John L. Stanizzi, Poesie da Stagioni sul viale a cura di Angela D’Ambra con un pensiero di Pier Aldo Rovatti da Abitare la distanza

 

[Il pollivendolo sorrise/ nel porgerle i due pennuti/ sopra il bancone]

John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Fra le sue raccolte poetiche: Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York Quarterly, Tar River Poetry, Rattle, Passagges North, The Spoon River Quarterly, Poet Lore, The Connecticut River Review, Freshwater, Boston Literary Review, e molti altri periodici. Stanizzi ha dato letture poetiche in varie località del Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry Festival, RJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic. La sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -volume II, il seguito del recente Hallelujah Time! Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.

bello diabolik-eva-kant-coppia

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

Che cosa accade quando mettiamo tra parentesi, tra virgolette o in corsivo? Che rapporto ha questa interpunzione della frase con il peso e l’alleggerimento? Con una differenza, una marca, con questi “siparietti”, introduciamo indubbiamente una distanza: distanza, innanzi tutto, dalla letteralità. Tra la pausa della parentesi e il funzionamento della metafora c’è qualcosa di più che un ponte, come aveva compreso Paul Ricoeur parlando – riguardo alla metafora – di sospensione della verità. E come testimonia l’attenzione di Bateson per il gioco a incastro delle narrazioni in un testo teorico. Molti degli equivoci sulla metafora e sulla narratività in filosofia verrebbero sgombrati se riportassimo l’attenzione proprio su questo punto “filosofico” che è la distanza, o più precisamente l’operazione linguistica del distanziare, di distanziazione; e se considerassimo la metafora senza subito ridurla al suo ovvio effetto “letterario”, producendo – per questa via – un’altra batteria di equivoci, quelli legati al “semplice” viraggio della parola filosofica verso la parola poetica.

Ma se poi ci accordiamo nel riconoscere che la distanziazione è il modo con cui il pensiero può abitare il linguaggio, se ci intendiamo sull’importanza di questo luogo problematico dove l’aporia e il paradosso stanno di casa. Questa distanza, infatti, non potrà mai essere davvero un chiamarsi fuori, come se il soggetto di cui qui è questione, che non si esaurisce nel soggetto grammaticale, e perciò neanche in una dispersione di “io”, avesse la possibilità di spostarsi o di essere già all’esterno, assumendo per sé una delle figure della tradizionale gamma filosofica che oscilla tra lo spettatore disinteressato e il “funzionario dell’umanità”, e disponendo di conseguenza il linguaggio in posizione di oggetto, isolabile, descrivibile in quanto isolato e in tal modo manovrabile. Sulla base di questo “miraggio”, che non cessa di riprodursi anche nella stessa operazione fenomenologica di riduzione al soggetto, si è tecnicizzata questa macchina logico-filosofica che Heidegger ci ha fatto vedere meglio di altri, che Descartes non ha inventato ma semmai insegnato ad usare: la macchina soggetto-oggetto.2

2 Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza Raffaello Cortina Editore, 2007 pp. XXII-XXIII

Commento di Giorgio Linguaglossa

Possiamo affermare senza tema che il linguaggio poetico di John Stanizzi è un linguaggio «poroso», sporcato dalle macchie del quotidiano (si dice così?), ma poi c’è il fatto che nessuno sa cosa sia il «quotidiano», e così ciascuno si arrangia come può. Fare poesia del «quotidiano» certo che è possibile, anzi, è doveroso perché la nostra esistenza è immersa al 100% nel quotidiano; davvero, non possiamo uscire dal quotidiano neanche se lo volessimo, questo è il fatto. Ma in poesia? Quale «quotidiano» metterci dentro?

Comunque, a me il modo di trattare il «quotidiano» da parte di John Stanizzi piace, è un modo molto diverso da quello adottato, per esempio, dai nostri milanesi, Stanizzi adotta una fraseologia nominale e il verso spezzato, mi sembra un’ottima scelta. Fa uno spezzatino minimalista ma ci mette dentro una buona dose di briosità e di fantasia. Le sue poesie non sono mai prevedibili, sorprendono il lettore ad ogni strofa, non gli concedono facili tregue. Vi si trova il «pollivendolo», la «tarantella» il «Pop-pop», la «stella di Betlemme» e tante altre cose bizzarre; c’è l’«autunno», l’«estate», la «primavera», l’«inverno» ma senza mai alcuna concessione al poetico o a frasi stereotipate o a rimandi telefonati, vi si trova la vita delle persone comuni colta nella «avenue» qui in fotografia in momenti particolari e dalla angolazione del punto di vista di Stanizzi. C’è un piccolo pezzo di mondo, e Stanizzi fa poesia su quel piccolo pezzo di mondo.

John Stanizzi avenue

Certi giorni spargevo briciole sulla veranda,
legavo uno spago a uno stecco, puntellavo una scatola

STAGIONI SUL VIALE

Albany Avenue, Hartford, Connecticut, c. 1955

inverno

Le luci dell’albero di Natale
tingevano i fiori del gelo
sulla finestra di Sosie
come una cattedrale.

Pop-Pop,
padre di Big Millie,
era venuto da Philly per le feste
e ci sedemmo tutti in salotto

battendo il tempo all’ansimo della fisarmonica
mentre lui e Sosie,
ottantenni,
ballavano la Tarantella,

goccioline di vino attaccate
come rugiada ai suoi enormi baffi,
il dente d’oro come la Stella di Betlemme,
gli occhi azzurri di lei occhi rapiti di bambina.

winter

The lights from the Christmas tree
stained the blossoms of frost
on Sosie’s window
like a cathedral.

Pop-Pop,
Big Millie’s father,
had come from Philly for the holiday
and we all sat in the parlor

clapping to the wheeze of his concertina
as he and Sosie,
in their eighties,
danced Tarantella,

beads of wine clinging
to his huge mustache like dew,
his gold tooth like the Star of Bethlehem,
her blue eyes the wild eyes of a child.

John Stanizzi 1

[J. Stanizzi] e io amavo guardare,/ finché, braccato da bulletti,/ me la filavo a casa

primavera

Vecchi
concentrati sul domino o la dama
assiepati intorno
agli ampi tavoli del parco giochi.

Iniziavano all’alba
e io amavo guardare,
finché, braccato da bulletti,
me la filavo a casa.

Salivo le scale a fatica,
carponi, chiamando Sosie!
Lei correva alla stufa,
avvolgeva una moppina a un manico di pentola,

e gettava acqua bollente sui ragazzini in basso.
Veniva giù come pioggia calda
e quelli se la ridevano e correvano tutt’intorno,
con le bocche sorridenti aperte, a catturare gocciole.

Nel tardo pomeriggio trasportavo pietre –
munizioni –
e attendevo sul ballatoio del terzo piano
l’invasione dei ratti nel capanno dei rifiuti.

spring

Old men
concentrating on dominoes or checkers
crowded around
the big tables on the playground.

They started at sunrise
and I liked to watch,
until the tough kids
chased me home.

I’d flounder up the stairs
on all fours, calling Sosie!
She’d hurry to the stove,
wrap a mopeen around a pot handle,

and throw hot water onto the children below.
It fell like warm rain
and they laughed and ran around
catching the droplets in their open, smiling mouths.

In late afternoon I’d haul stones –
ammunition-
and wait on the third floor porch
for rats to invade the garbage shed.

estate

Il pollivendolo sorrise
nel porgerle i due pennuti
sopra il bancone.
Erano legati per le zampe,

e Sosie li portò a testa in giù
tre miglia intere fino a casa;
si agitavano con tale furia
da non sembrare neppure polli

ma un grosso piumino in un vento forte;
tutto il tratto fino all’appartamento
rimbalzarono contro le scale
e le pareti chiazzate d’umidità.

Anche quando lei tranciò loro il collo
con un rapido sguiscio di lama
e sangue sciropposo colò nel tubo di scolo,
c’era movimento.

E io guardavo,
diteggiando sbadatamente
lungo i rulli
della lavabiancheria.

Quando immerse i pennuti
nella pentola d’acqua bollente,
uscii sul retro
a far rimbalzare una palla giù per le scale,

finché mi disse di rientrare
per strappare piume bagnate
da calda carne gialla.

summer

The chicken man grinned
when he handled the two birds
over the counter.
They were tied at the feet,

and Sosie carried them upside-down
the entire three miles home;
they flapped so wildly
that they didn’t look like chickens at all

but like a big feather duster in strong wind;
all the way up to the apartment
they bounced off the stairs
and water-stained walls.

Even after she sliced their necks
with a quick slip of her razor
and washed the syrupy blood down the drain,
there was movement.

And I watched,
walking my fingers casually
along the rollers
of the washing machine.

When she lowered the birds
into the pot of boiling water,
I went out back
and bounced a ball off the steps,

until she called me in
to pull wet feathers
from hot yellow flesh.

autunno

In ottobre
gli odori del viale si attenuavano
e gli alberi del Parco giochi De Lucco
seminavano ghiande sull’asfalto.

Certi giorni spargevo briciole sulla veranda,
legavo uno spago a uno stecco, puntellavo una scatola,
e me ne stavo steso e quieto,
cercando di catturare piccioni.

Di notte mi stendevo sul letto di Sosie,
nella sua stanza illuminata da ceri per i morti,
frescura vicino le finestre,
il martellio nei tubi non ancora spurgati,

e appena prima del sonno,
il caldo brusio dell’orologio di cucina.

fall

In October
the smells of the avenue diminished
and the trees on the De Lucco Playground
sowed acorns the asphalt.

Some days I would spread bread crumbs on the porch,
tie a string to a stick, prop up a box,
and lie flat and quiet,
trying to catch pigeons.

At night I’d lie in Sosie’s bed,
her room lit with candles for the deceased,
a coolness around the windows,
the drumming in the pipes not yet purged,

and just before sleep,
the warm hum of the kitchen clock.

 

Angela D’Ambra nel 2008 si è laureata in Lingue e letterature straniere presso la Facoltà di Lettere e filosofia di Firenze. Nel 2009 ha conseguito il diploma di Master II in traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese presso l’Università di Pisa. Nel 2015, la laurea in Lettere Moderne presso la Scuola di Studi Umanistici e della Formazione (Firenze). Dal 2010 lavora come traduttore freelance. Ha tradotto (EN > IT) poesie di autori contemporanei (canadesi, americani, australiani, ecc.). Le traduzioni sono comparse sulla rivista El Ghibli (2010 – 2016) e su altre riviste italiane online e cartacee. Al momento sta traducendo tre raccolte poetiche: due di poeti canadesi (Gary Geddes e Glen Sorestad), una del poeta americano John Stanizzi.

14 commenti

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14 risposte a “John L. Stanizzi, Poesie da Stagioni sul viale a cura di Angela D’Ambra con un pensiero di Pier Aldo Rovatti da Abitare la distanza

  1. Possiamo affermare senza tema che il linguaggio poetico di John Stanizzi è un linguaggio «poroso», sporcato dalle macchie del quotidiano (si dice così?), ma poi c’è il fatto che nessuno sa cosa sia il «quotidiano», e così ciascuno si arrangia come può. Fare poesia del «quotidiano» certo che è possibile, anzi, è doveroso perché la nostra esistenza è immersa al 100% nel quotidiano; davvero, non possiamo uscire dal quotidiano neanche se lo volessimo, questo è il fatto.

    Comunque, a me il modo di trattare il «quotidiano» da parte di John Stanizzi piace, è un modo molto diverso da quello adottato, per esempio, dai milanesi, Stanizzi adotta una fraseologia nominale e il verso spezzato, mi sembra un’ottima scelta. Fa uno spezzatino minimalista ma ci mette dentro una buona dose di briosità e di fantasia. Le sue poesie non sono mai prevedibili, sorprendono il lettore ad ogni strofa, non gli concedono facili tregue. Vi si trova il «pollivendolo», c’è l’«autunno», l’«estate», la «primavera», l’«inverno» ma senza mai alcuna concessione al poetico o a frasi stereotipate o a rimandi telefonati, vi si trova la vita delle persone comuni colta nella «avenue» in momenti particolari e dalla angolazione del punto di vista di Stanizzi.

  2. Mi piace moltissimo questo poeta che guarda le cose da un’ottica che condivido pienamente,L’ottica della fantasia capace di trasfigurare anche la più umile realtà ; l’immagine del dente d’oro che splende come la stella di Betlemme,pretenderei di averla inventata io,se mai avessi avuto la fortuna di incontrare un uomo con un dente d’oro in bocca.

  3. L’albero di Natale si sposa bene con le goccioline e il dente d’oro. Alla fine la breve poesia diventa un albero scintillante e bene addobbato.
    Sembra che i ricordi ruotino volando attorno a perni saldi: “l’invasione dei ratti nel capanno dei rifiuti”, la “calda carne gialla”, “il caldo brusio dell’orologio di cucina”. Col risultato che si ottiene una suggestione ( sempre insperata).
    Si potrebbe obiettare che Stanizzi preferisce i ricordi animati, là dove quattro versi potrebbero bastare. Ma non sarebbe americano.
    Però se confrontiamo il suo quotidiano con quello di Carver, scopriamo che ha punte più accese (Linguaglossa scrive: “il verso spezzato, mi sembra un’ottima scelta. Inoltre, le sue poesie non sono mai prevedibili, sorprendono il lettore ad ogni strofa). Quello di Carver è immerso nel paesaggio sconfinato del Nord America. Tempo rallentato.

  4. Giuseppe Talia

    Quotidiano sì, purché sia spezzato? Questo fatto getta una luce nuova rispetto al “grande progetto”, non dico contraddittorio, ma con una apertura inedita, o come si dice per le Leggi, in deroga.
    In effetti, in prima lettura, la sensazione che a me, e sottolineo a me, viene sono punti d’incontro con la poesia di Mario M. Gabriele. Stanizzi usa una fraseologia e versificazione indubbiamente frammentata, discontinua, diversificata, frastagliata, molto di più di quanto lo stesso Mario M. Gabriele faccia, oscillante fra l’ottonario ed endecasillabo, così come le personificazioni interagenti, che nel caso di Stanizzi si riducono ad una onomastica circoscritta, mentre nel nostro Mario M. Gabriele la stratificazione letteraria, l’antroponimia diviene patrimonio toponomastico, se si pensa e si legge ai continui e ininterrotti rimandi ad altro rispetto al soggetto, all’agape.

    • Caro Talia,
      la poesia di Stanizzi a me piace perché ha sequenze ritmiche e atmosfere domestiche rivitalizzate da soggetti ed eventi, non importa se egli è presente o assente nella scena. Sa frenare il tempo rallentandolo (come dice Tosi), per vivacizzare nella materia dei sogni e del quotidiano il senso della tenuta della vita. Forse è la fantasia la seconda anima capace di tesaurizzare ciò che abbiamo perduto, recuperandolo attraverso il catalogo dei ricordi, come l’unico vero taccuino del nostro viaggio.Che poi tu trovi un punto d’incontro con la mia poesia, devo ringraziarti per l’avvicinamento. Questo non mi fa sentire un isolato.

      • Giuseppe Talia

        Caro Gabriele,
        è da qualche mese che lotto con il tuo libro in viaggio con Godot, da quando lo comprai alla fiera del libro di Roma. Lo leggo a spizzichi e bocconi, non solo per la mia proverbiale lentezza, quanto perché ogni testo contiene una miriade di informazioni e un tale straniamento del soggetto che mi sembra che ogni poesia sia quasi una stesa di lettura di tarocchi, dove non si predice il futuro, quanto invece il passato.
        In particolare il testo a pag 59, che non riporto qui per fatica nello riscrivere, dove il soggetto lo ritroviamo solo nella seconda strofa, il Gospel Group, forse gli stessi che nell’incipit della prima strofa, si fermarono nel peristilio ad ascoltare, probabilmente Peter Bergin nella lettura del quinto evangelio (1975), e forse siamo a Firenze (Antella, colline e cimitero) a sciacquare parole bugiarde nel Nilo (non era l’Arno del Manzoni?) in un capovolgimento totale, innesti, trompe l’oeil, specchietti per le allodole, dove anche il più acuto chiromante viene ingannato.

        • Caro Tallia,
          solo ora rovistando tra le pagine del Blog trovo la tua riflessione molto costruttiva nell’indagare sui miei versi che definisci tarocchi, non in senso dispregiativo, ma ricostruttivo nella loro impostazione enigmatica. Sono, in altre parole, oracoli linguistici che lasciano il lettore non in mezzo al deserto, ma nell’oasi dove sorge la ginestra, sia essa contemplata nel passato, che nel quotidiano effimero, nell’ironia derivante dalla lettura di Bereshit, e in quell’evento straordinario accaduto ad Antella nel mese di ottobre del 1954 e che riporto nel testo a pag.59.Si va cosi con Godot, per distorsioni temporali, tra passato e presente, in compagnia di attori dal linguaggio plurale, tra storia e fantasia, senso dell’effimero e dei sogni derubati: insomma è l’esperienza di una vita riportata come in un registro a bordo di un vascello in completo naufragio.Ogni testo ha una sua ministoria. Ma la cosa a cui non so rispondere è come abbia potuto formalizzare tutto questo con un sound quasi come un vibrafono alla Lionell Hampton. Ma se la poesia non ha tutti questi riflessi, dimmi caro Tallia, c’è proprio bisogno di scrivere poesia in questo mondo in frantumazione? Ecco, allora la battaglia che conduce Linguaglossa. A proposito del quale, Egli non ha nessuna colpa per la Introduzione al mio volume. Trattasi di un assemblamento “corposo”voluto da me, e ricercato sul Blog. Certo è che ci vuole pazienza a leggere i miei testi. Ma alla fine credo che i lettori come te, ne saranno soddisfatti. Un caro saluto.

          • Giuseppe Talia

            Caro Gabriele,
            capisco cosa intendi quando mi parli di Lionell Hampton e il Boogie Woogie, e parli con uno che nato negli anni ’60 e che nel 1992 è stato capace di accendere una miccia e far scoppiare il Logos (se Giorgio, uno di questi giorni, vorrà postare Le Vocali Vissute se ne potrà sentire ancora la fragranza, a distanza di diciotto anni dall’uscita). Non importa a che età e con quale esperienza alle spalle si arrivi allo scatto di reni, l’importante è arrivarci, a dispetto dei tanti che replicano un nume tutelare, alcuni il nume tutelare di se stessi dopo qualche bagliore.

  5. Una Poesia di Wislawa Szymborska

    Ecco, questa è la tipica poesia di una grande poetessa, ma minore. Qui la Szymborska prende a motteggiare, scherza, parlotta sotto i baffi pregustando la battuta riuscita… Ecco, ritengo che quando un poeta scrive pregustando la stoccata, la battuta di spirito, beh, allora finisce sempre che manca il bersaglio. Anche la poetessa polacca cade spesso in questo tranello. Il fatto è che spesso scriviamo qualcosa che ci soddisfa a metà e allora crediamo che con una battuta di spirito risolleviamo la poesia. E invece le diamo il colpo di grazia.

    Da Gente sul ponte 1986

    Tremarella 411

    I poeti e gli scrittori.
    Così infatti si dice.
    Ma, se non scrittori, i poeti chi sono –

    I poeti – la poesia, gli scrittori – la prosa.

    Nella prosa può esserci tutto, anche poesia,
    ma nella poesia deve esserci solo poesia –

    In sintonia col manifesto, che l’annuncia
    con lo svolazzo liberty d’una P maiuscola,
    iscritta nelle corde d’una lira alata,
    dovrei, più che entrare, arrivare volando –

    E non sarebbe meglio scalza,
    che con queste scarpe da quattro soldi,
    pesanti, scricchiolanti,
    goffa sostituzione d’un angelo? –

    Avessi almeno un vestito più lungo, più lieve,
    e versi che escono così, dalla manica,
    da festa, da parata, da grande occasione,
    un don dan don,
    ab ab ba –

    Ma là sul palco già guata un tavolino
    da seduta spiritica, coi piedini dorati,
    su cui fuma un piccolo candeliere –

    Ne deduco che
    dovrò leggere al lume di candela
    ciò che ho scritto a macchina
    tac tac tac alla luce d’una lampadina –

    Senza preoccuparmi in anticipo
    se sia poesia
    e quale poesia –

    Se del genere in cui la prosa è malvista –
    O del genere che è benvista in prosa –

    E qual è la differenza,
    percepibile oramai solo nella penombra
    nello sfondo del sipario bordò
    con frange viola?

  6. griecorathgeb

    Sono d’accordissimo con Giorgio sulla poetessa polacca che qualche volta manca il bersaglio.
    E direi che la poesia di Stanizzi è il nulla del minimalismo che si è gettato, infine e una volta per tutte, nelle tenebre del Tartaro.

  7. Mi chiedo come interagirebbe la poesia di Oldani con tutta questa realtà adolescentemente americana!


    Grazie Ombra.

  8. gino rago

    Manuel Alegre riscritto alla maniera della Nuova Ont. Estetica

    (‘Itaca’ è tratta dall’e-book ‘Le odissee moderne’ realizzato da Rossana
    Levati con alunni e alunne del Liceo Cl. V. Alfieri di Asti. E’ un privilegio per me averlo ricevuto in anteprima e gioisco nel constatare, segnalandolo
    ai nostri lettori, che nello stesso e-book compaiono anche Giorgio Linguaglossa, Chiara Catapano e Rossella Cerniglia, accanto a Ritsos,
    Seferis, Kavafis, Atwood, Pascoli, eccc. Personalmente e intimamente
    vivo la cosa come motivo di orgoglio per la nostra Rivista di Letteratura
    Internazionale la quale, evidentemente, si è costruita pezzo su pezzo
    una sua credibilità d’innovazione poetica nell’era del pantano, dello stagno,
    della stagnazione anche estetica. A Chiara Catapano, a Rossella Cerniglia e a Giorgio Linguaglossa faccio giungere i segni della mia ammirazione).
    G.R.

    Itaca

    “Il tuo sorriso sotto il susino.
    L’ombra in certi pomeriggi nella sala da pranzo.
    Una luce. Un volto, Un odore: Itaca era dentro.
    Un luogo… Un luogo di dentro.
    Un oscuro punto nella mappa luminosa del cuore.
    Per sempre solo tuo. Per sempre nascosto.
    Come Ulisse nessuno torna a quel che ha perso.
    Come Ulisse non sarai riconosciuto.”

    In pochi versi quanto Alegre riesce a dire… Come l’antenato e mentore
    Pessoa come e in quale misura estrema Manuel Alegre si è calato
    nelle possibilità della sua lingua. Stanizzi, Dall’Oglio, Vitale, di recente
    proposti, mostrano di avere altri antefatti, altri rifermenti…

    Gino Rago (a cura di)

  9. vincenzo petronelli

    Ringrazio Giorgio per l’articolo. Non conoscevo onestamente Stanizzi, ma da quanto letto in queste righe mi sembra un poeta da approfondire con interesse. Condivido con Giorgio e con il grande maestro Mario Gabriele il giudizio sulla modalità non convenzionale con cui Stanizzi dischiude alla sua poesia le porte della dimensione sempre scivolosa della quotidianità e del resto, come giustamente evidenzia Giorgio stesso nel suo intervento, non è in sé, la cornice del quotidiano, incompatibile con il linguaggio poetico,rappresentando la contestualizzazione naturale della nostra vita; sarebbe come pensare di vivere eliminando la concezione problematica che sottende la nostra esistenza, laddove la prospettiva della vita è di per sé problematica e solo la risoluzione alle sollecitazioni problematiche ci consente di dipanarne il senso. L’elemento qualificante la connotazione poetica, anche in questo caso, non si colloca nell’ambito di presunti confini del dicibile (fortunatamente gli steccati classici tra le varie forme d’espressione sono ormai crollati e non c’è articolazione dell’umano che non possa essere terreno d’elezione per una moderna costruzione poetica, come insegna e dimostra la NOE mediante le pregevoli voci poetiche sue interpreti) bensì la capacità del poeta di saper offrire una prospettiva ed una dimensione interpretativa che trapassi il dato tangibile, come mi sembra che Stanizzi riesca a fare, attraverso un gioco scultoreo di “pieni” e “vuoti” che sembrano sottoporre al lettore diverse piani di lettura e possibili vie di fuga.

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