Carlo Livia – Sognare Dio – con poesie di Emily Dickinson, Paul Celan, Rafael Alberti, Andrè Breton, Federico Garcia Lorca, Amelia Rosselli

Foto uomo verde sulla strada

«Fu allora che incontrai Dio alle porte di Persepolis» (Giorgio Linguaglossa)

Ah, ci sono tante cose fra cielo e terra, di cui solo i poeti hanno sognato…
E soprattutto al di là del cielo: perché tutti gli dèi sono simboli di poeti,
sottratti con l’inganno dai poeti.

(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Nessuno c’impasta più, da terra e fango,
Nessuno soffia la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno…

(Paul Celan)

Cantare in verità è un altro respiro.
Un respiro sul nulla. Un soffiare nel Dio. Un vento.

(Rainer Maria Rilke)

Per secoli e millenni gli uomini hanno meditato, speculato e sognato, scritto e creato immagini e opere d’arte d’ogni genere, ma anche combattuto, condannato, perseguitato e sterminato solo per il controverso valore e significato d’una parola: Dio.

Solo negli ultimi secoli, nella cultura cristiana, l’atmosfera è mutata e si è placata, anche per merito di un piccolo, placido, metodico ma tenacissimo studioso e insegnante di filosofia e scienza, Immanuel  Kant, che dalla remota Königsberg  dimostrò in modo inconfutabile all’Europa e al mondo che scienza e religione, dimostrazione empirica e speculazione metafisica non potranno mai coincidere, appartenendo a due dimensioni linguistiche e noetiche eteronome, inconciliabili, per cui ogni dogma teologico fondato su elementi razionali è illegittimo, intrinsecamente aporetico, investigare con procedure analitico-concettuali l’esistenza  e la natura del  divino è insensata hibris e mistificante violenza ideologica, perché si pretende di usare il linguaggio razionale in una dimensione trascendente in cui ogni referenza è illusoria, come un uccello che pretende di volare nel vuoto, senza l’aria che faccia attrito e sostenga le ali.

Ma: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.”

L’illuminista Kant, tutt’altro che ateo o irreligioso, fonda la sua fede non su elementi intellettuali, ma sul sentimento di meraviglia e stupore suscitato dalla infinita bellezza e profondità della natura e dall’ineludibile cogenza della dimensione morale.

È questo che definisco atteggiamento mistico: accettare ed esprimere la natura meta-razionale dello scenario da cui è circondata la nostra esistenza, senza di cui non solo la teologia, ma anche l’arte e la poesia sarebbero impossibili. Occorre una completa metanoia, per cui la verità non è più norma e dogma di comprensione e dominio, ma energia e luce che trasfigura e sublima affettivamente, emotivamente, mutando la configurazione relazionale di linguaggio, pensiero, soggetto, esistenza.

Ogni volta che il logos si divide dal  pathos, tentando una formalizzazione puramente speculativa, concettuale, la teologia, sottratta alla poesia, diviene ineludibilmente pregna di errori gnoseologici, falsità e violenze,  ideologiche e politiche.  

Poeti sono i mortali che seguono le tracce degli Dei fuggiti.
L’Etere, nel quale soltanto gli Dei sono Dei, è la loro divinità.
L’elemento dell’Etere per il ritorno degli Dei, il Sacro, è la traccia degli Dei fuggiti.
Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta canta il Sacro.

Martin Heidegger

Martin Heidegger in campagna, nella sua baita

 Il valore euristico-epistemologico che Martin Heidegger in questo passo di Sentieri interrotti “riserva alla poesia”, in cui solo è possibile la rivelazione dell’Essere, non sancisce nuove gerarchie assiologiche, ma propone una mutazione di habitus conoscitivo, la fondazione di un’abitazione nuova per il pensiero, in cui accogliere il Dire originario ( divino ).

Ciò che dura lo fondano i poeti “ (Hölderlin);  nel linguaggio che permette la rivelazione del sacro, intreccio indissolubile di pensiero e canto, le aporie intrinseche ad ogni teofania (trascendenza e immanenza, Dio lontano e inesperibile, ma anche più vicino della nostra vena giugulare,  enigma della ri-velazione dell’Essere, che si manifesta e occulta in ogni ente, ecc.) trovano una forma inedita e individuale, che traduce in modi interiorizzati e personali icone e mitologemi di lontane architetture mitiche collettive, che dai tempi remoti tentano di formalizzare in segni concreti il divino che si coglie solo “ per speculum et in enigma “ (S. Agostino ).

Nella modernità vengono spesso esasperati gli elementi di personalizzazione, enigmaticità ed eterodossia, come nell’opera di Emily Dickinson:

Safe in their Alabaster Chambers –
Untouched by Morning
And untouched by Noon –
Sleep the meek members of the Resurrection –
Rafter of satin,
And Roof of stone.

Light laughs the breeze
In her Castle above them –
Babbles the Bee in a stolid Ear,
Pipe the Sweet Birds in ignorant cadence –
Ah, what sagacity perished here!

Sicuri nelle loro Camere di Alabastro –
Non toccati dal Mattino
E non toccati dal Meriggio –
Dormono gli umili membri della Resurrezione –
Trave di raso,
E Tetto di pietra.

Lieve ride la brezza
Nel suo Castello sopra di loro –
Borbotta l’Ape a uno stolido Orecchio,
Zufolano i Dolci Uccelli ignare cadenze –
Ah, quanta sagacia si spense qui!

(Trad. G. Ierolli )

Foto super moon an town

È stato scritto tanto sul valore formale e sulla profondità semantica di questa poesia, che è quasi superfluo ribadire gli elementi di modernità della prosodia, che mantiene un prodigioso equilibrio tra la melica delle litanie sacre, la cadenza armonica dei canti cerimoniali, e l’estrema ellissi, dal taglio modernista, telegrafico, tesa, vibrante di segrete agnizioni, a cui la converte la sintassi febbrile, spasmodica, visionaria di Emily, con la sua punteggiatura rarefatta, rudimentale, spesso sostituita dai trattini: tutti elementi già noti, che sconvolsero i pochi mediocri lettori suoi coetanei, e poi ne deificarono il genio, nelle consapevoli letture postume.

Qui vorrei solo evincere la ribellione ideale, sottaciuta, che in un retro pensiero incandescente, prometeico,  la visione dei morti  suscita  nella mente indomabile della poetessa, imponendole questo miracolo creativo: i morti sono “salvi” dal dolore dell’esistenza, ma aspettano  “umili” (umiliati dalla morte) la resurrezione, come una elemosina! Per il resto, nella seconda strofa, l’irrazionalità inaccettabile della morte, per cui tutta la bellezza del creato perde coerenza e dignità, è attigua al pensiero di Leopardi, al “Canto notturno del pastore errante nell’Asia”, che medita sull’assurdo sprofondare dell’esistenza umana in un abisso orrido, immane, in cui precipitando tutto oblia: “Vergine luna, tale è la vita mortale“.

Nata esattamente un secolo dopo, Amelia Rosselli è vicina alla Dickinson per molti atteggiamenti ideali e formali, soprattutto per la lancinante, eterodossa, febbrile esperienza del divino, che non riesce a pacificarsi in forme accoglienti, salvifiche:

o Dio che ciangelli
e la tua porta si fracassi – come un’
auto che varca il roso cancello, passa la tua
severa ordinanza, ma io non posso! seguirti!
tu troppo ti nascondi troppo premi il tuo pistone da pericolo.
Tu non hai dolcezza? Tu non distribuisci caldamente le
felicità? Come un puro flauto dal becco sì sottile è
la tua ostilità – tu attiri
per poi ripulsare le gioie barbare.
(Amelia Rosselli)

Vorrei far notare l’intreccio polisemico che emana dal neologismo del primo verso:  ”ciangelli” (cianci, cancelli, fringuelli ) tutti elementi semantici che si precisano nel grido di rivolta successivo, patetico, quasi infantile, come impregnato dell’antica violenza subita dalla perdita del padre, Carlo Rosselli, antifascista fondatore di  “Giustizia e libertà”, ucciso dai fascisti quando Amelia aveva sette anni.  Altra connotazione simbolica di straordinaria efficacia, per questo Dio che si nasconde ed è avaro delle felicità promesse, è il becco del flauto troppo sottile, musica che ferisce, trapassa per troppa dolcezza.

paul celan ingeborg bachmann

Paul Celan e Ingeborg Bachman

Anche in Paul Celan, l’ostacolo intrascendibile ad una pacata accoglienza della rivelazione divina è la teodicea, l’incapacità di concepire un Dio creatore unico, buono e onnipotente, insieme con l’esistenza del male che colpisce l’innocente. Come in Dostoievskj o in Giobbe, Dio è chiamato in causa per giustificare l’implacabile e irrazionale violenza del suo disegno, con un gesto espressivo che, al limite della blasfemia, capovolge il normale rapporto, per cui è Dio che deve pregare l’uomo, chiedere perdono per la sua lontananza e indifferenza all’atroce male causato, in questo caso lo sterminio d’un popolo, che l’ebreo Celan aveva vissuto personalmente.

Tenebrae

Siamo vicini, Signore,
vicini e afferrabili.
Già afferrati, Signore,
l’uno nell’altro le grinfie, come fosse
il corpo d’ognuno di noi
il tuo corpo.
Prega, Signore,
pregaci,
siamo vicini.

A sghimbescio andavamo
andavamo per chinarci
verso conca e cratere.
All’abbeveratoio andavamo, Signore.
Era sangue, era
ciò che hai sparso, Signore.
Riluceva.
Ci gettava la tua immagine negli occhi, Signore.
Occhi e bocca stanno così aperti, Signore.
Abbiamo bevuto, Signore.
Il sangue e l’immagine che nel sangue era, Signore.
Prega,Signore.
Siamo vicini.

Nella seconda parte residui simbolici cripto cristiani illuminano la controversia interiore nell’accettare l’inaudita forma di rivelazione del divino nella forma umiliata e sacrificale proposta dal cristianesimo, l’unica che possa riscattare nell’amore l’insanabile duplicità morale del Dio del monoteismo.

In alcuni poeti fondamentalmente agnostici, come Andrè Breton, fondatore e capofila del surrealismo francese, la presenza del numinoso penetra fra misteriose risonanze semantiche, dalle zone meno sorvegliate e illuminate della psiche, nel fluttuante confine fra segno e significato, assumendo metamorfiche sembianze spettrali, insieme ctonie e salvifiche.

Poco prima di mezzanotte presso l’imbarcadero.
Se una donna scarmigliata
ti segue non dartene cura.
E’ l’azzurro. Non hai niente
da temere dall’azzurro.
Vi sarà un gran vaso biondo nell’albero.
Il campanile del villaggio
dai colori fusi
ti servirà da punto di riferimento. Prendi tempo, ricorda.
Il geyser bruno che scaglia al cielo getti di felce ti saluta…

Quando l’ottusa violenza franchista spense la vita di Federico Garcia Lorca,  volendo cancellare l’esempio di un artista geniale che, pur non occupandosi attivamente di politica, delegittimava con ogni gesto e atteggiamento la retorica falsa e mediocre del regime, il poeta andaluso aveva solo trentotto anni e stava componendo un libro di poesie pregno di un misticismo segreto e ineffabile, afferente a diverse tradizioni occidentali e orientali, ma inesauribile in nessuna, il  Divan del Tamarid , compendio e punto d’arrivo del complesso percorso di formazione fino ad allora seguito: barocco, simbolismo, decadentismo, folclore andaluso e gitano, surrealismo. Le composizioni ripropongono in forma libera le “Caside” e “Gazele”, cioè due modelli di prosodia religiosa araba musulmana.

Casida del sonno all’aria aperta.

Fior di gelsomino e toro decollato.
Pavimento infinito. Mappa. Sala. Arpa. Alba.
La bambina finge un toro di gelsomini
e il toro è un sanguinante crepuscolo che bramisce.

Se il cielo fosse un piccolo bambino
i gelsomini avrebbero metà di notte oscura.
E il toro circo azzurro senza lottatori
e un cuore al piede di una colonna.

Ma il cielo è un elefante
e il gelsomino è un’acqua senza sangue
e la bambina è un ramo notturno
sull’immenso pavimento oscuro.

Fra il gelsomino e il toro
o uncini d’avorio o gente addormentata,
nel gelsomino un elefante e nuvole
e nel toro lo scheletro della bambina.

(F. G. Lorca)

L’apparentemente inestricabile ed enigmatico groviglio di simboli è stato affrontato da molti esegeti, che vi hanno rinvenuto divergenti ascendenze mitologiche e religiose: il toro e l’elefante, simboli di vita nell’antica Persia e India, il gelsomino, fiore notturno, assimilabile alla morte, che però coincidono nell’atto di contraddirsi, il piccolo bambino, Gesù, che redime una parte dell’umanità, quella che si converte alla sua parola.
Personalmente non trovo necessaria la traduzione in simboli concreti ed univoci per apprezzare la suggestione metaforica e la vertigine semantica evocata da questi oggetti che, come ha suggerito Linguaglossa in alcune recenti note, perdono la loro opaca concretezza per mutarsi in luminosi indicatori della trascendenza e inaccessibilità dell’Essere.

Di Rafael Alberti, anch’egli andaluso, amico e avversario poetico di Lorca, propongo un brano del suo capolavoro, “Degli angeli“, originalissima conversione delle icone dell’angelismo tradizionale, operata con l’incandescenza semantica e metaforica dello strumentario surrealista:

Non aveva la rosa compleanni o l’arcangelo.
Tutto, anteriore al pianto ed al belato.
Quando ancora la luce non sapeva
se il mare nascerebbe maschio o femmina.
Quando il vento sognava chiome da pettinare
e garofani il fuoco e gote da infiammare
e l’acqua, delle labbra ferme a cui abbeverarsi.
Tutto, anteriore al corpo, al nome e al tempo.
Allora, io ricordo che, una volta, nel cielo…

Passeggiava con l’abbandono di giglio che mediti,
o quasi d’uccello che sappia di dover nascere.
Senza vedersi si guardava in una luna
a cui il sogno faceva da specchio,
in un silenzio di neve che le innalzava i passi.
Affacciata a un silenzio.
Era anteriore all’arpa, alle parole, alla pioggia.
Non sapeva.
Bianca alunna dell’aria,
tremava con le stelle,con il fiore e con gli alberi.
Il suo stelo, la verde sua cintura.
Con le mie stelle
che, di tutto ignoranti,
per scavar nei suoi occhi due lagune
lei in due mari annegarono.
E ricordo…
Niente più: morta, sparire.

(Rafael Alberti)

Qui l’elemento decisivo per la risultanza icastica mi sembra l’implicita crasi essere-nulla e eros-agape, che sovverte e disorienta, trasfigurando oggetti e attori, situandoli in un inesperibile scenario metafisico.
Concludo con un mio testo in cui, come Alberti, tento di valicare il confine fra concreto e metafisico, con un gesto di sovversione di codici estetici ed assiologici.

Tu o il sacrilegio

Radunavi frammenti di vita nell’angolo dove cresceva l’erba santa
Mi chiamavi ma il vento portava via l’anima delle parole
Io ero nel museo dei peccati mortali e cercavo la spiegazione
Quella bambina era nascosta nell’acqua morta dei pianoforti
Bussò un vecchio che diceva di essere Dio ma non lo fecero entrare
Poi se ne andò ma ci lasciò la sua tristezza nascosta in fondo alla musica come una morte obesa
Ti aspettavo da sempre in quella terrazza piena di luce ma non venivi e facevi tremare l’eternità
Invece venne la pianista bionda e si sdraiò accanto a me scoprendosi le cosce che erano chiare e luminose come la luna dei pazzi
Tremavo e pativo e tremavo e dovevo assolutamente toccare quelle cosce ma non potevo così scappai e mi rifugiai in mezzo ai libri sacri
Apparve la madrina degli Dei col suo profumo di morte e d’incesto e mi baciò facendo impallidire i cieli
Poi si spogliò e mi fece entrare in paradiso
L’amavo tanto da morire ma lei sorrideva e non era lei eri tu e scappavi fra le statue dell’estate adolescente lasciandomi accecato dai miraggi della brezza marina
E ti chiamavo ancora mentre le anime folli mi trascinavano via ti chiamavo afferrandomi al portale della vita eterna ti chiamavo già ombra in esilio ti chiamavo senza più parole ti chiamavo.

Carlo Livia Aleph, Roma, 2017

Roma, Aleph, Presentazione del libro di Antonio Sagredo Capricci, 2017, a dx Carlo Livia

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

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54 commenti

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54 risposte a “Carlo Livia – Sognare Dio – con poesie di Emily Dickinson, Paul Celan, Rafael Alberti, Andrè Breton, Federico Garcia Lorca, Amelia Rosselli

  1. Ricevo sulla mia email e pubblico alcuni pensieri espressi in forma-poesia da Adeodato Piazza Nicolai che ben si abbinano alla tematica del post di oggi.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30236
    MICRODRONI, L’ULTIMA GENERAZIONE

    Né fuoco né ghiaccio per l’Apocalisse
    ma droni autopilotati dell’ultima de-generazione.
    Droni antimissili termonucleati. Droni anti bombe idrogeniati.
    Droni anti fissione postbipolare.
    Allora good-bye per questa terra e parte del cosmo,
    con previsioni forse provvisorie: scheletri spettrali,
    bimbini bruciati, boschi distrutti, paesi spariti
    dalla faccia del pianeta. Altro che guerre …
    verremo manducati dai droni auto-regolati.
    (,,,)
    Mai più feste di Natale per razza e tribù
    urdù, amazzoni, amerindiane eccetera, und so wider. …
    Mai più fuochi d’artificio, né balli mascherati a Rio,
    Berlino, Vienna, Pechino, Venezia e neanche a New York.
    La festa è finita. Brindiamo alla fine di ogni Gomorra
    poiché con i droni faremo trombetta.

    © 2018 Adeodato Piazza Nicolai

    NOTA: Droni auto pilotati, l’ultima generazione: possono far esplodere il cervello di un attenta-tore, un cecchino, una squadra di assalitori, uccidere i “cattivi” di mezza città, distruggere un arsenale di missili atomici, ecc. Ben venuti al ventunesimo secolo. Probabilmente saranno droni di “ultima generazione” poiché, disturtta il pianeta, non ci sarà più bisogno di loro.E se qualche ET starebbe già usandoli?

  2. Mariano Grossi

    Un articolo profondissimo e penetrantissimo guastato da refusi indegni della sua qualità intrinseca! Ibris invece che hybris, patos anziché pathos, un elemosina anziché un’elemosina, risonanza semantiche anziché risonanze semantiche!!!

    • donatellacostantina

      Gentile Mariano Grossi,
      grazie per la segnalazione dei refusi. Li abbiamo corretti tutti. È nostro desiderio garantire ai lettori la qualità, anche nella cura di questi dettagli.
      Continui a seguirci. Grazie!
      Un cordiale saluto

      Donatella Costantina Giancaspero

  3. Ecco un modo che condivido di nominare “Dio”, parola davvero impronunciabile oggi in poesia.
    Ecco un verso di Margherita Guidacci (1921-1992):

    Mio Dio salvami dalla parola condotta in parata come un vitello nel giorno di fiera;
    Con fiocchi rossi alla coda e una ghirlanda che di traverso gli
    scende sui grandi occhi tristi, fra la ressa dei villani e le grida dei sensali.
    (da paglia e polvere, 1961)

    Sono convinto che la parola “Dio” oggi sia assolutamente impronunciabile in poesia. Questo lo dico da non-credente per rispetto ai credenti. Non mi fido di chi usa la parola “dio” con frequenza nella propria poesia, quello non è un buon poeta ma un azzeccagarbugli… un imbonitore, un millantatore che usa con sciatteria e superficialità le parole importanti…

  4. Salvatore Martino

    “Videmus nunc per speculum et in enigmate” : Paolo di Tarso, non so se Agostino ripeta l’assioma dell’Apostolo delle genti.

  5. L’alta porta del Paradiso si sta aprendo.
    Entro nell’ampio salone.
    Un gruppo di ragazze vola attraverso
    pareti e colonne di marmo.
    Le mani sul petto.

    Il sogno si ritira sotto una foglia marcia.
    Esce di scena.
    Nuoto nella notte immensa.
    Eh no, il mondo non si allontana.
    Nemmeno nei sogni.

    Mayoor, gen 2018

  6. È un allestimento scenico alla maniera di Lucio Mayoor Tosi. Il principio costruttivo è analogo a quello di Tranströmer (leggere le tre poesie postate ieri per sincerarsene), solo che qui si tratta del «Paradiso» (e non di un paesaggio come avrebbe fatto il laico poeta svedese), ma si tratta di un «Paradiso» dove le cose sono leggere, e volano come nei quadri di Chagall. È una allucinazione. Una immaginazione. C’è un ingresso in scena:

    Entro nell’ampio salone

    E una uscita di scena:

    Esce di scena.

    E infine c’è l’intervento del soggetto che, da fuori della poesia avverte il lettore che no, che «il mondo non si allontana./ Nemmeno nei sogni.»
    Con il che la poesia è finita.

  7. Rossana Levati

    Vorrei ricordare l’opera di Gabriela Mistral, autrice cilena nata nel 1889, in realtà pseudonimo (scelto per l’ammirazione verso Gabriele D’Annunzio e Frederic Mistral) di Lucila Godoy Alcayaga, la prima donna latino-americana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1945. Animata da profonda fede nella religione cristiana, che crede possa salvare i popoli, tuttavia dice di se’: “ho scritto come chi parla nella solitudine”.
    Nella sezione “Dolor” del poemetto “Desolacion” viene dichiarato il suo amore per Dio, amore totale al quale rivolgere tutta la propria vita : “da quando lo incontrai / Dio di piaghe mi vestì”; amore difficile da esprimere e da comunicare: “Se ti odiassi, il mio odio ti darei / con le parole, rotondo e sicuro;/ ma ti amo e il mio amore non si affida/ a questa lingua umana, così oscura”. Spesso la povertà del corpo umano che aspira al congiungimento con Dio si esprime con immagini di privazione: “Io sono come uno stagno ricolmo/ ed a te sembro una sorgente inerte,/ per questo mio silenzio tormentoso/ più atroce che l’entrare nella morte!”
    Nonostante questa tensione verso di lui, Dio non viene facilmente raggiunto né immediatamente garantisce pace: “O padre Nostro, che nei cieli stai/ perché ti sei scordato di me?” (Notturno).
    Ma soprattutto i dubbi e le angosce di questa ricerca di Dio trovano espressione nella poesia “Domande”, nata dal tormento per la morte, da suicida, dell’uomo amato, Romeo Ureta Carvajal:

    Domande
    Signore, in quale sonno stanno immersi i suicidi?
    Un grumo sulla bocca e le tempie svuotate,
    le pupille degli occhi, pallide e dilatate,
    con le mani rivolte a un’ancora invisibile?
    O tu vieni da loro quando restano soli,
    e le palpebre abbassi, sugli occhi senza luce,
    e ricomponi i corpi in dolcezza e silenzio,
    fai croce delle mani sopra il petto che tace?
    Il rosaio dai vivi sulla tomba innaffiato
    non fa delle sue rose palpitanti ferite?
    Non ha cupa bellezza, non da’ un acre profumo,
    non ha smagrite fronde, tessute di serpenti?
    Rispondimi, Signore: quando l’anima fugge,
    per il grondante varco di profonde ferite,
    entra nel regno tuo, fendendo l’aria calma
    o di ali impazzite si ode un crepitare?
    Si stringe intorno a loro un cerchio angusto e livido?
    L’etere è una pianura dove i fiori son mostri?
    E neppure ritrovano nel terrore il tuo nome?
    O lo gridano sopra il tuo cuore che dorme?
    Non c’è raggio di sole che un giorno li raggiunga?
    Non acqua che li lavi dalle stimmate rosse?
    Per essi solamente resta freddo il tuo petto,
    sordo il tuo acuto udito, serrati gli occhi tuoi?
    Così l’uomo assicura, per errore o malizia;
    ma io che t’ho gustato, Signore, come un vino,
    mentre gli altri continuano a chiamarti Giustizia,
    io ti potrò chiamare soltanto e sempre Amore!
    Io so che come l’uomo fu sempre duro fango,
    la cascata vertigine, e la montagna asprezza,
    Tu sei il vaso dove di dolcezza s’impregnano
    i nettari di tutti i giardini del mondo!
    (Traduzione di Piero Raimondi, Utet 1968)

    • Credo che i testi e le citazioni non si discostino molto dai commenti riportati. In questo clima intendo partecipare con un mio inedito alla dialettica su Fede e Ragione e agli inevitabili contraddittori.

      E’ stato sempre midnight
      da queste parti, là in parte.
      Bennett mi sollevò da terra
      con It had to be you.
      Il vestito ha meno bottoni di ieri.
      Linee rosse segnano gli occhi.
      Sui vetri appannati ci siamo tu ed io,
      come in un selfie.
      Ho incontrato Rubinia dopo l’Open Day.
      Cerca di distrarti, Carroll.
      Sono tornate le ragazze di Montorsi
      nel giorno del Ramadan
      quando il sole si nasconde
      e diventa tutto criosfera.
      Hai visto la faccia di Walaskij?
      Gli hanno rubato un poster di Picasso.
      Non lo so ma anche tu fai strani discorsi.
      Chi altro li fa o li ha già fatti?
      Monteiro?, Natalia Correia?.
      Non c’è giorno che non prendiamo il driveway.
      e che padre Sorge non citi da Bereshit:
      -In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum-.
      Dovevano essere di Larry le scarpe lasciate sotto il ponte.
      Se ne parlò tanto al Green Saloon
      che la morte era una signora assonnata sul letto.
      Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro:
      -la Sirenetta di Copenaghen
      è una donna di facili incontri e reviews-.

      • Salvatore Martino

        La notte mi ha trovato ancora quasi sveglio e mi perdo in questi versi di Gabriele così misteriosi, ma nei quali avverto un’angoscia come di un universo che si sfalda, che non risponde alle domande. E domina la morte anche nel verde Saloon come una signora assonnata nel letto. Cosa vuol dirci Gabriele quando larry abbandona le scarpe sotto il ponte’ Una sensazione di estrema solitudine, di abbandono di ogni speranza. Dov’è Dio in questi versi. Mi pare che ci siano soltanto uomini e donne alla deriva, senza speranza del verbo che forse non si fece carne. Ma mi perdo dentro il labirinto , perché il sole si nasconde e tutto diventa bufera. Gabriele parla di Dio senza mai nominarlo, parla quindi della sua assenza nel mondo? Forse in principio non erat verbum, mi ripeto, perché è stata sempre mezzanotte.’Meglio abbandonarsi dolcemente a quello che i versi ci lasciano intravedere toccando il profondo dell’anima, senza troppi tentativi di comprensione intellettuale. Abbandonarsi all’emozione che ci trasmettono anche se qualcuno oltre al quadro di Picasso ci ha rubato la speranza. Perché anche noi facciamo strani discorsi che gli altri non comprendono, e siamo dietro vetri appannati che ci nascondono alla vista curiosa di chi tenta di violare i nostri segreti. Sempre nelle poesie di Gabriele ci sono stratificazioni molteplici che ad una prima lettura appaiono senza legami, poi lasciandoti trasportare dal flusso enigmatico dei versi scopri che tutto conduce ad una conclusione , dove le tematiche convergono e danno una risposta quasi univoca, come se il mosaico si raggruppasse in una figura armonica e centrale , dove le tessere hanno tutte contribuito a intessere la trama chiara dell’enigma.E forse anche a noi cadranno i bottoni come le nostre patetiche illusioni,la speranza di avvicinarsi a qualcosa al di là del nostro spazio terreno, al di là della solitudine che scandisce il nostro abitare questa casa.

        • Caro Martino,
          ho letto con molto interesse il tuo commento, davvero sorprendente, considerata la tua esigente ricerca nella lettura dei testi su questo Blog, Hai decriptato molto bene ciò che voglio dire, perché se non si va al fondo del terreno è difficile capirne il tracciato.Tu scrivi: “la notte mi ha trovato ancora quasi sveglio e mi perdo in questi versi così misteriosi ma nei quali avverto un’angoscia come di un universo che si sfalda”. La mia diottria spesso si ferma ad ammirare l’Universo, ma si restringe di fronte a ciò che umanamente non riesco a decodificare con sentimento religioso, Non me ne vogliano coloro che hanno Fede e che in essa trovano la quiete dell’anima. Sono fortunati! In questa mia dispersione non posso fare altro che scrivere versi nel tentativo di ottenere risposte. Ma il silenzio di Dio tradisce il mio sentimento di pacificazione e di ricerca anche di fronte al Male che imperversa sul mondo e che ci tiene ancorati all’effimero. Tu hai dato una traccia di lettura della mia poesia molto significativa e condivisibile. Per questo motivo ti ringrazio dell’attenzione, augurandoti un sereno e proficuo lavoro poetico anche quest’anno.

          • Salvatore Martino

            Hai ragione a parlare, carissimo Mario, della mia esigente ricerca nella lettura, ma io parto da un convincimento che la poesia appartenga a pochi, sia una rara avis. Adesso ho deciso di intervenire su l’Ombra soltanto quando i testi mi interessano, dopo aver constatato che le opinioni diverse da quelle praticate dalla Rivista, non sono poi ben accolte. Mi sembra che la dialettica che tempo fa contraddistingjueva questo blog sa andata un po’ scemando. Può darsi, come spesso mi accade, di non aver ragione, ma purtroppo ho questa impressione, magari correggibile.

      • Davvero, caro Mario Gabriele,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30264
        dopo questa lettura della tua poesia, e rilettura, non saprei proprio indovinare dove sta «Dio»; davvero, più la rileggo più mi accorgo che non è in nessun luogo. Ora, a rigor di termini, perché so quanto sei preciso nelle tue frasi, so che da qualche parte «Dio» ci deve pur essere, ma se non è immediatamente evidente alla prima e seconda e terza lettura, salterà fuori magari alla centesima lettura. E allora vuol dire che dio si è nascosto così bene che davvero non lo si trova da nessuna parte. In tal senso la tua poesia è rivoluzionaria! Anzi, io ti suggerirei di intitolarla «Dio», titolo nudo e crudo.

        Andrea Emo ci ricorda in un suo aforisma postato di recente su questa rivista che «dio si nasconde in una grotta, nelle latebre». Ma, chiediamoci, perché mai dio si nasconde? Forse perché ama giocare a nascondino? No di certo; perché vuole che gli uomini facciano da soli? Si, forse, questo è stato ed è sostenuto dalla teologia e da alcuni filosofi, ma con Nietzsche tutto è cambiato, dio per Nietzsche non si nasconde, non c’è, è morto, è una illusione degli uomini, non è niente altro che un riflesso della nostra psiche, della nostra volontà di potenza…

        Tu scrivi:

        Il vestito ha meno bottoni di ieri.
        Linee rosse segnano gli occhi.
        Sui vetri appannati ci siamo tu ed io,
        come in un selfie.

        Qualcuno ha sottratto i «bottoni»che mancano al vestito. Chi è stato il trafugatore? – La tua poesia non lo dice, non dice mai alcuna giustificazione; nelle sue forme assiomatiche e assertorie la tua poesia pone dei problemi giganteschi, solleva delle domande micidiali. Il lettore si chiede: ma che cosa sto leggendo? Che razza di poesia è questa? Di che cosa parla questo Gabriele? Il lettore è sconcertato, sorpreso, deluso, irritato non riesce a trovare il bandolo della matassa, la chiave «che mondi possa aprirti». Non c’è più alcuna «chiave» montaliana, questo è il punto.

        Tu hai con grande destrezza fatto sparire la chiave, hai svelato l’arcano. Le tue frasi assertorie e smagate rivelano un mondo che non c’è, che in realtà non esiste, che il nostro mondo è una finzione, un ologramma, una proiezione di qualcosa su uno schermo immaginario… Tutta quella miriade di personaggi inventati e non, è una folla micidiale che non c’è, che confonde il lettore e l’ermeneuta, tu in questo modo togli all’ermeneuta ogni punto di riferimento, e il lettore si scopre in balia dei venti, non sa più che pesci prendere… ma qui non ci sono più i semafori del tempo di Montale e della poesia rassicurante e telefonata che è venuta Dopo Montale, intendo i semafori semantici… sono rimaste delle icone vuote, delle scatole vuote che il lettore apre e si accorge che dentro le scatole (vuote) ci sono altre scatole vuote. Il lettore si sente gabbato, si irrita…

        Ma torniamo alla questione: perché il «vestito ha meno bottoni di ieri»? Questo è il punto. Davvero, messa così la questione tu ti prendi anche il lusso di mettere l’ermeneuta di fronte alla inutilità di ogni ermeneutica: il fatto elementare è che manca qualche «bottone»; altro che «l’anello che non tiene» di montaliana memoria! Qui siamo arrivati alla disparizione del «bottone»! È quasi incredibile constatare con che razza di materiale tu riesci a fare poesia! Con degli «stracci»!, con dei «rottami»!

        Torniamo alla questione della disparizione di dio. Nella poesia non c’è alcuna traccia di dio, neanche l’ombra di una traccia o di una sotto traccia. E allora, sì, mi convinco che la poesia ci parla di dio nel solo modo con cui può parlarci oggi una poesia: non nominandolo mai neanche per procura, neanche per errore… tu poni il lettore dinanzi alle sue responsabilità, lo poni davanti alla verità della assenza di dio: dio non c’è perché se ne è andato da un’altra parte, non c’è più perché forse ritiene che sia meglio così, ci ha lasciati da soli a sbrogliarci la matassa. Vogliamo dirlo?, siamo soli fin da quando è cominciata quella maledetta questione dell’Olocausto e della bomba atomica, lì si è reso evidente che dio aveva abbandonato da molto tempo il pianeta e la «cosa» degli uomini…

        Forse la «cosa» è talmente grande che facciamo molta fatica ad ammettere questa semplice verità.

        E poi la questione delle questioni, quella che tu citi apertis verbis:

        In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum

        Però, però, la questione così posta è mal posta. Lasciatemelo dire con semplicità. L’affermazione giovannea è una bufala, una macroscopica fandonia di chi non aveva profonde cognizioni filosofiche. E allora dobbiamo correggere questo errore macroscopico e dire:

        In principio era l’essere e l’essere era presso di sé.

        Come ci ricorda Parmenide:

        «Per la parola e il pensiero bisogna che l’essere sia: solo esso infatti è possibile che sia, e il nulla non è: su questo ti esorto a riflettere». (DK 6)

        • Ottima la tua dispensa critica, caro Giorgio, valutata nella proporzione di alcuni versi.Credimi, la mia presenza poetica nasce dalla curiosità di “contattare” con il verso-smartphone, l’interlocutore Dio, che non risponde al mio messaggio. Cerco di intrufolarmi in questioni più grandi, che non mi competono. Ho davanti a me universi futuri fatti di secoli di silenzio e oblio, mentre guardo l’Universo con gli occhi di un nascituro. E’ assurdo tutto questo? Forse Dio ha abbandonato il suo Progetto dall’inizio, confinandoci nella morte. Altro che Peccato Originale e tutte le teodicee oggi in atto! Quanto alla frase in Principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum devi considerarla come semplice citazione, un promemoria per future dissertazioni e incidenti .probatori.

    • Salvatore Martino

      Peccato che questi versi [ ndr. quelli della Mistral] abbiano tutta una serie di lungaggini e siano impastati di retorica! Da un Premio Nobel ci si aspetta sempre qualcosa di grande, Ma certamente non sempre può accadere, nemmeno presso le migliori famiglie , come si dice in Toscana.

  8. gino rago

    Quando un poeta non scrive né per sé né per il proprio autocompiacimento,
    ma mira ad attivare ciò che a suo tempo R. Levati ha definito il
    ‘Circuito comunicativo’ poeta/lettore si ottengono questi risultati:
    Poeta (Giorgio Linguaglossa)/ Lettore (Riccardo Valleri)

    Giorgio Linguaglossa

    “Il ritorno di Odisseo”

    Sono approdati a riva i naufraghi, gli straccioni.
    Un cialtrone di nome Odisseo li comanda.
    Sono fuggiaschi, disertori della guerra di Troia.
    Omero non lo dice ma lo deduciamo noi
    dalla lettura degli eventi.

    L’isola sembra disabitata. Sterpaglie, stoppie, erica.
    Sbarcano i greci. 
    Entrano incauti nel Palazzo, insondabilmente agitano le spade. 
    Vi abita Circe,
    sorella di Eete re della Colchide e di Pasifae 
    moglie di Minosse.
    Siede sul suo trono di quarzo.

    La maga Circe li ha mutati in porci, leoni, 
    cani, uccelli dal becco ricurvo.
    Tranne uno: Euriloco, il più bello. 
    Come sappiamo dal racconto di Omero,
    il capo dei disertori, Odisseo, l’acuto,
    con un raggiro l’ha fatta franca 
    ed è diventato suo amante…

    La faccenda durerà fino al prossimo inganno, 
    al prossimo tradimento.
    Tra i banditi corre voce che mediti 
    una nuova fuga, l’ennesimo raggiro, un’altra volgare truffa…
    Dicono che attenda il giorno fausto 
    [al momento, le stelle non sono favorevoli
    ed il plaustro non soffia ad occidente], 
    e che presto riprenderà il largo nel mare ondoso 
    per una nuova avventura.

    Per adesso, Odisseo si è sistemato nell’isola di Ogigia
    e amoreggia con la ninfa Calipso. 
    Fonti d’acqua limpida, prati fioriti, viti cariche 
    di grappoli di uva,
    farfalle multicolori, uccelli canori…
    Il disertore si riempie il gozzo di fagiani arrosto 
    e fichi secchi.
    Si gode gli ozi di Ogigia. 
    Che fretta c’è?
    Per tornare dalla vecchia Penelope, 
    c’è tempo.

    Commento di Riccardo Valleri, classe III C, Liceo Classico “V.Alfieri” di Asti.

    Giorgio Linguaglossa ha una percezione di Odisseo e dei suoi compagni d’avventura estremamente negativa, il suo scetticismo emerge uniformemente nel corso del suo componimento. Odisseo emerge infatti come la persona nuda e cruda spogliata da ogni forma di suggestione mitica e ironica, è il “furbastro” per antonomasia, un ladro, un impostore, definito come un “cialtrone”, forse un “disertore” fuggito da una guerra neppure finita.

    È incredibilmente affascinante come la versione di Odisseo, seppur scritta migliaia di anni fa, sia radicalmente contemporanea ed attuale. Se non consideriamo più quell’aura mitica che caratterizza la gran parte del ciclo letterario antico, affronteremo con un punto di vista totalmente differente ogni componimento. Senza gli dei del mondo antico i famigerati eroi sono dunque semplici uomini, bramosi di fama e di gloria. Il poeta descrive Odisseo attraverso uno sguardo impietoso, che ci raffigura e riduce con oggettività il “multiforme” eroe in un truffaldino e bugiardo mascalzone. Un uomo senza scrupoli, disposto a sacrificare perfino i suoi compagni per salvarsi la pellaccia, architettando ed escogitando innumerevoli furbate per scamparla, evitare il pericolo, farla franca. 

    Il poeta moderno, ahimè, non crede più nel mito. La società moderna ormai ha perso i caratteri della fantasia e del sogno ed è eccessivamente proiettata su tutto ciò che è materiale, tangibile e venale. Ogni azione, ogni comportamento è finalizzato a perseguire i propri interessi personali, non lasciando spazio ai grandi ideali e alle grandi ambizioni collettive. Per altro neppure l’amore per la famiglia o la patria è più vivo in lui: “per tornare dalla vecchia Penelope, c’è tempo”, questa sarà l’ultima carta da giocare quando non ci sarà altra soluzione.

    Questa visione del mondo moderno, con tutte le sue contraddizioni e con la pochezza spirituale che la contraddistingue, è purtroppo l’espressione di una società che sta progressivamente perdendo i valori fondamentali dell’esistenza dell’uomo. Tutto ciò che possiamo auspicare è che ci si trovi soltanto in una fase di transizione che non pregiudichi in via definitiva la significatività dei valori fondamentali dell’esistenza umana e che, quindi, questi siano destinati a ripresentarsi il più presto possibile.

    Esiste, forse, un mito moderno ed attuale. Il mondo mitizza ora più che mai il progresso ultra-tecnologico, la completa sostituzione dell’uomo in macchine razionali e perfette. Un mito assai differente dai racconti dei virtuosi eroi antichi, sempre finalizzati ad insegnamenti di vita e di comportamento, un mito razionale e privo di ogni forma di originalità sensibile, il sorpasso della macchina fredda ed inumana. Ne conseguirà dunque l’assoluta dominanza della razionalità sull’emotività di ogni cittadino del mondo: finché non troveremo la capacità di produrre nuovi miti.

    Riccardo Valleri

    (Il giovanissimo interprete del testo di Giorgio Linguaglossa, “Il ritorno di Odisseo”,si è mosso autonomamente, ma sotto la guida e il magistero di Rossana Levati, sua Professoressa di Italiano. I risultati critici del giovanissimo Riccardo Valleri parlano da sé.
    Meritano di certo il mio plauso).
    E la mia ammirazione va all’allievo ( R. Valeri ) e alla “Maestra” ( R. Levati) .

    Gino Rago
     

    • Ringrazio Riccardo Valleri per questo suo importante contributo interpretativo, esaustivo e intelligente. Non avrei altro da aggiungere a quanto scritto dallo studente.

      Però, una cosa la vorrei dire a Riccardo. la poesia su Odisseo non è soltanto una poesia mitopietica o di rilettura del mito narrato da Omero (su Odisseo ci sono milioni di poeise che ne esaltano il coraggio e l’acume, e non mi sembrava il caso di aggiungere un’altra pseudo-poesia agli altri milioni di pseudo-poesie del genere), è qualcosa di diverso. La mia lettura vuole essere un autoritratto mio personale e di noi , i miei contemporanei. Dei greci compagni d’arme di Odisseo scrivo che sono «banditi, disertori… [sono] i naufraghi, gli straccioni./ Un cialtrone di nome Odisseo li comanda».

      Caro Riccardo, qui io parlo di noi tutti, degli italiani, parlo di noi, siamo noi gli «straccioni», i «banditi», i «naufraghi» comandati da «un cialtrone». Questo è il dato di fatto: la immarcescibile mediocrità dell’Italia e dei suoi abitanti, la mediocrità di questa banda di «disertori» che venerano un solo «Dio» (parola ormai diventata impronuncaibile), il Denaro quale corruttore delle coscienze. L’Occidente si è consegnato, mani e piedi, a una banda di «cialtroni» che officia liturgie per un solo Dio, il Denaro.

      Di qui la corruzione delle menti. La mia poesia vuole dire questo, e nient’altro.

    • donatellacostantina

      Congratulazioni al bravo Riccardo Valleri per il suo commento al testo di Giorgio Linguaglossa, “Il ritorno di Odisseo”. L’analisi che il giovane critico ci propone, così chiara, acuta, essenziale (e molto ben scritta!), coglie in pieno l’intento del poeta.
      Considero della massima importanza la riflessione finale che lo studente deduce dalla sua lettura; una riflessione che converge l’attenzione di noi tutti sulla società contemporanea e sul suo progressivo impoverimento spirituale.

      Auguro a Riccardo Valleri un brillante futuro, per lo studio e per la vita: che possa essere il protagonista di un mondo nuovo, definitivamente risanato dai mali che lo hanno colpito e reso sempre più precario, specie in quest’ultimo decennio di grave crisi politica ed economica.

      Un abbraccio a lui, ai suoi compagni di classe, alla ammirevole Professoressa Rossana Levati.

  9. su un Gruppo di Facebook (Officina di Nuovi Argomenti) come immagine del gruppo compare la seguente scritta seguita da un punto esclamativo:

    Rivoluzione!
    Rivoluzione!

    La cosa mi ha fatto pensare che anche questa parolina: “Rivoluzione” sia diventata impronunciabile dal momento che viene usata tranquillamente da un Gruppo letterario come decorazione grafica del Gruppo stesso.

    Incredibile, siamo passati dal significato terribile e sconvolgente per l’ordine borghese dei primi anni del secolo al significato di tranquillo, rassicurante e divertente della opacità della civiltà telematica nella quale viviamo.

    Ancora più incredibile il fatto che un Gruppo che si autodefinisce culturale non si accorga della enormità, della grande rozzezza intellettuale di impiegare come veste grafica quella parola che ormai non suscita più timore ad alcuno…

  10. Giuseppe Talia

    Mi pregio di non aver mai, mai trattato in poesia la materia Dio, preferendo da sempre collocarmi a latere, nell’umano.

  11. gino rago

    In anteprima anche il commento alla sezione di Alìmono
    di Chiara Catapano:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30253

    Commento di Emily Ravizza, classe IV A, Liceo Classico
    “Vittorio Alfieri” di Asti, sotto la guida e le cure di Rossana Levati

    Il titolo della raccolta poetica, più esattamente una video-poesia della durata di circa 20 minuti, Alìmono, è un’ espressione greca che significa “ahimè” ma anche “guai a…”. Come dice l’autrice in un’intervista,” Alìmono è un sogno al contrario: dove gli eroi del mito, svegli dentro una umanissima realtà, cercano ognuno a proprio modo la via di casa.”
    Noi abbiamo analizzato il testo della sezione VI, il cui protagonista è appunto Odisseo.

    L’eroe, giunto in patria dopo più di cent’anni di viaggi, ancora giovane e forte come se si fosse allontanato dalla propria casa da pochi giorni, si accorge di come la giovinezza mantenuta durante tutte le peripezie vissute sia divenuta un peso: il suo corpo e la sua mente sono intatti, freschi, come se non fossero ancora stati sfiorati dalle difficoltà della vita, ma tutti i suoi cari sono scomparsi, rapiti dallo scorrere del tempo e affidati ad Ade. La giovinezza dell’eroe è motivo di sofferenza quando egli si rende conto di come essa non sia la vera causa della gioia provata quando era solo un ragazzo, appena sposata l’amata Penelope, cullando Telemaco neonato tra le braccia, accompagnato dal fido Argo e consigliato dal saggio Eumeo; si rende conto di come la gloria della guerra, le vittorie in battaglia, la morte dei suoi avversari e il trionfo dei suoi alleati non siano, ad anni di distanza, con nessuno a ricordarli, avvenimenti di cui essere così orgogliosi:

    “a che cosa serviva partire, farsi belli in mezzo alla guerra?”

    A che cosa serviva festeggiare e piangere la morte, piangere e festeggiare la salvezza? A che cosa serviva vivere cent’anni se poi nessuno era in patria ad aspettarlo? A che cosa serviva vincere la battaglia contro la morte se poi si è persa la guerra contro il tempo?

    La malinconia che caratterizza il testo è sentita da noi lettori come se i sentimenti provati da Ulisse fossero reali, come se davvero noi fossimo stati abbandonati dai nostri cari, come se davvero noi fossimo rimasti giovani per decenni per poi vedere che coloro che sono vicino a noi sono riusciti a condurre serenamente la propria vita nonostante la nostra assenza, nonostante noi fossimo spariti, come se il senso di solitudine e abbandono fossero davvero sentiti dal nostro animo e non solo da quello dell’eroe greco.

    Infine Maria Nefeli (Maria Nuvola), personaggio tratto dall’opera di O. Elitis, rappresenta al tempo stesso la seduzione femminile (Nuvola allude alla materia inconsistente della falsa Elena creata da Era) ma anche la saggezza: è lei a conoscere “la prima radice dell’uomo”, ed è forse lei stessa a indicare la tenacia femminile, la persistenza, l’attesa di uno “schiudersi minimo, un’inflorescenza dopo tanto vagare”, tutte immagini che esprimono il sopravvivere della vita, la sua ripresa dopo il buio e la morte. A lei si addice tutto ciò che è leggero, come il fiocco di neve che la rappresenta, o anche le minute ali delle cutrettole, uccellini a cui i venditori di schiavi danno la caccia.
    L’autrice ha dichiarato infatti di averla inserita nel poema come “una Beatrice”, emblema di salvezza. 

    Emily Ravizza
     
     ( Le riflessioni già fatte a proposito della linea Linguaglossa-Valleri valgono anche per quest’altra, anch’essa gloriosa, Catapano-Ravizza.
    Con lo stesso mio plauso e la stessa ammirazione per l’Autrice Chiara Catapano, per l’interprete Emily Ravizza, per la “Maestra” Rossana Levati,)

    Gino Rago 
     

  12. Giuseppe Talia

    Però non disdegno di leggere componimenti su Dio. L’ultimo che ho letto mi ha particolarmente colpito. Fa parte di una silloge inedita che Salvatore Martino mi ha inviato e che vorrei qui riportare perché rappresenta una inedita metafora per lo Stesso, una fenditura, un capovolgimento, quasi una freddura o meglio una profondissima antifrasi.

    Distrattamente aprendo
    la cassa dei giocattoli
    Iddio mi confessava:
    talvolta credo
    di essere ateo anche io

  13. Salvatore Martino

    Carissimo Giuseppe hai inserito questa mia quasi blasfemia rendendola di pubblico dominio…il dialogo con Dio l’ho sempre tentato, per conoscere, per vedere , per capire, ma l suo silenzio continua assordante nei deserti , e questo non mi basta.

  14. Per me Dio è stato ben raffigurato da Magritte nell’opera LA CHAMBRE D’ECOUTE. Una grande mela occupa l’intero spazio di una stanza. Una cosa inverosimile, decisamente incredibile. Ma silenziosa. Come ogni altra cosa. Sembra un paradosso ma la fede è parte del dubbio, anzi essendo la fede una scelta di vita (verità o non verità) il dubbio riguarda quella scelta. Non è cosa da poco. Sono secoli.

  15. gino rago

    The Cathedral of Shadows

    […]
    Because it’s not the night
    That hides God from you.
    It’s you who hides Him
    Afraid of the shadow
    Trembling with fear in front of the infinity.

    If you don’t hammer words like nails
    You are not a poet
    Since those words the wind swipes away.

    If you say «death» the sickle becomes a fury.
    The Word dies. Not only the flower.
    Without Word in bloom the whole world expires.

    But if you are not poet and you mention the death
    You only die.
    You don’t cross the threshold of the cathedral of shadows.

    Gino Rago

    © 2018 English translation by Carlo Cremisini of poem by Gino Rago: Cattedrale delle ombre. All Rights Reserved.

    Una riflessione brevissima.
    Sostiene opportunamente Giorgio Linguaglossa all’indirizzo del giovane
    Valleri che
    “(…)la poesia su Odisseo non è soltanto una poesia mitopietica o di rilettura del mito narrato da Omero (su Odisseo ci sono milioni di poeise che ne esaltano il coraggio e l’acume, e non mi sembrava il caso di aggiungere un’altra pseudo-poesia agli altri milioni di pseudo-poesie del genere), è qualcosa di diverso. La mia lettura vuole essere un autoritratto mio personale e di noi , i miei contemporanei(…)” Non mi limito soltanto a condividere
    le precisazioni di Giorgio L. ma ne approfitto per segnalare all’nterno della stessa questione omerica che non bisogna confondere – ma non è il caso
    di Valleri – la poesia mitologica e mitopoietica con la poesia – da me anche
    assai praticata con il ciclo di Troia incardinato sulla figura di Ecuba –
    fondata sul “Metodo Mitico” la quale poesia in buona sostanza consiste
    nell’aggirare la indicibilità altrimenti della realtà avvalendosi del mito.
    Per esempio, Joyce espresse tutto il suo disprezzo per i Dublinesi parlando
    di Ulisse nel corso di una sola giornata…
    Poesia del metodo mitico è questa di Il ritorno di Odisseo di Giorgio Linguaglossa, nel senso prima specificato e come Giorgio stesso ha precisato.
    Rinnovo la mia ammirazione per Valleri e per Ravizza e per la loro
    ispirata e illuminante Maestra di civiltà poetica Rossana Levati, altro che
    i poeti come Damiani che parla ancora nel 2018 dei “miei gatti” e di
    quell’ “Io” ormai urticante, corrosivo, fonte-causa di allergie al punto da richiudere
    subito il libro, senza la benché minima voglia di andare oltre…
    Gino Rago

  16. Per Salvatore Martino:Caro Salvatore, perchè un uomo della tua sensibilità si cruccia per il “silenzio di Dio”? Perchè Dio dovrebbe fare rumore o, in qualche modo, manifestarsi?La musica, la poesia, la laboriosità degli uomini migliori sono già una sua buona epifania; ma anche il dolore, l’inganno,il traviamento, sono sue epifanie,necessarie anche esse per un equilibrio generale. Forse aveva ragione l’uomo medievale più semplice,che credeva in dio e nell’Imperatore,ma si aspettava poco dall’uno e dall’altro .Buona settimana, Anna Ventura

    • Salvatore Martino

      Carissima Anna forse proprio per il fatto che , come tu stessa dici, sono un uomo di sensibilità il silenzio di Dio mi angoscia, come il Cavaliere del Settimo sigillo, come il Cristo sul Golgota ELI ELI LAMMA SABACTANI, come i dubbi e le disperazioni nelle lettere di Madre Teresa di Calcutta, o la voce che grida inascoltata nel deserto. A me il silenzio di Dio mi sconvolge, perché lo cerco, lo interrogo, chiedo una illuminazione, che non mi arriva. Invidio gli ingenui uomini dell’Alto Medio Evo che , come tu giustamente affermi, credevano con la loro fede incrollabile, senza porsi domande inquietanti. Non capisco invece le affermazioni di Tommaso di Aquino per il quale si può raggiungere la fede attraverso una speculazione razionale. Persino i suoi apostoli hanno talvolta dubitato dell’Uomo Dio, pur avendo vissuto accanto a lui. Invidio anche te se possiedi una fede senza domande, perché è l’unico modo di non essere turbata dal Suo silenzio.Andrò a pescare un mio sonetto così anche Livia vedrà che il problema Dio qualcuno lo raggiunge.

      • Caro Salvatore,
        la tua angoscia si avvicina alla mia nella ricerca di Dio solo perché siamo affascinati da ciò che vediamo dentro e fuori questo universo, quando sarebbe più razionale avvicinarci ad una Cosmologia, così come sostenuta da Hawking che nel volume The Grand Design non esita a dire che” non c’è bisogno di un Dio, Creatore dell’Universo: basta un sussulto della forza di gravità a generare tutto ciò che osserviamo”. Pareri opposti si riscontrano invece in Werner Arber, Charles Townes e Laurent Lafforge, che pur essendo scienziati credenti, sono religiosi soltanto nel senso astratto di Eintein, così come si è espresso il biologo Richard Dawkins (La Repubblica, 6 settembre 2007, pag. 43.

        Il fatto è che ci hanno fatto vedere Dio a nostra immagine e somiglianza lasciandoci in non pochi dubbi. La fisicità divina posta in questi termini, crea problemi enormi soprattutto in rapporto alla dimensione di un pianeta, con la fisicità di Dio che, stando alle fantasie bibliche, non dovrebbe superare la nostra altezza, da far nascere l’Universo.

        Quanto a Tommaso d’Aquino e alla sua Summa contra Gentiles, il problema fede e ragione trova in lui un compromesso fondamentale: ossia l’avvicinamento delle distanze filosofiche allora dominanti. Il suo linguaggio teologico presenta delle novità dottrinali ampiamente condivisibili dai suoi seguaci, perché instaura con le sue opere un principio di non contraddizione tra fede e ragione, avvicinando il “lume della fede” al “lume naturale della ragione”, perché entrambi derivano da Dio, ponendo un limite al metodo razionale la cui filosofia deve essere considerata “ANCELLA” della “teologia”.

        L’assunto dell’Aquinate circa l’esistenza di Dio, non dimostrabile fisicamente, lo porta a percorrere le “cinque vie” EX Moto, Ex Causa, Ex Contingentia, Ex Gradu, Ex Fine. Ma l’assunto di Tommaso d’Aquino che più sorprende è quando afferma che “Pensiero e ragione si possono conciliare, anzi, la ragione serve agli esseri umani per interrogarsi anche su alcuni enigmi di fede. Lo scopo della fede e della ragione è lo stesso. Se poi la ragione si trova in contrasto con la fede deve CEDERE a questa”.
        Siamo veramente al pastoralismo catechistico che ha ammansito menti e generazioni intere.

        • Claudio Borghi

          Hawking ha la presunzione patetica e ingenua di trovare la legge che possa spiegare come sia potuta scaturire la scintilla da cui si è innescata la complessità del cosmo. Il fatto è che la probabilità che una fluttuazione del vuoto generi l’armonia del cosmo è praticamente nulla. Stesso discorso vale per la vita: esperimenti fatti negli anni cinquanta su modelli, ricostruiti in laboratorio, del brodo primordiale hanno generato amminoacidi e proteine, dando l’illusione di poter riprodurre artificialmente strutture viventi. Il problema è che il cosmo come la vita sono legati a strutture complesse di autoorganizzazione (vedi Davies, Smolin, ecc.) e la probabilità che queste siano spiegabili solo come fluttuazioni del vuoto o siano dovute “al caso” è statisticamente trascurabile, per non dire nulla. Questo significa che occorre affidarsi al Dio di Tommaso o abbandonarsi all’irrazionalità della fede per ristorare il cuore e sedare l’angoscia della mente? Chiaramente no, ma è scientifico anche riconoscere che la scienza, con buona pace di Hawking, non è in grado di cogliere la legge ultima o, ammesso sia possibile cogliere l'”ambiente quantistico” da cui è scaturita la scintilla, non si riesce a spiegare come si siano prodotte le strutture organizzate, in definitiva perché l’entropia in prossimità del big bang fosse così bassa, per quanto Rovelli e altri abbiano tentato di recente di fornire suggestive quanto fantasiose ipotesi esplicative.
          Una scarica elettrica non mette in vita un organismo morto, come voleva Mary Shelley, così come una fluttuazione del vuoto non genera un cosmo, circa il quale sappiamo poco o nulla.
          E ancora meno, come ci insegnano le neuroscienze, sappiamo della complessità del nostro cervello.

  17. emanuela ricciardini

    Devo riferire le scuse di Antonio Sagredo per la sua assenza critica”, e spera di poter essere presente il 31 gennaio… Antonio è affetto di “mancanza di amnesia” e per questo motivo conduce esistenza monastica allo scopo anche di riscrivere se stesso riscrivendo i propri versi… così mi ha detto di riferire.

  18. antonio sagredo

    Più che “sognare Dio” , credo che sia il contrario: è Lui a sognare Noi; già il poeta boema Karel Hynek Macha scrisse “Dio se tu non esistessi ti amerai i più”, dunque il problema : esiste o non esiste Dio – è un falso problema, e come tale non me lo sono mai posto, e sono vissuto sempre sereno.

  19. Sinceramente mi sarei aspettato un’attenzione maggiore, da questa illustre platea, su un tema di tale portata. Non mi resta che obiettare sommessamente alla diffidenza di Giorgio ( sempre stimato! ) e all’orgoglio di Talia ( sempre laudato sia! ) sull’impredicabilità di Dio nella poesia moderna, che se essa deriva da una diversa strategia linguistica, che la esprime in forme implicite, metaforiche o subliminali, questo è proprio quello su cui avrei voluto una riflessione comune, e che ho esemplificato nei testi riportati. Ma se la si fa derivare da un’ipotesi di obsolescenza e insignificanza del tema, allora mi permetto di far notare che tutti i maggiori poeti e pensatori – Montale, Eliot, Kafka, Beckett, Heidegger, Wittgenstein, ecc. -della modernità non hanno fatto altro che indagare e inquisire tale tema, nei modi più diversi, fra cui, naturalmente, esprimere l’angoscia o l’umorismo tragico della sua assenza o inaccessibilità concettuale. Ma esperire il numinoso, magari nella sua forma ctonia, diabolica, affidandosi ad una dimensione noetica emozionale, metarealistica, è stato, e credo sarà sempre il compito ineludibile dell’arte e della poesia ( tanto per citare un esempio certamente caro a Sagredo, “Il Maestro e Margherita” del grande Bulgakov).
    Sono naturalmente felice di sapervi immuni da inquietudini e fantasmi metafisici e, augurandovi di restare in tale invidiabile condizione, vi dedico alcuni frammenti di Giorgio Caproni, che ha saputo sublimare la sua “teopatia” in testi intrisi di un delizioso umorismo tragico, non privo di vertiginose profondità.

    Dio non c’è,
    ma non si vede.
    Non è una battuta: è
    una professione di fede.

    Hanno rubato Dio.
    Il cielo è vuoto.

    Il ladro non è ancora stato
    (e non sarà mai) arrestato.

    Appunto perché lo preghi,
    fratello, Dio lo neghi.

    Uno dei tanti, anch’io.
    Un albero fulminato
    dalla fuga di Dio.

    Mio Dio, anche se non esisti,
    perché non ci assisti?

    “Piaccia o non piaccia!”
    disse. “Ma se Dio fa tanto ”
    disse “di non esistere, io,
    quant’è vero Iddio, a Dio
    io Gli spacco la Faccia!”

    • Salvatore Martino

      Carissimo Livia ti dedico questi due miei sonetti nei quali affronto la tematica di Dio. In tutta la mia opera ho sempre avuto come riferimento il guado metafisico, perché lo ritengo fondamentale nel percorso accidentato di un poeta. In fondo lo è stato per secoli, producendo capolavori assoluti. Il dubbio o la fede possono condurre a stazioni diverse, ma come tanti concetti ultimi nella propria visione del mondo credo che debbano essere fondamentali nel patrimonio artistico del poeta, altrimenti siamo nel piccolo, caduco mondo dei vari minimalismi o girotondi intellettualistici. Certo affrontando queste problematiche il tanto vituperato Io non può essere cancellato-

      Da “Nella prigione azzurra del sonetto” 2004-2009

      XXXIII

      Un rivolo di sangue avvelenato
      voce discesa dalla mia finestra
      ha macchiato di rosso la ginestra
      a quale febbre sono destinato?

      Quale perfido inganno ha scolorato
      l’adolescente tempo della festa?
      Un’infula circonda la mia testa
      il mio corpo Signore è annichilato

      Da questo insopprimibile dolore
      potremo scardinare la ferita
      che sordamente al fondo ci corrode?

      Lo chiamo all’occidente e non mi ode
      la ricerca all’oriente è già finita
      al nord e al sud lo chiamo con terrore

      Da La metamorfosi del buio 2009-2013

      Con la spada annienta il mio pensiero

      Domenica III di Avvento

      Quasi nebbia scolpita alla memoria
      la mente ha liquefatto ogni difesa
      dal cielo una vertigine è discesa
      del Bene a proclamare la vittoria

      È nato per sconvolgere la storia
      la fede e il tradimento la contesa
      la sua Legge tradisce la pretesa
      che la Logica sia divinatoria

      Quanto possiamo noi farneticare
      sul Calvario e la Croce e il suo destino
      sul Verbo che per noi s’è fatto carne?

      Come possiamo ancora dubitarne
      ch’Egli appartenga al Mondo e al Divino
      se nel suo porto aneli di annegare?

    • caro Carlo Livia,
      ti devo confessare che ho sempre avuto un po’ in sospetto questo strofeggiare di Giorgio Caproni con il verso breve (settenario, novenario, ottonario) con rime ribattute (e purtroppo, vogliamo dirlo? convenzionali e telefonate) del tipo «Dio-io», «neghi-preghi», «stato-arrestato» e via cantando… e poi ho sempre avuto in Malvolio quel ribattere e ritornare sulla parola «Dio» di Caproni tanto che alla fine «dio» mi diventa pure antipatico. Insomma, quel fare un verso che imita le battute:

      Dio non c’è,
      ma non si vede.
      Non è una battuta: è
      una professione di fede

      quell’andamento da ritornello… tutto ciò, a mio avviso, relega la poesia di Caproni, spesso, anzi, quasi sempre, a poesia minore, opera di un bravo poeta minore e laterale che non si è mai accorto della inadeguatezza del suo metro dall’andamento cantarellante ad ospitare una tematica che avrebbe avuto bisogno di ben altro metro e di ben altro tono (non dico liturgico ma certo non cantarellante).

      Il problema è che «dio» oggi non fa più problema.

  20. Giuseppe Talia

    A Livia dedico questi due versi di John Donne

    “Vorrei parlare con lo spirito di un antico amante
    morto prima che il dio dell’amore fosse nato.”

  21. donatellacostantina

    Dedico a Carlo Livia il video che segue e una celeberrima frase da “I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij
    “Se Dio non esiste, allora tutto è possibile”

  22. Rossana Levati

    “(…)
    Ah, no, Benvolio, i cherchi ci presentano
    un Deus absconditus che ha barba baffi e occhi
    a miliardi perchè nulla gli sfugge
    di noi: e dunque quasi un complice dei nostri
    misfatti, un vero onnipotente che
    può tutto e non lo può o non lo vuole.
    Il mio Artefice no, non è un artificiere
    che fa scoppiare tutto, il bene e il male,
    e si chiede perchè noi ci siamo cacciati
    tra i suoi piedi, non chiesti, non voluti,
    meno che mai amati. Il mio non è
    nulla di tutto questo e perciò lo amo
    senza speranza e non gli chiedo nulla”
    E. Montale, “Il mio ottimismo”, da Diario del ’72

  23. caro Carlo Livia,
    Montale (il pessimo maestro della poesia di novecento) ci avvisa che possiamo parlare di “dio” soltanto come di un «deus absconditus che ha barba baffi e occhi a miliardi».

    Vedi caro Carlo, è stato Montale il poeta che ci avverte (e questa volta a ragione) che non si può più parlare in poesia di tematiche come quella di “dio”, e non solo per ragioni di gusto o di modestia o per idiosincrasie personali ma per la semplice ragione che quella parolina è diventata impronunciabile, almeno in poesia. Forse l’unico modo di pronunciare quella parola è quello adottato da Mario Gabriele nella poesia postata più sopra tra i commenti, dove di “dio”, di questa parolina, non v’è traccia alcuna.

    A ragione Pasolini diceva di Montale che era un «teppista borghese e frequentatore di grandi alberghi», che era il responsabile di non poter voler più distinguere «il bene dal male». Io penso invece che occorra distinguere il bene dal male…

  24. Salvatore Martino

    Caro Giorgio Montale sarà pure stato un pessimo maestro della poesia del novecento ma è stato comunque un grande poeta al cui confronto i molti che si sono succeduti almeno in Italia nel secolo scorso e in questo che stiamo vivendo mi appaiono come pigmei.

  25. Ne I poeti del Novecento di Franco Fortini (da poco uscito per Donzelli), Montale ha una sua posizione di grande importanza, tanto da dare il titolo al capitolo IV del libro: “Montale e la poesia dell’esistenzialismo storico”. Mi fa piacere che Fortini consideri centrali le due raccolte che più mi piacciono, Le occasioni e La bufera e altro, ridimensionando invece gli Ossi di seppia (ho sempre pensato questo, sin da universitario); non sono ancora arrivato a leggere le considerazioni di Fortini sul periodo montaliano inaugurato da Satura ma conosco la materia. Penso che Eusebio (complice anche l’età) già avvertisse i disastri della società di massa e, in una sorta di mimesis dell’indifferenziato e in uno sprezzante rifiuto, abbandonasse il tragico metafisico delle sue raccolte più belle per operare una sorta di ricognizione, ironico, comica, saggistica e quasi giornalistica, dei suoi emblemi del passato. Nel riferirsi alla quarta raccolta poetica intitolata Satura, spiegava: «Ho scritto un solo libro, di cui prima ho dato il recto, ora do il verso» Eugenio Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976, p. 593. (Una raccolta di scritti montaliani che ho sempre letto e riletto).
    Una ideologia poetica conservatrice e critico-utopica, come scrive Mengaldo, nel saggio che apre il citato libro di Fortini.
    Nel libro di Fortini apprezzo un metodo critico molto personale, più vicino a Benjamin che ad Adorno, con molte acute intuizioni che rendono proficua la lettura anche a chi, come me, abbia ascendenze culturali quasi opposte a quelle di Fortini.
    Cambiando discorso e spostandoci sul fronte filosofico, voglio precisare che «l’epoca della compiuta peccaminosità» è un’espressione di Fichte, contenuta nel testo: Tratti fondamentali dell’età presente… Non so se poi l’abbia usata anche György Lukács, come scrive Giorgio Linguaglossa in un commento a un post precedente, presumo di sì e mi fido sulla parola…
    Quanto a questa benedetta questione del Soggetto, voglio provocarvi amichevolmente con una frase latina: «omne quod recipitur ad modum recipientis recipitur», tutto ciò che è recepito, è recepito secondo il recipiente… Nel conoscere umano, nessun oggetto senza soggetto e nessun soggetto senza oggetto, per la reciproca convertibilità intenzionale intelletto/realtà, onde la mente va all’ente e l’ente a sua volta le viene in mente, secondo l’iniziale modalità conoscitiva della frase che ho citato…

  26. Rossana Levati

    E’ sempre stato difficilissimo per me comprendere se Montale abbia del tutto rifiutato Dio o gli abbia lasciata una porta aperta, perché almeno nella sua poesia qualcosa di lui si possa intravedere.
    Mentre è chiaro che rifiuta ogni pretesa assolutistica di definire Dio e di considerarlo comunque l’Artefice, creatore di un mondo a sua immagine e somiglianza (“Dicono/ che gli dèi non discendono quaggiù,/che il creatore non cala col paracadute,/che il fondatore non fonda perché nessuno/ l’ha mai fondato o fonduto/ e noi siamo solo disguidi/ del suo nullificante magistero”, Divinità in incognito, Satura II), ed altrettanto certo è che Montale tiene a prendere le distanze dai “chierici rossi e neri” e dalle “due chiese che si spappolano, dissacrate da sempre, mercuriali”, e quindi da ogni ideologia che pretenda di avere una parola definitiva, penso che da un lato Montale ha concluso la stessa raccolta con questo testo:

    L’Altro
    Non so chi se n’accorga
    ma i nostri commerci con l’Altro
    furono un lungo inghippo. Denunziarli
    sarà, più che un atto d’ossequio, un impetrare clemenza.
    Non siamo responsabili di non essere lui
    né ha colpa lui, o merito, della nostra parvenza.
    Non c’è neppure timore. Astuto il flamengo nasconde
    il capo sotto l’ala e crede che il cacciatore
    non lo veda.

    Ma poco prima, sempre in Satura II, troviamo “Rebecca”, di cui riporto gli ultimi due versi:
    “Solo il divino è totale nel sorso e nella briciola.
    Solo la morte lo vince se chiede l’intera porzione”

    Penso ancora che nel “Quaderno dei quattro anni” troviamo “Ai tuoi piedi”, in cui si colloca “all’anteporta” di un aldilà, in attesa di un verdetto:

    “Mi sono inginocchiato ai tuoi piedi
    o forse è un’illusione perché non si vede
    nulla di te
    ed ho chiesto perdono per i miei peccati
    attendendo il verdetto con scarsa fiducia
    e debole speranza non sapendo
    che senso hanno quassù il prima e il poi (…)”

    E infine “Morgana”, ultima poesia del “Quaderno di quattro anni”, dove parlando di se stesso e della sua Musa ispiratrice, così conclude:
    (…)
    “Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede.
    Forse ne abbiamo avuto un surrogato.
    La fede è un’altra. Così fu detto ma
    non è detto che il detto sia sicuro.
    Forse sarebbe bastata quella della Catastrofe,
    ma non per te che uscivi per ritornarvi
    dal grembo degli Dei”

    • “Vedi, in questi silenzi in cui le cose
      s’abbandonano e sembrano vicine
      a tradire il loro ultimo segreto,
      talora ci si aspetta
      di scoprire uno sbaglio di Natura,
      il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
      il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
      nel mezzo di una verità.
      Lo sguardo fruga d’intorno,
      la mente indaga accorda disunisce
      nel profumo che dilaga
      quando il giorno più languisce.
      Sono i silenzi in cui si vede
      in ogni ombra umana che si allontana
      qualche disturbata Divinità.”.

      In questo passaggio, da I limoni (dagli Ossi), Montale esprime quello che si chiama senso religioso (che hanno tutti gli uomini, anche gli atei)… Questo accade anche in altre zone della sua poesia. Nelle raccolte dove appare Clizia, Irma Brandeis c’è una qualche tangenza con l’ebraismo e con la Bibbia… Poi c’è tutta la stagione da Satura in giù, dove cambia lo stile. Il problema del nome di Dio o del nome da dare a Dio credo che riguardi tutte le religioni monoteistiche; lo lascio alla teologia o alla storia delle religioni. In poesia o nella letteratura tutta ma diciamo pure nell’arte, sono in parte d’accordo con quel che dice Giorgio Linguaglossa; meglio non nominare il nome di Dio (invano)… Caproni, nella sua ateologia che ha determinato un maggiore riscontro, in certi ambienti, rispetto a Mario Luzi, Dio lo ha nominato spesso… Naturalmente, affermandolo per via negationis; discorso simile per Nietzsche che ha ispirato certa teologia negativa…

  27. Nutro sospetto e diffidenza per ogni parola ultimativa, definitoria, verso la parola che chiude il sipario della ricerca, della tensione della conoscenza. Ho sempre nutrito questo sospetto.
    Considero in tal senso la parola «Dio» la parola ultimativa e definitoria per definizione, che chiude ogni discorso, che chiude il discorso: Dio di là io-noi di qua. Per parte mia non c’è modo che possa accettare nessuna parola ultimativa e definitoria che chiuda qualsiasi discorso perché lo ritengo un sopruso alla mia ricerca di ciò che non conosco per poterlo conoscere.
    Ovviamente, ciascuno può avere il vocabolario che predilige e che considera ottimale, io, per me, scelgo di non accettare questa parola nel mio vocabolario.
    È lecito? O qualcuno mi vuole condannare al rogo come eretico?

  28. Pubblico una mia poesia che Giorgio ha ritenuto idonea all’argomento Dio.
    Con relativa appendice ( cose dell’altro mondo ), opera di Mauro Pierno:

    Dio.

    «Lei non sarà mai niente».
    Si fermò un momento per accendersi una Camel.
    Assaporò quel fumo di sigaretta. Quindi scese i gradini
    del Martinez. Abito da sera con mano sospesa
    nella tasca della giacca. Autoritratto
    di Conte St. Genois d’Anneaucourt.
    « Bon soirée».

    Lei chiuse il libro, si tolse il giglio dalla fronte
    poi mise gli occhi sulla Croisette: – Tientelo! –
    Quella sera vinse 5.000 franchi al Casinò.
    Il mattino successivo lui si tagliò un labbro
    nel farsi la barba. – Merde! –
    E’ quanto.

    Duemila anni di storia erano trascorsi come niente.
    Non veniva mai giorno. A volte ci addormentavamo
    sull’erba. Cappello in testa e rosse lanterne.
    Non ho altri ricordi.

    (Pierno)
    Merde! Non riesco più a scrivere poesia!
    “meglio, megl”..sospirò Dio!
    WOW, Tosi!

  29. donatellacostantina

    Se cessassimo di ascoltare diventeremmo pazzi, ma se ascoltassimo tutto il tempo diventeremmo pazzi lo stesso… ma il fatto è che gli uomini sono pazzi, sono esseri incompleti, non hanno la pelliccia e le zanne come gli altri animali, non hanno un tempo stabilito per accoppiarsi e generare prole, sono angosciati da quello che non sanno e da quello che sanno, sono sempre in angoscia, per questo hanno chiamato quella cosa misteriosa con il nome di “dio”… gli uomini hanno inventato una grande quantità di cose che loro chiamano la metafisica e non si rendono conto che essi sono letteralmente soggiogati da questa metafisica, sono essi stessi esseri metafisici, cercano metà fisikà, ciò che c’è oltre la fisica, e allora non possiamo sottrarci alla ricerca di ciò che sta oltre “dio”, al di là dell’immaginabile. Gli uomini non possono sottrarsi a questo destino…

  30. Ricevo alla mia email il seguente messaggio di Edda Conte e lo pubblico perché è una testimonianza molto interessante.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30415
    Caro Giorgio buongiorno,
    ho scritto quanto segue per “L’ Ombra” e vuole essere solo una semplice testimonianza.
    Nel contempo ti auguro una lieta Domenica.
    Edda Conte.

    Trovo molto interessante (e per me utile) l’intervento di Rossana Levati del 20-01, che oltre tutto mi offre l’occasione di esprimere un pensiero che mi pungola la mente.

    Seguo con piacere- anche se non continuità,- l'”Ombra delle parole“. C’è sempre di che nutrire lo spirito e la mente, curiosità e forte richiamo all’impegno. Poeti nostrani e forestieri, nomi noti e meno noti, sempre di notevole impatto culturale…; spesso un verseggiare nuovo per me e stimolante.

    Recentemente, forse anche influenzata da posizioni nuove presentate e discusse su l’Ombra, ho provato quasi un disagio nel mio comporre versi, come una specie di crisi di identità.

    Leggo della Nuova Ontologia Estetica, leggo al riguardo le non propriamente facili argomentazioni di Giorgio Linguaglossa, e mi pongo delle domande, senza tuttavia trovare il modo di esternarle per averne chiarimenti. Oggi scopro che non sono sola a cercare la via per entrare nella interessante questione, e faccio mie le considerazioni di Rossana Levati, che certo più avveduta e costante di me, sembra già entrata in un’ottica specifica diversa, che permette di capire e forse creare una Poesia fuori dal ristagno di una tradizione ormai superata. Ovviamente, come per qualsiasi novità ci sarà bisogno di tempo per portare la nostra Poesia al passo di molti poeti stranieri…ma intanto è un buon inizio la consapevolezza di cercare nei versi nuove espressioni che continuino a trasmettere emozioni e partecipazione.

    Desidero esprimere un grazie sincero all’Ombra, a Giorgio Linguaglossa e a quanti con passione e competenza contribuiscono al miglioramento della nostra cultura.
    Molto cordialmente,
    Edda Conte

  31. Cara Edda Conte,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30416
    ti ringrazio per questa tua missiva spontanea e sincera, di interesse per le nostre speculazioni intorno alla «nuova ontologia estetica». Capisco benissimo che si tratta di pensieri non immediatamente assimilabili, in specie dopo un sonno lunghissimo della poesia italiana che possiamo datare dal 1971, anno di pubblicazione di Satura di Montale. L’intendimento è quello di rimettere in moto il pensiero sulla poesia e la poesia stessa.

    Quando io scrivo che dobbiamo «entrare» in una «nuova patria metafisica» dove ci sono le «parole», questo non è un pensiero facile, è un pensiero complesso. Innanzitutto, come si fa ad «entrare» in una «nuova patria delle parole»? – Il primo ostacolo alla comprensione è: quale atteggiamento prendere? Come vestirsi? E poi: dov’è mai questa «nuova patria»? Dove si trova? Dobbiamo aspettare in anticamera? (come diceva Adorno: «la poesia che non fa anticamera non è vera poesia», cito a memoria). Oppure, possiamo entrare così, di fretta, mangiando un sandwich, come siamo abituati a fare nel disbrigo del quotidiano? – Io penso che dobbiamo entrare in una nuova modalità di pensiero (un pensiero di attesa e di lentezza), quella che Pier Aldo Rovatti chiama «Abitare la distanza», dal titolo di un suo fortunato libro che consiglio a tutti di leggere con attenzione.
    C’è un «evento», lì, che ha ripercussione su di me che sto qui. Ecco, poniamo che questo «evento» ci guardi. Capovolgiamo per un momento il nostro modo di pensare (dall’io al tu, all’evento), e pensiamo la direzione contraria. L’«evento» che accade nel mentre che accade. Pensiamo alla poesia di Kikuo Takano. Lì ci sono degli «eventi» che accadono in modo inspiegabile a prescindere dall’io e da noi. Accadono e basta. Allora possiamo capire come sia sufficiente nominare l’«evento» perché esso accada. E nient’altro.
    Ecco cosa scrive Rovatti:

    «Se diciamo “abitare la distanza”, diciamo e sappiamo dire una contraddizione. Cerchiamo la maggiore condensazione che il linguaggio sembra permetterci per dire che non possiamo localizzarci definitivamente in alcuna parola e che neppure possiamo sfuggire la localizzazione della lettera immaginando un nostro nomadico essere sempre in movimento, sempre altrove. Se diciamo “abitare” perché non vogliamo dire “conoscere” o “cogitare”, in tale importante trasferimento del senso del nostro luogo abbiamo comunque realizzato un transfert, ci siamo trasferiti in quella parola, abbiamo comunque preso casa nella lettera, e da lì ci sentiamo di dire “io”. Se diciamo “distanza”, intendendo l’esigenza di stare discosti da noi stessi, di prendere tempo e spazio nel nostro narcisismo, comunque ci ritroveremo in un’amicizia, in un patto con una parola amica. Cosa può mai essere, quindi, l’effetto “metaforico”, se vogliamo continuare a chiamarlo così, se non un tentativo di obbedire a due voci contemporaneamente, il riconoscersi in un rilancio, in un giro retorico in cui l’alterità è già sempre truccata?

    Se il linguaggio è un gioco di rimpatri nella lettera, per il quale “abitare” e “distanza” hanno già ripristinato un senso da cui dobbiamo riconoscere di essere padroneggiati, non è meno importante per noi riconoscere la doppia e contraddittoria identificazione: il tentativo di assumere la dimensione soggettiva del rimpatrio, il nostro incessante voler tornare a casa, giocandolo contro se stesso nello scarto delusorio che il linguaggio ci permette. “Simbolizzare l’immaginario e immaginare il simbolico”, ha detto una volta Lacan: continuo rimpatrio nel “simbolo” che la parola è, continuo rimpatrio nell’immaginario da parte del soggetto. Doppio movimento o vincolo, che noi possiamo soltanto – con le nostre parole – cercare di immaginare.

    L’illusione che si ripresenta a ogni frase è che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca: sparisca non come enunciante della frase ma perché vi ha preso completamente dimora. L’unico modo che abbiamo di maneggiare questa illusione non è farla sparire, ma – al contrario – riconoscerla, farla pesare sulla frase: attraverso il margine di paradossalità che resta praticabile, in un gioco inevitabilmente in perdita e che deve sapere di esserlo».1

    1 Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza Raffaello Cortina Editore, 2007 pp.
    XXVIII-XXIX

  32. cara Edda Conte,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30417

    un giorno, tanti anni fa, non ricordo quanti ma tanti, comparve nei miei orecchi un fischio continuo. Non ci feci caso. Con gli anni l’intensità di quel fischio continuò ad aumentare fino al punto che adesso è davvero diventato assordante, mi infastidisce molto e mi impedisce di concentrarmi.
    Mi sono fatto tutte le analisi che hanno dimostrato che tutto è a posto. Il mio udito è perfetto. Allora, mi sono chiesto: Ma perché ho questo terribile fischio che fischia nella mia mente e non mi consente di pensare? Che non mi dà un attimo di tregua?

    Ci ho pensato per lunghi anni e sono arrivato ad una conclusione. Che quell’acufene assordante lavora anch’esso per la «nuova ontologia estetica» perché mi impedisce di ascoltare tutte le chiacchiere assordanti che si fanno in giro e si scrivono sulla poesia così che io sono libero di non ascoltarle più e mi posso concentrare sul mio pensiero interno, quello che non fa rumore e pensa… pensa il tempo interno delle parole, pensa il frammento che io sono diventato, il frammento delle parole, pensa la «nuova patria delle parole», che pensa l’assenza del pensiero…

    Quindi, è grazie all’acufene che posso dire che ho capito tante cose intorno alla nuova ontologia estetica. Forse da solo non ci sarei arrivato.

    Ed adesso tre poesie alla maniera della «nuova patria delle parole»:

    Kikuo Takano

    Il burattino

    Nulla può il burattino, che pure è mosso da fili;
    nulla può perché non saprà mai reciderli,
    e può soltanto, mosso dalla disperazione,
    abbrancare l’aria con inutili piroette

    Baratro

    Quando ti ho abbracciato
    la prima volta
    non mi ero ancora chiesto
    il senso di quell’abbraccio.

    Quando ti ho abbracciato
    una seconda volta
    era come stringere un baratro.

    e perché mai mi capita, non solo
    con te, che ogni cosa che abbraccio
    una seconda volta
    si trasforma nel mio baratro?

    Inevitabile

    Inevitabile
    come il peso attratto
    dal centro della terra.

    Inevitabile
    non posso che precipitare dal cielo
    che pure tanto ho desiderato.

    [Un pensiero di Jacques Derrida]
    Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto

    • Il linguaggio poetico è diventato «poroso»
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/20/carlo-livia-sognare-dio-con-poesie-di-emily-dickinson-paul-celan-rafael-alberti-andre-breton-federico-garcia-lorca-amelia-rosselli/comment-page-1/#comment-30434
      Le vie verso la verità sono sentieri interrotti

      (Friedrich Nietzsche)

      C’è oggi una poesia, ad esempio quella di Vincenzo Mascolo, che «vuole» parlare in poesia tramite un linguaggio non-poetico, «poroso», un linguaggio da carta assorbente, che annette i linguaggi stracci del mediatico, i robivecchi, i vintage, i rottami, i frantumi, ciò che resta del riciclo continuo dei materiali semantici esausti e combusti. Parlare in arte con un linguaggio artistico «rotondo» oggi è una rimembranza del mondo antico. Ma anche il linguaggio «poroso» di per sé non garantisce alcun risultato. I linguaggi artistici sono costretti a sopravvivere in un sottilissimo limen: di qua la comunicazione, di là la incomunicazione. È come se un filosofo volesse parlare in filosofia con un linguaggio non filosofico, contaminato dalle scorie e dai resti del linguaggio della comunicazione. Dobbiamo accettare l’idea che oggi il linguaggio poetico è diventato un «luogo» aporetico per eccellenza, che in esso trovano luogo come non mai le antinomie del Dopo il Moderno.

      Vero è che un certo linguaggio poetico, mettiamo quello di Andrea Zanzotto e di Edoardo Sanguineti, entra in crisi di identità quando il marxfreudismo di Sanguineti e lo sperimentalismo del significante di Zanzotto vengono superati e fatti collassare dal ’68. Sono i sommovimenti sociali epocali che fanno collassare i linguaggi poetici e filosofici.
      Oggi che alla crisi è succeduta la post-crisi, è avvenuto che al minimalismo sia succeduto il post-minimalismo. È paradossale dirlo, ma oggi la crisi si è stabilizzata, la crisi governa se stessa; i linguaggi artistici, e quelli poetici in particolare, sono diventati tanto «deboli» da essere invisibili e quindi invulnerabili in quanto marginali; questi connotati, tipici del nostro tempo non devono affatto meravigliare, sono i connotati dello Zeit-Raum che è diventato un contenitore vuoto, contenitore di altro vuoto. I linguaggi poetici contengono un linguaggio invisibile, poroso, adiposo, inseguono la comunicazione e così si scavano veramente la fossa quindi. È come se la legge di gravità che tiene insieme le parole fosse diminuita e le parole esondassero. In queste condizioni dobbiamo accettare una arte «debole», che accetti di fondarsi su una «ontologia debole», che respinga al mittente le categorie «forti» proprie di un concetto «rotondo» del fare arte; forse dovremmo accostumarci all’idea della «debolezza ontologica dei frammenti».

      Ed è quello che tenta di fare la ««nuova ontologia estetica» », che sorge quando i linguaggi epigonici collassano sotto il peso della propria insostenibilità, della propria leggerezza e gassosità; quando evaporano non per un sommovimento sociale e politico come accadde nel ’68 ma per un sommovimento epocale, dal fatto che la crisi è diventata ormai una istituzione utile a governare i processi sociali, politici e artistici. La conseguenza è la messa in liquidazione dei linguaggi poetici «rotondi» del lontano novecento. Con tutta probabilità oggi i linguaggi artistici possono sopravvivere soltanto se diventano «porosi».

  33. carlo livia

    Perfetto! Ma allora bisogna evitare ogni preclusiva intransigenza per istanze o elementi linguistici che per millenni hanno costituito la patria metafisica in cui l’essere giunge al pensiero, cioè le mitologie religiose – ovviamente filtrate da scepsi e riformulazioni, ma non deprivate dell’elemento emozionale, intuitivo, sovversivo, individuale, metarazionale che differenzia la poesia dalla speculazione filosofica o dalla ricerca scientifica: cioè la rappresentazione del divino.

    ” Ciò che l’uomo non sa
    o su cui non riflette
    si muove di notte
    nel labirinto del cuore. ”

    da An den Mond di W.J. Goethe

  34. Francesco Gallieri

    PRIME CONSIDERAZIONI sulla NOE inviate a Giorgio Linguaglossa da Francesco Gallieri

    Giorgio Linguaglossa:
    “La “nuova ontologia estetica”, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni”.

    Commento:
    completamente d’accordo

    Giorgio Linguaglossa:
    “Ascoltare la progressiva nullificazione del vuoto che avanza e tutto sommerge nella sua progressiva forza nientificante. È questo appunto di cui tratta la Nuova Ontologia Estetica, prima ancora di parlare di metro, di parola e di musica… e quant’altro…”

    Commento:
    a mio avviso non si può prescindere, in qualsiasi ambito filosofico o letterario, dalla realtà fisica del vuoto. In fisica il vuoto non è affatto vuoto. E’ un continuo “ribollire” di particelle virtuali ma reali ( si possono rilevare sperimentalmente ) e possiede una propria energia. Non si può affermare, come aveva concluso molta filosofia del secolo scorso, che non esiste una realtà oggettiva, e anzi oggi il “nuovo realismo” va verso posizioni opposte.
    Occorrerebbe, sempre a mio avviso, che la Nuova Ontologia Estetica tenesse in conto quanto sopra nella definizione ontologica del Vuoto e del Nulla.

    Giorgio Linguaglossa:
    “Nella poesia della “nuova ontologia estetica” entra l’aforismario, entra l’assemblaggio di icone, la raccolta di stracci delle parole dismesse, entrano i rottami rottamati nelle discariche della lingua quali sono internet, il linguaggio televisivo, il linguaggio di facebook, instagram, twitter, sms, il linguaggio della incomunicazione interpersonale…
    Non resta al poeta di oggidì che fare copia e incolla di tanti frammenti….
    Così, senza che ce ne siamo accorti, la fragmentation è diventata il modo normale di costruzione delle opere letterarie più nitide, siano esse romanzi, racconti o poesie; ovunque ci volgiamo, vediamo frammenti, incontriamo frammenti. Noi stessi siamo frammenti, e non ce ne siamo accorti..
    Tutto il mondo è diventato una miriade di frammenti, e chi non se ne è accorto, resta ancorato all’utopia del bel tempo che fu quando c’erano gli aedi che cantavano e scrivevano in quartine di endecasillabi e via cantando sulla natura bella e incorrotta.
    La poesia italiana si è prosaicizzata e prosasticizzata. Si è elasticizzata. Si tratta di un fenomeno storico, epocale di cui non resta che prenderne atto.”

    Commento:
    senza entrare qui nella problematica del linguaggio, mi limito ad osservare che ogni esperienza è collegata al momento e al luogo in cui avviene, diversa da ogni altra nel suo portato di informazioni sensoriali ed emozionali. In più è olistica, non divisibile. Credo che un poeta, anche oggidì, debba avere di ciò coscienza e contezza. Poi si può benissimo chiamarla “frammento”

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