Franco Di Carlo, Poesia inedita, Il pensiero poetante, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – La verità è diventata precaria

 

Foto uomo verde sulla strada

Tutto è in ordine nella casa.

 Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria(1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) 

Foto uomo collage

il morto/ pensa e vive direzioni senza via

Il pensiero poetante

Tutto è in ordine nella casa. Gli umani
si avvicinano ai divini e al cielo, visitati
dalle cose. Insieme al mondo vengono
chiamati, si fanno vicini, si compongono
nella differenza, compiendo l’unità
nella divisione del dolore che riunisce.
Pura luce dorata acquieta e raduna,
raccoglie gli eventi al suono della quiete.
Indica il luogo del cammino del pensare
e del dire, l’osserva sorgere l’essenza
occulta. L’anima solitaria scende
al tramonto, nel fiume azzurro, tra verdi
rami intrecciati. Procede pallido il passo
del morto, oscuro e silenzioso, imbruna
il bosco, distrutto nell’ora crepuscolare.
Declina lieve il giorno e l’anno appare,
saldo ricordo del processo nella notte d’argento.
Scivola via il celeste oblìo nella sera autunnale.
Tenero riluce il suono chiaro e azzurro del fascio
sacro di fiori e di fiere, rigidi volti nella
muta potenza della pietra del dolore,
sfrenatezza dei sensi bestiali e dei sessi,
genere umano duale e abbrutito che cerca
in una mite duplicità, la giusta via,
della semplice unità. Nuova umanità
nasce perciò inseguendo l’Altro, quello
che è sparito via, in alto è partito.
Perduto nell’azzurro crepuscolo, scomparso
nella dolce sera vespertina tra pareti
lacerate, infuocate mura, putride querce.
Perviene a una parola nuova il volto nascosto
su cui meditano i filosofi e cambia senso
e forma su cui cantano i poeti, il loro
parlare conduce all’inizio il declino
della sera, dove tutto confluisce, è salvato
custodito preparato al nuovo giorno,
quando la parola dice il canto della partenza,
lo sguardo medita nel suo destino.
Folli sentieri in altri luoghi, il morto
pensa e vive direzioni senza via, segue
il mite fanciullino alla ricerca della quiete,
ora è dipartito nel mattino d’inverno
che raccoglie il placato e mite animale
che pensa, non ancora espresso pienamente
né ancora giunto al suo luogo d’origine.
Stirpe inquieta e disfatta, caduta antica,
bestia che si trasforma tra fredde oscure
selve metalliche, notturni boschi brucianti
smarriti tormenti, nella perduta via sporge
una figura umana? Di selvaggia natura
fatta di spine aggrovigliate, anima senza
cammino e senza vento nel nero sentiero
che il morto percorre nel buio velame.
Quando silenziosi, i dolci violini nel lago
stellato, tacciono i loro lamenti, s’ode
soltanto la fresca voce della luna e
il tenue dileguarsi dell’anima invernale
dell’anno spirituale, attinge la terra
e la sua linfa pura, umanità maledetta
e sfatta nella sua decomposizione, colpita
dal conflitto tra fratello e sorella.
Separati dagli altri, i viandanti seguono
il Diverso, discordia dirompente, cieca
donando calma e riposo all’arsura
e alla devastazione dell’invecchiato genere
umano, quando prende vita l’oscura forma
e la voce dorata dell’altro. Oltre il cimitero
silvestre ha attraversato il petroso ponte
purgatoriale sanguinante, lontani Miti
ormai dimenticati che raccontano strane leggende
di boschi fiumi laghi celesti e ninfe.
E’ passato al di là, senza morire, ma nella
vita del nulla lucente, un folle volo verso
l’inizio dell’essere ancora non nato
che conserva sereno la quiete della puerizia
spirituale, promettendo il risveglio in letizia
della stirpe impreparata e in disfacimento.
L’impronta azzurra di un bianco congedo straniero
tra gli umani, solo e pensoso, mite il suo
distacco navigando dolcemente, nulla detraendo
al vero, sulla barca dorata un unico
sentiero che porta alla giustizia. Un tempo
unico, singolare, i cui giorni tutti conducono
alla partenza senza svolgimento né durata
o successione. Un avvenimento primordiale
di ciò che è andato e raccoglie il presente
e lo nasconde nel lago di stelle mattutine,
pazienti sorelle della notte e del suo silenzio.
Pallido ricordare di venti leggeri e dormienti
che alimentano la Fiamma che arde e dà
luce, tormenta, incenerisce e risplende,
indica il cammino verso il linguaggio.
Una vita nuova.

Giorgio Linguaglossa Franco Di Carlo 5 ot 2017

Da sx Franco Di Carlo e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2017 Biblioteca Rispoli

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nell’era della mediocrazia ciò che assume la forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono  silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del mouse. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.

L’atto dello scrivere, corre sempre il rischio di porsi come invasione dello spazio della scrittura da parte del soggetto, corre sempre il rischio di trasformarsi in immagine intransitiva, positiva, autoreferenziale, di risolversi in una retorizzazione del soggetto. Dinanzi alla poesia «in vitro» di oggi potremmo parlare di un pensare scrivendo; in ogni scritto si celano due testi: uno esplicito e l’altro segreto, due inseparabili dimensioni: il testo «in chiaro» e la sua dimensione «nascosta».

Aristotele ha sostenuto che i segni scritti sono immagine di ciò che «è nella voce», Platone invece come ha rilevato Derrida, ha presentato il discorso orale come ripercussione di una inattingibile archi-scrittura al di qua della voce sensibile, una archiécriture che è la poesia stessa nell’atto del suo prendere forma. Per contro, la scrittura che «appare» non può che agire quale «comunicazione del comunicabile», come affermò genialmente Walter Benjamin, ossia corre sempre il rischio di essere mera trasmissione e pubblicizzazione di significati attraverso i suoi segni pubblici. Penso a certa ingenua immediatezza di certa  «scrittura poetica» di oggi che pensa ancora possibile e attingibile la scrittura poetica come eloquio frontale confessionale. È qui, a mio avviso, in questa impostazione categoriale aporetica e ingenua, che sussulta e frigge, qui è la posizione della poesia che si fa oggi in Italia, in questa oscillazione tra una archiscrittura (celata) e una scrittura dell’immediatezza manifesta. La «poesia» che si fa oggi è talmente eloquente non si pone più il problema della poiesis.

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

da sx G. Linguaglossa, D.C. Giancaspero, F. Di Carlo, e S. Caronia

Per Franco Di Carlo la poesia intesa come «pensiero poetante» è sempre una idea di scrittura anche quando essa assume la forma manifesta del parlato o del colloquio «sublime» sulle cose della «terza navigazione», in realtà si tratta di un’altra lingua, diversa da quella che usiamo tutti i giorni. La poesia è per Franco Di Carlo sempre un «pensiero poetante», è un «cammino verso il linguaggio», è un linguaggio che deve essere trovato.

Il discorso «manifesto» non può comunicare pubblicamente i suoi messaggi se non si è già attivata la misteriosa danza dell’invisibile idea di scrittura. Ogni poesia non può non tendere l’orecchio  dell’ascolto del segreto di quella danza nascosta. Ogni poesia è un porre in atto mediante la voce e le parole ciò che è affetto da secondarietà. Franco Di Carlo ne è consapevole e si comporta di conseguenza, evitando di cadere nell’errore di credere che la poiesis offra la garanzia di primarietà; non si dà alcuna primarietà, lo stesso «pensiero poetante» viene attinto dalla secondarietà. È questo credo l’aspetto saliente nella operazione del poeta di Genzano, iniziata nel 1979 e tuttora in corso, e questa sua fedeltà alla propria ricerca è il suo miglior pegno di autenticità.

La «nuova ontologia estetica», almeno questo è il mio pensiero, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), dalla decisione di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

L’acmeismo, per esempio, non è stato un movimento di avanguardia o di retroguardia, è stato qualcosa di diverso e di proficuo se ha battezzato poeti come Mandel’stam, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, e qui da noi un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della «nuova ontologia estetica»: abbiamo introdotto nell’immobilismo della poesia italiana la «rottura», anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare da principio, il che non equivale alla parola d’ordine di porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme; bisogna invece «spezzare» il tempo, introdurre delle «rotture», delle «distanze», sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Occorre una «nuova poesia», una poesia che abbia alle spalle una serrata critica dell’economia estetica…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di coltivare il proprio orticello, coltivare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, ci mancherebbe, obietto soltanto che la nostra (della «nuova ontologia estetica») visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali. Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

 

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51 commenti

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51 risposte a “Franco Di Carlo, Poesia inedita, Il pensiero poetante, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – La verità è diventata precaria

  1. antonio sagredo

    Caro Franco,
    sarò franco, anzi franchissimo…
    questo componimento che Tu qui ci presenti (e il mio breve commento si riferisce solo a questi versi) ci presenta aspetti e caratteristiche linguistiche e tematiche e mettiamoci pure la composizione di ogni verso, il contenuto ecc. che già il LInguaglossa individua precisamente all’inizio del secolo scorso con simbolismo e acmeismo e in più ci metto il timore panico del caos ad ogni parola che scrivi… temi dunque il caos e il suo risultato: gli avanzi e i resti di parole senza più alcun senso: vuoi dunque recuperarlo? Ebbene, adotti una musica impressionista – assenti sono i toni espressionisti: troppa inquietudine, insomma! – Meta e traguardo e finalità di questi versi riuscire al “raccoglimento” di se stesso e di chi Ti circonda…
    il “fanciullino” che Tu scrivi non è affatto pascoliamo, altrimenti non T’avrei nemmeno risposto!
    Quel che mi sorprende è una cosa che a me non sorprende affatto – per la mia frequentazione quotidiana : la rovina d’ogni cosa, umana e divina a causa della ribellione, rivoluzione, rivolta, caos continuo e indecifrabile (leggi i miei componimenti mostruosi)…
    insomma, finisci il componimento con una affermazione vitalistica e positiva : “una vita nuova” (ci avrei messo un interrogativo, come segno grafico finale e irreversibile).
    Dovrei criticarTi per questa serenità, quasi olimpica ma raggiunta attraverso un “docile inferno” (alla Baudelaire), ma non fa per me la serenità, come anche scrivere con semplicità.
    adieu e >>>>>>>>>>>>>>> SERENO ANNO NUOVO!

  2. Giuseppe Talia

    Siamo nel sotto tono dell’inizio del ‘900. Spiace dirlo, ma versi come “Scivola via il celeste oblìo nella sera autunnale”, oppure “saldo ricordo del processo nella notte d’argento” ci catapultano in un passato irreversibile e non più accettabile.
    Il fattore “V”, crediamo sia imprescindibile.

  3. griecorathgeb

    Certo, questa è una poesia che ingenera un sacco di dubbi nel lettore. Ad una prima lettura affrettata, sembra avere a che fare con cose conosciute arci-conosciute: lo svolgersi di uno stile addirittura tardo-romantico. L’impressione, che dura fino in fondo, è così forte che ti viene il dubbio che sotto si nasconda un nerissimo sarcasmo; subito dopo pensi di averlo solo immaginato.
    Sarà l’effetto dei tempi in cui viviamo, ma il nulla che troviamo in ogni risvolto della realtà quotidiana io lo sento echeggiare in tutta la poesia di Franco di Carlo: con questo suo stile tramontato egli in effetti dice quel vuoto: e sembra voler cadere consapevolmente in tutte le trappole, in tutti gli inganni più amari, tutti gli abissi senza fondo che una lingua poetica irricuperabile perfidamente offre al poeta. E che lo spinge a sperare, con un sentimento serio, meditato ma tragicamente errato, che esista ancora la possibilità del Bello. Questa sembra essere l’operazione del poeta. Forse involontaria, non so.
    Alla fine, mi viene dunque da pensare che il testo sia quanto di più nichilista io abbia letto negli ultimi tempi.
    E’ una sensazione strana. E allora si vorrebbe azzardare un suggerimento. Secondo me, il poeta dovrebbe qui soltanto aggiustare minimamente il registro poetico, operare minime modifiche (senza però rinunciare a quel particolare stile desueto), perché l’intero testo si ribalti di colpo nel suo opposto, in un potente atto di accusa, un urlo furioso contro chi o cosa nel secondo Novecento ha fatto cadere la poesia in un crepaccio, azzoppandola.

  4. antonio sagredo

    Caro Steven, non posso che essere d’accordo con Te.
    Aggiungo che quel che scrivi sarebbe stato più giustificato se F. di Carlo avesse messo quel punto interrogativo alla fine del componimento, il che avrebbe significato quel ” potente atto di accusa” di cui dici, ma non lo ha fatto!
    Sarebbe stato un componimento sarcastico e cinico; una denuncia giocata sulla falsariga di una estetica superata e che perdura, purtroppo, ancora oggi.
    Dunque: “Alla fine, mi viene dunque da pensare che il testo sia quanto di più nichilista io abbia letto negli ultimi tempi”….
    e lo sarebbe stato davvero se solo avesse messo quel maledetto (o benedetto?) punto esclamativo; chiave di volta, certo, e di svolta soltanto se ci fosse stato!

  5. antonio sagredo

    Caro Sagredo,
    dopo il “se” ci vuole il congiuntivo, perciò”.. avesse messo”.
    Una tirata di orecchi ogni tanto è necessaria!

  6. A me,la poesia di Di Carlo piace, mi piace nel suo insieme che ha alti e bassi, punte gotiche e qualche bassura.Una poesia non può essere messa sul tavolo anatomico; è materia viva, e come tale va presa.Qui, tutti abbiamo esperienza , tutti potremmo costruire un mito o distruggerlo, inventare una graticola su cui va a cozzare tutto quanto si espone avventatamente. Ma rischieremmo di creare una nuova Arcadia di cui nessuno sente il bisogno: ci è bastata la prima; dopo, abbiamo aperte le finestre. Possiamo un po’ socchiuderle,ma non tanto da oscurare la luce.Comunque,resterebbe sempre il pulviscolo.

  7. Scusate l'” a me mi” ;evidentemente, anche io incomincio ad avvertire l’aria di libertà grammaticale che spira dagli spalti del nostro Parlamento.

  8. griecorathgeb

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29183
    Caro Antonio, sono d-accordo con te sulla chiusa della poesia. Solo differisco riguardo a come “chiudere” un testo poetico. Questa è oggi una delle questioni più tormentate e più controverse – ma lo era, per quanto mi riguarda, anche quando avevo 18 anni. Già allora infatti si percepiva la presunta “fine” della Poesia come genere letterario: e quindi, come chiudere un testo che non era più Poesia nel senso ereditato del termine, era questione fra le più cruciali.
    Oggi quasi tutte le poesie “chiudono” esattamente come Beethoven chiudeva i suoi componimenti musicali più di 150 anni fa: o con una fanfara, o in smorzando, o con gradazioni diverse fra questi due estremi dello spettro. Il fatto che il pezzo “finisse”: questo non veniva messo in questione. Né, in genere, viene messo in questione oggi nel campo della poesia. Ecco perché la poesia zoppica.
    Penso che un punto esclamativo o un punto interrogativo non sarebbero affatto diversi, nella sostanza, dal punto usato da Franco di Carlo. Perché tutti e tre i tipi di punteggiatura chiudono e basta. La questione vera è la persuasione interna della poesia, come lei si avvicina al baratro della presunta fine. Al contrario, ci può essere qualcosa nella persuasione degli ultimi versi che devia, piega in altra direzione, lasciando tutto aperto: nello specifico caso del testo di F. di Carlo, aperto al nulla.
    Un po’ come la poesia di G. Linguaglossa, pubblicata di recente, quella che chiude quando l’io incontra “Dio”. La poesia viene stravolta da un concetto troppo grande da comprendere: non perché Dio ci sia o non ci sia – non è questo il “punto” (!) – ma perché tanto si è detto e parlato su una parola, “Dio”, che per alcuni non significa nulla e per altri significa tutto.
    E infatti, ci sono infiniti modi per chiudere lasciando aperto. Queste soluzioni però le trova il poeta di per sé, in sintonia con la propria sensibilità e con la propria Weltanschauung. Sì, uso proprio la parola Weltanschauung: perché è proprio nella chiusa di una poesia che la visione del mondo del poeta si mostra in modo più chiaro e limpido.
    Dobbiamo capire che la poesia, una qualsiasi poesia, contiene numerosi punti nevralgici, nodi cruciali – non solo semantici, di concetto: ma questioni che dipendono dal ritmo, dalle assonanze fra fonemi, da altri fattori ancora, dalla velocità dello svolgimento. Tutti cruciali quanto il senso semantico.
    La grazia del poeta oggi è quando egli può far sì che il ritmo della sua poesia e il significato semantico, divergano, si riavvicinino, si riallontanino. Lo vediamo in tutti i testi più importanti scritti negli ultimi trent’anni. Ma queste non sono cose che si fanno a tavolino: sono cose che noi poeti percepiamo profondamente nel mondo intorno a noi e dentro di noi, e che siamo in grado di volgere in “testo” senza operazioni retorico-letterarie, ma unicamente filtrando il mondo attraverso il nostro occhio, occhio fisico e occhio esistenziale.
    Tutto il resto è secondo me farragine letteraria, incrostazione retorica, sotterfugi, trabochetti, trompe l’oeuil fasulli. Il senso profondo della poesia non può essere premeditato, meditato semmai potrà essere lo scheletro del testo, e rifinito potrà semmai essere l’involucro (a seconda dei criteri). Il resto sarà aleatorio. La poesia non è un oggetto fatto a tavolino, è un organismo vivente.
    Io più o meno so dove voglio andare oggi: ma non so se ci arriverò come pensavo, se il luogo sarà identico a quello che pensavo, e se forse la strada sarà diversa da quella che pensavo.
    Prima capiamo questo fatto, prima cambierà il nostro modo di scrivere.
    Caro Antonio, io cercavo di dire nel mio commento di questa notte, che il testo di F. di Carlo è terribilmente vicino, vicinissimo al suo contrario, al suo diametralmente opposto. E che minimi aggiustamenti da lui eseguiti – fra la visione e l’impossibilità! – andrebbero meglio a situare il suo testo fra l’essere e il non essere, suo locus naturale.
    Così come Mario Gabriele decostruisce il presente per mezzo di frammenti fra loro non logicamente collegati, così questo testo fa (inconsapevolmente?
    chissà) l’opposto: la fervida speranza nel raziocinio dell’uomo, espressa con un mélange di stili tramontati ma recuperati in chiave ultra post-moderna può, con un nonnulla in più, ribaltarsi meravigliosamente, arrivare a un millimetro dal denunciare con potenza la cultura nulla dei nostri tempi.

  9. Caro Steven Grieco Rathgeb,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29184
    la poesia di Franco Di Carlo è quella che è sostanzialmente da quando l’autore ha iniziato a scrivere versi. Che la sua versificazione possa apparire antiquata, ottocentesca, rétro, perfino accademica è credo un elemento già messo nel conto dal poeta di Genzano, poeta colto, criticamente dotato, che ha fatto a suo tempo una scelta di campo, quella di apparire (ed essere) un poeta di retroguardia, perché soltanto essendo in pieno di retroguardia, solo a questa condizione si possono aprire nuove opportunità al discorso poetico, quel discorso poetico che in Italia si è infibulato in un tunnel dal quale poi non è più uscito.

    Franco Di Carlo non rientra affatto in nessuna delle clausole della nuova ontologia estetica; l’intento di Franco è chiaro, almeno a me sembra chiaro, essere e scrivere da poeta anti modernista, E in effetti c’è riuscito,

  10. griecorathgeb

    Due spunti importanti per capire cosa succede nel testo di Franco di Carlo e in quale dimensione estetica è necessario ormai inoltrarsi:
    Il seguente passo nel Commento Impolitico di Giorgio Linguaglossa a questo post:

    “Ovviamente, ciascuno ha il diritto di coltivare il proprio orticello, coltivare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, ci mancherebbe, obietto soltanto che la nostra (della «nuova ontologia estetica») visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali. Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».”

    E questo di Antonio Sagredo nel suo primo commento a questo post, rivolto direttamente a Franco di Carlo:

    “…temi dunque il caos e il suo risultato: gli avanzi e i resti di parole senza più alcun senso: vuoi dunque recuperarlo? Ebbene, adotti una musica impressionista – assenti sono i toni espressionisti: troppa inquietudine, insomma! – Meta e traguardo e finalità di questi versi riuscire al “raccoglimento” di se stesso e di chi Ti circonda…
    il “fanciullino” che Tu scrivi non è affatto pascoliamo, altrimenti non T’avrei nemmeno risposto!
    Quel che mi sorprende è una cosa che a me non sorprende affatto – per la mia frequentazione quotidiana : la rovina d’ogni cosa, umana e divina a causa della ribellione, rivoluzione, rivolta, caos continuo e indecifrabile…”

    C’è proprio tutto quello che serve…

  11. griecorathgeb

    Caro Giorgio, assolutamente sì. Quello che mi dici su Franco di Carlo io non lo sapevo, ma è totalmente in evidenza in questo suo testo. Ogni verso lo proclama. E questo quindi è il senso della sua decennale presa di posizione teorica ed estetica…
    Stavo pensando alla poesia di Laura Canciani che tu hai postato pochi giorni fa. Io ho tradotto in inglese il suo volume “Essere nella parola” del 2014. Un volume bello, importante, una poesia controllata, ispirata ed estatica, a cui non puoi togliere nulla dal punto di vista stilistico e per profondità di pensiero e sentimento.
    Ma questa ultima poesia di Laura Canciani che tu hai postato, invece, straccia il velo delle cose, esce di colpo allo scoperto con un andamento fra lo spaurito e l’impietoso, il duro e l’inaudito. I versi risultano stravolti, disuguali, ma soprattutto è la linearità che risulta stravolta. E’ nato qualcosa di nuovo, insomma.
    Non so se è nell’aria, un’aria che anche la NOE respira a pieni polmoni, ma sembra che d’un tratto il poeta sia perfettamente in grado di volgersi altrove. Sorprendentemente. Con minimi aggiustamenti.
    Anche per Franco di Carlo, insomma, niente è assodato. E’ questo che ho visto nel suo testo. Anche la sua posizione teorico-estetica, il suo stile maturato nell’arco di decenni, niente è assodato. Così mi è sembrato.
    Io non sto incoraggiando nessuno ad operare rivoluzioni di stile e impostazione e ideologia. Talvolta noto in un poeta minimi movimenti tellurici sotto la superficie, che non disturbano affatto la superficie stessa. Si tratta più di un pensare profondo che vive un impercettibile mutamento, i componenti esteriori dell’espressione poetica magari rimangono sostanzialmente invariati.
    W. B. Yeats arrivò fino all’età di quasi 60 anni scrivendo poesia tardo romantica, più o meno illegibile ai nostri tempi. Poi cominciò a scrivere, non si sa esattamente come, la poesia profondamente matura e nel contempo realmente visionaria per cui viene ricordato oggi. Questo all’età di quasi 60 anni: come oggi averne 75.
    Infatti, il termine Retroguardia può essere tanto ingannevole quanto Avanguardia.

    • Caro Steven,

      ecco la poesia di Laura Canciani che tu richiamavi nel tuo commento:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29198
      a a.s.

      Questa volta saliamo sul ring.
      Tu, con le tue vesti lunghe rosse fruscianti
      – eresiarca di un fuoco baro –
      io, con vestaglietta da cucina
      e un occhio già ferito
      da lama spinta:
      potrei indossarle tutte le scarpette rosse
      che girano vive tra luci e pareti
      disattente.

      Round primo:
      quale arbitrocritico non esulta per il colpo
      “Orfeo e Euridice”?

      Round secondo:
      creami adesso, qui, il più piccolo
      fiore rosso…

      Un colpo basso, a testa bassa, feroce
      contro le regole
      non viene perdonato.

      La folla, a tentoni, monta le corde impoetiche
      in un ridere di onda d’urto
      che disfa persino l’invisibilità.

      Provo dolore consapevole nel prodigio
      del silenzio
      ma sono viva e da viva mi giunge una voce
      strana, anglosassone, elegante, come crudele.
      «Liberati»
      «Liberarmi, da che cosa?»
      «Tu lo sai»
      «Sì, liberarmi da tutta la zavorra
      che impedisce la santità».

      • griecorathgeb

        Grazie, Giorgio trovo questa poesia eccellente, prima di tutto perché è testimonianza diretta della capacità di qualsiasi poeta, indipendentemente da fattori linguistici, di età, cultura etc, di trovare in se stesso e in rapporto al mondo esterno la capacità profonda di rinnovamento. Tale rinnovamento non passa dallo stile o da altre simili considerazioni (quelle vengono semmai dopo, ma comunque oggi sono largamente ininfluenti), no è un convincimento profondo che opera il “nuovo”. “Nuovo” significa soltanto che in un paesaggio da sempre conosciuto si modificano le posizioni dei suoi componenti. Tutto qui. Grazie

  12. griecorathgeb

    Aggiungo che non vorrei essere frainteso, che io cerchi di annoverare
    Franco di Carlo fra i poeti della NOE. Parlando di lui, ho parlato dello spazio aperto della poesia oggi, il campo illimitato e aperto dei poeti che scrivono oggi seguendo ciascuno le proprie istanze teorico-estetiche.

  13. Il morto parla da morto
    e questa poesia è la sua tavolozza. Cose morte, che furono. Per questo sembrano nebbie inconcludenti, frasi in attesa di evento. Siamo nel fattore “T”. Ai margini di tutto.
    Storicamente superata dalla poesia di Mario M. Gabriele, il quale secondo me tratta le cose alla stessa maniera.
    La mancanza di rinnovo stilistico, sottolineata più volte nei commenti, espone questa poesia di Franco Di Carlo alla melanconia, cosa che nella nuova ontologia estetica non avviene, o avviene raramente.
    Per quanto detto, la conclusione “Una vita nuova” va bene così: ha senso proprio perché priva di enfasi.

  14. Di un pensiero poetante
    tutto raccolto in un sol punto ,”vita nuova”, quell’unione ingorda e transfuga di un vortice
    che ci inghiotte, riunificandoci, che cerca l’inesattezza di una corrispondenza concentrica, univoca.

    ” Tenero riluce il suono chiaro e azzurro del fascio
    sacro di fiori e di fiere, rigidi volti nella
    muta potenza della pietra del dolore,
    sfrenatezza dei sensi bestiali e dei sessi,
    genere umano duale e abbrutito che cerca
    in una mite duplicità, la giusta via,
    della semplice unità.”

    Una unione sapientemente distrutta. L’esatta connotazione che il verso concentrico regolare sfalda: c’è una sorta di ironia che nella
    “Pura luce dorata acquieta e raduna” .
    Una sorta di divertimento perverso che avvolge e sconvolge tutta quanta la composizione, sgorgata e scomparsa .

    (grazie OMBRA, bellissima proposta)

  15. griecorathgeb

    Bravo Mauro Pierno, è esattamente la “inesattezza” della poesia di di Carlo che mi ha messo a pensare. Guardate le immagini, partono con un andamento dolce, razionale, “riconoscibile”, ma quasi tutte sprofondano in una regione contraddittoria, paradossale, che mormora il loro opposto. Sono momenti, certo, ma proprio lì si scorgono le faultlines, le faglie di questa poesia, la granitica dolcezza corrosa dal dubbio. E con questo chiudo la questione.

  16. gino rago

    “Declina lieve il giorno e l’anno appare, (…)”
    Franco di Carlo

    “E chiaro nella valle il fiume appare…”
    “E il naufragar m’è dolce in questo mare.”
    G. Leopardi
    Il Franco di Carlo saggista ha realizzato un lavoro fondamentale di indagine
    della poesia italiana attraverso Leopardi, “Leopardi fra ‘800 e ‘900” da cui emerge quasi interamente il Novecento poetico italiano, da Carducci e gli Scapigliati ai contemporanei, nei rapporti di temi, di stili, di soluzioni estetiche
    ora verso il Leopardi dei Canti, ora verso il Leopardi delle istanze morali
    dello zibaldone, ecc.
    E di recente Giorgio Linguaglossa ha divulgato su una magnifica pagina de L’Ombra il Franco di Carlo studioso di Pier Paolo Pasolini.
    Questi versi del pensiero poetante, o della poesia pensante, si sdipanano
    con un linguaggio fondamentalmente premoderno, sotto l’ascendenza di questi due poeti, per PPPasolini nei versi di di Carlo riecheggiano in particolare le tensioni linguistiche de Le ceneri di Gramsci declinate nella
    personale lingua del poeta di Genzano.
    Condivido i commenti di Antonio Sagredo, di Steven Grieco Rathgeb, di Lucio Mayoor Tosi, di Mauro Pierno (che coglie uno dei centri della poetica
    dicarliana), ma mi sono rifatto in questa mia scrittura estemporanea alla nota di Giorgio Linguaglossa nella quale in buona sostanza si rileva che in questo
    lavoro poetico Franco di Carlo si affranca totalmente dal postmodernismo e dalle coppie oppositive distanza/partecipazione, profondità/superficie,
    gerarchia/anarchia, parola/silenzio, disegno/caso, narrativo/antinarrativo,
    determinazione/indeterminazione, metafisica/ironia., ecc., scrivendo versi
    collocabili in tempo e in uno spazio tipici del premodernismo…

    “Un tempo
    unico, singolare, i cui giorni tutti conducono
    alla partenza senza svolgimento né durata
    o successione. Un avvenimento primordiale
    di ciò che è andato e raccoglie il presente
    e lo nasconde nel lago di stelle mattutine…(…)”

    anche se poi in fondo il post-moderno è fondamentalmente una categoria
    dello spirito e/o un modo di operare (Kunstwollen?) in poesia.

    Gino Rago

  17. Crisi del Soggetto novecentesco e la nuova ontologia estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29197
    Come potrà il Soggetto parlare di se stesso se esso non è più il Soggetto ma un soggetto? Come potrà il Soggetto validare il proprio discorso se non infirmando il discorso che va facendo nel mentre che lo asserisce? È ancora possibile un discorso non-assertorio da parte del Soggetto scollegato e spodestato da se stesso? Sì, è ancora possibile.
    Questa «positività» del proposizionalismo poetico che promana come un lezzo dalla poesia assertoria e suasoria deriva dalla illusione di voler ancora imbastire un discorso poetico fondato sulla illusoria illusione del Soggetto legiferante, del Soggetto egemone (a pendio elegiaco o post-sperimentale fa lo stesso).
    Io invece ritengo altamente proficuo un discorso poetico che fondi quella «positività» sullo zoccolo duro del «negativo», della «mancanza», della «traccia», della dis-locazione, dello spaesamento, della estraniazione.
    Il fonatore dunque non coincide più con il locutore.
    Il soggetto problematizzato si rivela essere il soggetto retorizzato. Qualcuno parla, sì, non è il soggetto ma un «Altro» che parla.

    La filosofia moderna sostiene che il soggetto è indicibile. La poesia e il romanzo fanno di questo indicibile il senso stesso del discorso poetico e narrativo. Qui si rivela una antinomia del discorso poetico, ma è una antinomia fruttuosa. Per cui la traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e manifestandosi in Altro. Con la conseguenza che il linguaggio poetico e il linguaggio narrativo subiranno le conseguenze di questa non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un Logos di un non-originario che si comporta tale e quale al logos dell’originario. Pensiero questo che mi sembra peccare di sofistica, però.
    I linguaggi poetici veramente vitali saranno quelli, a mio avviso, che accetteranno di misurarsi con la non-adeguazione del discorso poetico all’originario, che si metteranno la coscienza in pace rispetto a questo problema accettandolo come il terreno negativo dal quale ricostruire l’infranto a partire dalla frammentazione.

    La narrativizzazione della poesia moderna, quella che è stata chiamata da un autorevole critico «la poesia verso la prosa», altro non è che un riflesso della crisi del logos che si vedrà costretto ad accentuare il carattere assertorio e suasorio del demanio «poetico» con la conseguenza di una sovra determinazione della «comunicazione» nell’ambito del discorso poetico e narrativo.

    La riflessione di Heidegger (Sein und Zeit è del 1927) sorge in un’epoca, quella tra le due guerre mondiali, che ha vissuto una problematizzazione intensa intorno alla defondamentalizzazione del soggetto. Oggi, in un’epoca di crisi economica e spirituale, mi sembra che i tempi siano maturi affinché vi sia una ripresa della riflessione intorno alle successive tappe della defondamentalizzazione del soggetto. L’esserci del soggetto è il nullo fondamento di un nullificante.

    Oggi anche la poesia non può non investigare con nuovi strumenti espressivi gli aspetti della attuale fase della crisi spirituale.
    Oggi una nuova ontologia estetica non può non prendere a parametro del proprio comportamento proprio questa defondamentalizzazione del soggetto. E ripartire da lì.

  18. gino rago

    Brevi considerazioni sul fattore ‘T’ (tempo) e sulla sua influenza sul fattore ‘V’
    (vita) in buona parte della lirica italiana.

    Franco Fortini, in ” Saggi italiani “, 1974, a un certo punto parla di ‘apprensione’ del tempo in alcuni lirici italiani e dopo un denso excursus a partire dagli anni ’30 del Novecento poetico italiano, riferendosi dapprima a Saba scrive:” In Saba, che pure è il poeta meno vicino alla ideologia idealistica o spiritualistico-cattolica che ha informato tanta nostra poesia moderna, il “tempo” (…) è cronologico-biografico, mentre gli eventi
    sovraindividuali ( prima guerra mondiale, e guerra del ‘fascista abbietto’
    e del ‘tedesco lurco’) restano sullo sfondo (…) come prove o generiche
    calamità.”
    Nel caso invece di Ungaretti, Fortini sostiene:” In Ungaretti il “tempo” è
    categoria metastorica, neppure psicologica, tant’è che nei versi di
    ‘Allegria’ le date puntigliosamente annotate sotto i versi alludono a una
    guerra eterna…”
    E in Montale? Per Fortini, in Montale “il tempo si curva, come nella nozione
    di ‘spazio curvo’, in prossimità della ‘crisi esistenziale’ dove il tempo è
    coestensivo allo spazio, al quadro ‘dove tra poco romperai’. (…) perché in
    Montale l’opposizione fra storia del mondo e non-storia dell’anima non è di
    specie cristiana ma precristiana (…)”

    Nella poesia più recente come interpretare il ‘tempo’ in termini di passato-presente-futuro se non, come hanno tentato e tentano di fare quasi ossessivamente L’Ombra delle Parole e il nostro Giorgio Linguaglossa,
    con l’apertura verso il “Tempo interno” ai versi dei poeti, con Prigogine in
    primo piano, un tempo interno estraneo agli orologi e alle clessidre
    della poetica ermetica?
    Perciò Fortini in “Traducendo Brecht” testimonia forse per i poeti del
    XXI Secolo in quel verso “La poesia/ non muta nulla.” il fallimento del ruolo
    della poesia nella società contemporanea:
    “(…) La natura
    per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
    non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.”

    Gino Rago

  19. gino rago

    Dalla mia e-mail copio, incollo e pubblico qualche riflessione di
    Rossana Levati su “Il pensiero poetante” di Franco Di Carlo.

    MEDITAZIONI DI ROSSANA LEVATI su “Il pensiero poetante)

    Ho letto e riletto in questi due giorni “Il pensiero poetante” di Di Carlo, altro autore di cui tutto ignoro, non avendo mai letto neanche i suoi saggi…
    (…)
    Ho intravisto qua e là degli stilemi antichi, come “solo e pensoso” petrarchesco e “nulla detraendo al vero” leopardiano, ma mi è rimasto oscuro il valore complessivo del testo, oltre che la densità eccessiva di alcune espressioni che mi hanno rallentata nella lettura.

    (…) Ha un senso o è una sonora stupidaggine che invece questo testo mi abbia fatto pensare a Lucrezio : mi è sembrata una anaciclosi cosmica, forse anche in corrispondenza del nuovo anno che si avvicina, soprattutto quella umanità abbrutita e ferina che compie un folle volo “verso l’inizio dell’essere non nato” per raggiungere la vita “del nulla lucente”, e anche la definizione di una umanità “sfatta nella sua decomposizione e maledetta”, “stirpe inquieta e disfatta” mi ha fatto pensare a quando Lucrezio nel V libro descrive un’umanità feroce, fatta di fiere poco diverse dalle stirpi feroci, e a quando a più riprese definisce il mondo troppo vecchio e stanco, in procinto di distruggersi con gli uomini che lo popolano e ritornare nel vuoto.

    Una anaciclosi ma forse anche una palingenesi, una rinascita da capo inseguendo l’Altro, in fondo nel finale è evidente che si parla di una nuova umanità alla ricerca di un linguaggio, che esce pertanto dalla sua ferinità mentre si descrive la Fiamma che incenerisce e risplende…(una distruzione nucleare, forse? un nuovo inizio?)

    Ho ripensato alla Cvetaeva che in una sua composizione dice che “nascere è cadere nel tempo”, mentre qui si parla di un “uscire” dal tempo, in cui “i giorni tutti conducono alla partenza senza svolgimento né durata o successione”.
    Perciò, (caro Gino Rago) ti chiedo se può avere un fondamento questa mia ipotesi, perché è l’unica mia traccia per capire questo testo e darci un senso (…)
    Rossana Levati
    ————————————————————————————–
    Le riflessioni di Rossana Levati sul testo di Franco Di Carlo scagliano sul tavolo verde delle interpretazioni del testo dicarliano delicate e tremende
    questioni giocate sul filo della cultura e della capacità di comprensione e di
    interpretazione di una composizione poetica. Le risposte che tuttavia Rossana Levati si attende chi meglio può darle se non l’autore dei versi?
    Quindi, invito Franco Di Carlo a esprimersi, anche per un ulteriore arricchimento del dibattito in corso, rispondendo non soltanto a Rossana ma anche a Giuseppe Talìa se non altro per fugarne le legittime perplessità.
    ————————————————————————————————–
    Gino Rago (a cura di)

  20. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29204
    Tutto è in ordine nella casa. Gli umani
    si avvicinano ai divini e al cielo, 
    (…)
    Procede pallido il passo
    del morto, oscuro e silenzioso, imbruna
    il bosco, distrutto nell’ora crepuscolare.
    (…)
    Tenero riluce il suono chiaro e azzurro del fascio
    sacro di fiori e di fiere, rigidi volti nella
    muta potenza della pietra del dolore
    (…)
    Nuova umanità
    nasce perciò inseguendo l’Altro, quello
    che è sparito via, in alto è partito.
    (…)
    quando la parola dice il canto della partenza,
    lo sguardo medita nel suo destino.
    (…)
    Folli sentieri in altri luoghi, il morto
    pensa e vive direzioni senza via, segue
    il mite fanciullino alla ricerca della quiete,
    ora è dipartito nel mattino d’inverno
    che raccoglie il placato e mite animale
    che pensa, non ancora espresso pienamente
    né ancora giunto al suo luogo d’origine.
    (…)
    anima senza
    cammino e senza vento nel nero sentiero
    che il morto percorre nel buio velame.
    (…)
    Oltre il cimitero
    silvestre ha attraversato il petroso ponte
    purgatoriale sanguinante
    (…)
    E’ passato al di là, senza morire, ma nella
    vita del nulla lucente,

    Di Carlo parla del trapasso ad altra vita, pensa e vede il momento della morte. Non fosse così, ma si trattasse invece di una lunga metafora, aspetto volentieri i suoi chiarimenti.

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-29215
    Complimenti alla riscrittura di Lucio Mayoor Tosi della poesia di Franco Di Carlo, la sua poesia può vivere anche sotto questa nuova forma. Ma nella nuova espressione linguistica di Lucio siamo in un’altra atmosfera, direi che passiamo dal premoderno di Di Carlo al post Dopo il Moderno di Lucio Mayoor Tosi.
    Anche questo è un segnale di potenzialità della scrittura poetica di Di Carlo, quella di essere suscettibile di infinite riscritture tutte diverse l’una dall’altra.
    Ecco una mia variante di alcuni brani del testo di Di Carlo:

    Tutto è in ordine nella casa. Gli umani
    si allontanano dai divini e dal cielo,
    (…)
    Procede pallido il passo del morto, oscuro e silenzioso.
    Il bosco, distrutto nell’ora crepuscolare, si imbruna.
    […]
    anima senza cammino e senza vento nel nero sentiero
    che il morto percorre nel buio velame.

    • No, caro Giorgio, volevo soltanto evidenziare i passaggi che secondo me potrebbero mettere in chiaro l’intenzione narrativa di Di Carlo in questa poesia. Ma forse non era nemmeno necessario.
      La voglia di metterci le mani ci sarebbe, tutta quella fluenza, peraltro già scandita, come ha fatto notare Steven, dal naturale respiro di DI Carlo, il modo d’essere… ma tu puoi farlo 🙂 io verrei frainteso, e giustamente.

  22. la mia vuole essere soltanto una libera interpolazione del testo di Di Carlo senza alcuna pretesa, ma come gioco, calembour, gioco delle tessere del mosaico…
    Interrompere, frantumare il fluire del dettato poetico di Di Carlo lo può fare soltanto chi fa della discontinuità e della frantumazione una propria ragione di vita, altrimenti diventa sterile gioco letterario…

    Dalla «fluenza» alla «anti-fluenza» non c’è che un passo…

  23. gino rago

    Il mittente invia un messaggio al destinatario, secondo il semplice schema:

    MITTENTE —– MESSAGGIO —– DESTINATARIO
    L’interpretazione di un testo poetico può ridursi così semplicemente a questo schema? Il linguaggio poetico è tutto qui?
    Roman Jakobson nelle funzioni della lingua ci ha detto di no; ci ha detto
    – e anche questo è stato a più riprese da Giorgio Linguaglossa e da L’Ombra delle Parole segnalato ampiamente e analizzato – che il linguaggio dev’essere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni e che le funzioni dello schema mittente-messaggio-destinatario non bastano. Bisogna a esse affiancarne altre 3. E cioè il ‘contesto’, il ‘codice’ e il ‘contatto’.
    Ogni testo poetico, dunque, cari Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa, Mauro Pierno, andrebbe compreso attraverso questi 6
    fattori della comunicazione scritta e verbale:
    Mittente-Messaggio-Contesto-Contatto-Codice-Destinatario.
    L’interpretazione, poi, dello stesso testo riguarderebbe eminentemente
    le “Funzioni” cui può assolvere la comunicazione linguistica (per esempio
    una funzione ‘emotiva’, una funzione ‘conativa’, una funzione
    ‘metalinguistica’, ecc.).
    Anche questo è un “Vanto” per L’Ombra delle Parole e quando scrivo le mie
    “noterelle” su L.M. Tosi, su A. Sagredo, su S. Grieco-Rathgeb, su A. Ventura
    per restare a noi presenti in questi commenti sul testo di F. Di Carlo,
    tento sempre di muovermi lungo almeno le direttrici elencate, le 6 direttrici
    schematizzate perché, così io credo, una poesia di qualunque poeta non è
    riducibile al messaggio lanciato dal mittente al destinatario. E’ molto di più.
    Né il destinatario deve sostituirsi al mittente cadendo nel trabocchetto facile
    e letale dell’ “io questi versi di … li avrei scritti così”
    Rossana Levati possiede, lo ha fatto suo, questo strumento di comprensione
    portato al massimo grado d’un testo poetico ed è esemplare il lavoro che ha realizzato sul poema Circe di Margaret Atwood, poema di 24 composizioni,
    24 quanti i canti della Odissea

    Esempio classico di Jacobson a sostegno di ciò che è stato affermato fin qui:
    “Immaginiamo un dialogo esasperante come questo: ‘Il fagiolo è stato
    bocciato’. “Ma cosa vuol dire ‘Bocciato?” “Bocciato vuol dire la stessa cosa
    che ‘trombato.” “E trombato?” “Essere ‘trombato’ significa non riuscire
    in un esame.” “Ma cos’è un ‘fagiolo’?”, insiste l’interlocutore che non
    conosce il gergo studentesco. “Un ‘fagiolo’ è (o significa) uno studente universitario del secondo anno.” (Codice lessicale italiano con funzione strettamente metalinguistica).
    Caro Giorgio Linguaglossa, era secondo te il caso che mi soffermassi sebbene a volo d’uccello su ciò?
    Altrimenti, per esempio, senza l’applicazione del contesto, del codice, del
    contatto, la poesia di giocolerìe, di icarismi, di mots-valises e di lallazioni
    di Antonio Sagredo, oltre che di rimandi letterari, sarebbe di impossibile
    comprensione, prima, e di non facile ‘interpretazione’, poi.

    Gino Rago

    • Il commento della bravissima Rossana Levati mi ha molto interessato, ma le restava oscuro “il valore complessivo del testo”. E qui tu fai bene a sottolineare che si tratta di valore complessivo, quindi che si tenga conto degli elementi di giudizio che hai indicato.
      Nel mio commento ho invece voluto rispondere alla frase “per capire questo testo e darci un senso”. E ho detto quale fosse il senso, secondo me. Quello della morte, pur sapendo che ci sarebbe stato molto altro da aggiungere. Proponevo solo una chiave di lettura. Poi, Giorgio ha commentato dicendo di Maria Rosaria Madonna, che “è poesia pronunciata da un morto e indirizzata ad altri morti”. Esattamente quello che intendevo dire della poesia di Di Carlo. Invece, il giudizio di valore ( ammesso che sia corretto che mi esprima in questi termini) l’ho solo azzardato, dicendo che trovo riscontro di quella stessa visionarietà nella poesia di Gabriele, seppure lui con finalità senz’altro meno misticheggianti. Ma più innovative. Al che, Stiven, al quale l’innovativo di per sé va indigesto, ha risposto. E così, spero, insieme a Giorgio abbiamo composto lo schema “Mittente-Messaggio-Contesto-Contatto-Codice-Destinatario. Ma non ne sarei sicuro.

  24. Salvatore Martino

    Mamma mia quanti commenti complicati per questo testo!! Confesso di averlo letto e riletto senza addivenire ad una mia chiarezza in proposito. A mio vedere si tratta di un testo quasi sempre prosastico che fa a pugni con gli interventi poetici in un linguaggio volutamente credo desueto: Petrarca, Leopardi, Pasolini, in una mistura per me raggelante. Ricordo con vero piacere gli interventi da studioso di Pasolini e Leopardi, conosco pochissimo del Di Carlo poeta, certo questo teso infarcito di oscurità e di una marea di aggettivazioni, privo di ritmo mi risulta poco convincente sia nella struttura, ripeto, che nell’assunto tematico tra l’apocalittico e il viale nichilista. Capisco poco anche i commenti così impegnativi di alcuni, il mare di parole che cercano di spiegare un fatto poetico che poetico probabilmente non .Capisco i dubbi di Sagredo e della Levati, che però fa nomi da avvicinamento quasi blasfemo Lucrezio, Cvetaeva??? mah! Quello che dice Talia è senz’altro vero, anche se coglie solo in parte il problema…ho l’impressione che troppo spesso i commenti raggiungono, e non so perché, un girotondo di complicanze, spesso citazionistiche,intorno ad un testo che potrebbe essere liquidato con maggiore chiarezza e semplicità. Mi spiace per Di Carlo che stimo e apprezzo come studioso ma qui a mio modestissimo avviso siamo lontani dalla poesia, che può essere beninteso moderna, premoderna, postmoderna, frammentaria, circolare, prosastica, in rima,in forma chiusa, con cadenze ritmiche e musicali quindi anche con assonanze o rime, etc. ma se è poesia sopravvive a qualsiasi inquadramento.Credo che partire dal semplicissimo asserto :la poesia è o non è può facilitare qualsiasi interpretazione critica.

  25. …Questi sono i Re Magi, tutti e tre: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre”…
    “?Mangiano con noi

    questo consenso che potrò rubati
    porta il salmodiare di un aspetto biblico
    in bilico, mio amico credi,
    è questo rispedirci chiari
    a noi mittenti la controparte

    -oggetto- di una missiva autentica-

    così sfrecciando arriva
    a noi medesimi, quello che a taluni
    la nostra arte pensavamo postata
    e certo rischia di scomparire-
    -colui che blogga gloria ad insaputa

  26. Giuseppe Talia

    Giovanni Bruno Condemi (architetto)

    SLA. Un monosillabo. In una sigla un inferno.
    E quanto coraggio per sopportare la morte
    del motoneurone. Disartria. Disfagia. La mente
    lucida, impietosa, rassegnata. I sensi vivi. Nemmeno
    il coraggio di Davide ha potuto contro Golia.
    Eri mio fratello, eri mia sorella, eri il mio grande amico.

  27. Guglielmo Peralta

    La NOE non può essere un criterio di giudizio, non può essere “selettiva” né un “segnavia” che metta sulle tracce di un cammino di scrittura poetica obbligato. In poesia vige la massima libertà che è “obbedienza” al “dettato” interiore, il quale chiede ascolto ed esula dalla scrittura intenzionale, d’avanguardia a tutti i costi. (Molta avanguardia è morta per mancanza di “vocazione”, per rinuncia all’ascolto). Mi pare che Franco Di Carlo sia in buona sintonia con sé stesso e che la sua poesia, “Il pensiero poetante”, risponda a un desiderio di universalità, sul quale non possiamo non essere d’accordo e che è il sogno di «una vita nuova», dell’uomo rigenerato e «In cammino verso il linguaggio», che è la via della Poesia indicata da Heidegger. Un cammino per fare ritorno a casa, per abitare ed essere custodi dell’«essere».

  28. caro Guglielmo,
    abbiamo più volte esplicitato che la NOE non è «un criterio di giudizio» come tu scrivi, non è una «scuola», non è una «avanguardia» né una «retroguardia», non è un movimento pubblicitario, cose tutte già esperite nel secolo scorso, ma è una ricerca in fieri che viene fatta collettivamente da tutti i poeti che si riconoscono in una direzione di ricerca che non può essere che collettiva, è proprio la ricerca il prodotto della «massima libertà», senza di essa non c’è libertà né «interiore» né «esteriore»; la nostra «ricerca» vuole essere una riflessione sulla identità della crisi della fine del novecento, crisi della poesia italiana e delle sue diramazioni epigoniche. La crisi della poesia è una modalità della crisi del soggetto e delle sue retorizzazioni. È questo il punto. Entriamo in questo orizzonte di pensiero liberi da pregiudizi e da apriorismi. In fin dei conti, la tua «soaltà» non è una riflessione sulla crisi del concetto di realtà e del concetto di soggetto? Forse è il caso che riepilogo il mio precedente commento:

    Crisi del Soggetto novecentesco e la nuova ontologia estetica

    Prima aporia

    Come potrà il Soggetto parlare di se stesso se esso non è più il Soggetto ma un soggetto? Come potrà il Soggetto validare il proprio discorso se non infirmando il discorso che va facendo nel mentre che lo asserisce? È ancora possibile un discorso non-assertorio da parte del Soggetto scollegato e spodestato da se stesso? Sì, è ancora possibile.

    Seconda aporia

    Questa «positività» del proposizionalismo poetico che promana come un lezzo dalla poesia assertoria e suasoria deriva dalla illusione di voler ancora imbastire un discorso poetico fondato sulla illusoria illusione del Soggetto legiferante, del Soggetto egemone (a pendio elegiaco o post-sperimentale fa lo stesso).

    Assunzione della aporia

    Io invece ritengo altamente proficuo un discorso poetico che fondi quella «positività» sullo zoccolo duro del «negativo», della «mancanza», della «traccia», della dis-locazione, dello spaesamento, della estraniazione.
    Il fonatore dunque non coincide più con il locutore.
    Il soggetto problematizzato si rivela essere il soggetto retorizzato. Qualcuno parla, sì, non è il soggetto ma un «Altro» che parla.

    Avviamento alla soluzione della aporia

    La filosofia moderna sostiene che il soggetto è indicibile. La poesia e il romanzo fanno di questo indicibile il senso stesso del discorso poetico e narrativo. Qui si rivela una antinomia del discorso poetico, ma è una antinomia fruttuosa. Per cui la traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e manifestandosi in Altro. Con la conseguenza che il linguaggio poetico e il linguaggio narrativo subiranno le conseguenze di questa non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un Logos di un non-originario che si comporta tale e quale al logos dell’originario. Pensiero questo che mi sembra peccare di sofistica, però.
    I linguaggi poetici veramente vitali saranno quelli, a mio avviso, che accetteranno di misurarsi con la non-adeguazione del discorso poetico all’originario, che si metteranno la coscienza in pace rispetto a questo problema accettandolo come il terreno negativo dal quale ricostruire l’infranto a partire dalla frammentazione.

    La narrativizzazione della poesia moderna, quella che è stata chiamata da un autorevole critico «la poesia verso la prosa», altro non è che un riflesso della crisi del logos che si vedrà costretto ad accentuare il carattere assertorio e suasorio del demanio «poetico» con la conseguenza di una sovra determinazione della «comunicazione» nell’ambito del discorso poetico e narrativo.

    La riflessione di Heidegger (Sein und Zeit è del 1927) sorge in un’epoca, quella tra le due guerre mondiali, che ha vissuto una problematizzazione intensa intorno alla defondamentalizzazione del soggetto. Oggi, in un’epoca di crisi economica e spirituale, mi sembra che i tempi siano maturi affinché vi sia una ripresa della riflessione intorno alle successive tappe della defondamentalizzazione del soggetto. L’esserci del soggetto è il nullo fondamento di un nullificante.

    La poesia non può non investigare con nuovi strumenti espressivi gli aspetti della attuale fase della crisi spirituale.
    Oggi una nuova ontologia estetica non può non prendere a parametro del proprio comportamento proprio questa defondamentalizzazione del soggetto. E ripartire da lì.

  29. Guglielmo Peralta

    Caro Giorgio, certamente la NOE, di per sé, non è un criterio di giudizio, ma lo diventa nel momento in cui, in suo nome, si esprimono delle valutazioni, come è qui avvenuto con la poesia di Franco Di Carlo, considerata non rispondente alle caratteristiche della “nuova ontologia” e, addirittura, per certi aspetti criticata. Tu scrivi che “i linguaggi poetici vitali saranno quelli che accetteranno di misurarsi con la non-adeguazione del discorso poetico all’origine”. Io sostengo che la Poesia è e resta sempre al di sopra, o al di là, dei linguaggi poetici. E allora, con che cosa i linguaggi dovranno misurarsi, se escludono quello originario? Si misureranno con sé stessi? Il problema, secondo me, non è di “misurarsi” con la Poesia o con la non-adeguazione all’origine; ciò che conta è la “vocazione”, l’essere “chiamati”, l’ “obbedire” (ob-audire) alla voce, all’ascolto. La Poesia è sempre una visita ricevuta ed è amore, fede, com-passione, crocifissione. Con questa Poesia non c’è crisi, non c’è morte perché forte è l’attesa della “resurrezione”. I linguaggi che “derivano”, cioè deviano dall’origine conoscono solo la loro “deriva”. Non approdano nemmeno a quelle terre lambite dal divino oceano, dal canto «aletheico», verso il quale volgono i suoi fedeli “naviganti”.

  30. caro Guglielmo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-33930
    ma il «giudizio» è inerente all’essenza del linguaggio… ogni discorso contiene in sé, ben visibile, una valutazione, cioè un giudizio… tieni presente che sulla poesia di Franco Di Carlo si sono espresse personalità le più diverse, tieni presente che i Commenti sono liberi, anzi, devono restare liberi, ciascuno può e deve scrivere quello che pensa, altrimenti faremmo quello che fanno gli altri blog che incensano tutti e tutti santificano. Tra l’altro, ci tengo a dire che Franco Di Carlo è un caro mio amico che conosco e stimo da almeno due decadi, ma ciò non significa che verso gli amici io ammorbidisca il mio discorso e verso chi non è amico invece lo radicalizzi…

    Sulla questione della «non adeguazione del dire all’originario» io volevo dire qualcosa di diverso da quello che hai interpretato tu… Circa poi le questioni della «vocazione», «resurrezione» e dell’«obbedienza» io non saprei proprio cosa dire, sono questioni che non afferiscono alla critica di un testo letterario ed esorbitano dall’ambito delle mie competenze…

    Diciamo che io preferisco restare su un campo empiricamente constatabile e perimetrabile…
    Ricordo ciò che diceva Lacan quando sosteneva che “Noi ci poniamo delle domande là dove sappiamo di avere già una risposta. Ciò sembra limitare molto la portata delle domande. Però, per me, è l’occasione di determinare ciò che la risposta significa per ognuno di noi”.

    Molto probabilmente è vero: io (noi) mi pongo delle domande là dove io (noi) penso (pensiamo) di poter reperire delle risposte: La questione del «circolo ermeneutico» domanda-risposta e dell’impossibilità di spezzare questo «circolo» è cosa ben nota ai filosofi, e del resto chi non si pone domande è perché non cerca neanche delle risposte. E così il circolo ermeneutico si chiude.
    Quanta poesia che si fa oggi non pone nessuna domanda tranne la reiterazione: «Io esisto e questa è la mia giacca», posizione pubblicitaria direi.
    (J. Lacan)

  31. Guglielmo Peralta

    Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-33951
    sulla libertà dei commenti penso che chiunque sia d’accordo. Chi fin qui ha commentato lo ha fatto liberamente, me compreso. Soltanto, mi è sembrato che certi commenti, pure nella massima libertà, siano stati “condizionati” dalla NOE, dall’ “appartenenza” o meno ad essa del nostro caro poeta Franco. Le questioni della “vocazione”, “resurrezione”, “obbedienza”, ovviamente, non afferiscono alla critica, ma riguardano esclusivamente il processo creativo e ciò che lo determina: la Poesia, che non pone domande né dà o attende risposte, ma “chiama” a un infinito intrattenimento, a una comuni(cazi)one ininterrotta, affinché nulla sia compiuto e la creazione continui. Domande e risposte appartengono, come tu evidenzi, all’interpretazione, fondata sul “circolo ermeneutico”, coniato da Dilthey e ripreso da Heidegger e da Gadamer.

  32. caro Guglielmo,
    ogni nuova ontologia estetica richiede la circoscrizione di una nuova topologia estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-34015
    Direi che è verissimo quello che tu affermi: i giudizi dei poeti che perseguono la ricerca della nuova ontologia estetica sono il prodotto di questa ricerca, e quindi sono condizionati da essa, ma, direi che anche i giudizi di chiunque altro che, mettiamo conto, appartenga a se stesso (ammesso che ciò sia possibile), risente, e non può non risentirne, della appartenenza a se stesso e quindi è condizionato da se stesso e dalle proprie idee, il che equivale a dire che il loro è un punto di vista soggettivo, parziale e particolare. È ovvio che i giudizi siano l’espressione di un percorso individuale (e collettivo), e poi ciascuno di noi esprime dei giudizi molto differenti da quelli degli altri, tra di noi non c’è nessun monolite, nessun vangelo, nessuna milizia. Se leggi bene i giudizi che sono stati rivolti alla poesia di Franco Di Carlo, come nei post di moltissimi altri autori proposti dall’Ombra, ti accorgerai che sono stati i più diversi, e questa è la ricchezza dell’Ombra che, credo vada salvaguardata…

    Qui non si fa critica amicale o di sostentamento degli amici.
    In fin dei conti, una nuova poesia richiede l’affiancamento di una nuova critica. E viceversa: una nuova critica richiede l’affiancamento di una nuova poesia. Si tratta di due facce di una stessa medaglia.

    Un’ultima considerazione: la nuova ontologia estetica intende sollevare una serie di domande, e ne ha sollevate tante in questi ultimi tempi. E cerca delle risposte, che ovviamente ciascuno di noi dovrà dare in proprio e nella dialettica con gli altri giudizi, e ciò nella massima libertà di interazione.

    Qualcuno ha eccepito che le nostre domande mettono fuori campo la poesia che è stata fatta in Italia negli ultimi cinquanta anni. Ed io ho sempre risposto: ebbene, qual è il problema? Dovremmo essere più timidi?

  33. La riforma del linguaggio poetico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-34018
    L’11 gennaio 1975, alcuni mesi prima di essere assassinato, Pier Paolo Pasolini ad un incontro nella biblioteca di Genzano di Roma con Franco Di Carlo, confida al giovanissimo critico che con Trasumanar e organizzar (1971), l’ultimo suo libro di poesia, era già evidente che il «Progetto», già ideato e programmato, fin dall’inizio degli anni sessanta, era giunto ad capolinea: la transumanazione, eternizzazione e «santificazione» di se stesso in quanto poeta attraverso la sua «Pragmatica Azione e Organizzazione del “Fare Poetico”». Per scrivere nuova poesia, sarebbe stato necessario il «Rinnovamento del linguaggio poetico e della lingua della poesia, attraverso la mescolanza (alchemica) plurilinguistica e pluristilistica di atti espressivi e di stile, secondo l’esempio il modello e il paradigma dantesco (Divina Mimesis)», di provenienza alto-colta, medio-parlata, giornalistica e mass-mediatica: un messaggio e un linguaggio non-chiaro, criptico, ancipite, Ambiguo (“finché è vivo”), che solo con e dopo la morte sarebbe dovuto divenire espresso, esplicito. Con questa strategia comunicativa e con questo Codice Espressivo-Formale, tutto da decifrare, Pasolini consegnò i Segni-Segnali-Archetipi dell’unicità e irripetibilità del suo Progetto filosofico-poetico-esistenziale (e con questo noi intendiamo una sua possibile «solitaria avanguardia personale»), ben consapevole ormai della fine della poesia, della inesistenza del pubblico della poesia e dell’avvento di uno sviluppo capitalistico di cui i primi segnali erano la borghesizzazione del proletariato e la proletarizzazione della borghesia, con conseguente omologazione e massificazione antropologica, esistenziale, linguistico-espressiva e culturale.

    Le generazioni di coloro che sono nati dagli anni sessanta in poi sono ancora arrovellate all’interno della «poetica del guado», come la chiamo io, credono in buona fede di aver preso un raffreddore, lo deducono dai sintomi, dagli accessi di tosse acuta e dalla terapia a base di aspirine, e invece si trattava di polmonite. Il fatto è che c’è stato un errore nella diagnosi, nella prognosi e nella terapia. Il resto, sono i giorni nostri. Il «guado» è la fine del novecento, la fine delle ideologie, la fine della letteratura, la fine della poesia, la fine della non-poesia, la fine delle post-avanguardie e delle post-retroguardie; il «guado» è questa radura stilistica dove tutti gli stili si equivalgono nel linguaggio propozionale della comunicazione sede del post-contemporaneo; il Dopo il Moderno, a mio avviso è categoria imprescindibile, è quella che ci consente di tracciare «la linea» tra il vecchio modo di pensare il pensiero critico e il nuovo modo. Quello che vedono le nuove generazioni è la fine della letteratura, una pianura piatta dove non c’è nemmeno un’ombra, un albero, una altura, un palazzo, quello che vedono è una immensa pianura-radura e ne restano sgomenti. Noi invece, noi, della «nuova ontologia estetica», nati a ridosso degli anni cinquanta, sul crinale tra gli anni quaranta e i cinquanta, noi che siamo venuti troppo tardi, perché abitavamo il Moderno e ci siamo trovati, improvvidamente e d’un balzo, nel Dopo il Moderno, nel decennio della stagnazione politica, stilistica e spirituale, noi che proveniamo dal lontano novecento, abbiamo le idee più chiare, ci siamo mitridatizzati, abbiamo avuto dei pessimi maestri ed è stata una buona scuola. Sappiamo da dove veniamo… E sappiamo che cosa cerchiamo…

  34. Guglielmo Peralta

    Caro Giorgio, consentimi di obiettare che senza la poesia degli ultimi cinquant’anni non ci sarebbe stata quella successiva né, soprattutto, la ricerca di una nuova poesia e la NOE, che la sostiene e la “richiede”. Nobile è un’idea se è di valore, e, se lo è, è giusto promuoverla, arricchirla, svilupparla con contributi liberi da condizionamenti e da prevenzioni. Ma la nobiltà di un’idea sta anche nel riconoscere le radici, la tradizione, anche la più prossima, senza “tradirla” e cancellarla con un colpo di spugna. Non bisogna dimenticare che “siamo nani sulle spalle di giganti” e, io aggiungo, che siamo giganti che sosterranno i futuri nani, dai quali è giusto aspettarsi un minimo di riconoscenza!

  35. da http://www.letterefilosofia.com

    …Beckett nelle prose esaurisce le prose, nel teatro esaurisce il teatro. Ma lo fa senza alcuno sperimentalismo, lasciandosi indietro anche il proposito joyciano di inseguire la (nuova) realtà frenetica e compulsiva, la realtà del mondo industriale. I personaggi beckettiani, tanto Vladimiro ed Estragone quanto Molloy e Malone, non agiscono, pur agendo. Non imprimono alcuna spinta alla narrazione di cui sono parte, ogni loro gesto è tautologico, incapace di influenzare la realtà che hanno attorno. Altrove andrebbe indagata la nascita della società di massa e lo spavento nei confronti dell’invadenza della tecnica con l’emergere di questa sensazione, che è, in effetti, la sola sensazione che Beckett, raffigurando personaggi appena nominati, scarni, privi di qualunque attributo eccetto la loro carnale presenza, voglia davvero trasmettere.

    C’è anzi un’ironia compiaciuta, un’ironia che scaturisce all’esaurimento della tragica consapevolezza esistenziale di un’impotenza che andrebbe scritta con la maiuscola, nel mostrare la mediocre, meschina lotta di questi personaggi contro un mondo ridotto, una vaga ombra di minaccia che continuamente ne oscura il percorso.

    Percorso che, come altre volte accade nell’opera beckettiana (penso alle “prose brevi” e ai “giorni felici”), si limita fino all’estremo, alla riduzione massima: la convalescenza. Convalescenza in un letto, impotente, incapace di fare altro che una serie di piccoli atti che nell’universo della prosa e del personaggio (Malone, M-alone, emme solo, spogliato anche del nome) assurgono a un’eroica quanto scioccamente rassegnata resistenza. Non resistenza alla sorte, che pure è segnata fin dall’incipit: “comunque fra poco sarò finalmente morto del tutto”, ma resistenza al tempo.

    Tempo bergsoniano, interiore, che si dilata fino a un’eternità vasta e imperscrutabile, minaccioso, allontanando sempre di più l’agognata quiete (com’è quasi sempre la morte in Beckett). Bisogna quindi affrontare lo scorrere del tempo mentre si è fermi, bloccati in un letto a morire, tagliati fuori anche da quel vano lavorìo (prestito del gergo beniano) che pure ci teneva impegnati. Che si può fare dunque?

    (Michelangelo Franchini)

  36. Agenzia Letteraria Valentina Cucinella: intervista a un agente letterario

    Sara Giudice ha avuto l’occasione di intervistare Valentina Cucinella (agente letterario, autrice e giornalista) per capire, senza filtri, com’è il mondo dell’editoria dal punto di vista di un addetto ai lavori.

    http://www.letterefilosofia.com/agenzia-letteraria-valentina-cucinella-intervista-con-un-agente-letterario/#comment-160131

    Pur rimanendo tutt’ora un ambiente labirintico, nel quale è estremamente difficile mantenersi a galla, com’è cambiato l’oceano editoriale italiano negli ultimi dieci anni?

    Per parlare di cambiamento ci deve essere una volontà di cambiamento. E nell’editoria questa volontà non c’è mai stata. Ciò a cui abbiamo assistito è stato un susseguirsi di strategie adottate dagli “operatori culturali” che io continuo a chiamare con il vero nome, e cioè imprenditori, per cercare di sopravvivere. Queste strategie adottate da grandi e piccoli editori hanno generato un enorme e inutile sovraffollamento di titoli e restyling che puzzano di vecchio. Voglio andare dritto al punto: il panorama editoriale italiano oggi somiglia a un grande bordello con tante puttane. Un luogo con troppa, tanta abbondanza, ma povera di qualità, selezione e attenzione. Da una parte abbiamo i big che si sono fusi e sfusi come tanti ubriachi. Questi fanno il loro fatturato su pochissimi titoli, quelli degli scrittori già affermati e quelli degli esordienti che sono “amici” e su cui si investe pesantemente in termini di promozione per via di interessi e accordi che portano vantaggi a entrambi. In questo scenario è inutile dire che i figli di nessuno sono invitati ad andarsene affanculo da soli. Dall’altra parte, invece, abbiamo i piccoli e medi editori che crescono ogni giorno come funghi e che per sopravvivere hanno tre opzioni: 1) fare un altro mestiere e quindi dedicarsi all’editoria per hobby a discapito della qualità; 2) inventarsi corsi, workshop, eventi e formazioni; 3) pubblicare di tutto e di più. E qui andiamo al tema principale. La terza opzione è quella che, alla fine, viene adottata da tutti. Sfornare titoli per fatturare, chiedere prestiti alle banche, e tirare a campare. Il proliferare dei titoli, però, comporta una diminuzione delle copie stampate. In altre parole, abbiamo più titoli, meno tirature, zero attenzione al singolo titolo, nessuna cura dell’autore. In sostanza nessun cambiamento. Soltanto un gran casino. Certo, se ragioniamo in termini numerici, oggi fare l’editore è davvero difficile. Parliamoci chiaro: nessuno ne esce vincitore, a parte il distributore. Gli editori ci perdono, i librai ci perdono, i lettori ci perdono perché trovano sugli scaffali i “soliti” romanzi dei “soliti” scrittori oppure romanzi scadenti la cui unica utilità è proprio quella di far quadrare i conti all’editore. Ma io faccio l’agente e guardo gli interessi dei miei clienti. E i miei clienti sono gli autori. Dunque, con il massimo rispetto per editori e librai, posso affermare che in questo scenario disastroso chi perde più di tutti è proprio l’autore che riceve proposte imbarazzanti e che vede il suo sogno frantumarsi sin dalla prima tiratura. In pratica, tutti cercano di sopravvivere giocando a Monopoli con il culo degli autori.

    Qual è – se c’è – il percorso formativo “standard” per un agente letterario? Quali sono le eventuali deviazioni che questo percorso può incontrare?

    Considerando lo scenario che ti ho appena fatto, direi che il primo requisito è una buona dose di pazzia. E io sono abbastanza pazza da questo punto di vista. Ho aperto l’agenzia per insegnare agli autori a non accettare mai un no come risposta, a continuare a spingere sull’acceleratore, a non svendersi per una miseria, e a smetterla di dire grazie agli editori che ti pubblicano quasi fosse un favore. Cambiare la mentalità. È questo il mio obiettivo. Una follia, appunto. Perché è difficile. Bisogna riformattare tutto, a partire proprio dagli autori. In realtà non c’è un percorso standard. E se anche ci fosse, consiglierei a tutti di evitarlo. I percorsi standard sono noiosi, sia nel lavoro sia nella vita privata. Pazzia, voglia di rischiare, coraggio, e spalle larghe: questi in sostanza i requisiti. La mia è l’unica agenzia in Sicilia. Non sono amica di nessuno. Io lavoro e basta. Questo significa che non faccio parte di nessun giro. Ed è una scelta. Sono libera. In termini professionali, mi sono formata nell’ambiente americano prendendo lezioni proprio dagli agenti letterari americani. Nasco come giornalista, ho lavorato nelle case editrici, ho pubblicato romanzi per vedere come funzionava il sistema dall’interno e mi sono presentata ad agenti ed editori anche con nomi inventati per intercettare il trattamento riservato agli autori. Insomma, ho studiato a lungo prima di cominciare. Poi ho seguito le orme dei miei insegnanti americani. Loro tengono ben salde le redini dei diritti dei propri clienti e hanno l’ultima parola su qualsiasi iniziativa, editoriale o pubblicitaria. Ma parliamo dell’America. Nell’iter editoriale americano è impossibile pubblicare senza l’intervento di un agente. Il sistema funziona: l’autore si affida all’agente e l’agente sa di poter contare su un mercato che è abbastanza florido da assicurargli la percentuale. Qui in Italia, invece, le cose sono diverse. Cazzo, qui è tutto sbagliato. Intanto il mercato non è florido. Gli editori non assicurano nessuna percentuale perché: «Ehi, ti ho fatto pubblicare, vuoi pure essere pagato?» E gli autori… be’, gli autori non hanno capito chi è l’agente e che cosa fa. Gli autori sono diffidenti. Sono prevenuti. Pensano che siamo tutti lì, pronti a fotterli. E per certi versi fanno bene a non fidarsi. Perché anche le agenzie sorgono come funghi, promettono paradisi artificiali, ma poi di fatto finiscono per fare le marchette agli editori. In Italia vige la regola del: “Chi fotte per primo”. È questa la verità. Io non seguo questa regola. Non chiedo a nessuno di fidarsi di me perché la fiducia si ottiene con i fatti e il sudore, non con le parole. Io mi limito soltanto a fare il mio lavoro. A volte va bene. A volte va male. A volte vinco. A volte perdo. Ma lavoro e basta. L’esordio è stato assurdo. Mi sono ritrovata a discutere con editori che mi guardavano come fossi una sorta di aliena. Per loro, i piccoli agenti sono quelli che pur di chiudere un contratto dicono sì a qualsiasi proposta editoriale di merda che gli arriva fottendosene dei diritti e dei vantaggi del proprio cliente. L’obiettivo è fare numero, curriculum, andare in giro a dire: «Ho fatto pubblicare X e Y». Sì, ma come? «Chissenefrega. L’ho fatto pubblicare». Io, invece, ho cominciato a parlare di clausole da cambiare, percentuali da aumentare, diritti da non cedere, e mi sono sentita rispondere: «Lei fa così perché non conosce il mercato. Ma la perdono. È giovane». Ho guardato l’editore e gli ho detto: «Io conosco il mercato. È strutturato per fottere il mio cliente». Alla fine ci siamo accordati, ma è stato in quel momento che ho realizzato una cosa importante: in Italia non si lavora. Si fotte. Anche gli autori hanno un approccio sbagliato. Intanto pensano che l’agente sia il tizio con la bacchetta magica che ti fa pubblicare subito. E per loro il rapporto si esaurisce lì. Non è così. L’agente è il tuo confidente, colui che si prende cura dell’aspetto pratico del tuo lavoro e che ti segue durante il tuo percorso editoriale. Per dire: se un autore decide di auto-pubblicarsi, dovrebbe prendere un agente per farsi seguire nella fase di promozione. Il ruolo dell’agente è talmente importante, vario, multiforme e prezioso che un autore non dovrebbe farne a meno. E comunque voglio sfatare un mito: non è soltanto l’agente o l’editore che fotte. Spesso sono anche gli autori che, una volta ottenuta la pubblicazione, decidono di poter fare tutto da soli e cercano di fregarti. Capite? La regola di cui parlavo prima. Chi fotte per primo. Per dire, una volta ho intercettato una conversazione tra un mio autore e l’editore con il quale avevamo pubblicato. L’editore dice: «Liberati dell’agente, non ti serve più. In questo modo non le devi riconoscere neanche le percentuali». Sprovveduti e stupidi entrambi. L’autore si è fidato dell’editore il quale aveva tutto l’interesse a mettermi fuori gioco per spennarlo bene. Diciamo che l’autore ha sbagliato mossa. Ed è caduto dal ramo. C’è una mentalità del cazzo. Bisogna riformattare tutto.

    Attualmente il pubblico di lettori italiani è estremamente ridotto. In questa grave situazione, è ancora possibile sostentarsi operando nel mondo della letteratura, sia come autore che come agente? Di quali numeri hanno potenzialmente entrambi bisogno?

    I lettori ci sono. Io li paragono agli elettori che decidono di disertare le urne. Astensionismo. Insomma, se il panorama offre sempre la stessa minestra e nessuno bada più alla qualità e alla sostanza, io perché devo buttare via i miei soldi? Mi chiedi dei numeri per sostentarsi. Cominciamo da due premesse importanti: la maggior parte degli agenti non sono interessati agli esordienti perché oggi un anticipo sulle royalty di tutto rispetto si aggira – se proprio vogliamo essere ottimisti – sui 2000 euro e nel 99% dei casi un esordiente non lo riceverà mai. Numeri? Andiamo a chiederlo agli editori che si divertono a modificare i rendiconti pur di non riconoscere le percentuali. L’unico dato certo è che un autore emergente/esordiente non guadagnerà mai una valanga di soldi se non arriva al pubblico. Bene. Se io mi trovo tra le mani un buon testo so che prima di vedere il mio 10 per cento sulle percentuali di vendita, devo fare in modo che il mio cliente arrivi al pubblico. La missione dell’agente quindi dovrebbe essere quella di trovare nuovi voci e coltivarle al posto degli editori che non sanno farlo o che non vogliono farlo. È un lavoro che non c’entra un cazzo con la pubblicazione del libro e basta. Questo è chiaro? La maggior parte degli autori, invece, crede che l’agente sia come l’editore: deve guadagnare solo dalle percentuali di vendita. Ma noi non siamo editori. Io non ti faccio pubblicare. Io mi sbatto per farti crescere, trovarti la proposta editoriale migliore, curare i tuoi interessi, i tuoi diritti, e farti arrivare al pubblico. Faccio tutto un altro mestiere rispetto a quello dell’editore. Le percentuali sulle vendite sono soltanto una piccola parte dell’immenso lavoro che c’è dietro. Ci sono agenzie che scelgono di farsi pagare tutto: lettura, valutazione, rappresentanza, editing e poi un anticipo sulle spese. Altri, invece, come i Big, si fanno pagare le letture e le valutazioni, ma poi non si cagano gli esordienti per i motivi citati all’inizio. Ora, che un agente si faccia pagare tutti i servizi che offre o soltanto una parte di lavoro, be’, quelle sono scelte personali che io non discuto. Io posso parlare per me. Io faccio un lavoro sul testo e sull’autore. E so quanto vale il mio lavoro. Con me un autore cresce e migliora. Ho un processo socratico: dialogo con l’autore, gli tiro fuori le parole nascoste. Lo drogo di fiducia, stima, forza e coraggio. Non intervengo sul processo creativo, ma sull’autore e sulle sue parole. Gli insegno che se vuole farcela deve credere in se stesso, non impongo le mie idee, tiro fuori le sue. So di agenti che dicono agli autori: «Scrivi un libro su questo tema». Ma come si fa? Un autore non è un deficiente. Ha le sue idee, le sue storie. Io a un autore dico sempre che deve rischiare, non rinunciare mai. Il rischio è la mia filosofia di vita. Io ho sempre rischiato e continuo a farlo. Ho fatto pubblicare autori che erano fermi da 10 anni, una giovane commessa presa in giro da tutti perché semplicemente commessa, un autore che non credeva in se stesso e che oggi sa quanto vale e cosa può dare al pubblico che lo ama, e poi un giovane che aveva messo da parte il suo sogno. A qualcuno di questi ho chiesto un compenso per il lavoro di editing, ad altri no perché i lavori erano perfetti. Le percentuali dopo un anno sono arrivate, ho dovuto faticare per tirarle fuori, ma sono arrivate. Quante? Lasciamo perdere. Ma non demordo. La strada è lunga, difficile. Sapete che mi ha detto, una volta, un editore? «Se speri di farcela con le percentuali sei destinata a perdere». È vero. Il mio lavoro, in fondo, comincia ancora prima della pubblicazione. Ma riuscire a tirare fuori le percentuali è un mio dovere. L’autore deve sapere che io lavoro solo nell’ottica del guadagno. In altre parole, non accetto discorsi come: «Voglio pubblicare, ma non mi interessa l’aspetto economico» perché così andiamo ad alimentare un settore dove tutti, più o meno, guadagnano, tranne l’autore. E se non cominciate proprio voi autori a considerare il contratto editoriale come un contratto di lavoro a tutti gli effetti allora non c’è speranza. Chi si mette con me deve sapere che dopo la pubblicazione, con ogni probabilità, si ritroverà accanto una persona che non sarà gentile con l’editore, che litigherà, che gli dirà che non sta facendo un cazzo, e che condurrà battaglie per vedersi riconosciute le percentuali. Se un autore non è pronto a fare la guerra per cambiare il trattamento che gli viene riservato, allora non si metta con me. Una tizia una volta mi ha accusato di essere venale per le percentuali che le avevo chiesto, dopo che le avevo fatto la valutazione gratuita, e dopo che avevo trascorso ore con lei al telefono persino nei giorni di festa. L’ho mandata a quel paese. Se pretendi che io svilisca la mia professione, non ti avvicinare neanche. Il lavoro si paga. Se vieni da me e ti incazzi perché ti chiedo soldi per l’editing, sappi che sei venuto tu da me. Non sono stata io a cercarti. E io mi faccio un mazzo così per farti crescere. Sono sottopagata e spesso lavoro per autori che non si presentano neppure alle presentazioni che organizzo perché: «Ho pubblicato, va bene così». Perfetto. Andate in tipografia, stampate le vostre copie del cavolo da regalare ad amici e parenti, oppure andate da un qualsiasi editore e fatevi fottere da lui. Ma non venite da me. Con me si parla di soldi. Perché per me questo è lavoro.

    Qual è la mole di manoscritti che di solito arrivano ad un agente letterario, in media?

    All’inizio mi ero fissata una regola: rispondere a tutti. Poi i manoscritti sono aumentati, sono diventati tanti, troppi, non riusciamo a smaltire le email, ci vuole tempo. Ma rispondiamo. Anche se in ritardo, rispondiamo. A volte il ritardo è davvero notevole e allora ci prendiamo un fanculo come risposta. Ci sta pure. Da un po’, proprio per evitare attese lunghe e inutili, abbiamo deciso di cambiare le modalità: chi non riceve risposta dopo un anno è perché il testo non è andato bene. Certo, il nostro obiettivo è rispondere anche e soprattutto quando il testo non va bene per dare delle dritte importanti all’autore di turno, ma non ci riusciamo sempre. E in questo caso confidiamo nella comprensione di chi ci scrive: il rispetto per tutti i manoscritti che ci arrivano impone una lista da seguire con ordine e disciplina. Si tratta di una mole difficile da quantificare, impressionante. Ed è tutto materiale spontaneo. Per dire, a me non interessa tizio che viene da me e dice: «Ti mando l’autore X, è mio amico, garantisco io per lui. Trattalo bene». È così che funziona? Be’, non con me. C’è una lista da rispettare. Non me ne frega niente se è tuo amico. Si metta comodo e aspetti come fanno tutti quegli autori che non sono amici di nessuno.

    Qual è il numero di manoscritti che vanno in media persi nel mare delle caselle e-mail?

    Li leggiamo tutti. A stento, con fatica, ma li leggiamo tutti. A perdersi sono gli autori che, a volte, hanno fretta, decidono di non voler più aspettare e allora ti scrivono email tipo: «Ho pubblicato con pinco pallino, alla faccia vostra». Ok, buona fortuna amico. In questo lavoro vieni odiato da tutti. Dagli autori e dagli editori. È fantastico. Devi avere le spalle larghe. Io comunque la chiamo selezione naturale. Chi è impaziente se ne va. Chi resta, riceve una risposta. Ma una regola non dovrebbe mai venire mai venire meno: il rispetto. Anche quando inviate una email di presentazione. Santa miseria. Ricevo email senza l’oggetto o un saluto. Che vi costa un buongiorno o buonasera? Queste email per me vanno cestinate subito. E poi ci sono manoscritti che non meritano risposta. Libri di tre pagine che l’autore chiama: “Romanzo completo”. Tre pagine? Ok. Andiamo avanti. Il tempo è denaro. Noi ve lo concediamo gratis. Ma proprio per questo lo dedichiamo a chi lo merita, non a chi lo pretende.

    Quali sono i criteri per selezionare, fra i tanti manoscritti inviati, un buon autore? E cosa significa essere un buon autore? Quali sono i parametri della ricerca del buon autore?

    Buon autore non significa un cazzo. Devi avere il dono della scrittura. È un dono. Fanculo le scuole di scrittura dove ti chiedono 10 mila euro per ascoltare un tizio che ti dice come e cosa scrivere in base a scalette del cavolo. Scrivere è un dono. E va coltivato. Ma è un dono. O ce l’hai o non ce l’hai. Il mio criterio di valutazione è abbastanza particolare: la selezione per me comincia già dall’email di presentazione. Leggo le poche parole e da quelle capisco subito se la persona che le ha scritte ha il dono della scrittura o meno. Immagino il volto del mittente. Lo immagino mentre ha scritto l’email. Poi apro il manoscritto. C’è una storia? Ok. Leggiamo. Conclusa la prima lettura, procedo con la seconda. E questa volta leggo tra le righe. E sapete che succede? Che spesso ci trovo dentro un’altra storia. Allora chiamo l’autore e gli dico: «Senti, ho trovato questa storia nel tuo romanzo, sai che significa?» E l’autore dice sì, che sa cosa significa. Significa che qualcuno è riuscito a vedere oltre le parole e a tirare fuori la storia che lui voleva raccontare senza, però, riuscirci. Perché spesso gli esordienti hanno paura a lasciarsi andare, pensano che sia meglio andare sul sicuro e allora prendono ispirazione da chi ha già pubblicato. In altre parole soffocano la loro natura. Ho pochi parametri: la storia, la scrittura, e la persona che c’è dietro l’autore. Perché tu mi stai consegnando il tuo sogno, ma io ho bisogno di sapere che persona sei. Ho chiuso rapporti con autori che ad un certo punto si sono rivelate brutte persone o che hanno mostrato un’arroganza e una presunzione incredibile, pugnalando alle spalle manco fossero i traditori di Cesare. Ecco. Io voglio lavorare con autori che hanno il dono della scrittura, ma soprattutto una bell’anima. Perché in qualche modo io entro in contatto con la tua anima, e se puzza di merda io non voglio averci a che fare. Il rapporto che si instaura è un rapporto di lavoro, ma anche e soprattutto di amicizia e confidenza. E prima di innamorarmi del libro, voglio innamorarmi del suo autore o della sua autrice.

    Pubblicare un romanzo con un piccolo/piccolissimo editore e poi lasciare che il suddetto romanzo vada dimenticato può essere una penalizzazione o comunque un inizio per un autore?

    Io ho meravigliosi libri tra le mani, romanzi che mi hanno fatto piangere, commuovere, emozionare e che non volevo smettere di leggere. E oggi sono incazzata perché mi sento dire dagli editori: «Non conosciamo l’autore». Che significa? Che dobbiamo essere amici o conosciuti per essere pubblicabili? Ora, proprio perché ho sempre insegnato a non rinunciare, a rischiare, a spingere, e a credere, ho deciso di sperimentare con la mia Agenzia qualcosa che consentirà agli emergenti di farsi strada. È ancora presto per parlarne e non voglio fare annunci prematuri. Diciamo che stiamo lavorando per metterla in quel posto a chi ancora oggi pubblica solo gli amici degli amici del solito giro. Questo perché un romanzo, se buono, non deve essere né piazzato a cazzo né dimenticato. E qui andiamo al discorso delle piccole realtà editoriali. Bisogna fare una selezione attentissima anche sulle piccole/piccolissime case editrici. Io ho lavorato con piccoli editori. Ci sono due categorie. Quelli che fanno sul serio, vogliono crescere, e hanno creato una collaborazione con l’agenzia per spingere il libro dandomi delle meravigliose soddisfazioni in termini di scommesse. E poi quelli che non sanno fare un cazzo. E neanche ci provano a voler crescere. Sono la maggior parte. Sono quelli che a parole dicono meraviglie, poi nei fatti fanno solo stronzate. Una volta ho detto a un editore: «Ti ho organizzato per il mio autore una presentazione in questa città, in questa e in quest’altra», e lui niente. Fermo. Immobile. Gli andavano bene le prime 300 copie vendute. A quel punto ho preso l’autore e gli ho detto: «Ok, riprendiamoci il libro e cambiamo aria». All’inizio credevo che i piccoli editori volessero crescere. Oggi ho capito che non è così. Alla maggior parte non interessa rischiare. Quindi no. Non lo consiglio più. Meglio non bruciarsi l’esordio. È una perdita di tempo e spesso porta soltanto a una delusione che ti spompa fino a farti dire: «Non voglio scrivere più». Il mio consiglio per un autore che vuole iniziare è quello di affiancarsi a un agente che creda in lui e insieme valutare le diverse strade da intraprendere. Un’emergente deve delegare. Altrimenti non va da nessuna parte e resterà sempre vittima di delusioni e raggiri. Le alternative sono tante. Gli scenari immensi. Ma per percorrerle tutte, l’unico requisito richiesto è la pazienza. Dovete avere pazienza, ragazzi. Tra le varie strade da percorrere insieme abbiamo l’editoria tradizionale con il suo fascino della carta stampa e i suoi tempi biblici. E poi il mondo virtuale con la sua rivoluzione: il mercato dei libri in formato digitale, o e–book, va tenuto in considerazione. Il sistema del web è assai più efficiente di quello tradizionale. Ecco, io sto guardando questo scenario. Le percentuali garantite dagli editori sul digitale sono penose. E non è questo ciò a cui sto pensando. Penso a una maggiore partecipazione ai profitti. Penso a una nuova realtà in cui a giocare saremo io e l’autore. E immagino un futuro in cui gli editori saranno costretti a cambiare e ridefinire i modelli contrattuali. Una ridefinizione che è in corso, ma che non sta portando a risultati concreti. Amo tutto ciò che è folle e che sappia di vita. Quello che vedo attorno a me è un mondo morto. Vogliamo vivere o morire con i nostri sogni? Io voglio vivere. Ma per farlo è necessario rischiare.

  37. giorgio linguaglossa
    17 aprile 2017 alle 9:55

    Cari Amici,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/comment-page-1/#comment-34037
    stabilisco, dopo accuratissima ricerca e meditazione, la data di nascita della NOE, cioè della Nuova Ontologia Estetica, il 1972, l’anno di pubblicazione della poesia di Iosif Brodskij Odisseo a Telemaco, un documento stilistico e spirituale dove c’è già, in nuce, la diagnosi della nostra epoca: L’oblio della Memoria.

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