. Io invece
ne rimasi ferita a morte,
col tempo mi ammalai di nostalgia.
L’altra è la casa del vento,
tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
solo gli spiriti dell’aria
che di giorno e di notte
bussano ai vetri con le loro manine.
Neanche questa casa piace.
E perché dovrebbe?
Solo che intanto io ho imparato
A mettere il bavaglio ai miei sogni,
accettato l’assioma
che la realtà rifiuterà di abbracciarli
nel suo concretissimo giro ma io
me li terrò lo stesso,
nel giro infingardo
della mia verità.*

* da Aria sulla quarta corda, 1985 (I° edizione), 1987 (II° edizione), FORUM, di Giampaolo Piccari Forlì

Straordinaria poesia di Anna Ventura, che racconta come in sogno le due case della sua vita, la casa degli «straccivendoli» e «la casa del vento». C’è tutto il pudore dell’autrice, la delicatezza del tocco elegiaco e la spezzatura degli inserti prosodici a correggere l’inclinazione elegiaca. (g.l.)

[Anna Ventura, Mariella Colonna]

Antonio Sagredo
11 febbraio 2018 alle 7:17 Modifica
a proposito del “martirio”…

Ritorno dal martirio

1 – il boia

Non sapeva, lui, a quale santo volgersi, con chi trattare,
diceva: la qualità del supplizio distingue la vittima!
Mi domandò: quale tortura scegli? E io: la più rapida e dolce.
Allora, per te va bene, la graticola di San Lorenzo!

2 – l’aspirante martire

Gli dissi: sai, non sono rassegnato, affronto sereno
il martirio nel nome di non so chi o che cosa.
Un lieve mio sorriso l’aveva ingannato. Allegri
ci scambiammo gli auguri a un futuro a rivederci.

3 – dopo il martirio

Non mi sento affatto sollevato… sono un po’ stanco.
Il boia ha pianto e io l’ho consolato con un bacino
sulle guance, aveva un cuore d’oro, ma in frantumi!
Aveva riso, prima della mia esecuzione!

Antonio Sagredo

Bardonecchia, 27 dicembre 2007
(mattino solare)

Giuseppe Talia

9 febbraio 2018 alle 21.10

Non avrai che il tempo.
Una stoltezza si ripete
rovinando le ossa.
Nessun gesto terreno è fasciato.
I carnefici si nutrono di domestiche
radici di stagnola.
Celebri gli avanzi
un futuro gobbuto, caduto.
un esangue capezzale
quel cantuccio dove tu sverni.

Ho tagliato del 95% un poesia di Antonio Sagredo, a pag. 17 di Capricci

Tre Poesie di Francesca Lo Bue

1 – Nadidad

Nadidad azul,
Espejo trizado de agua.
Brisa que se apaga en el pinar sombrìo,
Como el leve vuelo en cruz de la paloma,
Y el silencioso abanico de la rosa.
Sombra que se desvanece en la planicie.
Abrir blando de pàrpados dormidos,
Abril amarillo, cuando florece el tunal del monte.
Nada sola plena y grande,
Remota, màgica
Ancestral y ninguna.
Como la llama tierna,
Como el rìo solemne.
Quieta, soñada
Dentro de tì, la vida de todos.

Nulla

Nullità azzurra,
specchio d’acqua incrinato,
Brezza che si spegne nel pineto cupo
come il volo in croce delle colombe leggere,
e il silenzioso ventaglio della rosa.
Ombra che svapora nella pianura.
Aprir blando delle palpebre addormentate,
aprile giallo, quando fioriscono i cactus nei monti.
Nulla solo, pieno,
Remoto, magico,
ancestrale, nessuno.
Come la fiamma tenera,
come il fiume solenne,
quieto, sognato.
Dentro di te, la vita altrui.

2 – Misterio crucificado

Luz de un rayo memorable,
Que avanzas entre nubes heridas de oscuridad,
A buscar un corazòn solitario y desnudo
Para que insinùe, entre las cavernas de carne opaca
La voz sutil y perdidiza
De un misterio crucificado,
Tierna campànula escarlata, sin frescura de llanto rocìo.
¡Voz de niño poderoso y quieto!
Tù seràs palabra de plegarias ocultas,
Semillas granas en la sangre de la vida plena,
La vida del corazòn de las raices,
La de la sabidurìa extraña de Dios que
se divierte,con mi carne trèmula breve.
Rayo tierno, perezoso,
Sonàmbulo inquieto
Tu venceràs el Dios dormido que intranquilo duerme entre raìces tenebrosas.
¿Esfumarà en luz o en nada
Cuando lo despierte tu rayo entrecortado?

Mistero crocifisso

Luce d’un raggio memorabile,
avanzi fra nuvole ferite d’oscurità,
cerchi un cuore solitario, muto,
per insinuare, fra caverne di carne opaca,
la voce sottile, sperduta,
d’un mistero crocifisso.
Tenera campanula scarlatta, senza freschezza di pianto rugiada.
Voce di bambino potente!
Tu sarai parola di preghiere nascoste
semi rossi nel sangue della vita oscura.
La vita del cuore delle radici,
quella della saggezza strana di Dio
che si diverte con la mia carne tremula e breve.
Raggio tenero, accidioso,
sonnambulo inquieto,
Tu vincerai il Dio addormentato fra le radici tenebrose.
Svanirà in luce o in niente quando lo sveglierà il tuo raggio spezzato?

3- Incompleto

Doncella, oscurecidos ojos brillantes,
Cae un murmullo de cristal mutilado.
Vibra el silencio en nuestras palabras.
Ya no hay palabras, se terminaron…
¡Ya son palabras del olvido!
Y las que insistiendo se quedaron
Diràn lo que ya no es ni està,
Lo que no se conoce y ya huye,
Que incumbe oscuro
Y que apareciendo cambia:
Las palabras huyendo entre el sollozo y el grito
Algo negro, acerado,
Rojo sabor sensual,
Miel densa de despojos,
Podredumbre recia.
Impalpabilidad fugaz de la brisa amarilla,
Fuè, apenas es
Errante puntual ley: Todo es incompleto
Las palabras no son vanas, aunque no digan.

Incompiuto

Ragazza, oscuri occhi brillanti,
cade in mormorio il cristallo spezzato.
Vibra il silenzio nelle nostre parole
occhieggiando nel brusio giallo.
Non ci sono parole, finirono…
Già parole d’oblio
e quelle che, insistendo, rimasero
diranno ciò che non è, ciò che non c’è,
quel che non si conosce e già sfugge,
che irrompe oscuro:
le parole fuggendo fra il singhiozzo e il grido,
qualcosa di nero, grigiastro,
rosso sapore sensuale,
il miele denso dei vestigi,
il marcio tenace.
Fugacità impalpabile della brezza gialla.
Fu, appena è.
Errante, puntuale legge: tutto è incompiuto
le parole non sono vane, anche quando non dicono.

Da Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Francesca Lo Bue, Ediz. Progetto Cultura, Roma, 2009.

Gif città cavalcavia

Adeodato Piazza Nicolai

TOMA PARFIN LA NEVE

sui pès, le gianbe, la pantha
i brathe, parfin su dute i pele.
Guante scarpoi e baréte
no ne protege da nissuna parte:
no i sa curà l’anema
e neanche le nostre psichosi.
La bora e le bufere piegarà
albere e anche noi dute: cuerte
sentha scandole, laris sradicade
insieme ai pale de la luse, sote
la luna straca, sbiadida.
Neanche le tane protegge le bestie:
lupe che ulula olpe fora de testa
scorpioi sentha coda, orse
che dorme par duto l’inverno.
Le mare pien de paura nbratholea
i fioi e le fie; l’òn sacramenta
contro la furia cussì
feroce, arcigna e matrigna.
L’é prepotente e piena de ira,
la se ne frega de duto e de dute.
Sparida la stela polare, i marose
fa fora sponde, barche, balene.
Rabiosa la furia del mar:Ve preo
no stasè neanche proà a feine crepà …

 

CADE PERFINO LA NEVE

sui piedi, le gambe, la pancia
le braccia, perfino su tutti i peli.
Guanti scarponi e berretti
non proteggo nessuna parte:
non sanno curare né l’anima
né qualsiasi nostra psicosi.
Bora e bufere piegheranno
alberi e pure noi tutti: tetti
scardinati, larici sradicati
insieme ai pali della luce, sotto
la luna stanca, sbiadita.
Neanche le tane proteggonoe bestie:
lupi uluanti, volpi fuori di testa
scorpioni senza coda, orsi
che dormono tutto l’inverno.
Mame terrorizzate abbracciano
i figli, le figlie; l’uomo bestemmia
contro la furia così
feroce, arcigna, matrigna.
È prepotente, piena di ira,
e se ne frega di tutto e di tutti.
Sparita la stella polare, i marosi
distruggono sponde, barche, balene.
Rabbiosa la furia dei mari: Vi prego
non cercate neppure di farci crepare …

© Traduzione dell’autore dal Ladino, sua lingua madre, all’italiano.

 

[Petr Kral e T. Tranströmer]

Mauro Pierno

Il potere della sintesi polverizzato
e guardo negli occhi
un unico pensiero, allo specchio
quella lotta al tinnove. Chiedevi?

L’esperienza antica seduta,
oppure sedotta.Un solo unico frammento, versi anche della Catapano o Sagredo,
non ricordi! Neppure?

Cosi raccolta l’esperienza riappaga.

Il pugno è stato un simbolo che ora riposa nella mano.Oppure suonare il piano con solo cinque dita, il pianista non ricordo chi sia, la citazione nominale non serve.

Chopin si dissolse?

Non devi stare ad ascoltare figlio il mare di mazzate , la correzione è d’obbligo, cazzate
che la sostanza propone.
Uno sterile Virgilio la
vita propose.

In assenza di piano
la causalità applicata ha scelto Virgilio a virgulto.

Lui rispose, confermo?

72 commenti

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72 risposte a “La nuova ontologia estetica – Contro le accuse di redigere manifesti, organizzare gruppi, movimenti, tesi, decaloghi, avanguardie, retroguardie etc. Noi diciamo semplicemente che vogliamo rimettere in moto l’esercizio del pensiero poetico dopo cinquanta anni di immobilismo – Poesie di Francesca Lo Bue, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Mario Gabriele, Anna Ventura, Antonio Sagredo – pensieri di T.W. Adorno, Pier Aldo Rovatti, Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa, Adeodato Piazza Nicolai, Mauro Pierno

  1. Il potere della sintesi polverizzato
    e guardo negli occhi
    un unico pensiero, allo specchio
    quella lotta al tinnove.Chiedevi?

    L’esperienza antica seduta,
    oppure sedotta.Un solo unico frammento, versi anche della Catapano o Sagredo,
    non ricordi! Neppure?

    Cosi raccolta l’esperienza riappaga.

    Il pugno è stato un simbolo che ora riposa nella mano.Oppure suonare il piano con solo cinque dita, il pianista non ricordo chi sia, la citazione nominale non serve.

    Chopin si dissolse?

    Non devi stare ad ascoltare figlio il mare di mazzate , la correzione è d’obbligo, cazzate
    che la sostanza propone.
    Uno sterile Virgilio la
    vita propose.

    In assenza di piano
    la causalità applicata ha scelto Virgilio a virgulto.

    Lui rispose, confermo?

    Grazie,OMBRA!

  2. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30917
    la tua opera di informazione estetica sulla NOE, che da tempo stai sviluppando sulla Rivista, con la tenacia di un ricercatore intento a esprimere concetti e tesi, anche con richiami filosofici e linguistici, mi porta a fare un paragone, quello di Socrate di fronte ai suoi interlocutori che avevano la presunzione di sapere tutto e che in effetti nulla sapevano. Convengo con te sulla necessità di illustrare agli altri il piano della nuova ontologia estetica, volta a chiarire il senso della sua formazione e proposizione, fino a un certo punto. La filosofia, le neuroscienze, la bioetica ecc, si sono lungamente impegnate a rimuovere le tracce dell’ignoranza, ossia del non sapere, attraverso l’esperienza del pensare, che è l’unica arma contro lo staticismo culturale di chi vuole che le cose restino così come sono.

    Mi chiedo cosa sarebbe l’Europa economica, sociale e scientifica, se non si aprisse alla socialdemocrazia, superando le vecchie barriere doganali, commerciali e culturali. Coloro i quali si ostinano a promuovere un colonialismo o patriarcato poetico, non fanno altro che difendere il loro territorio dalle nuove proposizioni.

    In questi termini la poesia non diventerà mai un ricambio linguistico, che è sempre esistito sin dai tempi dalla Scuola Poetica sorta in Sicilia attraverso la corrente filosofico- letteraria e il volgare italiano, presso la corte del re Federico II di Svevia, con agganci alla filosofia araba, compresa la letteratura greco-bizantina e tedesca. Il rinnovamento poetico ha sempre caratterizzato l’Italia, una nazione vittima di colonialismo e di ideologie sovversive nei confronti della democrazia che ha dovuto sopportare la notte della ragione, così come in letteratura. Il sociologo Boaventura de Sousa Santos sulle pagine de l’Espresso n. 23 del 4 giugno 2017 ha fatto un chiarissimo resoconto sulle situazioni stagnanti delle politiche nazionali, pervenendo alla conclusione di essere giunti ad un “fascismo sociale che ha riportato la società in una specie di giungla”. La stessa cosa può dirsi dello staticismo tattico dei conservatori tradizionali della poesia.

    Mi sorprende il loro ruolo negativo volto a ostacolare col sentimento della propria identità, i nuovi fermenti. A costoro, che cercano di difendere le loro posizioni strategiche, dico soltanto che la dialettica deve essere alla base di ogni confronto, senza alzare barricate e bandiere tendenti alla emarginazione di altre proposizioni estetiche. Più correttamente si dovrebbero considerare gli esiti poetici andando alla fenomenologia che ha generato il nuovo linguaggio, come “Concetto del reale”, “dell’Evento”, della “Crisi della coscienza e della “Forma”, e come ricerca del tempo poetico ritrovato nel senso di fondamento e canone di una modernità linguistica, diventata psicoestetica e frazionamento della parola e della realtà.

  3. donatellacostantina

    Ricevo e ricopio qui un commento di Mary Blindflowers, un’amica che ci segue, ma che, a causa di difficoltà tecniche, non ha potuto scrivere di persona.

    ” il problema vero dei gruppi in Italia è che risentono parecchio della mentalità italiana e finiscono nel 90 per cento dei casi con il costituire consorterie di borghesi malati di fama che poi si vendono al sistema. Mantenere l’omeostasi di un gruppo è difficile, soprattutto, sostenere posizioni contro un certo tipo di mentalità, è rischioso, perché i malati di fama e i vecchi tromboni abbarbicati ai loro secolari privilegi, faranno il vuoto attorno a chiunque voglia fare innovazione e dica le cose come stanno, giudicando matto, alienato e kamikaze chiunque osi dire cose che si sanno già ma che nessuno dice. Occorre seguire il carretto forforoso dei signori qualcuno per avere successo ed essere popolari”.

  4. Giuseppe Talia

    Mi dispiace leggere che Alfredo Rienzi risulti uno tra i detrattori di un certo rinnovamento, rinnovamento che non significa totalitarismo di pensiero, né scuola, né movimento, forse solo un nuovo crocicchio, un nuovo percorso (interrotto?) alla cui base sta una grande libertà di scelta: si può decidere di percorrere quel sentiero, come anche di cambiare strada, oppure di continuare sulla propria via. Non mi stupisce affatto, invece, che certe resistenze vengano dalle retroguardie, e con retroguardie intendo quei poeti che si sono costruita una certa alcova, un sicuro nido che però non è un attico e non è nemmeno un seminterrato, ma un piano intermedio, spesso frustrante, perché nel condominio della poesia i giochi sono sempre gli stessi. Non è il lettore a decretare il valore o il disvalore di un autore di poesia, il lettore di poesia è una mosca bianca, quanto invece la regia di alcuni amministratori. E’ piuttosto una questione di crescita personale, crescita che non deve certo avvenire per adesione a un modello che non c’é, quanto ad alcune riflessioni che dovrebbero portare gli autori a un rinnovamento radicale per amore della letteratura. Insomma, di leggere sempre le stesse cose ci si annoia, di leggere poesie verbose che hanno lo stesso stampo ormai consunto a che serve? A chi serve?
    Rimane il fatto che lo scatto in avanti appartiene al singolo autore, il così detto “cominciamento”come dice Dante, appartiene al singolo.
    Mi piacerebbe per esempio sentire che ne pensano Villalta oppure Pellegatta, il primo chiuso nel proprio piccolo potere traffichino, il secondo un giovane emergente di cui però non si capisce bene la poetica. Avranno una loro teoria in merito? Ne possiamo discutere?

    A Rienzi dedico una sestina di prossima uscita in La Musa Last Minute

    Alfredo Rienzi

    C’è una segnalazione in corso
    Ma tu non sei – io ti riconosco –
    Ombra lunga che contempla segni
    E sai dei poeti estinti senza Musa
    Nemmeno quella più riottosa
    Manco minimamente infusa.

  5. caro Giuseppe Talia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30922
    Credo che Alfredo Rienzi non sia un «detrattore», ma un autore che crede, in buona fede, di poter fare da solo (ad Alfredo dico che conosco un solo poeta che si è fatto da solo: un certo Giacomo Leopardi)- Alfredo è anche un bravo poeta e una persona per bene, e senz’altro trarrebbe anche lui giovamento da un sereno e costruttivo confronto con altre «poetiche». Penso che noi tutti ci arricchiremmo da un sereno e proficuo confronto con altre «poetiche», se ve ne fossero. Sono ormai cinquanta anni che non appare, in Italia, un poeta che abbia una propria «poetica», cioè un quadro di idee sulla poesia e sulla non poesia… Dalla morte di Pasolini, mi risulta non c’è stato un solo poeta che abbia costruito una «poetica», se sbaglio correggetemi.

    Caro Talia, i nomi da te indicati non mi risulta che abbiamo mai scritto una paginetta delle loro idee in poesia; se mi sbaglio, ovviamente, correggetemi e redarguitemi.

    Ma il problema non è che nessuno abbia una poetica (questo limite lo si può anche ammettere), il fatto grave è che nessuno senta il bisogno di ricercarne una, questo è il fatto grave.

  6. Ecco il commento di Giorgio ha completato tutto : ma il problema non è che nessuno abbia una poetica (questo limite lo si può anche ammettere), il fatto grave è che nessuno senta il bisogno di ricercarne una, questo è il fatto grave.
    Io non aggiungo altro . Mi rispecchio in toto nei svariati commenti.

  7. Penso e infondo improvviso
    sapendo di pensarlo profondamente.
    Il limite della ricerca è la casualità diventata prevedibile.
    Mi affascina l’idea di una poetica casuale,
    nel senso inconscio incomincio a sentire tutte le vostre voci,
    da Ombra a ombra!

    LA POETICA CAUSALE
    La truppa prese a battere il suo tempo
    a marciare
    sconsideratamente per le vie della città.
    Si sovrapponevano in successione
    gravida le cadenze ad eccezione delle trombe e degli eustacchi.
    Le nostre
    non erano dolenti per il frastuono
    che ad esse generate
    a specchio provenivano di riflesso,
    ma bensì,
    a tal proposito per lor signori,
    riproporrei, lo scherzo del silenzio immoto, quello che fa intontire
    appunto le nostre orecchie ad insaputa folle e senza ascoltare niente.

    Nella Piazza del Martelletto
    si generavano suoni di ogni sorta
    articolati e gravi
    che di silenzio inverosimile facevano gridare
    all’impazzata.

    Il trillo e l’acuto greve,
    che di esperienza
    condivideremo altrove
    leggendo Kafka e i suoi racconti
    e di Giuseppina e la sua acuta voce,
    ve lo racconteremo altrove.

    Grazie, OMBRA.

  8. antonio sagredo

    Immobilismo? – è una parola che non è contenuta nella mia esistenza.
    La ricerca di una poetica è stata la mia passione primaria: devo alla ricerca “interiore e linguistica” i risultati che ho realizzato, e di certo non mi sono fermato: il traguardo raggiunto si deve superare per essere pronti a quelli successivi, e così via. Vari componimenti miei hanno per titolo ” tentativi di definizione della poesia”, che vuole significare “poetica”, ecc.

    ———————————————————
    Tentativi di definizione

    Poesia
    sono tornei tra mare e cielo,
    sembianti esotici, geometrie terribili.
    Labirinti dove soli si azzuffano ringhiando,
    universi che imitano apocalissi.

    Poesia
    sono tornei di tenerezze inaudite,
    teatri di rugiade, prodigi evanescenti.
    Finzione dei tarocchi che sognano destini,
    immagini di fate e di leggende.

    Poesia
    sono tornei fra misteri di cristallo,
    rubini dei cristalli, disperate corone.
    Vanità delle lune dove s’indugiano i poeti,
    cavalieri erranti, antiche sinfonie.

    Poesia
    sono tornei tra cielo e terra,
    cigni in lagrime, donne innamorate.
    Rosari di canicole dove smania la tortora,
    deliri di madreperla, narcisi impazziti.

    a.s.
    Praga, 28 gennaio 1977
    ————————————————————-

  9. antonio sagredo

    ancora… POETICA…

    ————————————————-
    Il suono della Cenere

    Ascese a me la parola intatta dai miei fili inconsapevoli e sul palco il canto
    e il suono della Cenere smorzato da serrate labbra e orecchie inascoltate.
    Al poeta fu detto: non ti basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie!
    Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.

    Cieche, come tritoni nel calvario di luminose oscurità, le stanze se ne andarono
    via da me lentamente… battelli in fuga dai moli e dai marosi! Muti gli stendardi. Non avevo che da stordire i gridi dei gabbiani che invano beccavano il sangue
    dei tramonti… i rostri pregarono le polene deformi di non sbattere sulle spume.

    Come una mazzata disattesa mi crollò quel sangue dal futuro – creature albine
    di conoscenza e di fede mi dissero tutto ciò che non ci sconvolse da tutte le disfatte e le condanne… e mi dissero gementi che m’avrebbero restituito gli occhi, ma non le mie visioni! Ero l’unico sano in un cottolengo di dislocati cerebri!

    E non pregavano per coloro che non c’erano, soltanto gli assenti non ci stupirono.
    Noi che dovremo in questo secolo di genocidi senza fine ristabilire la dolcezza
    e sui moli sorridere ai suoni e ai rintocchi della Cenere, proprio noi gli assassinati
    da Dio, dobbiamo scannare gli angeli per definizione come in un alogico assioma

    interdetto alla finzione! Il suono – di me – della Rovina – in me – dai miei gesti genera le stazioni degli Ossari… avanzi di città noi canteremo… non riconosceremo più i sobborghi dalle macerie, dai suoi fanali arsi di visioni… novembre, novembre degli arcobaleni mai è stato il mese dei morti!… è tutto l’anno in un

    secolo s’è ristretto come la legge delle visioni arse dagli occhi – e non mi silenzia il rumore di Dio! Il mio nobile disprezzo per la Storia! Il madrigale s’è oscurato per la Conoscenza! Oriente e Occidente non hanno più i monistici princìpi! E il suono della Cenere è crollato come il sangue dalle sorde ottave alle alcove… gemens, gemens!

    Credevo la Conoscenza una presenza di fedeltà, non una figura o una finzione,
    ma è un assassinio, un condursi alla forca o al rogo per soltanto dire andiamo a morire da Poeti, allegramente! Si ritrassero le stelle dalla propria luce, l’acqua, il fuoco e l’aria dalla Terra, e l’uomo dagli dei… il Nulla si ritrasse da se stesso,

    come il Tutto! Non sono un cinico, disse Ruben, sono assente come una metafora… le figure sono una tortura e non conosco la differenza fra le macerie! Accidia è là dove mi sorprendono con un Pensiero! Il resto non è nemmeno un delirio o un caos… non ho che la mia presenza: vivo per vivere e non per prepararmi a vivere!

    Basta con Dio e gli Dei! Con queste fandonie!… sono questi pastori che generano stermini: trionfi dei genocidi e delle Ceneri! Vedrete che mattanza questo secolo! Ci sarà da ridere come in una finzione di cartone, mi diranno solo su un palco è possibile! La realtà è altra cosa… ma i divani sanguinano… è ora di finirla con

    questa Terra! È una caduta di stile il Tempo! Come il mancato volo della mia Parola! Al poeta, si disse, non basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie! Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.
    Tento di piantare nel mio giardino un frutteto come Astrov, o come Antonio!

    Antonio Sagredo

    Maruggio/Campomarino, 4/11/15 agosto 2015
    (dal 4 agosto in treno Rm-Br)

  10. A proposito della poesia di Lucio Mayoor Tosi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30936
    Lucio Mayoor Tosi

    Lui e Lei avevano due simil gatti:
    Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
    E castrati.
    Andersen amava le camicie bianche
    Eckersberg il contatto con la nudità.
    “Fetente ma raffinato”, così recitava
    la pubblicità.
    Ma Lei aveva a cuore Andersen.
    Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
    anche stando in piedi mentre cucinava:
    sapori dell’India per loro e bianchi
    ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
    il nudista.
    Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
    Lui se non aveva da leggere svitava
    e avvitava qualsiasi cosa.
    John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
    Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
    e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
    (Se la noia non vi assale, penso io
    vuol dire che siete fumatori).
    – Tutta l’Europa del sud è un canile.
    A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
    Quell’Origine del mondo, appena concepito
    con furore. Quel leccarsi le dita…
    Lei non rispondeva (stava morendo).
    Contemplava le forme molli di un cubo
    le bollicine dell’axterol, le lancette
    dell’orologio sull’ora e i secondi.
    – Probabilmente il sole. Disse Lei.
    E non tornarono sull’argomento.
    Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
    – Credo che ad Andersen farebbe bene
    un piatto di trippa ogni tanto.
    Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
    ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
    Salgari sarebbe già partito in missione
    con a bordo almeno tre robot ambasciatori
    di marca tedesca.
    Ma era stagione di polveri.
    Difficile poter comunicare, inutile sprecare
    Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
    tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
    per spedire un messaggio criptato
    al sovrintendente dei beni umani,
    Ork il maligno; in realtà un povero cristo
    circondato da macchine, alcune a vapore
    (per via della pelle che nella stagione delle polveri
    gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
    “Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
    “Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
    Si dia una mossa”.
    La risposta non si fece attendere:
    “Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
    Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
    E in un secondo messaggio aggiunse:
    “Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
    Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
    Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
    nel sogno turco di Moon light.
    Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
    e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
    con Lei, che nel frattempo aveva terminato
    di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
    Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
    rumorosamente.
    Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
    un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
    stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
    Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
    a seconda del momento, solo ‘Zio.

    Lucio Mayoor Tosi in questa poesia ci rende familiare una serie di esperienze impossibili, il che non equivale ad una esperienza limite della condizione della normalità, quella in cui normalmente ci troviamo nella vita quotidiana, ma ad un’altra situazione che richiede un altro ordine di parole e un altro piano immaginativo. Si tratta di un’«altra» pratica delle parole, un «altro» modo di abitare il linguaggio poetico. Si tratta di una serie di esperienze impossibili che qui trovano convegno, esperienze che non potranno mai trovar luogo nell’ambito della normale vita quotidiana, almeno in quell’idea del quotidiano che un pensiero positivizzato vorrebbe farci credere. Il quotidiano qui è stato ridotto in frammenti, decontestualizzato e ricontestualizzato in un «altro» ordine, propriamente un ordine ultroneo ed erraneo che non è più in contatto con il pensiero unidirezionale e unilineare che una estetica positivizzata vorrebbe inculcarci, il quotidiano non è affatto quel monolite dell’io penso dunque sono ma abita un «altro» piano del reale, quello dove vige un «altro» principio: noi (una pluralità) forse pensiamo i pensieri di altri in un «altro» modo, il nostro modo è una pluralità di modi, e forse noi pensiamo veramente solo quando non pensiamo, solo quando pensiamo negli spazi, negli interstizi tra un pensiero e l’altro, quando sostiamo nei retro pensieri che non sono nostri ma di altri, che noi crediamo di aver fatto propri. Il fatto è che noi sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri. Ergo, noi siamo altri.

    Questo modo di intendere il reale e il soggetto, la soggettità e la soggettività, produce il mondo della «alterità». Il mondo è una continua alterità di eventi che interagiscono con la mia soggettività plurale, cambiandola, deformandola… i vettori di questa deformazione morfologica, di questo cambiamento sono la metafora e la metonimia, e la chiave di accesso a questi veicoli è l’«immagine» che può abitare contemporaneamente più spazi e più tempi. L’immagine temporalizza lo spazio e spazializza il tempo, l’immagine crea lo spazio nel mentre che crea il tempo, fa vuoto, crea il vuoto dal nulla e crea il nulla dal vuoto. Letteralmente: senza l’«immagine» la «nuova ontologia estetica» cessa semplicemente di esistere. L’impiego dell’«immagine» entro queste coordinate categoriali rende possibile il «pensare l’impossibile» della poesia di Lucio Mayoor Tosi e anche di quella di un Mario Gabriele, poesia la cui procedura è singolarmente complessa, plurale perché richiede una dimestichezza, una pratica della alterità del linguaggio, una pratica linguistica e metaforica del tutto nuova e inusitata, almeno per la poesia italiana, perché una tale pratica la si trova ad esempio nella poesia di un Tomas Tranströmer e in quella di un Petr Kral o di un Michal Ajvaz.

    Scrivevo in un commento del 22 aprile 2016 alle 17.38:

    caro Salvatore Martino,
    s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato. Essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di Ubaldo De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il «Centro». Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza». La Poesia è rotolata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al «Centro» di un universo eccentrico.

    In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini, insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento».

    Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro qualche anno sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.

    In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…

  11. Mi colpisce questa frase.”sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri”; c’è la tutta la problematica pirandelliana.Mi sono sempre chiesta(e continuo a chiedermi)se è possibile un pensiero completamente libero, se esiste una persona capace di ignorare ogni interferenza altrui.Credo di sì; ed è così che nascono i grandi asceti, ma, forse,anche i tiranni.

  12. carlo livia

    L’elemento discriminante e decisivo per una rifondazione categoriale della natura e funzione del linguaggio poetico, che possa riequilibrare con un’istanza propositiva, rigenerativa la decomposizione delle strutture morfo-sintattiche e la conseguente denuncia della illusorietà del valore referenziale, semantico e gnoseologico del linguaggio – deve porre al centro il valore noetico ed ermeneutico della sensazione-emozione-sentimento, rovesciando l’attuale gerarchia assiologica in cui predomina la funzione normativa e tassonomica del gesto nominativo del soggetto razionale, inevitabilmente dominatore, riduttivo e deformante.
    La nuova ontologia “estetica” ( aistesis , sensazione ) dovrebbe rimettere al centro di una visione riformata e più autentica delle strutture dell’essere, ciò che precede il linguaggio : la dimensione affettiva, il pathos, che per millenni ha generato il linguaggio mistico e mitologico, il canto di Orfeo, capace di trascendere i confini della vita mortale e ridale all’uomo il suo sguardo divino sull’eterno.

    QUASI EURIDICE

    Quelle donne d’altare necessarie al silenzio
    quei cieli spogliati nel sonno delle strade
    si amano scomparendo senza sapere perchè

    Il tempo si finge lontano ma impallidisce
    e lascia intravedere dalle fessure
    l’azzurro di violino sfiorato nell’amplesso

    Il suo sguardo è un calice d’ignota nostalgia

    e si muta in sette candelabri sospesi in alto mare
    quando lo sfioro in un sogno d’usignoli muti

    Le sue mani alimentano di musiche nuvolose
    gli immensi bambini malati
    nascosti nelle raffiche degli addii

    La sua voce adorna di brezze incestuose
    le verande autunnali di Mozart

    Quando si allontana i muri gridano
    tutti i peccati della notte

    Quando si stende sul mio letto il Paradiso oscilla
    fra un naufragio d’ostie e una lacrima infinita

  13. alfredo rienzi

    Caro Giorgio, caro Giuseppe Talia e cari tutti
    chi mi conosce sa che le parole “detrarre” e “accusare” non fanno parte del mio vocabolario e, a monte, del mio pensiero. E, nello specifico, non avrei ne armi, né competenze (né tempo, ahimé) per argomentare criticamente sui vari aspetti della interessante azione di ricerca e pratica poetica viene compiuta che su queste pagine (ma, conoscendo, da vent’anni Giorgio, anche su molte altre e precedenti pagine)
    Non mi dispiacerebbe, però, in fondo fondo – amo capire, è un vizio, lo so – su quale base nasca questa idea di “detrattore”, anche considerato che ho già espresso più volte, sia in privato, sia su queste stesse pagine (vedi ad es. 24 sett. 2017) di essere molto interessato, a tratti affascinato, dalle scritture che qui ho la fortuna di leggere. Quindi né detrattore, anzi “ringraziatore” per quanto ho la possibilità di leggere, né “accusatore”. Né, tantomeno – perdonami Giorgio – ambizioso costruttore di una poetica “personale”, figuriamoci., sai bene quanto ogni testo si porti dietro dubbi, lavorio, incertezze… Semplicemente la mia curiosità e/o la mia schizofrenia mi portano ad un naturale bisogno di muovermi, anche disordinatamente, su vari percorsi (lungitudinalmente o trasversalmente). Il compianto Gianmario Lucini pensava di gratificarmi dicendo che la mia poetica aveva raggiunto una certa riconoscibilità: a me questa cosa atterriva ed ho sempre cercato di provare (anche con eteronimi) registri nuovi e mutevoli, compresi, ripeto compresi, quelli molto vicini alle suggestioni forti e – per me, e parlo per me – interessanti della NOE.
    Però, dai, avessi un altro carattere potrei essere gratificato (oltre che dalla dedica di Giuseppe Talia) dal ruolo attribuitomi di “antagonista critico”: ma, oltre a non averne intenzione, non ne sarei all’altezza (ripeto). Magari qualche domanda, qualche aspetto tecnico può essere stato oggetto d’interesse e scambio d’opinione. Preferisco quindi, gratificarmi, con i testi proposti, di cui molti di assoluto interesse, come ben sanno alcuni amici di queste pagine. Tra l’altro, mentre scrivevo queste righe veloci (Demone dei Refusi, sii clemente…) mi giunge notizia dell’arrivo di Critica della ragione sufficiente. Quindi, buona lettura a tutti!

    • Giuseppe Talia

      Caro Giorgio e caro Alfredo (Rienzi),
      anche io stamattina ho ricevuto la Critica della Ragione Sufficiente, ho avuto veramente poco tempo per leggere, una rapida occhiata stamani a colazione e una maggiore lettura, anche se settoriale in questa prima serata in vista della cena. A una prima impressione a caldo, Giorgio hai definitivamente stabilizzato il linguaggio critico rispetto a “La nuova poesia modernista italiana”, in confronto Critica della ragione sufficiente, mi pare “fondante”, eliminati gli scarti della precedente, il discorso critico va oltre la crisi irreversibile di ogni linguaggio, in vista di una certezza maturata, un nuovo fondamento ontologico.
      Leggerò con attenzione nelle pieghe. La mia strana capacità di entrare nelle maglie dei poeti che ho letto e che ritrovo pari pari nella “Critica della ragione sufficiente ” mi ha fatto pensare a una sorta di appendice poetica alla riflessione sulla poesia contemporanea. Il mio è un pensiero presuntuoso (?), certo, ma non lontano dalla nuova ontologia, così come delineata dal nuovo empirismo critico di Giorgio.
      Stamattina, ricevendo il libro, tra una tazza di caffè e qualche biscotto, sono andato a ricercare me stesso e subito dopo il compagno vicino di pagine, Alfredo Rienzi, appunto, a cui va tanta della mia stima. Come Giorgio, anche io, per scrivere i medaglioni di La Musa Last Minute, ho letto molto degli autori che riporto e che Giorgio tratta. Con una boutade si potrebbe dire che Giorgio ed io, messi insieme , rappresentiamo in due gran parte dei lettori di poesia dell’italica penisola, e non solo.

  14. cari Carlo Livia e Alfredo Rienzi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30946
    penso che la follia più grande sia pensare che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca nella nebbia della indistinzione, della coincidenza di tutto con tutto. Ma questa è la posizione di un pensiero teologico, anzi, teocratico: volere che il nome e la cosa coincidano. Questo potrebbe essere il Paradiso, ma un paradiso cimiteriale perché in questo Paradiso il soggetto sparisce, cessa di esistere, l’esserci non avrebbe più alcuna ragione per essere e la storia cesserebbe di colpo. La poesia è il modo a nostra disposizione per far apparire questa divaricazione, che tra il nome e la cosa si apre una distanza che aumenta sempre di più nel corso del tempo e della storia. Dobbiamo accettare questa condizione come una condizione destinale, non abbiamo altra scelta che accettare di pensare questa distanza che aumenta in ogni parola e in ogni frase che noi pronunciamo, significa accettare di abitare questa divaricazione, questa distanza ingravescente come la nostra condizione ontologica, anche perché non ne abbiamo un’altra a nostra disposizione, anzi, è la condizione che dispone di noi.

    Abitare la distanza all’interno di ogni parola e tra le parole tra di loro significa tramutare la pesantezza in alleggerimento, significa pensare la parola e le parole come fatte di spazio «interno» oltre che «esterno», pensare i collegamenti tra le parole fatti per linee interne, pensare la metafora e la metonimia per le loro possibilità di essere pensate e agite secondo l’architettura delle loro «linee interne». È un rivolgimento copernicano questo che vado dicendo, ed io voglio invitarvi ad entrare dentro questo rivolgimento copernicano…

    Il linguaggio poetico è il luogo dove le parole vengono alla loro patria. Sono le parole che cercano una loro patria, il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinché esse possano venire quando lo riterranno utile. Dobbiamo accettare la nostra condizione, che siamo noi i padroneggiati, e che non padroneggiamo nemmeno una sillaba del nostro alfabeto, soltanto così ci apriamo alla condizione soggettiva che consentirà il rimpatrio delle parole nella loro patria metafisica. In fin dei conti la poetica altro non è che una strategia di comportamento per permettere alle parole di venire presso di noi.

    • Rossana Levati

      “Il poeta deve soltanto tenere aperte tutte le porte di ingresso del palazzo delle parole affinchè esse possano venire quando lo riterranno utile”: questa frase di Giorgio Linguaglossa mi richiama questa poesia di C. Milosz:

      “Ars poetica?”

      Ho sempre aspirato a una forma più capace,
      che non fosse nè troppo poesia nè troppo prosa
      e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
      nè l’autore nè il lettore, a sofferenze insigni.

      Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
      sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
      sbattiamo quindi gli occhi come se fosse balzata fuori una tigre,
      ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

      Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
      benchè sia esagerato sostenere che debba trattarsi d’un angelo.
      E’ difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
      se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

      Quale uomo ragionevole vuol essere dominato dai demoni
      che si comportano in lui come in casa propria, parlano in molteplici lingue,
      e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
      cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?(…)

      L’utilità della poesia sta nel ricordarci
      quanto sia difficile restare la stessa persona,
      perchè la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,
      e ospiti invisibili entrano ed escono. (…)
      (in C. Milosz, “Poesie”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

  15. Rossana Levati

    Sul potere delle parole e sulla loro autonomia rispetto al ruolo dell’autore, assolutamente non centrale nè indispensabile nel procedimento della scrittura, spero siano utili queste considerazioni di Manganelli, che risalgono al 1977, anno di prima pubblicazione del suo volume “Pinocchio:un libro parallelo”:

    “Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili.
    Mi basta affermare che da un punto di vista scientifico l’ipotesi dell’esistenza dell’autore è superflua. (…)
    La definizione dell’autore, essere umano che scrive parole al fine di raccontare una storia o incollare una poesia presuppone che ci sia un uomo fermo e che le parole, docili satelliti senza misteri, gli girino attorno, ed egli le catturi e disponga in un sistema verbostellare che chiama “la mia opera”. Risibile, risibile. Per quanto sia irritante, il signor comechesia (…) non è il centro del mondo”.
    E ancora:
    “Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo, e ne desta squame di pesci, squali, scheletri di navi, coralli, fosforescenze. (…)
    Posso sfogliare una pagina, e posso sfogliare una parola, anche andare a capo infinite volte di un a capo, leggere un bianco, tacere un suono, di ogni lettera fare un’iniziale. Nulla di ciò sarà mai arbitrario, tutto sarà rigoroso, ubbidiente, devoto”

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30949
    “Se diciamo «abitare la distanza», diciamo e sappiamo dire una contraddizione. Cerchiamo la maggiore condensazione che il linguaggio sembra permetterci per dire che non possiamo localizzarci definitivamente in alcuna parola e che neppure possiamo sfuggire la localizzazione della lettera immaginando un nostro nomadico essere sempre in movimento, sempre altrove. Se diciamo «abitare» perché non vogliamo dire «conoscere» o «cogitare», in tale importante trasferimento del senso del nostro luogo abbiamo comunque realizzato un transfert, ci siamo trasferiti nella parole, abbiamo comunque preso casa nella lettera, e da lì ci sentiamo dire «io». Se diciamo «distanza», intendendo l’esigenza di stare discosti da noi stessi, di prendere tempo e spazio nel nostro narcisismo, comunque ci ritroveremo in un’amicizia, in un patto con una parola amica.”1]

    «E da lì ci sentiamo dire “io”»! Come suona sgradevole questa frase, come suona fuori luogo quell’«io» che fuoriesce dalle frasi ad effetto della cicala parlante! Quante volte abbiamo dovuto sopportare con santa pazienza tutto quel dispiegamento dell’«io», quel metaforeggiare inconsulto, smisurato e manierato della carlinga dell’io! – Quell’«io» viluppo di narcisismo e di parole protervie è un luogo posticcio disabitato dalle parole, o meglio, abitato soltanto dalle parole retoriche, posticce e prepotenti.

    Pier Aldo Rovatti, Abitare la lontananza Raffaello Cortina, Milano, 2007. p. XXIX

  17. Una definizione di poetica, a mio modesto avviso,non dovrebbe precedere l’espressione artistica di un singolo poeta, o di un gruppo,ma derivarne.Disse bene l’Arcade:”Qui pare di stare in Arcadia”;aveva colto il senso di chi esprime,in solitudine o in gruppo,una fede poetica.Gli Arcadi intuirono, in qualche modo, che c’era un possibile ponte tra il bello e il sociale,tra l’incontro umano e l’espressione artistica.Gli Illuministi immediatamente accesero i loro fari abbacinanti ,cancellando ogni possibile finzione, col merito di preparare la strada verso il primo Romanticismo,il migliore.

  18. gino rago

    Gino Rago, A proposito del Quadridimensionalismo – Brano tratto da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 74/75]

    […]
    Esemplare appare in Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica il botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Maurizio FerrarisSul Qadridimensionalismo, secondo l’osservatore proustiano de «La Recherche».
    Soffermandoci su questo tema, [Pagine 74/75], Giorgio Linguaglossa dà la parola a Maurizio Ferraris [da ‘Emergenza’, Einaudi, Torino, 2016, pag.127].

    Sostiene Maurizio Ferraris:
    «[…] Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica «che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?» si ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione; la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria. Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento e resa quadridimensionale…[…] A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…»

    Risponde Giorgio Linguaglossa:

    «Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da ‘ La Recherche ‘ è questo: ma noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di rappresentazione […]»

    Gino Rago

    Sul quadridimensionalismo”

    “La madeleine*. Il selciato sconnesso.
    Il tintinnio di una posata.
    Le chiavi di casa perdute in un prato.
    Diventano in noi la resurrezione del passato?
    Fanno riapparire il tempo nello spazio?
    […]
    Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
    Il tempo perduto esce dalla profondità delle quattro dimensioni.
    Perché l’uomo è spaziotempo.
    Perché al profondo, nel lungo e nel largo
    soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
    Il tempo perduto. Il tempo passato.

    Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
    possono vibrare insieme solo nella Memoria.
    E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.

    La morte qui non c’entra. […]”

    A poem by Gino Rago
    “On quadridimensionalismo”

    “The madeleine. The pavement disjointed.
    The Jangles of cutlery.
    House keys lost in a lawn.
    Do they become the resurrection of the past?
    making time reappear in space?
    […]
    Thanks to memory the past repeats itself inside matter
    If time lost comes back again
    from the quadri-dimensional depth.
    Because man itself is spacetime.
    Because to the depth, length and width
    only man can bind what has been.

    Lost time. Time passed.
    The infinite points of space and the infinite moments of time
    can only vibrate together in memory.
    And the present is a fragment of time recalling the past.

    Death has nothing to do with this. […]”

    © 2018 English re-translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Meditazioni intorno a “Sul quadridimensionalismo” by Gino Rago. All Rights Reserved,

    Sobre el cuadridimensionalismo

    “La madeleine*. El asfalto desparejo
    El tintinar de un cubierto.
    Las llaves de la casa perdidas en un prado.
    ¿Son para nosotros la resurrección del pasado?
    ¿Hacen reaparecer el tiempo en el espacio?
    […]
    El pasado se repite en la materia gracias a la memoria.
    El tiempo perdido sale de la profundidas de las cuatro dimensiones.
    Porque el hombre es espacio tiempo.
    Porque en el profundo, a lo largo y a lo ancho
    solamente el hombre une lo que ha sido.
    El tiempo perdido. El tiempo pasado.

    Los infinitos puntos del espacio y los infinitos instantes del tiempo
    pueden vibrar juntos solamente en la Memoria.
    Y el presente es un esqueje de tiempo que recuerda el pasado.

    La muerte nada tiene que ver aquí […]”

    (Traduzione in spagnolo di Francesca Lo Bue)

    GR

  19. Steven Grieco-Rathgeb
    23 aprile 2016 alle 18:00
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30975
    Rileggendo e ripensando il post di Manzi sull’Ombra delle Parole, confermo quello che ho detto nel commento da me postato tre giorni fa. Ma a questo si è aggiunto un altro pensiero a cui da tempo cercavo di dare forma. Manzi me ne ha dato l’occasione. E l’occasione mi viene data anche dal post attuale, con la poesia di Linguaglossa.

    Basandomi, ovviamente, sulle poche poesie di Manzi che ho visto, osservo in queste un linguaggio cifrato, obliquo: una volontà di piegare l’immagine-concetto perché questo possa passare vicinissimo al suo effettivo dire, letteralmente a un millimetro, senza mai toccarlo realmente, al massimo sfiorarlo. E’ una “timidezza” che nasce dalla consapevolezza del poeta che “tutto è stato detto” – o meglio che “i possibili modi di dire le cose sono stati tutti detti, esauriti”, e il pericolo più grande è ripetere il già conosciuto. Non per una questione pretestuosa di “originalità” o meno, ma perché ormai il compito più duro del poeta è di divincolarsi dall’abbraccio massacrante della civiltà delle immagini visive, che macina tutto, consuma e dimentica.
    In Manzi questo avviene secondo me, e così torno a un mio pensiero che ho più volte esposto qui, perché la civiltà delle immagini, con la sua irruenza e prepotenza, dà al fruitore (noi tutti, compresi i poeti, che non possono da questo punto di vista rivendicare la benché minima posizione di prestigio o di inattaccabilità), dà al fruitore, dico, esattamente il senso di troppo pieno, di offerta, mille volte più offerta rispetto alla domanda, per cui siamo totalmente sazi. Il senso di sazietà culturale più di ogni altra cosa nuoce alla poesia, che è massimamente l’arte del silenzio, del gesto appena visibile. La poesia è questo. Nessun Majakovskij, con tutti i suoi squarci e urli e trionfalismi, è mai riuscito a rompere questa blindatezza della poesia. (E lui lo sapeva benissimo, ahimè.)

    Dal canto suo, il poeta oggi che non ha analizzato bene la situazione attuale, che non ha fatto i conti con essa, si chiude in un suo isolamento e così pensa di essere salvo da questo vociare aggressivo di immagini. Di poter fare poesia nel suo angolino. In Manzi, come anche in Roberto Bertoldo, assistiamo invece ad un serissimo, lacerante tentativo di affrontare la più difficile questione che si pone oggi al poeta: come scrivere poesia pur sfuggendo alla macchina banalizzante e macinatutto. Dove trovare questo linguaggio, in quali, quali risvolti nascosti della realtà. Ogni strada sembra sbarrata, o finisce per rivelarsi un sorridente inganno.
    Affrontare la questione richiede moltissimo coraggio, e questo sia Manzi che Bertoldo lo hanno fatto in modo mirabile.

    Ciascuno a modo suo. Manzi come ho detto crea una poesia che ogni volta, o quasi ogni volta, sfugge di un millimetro al bersaglio, a quella volontà di comunicare il senso di ciò che pure vorremmo dire. Con questo stile “obliquo”, questa lotta di ombre che pure si percepisce fisicamente, questo cozzare di pensieri impalpabili che pure si sentono urlare, Manzi crea una poesia di grande forza e suggestione. Non avendo egli voluto scendere ad alcun compromesso con ciò che lo avrebbe macinato nel tritacarne, la sua poesia è volata via in una dimensione dove le ombre fanno rumore, creano in noi non-rumori, che a loro volta scendono echeggiando nei corridoi angusti di una lucidissima e grandissima disperazione.

    Ad una simile disperazione si assiste in Roberto Bertoldo, ma qui viene risolta in modo del tutto diverso. Il suo metodo viene benissimo definito da quello che Peter Brooke dice di Samuel Beckett, in “Lo spazio vuoto” (tradotto in italiano, edito da Bulzoni Editori, lettura di grande insegnamento al poeta): “E’ così che i drammi scuri di Beckett sono drammi di luce, laddove l‘oggetto disperato che viene creato è testimone della ferocia del desiderio di testimoniare la verità. Beckett non dice un ‘no’ soddisfatto: egli plasma uno spietato ‘no’ spinto dall’anelito al ‘sì’, e così la sua disperazione è il negativo da cui è possibile delineare il profilo del suo contrario.” (Pag. 65 dell’originale inglese di questo libro).

    Una poesia di Roberto Bertoldo, fra le tante, mi sembra possa ben rappresentare questo anelito:

    Lei mi parla di un silenzio
    che io ho dovuto ingoiare
    tra i frantumi delle parole
    come un buco e le sue cornici.
    Lei parlando si condanna
    a ferire il nulla che attesta
    perché non può cancellare il tono
    che sussurra con le foglie /
    quando cadono. Noi vinciamo
    attraverso l’atmosfera che inneggia alle ombre.

    (Dalla raccolta Il Calvario delle Gru, 1998-200, nella sotto-sezione “Lettere alla Gazza, alla Cicala, al Giaciglio”).

    Vi rendete conto della estrema inafferrabile bellezza di questa poesia? In Bertoldo ogni tentazione a ricadere nel liricismo viene rifiutata aspramente, con dissonanze e stridori tanto fonici quanto di concetto. Mentre Manzi cerca, e perché no, un’armonia, per quanto cupa.
    In Bertoldo assistiamo inoltre al poeta che duramente ed esplicitamente contesta il poeta. Il poeta è un essere inferiore: è ipocrita, è un debole, è un traditore, sdolcinato e sentimentale, opportunista.

    In Bertoldo questa ira del poeta si abbatte sul poeta e sulla poesia volta dopo volta dopo volta. Ma ciò malgrado il poeta continua a stare dentro la trappola della sua poesia. Insomma, è poeta o non lo è? Se ha il coraggio di dire, “sì, sono poeta”, eccolo allora servito con la trappola della poesia come sua abitazione. Tutti i suoi sforzi per uscire sono vani, la poesia stessa (e il mondo che traluce attraverso di essa, perché cosa è la poesia se non mondo?) non gliene dà la possibilità. Non appena il poeta ha finito di distruggere la sua stessa poesia, scrivendola con ira e senso di sconforto e disperazione, eccola ricostruita, ricomposta. In Bertoldo sentiamo sempre il bisogno doloroso, ineludibile, della poesia. (Ma questo anche in Manzi.)

    Ecco perché la decostruzione bertoldiana dei linguaggi poetici precedenti risulta pressoché totale.
    Vado avanti e parlo della poesia di Giorgio Linguaglossa, che aggiunge una bellissima novità a questi due importanti poeti: l’irruzione nella poesia della “vera”, “reale”, realtà. Nell’assemblare situazioni, frammenti, frasi forse reali forse non reali, egli dà a questi il senso che essi non siano rappresentazione della realtà, bensì realtà vera e propria.
    Sì, l’ha fatto anche Eliot. Ma Eliot lo ha fatto per i poeti degli anni 1910 e 1920. Giorgio lo fa oggi, nel primo decennio del 21° secolo. Niente è gratuito, tutto va rifondato, di generazione in generazione.

    L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica. E’ stato un sovvertimento di 60 anni di poesia intimista. Ecco perché ci insegna qualcosa di nuovo, oggi, nell’aprile del 2016.
    E non è l’irreale, il fantasmatico di Borges. In Borges anche l’intromissione del reale è fantasmatico. Qui invece le parole “Grieco-Rathgeb” hanno buttato la poesia per strada, l’hanno costretto a misurarsi con i rumori della strada.
    Anche i poeti medievali sentivano qualcosa di nuovo nell’aria, che ancora percepiamo noi lettori, 700 anni più tardi. Ho già menzionato i versi di Dante, ““Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”

    Ecco invece Cecco Angiolieri
    :

    – Accorri, accorri accorri, uom, a la strada!
    – Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.
    – Chi t’ha rubato? – Una, che par che rada
    come rasoi’, sì m’ha netto lasciato.
    – Or come non le davi de la spada?
    – I’ dare’ anzi a me. – Or se’ impazzato?
    – Non so; che ‘l dà? – Così mi par che vada:
    or t’avess’ella cieco, sciagurato! –
    E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?
    Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,
    ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,
    ché ti diparti. – Con animo rio!
    Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!
    Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?

    Sono orgoglioso di leggere questa poesia come straniero, come non-italiano, e avvertirne tutta la bellezza e freschezza.

  20. antonio sagredo

    ultimi, ecc.
    ————————————————————————————
    ancora un burlesque

    Il mondo è sempre stato eguale nella realtà
    e non siamo per nulla differenti dal nostro ragionare.
    Soltanto il singolo sparge una chiassosa disonestà,
    fallendo la disistima di lontane creature ignote.

    La perdita della poesia risiede nella dimenticanza
    di chi permane nella propria coerenza personale,
    per questo la soglia è sbarrata, la serratura blindata
    e nessuna creatura può varcarle o superarle.

    Io parlo sempre e dovunque di poesia in disaccordo,
    perché è disonesto comporre migliaia di versi e con gioia,
    e dissuasi da una piacevole libertà con tutti gli sconforti
    della materia negativa generano in noi una marionetta.

    Antonio Sagredo
    (marzo 2016)

    —————————————————————
    Senza fine

    Quando attratto per ogni dove mi ritrovai malato di battelli
    e i viventi prestavano un sorriso ai morti per il tempo di leuca
    fino alle ceneri le nostre parole mi risposero con uno sberleffo
    dietro la quinta dov’io svernavo con tutti i miei affanni i gesti e

    le parole. Accompagnatemi, nastri funebri! Anche i corvi sono fuggiti
    dai cipressi sotto neri cieli dopo le aurore! Gli stendardi di carni
    come risacche straziati da tramonti in fuga e i marosi sulle rocce a picco –
    banderuole di lacrime dei venti e le rose sfatte sui moli dell’oblio.

    Cremate la musica, le note e i suoni all’ora sesta nel patio
    perché la guerra di Troia non è finita e chi ha perso lo ricordo
    bene quando sulle rive lasciaste astragali che sparlavano di vaticini
    e i vermi a squarciagola: a quando, quando l’immortalità alla Morte?

    Antonio Sagredo
    Maruggio-Brindisi, giugno 2016

  21. gino rago

    Gino Rago, A proposito del Frammento, della Storia e del Tempo interno delle parole – Brani tratti da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, [pp. 91, 94]

    […]
    Scrive Roland Barthes:

    «Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.

    E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1

    Risposta di Giorgio Linguaglossa

    Ecco descritto in modo mirabile la fenomenologia del «frammento» nella lettura di una fotografia. Il frammento lo abbiamo davanti agli occhi in ogni istante della nostra giornata. La fenomenologia del mondo si dà in forma di frammento, non dobbiamo scomodare i grandi filosofi per scoprire questo dato di fatto. Noi conosciamo il mondo attraverso i «frammenti», e non potrebbe essere diversamente. Io dico solo una cosa: che la nostra attenzione di poeti deve essere sollecitata dalla comprensione dell’intima natura del «frammento», comprendere che in esso c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi… Io dico solo una cosa: è questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che noi troviamo nella poesia più evoluta di oggi.

    Leggiamo una poesia di Donatella Costantina Giancaspero:

    È domani

    Eppure è già domani,
    a quest’ora fonda della notte,
    quando, nei condomini, i muri,
    che separano vita da vita,
    hanno spessori di silenzio
    e dalle strade il buio rimanda
    rare sirene, eco sorda di macchine.
    S’impiombano
    attoniti, nel vuoto,
    i binari della metro di superficie.

    È domani
    e non vale la veglia ostinata,
    non servono i rituali del fare
    a prolungare l’oggi.
    Questo domani, questo tempo muto,
    scattato da una combinazione di lancette,
    cielo acerbo, sospeso
    sulla zona franca del sonno, dove, ignoti,
    già tanti destini si compiono,
    questo è l’oggi.

    Tra poco, la notte sbiadirà
    in un brusio di appannati risvegli
    e frulli, alle finestre, cinguettii,
    di luce in luce più canori,
    fino al sole pieno, puntato sulla città.
    E sarà azzurro,
    azzurro estremo, impietoso,
    nel suo occhio fermo,
    astratto dagli occhi,
    dissuasi, volti altrove;

    perché altrove li volge
    questo Tempo acuminato,
    dov’è vita ferita che dispera la vita,
    nei quotidiani martìri,
    nelle morti suicide per dignità negata,
    nelle stragi, ai tribolati confini,
    dove affonda il cuore

    e la notte
    di un altro domani.

    ***
    Ecco un esempio di rappresentazione del «tempo sospeso»,

    del «tempo muto», «scattato da una combinazione di lancette», «zona franca» dove «questo è l’oggi», dove l’«oggi» «è già domani», dove il tempo interno delle cose si intreccia con il tempo interno dell’«io» poetante. Il tema è trattato con un verso libero e breve, direi con armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti frastici.
    Quello che io voglio dire è che la poesia contemporanea, quella non di scuola o letteraria, è ricca di annotazioni riflessive e rappresentative sulla questione del «tempo interno», del «tempo esterno», del «mondo interno», del «mondo esterno» etc. Il problema è di prenderne atto e di capire che non è solo una questione tematica ma va trattato mediante una soluzione stilistica, metrica, posizionale. In fin dei conti, una nuova poesia nasce sempre sia da un nuovo sguardo sia da nuove tematiche (ad esempio, la fotografia), sia da nuove tecniche metriche[…]

    1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.

    GR

  22. gino rago

    Brevi riflessioni su Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica di Giorgio Linguaglossa

    “[…] Se da un lato questa ponderosa (e ponderata) opera psicofilosofica di Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, avvince per eleganza, precisione, energia del linguaggio dell’autore, dall’altro convince per la finezza esegetica con la quale l’opera scandaglia uno ad uno i singoli testi presi in considerazione, senza far passare in secondo ordine l’agile capacità dell’autore di sintetizzare in poche, icastiche pennellate anche fenomeni culturali complessi.
    Non si esagera nel sostenere che questo recentissimo libro di Giorgio Linguaglossa si pone tra i migliori e più illuminanti lavori di critica letteraria militante, volto com’è a individuare e definire in pochi, chiari tratti le essenziali linee di tendenza agenti nel turbinio della galassia di voci pronte a risuonare sul dorso di tutta la nostra penisola […]
    Qualcuno dice e teme che questa opera potrebbe dare le vertigini…
    Ma il rischio si azzera per la sapiente regia di Linguaglossa di sorreggere le numerose parti del libro con efficaci e resistenti appigli gnoseologici e linguistici che consentono all’autore di sviluppare, dalle prime alle ultime pagine, un discorso coeso, coerente, chiaro nella cui economia generale giocano un ruolo decisivo la pars destruens e la pars construens […]”

    GR

    • Condivido pienamente le parole di Gino Rago, e confido in una ampia diffusione del libro di Linguaglossa, tanto più prezioso quanto più nato”sul campo”, frutto di una lettura dei testi poetici illuminata da oggettività e misura, ignara di suggerimenti faziosi.

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Mario M. Gabriele

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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