La nuova ontologia estetica – Poesie di Tomas Tranströmer, Ewa Lipska, Mario M. Gabriele, Francesca Dono, Fritz Hertz, Donatella Costantina Giancaspero, Edith Dzieduszycka, Giorgio Linguaglossa – Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero – Intorno ad una diversa ontologia delle parole

Foto Karel Teige

-Tu conosci Sally?.
È una donna sulky, un po’ surreale-.
-Ma lei non è più qui- disse Larry.
-E che sarà di noi?.
E che si dice di là nella vita,
di là da quelle parti, là in parte?-.
-Hallo, Cristina! Ich kann dir helfen?

Poesia di Mario M. Gabriele

1
autostrada per Brera
con i pensieri agli otages del 45
senza la sindrome di Stendhal.
Diciamolo pure tra noi, Joyce:
Molly Bloom incanta ancora.
Ernest aveva un angioma sulla guancia
che sembrava uno schizzo di Mirò.
-Tu conosci Sally?.
È una donna sulky, un po’ surreale-.
-Ma lei non è più qui- disse Larry.
-E che sarà di noi?.
E che si dice di là nella vita,
di là da quelle parti, là in parte?-.
-Hallo, Cristina! Ich kann dir helfen?-.
Per noi questa nascita
fu come un’aspra ed amara sofferenza,
come la Morte, la nostra Morte.
La regia non toccò il Finale di partita.
rimise a posto Le finestre di Magritte
e il Portrait of a Lady.
David tacque di fronte all’Unde Malum.
(…)
Non abbiamo trovato blazer Trussardi
ma camicie as aufzüge nell’outlet.
Dalla cima del Mc Kinley, imbiancata di neve,
scivolammo fino al padiglione Pickwik
tenendoci per mano senza fermarci al Park Down,
facendo il giro del lazzaretto,
lasciando ai miseri la Misericordia,
e ai dannati Le voyage dans la lune.
Brecht rimase sul sofà con Madre coraggio.
Nelle nursing homes
i pochi rimasti nella veglia
attendevano miracoli dal guru,
guardando le sfere passare oltre,
dilagare gli anni in lutti e gioie.
a sera porremo per tutti un bouquet di loto e di talee.
ognuno avrà freschezza di lini e di rugiada
e tutto si compirà in prodezze di oracoli e scritture
in un tempo oscuro e breve,
poco più d’un attimo, una stagione.
Ci fu chi domandò:
-Chi c’è là nel metamondo?.
E Linda è vero che sta con voi?-.
Si era spezzato il dialogo con gli altri,
né vennero al cold reading il dottor Gary
e l’umanista Schwartz smarriti in un viaggio,
chi a bordo delle navi,
chi su malferme barcarole.
(…)
Ci sono anni che sembrano boschi,
strade senza uscita, Signora Spolding!
Qui ancora si contano i ragazzi del Quaranta,
mentre saltano pick-up,
bruciano palmizi,
boati scuotono le strade.
Good bye, mamà!.
Nessuno più ti metterà le flebo e i tubicini.
Ci saranno stati piccoli rumori, scricchiolii.
Ma chi li ha sentiti?.
Lucy, non so dirti!.
abbiamo spento il widescreen.
E’ successo all’improvviso.
Volevo solo restare nel sogno,
chiedere a Willy dove fosse la sua anima
quando lasciò il paese
passando lungo i campi dei papaveri rossi.

da In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2018)

Laboratorio 5 zagaroliLaboratorio 5 poeti
*
Leggiamo qualcosa di Tomas Traströmer:

Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da dentro, una viene da fuori e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stessi
*
Talvolta si spalanca un abisso tra il martedì e il mercoledì ma ventisei anni possono passare in un attimo: il tempo non è un segmento lineare quanto piuttosto un labirinto, e se ci si appoggia alla parete nel punto giusto si possono udire i passi frettolosi e le voci, si può udire se stessi passare di là dall’altro lato.
*
Che cosa sono io? Talvolta molto tempo fa
per qualche secondo mi sono veramente avvicinato
a quello che IO sono, quello che IO sono.
Ma non appena sono riuscito a vedere IO
IO è scomparso e si è aperto un varco
e io ci sono cascato dentro come Alice
*
Lasciare l’abito / dell’io su questa spiaggia, / dove l’onda batte e si ritira, batte // e si ritira.
*
Una fessura / attraverso la quale i morti / passano clandestinamente il confine
*
Ho fatto un giro attorno alla vita e sono ritornato al punto di partenza: una stanza vuota
*
… una mattina di giugno quando è troppo presto per svegliarsi e troppo tardi per riaddormentarsi…
*
… e dopo di ciò scrivo una lunga lettera ai morti
su una macchina che non ha nastro solo una linea
d’orizzonte
sicché la parole battono invano e non resta nulla
*
Io sono attraversato dalla luce
e uno scritto si fa visibile
dentro di me
parole con inchiostro invisibile
che appaiono
quando il foglio è tenuto sopra il fuoco!
*
Leggevo in libri di vetro…
*
Stanco di tutti quelli che si presentano con parole,
parole ma nessuna lingua
sono andato sull’isola coperta di neve
[…]
La natura non ha parole.
Le pagine non scritte si estendono in tutte le direzioni!
*
…la baia si è fatta strana – oggi per la prima volta da anni pullulano le meduse, avanzano respirando quiete e delicate… vanno alla deriva come fiori dopo un funerale sul mare, se le si tirano fuori dall’acqua scompare in loro ogni forma, come quando una verità indescrivibile viene fatta uscire dal silenzio e formulata in morta gelatina, sì sono intraducibili, devono restare nel loro elemento

Commento di Giorgio Linguaglossa

Sono versi di Mario Gabriele e di Tomas Tranströmer… il problema è che il «vuoto» c’è, e chi non lo ha mai intravisto non lo metterà mai nella propria arte… il problema è percepirlo e saperlo mettere sulla pagina bianca. Il «vuoto» della civiltà moderna non lo ha inventato la NOE, c’era già prima della NOE. Il problema è che c’è, ed è ben visibile l’Assoluto, che è assolutamente incontraddittorio, e quindi incoglibile. A loro modo sia Mario Gabriele che Tomas Traströmer fanno poesia dell’Assoluto, del dio dell’istante, di tutto ciò che è incoglibile.

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

poesia di Edith Dzieduszycka da Squarci (inedito)

Perché bottino.
Perché tesoro.
Prezioso, labile, fluttuante,
pronto ad evadere, malgrado corda, catena,
nastro, promesse, lusinghe, minacce.
Non essere mai sicuri,
tornare e ritornare,
di giorno, di notte,
su luoghi, pensieri, parole, dubbi,
verificare, correggere, controllare,
non fidarsi, star in allerta, misurarsi.
Non accontentarsi.

*

Si negavano, i personaggi.
Si negavano con ostinazione.
E non era dato sapere,
se ancora dovevano arrivare,
o se, arrivati, erano già scappati,
da ogni interstizio, da ogni crepa.
Se si nascondevano dentro le buche,
sotto la sabbia, negli anfratti delle rocce.

Non si riusciva a capire
se avevano deciso di rifiutarsi,
di trattenersi di comun accordo,
di non saperne di venire,
alla luce, all’evidenza, alla ribalta.
Se si ribellavano allo strapotere
di chi avrebbe potuto decidere al loro posto,
di chi li avrebbe trasformati in marionette,
in fantocci senza volontà,
costretti a promiscuità indesiderate,
matrimoni forzati, separazioni dolorose,
lavori inadeguati, rinunce penose,
vergognosi fallimenti.
di chi li avrebbe incanalati
dentro comportamenti condannati,
di chi li avrebbe fatti tiranni, vili, assassini,
ignoranti, emarginati, affamati,
o santi, navigatori, scopritori, poeti.
I primi della terra come gli ultimi.

Di chi avrebbe avuto il potere di costringerli
al silenzio, all’immobilità, alla poltrona,
al letto, alla morte.
Perfino alla non morte.

*
poesia di Fritz Hertz -Francesca Dono

caro tesoro – una poesia di Fritz Hertz

Caro tesoro, sono uscito presto. A voce bassa. Velocemente,\ come un ladro.
In cucina lascio due mele. Sulla sedia inclinata il tailleur di lana verde. La sveglia ha suonato mezzo secolo. Nel frattempo mi sono rasato e spogliato sotto il neon per ben tre volte. Avevo la saponetta di sempre.
Il solito rumore della scala.
Caro tesoro , c’è modo di svegliare questo sonno?
Le foche battono la fiacca. Tutti chiedono il tuo mondo. Non avrai (per caso) scordato il nostro amore? Agamennone è qui. Sul selciato del vicino di casa. Dal rovescio della notte in pieno giorno. Tu lo capisci _ vero?
Testata politticoLaboratorio 4 Nuovi
Giorgio Linguaglossa

Lo specchio

Dimmi qualcosa sullo specchio.
Cosa c’è dietro?

Non lo so.
Forse dovresti guardare cosa c’è davanti… allo specchio.

 

Poesia alla maniera di Ewa Lipska

Caro Gino Rago, cara Rossana Levati,
e compagni di cordata, senza escludere Mario Gabriele e
Donatella Costantina Giancaspero e Anna Ventura, e Francesca Dono,
e tutti gli altri che non nomino…
dico che non è più l’ora del congedo cerimonioso,
che Giorgio Caproni si è sbagliato,
Enea non passa di qui, non prende il tram
forse non è mai passato per queste spiagge,
qui siamo in pieno Dopo il moderno. Tu mi chiedi cosa ci sarà
Dopo il moderno? Bene, ti rispondo come posso:
ci saranno avanzi, scarti, residui, rottami,
non useremo più francobolli, non spediremo più
lettere affrancate alla maniera di Ewa Lipska,
non avremo più bisogno di comunicare i nostri pensieri,
non scriveremo poesie sui vetri, non lasceremo
cicatrici sui vetri…
sommessamente dimenticheremo anche
i nostri pensieri, non avremo altre parole che quelle di plastica,
quelle raffreddate, non per via del raffreddore, no,
ma per via del gelo universale…
e dopo di ciò scrivo una lettera ai morti
su una macchina da scrivere che ha un nastro nero che inghiotte
tutte le lettere
percuoto con forza i tasti… ma c’è un abisso nel quale
le parole scompaiono

*

Ewa Lipska

Lo specchio

Cara signora Schubert, mi capita di vedere
nello specchio Greta Garbo. È sempre più simile
a Socrate. Forse la causa è una cicatrice sul vetro.
L’occhio incrinato del tempo. O forse è solo una stella
che sbraita nel vaudeville locale.

Strilli Gabriele2

Commento di Giorgio Linguaglossa
7 febbraio 2018 alle 16:14

Ogni linguaggio poetico ha una propria Grundstimmung (tonalità dominante). Ogni poesia ha una propria tonalità e ogni abitante nel nostro mondo ha un proprio modo di sperimentare la propria estraneità a noi stessi e ogni poeta espropria questa estraneità per trasferirla nel linguaggio poetico. Si tratta di un esproprio dunque, e non di una riappropriazione di alcunché. Il linguaggio poetico è lo specchio che ci mostra il vero volto della nostra estraneità a noi stessi, lì non è più possibile mentire e non è più possibile dire la «verità». Forse, in questa antinomia viene ad evidenza la scaturigine profonda della metafora silente: l’impossibilità di dire la «verità». Nella metafora silente si ha l’ammutinamento di tutte le metafore e la silenzializzazione di esse, viene ad esistenza linguistica il silenziatore della verità e della menzogna, l’essere la metafora silente e le metafore tutte, fumo linguistico, un segnale di fumo e nient’altro.

Il nostro abitare spaesante il linguaggio è la precondizione affinché vi sia linguaggio poetico, giacché non v’è possibilità di adire al linguaggio poetico senza questa pre-condizione soggettiva. C’è un esercizio dell’«abitare poeticamente il mondo» che è la precondizione affinché vi sia un linguaggio poetico, ma noi non sappiamo in cosa consista questo «abitare poeticamente il mondo» e non potremo mai scoprirlo. In questo «abitare spaesante» il linguaggio si ha un abbandono e un ritrovarsi, un trovarsi che è un abbandonarsi in ciò che non potrà mai essere né abbandonato né ritrovato, perché se lo trovassimo cesserebbe l’abbandono e se lo abbandonassimo lo potremmo sempre ritrovare per davvero e non c’è maieutica che lo possa ricondurre dalle profondità in cui questa condizione è sepolta. Non c’è maieutica che ci possa garantire l’ingresso nel portale del poetico, giacché esso non è un dato, né un darsi, ma semmai è un ritrarsi, un oscurarsi.

L’entrata in questa radura di oscurità apre all’Ego la dimensione illusoria del linguaggio poetico, essendo l’illusorietà il parente più prossimo in quella linea genealogica che collega il linguaggio poetico al «dire originario» del quale abbiamo smarrito per sempre il filo. Allora, non resta che accettare tutto il peso del gravame di cui ci diceva Nietzsche per gettarlo a mare come inutile zavorra e alleggerirci alla massima potenza, accettare di impiegare i resti e gli scampoli, gli stracci e i frantumi quali elementi consentanei alla nostra condizione esperienziale.

Allora forse occorre abolire e abitare in un medesimo tempo la distanza che ci separa da noi stessi per adire ad un linguaggio più interno a noi stessi. Abitare una condizione esperienziale e abolirla subito dopo averla esperita è la risultanza paradossale del nostro essere nel mondo.

Strilli Král A tratti un libro ripostoStrilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assentiLettura di una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

 Intorno ad una diversa ontologia delle parole.

Un giorno una poetessa mi disse che cercava di non leggere la poesia di alcuni autori contemporanei perché si sentiva minacciata da «quelle parole» che piombavano sulla pagina con la forza posticcia del magnete dell’io che, nella sua strategia difensiva ed auto organizzatoria, si pone sempre in ascolto di ciò che più gli garba e che non collide con le esigenze di auto organizzazione dell’io, perché non v’è mai stato un canto sepolto e originario di cui sarebbe da trovare il bandolo di una matassa sfuggita di mano… occorreva invece, mi disse, una diversa pratica della poesia, una pratica che fosse una distanziazione, un prendere le distanze e un allontanamento da quelle pratiche totalizzanti e totalitarie che vogliono assoggettare la parola al governo autoritario di una linearità sintattica oggi insindacabile e oggi invece ingovernabile in quanto presuppone una concezione totalitaria dell’io, e che al contrario occorreva sindacare, interrompere, ripudiare, porre tra parentesi quel tipo di costruzione attanziale in quanto posticcia, prodotto del lavoro dell’io, superfetazione dell’io, epifenomeno dell’io posticciamente posto… occorrerebbe, al contrario, lavorare sull’io per interromperne il collegamento al segno linguistico referenziale e referenziato che una certa tradizione ci ha consegnato in eredità. Ma, come fare? Come fare per uscire da questo circolo vizioso che ci riporta inevitabilmente al «canto sepolto e originario»?, seduttivo sì, ma fittizio in quanto facente parte della strategia difensiva e auto organizzatoria dell’io?

Occorre allora introdurre nella costruzione una de-costruzione, nella letteralizzazione una trans-letteralizzazione, nella contestualizzazione una trans-contestualità che interrompa lo scorrere frastico del tempo sintattico unilineare, che lo ostacoli e ne mini l’ordine prestabilito dal logos autoritario ma con il quale la «nuova poesia» non ha nulla da spartire né condividere. In questa diversa pratica delle parole è indispensabile introdurre una distanziazione da esse e tra di esse allo scopo di giungere ad una «altra» fisicità delle parole, a una più vera fisicità delle parole. In fin dei conti la letteralità è una convinzione e una convenzione che può essere accerchiata, destituita e rimossa.

Improvvisamente, ciò che ci appariva nella sua enorme pesantezza, si rivela invece come liberatoria, le parole possono venire alla luce libere, senza dover attraversare quelle paratie difensive, quei muraglioni intimidatori che le vorrebbero respinte e respingenti. E allora scopriamo che quella «pesantezza», come diceva Nietzsche, si è convertita in «alleggerimento», il peso più grande è diventato il peso più piccolo, l’arroganza di certe parole è diventata mitezza, abitabilità. È il peso del linguaggio che qui è in questione, quel peso che è diventato insopportabile e produce afasia… Ed è inevitabile che quando un universo di parole collassa, sorgano anche le nuove parole di un altro universo… Così, non resta altro da fare che operare un ripiegamento, una ritirata ad un’altra posizione posta più indietro, ad una distanza di sicurezza, dietro l’io che ci sorveglia e incute pesantezza; indietro, molto più indietro, prossimi alle parole più fragili; rinunciare a tutte le posizioni acquisite, alle posizioni di comodo, rinunciare alle rendite parassitarie… E allora, «ripieghiamo in direzione del bar»…

Donatella Costantina Giancaspero

Ripieghiamo in direzione del bar

Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
e smottamenti di luce tra le crepe.

Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
verso l’inverno.
Camminano con noi fino alla meta. Poi,
li lasciamo andare.
Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
in quell’istante che apre la porta agli occhi rievocativi
e agli specchi.

Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
vado un po’ per tentativi…

Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
Nel fondo, resta il dubbio.

*

Nous replions vers le bar, en marge de l’automne.
Nos semelles obéissent au terrain, qui pourrit entre averses
et éboulements lumineux au fond des crevasses.

D’un bloc à l’autre, les passants acheminent le crépuscule
vers l’hiver.
Ils marchent avec nous vers le but. Et puis,
nous les laissons aller.
Nous laissons aussi le refuge des poches,
en cet instant qui ouvre la porte aux miroirs
et aux yeux qui se souviennent.

Les voilà appuyés au zinc, en silence, -devant, le café que tu m’as offert-
sans répondre à la demande “combien de sucre?”.

Des petites choses, tu sais, je ne suis plus tellement sûre, désormais,
je procède un peu à tâtons…

Un sourire opaque, en réponse, de la glace derrière le banc.
Et la gorgée pleine, avec un arrière-goût d’inaptitude. (ou impuissance)
Tout au fond, reste le doute.

(traduzione di Edith Dzieduszycka, che già in sé è un’altra poesia)

Foto Karel Teige_1

Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?»

Commento di Giorgio Linguaglossa

Abitare la lontananza

L’ordine del senso è straniero all’ordine dell’essere. Poiché il fine del significante è anticipare il senso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero evita accuratamente di indicare il significante o un significante purchessia, perché esso sarebbe la dimostrazione di un senso, anche se improbabile e purchessico; e lo evita abolendo sia l’«io» che il «tu», istituendo soltanto la terza persona singolare e il riflessivo. Abolendo le figure pronominali l’«io» e il «tu» che non designano null’altro che un circuito tautologico interno alla proposizione, la poesia ci induce a ritenere che dobbiamo accettare il vivere nella contraddittorietà quale enigma profondo del reale; dunque la sua assoluta incoglibilità. Non è possibile cogliere il reale. L’illusione è il reale che si guarda allo specchio. Ciò che è vicino è lontano, e viceversa. La contraddittorietà dell’esistenza è la negazione del relativo, ogni momento del nostro esserci è abitato dalla contraddittorietà, ma ogni istante si rivela essere incontraddittorio, e quindi Assoluto. Come può accadere tutto ciò? Com’è possibile che non ci sia nulla di relativo quando noi siamo? Nulla di relativo e relativo di nulla, e questo è l’Assoluto. E invece siamo in ogni istante nell’immediato, l’Assoluto è in ogni istante.

È perché noi siamo l’Assoluto, siamo una piramide, dove la punta di essa è unita in un sol blocco alla base orizzontale: l’orizzontale è unito in ogni momento della nostra esistenza al verticale come la punta alla base, come la stella all’orizzonte. L’Assoluto che è un Nulla. L’assoluto che è in noi è l’incontraddittorio che si scopre essere un crogiolo di contraddittorietà. La lontananza è inospitale al pari della vicinanza, anch’essa inospitale, entrambi luoghi abitati dalla contraddittorietà, e quindi incontraddittori. Nella sfera dell’esserci il principio di non contraddizione non vale neanche un centesimo: il «tutto» è contraddittorio in quanto incontraddittorio, al pari della carlinga dell’io, questo bozzolo di incoglibile auto contraddittorietà.

Per questa ragione, non c’è luogo più contraddittorio dell’essere dell’esserci, non c’è luogo più contraddittorio del «frammento», che è il postino della contraddittorietà universale. Ecco spiegata la ragione della inospitalità dell’ospitale: perché non c’è luogo più inospitale di quello che noi indichiamo come il più ospitale ed accogliente. Il frammento è la nostra Itaca. È nostro destino farvi ritorno da vecchi e scoprire un’isola di sterpi, di cespugli secchi e di cicoria. Forse, un giorno quando soggiorneremo su Marte potremo avere nostalgia della Terra. Ma non adesso. L’io è nascosto nella propria negazione. Anche l’illusione dell’io è schermata da un’ombra, l’ombra della incoglibilità.

Strilli Catapano i suoni sono luceStrilli Talia la somiglianza è un addioCommento di Donatella Costantina Giancaspero

7 febbraio 2018 alle 22:57

Mi rispecchio senz’altro in questa analisi di Giorgio Linguaglossa, soprattutto quando parla di “decostruzione”, una parola difficile, indefinibile secondo lo stesso Derrida, poiché essa non sottostà ad un ordine categoriale, a una legge ordinatrice che possa qualificarla concettualmente. Vorrei soffermarmi su questo argomento. Derrida dice che “decostruzione” non è una «buona parola» ed è «insoddisfacente», perciò evita di definirla; «la decostruzione non è neanche un atto né un’operazione. Non solo perché ha in sé un che di ‘passivo’ o di ‘paziente’(…).Non solo perché non dipende da un soggetto (individuale o collettivo) che se ne assuma l’iniziativa e la applichi a un oggetto, a un testo, a un tema, ecc. La decostruzione ha luogo, è un evento che non aspetta le deliberazione, la coscienza o l’organizzazione del soggetto, né della modernità». Pertanto, con la decostruzione, ogni parola detta, scritta, esposta, è immediatamente e insieme anche sempre “dis-detta”. Dunque, a mio parere, la decostruzione, applicata alla scrittura, restituisce alla parola la sua massima libertà. La parola della decostruzione intacca tutto ciò che chiama in causa e nomina: in tal modo assistiamo a un decentramento semantico di tutto ciò che è “detto”. Questo processo conduce, a mio parere, a quell’«alleggerimento» della parola di cui parla Giorgio Linguaglossa, e determina un universo semantico «altro», un universo che gravita dietro l’«io», in un luogo «non-luogo», dove tutto è possibile, perché non esiste più alcun tipo di opposizione.

È in questo non-luogo che io desidero collocare la mia poetica, in un universo che sia in continua de-costruzione, dove sia vanificata ogni opposizione e, in primo luogo, l’opposizione dei pronomi «io» e «tu». In questa mia poesia l’opposizione è superata da un generico «noi», un «noi» che può essere, al tempo stesso, tutti e nessuno. Questo perché ciò che è molteplice è unico e viceversa. Giorgio dice che «dobbiamo accettare il vivere nella contraddittorietà quale enigma profondo del reale; dunque la sua assoluta incoglibilità. Non è possibile cogliere il reale». Io andrei oltre: se reale e illusione non sono più opposti, è possibile cogliere il reale nell’illusione e viceversa. L’illusione non è meno vera della realtà. Perciò “Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone” può essere realmente quel sorriso opaco. Così il dubbio è certezza e la certezza è dubbio.

Strilli Král Il giorno va spegnendosiCommento di Giorgio Linguaglossa

7 febbraio 2018 alle 22:46

Forse viviamo tutti all’interno di un ologramma gigante

Fisici di tutto il mondo stanno iniziando a pensare: che quello che noi vediamo come un universo tridimensionale potrebbe essere l’immagine di un universo a due dimensioni proiettato lungo un enorme orizzonte cosmico. Sì, è roba da pazzi. La natura tridimensionale del nostro mondo è il fondamento del nostro senso della realtà tanto quanto l’idea dello scorrere del tempo. E ora, alcuni ricercatori tendono a credere che le contraddizioni tra la teoria della relatività einsteiniana e la meccanica quantistica potrebbero essere conciliate se considerassimo ogni oggetto tridimensionale del nostro mondo come la proiezione di minuscoli byte subatomici contenuti in un mondo piatto.

Il principio olografico è stato postulato per la prima volta più di 20 anni fa come una possibile soluzione al famoso paradosso dell’informazione del buco nero di Stephen Hawking. (Il quale sostiene, essenzialmente, che i buchi neri sembrano inghiottire informazioni, cosa impossibile secondo la teoria dei quanti.)

Ma se il principio non è mai stato formalizzato matematicamente per i buchi neri, il fisico teorico Juan Maldacena ha dimostrato diversi anni fa che l’ipotesi olografica reggeva per un tipo di spazio teoretico chiamato spazio anti de Sitter. A differenza dello spazio del nostro universo, che su scala cosmica è relativamente piatto, lo spazio anti de Sitter ha una curvatura interna che ricorda una sella.

Il Direttore del Fermilab Center for Particle Astrophysics Craig Hogan ha recentemente ipotizzato che il nostro mondo macroscopico sia come uno “schermo video a quattro dimensioni” creato da pezzetti simili a pixel di informazioni subatomiche trillioni e trillioni di volte più piccoli degli atomi. Ai nostri macroscopici occhi, qualsiasi cosa sembra a tre dimensioni. Ma esattamente come avvicinare la faccia allo schermo fa sì che i pixel diventino visibili, se scrutiamo abbastanza a fondo nella materia a livello subatomico, la bitmap del nostro universo olografico potrebbe rivelarsi.

A questo punto. Se questa definizione di spazio è corretta, allora, come per qualsiasi computer, la capacità di contenere e processare dati dell’universo è limitata. Inoltre, questo limite si porterebbe dietro segnali rivelatori—il cosiddetto “rumore olografico”—che possiamo misurare.

Come ha spiegato Hogan a Jason Koebler di Motherboard, se davvero viviamo in un ologramma, “l’effetto primo è che la realtà ha un numero di informazioni limitato, come un film su Netflix quando la Comcast non ti da abbastanza banda. È tutto un po’ sfocato e a scatti. Niente resta fermo, mai, si muove sempre un pochino.”

Il rumore della banda della realtà, si può dire, è esattamente ciò che sta cercando di misurare il laboratorio di Hogan, usando uno strumento chiamato Holometer, che è fondamentalmente un puntatore laser molto grande e potente.

È come se il nostro mondo tridimensionale + il tempo fosse all’interno di quattro specchi che riflettono il tutto.

Ecco, io nelle mie poesie ultime tento di cogliere con sottilissime antenne il «vuoto». Ciò che per gli altri esseri umani è il «pieno», per me altro non è che una variante del «vuoto». Le figure retoriche individuate con acutezza da Giusepe Talia, che qui ringrazio, sono un prodotto della nuova visione del mondo (e della poesia) che sto mettendo in piedi. Francamente, mi ero annoiato della poesia che hanno scritto i poeti del Novecento italiano ed ho cercato in una nuova direzione. Esattamente in una nuova concezione dell’ontologia poetica. In base alla considerazione che non c’è nuova poesia senza una nuova concezione dell’ontologia poetica.

Faccio una poesia brutta? Anzi, facciamo io Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb e altri della nuova ontologia estetica una poesia brutta? Non ci interessa, a noi interessa fare poesia in base ad un nuovo concetto di «realtà».

Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli GriecoCommento di Giorgio Linguaglossa

7 febbraio 2018 alle 22:57

La nuova ontologia poetica

premesso che sono un apprendista filosofo, ritengo che non sia immediatamente utile parlare del «frammento» come il risolutore del fare poesia. Il «frammento» è importantissimo, ma bisogna intendersi DI CHE COSA il frammento è lo «specchio». Da questo punto di vista, ci rendiamo conto che il «frammento» non è così semplice da afferrare, altrimenti tutti diventeremmo poeti e pittori e scrittori, ma è un qualcosa che c’è e non c’è, per afferrare il «frammento» io penso che dobbiamo ricorrere al concetto di messinscena. Non c’è «frammento» senza messinscena. Il «frammento» è ragguagliabile ad un attore tra tanti attori che, tutti insieme, rendono possibile una messinscena.

Noi sappiamo che la realtà non è il reale per Lacan. La realtà è il reale coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità. Ecco, io direi che il «frammento» è ciò che rende possibile la simbolizzazione, e tramite di essa, il significato, e quindi il senso. È come un treno composto di tanti scompartimenti, di tanti vagoni. Non ci sarebbe il treno se non ci fossero gli scompartimenti.

Andare alla ricerca del «frammento» è come andare alla cattura di farfalle senza l’acchiappafarfalle. Ad un poeta che per tutta la vita ha pensato e poetato in modo tradizionale unilineare non ci sarà «frammento» che tenga, non ci sarà dimostrazione filosofica che sia ritenuta sufficiente. E qui la penso come Mario Gabriele. Credo invece più sensato approcciarsi al problema del «frammento» dal punto di vista di una «nuova ontologia estetica», qui sono tutti i valori ad essere cambiati. In questo senso parlare di metro, verso, rime, associazioni di assonanze e di rime e di tanto altro è semplicemente privo di senso; nella «nuova ontologia estetica» siamo fuori della vecchia ontologia novecentesca. Questo è il punto. È che per un tolemaico non sarà mai possibile pensare nei termini di un copernicano. In questo senso credo che il divario tra la poesia classica del Novecento e questa che stiamo scandagliando è massimo, non c’è alcun punto di intesa, o si sta di qua, o di là.

Commento di Gino Rago

5 gennaio 2017 alle 19:25

Lucio, se poetica è intenzione d’arte dell’Autore ed estetica è dottrina della percezione del reale, passando dalle due categorie al reale fare poetico per frammenti non restano molte vie da percorrere se non quelle di:

– ri-valutare già il titolo del componimento la cui importanza può essere decisiva per fare coincidere il sole dell’autore con il sole del lettore;

– ripudiare l’Io poetante se l’io stesso si è disgregato fino a smettere d’essere l’unità di misura degli eventi e della Storia; a meno che l’io

non si percepisca che vada dall’hic et nunc al periechon, dall’intimo quotidiano all’universale;

– ri-sentire il fattore tempo;

– resistere alle lusinghe degli avverbi;

– usare tappi di cera negli orecchi per non cedere al richiamo delle sirene degli aggettivi;

– rifondare la pregnanza dei sostantivi;

– affidare il proprio linguaggio alla forza del punto fermo;

– dare a ogni verso una propria compiutezza;

– rivolgersi per come si sa e si può fare al mito per aggirare l’indicibilità della realtà contemporanea, una matrice per acqueforti deturpate;

– superare il linguaggio come strumento di trasmissione del pensiero e della emozione nell’atto poetico in modo che sia lo stesso linguaggio in grado di generare significati nuovi, irripetibili…

E’, caro Lucio, il viaggio intrapreso senza conoscere la meta; ma già il viaggio e il voler viaggiare contano non meno della meta…

 Commento di Lucio Mayoor Tosi

5 gennaio 2017 alle 19:59

Sono d’accordo. Così, su due piedi, mi viene da aggiungere solo la rivalutazione del punto e virgola; che poi significa, ma senza ammetterlo, che si sta adottando la prosa… come una serva, perché così fanno i poeti. Al che Antonio Sagredo avrebbe da obiettare, lui che il frammento lo fa con le metafore – in parallelo con Roberto Bertoldo, anche se Roberto va per altre strade.

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19 risposte a “La nuova ontologia estetica – Poesie di Tomas Tranströmer, Ewa Lipska, Mario M. Gabriele, Francesca Dono, Fritz Hertz, Donatella Costantina Giancaspero, Edith Dzieduszycka, Giorgio Linguaglossa – Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero – Intorno ad una diversa ontologia delle parole

  1. gino rago

    [Da Francesca Lo Bue a me (via e-mail) una meditazione sul linguaggio poetico scaturita dal dialogo-intervista “Gino Rago-Giorgio Linguaglossa”, su L’ombra delle Parole del 6 febbraio 2018, con 3 poesie inedite sullo stesso tema.
    Questo di Francesca Lo Bue è un contributo critico-poetico in grado di arricchire il dibattito in corso sulla NOE e lo rendo pubblico, ringraziando l’autrice di “Itinerari/Itinerarios”.
    Gino Rago]

    Francesca Lo Bue
    Riflessioni sul linguaggio poetico

    Il linguaggio, ossia la lingua funzionante come veicolo per rappresentare, riferire, referenziare, è la tergiversazione del senso: essa banalizza, affonda, smentisce, annulla il fluire della vita, i suoi istanti. È la non espressione dell’altro che siamo. Il linguaggio meramente referenziale è l’ombra di ciò che siamo, adombra ciò che siamo.
    Però le parole della lingua, della nostra lingua – la lingua dei padri, della nostra terra e degli assenti -, anche se banalizzate e falsate da lemmi stranieri e da barbarismi bizzarri, ammalianti e sibilanti, zeppe di malintesi e inespressive, sono necessarie. Servono, e molto.
    È questa la sfida della scrittura, è questa la poesia. Si immette enigmaticamente nell’ombra delle parole.
    La poesia con gli enigmi che ci pone, con le sue metafore, l’espressione pura di parole-visioni e sogni (ensueños) – lampi e balenii –, ci apre all’oscurità del mistero; è il cammino che ci porta alla nostra interiorità sconosciuta.
    La poesia è cammino a ritroso, è parola respinta, parola alchimizzata ed essenzializzata, riportata al “prima” del linguaggio… cammino arido alla ricerca dell’Essere.
    Le parole- emblema, che illumina la grotta oscura del nostro cuore, usciranno nuovamente fuori…
    La poesia è parola ricercata, che ci viene incontro, ci cerca e ci chiama; è il presagio dei nostri volti multiformi e repressi.
    Parole-orme con cui percorriamo le gallerie sotterranee della nostra interiorità greve, che ci immettono nel Silenzio-Assenza e nell’Enigma oscuro che si ravvolge in parole –chiave per comprendere il perché del nostro dolore.
    Parole-ferite che emergono soffocate, inquiete e drammatiche: sono grida, sussulti che attraversano la Storia e la nostra piccola storia.
    Sono “la metafora silenziosa” del Silenzio-Vuoto e dell’Abisso Sacro, sono l’ossiimoro che respira con le parole della poesia.

    3 Poesie di F. Lo Bue

    1 – Nadidad

    Nadidad azul,
    Espejo trizado de agua.
    Brisa que se apaga en el pinar sombrìo,
    Como el leve vuelo en cruz de la paloma,
    Y el silencioso abanico de la rosa.
    Sombra que se desvanece en la planicie.
    Abrir blando de pàrpados dormidos,
    Abril amarillo, cuando florece el tunal del monte.
    Nada sola plena y grande,
    Remota, màgica
    Ancestral y ninguna.
    Como la llama tierna,
    Como el rìo solemne.
    Quieta, soñada
    Dentro de tì, la vida de todos.

    Nulla

    Nullità azzurra,
    specchio d’acqua incrinato,
    Brezza che si spegne nel pineto cupo
    come il volo in croce delle colombe leggere,
    e il silenzioso ventaglio della rosa.
    Ombra che svapora nella pianura.
    Aprir blando delle palpebre addormentate,
    aprile giallo, quando fioriscono i cactus nei monti.
    Nulla solo, pieno,
    Remoto, magico,
    ancestrale, nessuno.
    Come la fiamma tenera,
    come il fiume solenne,
    quieto, sognato.
    Dentro di te, la vita altrui.

    2 – Misterio crucificado

    Luz de un rayo memorable,
    Que avanzas entre nubes heridas de oscuridad,
    A buscar un corazòn solitario y desnudo
    Para que insinùe, entre las cavernas de carne opaca
    La voz sutil y perdidiza
    De un misterio crucificado,
    Tierna campànula escarlata, sin frescura de llanto rocìo.
    ¡Voz de niño poderoso y quieto!
    Tù seràs palabra de plegarias ocultas,
    Semillas granas en la sangre de la vida plena,
    La vida del corazòn de las raices,
    La de la sabidurìa extraña de Dios que
    se divierte,con mi carne trèmula breve.
    Rayo tierno, perezoso,
    Sonàmbulo inquieto
    Tu venceràs el Dios dormido que intranquilo duerme entre raìces tenebrosas.
    ¿Esfumarà en luz o en nada
    Cuando lo despierte tu rayo entrecortado?

    Mistero crocifisso

    Luce d’un raggio memorabile,
    avanzi fra nuvole ferite d’oscurità,
    cerchi un cuore solitario, muto,
    per insinuare, fra caverne di carne opaca,
    la voce sottile, sperduta,
    d’un mistero crocifisso.
    Tenera campanula scarlatta, senza freschezza di pianto rugiada.
    Voce di bambino potente!
    Tu sarai parola di preghiere nascoste
    semi rossi nel sangue della vita oscura.
    La vita del cuore delle radici,
    quella della saggezza strana di Dio
    che si diverte con la mia carne tremula e breve.
    Raggio tenero, accidioso,
    sonnambulo inquieto,
    Tu vincerai il Dio addormentato fra le radici tenebrose.
    Svanirà in luce o in niente quando lo sveglierà il tuo raggio spezzato?

    3- Incompleto

    Doncella, oscurecidos ojos brillantes,
    Cae un murmullo de cristal mutilado.
    Vibra el silencio en nuestras palabras.
    Ya no hay palabras, se terminaron…
    ¡Ya son palabras del olvido!
    Y las que insistiendo se quedaron
    Diràn lo que ya no es ni està,
    Lo que no se conoce y ya huye,
    Que incumbe oscuro
    Y que apareciendo cambia:
    Las palabras huyendo entre el sollozo y el grito
    Algo negro, acerado,
    Rojo sabor sensual,
    Miel densa de despojos,
    Podredumbre recia.
    Impalpabilidad fugaz de la brisa amarilla,
    Fuè, apenas es
    Errante puntual ley: Todo es incompleto
    Las palabras no son vanas, aunque no digan.

    Incompiuto

    Ragazza, oscuri occhi brillanti,
    cade in mormorio il cristallo spezzato.
    Vibra il silenzio nelle nostre parole
    occhieggiando nel brusio giallo.
    Non ci sono parole, finirono…
    Già parole d’oblio
    e quelle che, insistendo, rimasero
    diranno ciò che non è, ciò che non c’è,
    quel che non si conosce e già sfugge,
    che irrompe oscuro:
    le parole fuggendo fra il singhiozzo e il grido,
    qualcosa di nero, grigiastro,
    rosso sapore sensuale,
    il miele denso dei vestigi,
    il marcio tenace.
    Fugacità impalpabile della brezza gialla.
    Fu, appena è.
    Errante, puntuale legge: tutto è incompiuto
    le parole non sono vane, anche quando non dicono.

    Da Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Francesca Lo Bue, Ediz. Progetto Cultura, Roma 2009.

  2. Questi testi poetici diventano leggibili solo grazie alla capacità critica di Linguaglossa nell’esporre le tracce del conflitto dei segni e dei significati all’interno delle associazioni differenziali tra l’ES e il Vuoto, come conoscenza della sfera psichica ed espressiva di ciascun autore. Il cosiddetto comportamentismo psicologico della reazione-risposta, di fronte alla realtà, mette in ombra qualsiasi accessorio non necessario alla sfera cognitiva da dove provengono gli scatti umorali del rapporto corpo-mente. Il sentimento, da non confondere con le emozioni, è la percezione di uno spazio fantasma che si materializza nel momento in cui oggetto e soggetto si connettono tra di loro per poter contrapporsi alle mistificazioni estetiche alla base di ogni presunzione teoretica. Credo che la modernità culturale, tra raggiungimento emancipativo e scientifico, sia la condizione principale ed essenziale per rimodulare la condizione statico conservatrice del pensiero proiettandolo verso una posizione di alleggerimento del pregiudizio negativo. Ecco, allora che mi soccorrono i versi di Tomas Transstromer, di Ewa Lipska, di Francesca Dono e Fritz Hertz, di Edith Dzieduszycha e di Donatella Costantina Giancaspero, che alzano i toni della godibilità estetica proiettando la scrittura nel ristretto nucleo della potenzialità espressiva.

  3. antonio sagredo

    non dedicato a Tomas Transstromer
    ———————————————————

    Dirà un poeta: non sono stato nemmeno una voce recitante,
    un atto dovuto, una Sophia interdetta, un pudore d’Àvila!
    Mi hanno unto come un clown, spiaccicato un riso variopinto,
    sul volto un biancore infernale, come un presunto sudario!

    Un bianco sudario sul volto, come un presunto inferno!
    Perché mi fai pena ancora… non sei morto!
    Ma il pensiero intestinale t’ha già ucciso! Come sono
    naufragato da una culla all’altra, senza una passione divorante!

    Il rumore del Tempo, come un ronzio eterno vorrebbe in una processione
    di non-credenti, passi sobillati da una fede… marcia
    nuziale dal passo d’oca, stivali del Male, sudore di denti!
    Non voglio che i Tarocchi muiano, dopo il diluvio, come i Cesari!

    antonio sagredo

    Vermicino, 28/29 maggio 2009

  4. Rossana Levati

    (…)
    “le spiegazioni sensate
    accrescono l’inquietudine
    del Signor Cogito

    perchè anche ciò
    che accade davanti ai nostri occhi
    sfugge alle cifre
    perde la dimensione umana

    da qualche parte deve esserci un errore
    un tremendo difetto degli strumenti
    o un peccato di memoria”
    Z. Herbert, “Il signor Cogito e la necessità dell’esattezza”

  5. antonio sagredo

    (giorgio linguaglossa
    8 febbraio 2018 alle 23:07
    una amica mi ha sussurrato all’orecchio che Antonio Sagredo dovrebbe tagliare del 95% i suoi versi… allora farebbe belle poesie. Io non le ho risposto… perché… )
    ——————————————————————————
    Sarebbe il caso di precisare che quel 95% da tagliare è la parte da tramandare ai posteri… tagliare dunque è come preservare, e il 5% da eliminare. Così va bene. Da interpretare allora è ogni cosa che dimostra il rovesciamento, e similare all’ “ostranjene” (estraniamento) di Viktor Sklovskij, il quale considerava opera d’arte l’opera capace da se stessa – al di fuori del poeta o dell’artista – di perpetuarsi e rigenerarsi.
    Quell’amica di Linguaglossa – di cui non sapremo mail cognome vero – senza saperlo ha detto la verità; questo è tipico di coloro che non possedendo arti critiche adeguate credendo di non fare errori o emettendo giudizi “apodittici” in effetti, loro malgrado, affermano davvero come stanno le cose.
    Quindi un monumento a Sagredo pare cosa possibilissima a realizzare – un po’ alla Puskin, che consapevole del proprio valore si auspicava che proprio a lui fosse eretto un monumento ad eterna memoria!
    Non è certo l’orecchio di Dioniso che possiede quel signore altrimenti avrebbe saputo che possederlo non significa nulla.
    Ma leggetevi meglio il mio componimento più sopra e se capaci commentatelo con dovizia di particolari, magari, se capaci, di scoprire le fonti.
    grazie e auguri.

  6. antonio sagredo

    Ah, dimenticavo, il poeta svedese non ha la mia stima incondizionata che ad altri pare naturale; di fronte ai cechi Vladimir Holan o Frantisek Halas, il polacco Herbert ecc., appare semplicistico e poco profondo, così poco profondo che i suoi pesciolini d’argento in fondo al mare non luccicano più di tanto e l’oscurità di cui si vanta l’oceano non gli appartiene, se mai soltanto a Lautreamont!

    grazie

  7. Giuseppe Talia

    Non avrai che il tempo.
    Una stoltezza si ripete
    rovinando le ossa.
    Nessun gesto terreno è fasciato.
    I carnefici si nutrono di domestiche
    radici di stagnola.
    Celebri gli avanzi
    un futuro gobbuto, caduto.
    un esangue capezzale
    quel cantuccio dove tu sverni.

    Ho tagliato del 95% un poesia di Sagredo, a pag. 17 di Capricci

  8. gino rago

    NOE – Nuova Ontologia Estetica
    per L’Ombra delle Parole

    “Achille, Lucio, Francesca (Lo Bue),
    se la «poetica» è l’intenzione d’arte dell’Autore e la «estetica» è dottrina della percezione del reale, passando dalle due categorie al reale “fare poetico per frammenti” non restano molte vie da percorrere se non quelle di:
    – ri-valorizzare in poesia già il titolo del componimento la cui importanza può essere decisiva per fare coincidere il ‘sole’ dell’autore con il ‘sole’ del lettore;
    – ripudiare l’Io poetante se l’io stesso si è disgregato fino a smettere d’essere l’unità di misura degli eventi e della Storia; a meno che l’io non si percepisca come andante dall’hic et nunc al periechon, dall’intimo quotidiano all’universale;
    – ri-sentire il fattore ‘tempo’;
    – resistere alle lusinghe degli avverbi;
    – usare tappi di cera negli orecchi per non cedere al richiamo delle sirene degli aggettivi;
    – ri-fondare la pregnanza dei sostantivi;
    – affidare il proprio linguaggio alla forza del punto fermo, rivalorizzando la punteggiatura;
    – dare a ogni verso una propria compiutezza;
    – rivolgersi per come si sa e si può fare al «mito», per aggirare l’indicibilità della realtà contemporanea, una matrice per acqueforti deturpate ( «metodo mitico»);
    – superare il linguaggio come strumento di trasmissione del pensiero e della emozione nell’atto poetico in modo che sia lo stesso linguaggio in grado di generare significati nuovi, irripetibili.”

    GR

  9. gino rago

    Poem by Gino Rago

    The shell without the pulp remains empty

    Six numbered paintings. From one to six.
    (They seem like movements of a dance step).
    The first figure pushes itself outwards.
    The second (pushes itself) inwards.
    One, you could say, crushes himself down to the ground.
    The other flies weightless upwards.
    The fifth relaxes himself. The sixth stands up.
    (Naked skimming of silent solitudes on the shore).
    (…)
    Art for years attempted the stasis.
    Now it tries to put everything in movement.
    The six paintings adorn the six pilasters
    in the dining room of a company.
    Floating pictures. A spread of sky
    justbarely visible from the high windows in the room.
    (The world. The Flesh. Or the word that comprehends both).
    (…)
    «We are all conscious of the fact that …»
    The managing director does not answer.
    He ignores the artist. Who insists: «Are we all conscious of the fact
    that if the pulp drops out, the shell gets empty?
    Who or what will fill up this void? …».
    Emilio, Edoardo, Armando.
    (Swallow. Make all of us the same as your June).
    (…)
    From a corner of the canteen they reply:
    «If the pulp runs out, the shell remains empty.
    The void is filled by the new word of the poet».
    The managing director is not upset.
    Alone, he only thinks of the profit.
    The shell without the pulp remains empty.
    (The images are polluted silence).

    2017 American transposition by Carlo Cremisini of the poem “La conchiglia senza polpa resta vuota” by Gino Rago.
    All Rights Reserved for the original poem and its translation.
    Nota. “La conchiglia senza polpa resta vuota” è metafora di poesia fatta di parole morte, di parole senza polpa e disabitate.
    GR

  10. Alla tredicesima ora non successe nulla,
    né il Big Ben, né il suono della sirena.
    L’orologio ripartiva dopo mezzanotte.
    Il soggetto si era liquefatto.
    Non bastavano i fantasmi, le acrimonie,
    a scadenzare l’Essere nel Tempo,
    il punto fermo da cui ricominciare.
    la TAC era già un avviso di partenza.
    Il cane Mingus chiedeva aiuto
    prima di passare nell’altro giardinetto.
    Il senso non ha vincoli,
    si espande e annulla il finito e l’infinito,
    i frammenti in rovina:
    dissolvimento dei Fondamenti:
    Tempo interno e Tempo esterno, il sensorio,
    la crisi della Grande Idea e dell’Universo.
    Tachicardia per il sangue che non arriva.
    L’unica porta per non uscire
    è il limbo prima del Fiat Lux.
    Celeste, suorina nel monastero delle Trentatre
    dove a sera accendi i candelabri
    per la mensa dell’Abate,
    fuori dalla clausura c’è la vera vita.
    Amo il tuo foulard.
    -Stai bene oggi? Eppure esisti
    in ogni Benedicamus Domino
    et Deo gratias!. Un bel pasticcio
    -to be or not to be-.
    Ieri, sono stato nel giardino dove cresce la cicuta.
    Ora molte cose diventano chiare.
    Non so cosa facessi nel cimitero.
    Ma ci stavo per nonna Eliodora, e mammy,
    e Virginia Wolf e tutte le filastrocche di Spoon River.

    N.B. Sulla spinta delle idee su l’Essere e il Nulla di Giorgio Linguaglossa, ho tratte le premesse per articolare questo mio testo.

  11. invano
    ho cercato di parlarti.
    la gravità devastante
    dei tuoi gesti mi commuove.

    in sostanza sollevati
    sulle acque
    materializza il nuoto
    libero e piano,
    in sostanza rinfrancati.

    una delicatissima scia
    evanescente, bracciate,
    semplicemente bracciate.

    (ricritta alla maniera della NOE)

    invano ho cercato di parlarti, la gravità devastante
    dei tuoi gesti mi commuove.
    in sostanza sollevati sulle acque
    materializza il nuoto libero e piano, in sostanza rinfrancati.

    una delicatissima scia evanescente, bracciate, semplicemente bracciate.

    GRAZIE OMBRA!
    (per quanto mi sforzo di capire e di realizzare)

  12. Posto 4 poesie della nuova ontologia estetica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/09/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-tomas-transtromer-ewa-lipska-mario-m-gabriele-francesca-dono-fritz-hertz-donatella-costantina-giancaspero-giorgio-linguaglossa-commenti-di-gino-rago-g/comment-page-1/#comment-30912
    Lucio Mayoor Tosi

    Lui e Lei avevano due simil gatti:
    Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
    E castrati.
    Andersen amava le camicie bianche
    Eckersberg il contatto con la nudità.
    “Fetente ma raffinato”, così recitava
    la pubblicità.
    Ma Lei aveva a cuore Andersen.
    Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
    anche stando in piedi mentre cucinava:
    sapori dell’India per loro e bianchi
    ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
    il nudista.
    Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
    Lui se non aveva da leggere svitava
    e avvitava qualsiasi cosa.
    John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
    Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
    e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
    (Se la noia non vi assale, penso io
    vuol dire che siete fumatori).
    – Tutta l’Europa del sud è un canile.
    A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
    Quell’Origine del mondo, appena concepito
    con furore. Quel leccarsi le dita…
    Lei non rispondeva (stava morendo).
    Contemplava le forme molli di un cubo
    le bollicine dell’axterol, le lancette
    dell’orologio sull’ora e i secondi.
    – Probabilmente il sole. Disse Lei.
    E non tornarono sull’argomento.
    Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
    – Credo che ad Andersen farebbe bene
    un piatto di trippa ogni tanto.
    Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
    ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
    Salgari sarebbe già partito in missione
    con a bordo almeno tre robot ambasciatori
    di marca tedesca.
    Ma era stagione di polveri.
    Difficile poter comunicare, inutile sprecare
    Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
    tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
    per spedire un messaggio criptato
    al sovrintendente dei beni umani,
    Ork il maligno; in realtà un povero cristo
    circondato da macchine, alcune a vapore
    (per via della pelle che nella stagione delle polveri
    gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
    “Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
    “Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
    Si dia una mossa”.
    La risposta non si fece attendere:
    “Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
    Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
    E in un secondo messaggio aggiunse:
    “Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
    Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
    Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
    nel sogno turco di Moon light.
    Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
    e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
    con Lei, che nel frattempo aveva terminato
    di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
    Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
    rumorosamente.
    Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
    un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
    stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
    Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
    a seconda del momento, solo ‘Zio.

    Lucio Mayoor Tosi
    22 settembre 2017 alle 19:12

    Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet, L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

    Gino Rago

    (alla maniera di Ewa Lipska)
    22 settembre 2017 alle 19:32

    “Cara signora Schubert,
    ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?
    Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
    che produceva la vita d’oltretomba.
    E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.

    Ha riconosciuto la mia scrittura.?
    Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
    Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?
    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà.
    Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
    attigua alla abitazione di Dio.

    Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
    Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto
    e ciò che non faremo più.
    Cara signora Schubert, e per conoscenza,
    care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
    al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno
    e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
    assale i poeti alla stessa ora del mondo.

    Cara signora Schubert, e per conoscenza,
    care signore Leone, Giancaspero e Catapano,
    la vita è un negozio di ferramenta.
    E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

    Al Quartier Generale dell’Aldilà
    l’acqua si beve in bicchieri di plastica.
    E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
    Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.
    A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

    Mario M. Gabriele
    23 settembre 2017 alle 9:08

    Cari Amici, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Tosi, Antonio Sagredo ecc. vi porto i miei saluti dal Giardino dei fiori.

    Il nostro male ha prodotto assenzio.
    Non ci sono più i figli dei fiori e Jimi Hendrix.
    Un’officina è nata al centro della Pergamena.
    Chi ha rinnovato le parole ha cambiato anche il vecchio paese.
    A fuochi spenti rimettiamo i tizzoni.
    L’Ospedale è cresciuto di stambecchi.

    Torniamo alle faccende domestiche
    aiutando Clara a rifare il letto.
    Affonda la barca dei sogni.
    Corrici dietro, Simon, prima che venga l’autunno.
    con il suo lettino di foglie.

    Tutti vogliono vedere la chiesetta del Sacrè Coeur.
    Turisti dappertutto .
    Lasciamo l’ingresso della Senefelderplatz
    dove si è è ammassata la stirpe cubana.
    Nick Cave ha cantato we came along this road.

    Per i prossimi 15 anni non dobbiamo preoccuparci
    né dei canguri e né dei chihuahua.
    Giselle ha compiuto 12 anni e già pensa alla Cresima.
    Uno, vicino all’altare fotografa Cristo.
    Mercoledì c’è un mercatino di robe vecchie.
    Al prestigiatore è scappato di mano la colomba
    come la fortuna di Alexander alle slot machine.

    Tu basti che preghi
    Ma a chi è servito questo viaggio?
    Tutto il martirio l’abbiamo già compiuto, padre Brown!

    Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

    Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…

    Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

    Mario Gabriele
    18 giugno 2017 alle 14.29

    Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

    Giorgio Linguaglossa
    18 giugno 2017 alle 15.54

    caro Mario,
    Vorrei dire ad Alfredo Rienzi e ad altri innumerevoli che ci hanno accusati di redigere «manifesti», «gruppi», «movimenti», «avanguardie» etc. che, di contro alla immobilità degli ultimi 50 anni della poesia italiana, per la prima volta in Italia è apparsa una pratica della poesia e una teoria della poesia e della scrittura letteraria in generale, che non è più soltanto una avanguardia» né una «retroguardia», né un «movimento», né abbiamo aperto un esercizio per gli affari propri e correnti, né una legge finanziaria ma è qualcosa di diverso, è un movimento di pensiero e di azione teorica da parte di alcuni poeti di diversissima estrazione e provenienza che ha deciso di rimettere in moto il pensiero poetico, non si tratta di una vendita all’asta al miglior acquirente, né una domiciliazione bancaria delle proprie rendite di posizione, né una poetica pubblicitaria e di vendite promozionali, la nostra non è né una cosa né l’altra… contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

    “Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -“. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

    1] T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

    *

    Mario Gabriele
    18 giugno 2017 alle 17.50

    Ecco la chiave di lettura per meglio comprendere certe posizioni artistiche fra soggetto poetico vecchio e nuovo. Determinante è l’intuizione di Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro, né in forma, né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento». E non è certo un’avventura, ma la fase aurorale su stagioni di oscuramento mentale e di parassitismo linguistico, perché tutto resti come una crema a lunga conservazione.

    Anna Ventura

    Le case

    Ho amato molte case
    e due moltissimo. La prima
    era nel vecchio quartiere della città,
    partiva da terra ma poi si capiva
    che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
    La componeva
    una serie di stanze minuscole
    bianche di luce e calce-casa
    di astronomo,
    o di marinaio –
    In fondo, l’altana coperta
    di travi decrepite,
    gonfia d’aria e di sole.
    Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
    e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
    la loro vita miseranda brulicante da basso.
    Non piacque a mia madre,
    anzi, le fece paura. Io invece
    ne rimasi ferita a morte,
    col tempo mi ammalai di nostalgia.
    L’altra è la casa del vento,
    tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
    solo gli spiriti dell’aria
    che di giorno e di notte
    bussano ai vetri con le loro manine.
    Neanche questa casa piace.
    E perché dovrebbe?
    Solo che intanto io ho imparato
    A mettere il bavaglio ai miei sogni,
    accettato l’assioma
    che la realtà rifiuterà di abbracciarli
    nel suo concretissimo giro ma io
    me li terrò lo stesso,
    nel giro infingardo
    della mia verità.*

    * da Aria sulla quarta corda, 1985 (I° edizione), 1987 (II° edizione), FORUM, di Giampaolo Piccari Forlì

    Straordinaria poesia di Anna Ventura, che racconta come in sogno le due case della sua vita, la casa degli «straccivendoli» e «la casa del vento». C’è tutto il pudore dell’autrice, la delicatezza del tocco elegiaco e la spezzatura degli inserti prosodici a correggere l’inclinazione elegiaca. (g.l.)

  13. antonio sagredo

    a proposito del “martirio”…
    —————————————-
    Ritorno dal martirio

    1 – il boia

    Non sapeva, lui, a quale santo volgersi, con chi trattare,
    diceva: la qualità del supplizio distingue la vittima!
    Mi domandò: quale tortura scegli? E io: la più rapida e dolce.
    Allora, per te va bene, la graticola di San Lorenzo!

    2 – l’aspirante martire

    Gli dissi: sai, non sono rassegnato, affronto sereno
    il martirio nel nome di non so chi o che cosa.
    Un lieve mio sorriso l’aveva ingannato. Allegri
    ci scambiammo gli auguri a un futuro a rivederci.

    3 – dopo il martirio

    Non mi sento affatto sollevato… sono un po’ stanco.
    Il boia ha pianto e io l’ho consolato con un bacino
    sulle guance, aveva un cuore d’oro, ma in frantumi!
    Aveva riso, prima della mia esecuzione!

    Antonio Sagredo

    Bardonecchia, 27 dicembre 2007
    (mattino solare)

  14. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    A proposito di NOE…

  15. Il potere della sintesi polverizzato
    e guardo negli occhi
    un unico pensiero, allo specchio
    quella lotta al tinnove.Chiedevi?

    L’esperienza antica seduta,
    oppure sedotta.Un solo unico frammento, versi anche della Catapano o Sagredo,
    non ricordi! Neppure?

    Cosi raccolta l’esperienza riappaga.

    Il pugno è stato un simbolo che ora riposa nella mano.Oppure suonare il piano con solo cinque dita, il pianista non ricordo chi sia, la citazione nominale non serve.

    Chopin si dissolse?

    Non devi stare ad ascoltare figlio il mare di mazzate , la correzione è d’obbligo, cazzate
    che la sostanza propone.
    Uno sterile Virgilio la
    vita propose.

    In assenza di piano
    la causalità applicata ha scelto Virgilio a virgulto.

    Lui rispose, confermo?

    Grazie,OMBRA!

    • Caro Lucio,
      ti rispondo con ritardo ma devo dirti che trovo la tua poesia “un jalon” ovvero una pietra miliare all’interno della NOE. nello sbriciolarsi di un”racconto”che abbraccia personaggi, relazioni sotterranee e segreti venuti alla luce,e attualizzati da una vitalità stilistica in un testo davvero esemplare.

      • Troppo buono, caro Mario. Ma accolgo con piacere e soddisfazione quello “sbriciolarsi di un racconto” perché è così: scrittura che si nega, che non vuole andare da nessuna parte. Ma trova e si trova, continuamente…
        Ho ammirato il commento che hai scritto a Talìa, quando gli parli della tua poesia, di quel tuo modo e dei micro-frammenti; non potevi essere più chiaro, anche se pare di stare in letteratura di fantascienza.
        Di questa mia poesia-racconto, ho a cuore questo verso:
        Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
        nel sogno turco di Moon light.
        Grazie, il tuo commento mi onora. C’è molta strada da fare ed è un attimo perdersi. Lo so perché non sto scrivendo, e anche qui a fatica. Temo che la tecnica che chiamo “jumping” potrebbe scivolare “facilmente” nell’astrazione; sicché la prosa sarebbe quasi una necessità. Stiamo a vedere, in quel metro quadrato che ci appartiene…

  16. A proposito della poesia di Lucio Mayoor Tosi.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/11/la-nuova-ontologia-estetica-contro-le-accuse-di-redigere-manifesti-organizzare-gruppi-movimenti-tesi-decaloghi-avanguardie-retroguardie-etc-noi-diciamo-semplicemente-che-vogliamo-rimettere-in/comment-page-1/#comment-30935

    Lucio Mayoor Tosi

    Lui e Lei avevano due simil gatti:
    Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
    E castrati.
    Andersen amava le camicie bianche
    Eckersberg il contatto con la nudità.
    “Fetente ma raffinato”, così recitava
    la pubblicità.
    Ma Lei aveva a cuore Andersen.
    Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
    anche stando in piedi mentre cucinava:
    sapori dell’India per loro e bianchi
    ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
    il nudista.
    Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
    Lui se non aveva da leggere svitava
    e avvitava qualsiasi cosa.
    John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
    Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
    e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
    (Se la noia non vi assale, penso io
    vuol dire che siete fumatori).
    – Tutta l’Europa del sud è un canile.
    A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
    Quell’Origine del mondo, appena concepito
    con furore. Quel leccarsi le dita…
    Lei non rispondeva (stava morendo).
    Contemplava le forme molli di un cubo
    le bollicine dell’axterol, le lancette
    dell’orologio sull’ora e i secondi.
    – Probabilmente il sole. Disse Lei.
    E non tornarono sull’argomento.
    Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
    – Credo che ad Andersen farebbe bene
    un piatto di trippa ogni tanto.
    Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
    ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
    Salgari sarebbe già partito in missione
    con a bordo almeno tre robot ambasciatori
    di marca tedesca.
    Ma era stagione di polveri.
    Difficile poter comunicare, inutile sprecare
    Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
    tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
    per spedire un messaggio criptato
    al sovrintendente dei beni umani,
    Ork il maligno; in realtà un povero cristo
    circondato da macchine, alcune a vapore
    (per via della pelle che nella stagione delle polveri
    gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
    “Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
    “Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
    Si dia una mossa”.
    La risposta non si fece attendere:
    “Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
    Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
    E in un secondo messaggio aggiunse:
    “Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
    Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
    Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
    nel sogno turco di Moon light.
    Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
    e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
    con Lei, che nel frattempo aveva terminato
    di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
    Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
    rumorosamente.
    Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
    un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
    stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
    Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
    a seconda del momento, solo ‘Zio.

    Lucio Mayoor Tosi in questa poesia ci rende familiare una serie di esperienze impossibili, il che non equivale ad una esperienza limite della condizione della normalità, quella in cui normalmente ci troviamo nella vita quotidiana, ma ad un’altra situazione che richiede un altro ordine di parole e un altro piano immaginativo. Si tratta di un’«altra» pratica delle parole, un «altro» modo di abitare il linguaggio poetico. Si tratta di una serie di esperienze impossibili che qui trovano convegno, esperienze che non potranno mai trovar luogo nell’ambito della normale vita quotidiana, almeno in quell’idea del quotidiano che un pensiero positivizzato vorrebbe farci credere. Il quotidiano qui è stato ridotto in frammenti, decontestualizzato e ricontestualizzato in un «altro» ordine, propriamente un ordine ultroneo ed erraneo che non è più in contatto con il pensiero unidirezionale e unilineare che una estetica positivizzata vorrebbe inculcarci, il quotidiano non è affatto quel monolite dell’io penso dunque sono ma abita un «altro» piano del reale, quello dove vige un «altro» principio: noi (una pluralità) forse pensiamo i pensieri di altri in un «altro» modo, il nostro modo è una pluralità di modi, e forse noi pensiamo veramente solo quando non pensiamo, solo quando pensiamo negli spazi, negli interstizi tra un pensiero e l’altro, quando sostiamo nei retro pensieri che non sono nostri ma di altri, che noi crediamo di aver fatto propri. Il fatto è che noi sostiamo e pensiamo nei pensieri di altri. Ergo, noi siamo altri.

    Questo modo di intendere il reale e il soggetto, la soggettità e la soggettività, produce il mondo della «alterità». Il mondo è una continua alterità di eventi che interagiscono con la mia soggettività plurale, cambiandola, deformandola… i vettori di questa deformazione morfologica, di questo cambiamento sono la metafora e la metonimia, e la chiave di accesso a questi veicoli è l’«immagine» che può abitare contemporaneamente più spazi e più tempi. L’immagine temporalizza lo spazio e spazializza il tempo, l’immagine crea lo spazio nel mentre che crea il tempo, fa vuoto, crea il vuoto dal nulla e crea il nulla dal vuoto. Letteralmente: senza l’«immagine» la «nuova ontologia estetica» cessa semplicemente di esistere. L’impiego dell’«immagine» entro queste coordinate categoriali rende possibile il «pensare l’impossibile» della poesia di Lucio Mayoor Tosi e anche di quella di un Mario Gabriele, poesia la cui procedura è singolarmente complessa, plurale perché richiede una dimestichezza, una pratica della alterità del linguaggio, una pratica linguistica e metaforica del tutto nuova e inusitata, almeno per la poesia italiana, perché una tale pratica la si trova ad esempio nella poesia di un Tomas Tranströmer e in quella di un Petr Kral o di un Michal Ajvaz.

    Scrivevo in un commento del 22 aprile 2016 alle 17.38:

    caro Salvatore Martino,
    s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato. Essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di Ubaldo De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il «Centro». Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza». La Poesia è rotolata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al «Centro» di un universo eccentrico.

    In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini, insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento».

    Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni scientifiche continue che hanno un riflesso sulla nostra percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro qualche anno sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.
    In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…

  17. Caro Gino Rago,
    le tue definizioni arrivano sempre come frecce al centro del bersaglio. Da quanto scrivi si può comprendere che si sta andando nella direzione di una forma poesia strutturata, in antitesi con l’atto rivoluzionario dello sperimentalismo che, nel contesto delle istanze sociali e culturali di tutto il novecento, produsse azzeramento; se ci pensi è davvero strano che all’inizio del nuovo millennio, invece di entusiasmarci ci ritroviamo nel nulla, privi di prospettiva e di futuro. Svincolati dal tempo ci ritroviamo a operare con niente. Almeno così la vedo io, per quando abbia stima e sempre mi colpiscono in zone che mi sono ignote le poesie di Anna Ventura. Ecco, mi colpiscono per la saggezza, non per la storia. Saggezza è la qualità che giustifica l’esistenza di un’ “avanguardia senile”… Sta di fatto che dalla nuova ontologia estetica stanno uscendo testi subito riconoscibili, per le tante ragioni scientifiche e filosofiche di cui si è detto ma anche per quel modo di intendere la struttura del linguaggio, di prosa e cinema, di visioni lampo, micro frammenti e jumping. In altre parole, gli stracci quotidiani; che poi sono quel che abbiamo realmente a disposizione per poter scrivere, al di là del fatto che ognuno guardi ai propri bene amati maestri. Se la scrittura per frammenti non è nuova, si sappia che il nuovo non ci interessa. Il nuovo è denso di frenesia consumistica. Inoltre la critica al nuovo è già stata fatta dalla Pop art, così come dicevo, dallo sperimentalismo ideologico. E il post moderno è passato. Resta da capire se non vi sia contraddizione tra la riduzione a scomparsa dell’io e la sopravvivenza del mito. Ma il mito non dipende da me o te, farà quel che gli pare.

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