Francesca Lo Bue – Poesie scelte da  Itinerari/Itinerarios (Dante Alighieri editrice, 2017) con un Commento critico di Giorgio Linguaglossa

bello eidetica

[Eidetica] Esto fue cuando llegó la desolación, / cuando el ángel de la vigilia se detuvo en la yerma altura, / en las puertas tenebrosas de la pre-muerte

Francesca Lo Bue, nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del Professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola. Ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua spagnola Por la Palabra, la Emoción, Edizione Belgeuse Grupo Editorial, Madrid 2009; in Argentina il romanzo di viaggio Pedro Marciano, Ex Libris Editorial, Mendoza; in Italia la raccolta bilingue italiano – spagnolo Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2009; L’Emozione nella Parola (Por la palabra, la emoción), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2010; Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore, Roma 2012; Il Libro Errante, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013; El libro errante, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013; Itinerari (Itinerarios), Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017.

bello angelo androgino

Fremono gli angeli interrati e sono rossi gli araldi rauchi – La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos

Commento critico di Giorgio Linguaglossa

Stavo pensando ad esempio alla grande differenza lessicale e stilistica tra la poesia di Alberto Bevilacqua e quella di una poetessa di lingua spagnola che vive qui a Roma, Francesca Lo Bue, che ho presentato qui a Roma il 26 gennaio in piazza Augusto Imperatore, 4 sede della FUIS. Francesca usa un sistema di fraseologie che, ad esempio, un poeta italiano come Alberto Bevilacqua non userebbe mai neanche sotto tortura, ma Francesca usa quel sistema alla maniera della tradizione della poesia di lingua spagnola e dell’America latina, quella è la sua patria, quello è il suo mare linguistico…

Una poesia che si basa sull’utilizzo della catacresi, che in soldoni è una metafora forzata, ma le catacresi hanno bisogno di altre catacresi per sostenersi, sono come un castello di carte, devono stare appoggiate l’una sull’altra per vincere il peso della gravità e sostenersi da sé; di solito vogliono una dizione nominale, vogliono essere nominate in terza persona, prediligono l’uso dell’attante astratto. E che cos’è l’astratto? Nient’altro che una proposizione alla quale abbiamo tolto il soggetto agente.

Ad esempio, le parole finali di ciascun verso della seconda poesia sono molto significative: «radici», «piedi», «alberi», «sole», «cielo», «luna»… significative ed emblematiche perché serventi ad indicare il moto verticale ascensionale che va dalla «terra» al «cielo». È ovvio che qui si tratta di una poesia che tende al metafisico…

Che cos’è un «itinerario»? è un percorso nell’ignoto, una strada interrotta, perché, come dice Nietzsche: «le strade verso la verità sono sentieri interrotti». Pensare ad un «itinerario» che si inoltra attraverso l’ignoto è pensare il sempre uguale, gli infiniti determinati che fondano la nostra esistenza, e cosa c’è di più che pensare gli infiniti determinati, le infinite unità, perché, come scrive Andrea Emo: «l’Uno è il numero più plurale di tutti gli altri… (che) infinite sono le unità… (e che) le unità sono ciò che vi è di più plurimo (Q. 348, 1972) non si può non riconoscere che proprio nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo » (Quaderno 348, 1972. Citato da Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2010 p.17).

Del resto, ogni poesia che abbia tensione metafisica non può che adottare l’unità a fondamento del pensiero poetante, quell’unità che è molteplicità di unità.  Ecco che compaiono fraseologie di stampo espressionistico. Dalla poesia «Gli uomini residui»: «Los gritos son hielo de carbón y de vidrios despedazados» (Le grida sono ghiaccio di carbone e vetri infranti); «Arden con los ángeles enterrados y son rojos los [heraldos roncos» (Fremono gli angeli interrati e sono rossi gli araldi rauchi); interrogazioni astratte punteggiano le poesie: «¿Qué fue de la belleza antigua del valle traslúcido solemne de villancicos perennes?» (Che è stato della bellezza antica della valle,/ solenne di stornelli perenni?); In tutti i componimenti altre fraseologie inquietanti e spaesanti interrompono lo svolgimento fraseologico: «Los arácnidos invaden la superficie del cuerpo,/ atan y punzan con dolor de raíces» (Gli aracnidi invadono la superficie del corpo,/ legano e pungono con dolore di radici); altre fraseologie intimatorie sorreggono il clima di minaccia e di stupore: «¡Desvía del camino de las máscaras! / ¡No pases! / Hay astucias y trampas» (Devia dal cammino delle maschere,/ non passare! / Ci sono astuzie e trappole); degno di nota è che la frase che in spagnolo è esclamativa, nella resa in italiano diventa affermativa. Piccole, insensibili differenze che esistono tra due diversi linguaggi poetici che appartengono a tradizioni poetiche differenti. Visioni da inferno dantesco scorrono qua e là: «desnudos peregrinos recorren las gastadas vías oscuras,/ zigzaguean en la polvareda frágil» (pellegrini nudi rincorrono le strade guaste e oscure/ in zig-zag nella polvere fragile). Una sensazione di «incertezza» domina incontrastata, «la strada maestra» è perduta per sempre e gli uomini sono condannati ad una interminabile ricerca nel «labirinto», la lucciola brilla su un paesaggio di desolazione: «La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos» (La lucciola aleggia verso l’orizzonte delle ossa).

Adesso si può comprendere quanto complessa e delicata sia la tramatura fraseologica di questo tipo di poesia, è sufficiente una intramatura fuori posizione che il componimento pericliti. La poesia è come una costruzione architettonica, un insieme di forze che si incrociano e si giustappongono risolvendosi nell’annullamento reciproco delle singole forze in contrasto. Una poesia di difficoltosa esecuzione perché non riposa sul parlato o sul racconto dell’io come si fa oggidì. Anche questo è un punto importante: l’io è scomparso, non compare nemmeno una volta, le fraseologie sono («presagi, allucinazioni e visioni») tutte all’astratto, imperversano con modalità numinose e minacciose. Dimenticavo di dire una cosa importante, che le traduzioni in spagnolo (e in italiano dei testi nati in spagnolo) sono dell’autrice. Alcune poesie sono nate direttamente in italiano, altre, invece, come detto, in spagnolo. Da «Anabasis»:

Questo fu quando arrivò la desolazione,
quando l’angelo della vigilia si fermò sull’erta,
alle porte tenebrose della premorte.
La tua pupilla ardeva nella terra della purgazione.
Chissà…

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Francesca Lo Bue e G. Linguaglossa alla presentazione del libro il 26 gennaio 2018 Roma, p.za Augusto Imperatore, 4

Poesie di Francesca Lo Bue

La guerra

Tieniti ai suoi piedi fra i gradini del ponte.
Eriche azzurrano nelle terre desolate,
pellegrini nudi rincorrono le strade guaste e oscure
in zig-zag nella polvere fragile
Lo sposo mi dice addio,
piegata inseguo le vie cinerine in declivio.
Che è stato della bellezza antica della valle,
solenne di stornelli perenni?
Mai più il suo segreto colpirà i miei fianchi.
La lucciola aleggia verso l’orizzonte delle ossa.

~
La guerra

Ponte a sus pies, entre las gradas del puente.
Flores de erizos azulean en las tierras desoladas,
desnudos peregrinos recorren las gastadas vías oscuras,
zigzaguean en la polvareda frágil.
El esposo me dice adiós,
curvada sigo las calles cenicientas en declive.
¿Qué fue de la belleza antigua del valle traslúcido
solemne de villancicos perennes?
Nunca más tu secreto golpeará mis caderas.
La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos.

.
Gli uomini residui

Giacimenti, scavi, greti bruniti,
gallerie di labirinti,
in croce, in pietra aperti.
Fremono gli angeli interrati e sono rossi gli araldi rauchi.
Le grida sono ghiaccio di carbone e vetri infranti;
chiamano l’oro, aspettano l’oro.
Vibrano le acque rosse e le radici della disperazione,
croci di legno e rene fosche.
S’aggrinziscono nelle brezze congelate
e cadono in cristalli di empietà e pallore.
Angeli pietrificati in pianto
sono lì nei muschi tenebrosi della terra.
Cercano un anima per coniare effigi vive,
vogliono fertilità, il debito del sangue e delle ossa
[infrante.
Vogliono essere radice,
vogliono essere alberi,
sono ombre che chiamano il sole.
Vogliono arrivare al cielo
scavando nell’argento della luna.

~
Los hombres residuos

Yacimientos, excavaciones, zanjas labradas.
Terraplenes y galerías, abiertas, en cruz. Es piedra.
Arden con los ángeles enterrados y son rojos los
[heraldos roncos.
Los gritos son hielo de carbón y de vidrios despedazados;
llaman el oro, esperan el oro negro.
Vibran las aguas rojas y las raíces de la desesperanza,
cruces de palo y arenas hoscas.
Se erizan en las brisas congeladas
y caen, caen cristales de pavor, impiedad y palidez.
Ángeles petrificados en llanto
están ahí en el musgo tenebroso de la tierra.
Buscan un alma, para acuñar efigies vivas
Quieren fertilidad, la deuda de la sangre y de los huesos
[quebrados.
Quieren ser raíz,
quieren ser árboles,
son sombras que llaman el sol.
Quieren llegar al cielo,
bucean en la plata de la luna.

.
Incertezza

Incertezza sui tuoi precetti,
dai tuoi messaggi solo presagi, allucinazioni e visioni.
Qual è il sapere di Te?
Qual è il diamante buono che anela e spinge?
Signore pensa a me.
Signore che abbatti i monti e desti l’aurora potente
concedimi la beatitudine della verità.
Da te trarrò pensieri e ispirazioni
per arrivare all’albero vivo.
Sarò fenice per le altezze assolute.
~
Incertidumbre

Incertidumbre, tus preceptos,
tus mensajes son presagios, alucinaciones, visiones…
¿cuál es Tu saber?
¿Cuál es el buen diamante que anhela y empuja?
Señor piensa en mí.
Señor que derrumbas los montes y despiertas la
[aurora potente
concédeme la beatitud de la verdad.
De ti vienen pensamientos e inspiraciones
para llegar al árbol vivo.
Seré ave fénix para las altezas absolutas.

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Francesca Lo Bue e G. Linguaglossa alla presentazione del libro il 26 gennaio 2018 Roma, p.za Augusto Imperatore, 4

La strada maestra

Devia dal cammino delle maschere,
non passare!
Ci sono astuzie e trappole.
Sono primizie intossicate,
sono riti putrefatti,
canne abbattute nell’oblio spurio dell’aria.
C’è una strada che è perfetta,
ha scalini di desiderio e freschezza.
Attenti, i giacinti s’allungano verso albe premurose,
le libellule s’accendono nei boschi ombrosi
clamando la fiamma dei roveti.
Più in là delle labbra,
più in là dei muri slabbrati,
c’è il sole di verità.
Sono arrivata alla sua cuspide ambrata?
Avrò la sua acqua brillante?

~
La via maestra

¡Desvía del camino de las máscaras!
¡No pases!
Hay astucias y trampas.
Son primicias perniciosas,
son ritos putrefactos,
cañas abatidas en el olvido espurio del aire.
Hay una vía perfecta,
tiene gradas de amenidad y frescura.
Atención, los jacintos se alargan hacia auroras apresuradas,
las libélulas se encienden en los bosques sombríos
clamando el incendio de las zarzas.
Más allá de los labios,
más allá de los muros deslucidos,
está el sol de verdad.
¿Estoy llegando a su cúspide ambarina?
¿Tendré su agua brillante?

.

Gulliver

Gli aracnidi invadono la superficie del corpo,
legano e pungono con dolore di radici,
lance di sangue e ricordo.
Nella cartapesta del cuore malignità radicate,
sedimento di draghi e leoni,
salgono sull’uomo nelle intemperie della vita.
Parole amare,
vecchie untuose congiure,
scavano sentieri nella carne.
Colpe ignorate e veleni secolari
con lontananze sacre intossicano gli occhi nell’aria di
[mezzodì.
La notte luccica con la luna dimezzata
e nell’acqua soporifera arrivano le picche del mattino.
Si ridestano i personaggi fatati,
per i nascondigli delle strade riprendono il lavoro,
nel corpo non tuo, che non fu mai tuo,
prigioniero di quelle talpe immagazzinate.
È il loro focolare, degli infaticabili aracnidi invisibili.
Un anelito cade,
ed è acqua di pioggia bianca.
È forte ed è torbido nella notte nera.
È purpureo e allerta,
ed è geometrico.

~
Gulliver

Los arácnidos invaden la superficie del cuerpo,
atan y punzan con dolor de raíces,
lanzas de sangre y recuerdo.
En el cartapacio del corazón malignidad enraizada,
sedimento de dragones y leones
sube hacia el hombre en la intemperie de la vida.
Palabras amargas,
viejas untuosas conjuras excaban grietas en la carne.
Culpas ignoradas y venenos seculares
entre lejanas tinieblas sagradas intoxican los ojos en el
[aire del mediodía.
La noche brilla con la luna menguante
y en las aguas soporosas llegan las picas de la mañana.
Se despiertan los personajes hechizados,
por los escondites de las calles retoman el trabajo,
en tu cuerpo no tuyo, que nunca fue tuyo,
prisionero de aquellas talpas encerradas,
es de ellos la casa, de los infatigables arácnidos invisibles.
Un ahelo cae
y es agua de lluvia.
Es fuerte, es turbio en la noche negra.
Es purpúreo, está alerta,
y es geomético.

Endimione

In esodo partii,
verso pareti ingemmate di gocce celesti,
lucori remoti di lagrime,
per abitare altezze eteree nel tepore antico,
dove gli archi del sole incrociano l’assemblea dei
[cuori.
Le mani tremanti divennero tenui e inutili.
Non potevo andare indietro,
c’erano fiumi imperituri e valli annerite,
più in là il mare dei morti e dei relitti.
Guardai avanti,
verso le pareti che stillavano acque limpide.
Lì, dove partono le colombe a cercare i nidi della
[misericordia
e gli agnelli fulvi pascolano le terre boreali.
Lì, dove i prigionieri della terra scrivono le righe del
[destino,
nomi scelti per il canto degli attimi e dell’eternità.
S’acquietarono le mani diffidenti.
A quando uno squarcio di spade,
a quando la dimora per i giorni del sonno,
a quando il risveglio dal sogno della morte?
Endimione dorme,
la luna lo cattura nelle traversie del sogno.

~
Endimión

En éxodo partí,
hacia paredes engarzadas de rocío celeste,
lumbre remota de lágrimas;
habitarás en las alturas etéreas, en la tibieza antigua
donde los arcos del sol se entrecruzan con la asamblea
[de los corazones.
Las manos temblorosas fueron tenues, inútiles.
No pude volver atrás,
había ríos imperecederos y valles negruzcos,
y más allá el mar de los muertos y de los relictos.
Miré adelante,
hacia las paredes que goteaban aguas límpidas,
de donde partieron las palomas a buscar el nido de la
[misericordia
y las fulgidas ovejas pacen las tierras boreales.
Allí donde los prisioneros de la tierra escriben las
[líneas del destino,
nombres elegidos para el canto de los instantes y de la
[eternidad.
Se aquietaron las manos difidentes.
¿Para cuándo una herida de saeta,
y cuándo amenidad por los días del sueño
cuándo el despertar del sueño de la muerte?
Endimión duerme,
la luna lo captura en las travesías del sueño.

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Francesca Lo Bue alla presentazione del libro il 26 gennaio 2018 Roma, p.za Augusto Imperatore, 4

La lotta

La forza del no,
muro e disdegno di forza invalicabile,
silenzio e poi nulla.
Qual è l’incantesimo distruttore?
Il male,
il male pallido e contorto,
serpeggia negli acquitrini,
dai boschi minaccia il pane e l’acqua.
Nei pozzi delle acque risananti arriva il cavaliere,
fra le mani la pace delle erbe pure.
Quando ribollirono le acque
emerse la tavola del mondo.
E la tavola fu il fondamento,
di numeri e ore di necessità.
O Re, tavola fondamentale,
salva la pianura del mondo.
Il nome è veleno,
sconfigge i balocchi di sabbia.
E di chi sono?
Di un brano dell’aria.

~
La lucha

La fuerza del no,
muro y desdén de fuerza infranqueable,
silencio y después nada.
¿Cuál es el encanto destructor?
El mal,
el mal pálido y retorcido,
serpentea en los estanques,
desde los bosques amenaza el pan y el agua.
En los pozos de las aguas salubres llega el caballero,
en sus manos la paz de las hierbas puras.
Cuando hervían las aguas emergió la tabla del mundo
y la tabla fue el fundamento,
de números y horas de necesidad.
O Rey, tabla fundamental,
salva la llanura del mundo.
El nombre es veneno,
derrota los títeres de arena.
¿Y de quién son?
de una franja de aire.

La chimera di Enkidu

Enkidu sogna la rosa del tempo,
una barca che scende nell’oasi vespertina
fra gli spasimi della lontananza.
Enkidu sogna l’astuta regina
fra nuvole rosse e pianure di fumo.
Enkidu annusa l’oppressione dei fratelli
mentre le pietre si ammantano di rostri
e le api dissecano nei rovi del deserto.
Discende Enkidu melanconico
e le stelle eclissano i suoi passi mortali.
A Enkidu chiama una voce,
chimera nella lontananza bruna.
Enkidu cerca il cedro del bosco,
compra l’immortalità dei giochi
pagando l’obolo per la porta della vita,
vita che è madre nel giardino della lotta.
Sarai uomo con una scala addosso
e una chiave nella cintura.
Nessuno si ricorda di te, Mago del Paradiso.
Il veggente sboccia in enigmi e ambiguità,
in sortilegi di allucinazione.

~
La quimera de Enkidu

Enkidu sueña la rosa del tiempo,
una barca que desciende en el oasis vespertino
entre los espasmos de la lejanía.
Enkidu sueña la astuta reina
entre nubes rojas y llanuras de humo.
Enkidu percibe la opresión de los hermanos
mientras las piedras simulan rostros
y las abejas se disecan en las breñas del desierto.
Desciende Enkidu melancólico
y las estrellas eclipsan sus pasos mortales.
A Enkidu una voz lo llama,
quimera en la lejanía bruna.
Enkidu busca el cedro del bosque,
compra la inmortalidad de los juegos
pagando el óbolo para la puerta de la vida
vida que es madre en el jardín de la lucha.
Serás hombre con una escalera a cuestas
y una llave en la cintura.
Nadie se acuerda de ti, Mago del Paraíso,
del vidente brotan enigmas y ambiguedad,
en sortilegios de alucinación.

Gilgamesh

C’è un cacciatore nello squarcio dell’abisso,
piccona le stelle di una carne breve.
Il cacciatore affila le saette nel cuore
lanciando agguati di parole ardue,
congiure di echi e oblii.
Il cacciatore lancia segnali di congedo,
dice addio alle nubi cerulee e ai cedri lontani.
Nella terra inospitale suona il fuoco tribale,
ed è lontananza ed è infinito,
ruggine che scola e rimane.
Fra carezze di vento e aliti di caverne
c’è presagio di esilio e unità.
Per avere illusioni di vita
un figlio è venuto al mondo.
La rocca è nuda nel sonno degli obliati.

~
Gilgamés

Hay un cazador en una fisura de abismo,
picotea las estrellas de una carne breve.
El cazador afila las saetas del corazón,
lanzando emboscadas de palabras arduas,
conjuras de ecos y olvidos.
El cazador lanza señales de despedida,
dice adiós a las nubes cerúleas y a los cedros lejanos.
En la tierra inhóspita suena un fuego tribal,
y es lejanía y es infinito,
herrumbre que cuela y se queda.
Entre caricias de viento y aliento de cavernas
hay un presagio de exilio y de unidad única.
Para tener ilusión de vida
un hijo ha venido al mundo .
El dolmen está desnudo, es el sueño de los olvidados.

.
Anábasis

Questo fu quando arrivò la desolazione,
quando l’angelo della vigilia si fermò sull’erta,
alle porte tenebrose della premorte.
La tua pupilla ardeva nella terra della purgazione.
Chissà…
per dare un possesso alla geografia patriarcale,
albero di vita nel giardino della nascita.
Per andare ai cieli cristallini della legge celeste,
legge dell’ordine nel sedile solare.
Nella terra della purgazione cercavi il luogo del tuo
[cuore,
agonia del crepuscolo dove giustizia è un sole morto
e l’invocazione fallace e sorda.
L’angelo dall’occhio vigile parlava nella sofferenza
e col dito segnava i giorni tiepidi della casa avita.
Guardavi,
sognavi,
aspettavi il sentiero arduo del sangue,
mentre, inerme, scrivevi il numero giusto della giustizia.
Voce che continui nel sentiero di sale,
segnavi il nome dei padri
affinché la vita fosse una e completa
e riposi nei figli nuovi della terra.

~
Anábasis

Esto fue cuando llegó la desolación,
cuando el ángel de la vigilia se detuvo en la yerma altura,
en las puertas tenebrosas de la pre-muerte.
Tu pupila ardía en la tierra de la purgación.
Quizás…
para dar una posesión a la geografía patriarcal,
árbol de vida en el jardín del nacimiento.
Para ir hacia los cielos cristalinos de la ley celeste,
ley de orden en el trono solar.
En la tierra de la purgación buscabas el lugar de tu
[corazón,
agonía del crepúsculo donde la justicia es un sol muerto
y la invocación falaz y sorda.
El ángel del ojo vígil hablaba con sufrimiento
y con el dedo anotabas los tibios días de la casa patriarcal.
Mirabas,
soñabas
esperabas el sendero arduo de la sangre,
mientras, inerme, escribías el número justo de la justicia.
Voz que continuas en el sendero de sal,
anotabas el nombre de los padres
para que la vida sea una y completa
y descanse en los hijos nuevos de la tierra.

.

Maria Stuarda – Antigone

Un sole inoffensivo si apre nel sentiero,
per arrivare al bosco con strie d’oro.
Un’ombra alta si muove di lassù,
venendo da un raggio di luce,
da un punto di lontananza, sepolcro e morte,
quando indispettito fugge dalle mura ingombre.
Con occhi piccoli e puntuti,
dettando le parole della congiura,
portano Maria e Antigone alla casa della morte.
Della morte di quel che fu,
di ciò che non sarà…
diritti di oro e di terre.
Folle, cosa fai?
Riposo nella soglia silenziosa,
guardando un infinito imperfetto
nella fonte spenta.

~
Antígona – María Estuardo

Un sol inofensivo se abre en el sendero
para llegar a un boscaje con estrías de oro.
Una sombra alta se mueve desde arriba,
viene de un rayo de luz,
está en un punto negro de lejanía, sepulcro y muerte,
quando enconado huye de los muros atiborrados.
Con ojos pequeños y bigotes puntiagudos dictan las
[palabras de la conjura
que llevan María y Antígona al descenso en la casa de
[la muerte.
De la muerte de lo que fue,
de lo que no será
derecho de oro y de tierras.
¿Loco, qué haces?
Descanso en el umbral silencioso,
mirando un infinito imperfecto
en la fuente apagada.

Minotauro

Come fecero a costruire mura labirintiche
di greve forma circolare
e, più in là, suadenti siepi profumate?
Camminavano dietro stelle schive
che illuminavano passi deformi
e sentieri enigmatici
in fiammate di specchi gialli.
Come fecero a fissare sedili di carezze,
di baci che rovinavano il sudore di parole?
Come fecero a costruire sentieri incrociati in nodi
[d’erbe,
come fecero?
Quanto tempo ancora ti rimane?
Quando scenderai all’Ade,
con l’obolo nero delle tue prodezze,
la tua faccia di disonore
sarà il corpo impalpabile della gelida oscurità.
La gemma è una mano che chiama.

~
Minotauro

Y como hicieron en construir muros laberintados
de grave forma circular
y más allá suadentes cercos perfumados.
Caminaban en pos de estrellas esquivas
que iluminaban pasos deformes
y senderos enigmáticos,
en llamaradas de espejismos amarillos.
¿Como hicieron a fijar asientos de caricias que se
[apagaban,
de besos que malograban el sudor de palabras?
¿Como hicieron a construir sendas encrucijadas en
[nudos de hierbas,
como hicieron?
Cuanto tiempo aún te queda
cuando bajarás al Hades con el óbolo negro de tus
[hazañas.
Tu cara de deshonor
será el cuerpo impalpable de la oscuridad helada.
La perla es una mano que llama.

 

Francesca Lo Bue_9.JPG

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12 commenti

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12 risposte a “Francesca Lo Bue – Poesie scelte da  Itinerari/Itinerarios (Dante Alighieri editrice, 2017) con un Commento critico di Giorgio Linguaglossa

  1. marta antonaci

    “Bravissima” . che significa?
    Si spieghi meglio. Giustifichi criticamente cosa vuole dire.

  2. carlo livia

    Nella Fenomenologia dello Spirito, Hegel descrive in progressiva evoluzione assiologica le dimensioni ineludibili in cui si esprime lo Spirito immanente nell’uomo: arte, religione, filosofia. Ma porre al vertice la filosofia, il pensiero concettuale, che tenta di comprendere ( begreifen = afferrare, catturare, dominare ) e quindi mettere in subordine l’esperienza artistica e religiosa, che si esprime in intuizioni, agnizioni, teofanie, illuminazioini pre o meta-concettuali, traducendosi in icone e mitologie che non presumono di asservire o imprigionare il pensiero, come inevitabilmente risulta da qualunque speculazione o dogma teologico, ma semplicemente porlo di fronte ( vorstellen ) ad una diversa esperienza emotiva e spirituale, un atto linguistico consapevole di non avere le possibilità di decifrare le strutture dell’essere, ma di rifletterne in architetture simboliche l’inaccessibile alterità e splendore.
    Inevitabile e contestuale a tale atteggiamento è l’auspicio di reintegrazione della lacerazione e corruzione, o perdita d’innocenza, conseguente alla formazione della coscienza individuale, la colpa originaria, da cui sorge immancabile l’angoscia dell’estraneità dell’uomo alla natura, il senso di decadenza, esilio e nostalgia per l’incapacità di esperire il noumeno, rischiarare la tenebra che lo assedia. Da cui l’esigenza di creare Dei e mitologie, che danno forma umana ed esperibile al terrificante abisso del sacro.
    ” La forma primaria in cui la realtà si presenta all’uomo è quella di un completo, radicale nascondimento; in quanto la prima realtà che si nasconde all’uomo è l’uomo stesso…E così, lui stesso non potendo ancora guardarsi, si guarda attraverso ciò che lo circonda e che sovrasta il suo capo: il firmamento e le sue ospiti splendenti. E così spera in ciò da cui non può sfuggire. La speranza si dirige verso una dimora superiore, non umana, che coinvolge l’uomo. E’ per questo che ci sono sempre stati Dei, in una forma o nell’altra, che sono stati, o possono essere stati inventati, ma non la matrice dalla quale un tempo sono emersi, non quel fondo ultimo della realtà che appare al pensiero come ens realissimus. ” ( Maria Zambrano )
    Questa indagine, che molti filosofi contemporanei hanno consapevolmente delegato alla poesia, e presuppone una reinterpretazione critica e individuale delle mitologie del passato, è la dimensione noetica ed espressiva prediletta dalle voci più autentiche e incisive della poesia degli ultimi anni, a cui si affianca la scrittura di Francesca Lo Bue, che ha il pathos struggente e sovversivo di altri protagonisti della letteratura spagnola del nostro tempo: Lorca, Neruda, Alberti, Larrea.

    Mi permetto di dedicarle un testo, con profonda ammirazione.

    L’ECLISSI CONTAGIOSA

    Ricordatevi

    C’era un pallore di fanciulla
    che ha assassinato il cielo
    Un firmamento sepolto
    nello sguardo d’un angelo malato
    Un’alba triste con un addio
    Un terrore di statue rinchiuse
    in una luce di orfanotrofio
    Molti sospiri
    Un peccato
    Uno sguardo dell’Altrove
    Una tristezza di flauto prigioniero
    Una balaustra sconfinata
    sull ‘ultimo istante d’esilio

    Ricordate
    Il profumo di quella notte
    Quando il tempo si fermò
    davanti al tabernacolo

    Nel buio molti amori persero la vita
    E le loro preghiere insanguinarono il vento

    Fu quando le ultime anime furono accolte
    Dalla matrigna celeste fra le rovine dell’eterno
    Del Paradiso ricordavano solo
    Un silenzio di violini azzurri
    e un’infinita promessa

    La bionda distanza divenuta quiete
    Sciolse i nodi del dolore
    Caddero gli ultimi simulacri di tenebra
    Quando fu aperto il grande portale

    Era il sogno
    dell’oscuro Signore scomparso

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/31/francesca-lo-bue-poesie-scelte-da-itinerari-itinerarios-dante-alighieri-editrice-2017-con-un-commento-critico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-30601
    Perché in ogni poesia c’è qualcosa di scandaloso e di favoloso. La poesia che non fa scandalo viene subito dimenticata. La poesia che non è fabula viene anch’essa subito dimenticata.

    I piccoli poeti tentano disperatamente di fare scandalo, ma quello si rivolta come un boomerang contro di loro quantunque forte sia il loro megafono. Che fare?, in tempi di sordità il megafono è inutile.

    Si ha sempre il sospetto che le parole non dette ci perseguitino… Anche le parole dette e scritte ci perseguitano con la superfluità e la vacuità con cui sono state pronunciate.

    Perché le parole sono sagge, loro lo sanno di essere melliflue e superflue e di essere nate da un difetto di pronuncia del demiurgo, il quale avrebbe voluto pronunciare un’altra parola…

    Il poietès è il più grande positivo perché porta le cose all’essere dal nulla, ma è anche il più grande negativo perché sa che le cose sono un nulla.

    Che vergogna la parola creata apposta per sbalordire e fare scandalo!

    L’evento viene prima dell’essere, è più antico e originario dell’essere, e questo dipende da quello come la possibilità viene prima dell’evento e lo fonda.

  4. Rossana Levati

    La lettura delle poesie di Francesca Lo Bue mi ha subito richiamato alla mente Neruda, credo per certe modalità di descrivere il paesaggio animato da una sua autonomia rispetto agli esseri umani, l’autonomia di una entità dotata di vita propria, con la potenza di forze primigenie come le acque, le rocce, le cavità della terra, una natura testimone talora silenziosa talora partecipe del percorso faticoso degli esseri umani.
    ( “Tutto era enigma, tutto era coltello, tutto era deserto, solo la linea rossa vivente palpitava, e ingoiava le viscere gialle del regno ammutolito che periva”, Neruda, “Canto General”).
    Ho apprezzato particolarmente la frase di Maria Zambrano citata da Carlo Livia:
    “La prima realtà che si nasconde all’uomo è l’uomo stesso…E così, lui stesso non potendo ancora guardarsi, si guarda attraverso ciò che lo circonda e che sovrasta il suo capo: il firmamento e le sue ospiti splendenti. E così spera in ciò da cui non può sfuggire. La speranza si dirige verso una dimora superiore, non umana, che coinvolge l’uomo. E’ per questo che ci sono sempre stati Dei, in una forma o nell’altra, che sono stati, o possono essere stati inventati”
    Questa frase, unitamente al commento di Giorgio Linguaglossa sulla poesia come “itinerario che si inoltra attraverso l’ignoto” mi ha dato modo di valutare il linguaggio densamente metaforico della Lo Bue in modo più completo.
    Attirata dalla “Maria Stuarda-Antigone” qui proposta sono tornata alla “Tomba di Antigone” della Zambrano, dove ho riletto queste espressioni altrettanto potenti, credo anch’esse legate a quel luogo “dove i prigionieri della terra scrivono le righe del destino,/ nomi scelti per il canto degli attimi e dell’eternità” descritto dalla Lo Bue:
    “La verità è quella cosa che gli Dei ci gettano quando ci abbandonano. E’ il dono del loro abbandono. (…) Sono, quelli sui quali cade la verità, come agnelli col marchio del padrone” (Zambrano, La tomba di Antigone).
    L’itinerario metafisico presente in queste poesie, estraneo all’uomo comune che vive nel tempo e nell’attimo ( benchè siano poi “tutti, come me, in esilio, senza rendersene conto”) può compiersi solo in presenza di “qualcosa che solamente ha chi è stato strappato alla radice, l’errante, colui che un giorno si ritrova senza nulla sotto il cielo e senza terra; colui che ha provato il peso del cielo senza terra che lo sostenga”(Zambrano, La tomba di Antigone); credo che in questa frase si possa riconoscere l’essenza dei personaggi della Lo Bue e la natura della loro ricerca: uomini residui, Endimione, Enkidu, Gilgamesh, Maria Stuarda.

  5. gino rago

    Esemplari, per vastità di dottrina e capacità di entrare nella forza interna dei
    versi della Lo Bue, i commenti di Carlo Livia, di Giorgio
    Linguaglossa, di Rossana Levati.

    Commenti che ammiro anche per la loro completezza.

    La piccola crepa nella quale posso inserirmi la colgo e la attraverso nelle
    meditazioni che trovo a mò di prefazione nel libro “Itinerari” di Francesca
    Lo Bue: “(…)Il libro presuppone il lettore perché la storia, di per sé obliata,
    si vivifica quando c’è il lettore.”

    Questa affermazione per me è di capitale importanza perché l’autrice
    – distanziandosi da tanta poesia o metapoesia o pseudopoesia degli ultimi
    decenni – si pone la Grande Domanda: “Per chi scrive il poeta?”

    Può scrivere per se stesso; può scrivere per gli altri; può scrivere per sé
    pensando agli altri.

    Francesca Lo Bue si pone il problema del “lettore”, cui affida un grande
    compito di “etica della/nella lettura”.
    L’autrice si pone questo ineludibile problema perché evidentemente ha coscienza del fatto che in poesia lo schema:
    ” Mittente (poeta)—-Messaggio (versi)—Destinatario (lettore) non funziona se non si aggiungono altre funzioni linguistiche come il ‘contesto’, il
    ‘contatto’, il ‘codice’. E non è poco.

    Sicché, il lavoro della Lo Bue sul linguaggio poetico fa sì che il lettore diventi
    il libro che legge perché è aiutato a entrare nel codice dell’autrice e l’ape sguscia dal tiglio “nell’ora che l’aurora si sveglia dall’angustia della nebbia.”

    Tante le ascendenze che è possibile sentir vibrare in questi versi di
    Francesca già colte ed evidenziate da Rossana Levati e da Carlo Livia.
    Io mi permetterei di aggiungerne un’altra: J.R. Jimenez.

    Se Francesca Lo Bue in epigrafe ci dice: “Camina por campos de luz,/
    tiene fulgor de semillas” è anche perché Jimenez seppe bisbigliare a noi
    “Non correre, va piano/ che solo verso te tu devi andare…”

    Gino Rago

  6. gino rago

    A poem by Gino Rago 

    Meditations about “on quadridimensionalismo”
    from ” A Critique on Sufficient Reason” by Giorgio Linguaglossa, pages 76/77

    “On quadridimensionalismo”

    “The madeleine. The pavement disjointed.
    The Jangles of cutlery.
    House keys lost in a lawn.

    Do they become the resurrection of the past?
    making time reappear in space?
    […]
    Thanks to memory the past repeats itself inside matter
    If time lost comes back again 
    from the quadri-dimensional depth.

    Because man itself is spacetime.
    Because to the depth, length and width
    only man can bind what has been.

    Lost time. Time passed.
    The infinite points of space and the infinite moments of time
    can only vibrate together in memory.
    And the present is a fragment of time recalling the past.

    Death has nothing to do with this. […]”

    © 2018 English re-translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Meditazioni intorno a “Sulquadridimensionalismo” by Gino Rago. All Rights Reserved,

    “Sul quadridimensionalismo”

    “La madeleine*. Il selciato sconnesso.
    Il tintinnio di una posata.
    Le chiavi di casa perdute in un prato.
    Diventano in noi la resurrezione del passato?
    Fanno riapparire il tempo nello spazio? 
    […]
    Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
    Il tempo perduto esce  dalla profondità delle quattro dimensioni.
    Perché l’uomo è spaziotempo.
    Perché al profondo, nel lungo e nel largo
    soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
    Il tempo perduto. Il tempo passato.
    Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
    possono vibrare insieme solo nella Memoria.
    E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.
    La morte qui non c’entra. […]”

    * la madeleine è il dolce di Proust

    Gino Rago

  7. Caro Gino Rago,
    sono convinto che la poesia debba puntare tutto sul quadri dimensionalismo. Partire dalla tridimensionalità del mondo + la Memoria (Mnemosyne) per arrivare alla quarta e alla quinta dimensione. E pensare che senza memoria non potremmo neanche parlare… infatti, come ci vengono le parole nella mente? tramite la memoria! La risposta è semplice. Del resto lo dice anche Andrea Emo (di cui consiglio di leggere i volumi che sono in commercio) che l’Assoluto e Dio dimorano soltanto nella memoria…

    Qualche tempo fa mia moglie mi ha detto: ti ricordi quando Amelia Rosselli veniva a cena a casa nostra? – Io l’ho guardata di traverso. Non ricordavo nulla di nulla. Uno spazio bianco. Ho fatto finta di ricordare QUELLE cene… Dunque, qualcuno, a mia insaputa, ha meticolosamente cancellato dalla mia memoria tutte quelle cene con Amelia Rosselli e altri poeti… Strano, no? – E mi sono chiesto: chi è questo Qualcuno che ha cancellato tutto? Non lo so, ho risposto… Forse sono sempre io, ho pensato.

  8. francesca.lobue@libero.it
    10:51 (6 minuti fa)

    Caro Giorgio,

    complimenti di nuovo per la rivista e grazie per l’accurato commento critico di cui mi hai onorato.

    Ringrazia particolarmente Carlo Livia per la bella poesia che mi ha dedicato.

    Ho risposto affermativamente al prof. Adeodato Piazza Nicolai, se hai modo di sentirlo digli che gli ho scritto….tu sai che con le mail c’è sempre un margine di insicurezza.

    Ringrazia e saluta gli altri amici dell’Ombra delle Parole.

    Francesca Lo Bue

  9. gino rago

    Da Francesca Lo Bue a me via e-mail, da me ai lettori esigenti e comtenti
    de L’Ombra delle Parole:

    “Caro Gino Rago,

    ho letto con molta attenzione e piacere il tuo commento critico.

    Hai penetrato, con il riferimento specifico alla prefazione, il nocciolo stesso del mio poetare. “La poesia è il Libro e il libro esige un lettore”. Perché le parole (la lingua) sono il bene primo e forse solo ed unico che possediamo.

    Le parole debbono essere preservate, e caso mai arricchite, per continuare a “riscrivere il Libro che gia è stato scritto”; e ognuno che legge continua a irrobustirlo ridestandolo .

    Grazie per le tue acutissime parole.

    Francesca Lo Bue

  10. gino rago

    Cara Francesca Lo Bue,
    ho considerato come “cosa giusta” da fare la pubblicazione della tua e-mail
    a me inviata perché in essa tu tocchi uno dei punti fondamentali del fare
    poesia: il ruolo dinamico, propositivo, attivo del lettore verso il libro che egli
    legge. Soprattutto quando in prefazione ai tuoi ‘Itinerari’ si apprende che

    “(…) chi legge immette nel libro una nuova lingua, la sua lingua sicché
    la lettura è una nuova lingua (…)”

    Gino Rago

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