Antonio Sagredo Cinque poesie da Capricci (2017) con un Commento critico di Donato Di Stasi

 

Il Mangiaparole rivista n. 1

Non comincio subito dai complimenti. Prima, pane al pane. L’elogio, se è meritato, alla fine dell’excursus concernente Capricci, la prima raccolta sagrediana edita in Italia. Col barocco che gli muove le dita sulle pagine, con i libri dei bardi che gli intrugliano le viscere, Antonio Sagredo non presta orecchio alle sirene che ululano da tempo immemore la morte della poiesis.

   Sarebbe troppo comodo che la poesia avesse tutti i torti (inattualità, incomprensibilità, minestrina riscaldata in brodo lirico), il guaio è che circolano giudizi su di essa troppo giudiziosi, al limite del sussiegoso. Per questo siamo felici di introdurre una scrittura testarda e impura, immacolata e oscena, profondamente ironica e drammatica, l’uno aspetto e l’altro autentici, l’uno la correzione dell’altro.

   Il peso della tragedia, quello no, non riusciamo più a sopportarlo come una volta, come ci hanno insegnato i tragediografi attici nella lontana classicità greca. Attraverso le formule retoriche della reticenza, della litote, delle clausole bonarie, oggi preferiamo che il ghigno sardonico si stacchi dagli stasimi e che inizi una storia parallela, da far scadere presto  nella farsa, oppure nel dolore recitato.

   Il Nostro invece prova a tenere insieme il fasto e l’infausto, viventi e coevi, corni dialettici di un dilemma esistenziale che non si scioglie, ma che proprio a  motivo  di ciò non va taciuto. Qui, sulla scena, si accampano tesi e antitesi (ironia e dramma appunto), affabulanti ciascuno a modo suo, capaci di allargarsi e debordare, come in uno stagno, un cerchio dopo l’altro, attraverso simboli non degradati, simulacri pieni, allegorie concrete e metafore infiammate.

   I cerchi concentrici della scrittura si allargano con inebriante vitalità in questo libro pentastico, un polittico in cinque sezioni (Poesie dell’anno corrente- 2008, Poesie del secondo anno corrente- 2009, Poesie del terzo anno mediocre-2010, Poesie dell’anno inattuale- 2011, Poesia dell’anno iconoclasta- 2012), incentrate su un caleidoscopio abbacinante di argomenti: la folle incorruttibilità di chi versifica non per gioco, ma perinde ac cadaver; il rapporto tra la verità della finzione letteraria e la falsità della vita ammassata sul dorso di folle anonime e anomiche; l’enciclopedia agghiacciante del mito e la paginetta stinta del pensiero unico dominante alle nostre latitudini. E ancora, il tema logaritmico del doppio annichilito e dello specchio ustorio, il riordino dei concetti di natura naturans  e natura naturata (non più fondale passivo delle azioni umane), la pulsazione carnale e iconoclasta per lombi, glutei e reggicalze in ordine a una sensualità accesa e delirante. E per finire,  la salute cosmetica dei corpi levigati e la dilagante malattia morale, la reinclusione del trascendente nell’orizzonte empirico come riconoscimento e accoglienza dell’Altro.

 Laboratorio-15-febbraio-2018 Allo stesso modo di un carro di Tespi si susseguono  corifei e primi attori, persone incontrate nel quotidiano e personaggi estratti dal tesoretto letterario classico-contemporaneo: il requiem per Orfeo e Euridice con il suggestivo movimento del Lacrimosa; lo strano connubio fra Bruce Chatwin e Cassandra; lo scacco di Giacobbe e i malleoli bolsi di un’Ermione postdannunziana; lo stampo melodrammatico della Casta Diva e i giochi di pensiero di Eraclito. E poi ancora in apparizione disordinata: clown, ventriloqui, il bacchino malato, calpestatori di immagini e disperati ridanciani, tutti avviati loro malgrado lungo il sentiero che separa il Golgota da Valpurga, l’Apocalisse prossima ventura da una fideistica palingenesi.

  Alla paura di osare, al bisogno di mettersi al riparo da ennui e idéal, lasciando nelle pagine insegnamenti insignificanti, Sagredo oppone lo studio dell’interiorità: scandaglia, scandalizza, trascina significanti e significati dal sublime al letame, procede per excessus, violentando senza pietà il malcapitato lettore, che non sa di essere ingabbiato fra un passato profetico, un’attualità castrante e un futuro ricattatorio.

    Sagredo aggancia le sue vertebre alla poesia con durezza e severità. In  qualità di scrittore non si perdona niente, affronta la composizione dei testi a occhi asciutti, perseguendo come un imperativo categorico la sincerità. Questo spiega perché fischia alla vita come uno storno e la divora come una torta di noci (Mandel’štam).

  Antonio Sagredo si aggira in stiffelius (prefettizia o redingote), tornando dal secolo decimonono con il taglio dell’abito lungo virato al nero, petto unico e revers slanciati. Pronto con il suo sparato a districarsi fra Colombina e maschere ferrigne, Lazzari felici e fughe per pianoforte di Čiurljonis. Pronto a rimettersi in gioco e a rimettere in gioco canoni e paradigmi, il dove e il non-dove, la mollica rafferma della banalità e una diversa visione delle cose.

   L’autore di Capricci formula con determinazione le proprie regole versificatorie, pur sapendo che il lettore italiano non è abituato a intrattenere un rapporto attivo –interpretativo con ciò che legge. E invece in queste pagine viene chiamato a rischiare in proprio comprensione e emozione, senza l’assistenza della solita voce autorevole esterna, che stabilisce una volta per sempre segni e segnali, messaggi e probabile universalismo del testo in oggetto.

   Le istruzioni per l’uso convergono verso una scrittura concitata, rabdomantica, insofferente alla rappresentazione univoca, sottoposta a un esplosivo cortocircuito di immagini  e pensiero, di tagliente riflessione e di ridefinizione del contorno dei fatti e delle cose. Accettata l’insufficienza del minimalismo da camera, putrido e stagnante, si viene immessi in una energica condizione di movimento: chi scrive scruta in ogni direzione, tratta con flessibilità gli angoli delle figure geometriche, stratifica con abilità sentimenti a perdita d’occhio.

   Il linguaggio sintetico della poesia e quello analitico della prosa confluiscono nel main stream di una nuova modalità del discorso poetico che illumina, a sua volta, un particolare metodo di destrutturazione del reale, oltre che un modo tutto personale di insufflare nelle composizioni poetiche un’autentica vitalità, evitando la riproposizione di versi asfittici e autoreferenziali come usa adesso.

   Perentorio e feroce, Antonio Sagredo aggredisce le parole, le dispiega in  uno spazio scrittorio originale, all’interno del quale le frasi selvagge e scoscese, spesso oscure e avvelenate, non rifuggono mai da una logica rigorosa.

  Sembra che la tensione barocca della versificazione vada a insaccarsi nella complicanza fine a se stessa, così da impregnare e appesantire i testi, e invece la tara del cerebralismo viene azzerata, dando a intendere che anche un frutto amaro  può essere  assaporato senza pericolo, purché si impari a gustare il lato oscuro della vita, quello che le anime timorose seppelliscono sotto la superficie tediosa della lirica monocorde.

 

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Roma, 31 gennaio 2018, Presentazione di Capricci, da sx Laura Canciani, A. Sagredo, G. Linguaglossa, S. Grieco Rathgeb

 Qui esplodono avventure dentro lande urbane e paesaggistiche inesplorate e il lettore si trova a sbattere i tacchi più volte, messo di fronte alla scelta di volgersi indietro alle rassicuranti buone poesie di pessimo gusto, oppure di precipitarsi in avanti a cogliere in anticipo l’ambrosia più o meno acerba del futuro. 

 Poesia sui generis dunque, perché fonda le sue premesse su una azzardata weltanschauung con la quale viene frantumato l’intero ontogenetico per elencare, catalogare, stipare frammenti in uno spazio non più tridimensionale e in un tempo non più lineare.

   Lo spazio-tempo tradizionale metamorfosa in un quasi nulla e in un pressoché tutto, locus horribilis et amoenus per un verso,  d’altra parte un festina lente temporale come si conviene a una dimensione esperienziale che manifesta in concreto le sue leggi a uno sguardo indagatore, segnato dalle leggi  combuste della verità:

(Il Disturbatore)

  Sagredo non usa schemi per separare apparenza e essenza, taglia e cuce pagine di prosa e poesia in stile fenomenologico.
La ruvida eleganza di questi versi dipende dall’intelligenza dell’autore, ma anche dalla necessità di conciliare in un punto esteriorità e interiorità in perenne conflitto tra di loro: eleganza e ruvidità si combinano in una passione espressiva cupa, dolorosa, ilarotragica, eroica, spavalda (in senso intellettuale), in virtù della quale ogni accostamento semantico diventa possibile, così come ogni descrizione e registro linguistico, ogni coesistenza in totale libertà di elementi etici e dianoetici, di frantumi empirici e metafisici.
  Strofe belle e nere, dilatate fra volontà e voluttà, si rovesciano sul proprio ventre e si strofinano sui bordi lucidi dei congegni meccanici di questo mondo schifoso e insulso.

  Respirare l’eterno, sarebbe questa la meta poetologica di Capricci, se le narici dell’Oltre restituissero un minimo fiato di ciò che costituisce l’ignoto. Se le froge dell’Oltre sfiatassero rumorosamente e intensamente, dovrebbero arrivarci odorosi profumi e incensi, scie magnifiche di letizia, l’estasi ineffabile dell’assoluto, tuttavia il sogno viene subito abbattuto e ricondotto alla sua condizione di pura evanescenza psichica.
  A dispetto dell’inevitabile fallimento programmatico (intendo l’approdo nel non visibile), vale la pena di salire sulla stessa carrozza di Sagredo e viaggiare con la coscienza del rischio e di una possibile composita bellezza.

Non abbandoniamo il Tempo al suo corso tumorale,
prendiamo possesso delle sue inquietanti traiettorie,
le nostre passioni battono destinazioni ignote
e sapremo allora quanto vale l’essere qui e non altrove.

Le Tavole sono imbandite da Tarocchi straniati
che fanno l’occhiolino ai presagi e agli epitaffi.
Le carte impazzano, danzano con la mia ombra,
perché non leggano, sazie del giudizio, il tuo delirio!

(una finestra, un molo)

  Il Nostro non si muove solo nell’ordine umanistico, secondo un accanito recupero delle fonti (grecolatine, mitteleuropee, russe, anglofone e quant’altre), ma in una concezione olistica dell’esistenza, per questo intreccia l’intonazione e la linea melodica delle frasi, il grafico armonico e l’oggetto scenico. La peculiare combinazione di elementi sonori e visivi compensa la deterritorializzazione dell’io poetico, non più centro unificante psichico e sensoriale, né più misura del reale. Al posto della soggettività di tipo cartesiano compaiono al proscenio eteronimi frantumati, disgregati, privi di acclamate verità. Difficile non avvertire come la lacerazione dell’io possa condurre all’ininterpretabilità dei suoi atti, al suo ammutolire definitivo, al suo provvisorio acconciarsi alla bruttezza. Il soggetto razionale si macchia di apparenza, divenendo un punto-massa afasico.
  Il tentativo di superare una simile straniante condizione avviene attraverso l’associazione di vari strati culturali in contesti simultanei, attraverso la fusione di diverse epoche in un amalgama di vari filoni letterari e sociali, trattandosi di pezzi, elementi, brandelli di mondi avvicinati e volti a sé: squarci, brandelli, lacerti e residuati prendono forma secondo una precisa strategia prosodica e si trasformano in percorsi, tracce di ricerca, buone narrazioni e agili passaggi, frammenti e focalizzazioni.
  Ne consegue una scrittura viva, con le vene aperte, vissuta diversamente dai soliti scartafacci intellettualistici.

  Sagredo rivede il mondo, lo rivisita con furia e lentezza, con ripensamenti continui e solide idealità. Non un semplice poiein, ma un farsi continuo e creativo sotto gli occhi del lettore attonito:

Il traguardo è già dietro alle tue spalle ed è un luogo
conquistato, ma altri luoghi affollano nuovi pensieri
e molteplici spazi aspettano i soggetti: quante filosofie
ancora abbiamo da conquistare! Le Muse vogliono baciare
l’ultimo frammento, invano! Brunite sono le parole nei cieli!
L’imperfezione giuliana trionfa sul concetto monolitico:
spazza via l’assoluto indegno, le totalità inutili!

(Fragment…azione)

Antonio Sagredo_9

Roma, 31 gennaio 2018, Presentazione di Capricci, da sx  A. Sagredo, G. Linguaglossa,

 

All’interno di Capricci viene creata una scena originaria, un teatro mitico, stretto dentro il canto e la pronuncia a voce alta, capace di caricare su di sé i temi più disparati, espunti dalla Storia collettiva e individuale. Si tratta della forza di chi lavora nel mezzo della distruzione e crede nella possibilità di ricostruire la potenza della poesia.
  In tempi di impiegati della letteratura si può ben rispolverare (per il Nostro) l’aggettivo titanico, ora che la cittadella della scrittura frana in continuazione, immessa com’è in un paesaggio senza identità e senza pietà, sempre in prossimità di implodere e sprofondare.
  I testi visionari di Capricci impastano l’anelito utopico e il malessere distopico, non rinunciando in nessuna occasione alla speranza, nonostante l’angelo ubriaco della Storia veda accumularsi davanti a sé le macerie della vita, le rovine del quotidiano, l’entropia in generale.
  Sagredo si muove con un respiro lungo, arricchisce, articola, ripara gli slabbramenti in atto. Non si arrende al gattopardismo, né rimane prigioniero dei lacci spalmati di miele dell’allegoria a minore, non a caso il suo ossessivo scontro con il negativo non presenta caratteri ideologici, ma esistenziali.
  Il poeta deve essere crudele e non esitare di fronte alla verità, alla giustizia, alla nuova fatalità del male che vuole allearsi con il bene. Deve sapersi misurare con la forza di gravità e scendere nelle oscure cavità della natura umana per restituirne senza preclusione leggi accettabili per tutti.
  Il poliedro sagrediano si immilla di necessità e casualità, di digressioni e complessità, a ritmo vorticoso, interrotto da pause che si collocano al polo estremo della contraddizione: strofe troppo piene e troppo vuote si alternano con metodo, dilatando il discorso verticalmente (l’alto e il basso dell’asse morale) e orizzontalmente (la longitudine delle vicissitudini personali e sociali).

  Una sete infinita di conoscenza fa da sprone agli artigli del poeta-grifone che sorvola e intercetta i mutamenti ininterrotti dell’esperienza: quest’ansia cosmologico-ontologica (lo Streben di cui parla Fichte) ci riporta all’origine, al centro dell’avventura umana e di tutte le consapevolezza raggiungibili:

Miti? E la parola per dire non sapeva il suo principio, e il suono
di un fare un terrore indistinto dalla carne, e dei tramonti l’argilla
stampava del tempo non l’azione e il suo oblio… il ricordo
non è nostalgia del nulla, ma l’accidia di un rimorso!

Il coraggio della visione e della dimenticanza era una vigilia
di lettura, e della nascita il sonno un pensiero di magia più
del sogno, e una gioia inesistente la materia inerte oscura,
e il suo furore variopinto un trastullo per un mortale, e grigio parto!

Faust (la Poesia) chiede a Mefistofele-Sagredo come mai, essendo un angelo ribelle, condannato in perpetuo all’inferno, possa risalire per venirlo a visitare.
E Mefistofele-Sagredo: ”Non è inferno anche questo?”
La Poesia è dove siamo, dove moriamo e trionfiamo, dove alziamo barricate per resistere al Grande Vuoto che ci dilania. Dalla Poesia voglio un segno: in questi Capricci ne ho trovati innumerevoli.

Antonio Sagredo Alfredo de Palchi

da sx Antonio Sagredo e Alfredo de Palchi

Nereidi, durante i fasti di ottobre

Cinque componimenti

da Poesie dell’anno corrente – 2008

Serbate un druidico silenzio nel calice e nella finta visione
che mai celebrerà l’acqua in vino, la carne in reale verbo.
La nascita sarà l’oggetto sacro di una soglia incorruttibile,
il doppio volto la sorte egizia che recita una fittizia creazione.

Avresti dovuto mirare dai tralci l’uvetta di Corinto
e dai castagni in fiore il nostro folle diletto, i divini
morsi che devastano i seni, le labbra ròse di un portale
che gli dei cortesi accettano come una primizia fede.

Mai visto una Regina così : scarpette gialle e gonna di mussola,
le labbra del tempio corazzate di ruine per eternare un idolo
e tra biancospini idromele muffito e monete di menzogna,
perché l’alcova sia un candelabro spento e una carità senza fine!

Sapessi tu navigare fra le tenebre per generare preghiere
e sangue da un distratto oblio… un non-ritorno lo specchio
piombato in cui la carne invano si macera per un’altra vita –
e quel vuoto che sfascia i nostri sessi e quei piaceri innominabili!

(Vermicino, 22-30 settembre 2008)

Da Poesie del secondo anno corrente – 2009

Più quadri, per te, Cassandra!

E tu vedrai i miei trionfi sulle Vie dei Canti,
come sulle consolari un tripudio di epitaffi
in cenere fissa il Tempo alla sua rovina
e dìssipa dietro le quinte lo spirito dei gesti.

Non avrai nemmeno un cantuccio per amare l’Arte
perché come un apostolo libertino l’umile potere
hai travisato per un’oncia di invidia bizantina:
il piacere del lutto hai vinto per un ignobile retaggio!

La lettura volgeva al tramonto di uno stile il vaticinio
di una lingua tòrtile, come una colonna asmatica
che dal leggio al calice celebra la sua caduta,
lo stupore di uno scacco e l’applauso di una metafora.

E non potrai mai scrivere un necrologio al mio pensiero:
ti manca la giostra dei numeri e dei sogni, le idiozie
degli arcani che sul Tempio dei Miraggi discutono
del fato, del destino, ma non sanno le destinazioni !

E se dici parola non ti consiglia l’Oracolo una visione
per divinare una sgraziata profezia… e ti disprezza,
e ti racconta frottole e menzogne se non hai valore,
e l’ispirazione credi vera, ma solo per la tua meschinità!

(Vermicino, 11 marzo 2009)

da Poesie del terzo anno mediocre – 2010

Interdizione oscura

Non è scontato nascere con una voce di riserva,
il falsetto di una gola si spande come argento vivo,
ma la fusione non scarta le radici delle note, e l’acqua
è stagnante notte in preda al panico gendarme.

Non è la veglia che va oltre la prescrizione di un’arietta
se lungo i viottoli si sono uccisi i ranocchi sferici,
la tua mano muta ha occhi-uncini per celebrare le perline
spente di quelle vite mai giunte ad un principio.

Non è casuale l’incontro di un corpo libertino con la carne
che al voto di un credo oppone una substantia nigra
e al pallido interno disvela un moto intercettato, e senza pietà
un’oscura unzione simula, ma io scongiuro un divino verbo!

La scala dorsale è il martirio insano dei miei spietati versi
per una malattia inconsistente, per redimere un dio in disuso
e la storia fissare a tre chiodi e a gli occhi suoi mirabili… un concime
umano per oscurare l’Oriente col Verme dei Trionfi occidentali!

(Vermicino, 21 dicembre 2010)

Antonio Sagredo_11

Roma, Antonio Sagredo, 31 gennaio 2018 Presentazione Capricci

da Poesie dell’anno inattuale – 2011

Metanoia

Quel furore inusitato che m’hai prestato in contumacia è una meraviglia
che solitaria brucia sugli specchi come una sfacciata ipocondria,
ed è avvizzito il suo delirio sulla volta di una quinta deformata
per il grido di un numero che sfidava in moto la materia oscura.

Ma sul libro è spento lo spasimo di Palermo che un ferino giorno
declamai per il mio disprezzo, e per quella gloria che il marmo
mutava in corona siciliana l’Omero che riconobbe in un signore
il mare, che s’apriva al suo passaggio e alla schiuma dei cavalli in corsa.

Non riconosci nei miei versi il sublime duraturo e il filiale affetto
che nell’anima agita la tua ascesa, e la baldanza di chi ritorna alla lettura
per ritrovarsi alle cinque fonti… umile, senza enfasi, ti sei rinvigorito.
Ma quei poeti sono luridi nel loro circolo mediocre, e mortale!

E mi sento fuori dell’urna in questa primavera, nei pigolii inermi delle gemme,
e dell’infanzia non sai godere il mio furore giacobino in usufrutto – ma la città
si concede ai requiem, ai canti di cera dei crocicchi – e la mia pietà, Anna,
cortese ammira dal tuo celeste, e la rovina che mi tallona il sangue, e la mia vita!

(Roma, 7 marzo 2011)

da Poesie dell’anno iconoclasta

Il volto dell’oriente oggi mi sconforta e il suo sangue
non è più un cristallino desiderio se il despota sposa
il verbo di un profeta senza fede con la storia razionale –
e quanto ottuso il suo credo, quanto inutile il suo carapace!

Religione è parola terribile che lega l’impiccato alla sua corda,
un amante incredulo che ha sete di credenze per il suo crestato odio,
che alla morte fa le riverenze e gli inchini di un credente infame,
come il fedele ciellino occidentale è simile al suo infedele sosia!

È il gioco delle parti… e degli specchi è una giostra risibile
e non è più seria se gli dei balbettano afasie come i profeti –
che le maschere delle parole mutano in pernacchie, ma le vie
sono gessate dal sangue e dalle grida siriane delle madri.

La Pietà è inattuale Michele, e la tua fede eretica era la durezza
della materia che tu mutavi in carezze, e celebravi con lo sguardo
degli strumenti la tua mano… eri contro quel dio romano dei carnefici
e il sangue cardinale… il denaro acceca la cristiana fede e l’Oriente – mercanti!

(Maruggio, 15 giugno 2012)

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21 commenti

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21 risposte a “Antonio Sagredo Cinque poesie da Capricci (2017) con un Commento critico di Donato Di Stasi

  1. Michele Bianchi
    Il discorso sulla decadenza in Antonio Sagredo. Analisi della poesia ‘Eredità’
    .

    La seconda quartina di “Eredità” è spia dell’intero discorso sulla decadenza in Antonio Sagredo, spia della sua poesia della rovina, perché la rovina è del
    poeta, del poeta in quanto natura. Con la prima essa fa discorso a sé. Ciò che segue, del componimento, sarà esposto a suo tempo.

    Mai conoscerò gli spazi che mi sono dati,
    solo le latitudini del tuo cordoglio.
    L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti
    sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi.

    Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
    il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
    È una fede che sopporto prima della mia rovina,
    per te decreti il futuro e i rintocchi.

    Come intendere, in Sagredo, questa ‘natura’ del poeta (l’io)?
    Leggo dalla nota critica di Ennio Abate (in ‘Poliscritture’): «Poi un’allusione al «ferrigno secolo», che è già morto sul nascere («sulla soglia») e sembra non possa realizzare nessuna delle sue promesse. Avevo pensato al Novecento e alla Prima Mondiale, ma…“E se fosse questo appena cominciato? Non vedi quante guerre e catastrofi in atto lo rendono forse ben più «ferrigno» del Novecento a cui tu ancora sei ancorato?
    Di difficile decifrazione sono i due versi successivi: di quale fede si parla? E perché viene “sopportata” prima della propria rovina (morte?)?»

    Ogni rovina, nel moderno, se ne sta all’ombra della malinconia, come il poeta a se stesso ma – questo è il punto – pensato come natura, non come pensiero, non come sforzo di composizione, di costruzione o ricostruzione, non come instaurazione o restauro, non come volontà dello spirito bensì come natura. Contro il Dio estremo del nulla leopardiano Sagredo pone la necessità della natura, non però come un organico dipanarsi della bobina del destino, bensì come il luogo dove il poeta ha potuto riconsegnare la sua libertà, e così anche ogni ombra d’un capriccio, o di un meccanismo.
    Qui la natura si svela artificio, o poesia, non meccanismo, necessità.

    La morte naturale è vinta; quindi non è della propria morte che parla il poeta, e la poesia non può più patire alcuna anxiety of influence. L’eredità, qui, senza angoscia. Grazie alla poesia si produce un alleggerimento del peccato dei precursori, che ora può – sì – non ricadere sull’allievo, sul poeta efebo, l’erede, la terra dell’impatto presunto («conoscerò […] solo le latitudini del tuo cordoglio. L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi»).
    La teoria immaginaria di un superpoeta nascosto negli anfratti della coscienza poetica è completata da una logica dell’alleggerimento di questa influenza, e dalla scoperta di un ritorno, dopo un viaggio attraverso la poesia, come dopo una lunga agonia di vita. Tanto che il titolo del trittico potrebbe contenere, nascosta, questa parola: “efebo”. Completiamolo: Il Poeta efebo e la sua Rovina. Rovina non dunque causata dal poeta precursore – come terrore per la vendetta sul misfatto principale: essere Poeta -, né da un organico dispiegarsi della natura, ma d’artificio, rovina finta.

    Rovina, voluta, libertà, restituita, al mittente. Restituita, attenzione, non a boccaperta – stupita – ma a bracciaperte – perfettamente buona. Le stesse braccia ritrovate aperte, e senza neanche più l’ombra della sorpresa – senza che più niente o nessuno sentisse il bisogno di mettervi bocca -, al ritorno dal viaggio della poesia all’interno della sua medesimezza, là, dove la parola si esaurisce lungo i solchi della terra bruciata del Salento, felicemente. Non si era mai mossa da quella terra, inchiodata al sole, ed ora ha i tuoi occhi (soli i delitti, come bussole, lungo il viaggio della misericordia, «sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi»). Abbandonata la logica dell’interpretazione del testo precursore, la poesia vola verso la riscrittura critica del passato, come epistemologia del dolore e arte del tempo, prima del suo ritorno a casa, nella “sua Rovina”.

    Rovina, se da un lato tu appari al poeta non ancora esausto come la vendetta di un altro sulla natura, a causa della costrizione che lo spirito ha inflitto ad essa formandola a sua immagine, da un altro lato Rovina, e in quanto del poeta, stai tutta raccolta in ciò, che qui – contro ogni epifania dell’essere per la morte o dell’essere per la rovina – una poesia vien percepita come un prodotto della natura. «Non offrirò più istanze a un Dio estremo». Nessun rovinare nel nulla di un Dio estremo. Nessun decadere nel Dio di un’ultima parola. L’ultimo a parlare sarà questo poeta in rovina – che Rovina – fin dal suo albeggiare: «il ferrigno secolo è già morto sulla soglia».

    E nondimeno, proprio come intuì Leopardi (il quale non coincide col nulla che pure presentifica), la soglia (il moderno: ciò che scorre e passa, ciò che nasce per svanire e che come tale è già passato), è il termine temporale che giunge a definirsi con le medesime insegne del suo polo antagonistico, il morto (l’antico: il passato, il già trascorso di cui si sentirebbero i rintocchi di batacchi di campane).
    Questa fede è fede nella nuova logica, scoperta nel moderno, la logica del secolo nuovo (“E se fosse questo appena cominciato?” si chiede l’interlocutore di Abate), dove il passato non è tanto ciò che è trascorso, ovvero un aspetto tempo passato, quanto piuttosto la stessa struttura del nuovo che s’inabissa dentro di sé, la stessa logica del soggetto che si impana su se stesso in modo inarrestabilmente grottesco, contro ogni retorica del buio o della luce: «per te decreti il futuro e i rintocchi». Che nella modernità il nuovo sia per definizione ciò che cade e va in rovina, non significa infatti che l’esperienza sia quella di un decadere naturale della luce.
    Ecco il Poeta, col suo lanternino a forma di Rovina consumarsi tutto, interamente, in questo compito efebico. Il nuovo è infatti – e invece – la persuasione che un organico dispiegarsi di un tempo naturale sia vinto, e proprio ogni volta dalla poesia – dal Poeta che viene giovinetto per destino («gli spazi che mi sono dati»), ma invecchiato d’artificio -, vinto dalla fabbricazione anticipata, e d’invenzione geniale, del nuovo, attraverso l’astrazione poetica, attraverso l’immaginazione a inchiostro del Poeta adolescente in esercizio di Rovina, anche laddove s’anticipasse esausto («È una fede che sopporto prima della mia rovina, per te decreti il futuro e i rintocchi»

    [ in “L’Attualità”. Periodico mensile di società e cultura, 6, 2016, p. 8 (ma già in ‘Poliscritture’, 17 giugno 2015, si ripropone pressoché invariato) ]

    eredità
    Mai conoscerò gli spazi che mi sono dati,
    solo le latitudini del tuo cordoglio.
    L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti
    sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi.

    Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
    il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
    È una fede che sopporto prima della mia rovina,
    per te decreti il futuro e i rintocchi.

    Come il grido genera silenzi clamorosi
    quando il governo della castità è carne corazzata!
    La lingua del feto succhia latte di giumenta.
    I meridiani del tuo orgoglio segnano un passo d’oca.

    I sudari sono sazi di canti salomonici,
    la notte è un classico che rifiuta i nostri occhi.
    Il tempo che m’è dato non accetto:
    getta il sale sulla mia ipocondria!

    Il trono genera Poteri e antiche Madri
    e nega al sangue una sorgente demoniaca.
    L’immortalità è alla deriva come le bandiere,
    non sposo il grano che nutre la tua falce!

    Tutto nel futuro è un viola egemonico,
    di gelatina è la traccia della tua semenza.
    Ha una ferita viola il tuo fondo schiena,
    di madreperla è il mio furore libertino!

    E ti apri tutta dai capelli alla ceneri,
    per me balbetti intatta una tribale danza.
    Ancora m’innesti le stagioni e i lamenti,
    più della carne sono le ossa gli ultimi vagiti.

    Il bacio della vulva è il mio silenzio.
    Com’è banale la reliquia di santa Clitoride!
    Ti dono una piramide eccitata dai misteri,
    tutto ti sono dentro, e nel tuo sangue il mio si sfarina!

    La selce… è lei!… è, per me, morire!
    Non è mio il tempo del tuo futuro!
    Sono gli occhi i passaporti per la cecità:
    certificati d’ansia, autostrade infelici.

    Tradussi gli amori, le orchestre dell’orrore,
    tutte le speranze in disamori!
    Non cercate più il mio canto eterno nel furore:
    una condanna, un disonore la Destinazione.

    Quale eredità noi lasciamo per i loro occhi?
    Sarà l’età dell’oro delle carneficine – senza nome!
    Sommario di stermini, di massacri – senza requie!
    Scandaglio delle ossa – carne!

    “la pupilla armata convoca il delirio”:
    dubita come coltelli che latrano alla Gioia.
    Quanto lo spazio fra il morire e la morte?
    E va bene: fine della teologia e del suo girovagare!

    (Roma-Vermicino, 6/27 settembre 1999)

    • Sagredo è un poeta ostico per coloro i quali hanno un’idea della poesia tradizionale. Diciamolo subito, egli ha un proprio trademark che lo rende unico con la sua proposizione estetica, un amanuense che ricava dal grande libro dell’Esistenza, papiri poetici dove sono tracciate le forme evanescenti della vita, come geroglifici da decriptare e conservare. Qui non c’è metafisica, ma allarme di fronte a ciò che ci si scontra ogni giorno, come Mistero e Dissolvenza; una sorta di catena di smontaggio e rimontaggio dell’Essere e non Essere. In questa industria di commercio esistenziale sta tutto il Cronolinguismo di Sagredo,nel suo urto costante con la realtà, che finisce con l’essere una tumultuosa concatenazione e successione di fatti ed eventi..

  2. Anche se non smettiamo mai di dire male degli aggettivi,la “tumultuosa concatenazione”di cui parla Mario Gabriele , a proposito dell’opera di Sagredo, prende forza e vigore dall’aggettivo “tumultuosa” .Oso perfino aggiungerne uno mio:”tellurica”.Perchè è nel tumulto della terra ,che nasce la poesia di Sagredo,la terra con tutte le sue seduzioni e i suoi rifiuti,il suo perfido impasto tra bene e male.

  3. Fermo restando il parere espresso da Mario Gabriele, che condivido e faccio mio:

    «una sorta di catena di smontaggio e rimontaggio dell’Essere e non Essere. In questa industria di commercio esistenziale sta tutto il Cronolinguismo di Sagredo,nel suo urto costante con la realtà…»

    resta il fatto che la genialoide idea di Sagredo, secondo il quale la poesia si nutre di eccessi e di eccedenze (un po’ alla maniera di Emilio Villa, da lui molto stimato), questo dato rischia anche di essere il limen oltre il quale la poesia sagrediana non può andare: intendo alla lettera: che gli eccessi una volta pronunciati, restano quello che sono: eccessi, appunto, scarti, residui del riciclaggio non avvenuto, sintagmi scarti, aggettivi-residui della tradizione alta, aggettivi residui della tradizione bassa… un bailamme di scarti e di residui in vorticosissima agitazione quantica… un dissolvimento del reale colto nella sua agitazione perpetua, un nichilismo variegato e cromatizzato… quasi liofilizzato…

  4. Giuseppe Talia

    La prima volta che lessi alcune poesie di Sagredo, autore a me sconosciuto fino al 2014, su questo blog, rimasi scioccato. Non solo per alcuni punti di contatto con un mio libro del 2008, ma perché la poesia di Sagredo (già il nome, sangre, sagrato, sacro e quindi dissacratore) andava, e va, oltre l’esistente e il possibile, con un recupero della tradizione più lontana della letteratura e una commistione geniale, ossessivamente puntigliosa, riguardo la metrica (quale metrica?), con figure retoriche ricorrenti, paronomasie, bisticci, iperbole, sineddoche, ma fra tutte l’antitesi, “la rosa non è più la rosa” (pag 117), un solo esempio come però se ne rintracciano diversi nel corpus di Capricci. Come pure la perentoria chiusura di alcuni testi in successione con la preposizione “per” al termine del testo con valore concessivo o limitativo (pagg 22, 23, 78, 83, 90, 92, 103…)
    Sagredo, indubbiamente, è il poeta della visione, “sono spietate le tre fedi”(pag 93); “non ci si può liberare dalle stragi”(pag.98) anche se le sue visioni sono realistiche, anche quando tirano in ballo l’Apocalisse, drammatiche e corali.
    Il metro di Capricci è il verso giambico, con una ticchiosa, maniacale, ma allo stesso tempo rassicurante veste che permette all’autore di muoversi agevolmente nello spazio frastico. Un solo esempio:
    Chi piangerà il secolo trascorso e questa decade? (Sagredo)
    Nox erat et placidum carpebant fessa soporem (Virgilio).

    GT

  5. gino rago

    “(…)La città aveva ciglia violette, di mattina, finestre e corvi danzavano,
    sottovoce parlavamo dei labirinti, ma la rugiada invecchiava (…)”

    per me è l’acme della esperienza poetica sagrediana.
    Ma lo è anche per Giorgio Linguaglossa e lo si apprende, alle pagine 298/299 di “Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia
    estetica, Progetto Cultura, 2018”, nel saggio dedicato ad Antonio Sagredo.

    Le altre mie meditazioni su “Capricci” le ho gridate la sera del 31 gennaio u.s. alla Odradek di Via dei Banchi Vecchi (ricchezza lessicale, parole-valigie o mots-valises, icarismi linguistici, giocolerie ripelliane, talvolta anche lallazioni). Il resto è stato limpidamente detto negli ottimi commenti che
    precedono il mio.
    Perché ripetermi?

    Gino Rago

  6. LA RISCOSSA

    e leggo solo quello che è postato
    ammettendo-non è il termine esatto – di essere stato colpito
    dalla musicalità di fondo

    quel a capo che sgorga sereno
    da una aorta silenziosamente toccata.

    La scala dorsale è il martirio insano dei miei spietati versi.
    (acquistare, Capricci di Antonio Sagredo )

    che ha bisogno
    di una storia ancora condivisa
    per poter morire, enunciare, resuscitare.

    la storia è la poesia che si nasconde all’interno della poesia che si nasconde nella storia.

    mi piacciono i nomi propri.
    esageratamente normale.
    i nomi propri diventano sostanza poetica e storica
    sono gli stessi nomi, Anna, Michele, come i Corinti e le Regine!

    Un tempo nel tuo tempo ancora erano possibili
    gli atti e le imposizioni,
    un tempo nel suo tempo
    la storia era un comune trastullo.
    Nulla di ostico e di tumultuoso.
    Tutti dormono e dormo anch’io, nei comuni sogni la differenza.

    grazie OMBRA!
    ( sarebbe bello sapere l’intervento in sede di presentazione di S. Grieco Rathgeb)

  7. gino rago

    Gino Rago – Glossa a Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica, di Giorgio Limguaglossa, Progetto Cultura, 2018, pp 512, E 21,00
    Dalla «Traccia» alla «Metafora Silenziosa». Colloquio a distanza J.Derrida-M.Heidegger-G.Linguaglossa (pp. 65/72)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/02/04/antonio-sagredo-cinque-poesie-da-capricci-2017-con-un-commento-critico-di-donato-di-stasi/comment-page-1/#comment-30701
    (…)
    Per J. Derrida «Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio».

    Chiosa Linguaglossa:

    In ultima analisi, la poesia è un Enigma. Quando qualcuno parla, parla l’Enigma […] Sicchè nella sua chiosa Linguaglossa traccia un solco fra «poesia-Enigma» e «linguaggio-comunicazione», ovvero l’uso del linguaggio per scopi contingenti o per fini socialmente necessari, utili soltanto alla comunicazione reciproca fra gli uomini di una stessa comunità.

    Inoltre, sempre per Derrida «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto».1

    Da queste premesse alla metafora silenziosa (come quel qualcosa che sta prima del linguaggio) il passo è breve.
    A proposito della «metafora silenziosa»
    Linguaglossa precisa:

    La metafora silenziosa forse è la più alta forma di metafora, la più pura. È quella che non si fa vedere, che preferisce l’inappariscenza, che si mostra simile a ciò che metafora non è. La metafora per Bataille è un «istante privilegiato», l’istante in cui appare il «sacro», che serve a dare «un senso al resto degli istanti senza privilegio» della scrittura. L’apparizione della metafora spezza la normalizzazione del linguaggio. «Questa craquelure spazio-temporale circonda la pointe dell’istante privilegiato, e dimostra in crisi l’ubi consistam, insomma la sostanza, quel qualcosa che sta sotto, a cotesto istante».2

    E ciò che sta sotto codesto «istante» si rivela essere un vuoto di significante e di significato che non può essere nominato se non entro una catena infinita di significanti e di significati. La metafora è questa rottura degli anelli della catena, rottura che dura appena un istante, l’istante privilegiato, dopo il quale essa riannoda i fili che la legano al sistema infinito della catena significante, al differimento dei significanti e dei significati.
    Pretendere di dire che cos’è la «metafora silenziosa» è qualcosa cui non può arrivare una modesta intelligenza. Per afferrare questo concetto dobbiamo fare riferimento a ciò che c’era «prima» del Linguaggio, a quel muro di silenzio linguistico che il linguaggio ha squarciato con un atto indicibile. L’indicibile del Linguaggio ha fondato e s-fondato il silenzio di «prima» del Linguaggio, lo ha reso, in un certo qual modo, dicibile, udibile, sensibile. Il linguaggio come sistema di segni, proviene da qualche cosa d’altro. Questo penso sia chiaro. Quel qualcosa d’altro che è il «prima» del linguaggio e che è destinato a rimanere «silenzioso». È quindi il «silenzio» che fonda il «linguaggio». Questo è un pensiero che penso possa essere afferrabile, un po’ come nella fisica odierna è il «vuoto» che fonda gli universi di materia e di anti materia. Dobbiamo quindi postulare il «silenzio» di «prima» del linguaggio per poter afferrare il silenzio «dentro» il linguaggio.

    Il compito più alto della poesia è appunto questo: indicare, alludere, richiamare il silenzio di prima del linguaggio, quel silenzio che è l’essere stesso, che è il linguaggio dell’essere. Comprendo adesso la difficoltà di Heidegger di scrivere l’opera che avrebbe dovuto seguire Essere e tempo (1935), bisognava inoltrarsi in una indagine perigliosa sul «prima del linguaggio» con gli strumenti del linguaggio e sarebbe occorso un «altro» linguaggio che lui non aveva.
    L’evento ontico fondamentale è il «silenzio dell’essere», quel silenzio che è il suo linguaggio proprio. E questo è l’obiettivo della grande poesia europea, dei più grandi poeti europei dell’Ottocento e del Novecento. In questo progredire della loro ricerca si avverte l’eco del tinnire di quel silenzio, come scriveva Leopardi «sovrumani silenzi»,, «interminati spazi» e «profondissima quiete» (da notare le puntigliose e precise espressioni di Leopardi il quale è un poeta che non getta certo le parole a caso).

    Ma quella frase che abbiamo usato: «prima del linguaggio», ci introduce in un altro problema filosofico di non poco conto che Heidegger aveva ben presente: quel «prima» ci introduce alla categoria del «tempo». Ma Heidegger si è ben guardato dall’inoltrarsi in quel ginepraio di oscurità. E così, siamo ancora all’inizio del problema, dobbiamo noi (dico noi per dire la «poesia»), inoltrarci in quel ginepraio fatto di «silenzio interno ed esterno» al linguaggio. Siamo dentro la problematica della metafora silenziosa. Quella cosa misteriosa che traduce il silenzio in linguaggio, l’assenza in parole. È questo che fa de «L’infinito» di Leopardi una poesia quasi sovrumana.

    Provo qui a chiarire quello che voglio dire con la dizione «metafora silenziosa». Noi tutti stiamo dentro un orizzonte degli enti e un orizzonte degli eventi. Anche il Linguaggio ci sta dentro. Anzi, il linguaggio è quell’evento che si presenta come ente, ed è per mezzo di questo ente che noi possiamo cogliere tutti gli altri enti. Infatti diciamo che il linguaggio fonda gli enti, appunto, in questo senso.
    Ma io dicevo qualcosa di diverso: che c’è un «prima» del Linguaggio (questo è un pensiero incontrovertibile), ed è a questo «prima» che noi dobbiamo fare riferimento quando parliamo del «Linguaggio». Ebbene, di questo «prima» nulla sappiamo e nulla potremo mai sapere, ma che ci sia, è un fatto incontrovertibile. Il linguaggio è già una «istanza di mediazione», noi esperiamo il «mondo» attraverso questa mediazione, possiamo dire che siamo prigionieri di questo recinto che è la nostra mediazione linguistica di cui i nostri organi percettivi ne sono una emanazione biologica e storico-sociale.

    Per dirla con Lacan e Heidegger, il Linguaggio è il vino che sta dentro la «brocca» di Heidegger, e, come ha bene spiegato il filosofo tedesco: «Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione. La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene».
    È dunque il «vuoto» della brocca che dà forma al vino. È il «vuoto» che dà forma al «Linguaggio».

    Ora io dico un pensiero forse ardito ma al quale tengo molto: È la grande poesia che consente l’attraversamento, per lampi, del Linguaggio e fa intravedere quel «vuoto» che sta al di là del Linguaggio. È quello che accade in alcune pochissime poesie quasi sovrumane di pochissimi poeti (Hölderlin, Leopardi, Eliot, Mandel’štam …), che s-fondano il Linguaggio e ci fanno intravedere quel qualcosa di cui noi non potremmo mai fare esperienza… Questa cosa misteriosa io ho denominata «metafora silenziosa», ma non perché sia una semplice metafora fatta di verba, ma perché attraverso i verba ci fa intravvedere quel qualcosa che sta «prima» del Linguaggio(…).

    1 J. Derrida La scrittura e la differenza tra. it. Einaudi, 2002 p. 177
    2 P. Bigongiari La poesia come funzione simbolica del linguaggio, Rizzoli,
    Milano, 1972, p.165

    Gino Rago

  8. carlo livia

    Sagredo ha il fare concitato e verboso, profetico e sacrilego, a tratti stralunato e delirante dell’uomo che è riuscito ad evadere dalla caverna immaginata da Platone, dove restiamo incatenati a spiare le ombre proiettate sul muro. Lui, che ha potuto vedere il vero aspetto della realtà, sa che tutta la nostra conoscenza è illusione e mistificazione, da cui si affanna a redimerci con ispirate e indignate affabulazioni.
    Ma di quale verità è portatore, e con quale procedure espressive tenta di persuaderci? I grandi mistici, come Eckart, sostenevano che solo spogliandoci di ogni pensiero e certezza, svuotando completamente la mente possiamo “costringere” la divinità a discendere in noi, ad abitarci col suo logos. Analogamente, i surrealisti hanno tentato tutte le strade possibili per eclissare la ragione cosciente, facendo del pensiero e della lingua scandaglio dell’inconscio.
    Apparentemente Sagredo adotta la strategia contraria: un io ipertrofico, una coscienza dilatata e deifcata proietta su tutta la realtà la sua ombra sovrumana, la sua volontà prometeica, decomponendo strutture morfosintattiche, deformando e profanando, desublimando scenari metafisici in barocche architetture di stucchi e cartapesta.
    Ma non c’è confine, ” il dentro è un fuori infinito ” ( Ariot ), il sacro infranto da furia iconoclasta si ricompone in sfolgoranti e impalpabili visioni oniriche, degne dei migliori surrealisti ( Prove mostruose ).
    In tempi di pensieri liberi e inquisizioni vigorose e armate, Sagredo avrebbe corso i pericoli dei grandi eretici, ma oggi può stare tranquillo, nascosto nell’ “Ombra” ; ben altre ombre e artifici offuscano sguardi e pensieri, le catene sono sempre più salde.
    Gli ho espresso più volte ammirazione e gratitudine ( fino ad annoiarlo! ) per avermi svelato gemme di splendore poetico tra le più preziose che ho incontrato nella mia lunga vita di lettore, eppure… vorrei vederlo per una volta finalmente placato, spoglio di maschere e teatralismi, consegnarci una bellezza più austera, una verità più essenziale e necessaria.

    IL TERRORE NEGLI SPECCHI

    per Antonio Sagredo

    Nel teatro dei risorti s’incontrano la morte e il suo assassino
    e un Dio si ammala

    A vedere quel silenzio d’uragano il cielo esce dalla prigione

    Gli incesti sottili dilagano e l’inferno scende a patti con l’addio

    Non resta niente in quella gabbia
    dove sognano un ragno che divora la notte dei peccati

    I desidèri delle fanciulle azzurre uccisero il confine
    ma non poterono ridarmi la vita

    Lei s’incamminò tutta sola in quella domanda oscura
    in cui ero già scomparso

  9. marta antonaci

    Da vecchia amica di Antonio Sagredo riporto un secondo intervento di Michele Bianchi dell’altro ieri.
    M. A.

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    Michele Bianchi 3 febbraio 2018 alle 10:45
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    Un momento centrale di “A carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte”, componimento di A. Sagredo scritto nel febbraio del 2016 ed inserito nella raccolta delle “Poesie beate” come uno dei suoi ultimissimi impegni, si specifica come una poetica dello «stacco», come un’ode del passaggio, un canto per il ponte che separa («E nell’istante della creazione fra parola e parola / O ponti, una volta arcobaleni»). Stacco, volo, suono assolutamente eterosessuale («Che armonia possedere in sé un altro canto!»). Lo specifica il Poeta quest’Altro, ma è lampante: si tratta del mistero del nutrimento amoroso, cantico dei cantici («dar vita alla Vita»). Alleggerimento – viene chiarito ancora – solo saturnino («Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi / Come se a numeri infiniti un numero altro / Non infinito o la sua negazione / Sarebbe leggerezza / E poi essere lieve come uno dei qualsiasi numeri nei cristalli dei fiocchi / Di neve e sciogliersi, / forse così la partenza, gli arrivederci e gli addii / Lievezza, ovunque»). Perdersi puro, in un semplicissimo andare a fondo dell’umano. Avvitarsi su di sé senza far leva su nessuna astrazione demiurgica («E nella destinazione ognuno s’affossa nell’essere / Ch’era stato e che mai era stato un essere altro!»). Nessuna esaltazione del gesto che non sia anche durata. Durata che però non cede. Durata che resiste nel suo stesso essere esposta alle voglie ascetiche dell’umano, alle intemperie dello spazio e del tempo, alla voglia di infinito e di incenerimento. Durata animale più che umana. Durata che ha le zampe impuntate come un bestia da soma, di contro alla fune dello sguardo che tira la sua prospettiva rinascimentale o la sua retorica barocca del ripiegamento. Invece «lievezza» ovunque senza più voglia di nascosto, amore senza turbamento («Amore che sfiorendo s’innamora di nuovo Amore»), assurdità allo stato puro di un asino che vola, che si slancia verso impensabili bassezze («Non ci sono più ai crocicchi barocche lacrime, / Non c’è più Oriente. / Nessuno agiterà le banderuole ad ogni pietra miliare, / Nessuno i metallici galletti sui merletti consunti delle torri sveve»). Un chiasmo tra il cosmismo russo e l’orfismo americano della prima parte del novecento sprigiona la forza politica scientifica visionaria di questa scrittura, perché la danza dell’umano si slancia allora verso «nessun creatore» che sia evidentemente – aggiungerò – privo di un corpo scritturale (‘destinazione’ – ‘volo’ – da intendersi «soltanto nel senso del Libro dei Morti egiziano» avverte il Poeta), un qualcosa semplicemente da vedere. No. Niente da vedere, niente da sapere («Come in un tango che intreccia e tacchetta una condanna lenta / A due corpi appassionati: virtuosi sguardi e vuoti scellerati!») Ignoranza d’oro però, ritorno afroditico di luce non voluta («E le aurore perdute nella notte conobbero la luce e l’onde / Nell’oscurità come sentieri inespugnabili alle spume»). Il silenzio («l’uomo») balla con la sua morte («la donna»), sicché questa rovina del silenzio che inizia alla danza ripulisce la scrittura da ogni traccia di desiderio pensato – per esempio – come inconscio primosurrealista (in un malcompreso freudismo). La nostalgia qui non è infatti dell’umano, e Saturno – ovvero il non su questa Terra – è segno di una disantroporfizzazione interna a questa scrittura. Oltre la negazione e il suo cattivo infinito (in questa luce nera non tutte le vacche sono nere). La si continui pure a chiamare nostalgia questo atrabiliare sentire dopo l’uomo, ma non è nemmeno nostalgia, come questo Saturno di cui parla il Poeta nemmeno è Saturno (che sarebbe pur sempre parametrato al pianeta Terra secondo quella generalissima figura retorica di spostamento semantico che è la negazione e le sue molteplici manifestazioni, sempre loquaci, troppo loquaci). «Se né un bambino o un vegliardo» – che certo semplicemente uomini non sono – potrebbero ricordare questa melanconia, quest’altro spazio, è solo allora che il silenzio può mettersi in ascolto della musica e muovere i suoi primi – ultimissimi – passi:

    «[…] E s’annulla il moto di una visione in ogni dove / Di uno spettro che non ha nostalgia dell’umano. / Labbra e palpebre sono un misero traguardo / Che già ai viventi abbandonammo quando la soglia / Era in tutte le rovine e le perdite una gioia preesistente / E ogni cosa e ricordo noi lasciammo insofferenti / All’inquietudine dell’oblio. / Orfani di tutte le maschere e le danze, / Noi che avviluppati nei mantelli abbiamo scordato i nostri volti / Umani questo abbiamo voluto, per questo abbiamo / Vinto la rovina! Questo smarrirsi è la vita, ma non su / Questa Terra!»

    Un momento del commento provocato da E. Abate ribadisce la centralità del passaggio di “A carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte”:

    «[…] stracci comunque […] sì, ma non più sulla Terra!»

    In amore ci si ciba di stracci sulla Terra, da vivi, romanticamente. Ma su Saturno, e cioè in «Amore che sfiorendo s’innamora di nuovo Amore» ci si ciba di stracci non semplicemente da vivi, ma da-vivi-che-ricevono-«Vita». Con un invito alla danza si chiudeva anche “Chi piangerà il secolo trascorso e questa decade?”:

    «[…] / Odiate la vita, la vita… vita…vita…vita…vita… ita …ita… ta-ta-tà!»

    Il componimento, scritto a Vermicino fra il 3 e il 4 gennaio del 2011, inserito prima in “Poesie inattuali”, poi nella quarta parte della raccolta “Capricci”: “Poesie dell’anno inattuale – 2011”, infine nel programma del convegno romano del 21 giugno 2017 “Per una idea di Europa. Il concetto di “cittadinanza” alla prova dell’inter-cultura”, andava a costituire parte integrante del “Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura”, un work in progress a cui avevamo dato il là, nel 2013, insieme a S. Valente, all’interno degli insegnamenti di Terra d’arte. E allora, inter-cultura come esperienza di soglia e di quest’aggiunta di Vita alla via. Esperienza di eccesso. Sì, perché gli agganci della scrittura di Sagredo più che culturali sono inestricabilmente cultuali e poetici. Egli deve così chiarire all’amico attorno a “A carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte”: «‘Soglia’ è termine che uso molto spesso nei versi poiché per me sono l’inizio o/e la fine di un qualcosa che non so, indefinibile. Ma anche la soglia non ci preserva dalla salvezza, come dalla rovina, e dietro di esse forse gioie preesistenti, per cui siccome fummo insofferenti all’abbandono d’ogni cosa e ricordo anche l’oblio per questo si inquietò […] plurale… è tempo di coinvolgere altri, lo stesso ballo è “fatto” in due, poi altri ballano, poi altri circoli, avviluppamenti, ecc. […] mi ricorda il poeta russo A. Blok in un suo dramma lirico Balagančik (il Baraccone) – anche in questo lavoro appariva la Morte, il suo velo (la soglia!), il suo disvelamento, ecc. Come noterai gli agganci più che culturali sono cultuali e poetici».

    Leggiamo ora le prime due quartine di “Eredità”, una poesia più antica, scritta a Roma e a Vermicino tra il 6 e il 27 settembre del 1999, e riproposta nel 2015 in “Poliscritture.it”:

    «Mai conoscerò gli spazi che mi sono dati, / solo le latitudini del tuo cordoglio. / L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti / sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi».

    «Non offrirò più istanze a un Dio estremo, / il ferrigno secolo è già morto sulla soglia. / È una fede che sopporto prima della mia rovina, / per te decreti il futuro e i rintocchi».

    Il 17 giugno, nello spazio dei commenti avevo inserito uno scritto che ho appena riletto, in occasione di quest’altro nuovo commento. Mi ero chiesto come intendere, nella scrittura di Sagredo, la natura del poeta. Chiamavo quello di Sagredo un discorso sulla decadenza, e vi ritornavano le figure della soglia e della rovina. Chiudo questa mia nota rinviando dunque a quello spazio (http://www.poliscritture.it/2015/05/02/il-poeta-e-la-sua-rovina/). Mi accorgo solo ora che Ennio Abbate mi aveva risposto e mi aveva posto alcune importanti questioni. Mi scuso con lui di non avergli riposto ancora. Lo farò quanto prima. Grazie

  10. antonio sagredo

    Quantunque la grande stima per Emilio Villa resti in me intatta (un poeta invece che non nutre la simpatia del Linguaglossa), nei miei versi non c’è la pur “minimissima” traccia della “un po’ alla maniera di Emilio Villa”; la medesima cosa ( e non finirò mai di ripeterlo) vale per chi m’accosta a A. M. Ripellino).
    Il Villa per vari motivi:
    in primis non ho la padronanza (se non relativissima) delle culture medio-orientali/orientali e né la conoscenza di alcuna delle lingue di queste culture; al contrario la mia conoscenza è slavistica con qualche aggancio più o meno approfondito dei confini orientali della Russia.
    La poesia del Villa si svolge in ambiti a me noti e ignoti. Se mai è la sua distinzione netta – nella costruzione dei versi e nella vita agitatissima – dai soliti Montale ecc., che è mi è gradita: una ventata di aria fresca che non è stata recepita affatto. Seppe il salentino, a ragione, essere ottimi amico del Villa, e non certo del borghese e mo/r/tale Mo/n/tale.
    Per non dire delle sue qualità eccellenti di critico d’arte e scopritore di talenti: unico in questo gran da fare e che solo ( e non solo per questo) ai suoi tempi gli unici a comprenderlo erano tutti i “fuori dallo stazzo”.

  11. antonio sagredo

    “In tempi di pensieri liberi e inquisizioni vigorose e armate, Sagredo avrebbe corso i pericoli dei grandi eretici, ma oggi può stare tranquillo, nascosto nell’ “Ombra” ; ben altre ombre e artifici offuscano sguardi e pensieri, le catene sono sempre più salde.”
    Caro Livia, dici bene… ho sempre avuto timore, se non paura, di quei “pericoli”, e oggi non sono tanto tranquillo.
    Non so in quale poesia (la troverò e la pubblicherò qui) scrissi “i roghi ritornano”, e di questo ne son convinto, Se dovessi pubblicare il poema dedicato a Giulio Cesare Vanini, mi preoccuperei davvero. (Te l’ho inviato?) alcuni lo conoscono, in primis l’amico, massimo filosofo ateo polacco, A. Nowicki, deceduto nel 2011, che essendo lo studioso più accreditato dell’eretismo europeo mi scrisse meraviglie, ed io nell’attesa di una sua risposta ero senza più nervi,.. mi promosse a pieni voti!
    grazie

  12. carlo livia

    Non sono un esperto di eresie, ma leggo volentieri tutto ciò che hai prodotto, anche se, come sai, prediligo le ” mostruosità ” che, per vie tortuose, sotterranee, si avvicinano di più ai miei interessi.

  13. Le poesie di Antonio Sagredo arrivano a me come una coperta sul chiasso del mondo. Coperta bidimensionale: verso disteso in quadrucci di strofe molto molto colorate.
    Mi chiedo se l’io ripetuto vorrebbe essere maschera di tutti… nel qual caso ognuno, tra i lettori, dovrebbe chiedersi in quale tra questi versi potrebbe riconoscersi. Oppure se siamo semplici spettatori di questa messa in scena per compagnia con attore protagonista. Questa le domande, se osservo le poesie di Sagredo in pergamena e controluce.
    La voglia di andarmi a cercare tutti i rimandi allusivi – che un tempo pensavo andassero fatti per meglio seguire e comprendere il poeta – non l’ho più; non perché non mi vada ma perché ritengo questo compito, oggi, se lo potrebbe assumere l’autore in primis; previo naturalmente il fatto che sia disposto a scrivere in modo semplice e chiaro. Non so se dicendo questo mi stia ponendo tra le schiere del lettore contemporaneo, alle prese con internet (somma di tempo ed efficacia), oppure perché son di quelli che preferiscono la lettura a volo d’uccello: quel voler capire soltanto la traccia, incurante dei perché ( mi si dica se la Divina Commedia è bella per l’una o l’altra ragione).
    Di conseguenza mi ritrovo indeciso sull’autenticità di quanto è detto e scritto, quasi non abbia grande importanza poi che tutto viene demandato ad altre altezze, tra cielo e terra; come se lo stesso Sagredo fosse incarnazione del mito. Saremmo quindi negli ambiti di cui si parlava ieri, a proposito della poesia di Salvatore Martino. (E’ possibile che Antonio Sagredo si sbagli, quando sostiene di essere uno slavista?). Piuttosto, tra i due poeti vedo una profonda differenza regionale, tra Puglia e Sicilia. Forse già gli antichi greci andavano in Puglia per vedersi il barocco…
    Quindi, dicevo, io non trovo belle le poesie di Antonio Sagredo: non trovo bella la sua coperta. Ma è prezioso l’ordito, lo sono le parole molto espressive, i contrasti, le chiuse. L’enfasi. La seconda metà del libro Capricci m è piaciuta più della prima. L’ho trovata meno di maniera, più scorrevole e di sostanza. Anche coinvolgente; lo so, sono aggettivi banditi dalla critica ma, per gioco, qui sono io a indossare la maschera del profano lettore a cui tutti in fondo si rivolgono…–. Io non vorrei mai che debba essere un critico a doversi fare carico dell’esegesi corretta di un mio testo. Piuttosto rivedo la messa in opera. Ne parlerei con Ripellino…

  14. gino rago

    Da Rossana Levati, che ringrazio per le limpide riflessioni sulla metafora silenziosa, a me (e-mail):

    “(…)
    ti vorrei solo dire che ho apprezzato tantissimo la tua glossa alla “Critica della Ragion sufficiente” di Giorgio L. che è apparsa oggi sull’Ombra. Contiene tutto ciò che io penso a proposito del linguaggio poetico (quando io parlo banalmente di “espressione definitiva”), espresso in un modo critico e con fondamenti filosofici estremamente precisi e pertinenti, secondo gli intendimenti del saggio.

    Credo che le stesse considerazioni sul compito della poesia che deve “richiamare il silenzio di prima del linguaggio” siano del tutto corrispondenti ai versi della Cvetaeva di cui già ti ho parlato: “Da lontano- il poeta prende la parola. / Le parole lo portano – lontano”, solo che Cvetaeva lo dice “poeticamente” mentre tu e Giorgio lo dite in modo teorico, come deve essere in un saggio riflessione estetica, e non in modo “poetico” nel senso di pratico, artisticamente espresso con versi.

    Le considerazioni sul “silenzio dell’essere” sono alla base di tutta la poesia moderna, a partire da Leopardi fino a noi; trovo straordinario poi il discorso sulla “metafora silenziosa” della vera poesia (forse quella capacità che manca oggi, per lo meno in certi “poeti”).

    Vorrei proporti un’altra poesia della Cvetaeva, sempre presa da “Dopo la Russia” (traduzione di Serena Vitale), dove ho ritrovato una “metafora silenziosa”, almeno credo (se non è così, dimmelo pure!), oltre al fatto che è un testo che mi richiama il leopardiano “nasce l’uomo a fatica”:

    “La Sibilla-al bambino”

    Vieni vicino al mio petto,
    più stretto:
    nascere, piccolo, è cadere nel tempo.

    Dal non-dove, non-terra,
    così rovinosa
    discesa!
    Da spirito in-polvere!

    Piangi, bambino, per te, per tutti:
    nascere- è cadere nel corpo!

    Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:
    nascere- è cadere nel giorno!

    Nel tempo
    sepolcro…

    Dov’è l’incendio dei suoi prodigi?
    Piangi, bambino, venuto al-mondo!

    Dov’è la vena dei suoi tesori?
    Piangi, bambino, venuto al- sangue!

    -al quando
    -al conto…

    Ma ti alzerai! Ciò che chiamano morte
    è cadere- nell’alto.

    Ma tu -vedrai! Le palpebre chiuse
    sono: venire alla luce.

    Dall’oggi-
    nel sempre.

    La morte, bambino, è ritorno.
    La morte è andare a ritroso!

    per -l’aria! a -nuoto! a-
    scesa: indietro: in dentro – in e-
    terno.

    A me pare che qui ci sia uno stupendo esempio di quella che nella tua glossa tu e Giorgio L. chiamate “metafora silenziosa”, ed è il “tempo sepolcro”(…)”
    Rossana Levati

    ———————————— ——————————

    Rossana Levati coglie per me il senso vero della ‘brocca’ di Heidegger con
    Il “tempo-sepolcro” della Cvetaeva. Che è fulgido esempio di metafora silenziosa perché in ‘La Sibilla-al bambino’ M.C. scrive “nascere è cadere nel tempo”,e il “tempo-sepolcro” può essere accolto come equipollente alla brocca vuota di Heidegger, (un pò e in certa maniera come lo “svuotamento” di cui parla Carlo Livia nel suo precedente commento. Svuotamento per l’accoglimento (del logos) per Livia, ma ‘contenente-brocca vuota’, prima del linguaggio,per Heidegger ).
    Attendiamo il consenso o il dissenso da parte di Giorgio Linguaglossa su questo punto.
    GR

  15. Giuseppe Talia

    La metafora silenziosa non è una metafora facilmente riconoscibile, non è una metafora circoscritta in un verso, è, piuttosto, una metafora si contrappone a quella naturale, essa nega e negando crea nuove prospettive.
    Un esempio: data una certa musica, il corpo sceglie movimenti per danzare, non è una coreografia stabilita, ma piuttosto movimenti che accadono di per se stessi, vedasi Edelman “la metafora muta”.
    La metafora silenziosa presuppone studi sul linguaggio, neuroscienza e psicologia.
    Giorgio, al solito, la sa lunga.

  16. antonio sagredo

    Caro Lucio Mayoor Tosi,
    sarei il primo ad essere strafelice se potessi parlare con Ripellino, ma i numeri sono crudeli (1924-1978).
    Ripellino se avesse letto o miei versi sarebbe sndato invisibilio, e orgoglioso di aver avuto come allievo un tanto grande poeta.
    —————–
    Le mie poesie non sono belle, non devono esserlo affatto; le loro singolarità sono altrove, e tocca voi lettori trovarle, se ciò non è possibile bisogna saper attendere…
    Finora quello che hanno scritto i miei critici è lodevole assolutamente e sono contento di loro senza dubbio.

    • Giuseppe Talia

      O Sagredì, adesso non esagerare anche tu, mettere in bocca ai morti lodi di te stesso, mi pare una esagerazione.
      Ho per le mani da tempo un certo “Poesie Prime e Ultime” (il titolo potrebbe appartenerti), già prima di conoscerti, poeticamente, con contributi di Di Paola (!!?) Magrelli, Pane, Lunetta.
      Io il tuo libro Capricci l’ho letto con cura, riporto pagine nel mio commento.
      Stasera è così, sono intransigente.

  17. antonio sagredo

    Caro Giuseppe bisogna sapersi divertire anche coi morti; e di certo il Maestro per primo ne avrebbe riso.
    Dante usava stimarsi indirettamente mettendo in bocca ad altri poeti suoi amici le lodi dirette a se stesso: la sua Commedia ne è colma di tali elogi sperticati. Aveva la consapevolezza della sua possanza. E anche io l’ho: sto di nuovo scherzando.

    Ma i limiti che Linguaglossa scopre nei miei riguardi nel suo intervento più sopra sono di ordine ultramondano, se fossero stati limiti saturnini sarebbe stato meglio. Insomma vuole dirci che i miei versi girano a vuoto tra gli eccessi, ecc. un dato dunque: e secondo Linguaglossa

    “questo dato rischia anche di essere il limen oltre il quale la poesia sagrediana non può andare…”

    eppure mi hanno definito “oltranzista”, ma resta invece un dato certissimo:
    non sanno più che inventarsi, eppure c’è tanto ancora da scoprire: più del cinquanta per cento della mia produzione poetica e prosastica non è nota.
    Ho messo dei limiti a tutti i limen, e sono andato oltre proprio là dove ancora non ci sono stato e non ci sarò mai, dove nemmeno la Morte mi è di conforto, poiché non conosce la mia destinazione, che le è vietato di conoscere!

  18. Salvatore Martino

    Nel panorama limaccioso della poesia italiana di questo tempo che è il nostro, bollato di minimalismo e di intellettualismo, con la sua maschera( persona) col suo pseudonimo, col suo violento narcisismo, irrompe un aedo, un cantastorie, un epigono della commedia dell’Arte: Antonio <Sagredo, tragico e grottesco poeta e personaggio. Il suo linguaggio è ostico, la sua sintassi imprevedibile, infarcita di musica che a prima vista non leggi. In linea col dettato barocco il suoparlare risulta travolgente, spesso oscuro, e costringe il lettore ad uno sforzo di ripetuto esame. L'estasi di Santa Teresa ., i pinnacoli d Sant'Andrea delle fratte, le chiese e i palazzi del suo Salento, il manierismo di Pontormo, le processioni del profondo sud, i misteri di Praga tanto cari al suo maestro Ripellino. Nell'apparente sciatteria una solidissima cultura, che ha i suoi vertici nel mondo slavofilo appunto.Difficile trovare delle ascendenze in questo torrente che diventa fiume e slarga poi nel mare. Un filo nero o rosso se preferite si dipana in questo tracciato di mistico e labirintico, infarcito di eros , che appoggia la sua testa sulla spalla di thanatos. Ho letto altre prove sue :"Vanini" e" Parole beate" forse più sconvolgenti e profonde, dove il mondo sotterraneo nel dominio di Ade è più marcato, coinvolge tutto il fluire delle parole. Poeta scomodo nella sua fragilità aggressiva, sfugge a qualsiasi collocazione, come in altra luce accadeva al suo conterraneo e amatissimo Carmelo Bene. Da poeta a poeta l'augurio di una lunga estate creativa.

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