Paolo Ruffilli, Poesie esistenzialistiche da Affari di cuore (Einaudi, 2011) con un Commento critico di Giorgio Linguaglossa

Foto Karel Teige

Una sorta di ironica, autoironica, desublimata epopea dell’amor quotidiano e dell’amor profano nell’epoca della caduta del «sacro», ed insieme diario post-lirico della passione amorosa

 Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: Piccola colazione (Garzanti, 1987; American Poetry Prize), Diario di Normandia (Amadeus, 1990; Premio Montale), Camera oscura (Garzanti, 1992; Premio Dessì), Nuvole (con foto di F. Roiter; Vianello Libri, 1995), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001; Prix Européen), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008), Affari di cuore (Einaudi, 2011), Natura morta (Nino Aragno Editore, 2012, Poetry-Philosophy Award), Variazioni sul tema (Aragno, 2014, Premio Viareggio). Di narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003); Un’altra vita (Fazi, 2010); L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993); oltre a numerose curatele di classici italiani (Leopardi, Foscolo, Nievo, gli scrittori garibaldini) e inglesi (Morris, Emily e Charlotte Bronte, Dickens, G. Eliot, Compton-Burnett, Lawrence, Collins), per Garzanti, Mondadori, Rizzoli, Fazi. Ha tradotto: R. Tagore, Gitanjali (San Paolo, 1993), La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999), La Regola Celeste – Il libro del Tao (Rizzoli, 2004), Osip Emil’evič Mandel’štam, I lupi e il rumore del tempo (Biblioteca dei Leoni, 2013), Costantino Kavafis, Il sole del pomeriggio (Biblioteca dei Leoni, 2014), Anna Achmatova, Il silenzio dell’amore (Biblioteca dei Leoni, 2014), Boris Pasternak, La notte bianca (Biblioteca dei Leoni, 2016), K. Gibran, Il Profeta (Biblioteca dei Leoni, 2017).

Laboratorio 30 marzo Sabino Caronia e Giorgio Linguaglossa

da sx Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa, Laboratorio di poesia, Roma 2017

Commento critico di Giorgio Linguaglossa

Una sorta di ironica, autoironica, desublimata epopea dell’amor quotidiano e dell’amor profano nell’epoca della caduta del «sacro», ed insieme diario post-lirico della passione amorosa, canzoniere di una materia non più cantabile né orientabile: il rapporto amoroso o lo stato di innamoramento, con tutto ciò che ne consegue in termini di prevaricazione dei personaggi l’uno sull’altra; direi con prevalenza del dispositivo ottico e delle visioni  in plein air, come dall’alto di un elicottero, rispetto al dispositivo fonetico e fonematico, dove la raffinata lectio dei classici del Novecento risulta perfettamente digerita. Soluzioni post-penniane si giustappongono su un tessuto prosodico di impianto narrativo, il tutto immerso in un liquido di contrasto tipicamente post-moderno, un modernismo dove il verso libero si presenta come una linda camicia perfettamente inamidata e stirata. In questa operazione non sono più significativi l’assonanza, la rima o il significante, quanto ciò che spegne la tradizionale orchestrazione sonora, ciò che decolora e sbiadisce i panni novecenteschi. Leggiamo la poesia «In posa» della raccolta citata, dove l’andante largo si stempera in uno sviluppo poematico di stampo neocrepuscolare:

È più forte di te: / mi guardi giù le scarpe, / ti piace l’accordo / delle tinte su, / il taglio dei vestiti… / Fino a che punto / della posa / pretendi o inviti / che io sia tenuto / a questa lista / dei dettagli? / Dici che l’una / dà valore / all’altra cosa. / Era destino / che mi piacesse / un’arrivista / un po’ borghese, / però ogni volta / nel rendermene conto / per me è dolore / che ti dimentichi / del contenuto / per il contenitore.

Paolo Ruffilli mette a punto la tecnica del contrappunto e del controcanto, che utilizza in tutto il libro:

Sono stato per te / il cuscino e una coperta / la sedia e la poltrona / il freno da tirare, / se serviva, / e una spinta alla salita / il puntello e la deriva / e perfino un muro, / la sponda di fronte / a tutto ciò che assale / o ciò che circonda, / il faro nella zona / del tuo scuro, / le tue scale e il / tuo tramite sicuro, / una porta aperta / e la via di uscita: / un ponte, un’autostrada / per la vita. / Che vuoi / che ti risponda? / Che, certo, ti conviene / e che, per quanto vale, / mi puoi considerare / il tuo supremo / bene strumentale.

[Paolo Ruffilli]

Mi chiami / quando hai voglia / per riempire il vuoto / di affetto e vanità. / Tanto lo sai / che sono pronto / a venirti incontro / perché per me / è importante / che ti ami io / e ti ringrazio comunque / per il modo / che hai di amarmi, / tu, in passività. / Prenditi pure / quello che ti pare: / certo che / lo puoi fare. / Ti vengo / tra le braccia / per trovarmi / e, guardandoti, / per guardarmi / in faccia / in tutta libertà / senza indulgenza, sì, /ma con pietà. / Infelice / della mia felicità.

Come recita il titolo, Affari di cuore, vuole anche alludere alla condizione commerciale narcisistica che contraddistingue le relazioni erotiche, il carattere riflesso, la sostanza riflessa e irriflessa che contraddistingue la riproduzione dei rapporti erotici sulla base dei rapporti omoerotici che regolano la vita delle post-masse, quasi che parlare di coscienza e di autocoscienza sia ormai una operazione numismatica, donde la predisposizione melanconica e autoironica del personaggio narrante. È questa la cifra stilistica significativa della poesia di Paolo Ruffilli, erede tardo novecentesco della disgregazione della lirica che il Novecento ci ha lasciato in eredità.

Minuscoli “pharmaka”, cammei pseudo narrativi, ma non ci si lasci ingannare dalla apparente leggerezza dei testi, Ruffilli non adopera rime se non per incrociarle, vanificarle, annullarle e quindi raddoppiarle quasi a ricordare che esse un tempo fecero pur parte della tradizione alta. Ritorna in quest’ultimo libro il metodo del controcanto, messo a punto nel lontano Novecento nell’opera d’esordio, Piccola colazione (Garzanti, 1987). È scomparso ogni impianto veristico, i personaggi si muovono in interni, in zone neutre, in strade, si suppone, in locali, in luoghi di incontro propri dell’evo mediatico; sembra caduta e per sempre, l’illusione di un possibile anche se improbabile riscatto, siamo al di fuori del gioco dell’autenticità; ciò che resta è soltanto un edonismo personalistico dove delusione, inganno, raggiro, sincerità, autenticità dei personaggi sono avvolti in un’unica dimensione, quella del post-contemporaneo privo di idoli, di sogni e di utopia.

Di certe cose / non vuoi parlare / e preferisci / l’intermittenza virtuale / sul display / del mio telefonino. / «Ma ho paura – mi dici nel messaggio – di non essere capace / poi a frenare». / Lo dici da vorace, / è il tuo vantaggio. / La verità è che / non ti piace / rinunciare / né a me né agli altri / compreso tuo marito / e ci pretendi / in proprietà / del tuo destino, / se non addirittura / del tuo famelico appetito. / Del resto, / proprio per questa / avidità di vita / mi hai rapito… / Ma sono stanco / per il mio amarti / di essere punito.

Sono venute a mutare le condizioni sociali e politiche del fare poesia e anche il suo oggetto: non più la ragazza Carla ma la storia di una signora borghese e del suo amante, che poi sarebbe l’autore, e noi tutti, nonché le condizioni dello stile. Siamo in pieno post-moderno, sembra dirci Ruffilli, e questo, oggi, è l’unico modo di fare poesia. Affari di cuore costituisce un raro esempio di come si possa fare un elegantissimo canzoniere dell’amore perduto e ritrovato e poi di nuovo smarrito, alla maniera moderna e alla maniera antica, alla maniera di Catullo, Orazio, Mimnermo.

Nell’età che è trascorsa dal ciclostile degli anni Sessanta al computer portatile dell’era internettiana, nel mentre che sono perenti, in caduta libera, tutti gli avanguardismi e le parole innamorate, tutti i manierati eufuismi, Paolo Ruffilli ci consegna il romanzo in versi dell’amor leggero con un linguaggio trasparente e ilare, sul filo di rasoio di un tratto di penna agile ed ilare. Ogni composizione è un montaggio di fotogrammi sottratti all’inautenticità, o all’autenticità, che poi è la stessa cosa. Ciò che rimane è un profumo, un alone, un’aura desublimata, corriva, posticcia come solo è possibile nell’età della leggerezza dell’essere. E che la leggerezza sia una tremenda e deliziosa croce che si abbatte sugli abitanti del nostro tempo epigonico, opino non ci sia dubbio alcuno, se appena gettiamo lo sguardo su queste poesie così abilmente sofisticate da apparire quasi telefonate.

Non deve in alcun modo meravigliare che siano venute a cadere le ipotesi di scritture modernistiche o post-modernistiche, se per modernismo si intende una poetica che alligna, come un alligatore, sulla pellicola del Novecento. E non v’è ombra in questo canzoniere, non v’è magrezza, c’è la scioltezza e l’agilità di un’età che ha perso essenza, peso, e così la passione è occasionale, gli incontri, imbarazzanti mistificazioni o divertite dissimulazioni. Non c’è più il volo di un Hermes in grado di gettare un ponte tra gli umani, e l’oggetto erotico è confinato nella sua bidimensionale incomunicabilità. I personaggi amanti sono trattati come figurine di seta o trapezisti mossi da una mano invisibile, i gesti stereotipati e stralunati sono il frutto del sogno di un burattinaio misterioso che forse ha dimenticato che la vita ha la stessa stoffa del sogno e i burattini, a loro volta, sono il sogno di un orco de-naturato e immaginario, e che l’orco è l’invenzione di un dio assente, un deus absconditus dell’evo della civiltà mediatica.

È come se una maledizione avesse tolto la gravità da sotto al tavolo del mondo, così che gli oggetti, i personaggi burattini galleggiano sul mare dell’inessenza, sbattuti di qua e di là, senza tempo e senza spazio, in una dimensione sottile come la pellicola di un film. E il burattinaio è un orco che ha dimenticato la propria inessenza. Le parole di questo post-ironico romanzo in versi dell’amore borghese sono della stessa pasta delle nostre parole. È questa la posta in palio del libro.

Paolo Ruffilli Piccola colazione Garzanti, Milano, 1987
Paolo Ruffilli Affari di cuore Einaudi, Torino, 2011

da Affari di cuore

Tutto il contrario

E mentre vai dicendo
che non è giusto,
che non c’è niente
da fare
per noi due
e ci dobbiamo
per forza separare,
lo so che stai mentendo
e sento
che non credi
neppure a una parola
e vuoi che ti risponda
che non è vero,
affogando la tua nella mia carne
cucita e abbottonata,
che non rimanga
nessuna parte di te
da me scollata:
a fondo e per intero
tutta completamente a me
inchiodata.

 

Occasione

E, via, confessa
che nell’amare me
ami te stessa.
Che non sia proprio
per vivere davvero
dentro di sé il resto,
sentirsi il palpito
dell’emozione
scivolare nella carne
e farne l’occasione
per ritrovarsi uniti
a quel che ci si oppone
in una eterna guerra
di posizione.

 

Le unghie e i denti

Sono tornato solo
per morderti e graffiarti
e per colpire
a schiaffi e pugni
la tua carne
e farti usare
infine su di me
le unghie e i denti.
Che siano ancora
più evidenti
le facce del dolore
nei segni e nelle tracce
di lividi e rossore
delle tue ire,
porte aperte
della spinta urgente
a resuscitare
da questo mio morire.

 

Di testa

Lo sai, mi piace.
Sarà il mio modo
tutto di testa.
Che tu tenga
le scarpe…
almeno una,
questa che ti porti
dietro;
sentirla addosso a me,
toccarla intanto
che mi calpesta.

 

A rate

Mi ti concedi a rate:
incontri, lettere,
telefonate…
E sempre controllato
è il modo
che hai tu di amministrare
gli imprevisti dell’amore
organizzato
per qualità e per date,
senza contare affatto
sul mio piacere
degli abusi.
Mi vedi istigazione
e rischio insieme
dentro le certezze
del tuo impero.
È vero,
sì, hai ragione
che prendo tutto
mentre intanto
non mi accontento
mai di niente
nel mio volere solo
l’assoluto.
È per questo
che mi stai perdendo…
anzi no, se
ancora non lo sai,
mi hai già perduto.

Passività

Mi chiami
quando hai voglia
per riempire il vuoto
di affetto e vanità.
Tanto lo sai
che sono pronto
a venirti incontro
perché per me
è importante
che ti ami io
e ti ringrazio comunque
per il modo
che hai di amarmi,
tu, in passività.
Prenditi pure
quello che ti pare:
certo che
lo puoi fare.
Ti vengo
tra le braccia
per trovarmi
e, guardandoti,
per guardarmi
in faccia
in tutta libertà
senza indulgenza, sì,
ma con pietà.
Infelice
della mia felicità.

Il tuo vantaggio

Di certe cose
non vuoi parlare
e preferisci
l’intermittenza virtuale
sul display
del mio telefonino.
«Ma ho paura –
mi dici nel messaggio –
di non essere capace
poi a frenare».
Lo dici da vorace,
è il tuo vantaggio.
La verità è che
non ti piace
rinunciare
né a me né agli altri
compreso tuo marito
e ci pretendi
in proprietà
del tuo destino,
se non addirittura
del tuo famelico appetito.
del resto,
proprio per questa
avidità di vita
mi hai rapito…
Ma sono stanco
per il mio amarti
di essere punito.

*

C’è un’ora in cui
tutto riposa
e, finalmente,
trova il suo posto inaspettato
ogni cosa
e l’alito del vento
facendosi discreto
invita il movimento
dentro l’incavo
della sua posa…
è come quando
il gatto steso
chiude il suo cerchio
con uno scatto…
Le voci assottigliate
tintinnano appena
come le posate
contro il piatto
è la promessa della vita
è quasi una certezza
distesa e preservata
dentro la fortezza.
Sfiorandomi,
la testa con la mano,
stavo sul piccolo
divano del giardino
leggendo
di Paolo e di Francesca
dispersi nell’aere dell’inferno.
E tu di già partita
fissandomi, discesa
e risalita di nuovo sulla bici,
piangendo mi chiedevi:
«Perché siamo infelici?»

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18 commenti

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18 risposte a “Paolo Ruffilli, Poesie esistenzialistiche da Affari di cuore (Einaudi, 2011) con un Commento critico di Giorgio Linguaglossa

  1. di Luciana Vasile
    Ecco, ho qui accanto a me “Affari di cuore”.
    Ieri mattina, durante i miei giri, sono passata davanti alla libreria Feltrinelli a Roma in Piazza di Torre Argentina. Subito l’ho trovato e preso.
    L’ho infilato, così piccolo e sottile, nella mia borsetta (è una porchette con tracolla).
    Ci stava perfetto, comodo, a suo agio.
    Cosa migliore che essere contenuto nell’angolo più riposto dell’Io? – nei sogni pare che la borsa della donna rappresenti lo spazio dove viene conservata la parte più interiore segreta e nascosta del subconscio, quella più vera e autentica -.
    Bianco. Che come scelta è un colore, non un non colore, come erroneamente si potrebbe pensare. Solo i neri caratteri delle parole graffiano il candore della carta. A simboleggiare: qui si fa sul serio. Non ci sono intermediari. Entriamo senza indugi in argomento. Saranno solo le parole a suscitare suggestive immagini e tremori della pelle. L’ho lasciato con la sua placenta. Il foglio di plastica trasparente e aderente che tiene avvinte le pagine: i pensieri, l’amore e i suoi versi.
    Quando, più tardi, la sera a letto lo avrei liberato, sarebbe esploso come una bolla di sapone con tutti i caleidoscopici colori, sapori, emozioni, sentimenti propri della passione che vi è descritta.

    “Affari di cuore” mi ha rapita coinvolta schiacciata risucchiata, a volte ridotta lasciata a brandelli.
    Il suo autore è il genio della poesia d’amore, della passione che travolge, dell’erotismo elegante ma che scortica e nutre la carne, della lotta che non è guerra, dei contrari e dei contrasti che si fondono nell’unica armonia di gioia e dolore possibile nelle nostre vite: l’Amore.
    La musica di sottofondo, la sonorità e l’assonanza dei versi a volte ci culla, altre volte ci scuote fino a renderci aggressivi nei sensi.
    Un modo così originale, tutto proprio di dirigere l’orchestra delle parole. Dalle più tenere e dolci, alle più crudeli e distruttive.
    Nella singolarità e unicità è l’universale che viene accolto e raccolto. Una poesia superba per la sua bellezza da donare a tutti, per tutti, comunicabile in ogni dove della terra e del cielo e intorno alla quale ci si può solo unire, sentire il contatto della pelle e dell’anima. Quanto bisogno abbiamo di sentirci uniti, solo così, forse, migliori! Quando tutto, in questo inizio terzo millennio, nel sociale, nella politica, nella religione, nei mezzi di comunicazione… sembra regolato dalla distruzione e dall’odio che l’alimenta.
    Poesia universale anche nello spazio e nel tempo. Ogni luogo è per l’amore. Ogni tempo lo vive. Dal tempo dell’orologio attraverso i secoli della storia dell’uomo, al tempo dell’Io. Dal tempo dell’esuberanza dei sensi della gioventù, alla più preziosa riflessiva profonda eroticità della maturità, dove il gusto del dare è desiderio pulsione che si traduce nella vera attenzione all’Altro. L’amore si moltiplica non resta imprigionato. Dall’Io al Tu ritorna al sé.
    Fra le più belle poesie d’amore, erotiche, che abbia mai letto. Sì, so di non esagerare.
    Io le parole le sperimento, le leggo su di me quando qualcuno sia riuscito a tatuarle sulla pelle e sulla mente. Cosa molto, molto difficile.
    Quando, tolta la pellicola trasparente, il libro si è schiuso fra le mie mani, già alle prime liriche un ventaglio di emozioni mi ha pervaso.
    E’ difficile raccontare questo, ma ci provo, sento di doverlo confessare fino in fondo senza rendermi conto se, per chi ha scritto, possa essere motivo di orgoglio o delusione: ho dovuto interrompermi. Non ce l’ho fatta ad andare avanti. Stavo male. Come una lacerazione dentro e fuori. Una ferita che sanguinava.
    Nella mia vita di lettrice, attaccata da questa sofferenza impossibile da descrivere, c’è solo un precedente e nella narrativa. Anche lì ho dovuto chiudere il libro “Che sia tu per me il coltello” di David Grossman. C’è da non crederci, non sono più riuscita a riaprirlo.
    Ma “Affari di cuore”, che ho dovuto far tacere nella silenziosa notte, complice il buio interrotto solo dalla piccola luce del lumetto sul comodino, ha sedimentato nei sogni. Poi la luce del giorno lo ha visto di nuovo riposto nella piccola borsa a tracolla, ora visibilmente gonfia d’amore.
    Per non tenerlo troppo stretto dovevo dividerlo, solo così avrei potuto sopportare il languore e la suggestione che poteva altrimenti diventare già sperimentata sofferenza.
    L’ho portato con me per la città, negli impegni del giorno, lui presente. Per aprirlo seduta sull’autobus, a un tavolino di un bar durante la colazione, appoggiata al muretto davanti al portone del cantiere vicino al Colosseo in attesa dell’idraulico e nel pomeriggio all’inaugurazione di una mostra di design organizzata dall’Ordine degli Architetti.
    L’ho portato fra la gente, per contagiare me e l’ambiente, fargliene assaporare il profumo dell’innocenza o l’odore penetrante del mangiarsi a morsi, con la tentazione – ma sicuramente avverrà nei prossimi giorni – di leggerne dei passi a qualcuno: il vicino di seduta sull’autobus, l’draulico o il capo mastro, l’amico di una cena…
    il viandante senza nome, tuttavia fratello nell’amore.

  2. gino rago

    Giorno della Memoria – 27 gennaio 2018

    I poeti del Novecento

    I poeti del novecento amarono gli armeni.
    Ma non perché specchiassero se stessi
    nelle nevi d’Ararat.
    Li amarono perché qualcuno pensò d’incenerirli
    proprio in quanto figli dell’Armenia.
    I poeti del novecento amarono gli zingari,
    i diversi, i comunisti…
    [per le stesse ragioni per cui prima
    umanamente  amarono gli armeni]

    I poeti poi amarono gli ebrei.
    Perché qualcuno pensò
    di cancellarli dalla faccia della terra
    (senza perché né colpe)

    [i camini di Auschwitz
    a perpetuare il ciclo del carbonio
    fumeranno per sempre nel tempo
     e nello spazio, nel sonno imperdonabile
    della cosmica intelligenza].

    I poeti del novecento amano
    le anime strette nella morsa di Gaza.
    Forse perché qualcuno pensa di umiliarle.
    I poeti amano i palestinesi
    come amarono gli armeni, gli zingari,
    gli agnostici, gli eretici, i diversi,
    gli ebrei, i comunisti, gli istriani infoibati.

    I poeti amano i sommersi [come amano i salvati].
    Perché chi resta vivo in mezzo ai morti
    non si vergogni più d’essere un uomo.

    Gino Rago

  3. Avevo scritto in un precedente Commento:

    «Una lingua che ha cessato di essere la depositaria del «messaggio» o dell’«anti messaggio», che si deposita un po’ come la polvere sui mobili. Che cade ed accade come per una sua legge di gravità. Che adoperiamo quando parliamo in una stanza ammobiliata, in una camera d’albergo, nelle sale d’aspetto di un aeroporto, nel corridoio di un anonimo ufficio. Una lingua estranea e provvisoria».

    Bevilacqua giunge a capire, acutamente, che oggi si può fare poesia soltanto se adoperiamo una «lingua estranea e provvisoria», una lingua che parliamo in un «corridoio di un anonimo ufficio», «in una stanza ammobiliata», in «una camera d’albergo» per incontri clandestini, una lingua di plastica, di stracci… Ecco, direi che Bevilacqua giunge fin qui… ma non può andare oltre… non può andare oltre la sua ontologia estetica…
    *
    Posto qui tre poesie di Raymond Carver, il padre del minimalismo americano con un commento di Valerio Pedini:

    Il minimalismo viene ideato da Gordon Lish, scrittore ed editor della figura centrale per la poesia e la prosa minimale: Raymond Carver. Nella nota biografica su Carver, nel volume Orientarsi con le stelle, edito da Minimum fax, si leggono delle parole raccapriccianti che indirizzano tutta la poetica e l’arte minimale, ovvero «con il suo stile limpido” vorrei poi sapere che significa stile limpido? “ e la sua attenzione verso la «normalità» esistenziale della gente comune». Mi concentrerei su queste poche parole per delineare tutto il cosiddetto minimalismo, che diviene da dispregio, pregio. «Stile limpido»? Per chi non capisse cosa significhi limpido, per alcuni si dice lineare, per altri retorico, per altri ancora manierista, riconoscibile, ripetibile, copiabile, digitale, intimo, casalingo, facilmente comprensibile. Perché? Perché fa esempi. Situazioni quotidiane, che tutti possono comprendere e in cui tutti si possono ritrovare. Ecco tre poesie di Raymond Carver:

    Compagnia

    Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
    che batteva sui vetri. E ho capito
    che da molto tempo ormai,
    posto davanti a un bivio,
    ho scelto la via peggiore. Oppure,
    semplicemente, la più facile.
    Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
    Questi pensieri mi vengono
    quando sono giorni che sto da solo.
    Come adesso. Ore passate
    in compagnia del fesso che non sono altro.
    Ore e ore
    che somigliano tanto a una stanza angusta.
    Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

    .
    Attesa

    Esci dalla statale a sinistra e
    scendi giù dal colle. Arrivato
    in fondo, gira ancora a sinistra.
    Continua sempre a sinistra. La strada
    arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
    C’è un torrente, sulla sinistra.
    Prosegui. Poco prima
    della fine della strada incroci
    un’altra strada. Prendi quella
    e nessun’altra. Altrimenti
    ti rovinerai la vita
    per sempre. C’è una casa di tronchi
    con il tetto di tavole, a sinistra.
    Non è quella che cerchi. E’ quella
    appresso, subito dopo
    una salita. La casa
    dove gli alberi sono carichi
    di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
    crescono rigogliose. E’ quella
    la casa dove, in piedi sulla soglia,
    c’è una donna
    con il sole nei capelli. Quella
    che è rimasta in attesa
    fino ad ora.
    La donna che ti ama.
    L’unica che può dirti:
    “Come mai ci hai messo tanto?”

    .
    La poesia che non ho scritto

    Ecco la poesia che volevo scrivere
    prima, ma non l’ho scritta
    perché ti ho sentita muoverti.
    Stavo ripensando
    a quella prima mattina a Zurigo.
    Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
    Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
    usciti sul balcone che dominava
    il fiume e la città vecchia.
    E siamo rimasti lì senza parlare.
    Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
    Così felici ed emozionati. Come se
    fossimo stati messi lì
    proprio in quel momento.

    Distantissima dall’idea “metafisica” e “barocca”, il minimalismo ergonomico si compone in strutture rigide, facilmente modellabili. Da qui però succede il dramma letterario: la ripetizione. Carver ci presenta nella prosa uomini di bassa levatura sociale, nella poesia solo e sempre se stesso. L’esempio di un uomo divorziato, di una persona stanca, di una persona innamorata, di uno scrittore fallito. Chiunque può entrarci, perché esempi facilmente interpretabili. In qualche modo, già dall’inizio l’esempio fa sì che la poesia perda il suo valore antropologico. Viene subito inscatolata, una poesia soprammobile da trasloco, facilmente rimpiazzabile con un’altra poesia da trasloco.

    Un Leopardi e un Hölderlin non li puoi copiare. Un Carver sì. E tutti l’avevano capito. A partire dalla seconda moglie Tess Gallagher, che con i suoi zuccherini e le sue ragazze povere fa una prosa e una poesia dolciastra, in cui tutte le donne potevano ritrovarsi. Metafore del quotidiano.

  4. A proposito del minimalismo italiano,

    dirò che c’è una bella differenza tra il minimalismo di Carver e il minimalismo italiano, anzi, c’è un abisso… Quello di Paolo Ruffilli è un minimalismo inimitabile alla maniera di Carver ma con lo stile ruffilliano.

    dirò che là dove c’è sentore di minimalismo triviale non ci sono io. Credo di essere incompatibile con il minimalismo italiano, quel medesimo minimalismo che ha imperversato sul nostro paese per più di quaranta anni come una epidemia, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi e che ha impedito di fare le riforme di cui il paese aveva estremo bisogno. Il minimalismo è il pensare in piccolo, pensare e vivere nella convinzione che tanto le cose si metteranno a posto da sole; minimalismo è stato il colpevole silenzio della Chiesa che per quattro soldi dati dallo Stato italiano alle scuole cattoliche, ha preferito tacere in lungo e in largo sulla deriva antropologica, politica, filosofica e psicologica degli italiani; minimalismo è la doppiezza, l’ambiguità, l’ipocrisia, l’ironia facile e a buon mercato. Minimalismo è avere un concetto minimale dell’etica e dell’estetica oltre che della politica. Minimalismo è il «particulare» da cui prendeva le distanze il Guicciardini; minimalismo è farsi gli affari propri, è un sistema di pensiero antropologico. Noi in Italia non abbiamo minimalisti del calibro di Carver o della Szymborska, noi qui abbiamo e Magrelli e i magrellini, i Rondoni e i rondoniani…

    il problema era già stato acutamente analizzato da Giacomo Leopardi nello Zibaldone e da Gramsci nei Quaderni quando rifletteva sulla necessità di una “riforma morale e intellettuale degli italiani”. Senza questo distinguo non si può comprendere come il mio personale atteggiamento non è solo di natura estetica ma è collegato a quel problema antropologico e storico che da prima dell’unità d’Italia era stato già intravisto da un pensatore come Machiavelli (intendo il problema di costruire un partito nazionale attorno ad un Principe). Insomma, ritengo che il problema dell’estetico non sempre si esaurisce entro il campo dell’estetica, a volte va visto entro il campo più generale che colloca il problema della delibazione estetica entro il campo più generale della Riforma politica, amministrativa, filosofica, estetica e anche religiosa del Paese. Per quanto riguarda il campo della riforma religiosa, lascio questo compito alla Chiesa e al suo capo, ma per gli altri ambiti ritengo che sia dovere anche dei poeti prendere una posizione chiara, univoca nei confronti di quello che va sotto il nome di “minimalismo italiano”, che è una forma mentale, una visione antropologica, una visione anche politica (intesa come coincidenza di interessi tra arte e status quo della società italiana). L’adesione o no al “minimalismo italiano” costituisce, nella mia visione (per fortuna non solo mia ma anche di un giovane come Valerio Pedini e di tutti i redattori dell’Ombra delle Parole), un discrimine, un confine irrinunciabile nella convinzione che l’atto estetico non è un atto neutrale e personale ma un atto eminentemente politico, un atto di educazione estetica per dirla con Schiller.

  5. gino rago

    SEGNALAZIONE

    Fresco di stampa, segnalo ai frequentatori de L’Ombra delle Parole
    questo libro di fondamentale importanza sulla poesia italiana contemporanea:
    Giorgio Linguaglossa, Critica Della Ragione Sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), NOE, Edizioni Progetto Cultura, Roma, gennaio 2018, Pagine 512 € 21.00 –

    “(…) Critica della ragione sufficiente è un titolo esplicito. Con il sottotitolo
    “verso una nuova ontologia estetica”. Uno spettro di riflessione sulla poesia
    contemporanea che punta ad una nuova ontologia, con ciò volendo dire
    che ormai la poesia italiana è giunta ad una situazione di stallo
    permanente dopo il quale non è in vista alcuna via di uscita da un
    epigonismo epocale che sembra non avere fine.
    I tempi sono talmente limacciosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose
    semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero che è andato
    disperso, frangere il pensiero dell’impensato, ritornare a una
    “ragione sufficiente” (…)
    Un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente
    improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo…”

    Gino Rago

  6. Condivido la convinzione che un atto estetico sia anche politico; mi lascia perplessa il rovescio dell medaglia: un atto politico è anche estetico?Alla luce della realtà odierna sembrerebbe proprio di no.E nemmeno il passato ci aiuta :Pericle fu un grande esteta,ma il prezzo che pagò la Grecia fu troppo alto; l’atto estetico non aveva tenuto conto delle conseguenze concrete, e,come sempre, furono i più deboli a pagare.

  7. A proposito del minimalismo, ricevo alla mia email e pubblico questo contributo dello scrittore Piero Sanavio:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/27/paolo-ruffilli-poesie-esistenzialistiche-da-affari-di-cuore-einaudi-2011-con-un-commento-critico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-30545
    — il minimalismo, variante dell’intimismo, questo continuo rifugio di molta poesia contemporanea nazionale non escluso l’ Ungaretti post Porto sepolto (figlio di Apollinaire) e Montale, questo D’Annunzio senza gli aggettivi. Non parliamo della cosiddetta poesia civile. Sicché, malgrado le sue ignoranze della cultura classica, e gli inevitabili errori, più interessante, con tutti i possibili distinguo, mi risulta il primo Quasimodo. Questo, e un’esperienza con la poesia neogreca e la lettura di Kavakis, mi spinge a valutare la riproposta della cultura classica che ritrovo in Giorgio Linguaglossa. Le tre poesie inedite,
    “Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il console?»
    ”I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso”
    “Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata” –
    mi sembrano importanti non soltanto dal punto di vista formale (memorie della grande stagione poetica che da Marot, traduttore di Virgilio, scende a Browning), ma ideologico nel senso di recupero di una cultura che appartiene all’Occidente e alla quale gli stessi poeti del Nuovo Mondo (Lowell) non sono stati sordi. Ti accludo qste tre poesie, o potremmo chiamarle “dramatis personae”. Tu mi conosci, sai benissimo che non sono né nazionalista né cultore dell’antico ma di fronte alla corrente ignoranza e riduzione della scrittura a confessioni intimistiche e\o dichiarazioni di fede per un partito, quest’altra scelta mi sembra un doveroso correttivo.

    Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il Console?»

    Adesso spero proprio di essere inessenziale,
    invisibile, trascurabile come un piccione
    che becca tra gli orti del Foro.
    «Chi vivrà vedrà», mi dico tanto per consolarmi.
    «In fin dei conti il Console può essere sconfitto dai barbari
    o dalla guerra civile o da se stesso».

    Ma ecco Silla, nel manto di porpora,
    sulla biga addobbata,
    di ritorno dalla guerra vittoriosa,
    l’ennesima guerra tra le mura della Repubblica,
    che fa ingresso con le sue legioni,
    tra squilli di trombe
    e rullio di tamburi sotto l’Arco di Trionfo.

    «È il suo trionfo o il nostro?», chiedo al mio fidato amico Claudio
    assiepati alla transenna del Foro della Repubblica.

    Ogni mattino mi reco in allarme
    ai piedi del Campidoglio, negli uffici
    del Consolato e cerco il mio nome
    tra quelli iscritti alle liste di proscrizione
    sperando ch’io sia tra gli assenti.

    «E se lo trovassi? – mi chiedo – che cosa farei
    se trovassi il mio nome nelle liste di proscrizione?
    Andrei subito dal Console per rendergli omaggio?
    Lo supplicherei di essere risparmiato?
    Rinnegherei la mia fede repubblicana?
    O magari reclamerei la mia fedeltà in lui,
    nel console vittorioso
    che tante volte ha risolto con le armi
    il contenzioso?

    Mi prostrerei ai suoi piedi a invocare clemenza?».
    Così, ogni mattino mi reco pieno
    di angoscia al Campidoglio,
    ma ormai spero davvero di trovare il mio nome
    tra quelli iscritti nelle liste di proscrizione;
    finalmente sarei libero, libero di fuggire
    o di umiliarmi dinanzi alla toga del Console;
    mi getterei ai suoi piedi scongiurandolo
    di risparmiare me e la mia famiglia,
    lo invocherei di liberarmi della mia angoscia,
    di mozzarmi subito la testa o,
    peggio ancora, di lasciarmi libero tra gli orti
    del Foro, proprio come un piccione.

    *

    I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso

    Druso ha sempre i piedi sporchi nei calzari di cuoio,
    il ventre prominente e parla un latino infarcito di dialettismi della Sabina;
    inoltre, a tavola non è mai sobrio, ama l’eccesso
    in libagioni e in amorazzi con le sue schiave
    e con i mori che acquista al mercato al suono di sesterzi d’oro.

    Nel Foro non prende mai una posizione
    univoca, chiara, ciò che dice in
    privato non lo ripete certo in pubblico.
    È abile, sfuggente come una biscia, oleoso
    come la resina del Ponto Eusino,
    dire che non lo amo sarebbe un eufemismo,
    una ipocrisia, ma ciò che è più grave,
    non riesco neanche a detestarlo.

    Mi dico: «Druso è un codardo, un mentitore,
    un fingitore, un voltagabbana» ma, ciononostante,
    non riesco a detestarlo. Forse che dovrei rimproverargli
    il suo faccione impolverato di cerusso?
    In fin di conti è un mio simile: un teatrante, un attore,
    ha un mento, un naso aquilino, proprio come me.
    «Non c’è alcuna differenza – mi dico – tra noi».

    Druso ha il volto foderato di cerone da teatro,
    scivoloso di biacca, il mento leporino
    e gli occhi cisposi per il vino in eccesso
    bevuto la notte innanzi, ascolta
    ciò che gli torna immediatamente utile,
    quando non gli conviene fa il pesce in barile;
    dei nostri discorsi sulla res publica
    dice «che sì, che no, che forse, che insomma…».

    Del resto, sto molto attento quando
    nei conviti privati mi porge il cratere colmo di vino,
    fingo di bere con un sorriso sordido…
    mentre con la coda dell’occhio
    sbircio sempre in allarme la porta d’entrata.
    Evito di guardare in volto il capo delle guardie
    quando fa ingresso in casa di Mecenate
    con il suo codazzo di pretoriani e di ottimati profumati.
    Anch’io parlo sempre meno in pubblico
    dei miei pensieri privati, e in privato
    dei miei pensieri pubblici…

    *


    Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata

    Come quando sei a teatro e vedi
    sul fondale trascorrere delle ombre indecifrabili,
    incomprensibili icone, però, che parlano
    una loro lingua muta;
    geroglifici, criptogrammi, tracce misteriose
    degli dèi scomparsi, di infausti eventi;
    e credi di riconoscere un profilo,
    un volto, una immagine, un segmento,
    una mano tesa in aiuto
    (o pronta ad impugnare una spada…)

    Io Cesare, davanti allo specchio, chiedo a Cesare:
    «È il tuo quel volto?», «Sono per te quei segni?»
    Il mio dèmone mi dice che «le Moire
    sono più antiche del Fato, che la mia filosofia
    è aggiogata ad un carro più antico».
    Mi dice anche: «guardati dai tuoi generali, Cesare!»*.
    «È tua l’immagine che vedi riflessa nello specchio!»
    «Una mano compirà quel gesto. Ti colpirà alle spalle.
    Una Moira l’ha deciso.
    Che tu forse speravi avesse dimenticato.
    Ma è lì il gesto, nel nodo che Lachesi ha intessuto nel filato
    del tuo manto di porpora, che dimora
    nel secchio senza fondo della tua anima».

    Mi chiede ancora il dèmone: «È tua quella mano,
    la mano che ha impugnato la spada?
    La spada chiama altra spada, Giuliano,
    l’odio chiama altro odio».

    «Sì, chiedo al dèmone: quel volto che vedi riflesso nell’immagine
    dello specchio corrisponde alla mia “anima”?».
    «Sì, – ha risposto il dèmone –
    quel volto corrisponde al tuo profilo,
    alla linea sghemba del tuo mento leporino,
    alle rughe che hai agli angoli degli occhi
    almeno nelle sue linee, diciamo così, generali».

    «Sì – ha replicato Cesare – ritengo di essere sempre io
    il riflesso di quel volto che ho considerato,
    troppo spesso, in modo incongruo, discontinuo,
    a volte fraudolento,
    scambiando l’effetto per la causa
    o la causa per l’effetto.
    Sì, sono proprio io quel volto,
    il volto che gli dèi mi hanno dato,
    il destino che le Moire mi hanno concesso».

    *giunto nel 363 d.c. con il suo esercito a Ctesifonte, Giuliano, a soli 33 anni, fu assassinato da una congiura di alcuni ufficiali cristiani. Ecco il resoconto di Ammiano Marcellino sugli ultimi istanti di vita dell’imperatore:
    “Giuliano, giacendo sotto la tenda, rivolse la parola ai circostanti depressi e tristi “é venuto il tempo, amici, di uscire dalla vita. Sono in procinto di pagare alla natura il debito che chiede, non afflitto e addolorato, ma ammaestrato dai pareri dei filosofi su quanto l’animo sia più beato del corpo, conscio che tutti i dolori, come infieriscono sui codardi, così cedono il passo a chi persiste. Non rimpiango alcuna delle mie azioni nè mi opprime il ricordo di un grave delitto, sia quando venivo relegato nell’ombra e nelle ristrettezze, sia dopo la mia ascesa al principato. Ho conservato l’animo esente da macchie, come penso, reggendo l’impero con moderazione. Considerando che il fine di un giusto impero fosse l’interesse e la salvezza dei sudditi, fui sempre alquanto propenso ad una situazione tranquilla. Ora me ne vado lietamente, e ho venerazione per il nume eterno, poiché prendo congedo non dopo una lunga e dolorosa malattia, ma nel mezzo della gloria fiorente”

    (Inediti, da Tornare alla corte di Cesare? – 2010)

    • Rossana Levati

      Vorrei aggiungere al contributo proposto da Pietro Sanavio, e sulla scia delle sue considerazioni, queste due poesie che ho letto stamattina, pubblicate sull’Ombra nel 2014:

      Zbigniev Herbert

      Il ritorno del proconsole

      Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
      ancora una volta proverò se è possibile viverci
      potrei restare qui nella remota provincia
      sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
      e il mite governo dei malaticci nepoti
      quando tornerò non intendo cercare meriti
      offrirò una parca dose di applausi
      sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
      non mi daranno per questo una catena d’oro
      questa di ferro deve bastarmi
      ho deciso di tornare domani o dopodomani
      non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
      gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
      è vetrosa i fiori odorano di cera
      un’arida nube bussa sul cielo deserto
      in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
      bisognerà di nuovo intendersi con il volto
      con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
      con gli occhi perché siano idealmente vuoti
      e con il povero mento lepre del mio volto
      che trema quando entra il capitano delle guardie
      di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
      quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
      e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
      cesare del resto ama il coraggio civile
      entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
      in fondo è un uomo come tutti gli altri
      e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
      non può bere a sazietà incessanti scacchi
      la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
      poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
      uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
      Ho deciso di tornare alla corte di cesare
      spero proprio che in qualche modo ci intenderemo
      (traduzione di Paolo Statuti)

      Giorgio Linguaglossa

      Il generale Germanico scrive al suo comandante di Coorte Giulio Decimo

      …mio amato Giulio Decimo, tu dici
      che «non son sicuro di voler tornare
      ma tornerò alla corte di Cesare,
      domani o anche dopodomani».
      Cosa vuoi che ti dica?, un tempo
      sei stato un valoroso soldato,
      il tuo generale era fiero di te,
      vessillifero della centuria, ti ho visto in
      cento battaglie sempre davanti ai manipoli,
      forse sei stato inviso agli dèi ctonii
      se mille frecce non ti hanno colpito
      e cento spade si sono spezzate sul tuo scudo…
      Tu mi dici che adesso pianti gli alberi
      di ulivo sui declivi dei colli di Miromagnum
      e insegni ai bambini le poesie di Ennio
      e dei neoteroi di Roma, e che sei
      contento così, che il tuo animo
      ha trovato la quiete che cercavi…
      Lascia che io ti dica come tutto ciò è fallace amico mio
      Cesare si pasce della nostra quiete,
      lui è munifico e beffardo, sordido
      e astuto, distribuisce frumento
      alla plebe, sesterzi ai fedeli pretoriani
      e spettacoli con i tori, i leoni e con curiosi
      cavalli dal lungo collo che vengono dall’Africa,
      le arene sono rosse per il sangue
      dei gladiatori, i prezzi della Suburra
      sono alla portata di tutte le tasche
      e il regime è democratico, temperato;
      ci danno ad intendere che il Principato
      sia lo sbocco naturale del peripato…
      Cinquanta inverni ci pesano sul volto
      attraversato da spighe di grano maturo.
      Ti chiedo: per quanto tempo ancora dovremo
      tollerare questo Cesare di argilla?
      Per quanto tempo ancora dovremo fingere
      assenso alle sue magagne e inneggiarlo
      con iperboli sottili e lambiccate?
      Per quanto tempo, Giulio Decimo?
      Già, dicono le folle che Cesare è magnanimo,
      che alla corte di Cesare c’è posto,
      che c’è sempre un posto al sole
      per chi accetta di stare all’ombra.
      «Appunto – dico io – per chi accetta di stare all’ombra».

      La giudico una interessante forma di poesia che riprende le radici della cultura occidentale, come afferma Sanavio, e che racchiude anche molti elementi di una poesia civile:
      Una “corte di Cesare” (quale corte? Quella antica o quella odierna?) che incombe sullo sfondo, con le sue attrattive e la sua pericolosità (come non ripensare a Orazio, quando si giustifica con Mecenate, nella Epistola VII, perché, dopo aver chiesto quattro o cinque giorni di riposo lontano da Roma, non solo non vi è tornato per tutta l’estate e l’inverno, ma si rifiuta di farlo fino ai venti della prossima primavera..); vi si descrive il regime di un imperatore “munifico e beffardo” che si pretende e si presenta “democratico, temperato”; un “Cesare d’argilla” che vuole essere ammirato, che richiede inni ed elogi con “iperboli sottili” e che è pronto a cedere un posto al sole purchè si resti all’ombra, alla sua ombra…
      Ho trovato questo testo grandioso, perché gli echi di Orazio ma anche di Tacito (il ritorno di Agricola alla corte di Domiziano) vi si assommano, perché getta una luce obliqua sul presente e sui rapporti tra politica e cultura, tra luoghi in luce e luoghi in ombra nella stessa cultura, strettamente connessa con la macchina del potere “imperiale”; e perché vi ho ritrovato, come nel “Monologo di Giuliano l’Apostata” segnalato da Sanavio, una dolente riflessione sul potere e sulla sua fragilità e cecità, come ci indica Kavafis nelle sue poesie dedicate a Cesare, Antonio, Nerone, tutti travolti da una storia che non hanno saputo né comprendere né controllare.

  8. Una lettera di Germanico al suo compagno d’arme Tallia

    Caro Tallia, tu dici: stiamo bene qui, all’ombra del sicomoro
    tra cespi di forsizie e ciuffi di araucarie, simulando deferenza
    per le ipotiposi del Cesare di argilla, in fin dei conti
    l’eternità è una figura del presente… a furia di rotolare nella sua corte
    di mezzani e di faccendieri il Cesare andrà a sbattere contro
    quella cosa che i posteri chiamano, con un eufemismo, la storia…
    Mi auguro, Tallia, che tu abbia ragione, ma se ragione non hai,
    almeno vivrai incolume gustando il vino mieloso della tua cantina
    e i fichi secchi della cirenaica.

  9. Caro Germanico, bene non sto. Il sicomoro non produce frutti.
    L’infiorescenza carnosa degli acheni si è seccata.
    I mezzadri non pagano più l’affitto ed anche il podere
    da quando i galli hanno smesso di mietere, non produce che erbacce.
    Me ne sto all’ombra del pitosforo nano, l’ unica pianta a resistere
    In questi mesi di siccità, con indosso il finissimo cashemere
    della Mongolia, ingualcibile e antibatterico, hot couture.

  10. Giuseppe Talia

    Paolo Ruffilli

    Mi ama. Non ho dubbi. Me lo ripeto come un mantra.
    Ogni suo whatsapp me lo ricorda: – Che fai? Sei solo?
    E solo sto. Mi tiene sotto scacco. – Domani non posso.
    No, domani no. E quando sarà, che pioggia d’oro!
    Che baci possenti! Poche parole, sì ma veraci. Mi ama,
    non ho dubbi. Torna da viaggi con i capezzoli doloranti.

    • I poeti di corte

      caro Tallia, i poeti di corte, tu lo sai,
      sono timidi e infidi, incidono, gli inetti, sulle tavolette di cera
      i loro versicoli ossequiosi al Cesare di turno,
      lo vezzeggiano, lo inneggiano, lo adulano e,
      nel mentre che cicalano alle sue spalle,
      indorano le loro parole, le incartano con del papiro egizio
      per farle apparire preziose…
      ciarlano di pitosfori e di limoni, brigano con il Palazzo
      per ottenerne favori al Corriere della sera e alla Stampa,
      vergano sulla terza pagina le loro insulse noticine letterarie
      mentre irridono i Malvolio e i Benvolio, che non sai mai
      con chi se la prendano veramente, gli inetti…
      i sordidi non nominano mai i loro interlocutori
      dicono soltanto che sono dei mestatori e che non sanno
      quello che scrivono…
      gli inetti, caro Tallia, sono una malfida congrega di malvissuti
      che inneggiano a Venere e a Giove, Marte non li turba e,
      se del caso, ammiccano anche a quel galileo
      che oggi va tanto di moda qui nell’Urbe.

      • Posto qui due poesie di Anna Ventura. Due poesie due ritratti. La prima narra di Cesare tra «i boschi nordici, d’inverno» ripreso da una cinepresa nascosta durante una campagna militare nel nord dell’Europa (non sappiamo quale, ma non è importante), lui «che sarà il padrone del mondo», mentre invece gli avvenimenti decisivi che riguarderanno la sua persona viene decisa a migliaia di chilometri di distanza, nell’Urbe… Nella seconda poesia la cinepresa nascosta ci informa del momento dell’ultima decisione del poeta scrittore Petronio arbiter, quando decide di auto togliersi di mezzo, con una cena tra gli amici, declamando poesie e cibandosi di leccornie tra battute di spirito e celie. L’argomento centrale di queste poesie è sempre quello, il problema del rapporto tra il poeta e il Potere. Possono passare secoli o millenni ma il problema è sempre quello che ha fatto scrivere a Platone di voler esiliare i poeti dalla città.

        Tu quoque

        Cesare nei boschi nordici, d’inverno.
        Dorme poco, mangia niente;
        se non combatte, scrive. La parola
        si affila come un’arma. Come un’arma
        è infallibile. Cesare sa
        che sarà il padrone del mondo,
        ma ora è solo,
        nel bosco innevato. Le guardie
        dormono, il fuoco
        si va spegnendo in piccole lingue
        rosse e gialle. Cesare
        non ha rimorsi,
        non ha rimpianti,
        non ha paura. Ma a Roma,
        nelle quiete stanze
        di una casa patrizia,
        lì dove si aggrumano
        tutti i rimorsi,
        tutti i rimpianti,
        tutte le paure,
        lì dove il condottiero
        nessun pensiero indirizza,
        lì un pugnale si affila.

        Petronio Arbiter

        L’Arbiter sapeva
        di essere in pericolo,
        e non se ne curava; sapeva
        che, comunque, la morte arriva,
        né temeva un’anticipazione;
        ma lo disgustava l’idea
        di una violenza brutale,
        di una mano sporca
        che lo avrebbe trafitto
        con un pugnale
        forse già insanguinato. Perciò,
        meglio morire per propria scelta,
        a banchetto, tra parole leggere.
        Forse aveva ragione Trimalcione,
        che nel suo epitaffio,
        dove si definisce
        “pio, forte e fedele”, avverte:
        “Non ascoltò mai un filosofo”.
        L’Arbiter amava quella creatura
        nata dalla sua fantasia inquieta:
        così lontana da lui,
        così vicina alla terra.

  11. antonio sagredo

    …ritorno, e che mi ritrovo?
    un Paolo Ruffilli che da tempo cinguetta i suoi indifferenziati versucoli… che da tempo ho gettato nella spazzatura indifferenziata…
    lui come tantissimi altri…
    ———————————————-
    Io, un tempo pensavo
    che i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.

    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’ immaginazione.

    A me, robusto
    con passo gigante
    non è necessario ascoltare,
    ma lacerarli come stracci,
    proprio loro che si sono appiccicati come un supplemento gratuito
    a ogni letto a due piazze!

    Prorprio loro che sono bravi
    sono capaci di cantare :
    una signorina qualsiasi
    un amore qualsiasi
    e un fiorellino qualsiasi sotto la rugiada.

  12. Caro Sagredo,
    non smettere mai di essere così perfido! Hai ragione da vendere; infatti, come disse il grande Boccaccio,”In tutte le epoche furono rarissimi i poeti”

  13. gino rago

    Il filosofo Erèsia

    Alla  domanda di Herbert: «Dove passerai l’eternità?»,
    risponde il filosofo Erèsia: «cara Signora Circe, caro Signor Nessuno,
    il poeta da finisterre parla con l’oceano e scrive le sue parole sull’acqua:
    non mi aspetto l’eternità e so che nessun verso oltrepasserà la morte.
    I poeti lo sanno da sempre: le poesie sono mortali».
    (…)
    Gino Rago

  14. Avevo un libro bellissimo, “I cercatori di oblio”.dove erano raccolti i testi di una silloge poetica che fu travolta da un nubifragio; la casa andò persa,ma i foglietti si salvarono, galleggiando sull’acqua,riuscirono perfino a farsi pubblicare .Perchè la poesia è magica,ed è immortale.

  15. Simone

    La prima opera a cui mi viene da comparare questa opera del Ruffilli (da quanto ho letto qui) è quella del Mari. Ma quest’ultima, in quanto più furba, è certamente più valida. A chi è piaciuta questa del Ruffilli consiglio quella del Mari: non ne rimarrà deluso, anzi!

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