Foto New York traffic

Intervista a Salman Rushdie sul nuovo romanzo La caduta dei Golden

Autore: Annamaria Trevale Mar, 05/12/2017 – 12:30 http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-salman-rushdie-alla-scoperta-de-la-caduta-dei-golden

Salman Rushdie è stato intervistato sul suo ultimo romanzo, La caduta dei Golden (di cui potete trovare qui la recensione), durante un incontro con i blogger organizzato in occasione di un suo passaggio da Milano. Si è parlato del libro, ma anche della situazione attuale dell’America,  e poi di New York e di cinema, due sue grandi passioni.

La città di New York ha un grande ruolo da protagonista nel romanzo, ed è vista in tutte le sue sfaccettature, dalle più luminose alle più oscure. Qual è dunque il suo rapporto con la città?

È vero che è un libro sulla città, perché mi vedo sempre come uno scrittore cittadino e tre sono state le città importanti nella mia vita: Bombay, Londra e New York. Ero andato a New York molto prima di viverci, nel lontano 1972, quando avevo 25 anni e la città era molto diversa da adesso: sporca, povera, pericolosa, ma anche più economica di oggi, così che calamitava un sacco di giovani creativi che arrivavano da tutto il mondo. Io, che ero giovane ed entusiasta di incontrare tutti questi artisti, registi e scrittori, ho avuto voglia di andare a viverci e di diventarne parte integrante. Però, come spesso succede, quando mi ci sono finalmente trasferito, a distanza di tempo, non c’era più nulla di quello che avevo conosciuto in precedenza.

Questo, tra l’altro, non è il primo libro in cui parlo di New York, ma è il primo dove la descrivo con un senso d’intimità molto profondo.

salman 13

In un’intervista le veniva fatto notare che questo libro è un pochino meno favola rispetto agli altri, e lei parlava della necessità di combattere le fake news. Può chiarire il concetto?

In effetti quando ho scritto il libro precedente, circa due anni e mezzo fa, la mia scrittura era molto più fantastica. Avevo descritto la città proprio come se si trattasse di una favola, ma poi mi sono detto che dovevo abbandonare questo stile di scrittura e spingermi in altri territori, per cui ho abbracciato un modo di scrivere del tutto diverso.

Allo stesso tempo, però, è stato il mondo a diventare surreale. Tre settimane fa ero a New York, a cena con Ian McEwan, e ce lo siamo proprio detto, ridendo di questo: se avessimo scritto anni fa una storia come quella dei Golden, che avesse come ambientazione New York, le nostre case editrici ci avrebbero chiesto qualcosa di più credibile, ma ora la realtà è questa. Riguardo alle fake news, oggi ci chiediamo cosa fare per risolvere il mondo di bugie che ci circonda, questo è un problema molto importante che coinvolge e riguarda tutta la società.

Nei romanzi ci deve essere un accordo tra scrittore e lettore su come concepire la verità. Se tu, lettore, leggi qualcosa che ti piace e che senti come vera, ammetti che quel mondo sia reale. Adesso sembra che tocchi alla fiction riportare un senso di verità tra i lettori ed è per questo che spingerei la gente a leggere i romanzi.

Non è frustrante raccontare una realtà di cui non abbiamo tutti i lati, per cui si deve ricorrere alla fiction per ricostruire un mondo ipotetico?

Il compito del romanziere è cercare di ottimizzare il materiale che ha, per cui potrebbe dover fare questa ricostruzione. Molti scrittori che ho ammirato, e sono stati miei maestri, hanno questa capacità di includere la descrizione di tutto quello che succede dentro la società, nella sua più ampia accezione. Dickens, per esempio, è un grande maestro da questo punto di vista: parte da un esponente all’apice della società per arrivare agli strati più bassi, parla dell’arcivescovo come dell’assassino e la sua prosa include tutto questo.

Essere scrittore implica anche comportarsi come un giornalista che riesce a fare un buon reportage, parlando delle cose così come sono. Per me è molto importante uscire dal mio piccolo mondo di tutti i giorni, capire cosa stia succedendo in questo momento nella società che mi circonda e saper scrivere al riguardo.

In questo libro ho incluso due mondi, estremamente distanti dal mio, che riguardano due dei figli di Nero Golden, di cui uno è autistico e l’altro ha dei problemi di transizione di genere sessuale. Non sono né l’uno né l’altro, ma questi sono due problemi molto presenti nella nostra società, molto vissuti. Mi sento stimolato a trovare cose che non sapevo e che mi arricchiscono: ho iniziato parlando con amici che soffrono di autismo, e conosco almeno due casi di persone che hanno cercato di cambiare sesso.

Da lettore ammiro tuttti quegli scrittori nei cui libri percepisco che hanno fatto una certa fatica per imparare le cose che stanno descrivendo, perciò quando inizio a scrivere un libro cerco di mettermi nelle condizioni di chi poi mi leggerà: sarebbe stato strano scrivere un libro contemporaneo su New York tralasciando la problematica transgender, che è emersa molto chiaramente nella città e di cui tutti parlano.

alfredo de palchi new york di notte

New York di notte

Nel suo libro sembra esserci una ricerca di identità da parte di tutti i personaggi. Secondo lei l’identità si può migliorare o cambiare?

La problematica dell’identità è il tema centrale di questo libro: per la famiglia Golden il problema principale è alterare o nascondere la propria identità, passare da un paese all’altro, ripartire da capo, cancellare il passato o nasconderlo.

È possibile dimenticare il proprio passato? Nella vita reale questo accade, e lo vediamo proprio a New York, le cui strade sono piene di ex migranti, di gente che si è rifatta un’esistenza, che a volte ha cambiato il proprio nome e nonostante ciò che ha passato può ancora aspirare a una vita felice. Questa capacità di reinventarsi a New York si vede ovunque.

Dal punto di vista del romanziere, questo non è un espediente che funzioni tantissimo, perché bisogna spiegare il passato dei personaggi, che deve diventare in qualche modo presente. La differenza tra la fiction e la vita è quindi che nella vita ti puoi reinventare, ma in una fiction no.

Sembra assurdo, ma nel romanzo ho inventato di sana pianta un Museo dell’Identità, che non esiste, ma poi alcuni giornalisti venuti a intervistarmi, tra l’altro anche di New York, mi hanno confessato di aver fatto ricerche su Google per vedere se esisteva o no.

Aver creato questo museo mi ha permesso di esplorare un problema che è pressante e sentito da tutti nel mondo, però in modi diversi nei vari paesi. In India se si parla di identità è sicuramente religiosa, mentre in Gran Bretagna, nel mezzo di questa Brexit che nessuno sa come andrà finire, si parla di identità nazionale, del sentirsi inglese o europeo. Negli USA l’dentità viene vista sotto molti punti di vista: identità di genere, razziale, storica. E dopo le ultime elezioni gli americani si chiedono cosa significa essere americano oggi in una situazione che ha diviso il paese.

Qual è il senso di scegliere nomi antichi per i personaggi, o far parlare Nero Golden in latino? La lingua rivela segreti?

Sono stato sempre molto attratto dai classici, che compaiono qua e là nei miei libri.

Cinque o sei anni fa, a Roma, ero andato a visitare la Domus Aurea di Nerone, luogo evocativo e molto forte dal punto di vista narrativo. Si può dire che questo romanzo sia iniziato durante quella mia visita a Roma, visto che Nero Golden ha una casa d’oro.

Questa famiglia è tutto tranne che modesta e chi si chiama Nerone ha una certa dose di grandeur nella testa: i nomi hanno dato importanza e più vita alla storia, mi hanno permesso di essere più suggestivo collegandomi all’antichità.

Contro uno sfondo il più realistico possibile ho messo dei personaggi dalle dimensioni un po’ esagerate, come fa spesso Dickens, dando però loro una certa naturalezza.

Nel libro molti personaggi mettono in scena una rappresentazione di loro stessi e della loro vita. Quando la scena si chiude siamo più vicini o più lontani dalla verità?

Questo me lo dovete dire voi lettori, io spero più vicini.

Mi piacerebbe tantissimo se un lettore, giunto alla fine, si rendesse conto di aver imparato qualcosa che non sapeva prima, anche a livello di sentimenti e sensazioni del mondo.

Descrivo un momento attuale e mi piacerebbe se il lettore si riconoscesse in questa contemporaneità, ma anche che i lettori futuri potessero ricollegarsi a questo passato prossimo riconoscendone la validità. Bisogna stare attenti a non scrivere una storia datata, coniugando la contemporaneità con la persistenza dei valori.

Lei contrappone la cultura millenaria dell’India alla giovinezza degli USA. Questa giovinezza e freschezza rappresenta anche una metafora di cambiamento e di rinascita?

Mi sono sempre interessato allo scontro tra vecchia e nuova cultura. In America un edificio di duecento anni viene definito assolutamente vecchio, ma in Europa tantissimi edifici hanno duecento anni. Poi c’è il paradosso della cultura indiana, talmente antica che tutti sembrano aver perso il senso del tempo. Se chiedi a un indiano quanto tempo prima è stato costruito un palazzo, ti risponde “molto tempo fa”, se insisti resta sempre nel vago. Le culture più antiche sembrano quasi disinteressate alla definizione del tempo, mentre quelle più giovani sono portate a considerare quello che è successo ieri come se fosse accaduto cent’anni fa. Negli Usa la memoria sembra sparita, si dimentica subito tutto. Questo permette alla gente con pochi scupoli non solo di arrivare al potere, ma anche di restarci indisturbata. Però un luogo come l’America è stato costruito sull’idea delle rigenerazione e della rinascita, miti fondanti degli Usa sebbene spesso si rivelino falsi. Anche se stiamo attraversando un periodo buio, voglio essere ottimista e ho fiducia nella nuova generazione, che è molto interessata all’idea della rinascita. I ragazzi hanno dei principi saldi e se noi saremo sufficientemente bravi da conservare per loro il nostro ambiente naturale, penso che loro saranno i nuovi progressisti dal punto di vista sociale. Per questo penso che forse Trump non sarà il futuro dell’America, e non è neanche destinato a diventare la nuova normalità, come qualcuno la definisce. Forse rappresenta l’ultimo bagliore della supremazia bianca, l’ultimo sguardo all’indietro che si dà a una politica gestita dai bianchi.

C’è bisogno di un cambio generazionale: Trump ha settantadue anni la Clinton settanta, Sanders settantacinque… sarebbe una gran bella cosa se uscissero di scena!

Anch’io ho settantadue anni e ho voglia di finirla. Credo che i baby boomers abbiano fatto tutto quello che potevano, adesso tocca a qualcun altro. Guardate cosa è successo in Francia o in Canada, dove ci sono due leader giovani e carismatici, con nuove idee.

Salman Rushdie, Vargas Llosa, Umberto Eco

Salman Rushdie, Vargas Llosa, Umberto Eco

In questo romanzo le donne sembrano personaggi secondari, ma in realtà tirano un po’ i fili di tutto, anche se questo forse è un cliché. È veramente così?

Scrivendo il libro mi sono reso conto che stavo descrivendo una situazione classica da patriarcato, ma mentre davo vita a queste donne in apparenza secondarie mi sono reso conto che erano loro a guidare il libro. La madre, per esempio, è assolutamente centrale nelle vicende della famiglia, anche se è morta prima dell’inizio. La fidanzata di René, poi, diventa una specie di giudice della moralità delle vicende.

In altri miei libri protagoniste erano le donne, ma stavolta mi sono ritrovato con tanti personaggi uomini e con la necessità di inserire delle donne, che in seguito hanno assunto maggiore importanza. Oserei dire che è colpa di Dostoevskij, perché è ovvio che mi sono ispirato ai Fratelli Karamazov.

René è un film maker, nel libro si parla molto di cinema, per cui vorrei sapere qual è il suo rapporto col cinema

Domanda molto interessante, perché sono nato con l’ossessione del cinema: posso dire che ho imparato la narrativa sia dal cinema, sia dalla frequentazione delle biblioteche.

René è ossessionato dai film che piacciono a me, quelli della nouvelle vague francese e italiana, da Truffaut, Godard, Fellini e tutti quei registi che giudico importanti.

Scrivendo I figli della mezzanotte mi ero ispirato a come Fellini è riuscito per così dire a mitizzare l’infanzia quotidiana dei bambini. Vedendolo ho cercato di fare la stessa cosa scrivendo, ed è stato proprio usando una visione cinematografica che il mio libro si è aperto e ho capito come costruirlo. Anche nei dialoghi ho cercato di riproporre quel pastiche inventato da Godard, quello per cui la gente si parla senza apparentemente fare un discorso sensato.

La mia musa ispiratrice è stata però Hitchcock, soprattutto con La finestra sul cortile.

In questo libro c’è una scena in cui un personaggio guarda quello che sta accadendo a casa dell’altro, praticamente nello stesso luogo dove Hitchcok aveva messo il suo set.

New York del resto è costruita in modo tale che tutti hanno l’abitudine di guardare nelle case degli altri ed essere guardati, sentendosi sempre come su un palcoscenico.

Nel libro poi c’è anche del mistero, anche qui ho molto attinto da Hitchcock perché non avevo ormai scritto un libro incentrato sul mistero, perciò mi sono reso conto che bisogna capire quanto vuoi svelare e quando svelarlo. Si rischia sempre di svelare troppo presto o troppo tardi.

 

 

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3 commenti

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3 risposte a “

  1. Una riflessione di Salman Rushdie mi sembra importante:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/29/24709/comment-page-1/#comment-29218
    «Per me è molto importante uscire dal mio piccolo mondo di tutti i giorni, capire cosa stia succedendo in questo momento nella società che mi circonda e saper scrivere al riguardo».

    Asserto che vale quale principium firmissimum anche per un poeta.

  2. gino rago

    “Sono stato sempre attratto dai classici che compaiono qua e là nei miei libri”, confessa Salman Rushdie all’intervistatore che chiede all’autore de
    “La caduta dei Golden” il perché della scelta di nomi antichi che lo scrittore
    attribuisce ai suoi personaggi nei suoi libri, anche ne “I figli della mezzanotte”.
    Anche per questa attitudine, Salman Rushdie da Giorgio Linguaglossa e da altri è stato annoverato, con Joyce, con Eliot, con Atwood, con Walcott e anche con Mandel’stam e Cveateva, fra gli autori che adottano e praticano
    il “metodo mitico”.
    Perciò da questa pagina de L’Ombra delle Parole ci rivolgiamo a Salman
    Rushdie con due frammenti di Nosside di Locri, dalla Antologia Palatina:

    Nosside di Locri (due frammenti)

    “Nulla è più dolce d’amore; ed ogni altra gioia
    viene dopo di lui: dalla bocca sputo anche il miele.
    Così dice Nosside: e chi Cipride non amò,
    non sa quali rose siano i fiori di lei.”

    (ANT. PALAT. LIBRO V – 170)

    “Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,
    per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,
    dì che fui cara alle Muse, e la terra Locrese mi generò.
    Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va’!”

    (ANT. PALAT. LIBRO IX – 332)

    gr

  3. gino rago

    Caro Giorgio Linguaglossa, anche rifacendomi alla affermazione di
    Salman Rushdie da te ricordata nel tuo commento e che qui riporto:
    «Per me è molto importante uscire dal mio piccolo mondo di tutti i giorni, capire cosa stia succedendo in questo momento nella società che mi circonda e saper scrivere al riguardo»

    ho ritenuto pertinente proporre anche su questa pagina il mio commento
    prima postato sulla pagina dedicata a Franco Di Carlo.
    Ti trovo d’accordo?

    “Il mittente invia un messaggio al destinatario, secondo il semplice schema:

    MITTENTE —– MESSAGGIO —– DESTINATARIO
    L’interpretazione di un testo poetico può ridursi così semplicemente a questo schema? Il linguaggio poetico è tutto qui?
    Roman Jakobson nelle funzioni della lingua ci ha detto di no; ci ha detto
    – e anche questo è stato a più riprese da Giorgio Linguaglossa e da L’Ombra delle Parole segnalato ampiamente e analizzato – che il linguaggio dev’essere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni e che le funzioni dello schema mittente-messaggio-destinatario non bastano. Bisogna a esse affiancarne altre 3. E cioè il ‘contesto’, il ‘codice’ e il ‘contatto’.
    Ogni testo poetico, dunque, cari Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa, Mauro Pierno, andrebbe compreso attraverso questi 6
    fattori della comunicazione scritta e verbale:
    Mittente-Messaggio-Contesto-Contatto-Codice-Destinatario.
    L’interpretazione, poi, dello stesso testo riguarderebbe eminentemente
    le “Funzioni” cui può assolvere la comunicazione linguistica (per esempio
    una funzione ‘emotiva’, una funzione ‘conativa’, una funzione
    ‘metalinguistica’, ecc.).
    Anche questo è un “Vanto” per L’Ombra delle Parole e quando scrivo le mie
    “noterelle” su tanti poeti della NOE, e anche su altri poeti, estranei allo Spazio Espressivo integrale,
    tento sempre di muovermi lungo almeno le direttrici elencate, le 6 direttrici
    schematizzate perché, così io credo, una poesia di qualunque poeta non è
    riducibile al messaggio lanciato dal mittente al destinatario. E’ molto di più.
    Né il destinatario deve sostituirsi al mittente cadendo nel trabocchetto facile
    e letale dell’ “io questi versi di … li avrei scritti così”
    Rossana Levati possiede, questo strumento di comprensione, portato al massimo grado, e di interpretazione d’un testo poetico ed è esemplare il lavoro che ha realizzato sul poema “Circe” di Margaret Atwood, poema di 24 composizioni, 24 quanti i Canti della “Odissea”

    Esempio classico di Jacobson a sostegno di ciò che è stato affermato fin qui:
    “Immaginiamo un dialogo esasperante come questo: ‘Il fagiolo è stato
    bocciato’. “Ma cosa vuol dire ‘Bocciato?” “Bocciato vuol dire la stessa cosa
    che ‘trombato.” “E trombato?” “Essere ‘trombato’ significa non riuscire
    in un esame.” “Ma cos’è un ‘fagiolo’?”, insiste l’interlocutore che non
    conosce il gergo studentesco. “Un ‘fagiolo’ è (o significa) uno studente universitario del secondo anno.” (Codice lessicale italiano con funzione strettamente metalinguistica).
    Caro Giorgio Linguaglossa, era secondo te il caso che mi soffermassi sebbene a volo d’uccello su ciò?
    Altrimenti, per esempio, senza l’applicazione del contesto, del codice, del
    contatto, la poesia di giocolerìe, di icarismi, di mots-valises e di lallazioni
    di Antonio Sagredo, oltre che di rimandi letterari, sarebbe di impossibile
    comprensione, prima, e di non facile ‘interpretazione’, poi.”

    Gino Rago

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