Giorgio Linguaglossa: L’intervento del fattore T.  nella poesia di Mauro Pierno, Dieci poesie –   Apparso come commento il 22 dicembre 2017 alle 8.25

Gif homo invadens

L’ingresso del fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia»

 

In una certa misura la problematica del fattore T. (tempo) è anch’essa centrale nella «nuova poesia». Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il Fattore T.

Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.

In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhild Carling con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del Fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

Foto true love for ever

Quella mano che non ritrovo/ quando a letto ti accarezzo

Mauro Pierno
Abbiamo bisogno di nuovi miti, commento apparso il 22 dicembre 2017 alle 18.42

Il tempo stesso presente è azione incondizionata. “Questo Natale si è presentato come comanda Iddio”… La poesia dimostra con la sua esistenza la storia…” Co’ tutti i sentimenti si è presentato! “Il passato è esistenza viva da salvaguardare.
Il poeta combatte con il proprio metodo questo presente inesistente che si sfalda inesorabilmente. ”Fa freddo, fa freddo, il freddo non l’ho inventato io.”
L’aporia non l’ho inventata io, come l’inverno di Luca Cupiello, “fa freddo…”.
Lo deve fare, è il tempo suo.

“Il advient que notre coeur soit comme chassé de notre corps.
Et notre corps est comme mort.”

“Avviene che il nostro cuore sia come
cacciato dal corpo. E il corpo
è come morto.”
Due rive ci vogliono,

(René Char-Vittorio Sereni)

*i titoli di questa piccola silloge sono tratti dal testo Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo.

*

È incominciato il telegrafo senza fili

Evidentemente come gli occhi socchiusi
che piangono, che a mente
ricordano i sogni, la vita,
la tua, Francesco, un breve scroscio divenne.
Mista così ad una giornata
di sole, la pioggia, che riconoscesti
acerba, fugace.

*

Sei vecchia, ti sei fatta vecchia!

Artistica sei
come la Maraini,
la Wertmüller,
gli occhiali sulla fronte di Squitieri,
immodificabili;
tu però anche
ti porti in fronte
la voglia matta della vecchiaia,
il sigillo canuto, lo strazio,
il canto, la voce amara di un sorriso
pieno, un cuore aspro solo
umano, in comunicato
solenne, sincera
dimenticanza d’esistere.

*

Conce’, fa freddo fuori?

Quella mano che non ritrovo
quando a letto ti accarezzo
ed i piccoli tizzoni dei tuoi piedi
che trattengo a stento,
sono le stesse smozzicate parole,
amore, che assidero
burbero, silenzioso, assuefatto.
“Fa freddo fuori ?”.
La sostanza non cambia,
sto a ripetermi che nulla accanto
mi appassiona, eccetto te,
e non so spiegartelo!

*

Scetate, songh’ e nnove

Stamani raccolti nelle
pieghe delle mani addormentate,
ripristina i tuoi sogni,
soddisfa appieno il dolore
che sopravviene, cosi come
la luce, scopriti, rianimati.
Di sovrumana eccitazione
perdurano le nostre ore;
semmai dovessi accorgerti del tempo,
a tempo respirerai.

*

O Presepio… Addò stà o Presepio?

Intanto un sogno hai lasciato
che al mattino svelandosi
hai rivestito. Un corpo fantasma,
ridicolo, inanime, esangue sostanza.
Colpendolo al volto
e più volte sul corpo
nemmeno una lacrima
un rivolo strano.
Sopravvivi di certo,
la sostanza non cambia,
passeggiando con accanto
un pullecenella di pezza.

*

O Presebbio!?
Chi è stato che ha scassato o’ Presebbio?

Quante sconfitte allineate
cadenzano; frammentano
la via e sono pure rovine
quelle che addentrandoti scopri.
Trascini sequenze d’immagini
e la sofferenza perdura
e non vengono volti
non vengono visi a rallegrarmi.
Cade perenne quest’ultimo urlo
che un cuore sepolto
palpita invano. La regola
aura son costruzioni di
sangue & mattoni,
–vie Falcone e Borsellino-; eppure
risuonano alti i boati,
gli asfalti divelti.

Rammento soltanto
un silenzio di polvere
pulviscola quiete, acquiescente &
sparsa.

*

“-…ma tu faie overamente?
-Faccio overamente!

E questa è una rivoluzione
fanno, overamente.
Di impegno entro venerdì,
caro Leopoldo,
lo smantellano il Senato,
fanno overamente;
ci toccherà allora rivedere
i parametri, i confronti,
le misure anche della poesia
ed abbattere, sfoltire
i rami secchi,
le abbondanze rimetiche,
i riverberi, le incontinenze,
dichiarare l’inutilità del verso
a verso avverso e nella nota
della salute appuntare pure “però
con qualche malattia!”

*

Questo è un altro capolavoro tuo!

Imminente lo sguardo
che ti coglie impreparato
ad osservarli adulti
già belli & cresciuti
così come semi dispersi
che giorni addietro spargesti e che
invero sopraggiunsero come
rami e tronchi ad osservarti;
chiome altissime perturbate,
remote radici, vaganti vagiti
urla di incolpevoli refoli:
allora ferirvi non era dolore
ma un perpetrare d’amore
che sopraggiungeva a strati
decomposto, vivo.

*

Niculì, questo poi…
è materia tua, te ne intendi: è corno vero
.”

L’odore fuori era di mare assolato
ed arancione,l’aria propensa d’un
adulterio salmastro e
sebbene t’avessi vista e
d’accorgermi non ne avevo voglia,
stropicciandomi gli occhi,
senza sconvolgermi rinveniva
adagio incombente una marea
antica, una canzone, mi tradivi.

*

Aspetta Pasca’… Stuta, stuta: sta parlanno

Dalla tua bici
cadendo poi
non è così difficile
mi dirai di certo
che è anche facile
simulare, adagiarsi e scomparire.

Dalla tua bici
così vicino
casuale il trapasso
un passo breve
ridicolo, accidentale.

*

E mettece duie pastore ncoppa, come vanno vanno

Si è fatta polvere
anche la nostra verità
fastidiosa tra noi
ed impalpabile. Una costante
di punti, inafferrabile,
il tempo univoco dell’inesistenza.

Abbiamo mani e piedi
di un mammifero errante,
la blasfemia dell’informatico.

Proteggici ovunque.

*
(Questo il mio augurio.Vi abbraccio tutti)

Foto volto multiplied

La poesia di Mauro Pierno nasce e si muove da una associazione per contatto

Giorgio Linguaglossa

La linea della minima resistenza nella poesia di Mauro Pierno

Scrive Roman Jakobson:

«Vi sono poesie che sono tutte intessute di metonimie, e la prosa narrativa può essere costellata di metafore… ma in fondo l’affinità del verso con la metafora e della prosa con la metonimia è senza alcun dubbio più stretta. Il verso poggia sull’associazione per somiglianza, la somiglianza ritmica dei versi è un presupposto indispensabile per la loro ricezione, il parallelismo ritmico viene percepito nel modo più vivo se esso è accompagnato da una simiglianza (o da una contrapposizione) delle immagini. La prosa non conosce un’articolazione volutamente vistosa in segmenti di uguali caratteristiche, l’impulso fondamentale della prosa narrativa è l’associazione per contatto».1]

Ecco siamo arrivati al punto. La poesia di Mauro Pierno nasce e si muove da una associazione per contatto, vuoi per il contatto elettrico con la poesia della «nuova ontologia estetica», vuoi per il contatto elettrico con altri testi, nel caso di queste poesie con un testo teatrale di Edoardo De Filippo.

Ora, queste contaminazioni per contatto, sono un caso molto frequente nella poesia degli autori della «nuova ontologia estetica», e questo non è senza significato. Come in ogni meteora che si va formando anche la poesia di Mauro Pierno si ingrossa a contatto con i gas e le piccole meteoriti che galleggiano nello spazio galattico. In questo spazio, l’associazione per contatto è il modo più proficuo e più rapido per trarre spunto dalla poesia del vicino di casa. In questo tipo di poesia, il «presente» (ovvero, l’istante, l’adesso-ora), regna sovrano (è lo stesso Mauro Pierno che lo dice e lo ripete). Il contatto genera attrito, scintille e, infine, combustione dei materiali infiammabili. E sappiamo quanto la materia poetica sia, per definizione, un materiale altamente infiammabile!

Ci soccorre ancora una volta Jakobson con un’altra osservazione particolarmente brillante:

«La linea della minima resistenza è costituita per la metafora dal verso e per la metonimia dalla prosa il cui soggetto sia smorzato o rimosso…».2]

Mauro Pierno trova giovamento da questa «linea della minima resistenza» perché proprio lì trova l’energia per lo slancio delle sue poesie, le quali hanno necessità di una spinta, di una forza applicata per iniziare la loro navigazione inerziale.

1] Roman Jakobson Note sulla prosa di Pasternak in Poetica e poesia, trad it. Einaudi, 1985 p. 65
2] Ivi, p. 66

58 commenti

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58 risposte a “Giorgio Linguaglossa: L’intervento del fattore T.  nella poesia di Mauro Pierno, Dieci poesie –   Apparso come commento il 22 dicembre 2017 alle 8.25

  1. gino rago

    “Si è fatta polvere
    anche la nostra verità”

    Versi di notevole impatto emotivo e di lacerante consapevolezza della realtà del vivere questi di Mauro Pierno. Nelle sue riflessioni Giorgio Linguaglossa lascia brevi spazi ad altri interventi, ma mi riprometto di tornare su questo ben attrezzato autore.

    Biglietto d’auguri del poeta alla madre:
    “Da quando non ci sei, nessuno più parla di te. Ma il poeta ha la memoria lunga. Dunque, ovunque tu sia, con chiunque tu sia, Buon Natale, mamma.

    Morte della madre

    I falò di Carnevale… Tu ( opaca.
    In un letto d’ospedale)
    già tutta pronta in cuore
    al viaggio fra le stelle alla tua foce
    .
    Con l’occhio nella cenere
    quieta sussurravi:«Non sprecate l’acqua.
    Lo capirete
    quando il pozzo sarà secco. Di me
    forse vi accorgerete a focolare spento».
    Per questo il mare urlò più forte
    e smarrimmo l’odore delle mele.
    Di calce spenta su quest’altra sponda.
    Chiusi nel perimetro del pianto:
    abiti neri. Veli di pervinca.
    Condoglianze appena bisbigliate.
    Colpe da nascondere
    come una vergogna.
    Contorni d’ombre. Intermittenze d’asma.
    Il tuo viaggio solitario verso l’onniscienza.

    (Luce di lampo. Eternità d’istante.
    Colloqui da iniziare con l’assenza.
    Suoni a smemorare in quei labirinti).

    Nel sole alto a candire i cedri
    il vuoto di te
    ruppe la barriera
    fra vita finta e morte. Atrocemente
    straripò quel vuoto
    come un’eco di strepiti distanti
    o di remoti palpiti sapienti. Dall’ocra
    dei licheni al fiore sui limoni
    un vento soffiò rapido sul sangue della terra.
    Prosciugò le conche. Disperse l’aquilone.

    Essiccò la casa. E in me la gioia del canto.

    Gino Rago

    • gino rago

      Leggo da pochi minuti questa e-mail a me inviata da Rossana Levati.
      Per la delicatezza dei temi che la lettera di Rossana contiene e solleva e, soprattutto, per la maniera come sempre ferma, dotta e raffinata con cui li affronta, facendoli divenire motivi di comune riflessione, la copio, la incollo e la pubblico per i raffinati e sempre più severi frequentatori de L’Ombra delle Parole, confidando nel consenso incondizionato del nostro
      Giorgio Linguaglossa, e nella con-divisione della Redazione de L’Ombra, in particolare della cara Costantina Donatella Giancaspero, oltre che nel buon gusto di Mauro Pierno.

      Lettera di Rossana Levati intorno a “Morte di una madre” di Gino Rago

      “Gino,
      non chiedere scusa per averci e avermi inviato questo nuovo dono che ricevo da te con gioia (non sai quanta!) e gratitudine.
      Avevo già letto questa poesia (“Morte della madre”) in qualche pagina on-line, la ricordavo, e ancora più preziosa mi è ora che hai pensato di mandarmela. (Non ho osato parlartene prima)
      “Morte della madre” è una poesia potente e densa, drammatica e accorata, dove il tuo amore per tua madre si addensa in parole ed espressioni “totali”, per nulla indulgenti ai sentimentalismi e alla prevedibilità.
      Capita anche a me che mentre il mondo strepita e si fa gaudente il cuore prenda altre direzioni, più intime e segrete, e abbia bisogno di un momento di solitudine e ripiegamento interiore…

      Ho letto in questi giorni di una piccola polemica sul tuo aver parlato di una poesia “al femminile”; io non la trovo per niente una definizione offensiva, anzi, se è vero che la poesia di per se’ non è nè maschile nè femminile, credo che invece esista un modo “femminile” di vivere, di stare al mondo e anche di esprimere il proprio vissuto o non-vissuto con le parole, anche in poesia, con una peculiarità di descrivere il mondo che può essere solo femminile, che nasce o può nascere anche dallo spazio (poco) che certe epoche e certe società hanno sempre dato o riservato alle donne. Non credo che sia affatto finita l’esclusione delle donne dal mondo , neppure al sud, dove anzi si scambia per ruolo attivo e positivo una certa libertà sessuale che oggi le donne hanno recuperato, ma ancora non sono affatto uscite dal cliché che destina loro sempre e comunque una famiglia, un ruolo prevedibile e inevitabile di “madre di”, “moglie di”, “figlia di”(come l’Andromaca di Omero!).

      Essere donna è anche questo; forse il “modo femminile” di vivere i sentimenti e di riconoscersi nel mondo, di cui tu parlavi per la poesia di Filomena Rago, è anche questo, ha radici profonde che stanno nella maggior fatica, per una donna, di autodefinirsi, di stabilire quale sia esattamente la propria identità, o anche solo ha radici che stanno nel vivere esclusivamente dell’amore per gli altri, come ci hanno sempre insegnato, finchè si scopre dolorosamente che questo non basta…
      Nella storia di tua madre riconosco un po’ anche la storia della mia (che vive ancora con me), donna del sud, prima figlia alla quale, per motivi famigliari, è stato impedito a un certo punto di studiare come avrebbe voluto, per poi diventare “donna di casa” e badare, ancora adolescente, a un padre e tre fratelli, poi comandata sempre a bacchetta e lasciata senza gratitudine e senza diritti in un mondo che ha sempre visto il predominio del pensiero maschile, finché poi da quel mondo è uscita…Ma anche lei è stata figlia (poco amata), moglie, madre, ora nonna…

      Tua madre è cenere, ma viva nelle tue mani,nel tuo passo sulla terra, nel tuo stesso respiro, nel tuo pensiero che le rende un omaggio così bello; forse per te il mondo è oscuro senza di lei, ti sembra secco; ma io credo che dalla sua mitezza e sapienza provenga la tua delicatezza, la ricchezza del tuo cuore, la tua capacità di ascoltare gli altri; credo che tutto ciò te lo abbia dato lei, e anche molto di più che magari io non so dire o che non conosco bene di te; le tue radici che ti legano a lei come alla tua linfa vitale sono quelle di cui ti parlavo qualche tempo fa, quando ti dicevo che la tua comprensione del mondo viene da qualcosa di più antico e segreto, che non è solo la letteratura e la poesia apprese, studiate e vissute da te con tanta passione; forse è con gli occhi di lei (e con quelli di tuo padre) che tu ancora oggi guardi il mondo, ma dev’essere lei che ti ha insegnato a farlo!
      (E quindi ti ringrazio di questo bellissimo dono, Gino.)”

      Rossana (Levati)
      Asti, 25 dicembre 2017

      • donatellacostantina

        Caro Gino,
        ho letto la lettera che ti ha inviato Rossana Levati. E, devo dire, mi ha colpita molto un aggettivo usato a proposito di quella definizione della poesia che ha sollevato un certo dibattito… ovvero la definizione “al femminile”. Scrive Rossana Levati: “io non la trovo per niente una definizione offensiva”.

        Ecco, su questo punto, vorrei precisare che non ho mai inteso tale definizione come “offensiva”, ma, piuttosto, come inappropriata, obsoleta. Difatti, se andiamo a rileggere il mio scritto, si nota l’assenza totale di parole che lascino intendere una reazione di offesa da parte mia. Io scrivo semplicemente che “non amo” tale definizione. Caso mai, emerge dal mio scritto una certa idea di irrazionalità legata a tale definizione. Quindi, al fine di fugare ogni equivoco, riporto per intero il mio commento del 24 dicembre:

        «A dire la verità, personalmente, non amo la definizione di poesia “al femminile”. La poesia è poesia: sia che la scriva un maschio, sia che la scriva una femmina. Volendo sottolineare, etichettare in questo modo, sembrerebbe che esista la poesia, da un lato, e la poesia “al femminile”, dall’altro. Difatti, non ho mai sentito parlare di poesia “al maschile”. E il solo pensarlo, francamente, mi fa ridere…».

        Ecco, nella frase finale, manifesto perfino un senso di ilarità. Non certo di persona che ha provato offesa.
        Detto questo, poi si possono fare varie analisi sul mondo femminile, che, di sicuro, risulta ancora molto penalizzato, non c’è dubbio!, dal momento che, come giustamente scrive Rossana Levati, non è “affatto finita l’esclusione delle donne dal mondo”. E, ovviamente, è logico che una donna possa trasferire nelle poesie che scrive il proprio vissuto, in maniera più o meno palese, con esiti estetici e letterari più o meno riusciti… Non serve stare qui a soffermarsi sul giudizio… Magari in un’altra sede sì, perché dobbiamo comunque riconoscere che spesso gli esiti non sono proprio troppo convincenti, diciamo così…
        Insomma, e concludo, mi premeva dire che non ho inteso come offensiva la definizione “al femminile”.

        Grazie infinite per l’attenzione.
        Un caro saluto

        • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29125
          se mi è permesso interloquire, guardate che Einaudi da molti anni pubblica solo pseudo poetesse che scrivono “al femminile” (Lidia Chandra Candiani, Mariangela Gualtieri, l’antologia femminile curata da Giovanna Rosadini etc), qui sorge un problema: questa pseudo poesia del cuore esulcerato “al femminile” è quanto di più posticcio e artefatto si possa immaginare… abbiamo fatto un gigantesco passo indietro rispetto al minimalismo di Zeichen e di Patrizia Cavalli, qui siamo davanti ad un fenomeno abnorme tutto “al femminile” ridicolo, posticcio, falso, inautentico, costruito per il pubblico mediatico.

          In tal senso credo che debbasi intendere la precisazione di Donatella Costantina Giancaspero, lei sì che ha sotto mano le quisquilie di queste pseudo poetesse “al femminile”, e bene fa a stigmatizzare questa moda, o meglio, questa scelta in politichese nel politichese del bon ton e del perbenismo del cuore esulcerato. L’ombra delle Parole non ha nulla a che fare con questi rigagnoli di mediocrità scrittoria…

          • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29128
            Non è escluso che un giorno pubblicherò e commenterò alcune pseudopoesie di queste pseudo poetesse “al femminile”, in modo scherzoso e beffardo ovviamente perché lì non c’è da scomodare nessun critico paludato, saranno sufficienti poche considerazioni terra terra…

          • Rossana Levati

            Confesso di non aver mai letto nessuna di queste “pseudo poetesse” e nessuna antologia di questo tipo.
            In realtà, pensando a un “modo femminile” di scrivere poesia, ho pensato a Saffo che, trasferendo l’aggettivo “lysimeles”- “che scioglie le membra” da “Thanatos”, cui è riferito nei poemi omerici, a “Eros”, suggerisce un nuovo ambito di esplorazione nei suoi versi: se gli eroi raggiungono la morte che distrugge e annienta le membra, le donne hanno solo l’amore come banco di prova del loro eroismo, e possono provare l’esperienza dissolutrice ma al tempo stesso rigeneratrice dello sciogliere le membra che è anche connessa, e doppiamente, alla fecondità e alla vita, non solo alla morte. Un piccolo spostamento di aggettivo ma denso di significati e conseguenze, quasi a indicare una strada, appunto, solo femminile di vedere il mondo e di stare al mondo.
            Ho pensato anche a questi altri versi di Saffo:

            “(…) splende la luna dalle dita di rosa
            tutte le stelle vincendo;
            e la sua luce posa
            sul salso mare
            e sopra le campagne fiorite,
            e la fresca rugiada discende,
            e si aprono le rose
            e i teneri timi
            e il meliloto in fiore”.
            In questo caso, l’aggettivo “dalle dita di rosa”, attributo della luna e non più, come è tradizione omerica, dell’aurora, rimanda alle immagini simboliche della fertilità femminile elencate nei versi successivi, al corpo-terra che di notte fiorisce, indipendemente dal sole – principio maschile, fecondatore dei campi di grano. Anche in questo caso, un universo parallelo e autonomo, solo femminile appunto, che non nasce da un pensiero maschile nè esprime un immaginario maschile, ma un modo appunto esclusivamente femminile di percepire e presentare le cose, ribaltando le parole “maschili” e le loro tradizionali associazioni.

        • gino rago

          Costantina cara, ho sognato sull’isola sperduta in mezzo a nessun mare, sulla isola ove mai approdò il poeta senza patria, proprio Fernando Pessoa.

          A furia di leggerlo, e di scuotermi in questa lettura, ho stabilito in sogno con l’autore di “Il marinaio” un filo onirico diretto.
          In questo sogno di ieri notte Pessoa mi ha detto: “Se dovessi sentire o incontrare Costantina Donatella Giancaspero, autrice di recente di versi da non dimenticare, dille che Pessoa le fa questo augurio: “Costantina, che gli Dei cambino pure a loro piacimento i tuoi sogni, ma non ti rubino mai il dono del sogno”.

          L’augurio di Pessoa, ricevuto in sogno, te l’ho svelato. Ed è anche il mio augurio.
          Gino (R.)

      • gino rago

        E’ un pezzo di bravura esegetica di Mariella Colonna intorno e sui versi di “Morte della madre”. Le sue parole entrano nella energia interna dei miei versi e ne svelano, come ha saputo magistralmente fare Rossana Levati, le recondite verità della morte, del distacco, della perdita, del lutto da elaborare… Mi prendo la libertà, sperando di non essere sgradevole, di copiare, incollare e pubblicare le riflessioni di fine cultura letteraria, così come le ho ricevute sulla mia e-mail, di Mariella Colonna per con-dividerle con i competenti frequentatori de L’Ombra delle Parole perché qui si parla della morte.

        Riflessioni di Mariella Colonna su “Morte della madre” di G.Rago

        “Carissimo Gino,

        è difficile dire quello che ho provato leggendo i palpiti e percorsi della tua intimità profonda, così forte e incandescente, ma ad un tempo così protetta nel segreto del cuore. Questa Madre che si avvia verso la foce “come l’acqua che scorre” pronta ad entrare nell’eternità perché solamente “figlia”, “moglie” e “mamma” e non chiusa dentro una vita che si aggroviglia nei percorsi del nulla.

        E il suo “entrare nell’eternità” così immerso nel “tutto” da far urlare il mare, e invano cercavi l’odore delle mele, quelle mele che lei raccoglieva in un grande cesto e lucidava come fossero oro e argento e poi ci faceva la crostata odorosa di grano e di frutta.

        E poi il lutto, l’assenza, il nero e il viola dei pensieri e dei veli, ma Lei, la Madre, sola verso la luce che solleva il mare…
        E ondeggia il grano sotto il sole.

        E’ un lampo, quella luce, e abbraccia tutto, la semplice vita vissuta, i figli, la Terra, Madre a sua volta. Quel vento che “soffiò rapido sul sangue della terra” ed essiccò le conche e la casa può essere la morte che annulla e distrugge, ma più è probabile che sia la morte inevitabile perché nasca la vita, è Dio stesso quel Vento possente che distrugge per creare una vita più Vita, dalla morte del seme nasce la tenera pianta e poi il frutto, dal bruco nasce la farfalla e vola via, libera.

        Ora tua mamma non è cenere: lo è solo la parte materiale di lei, non la sua anima, “forma corporis”, che racchiudeva come uno scrigno e dava forma a quella materia inerte. Noi la ricorderemo sempre…mi sembra di averla conosciuta, forse l’ho conosciuta, chissà.

        Per adesso a nome suo ti abbraccio e la ricordo insieme a te e alla cara Rossana ( Levati).Non la dimenticherò.

        Mariella (Colonna)
        26 dicembre 2017

        Gino Rago

    • caro Gino, bella poesia. Toglierei solo “Essiccò”. qui il verbo è inutile.

    • “Di calce spenta su quest’altra sponda.” -Bellissimo!-

      e noi fantasmi a riconoscere altri fantasmi
      più vivi, più “essiccati”
      “tra vita finta e morte”
      “chiusi nel perimetro del canto”
      con il lungo lancio di una poesia al vento.

      [forse Eduardo parlava proprio di morte attraverso Luca Cupiello ]

      Grazie per la lettura che vorrà dedicarmi,

  2. antonio sagredo

    Il suono della Cenere

    Ascese a me la parola intatta dai miei fili inconsapevoli e sul palco il canto
    e il suono della Cenere smorzato da serrate labbra e orecchie inascoltate.
    Al poeta fu detto: non ti basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie!
    Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.

    Cieche, come tritoni nel calvario di luminose oscurità, le stanze se ne andarono
    via da me lentamente… battelli in fuga dai moli e dai marosi! Muti gli stendardi. Non avevo che da stordire i gridi dei gabbiani che invano beccavano il sangue
    dei tramonti… i rostri pregarono le polene deformi di non sbattere sulle spume.

    Come una mazzata disattesa mi crollò quel sangue dal futuro – creature albine
    di conoscenza e di fede mi dissero tutto ciò che non ci sconvolse da tutte le disfatte e le condanne… e mi dissero gementi che m’avrebbero restituito gli occhi, ma non le mie visioni! Ero l’unico sano in un cottolengo di dislocati cerebri!

    E non pregavano per coloro che non c’erano, soltanto gli assenti non ci stupirono.
    Noi che dovremo in questo secolo di genocidi senza fine ristabilire la dolcezza
    e sui moli sorridere ai suoni e ai rintocchi della Cenere, proprio noi gli assassinati
    da Dio, dobbiamo scannare gli angeli per definizione come in un alogico assioma

    interdetto alla finzione! Il suono – di me – della Rovina – in me – dai miei gesti genera le stazioni degli Ossari… avanzi di città noi canteremo… non riconosceremo più i sobborghi dalle macerie, dai suoi fanali arsi di visioni… novembre degli arcobaleni mai è stato il mese dei morti!… è tutto l’anno in un

    secolo s’è ristretto come la legge delle visioni arse dagli occhi – e non mi silenzia il rumore di Dio! Il mio nobile disprezzo per la Storia! Il madrigale s’è oscurato per la Conoscenza! Oriente e Occidente non hanno più i monistici princìpi! E il suono della Cenere è crollato come il sangue dalle sorde ottave alle alcove… gemens, gemens!

    Credevo la Conoscenza una presenza di fedeltà, non una figura o una finzione,
    ma è un assassinio, un condursi alla forca o al rogo per soltanto dire andiamo a morire da Poeti, allegramente! Si ritrassero le stelle dalla propria luce, l’acqua, il fuoco e l’aria dalla Terra, e l’uomo dagli dei… il Nulla si ritrasse da se stesso,

    come il Tutto! Non sono un cinico, disse Ruben, sono assente come una metafora… le figure sono una tortura e non conosco la differenza fra le macerie! Accidia è là dove mi sorprendono con un Pensiero! Il resto non è nemmeno un delirio o un caos… non ho che la mia presenza: vivo per vivere e non per prepararmi a vivere!

    Basta con Dio e gli Dei! Con queste fandonie!… sono questi pastori che generano stermini: trionfi dei genocidi e delle Ceneri! Vedrete che mattanza questo secolo! Ci sarà da ridere come in una finzione di cartone, mi diranno solo su un palco è possibile! La realtà è altra cosa… ma i divani sanguinano… è ora di finirla con

    questa Terra! È una caduta di stile il Tempo! Come il mancato volo della mia Parola! Al poeta, si disse, non basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie! Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.
    Tento di piantare nel mio giardino un frutteto come Astrov, o come Antonio!

    Antonio Sagredo

    Maruggio/Campomarino, 4/11/15 agosto 2015
    (dal 4 agosto in treno Rm-Br)
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    (nel copia-incolla si sono deformati i versi-scusate)
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    • Salvatore Martino

      Carissimo Giorgio tu cancelli la mia poesia uscita da una solitudine linguistica che mi aa nuociuto… quindi cancelli “Libro della cancellazione”, che tu stesso in altra sede avevi quasi esaltato “… Cancelli quel mio pazzesco tentativo di scrivere sonetti, 122 di “Nella prigione azzurra del sonetto” (altro titolo ossimorico), che molti altri illustri critici hanno trovato una straordinaria scommessa vinta…tra l’altro scrivere 122 sonetti rimati tutti alla stessa maniera, senza mai una caduta di ritmi endecasilabici, è di per sé un’impresa temeraria se non folle… cancelli il mio “Metamorfosi del buio” che traduce in versi il tuo tanto sbandierato nichilismo. Capisco ormai il fastidio che ti ingenera la mia produzione poetica e posso anche capirlo… ma se tu fossi un po’ più obiettivo, e lasciassi alle spalle il giudizio dettato dai tuoi gusti, forse raggiungeresti posizioni molto più
      ù elevate nel tuo percorso di eccellente critico.Perdona la mia perfidia ma temo che tu non abbia letto a fondo la mia poesia, della quale persino persona a te molto vicina, per tacere di molti altri, ha tessuto l’elogio, e parlo di De Palchi.Purtroppo viaggiamo su lunghezze di onda molto dissimili anche nella musica, e temo che non potremo incontrarci mai.Per quanto mi riguarda ho ammirato la tua Belligeranza, e gli altri libri che precedono e seguono , senza alcuna restrizione di gusto. Ti lascio ai tuoi Cataldi, Dono, Pierno, Deodato etc. tutti quei pseudo poeti da te molto considerati , ai quali dedichi tanto spazio. Così va il mondo e così andava anche tanto tempo fa.

      • “Se tu evi femmina…Sei femmina, tu?”

        come un azione insignificante
        è vero prendono aria queste
        parole…”se tu evi femmina…”

        (ma questo è un dono che riconosciamo
        all’OMBRA ,parlo anche a nome e per conto
        dei molti che verranno…)

        a quest’ombra noi ci arrendiamo…

        “se tu evi femmina,
        io come padre che comanda
        e il figlio deve sottostare,
        io ti dicevo « pubblicate i post di Salvatore Martino»…

        “se io evo femmina ti rispondevo: «non li pubblicate»
        😂😂😂😂😂

    • Salvatore Martino

      Carissimo Antonio ti dico questo perché ti stimo molto come uomo e poeta,ti sono amico, ma devi smetterla a mio avviso di invadere ogni volta la Rivista di tuoi referenziali testi. Hai instaurato una consuetudine che molti stanno seguendo, così l’oggettività della rRvista stessa va a farsi benedire.

  3. Cari amici,
    ho raccolto per voi questi aggettivi, tratti da poesie che sono state pubblicate in questi giorni su L’Ombra delle parole.
    Nella mia classifica personale, al primo posto figurano: Mario M. Gabriele (Un solo aggettivo in una composizione di 22 versi), e Gino Rago ( 5 in 71 versi!). A seguire, non senza sorpresa da parte mia, Salvatore Martino (solo 10 aggettivi su 32 versi).

    Irreversibile, interdetto, inattuale, arcaico, legnoso, sinuoso, disattese, oculate, tragica, esoterica, infetta, dolciastra, disossate, liturgiche, sperticate.
    Retro gravida, comune, silenzioso, beffarda, sfaldata, solitari, vago limitrofe.
    Striato, mutilate, spoglio, fredda pungente, incappucciate, voci ambrosiane natalizie,  innocenti, ghiacciate, sepolti.
    Ariosteschi, omerici, equanime, fuggevoli, inconsapevoli, mortali, immortali, imperscrutabile, fragile, preziosamente precario, irrazionali, vasto e oleoso, bianche, migliore, alta, elegante.
    Romantica, bianca, forte, inquieta, immense, piccole, silenzioso, bel tramonto.
    Pesante, tonde, scarna, bianca, grande.
    Nera, bianca, dita insistenti, libera, labbra verticali.
    Spoglio, bianco-nero, variopinto, buia a mezzogiorno, silenziosa, grave, lunghi.
    Inerte, robusti negri, infame, brezza invadente, morbidi, dolce,  infìdo, ingannevole, cristalline montagne.

    Buone feste a tutti!

    • C’e n’è voluta di pazienza e di tempo per fare questa ricerca, Lucio! L’aggettivo non sempre è utile e necessario. Al suo posto si potrebbero adottare altre soluzioni in sinergia con il sostantivo. Per es. “la notte oscura”, si potrebbe dire: “la notte senza colori”.Poi lascio ai professori della Crusca intervenire più a fondo.

    • Salvatore Martino

      Mi onori carissimo Lucio di una citazione sull’uso parco delle aggettivazioni. Penso che in moltissimi miei testi, che tu sicuramente non conosci, è diventato ancora più stringente, Non capisco però la tua meraviglia, Mi consideri un amante dell’aggettivo mentre io rifuggo dal riempire il verso se non di sostantivi e verbi. Ti confermo invece la mia meraviglia per i progressi anche stilistici che hai mostrato nei tuoi versi,. Un anno nuovo poeticamente felice è il mio augurio

  4. gino rago

    Ottimo, preziosissimo lavoro di “vigilanza estetica antifrode” contro la ipertrofica aggettivazione. Lo sai, caro Lucio, che sin dal ciclo troiano ho scelto la forza e l’incanto del ‘sostantivo’, ben sorretto dalla punteggiatura e in particolare dall’adozione del punto fermo, in funzione antiaggettivo.
    E’ un altro decisivo pilastro, accanto al ripudio dell’ “Io” narcisistico e perdente, del nuovo corso della nostra poesia… E’ anche questa che tu adotti, caro Lucio Mayoor Tosi, una forma dell’a me caro “servire la poesia” e non “servirsi della poesia”.
    gr

  5. Il rischio dell’abbellimento c’è, come dello svolazzo e del barocchismo. A me l’aggettivo sembra troppo a portata di mano, spesso offre troppo facili scappatoie. In molti versi non ce ne sarebbe bisogno. Non lo dico per freddezza ma perché ho fiducia nell’ingegno.
    L’abbaiare di un cane si sente in giardino, alla maniera di un lampo, una saetta. Ma non è proprio così, è:
    “Il geroglifico del verso di un cane / è dipinto nell’aria sopra il giardino”.
    Ecco cosa si è dovuto inventare Tranströmer. Sono tutti sostantivi…

  6. Sì, in effetti nella mia poesia presa in ostaggio da Lucio Mayoor Tosi, ci sono aggettivi in abbondanza perché erano necessari per dare un alone sfumato alla composizione, altrimenti il mio modo di scrivere bandisce la presenza di aggettivi inutili…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29113
    Un altro modo di leggere la poesia è a partire dai titoli. Prendiamo i titoli delle raccolte pubblicate da Salvatore Martino. Eccoli:

    Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra

    Si tratta di ossimori, titoli che abitano il paradosso semantico, titoli che aleggiano un mondo favolistico (l’Assiria, Ninive, il guardiano dei cobra…), lontani dalla civiltà delle macchine di quegli anni, gli anni sessanta, con il loro portato di rivoluzioni linguistiche e di sperimentalismi, con la grande rivluzione giovanile, il ’68 che in Italia è durata fino al 1977 con lo sbocco necessitato nella lotta armata di alcune frange. Di queste convulsioni che hanno squassato il nostro paese in Martino non c’è n’è traccia, dico traccia stilistica (le uniche che importano in poesia).
    Il siciliano Martino mostra tutti i suoi tratti terragni, favolistici, mediterranei che nulla avevano a che vedere con gli sperimentalismi e gli avanguardismi del Nord… Fin qui il bene… poi ad un certo punto il poeta siciliano finirà per arenarsi in una poesia che apparirà non più in consonanza con i nuovi tempi del post boom economico e con la rivoluzione delle lavatrici e dei frigoriferi…In questa rivoluzione il poeta che emerge (a mio avviso più nel male che nel bene), sarà Giovanni Giudici, un poeta che allora era in consonanza con i tempi e di facile lettura. Una solitudine stilistica che alla fine ha nuociuto a Salvatore Martino, come nuoce ogni solitudine stilistica che si protragga per tanti anni… Infine, come accade sempre in Italia, la mancanza delle amicizie giuste e la incertezza sulla direzione da perseguire nella propria ricerca, un certo narcisimo e poliedrismo hanno fatto il resto…

  7. caro Salvatore Martino,

    vedo che non hai letto con la dovuta attenzione quello che ho scritto.

    • Salvatore Martino

      Caro Giorgio ho letto e meditato sulle tue parole che continuo a non condividere. Peccato! Per anni ci siamo intesi perfettamente, mentre adesso le nostre vie di comunicazione sembrano, apparentemente , separarsi. So che al profondo non è così.

  8. Ecco una poesia in romanesco beffardo scritta da un poeta in romanesco recentemente scomparso, Pietro Grassi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29121

    Er Natale 2010

    Abbuscati li voti in Parlamento
    subbito Sirvio s’è precipitato
    a colloquià co ‘n arto porporato
    pe trattà le questioni der momento.

    S’è stabbilita subbito l’intesa,
    per arta ispirazzion der Padreterno,
    d’aumentà nell’azzione der governo
    tutti li privileggi de la Chiesa.

    Sembra però che doppo d’avé visto
    dar celo sti du’ fiji de ‘na mignotta,
    abbi detto er compagno Gesucristo:

    «Sto Natale cor cazzo che rinasco!
    Nun vorei ritrovamme ne la grotta
    co’ Berlusconi e er cardinal Bagnasco».

    (19 dicembre 2010

    1] Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, Conferenza Episcopale italiana.

  9. gino rago

    Una delle tante oserei dire “novità” tra i poeti della NOE è quella d’un metodico, sereno confronto al fine del raggiungimento di una forma-poesia che soddisfi nella massima pienezza il gusto estetico diffuso.
    Fra Giorgio Linguaglossa e me da tempo questa consuetudine di scambio e di confronto fra testi su cui è il caso di fare interventi “migliorativi” è attiva e direi permanente. Anche nel caso di “Morte della madre” questa osmosi vitale si è fra Giorgio e me attivata. Ecco il risultato estetico finale, che a me dà appagamento pieno, dopo l’intervento da me con-diviso di Giorgio Linguaglossa.

    ” Morte della madre”
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29133
    I falò di Carnevale…
    [tu nel letto d’ospedale]
    già tutta pronta al viaggio fra le stelle alla tua foce.

    Con l’occhio nella cenere
    quieta sussurravi: «Non sprecate l’acqua.
    Lo capirete quando il pozzo sarà secco.
    Ve ne accorgerete a focolare spento».

    Per questo smarrimmo l’odore delle mele.
    Di calce spenta su quest’altra sponda.
    Abiti neri. Veli di pervinca. Condoglianze
    appena bisbigliate.
    Colpe da nascondere come una vergogna.
    Contorni d’ombre. Intermittenze d’asma.
    Il tuo viaggio solitario verso l’onniscienza.

    Nel sole alto a candire i cedri
    il vuoto di te ruppe la barriera fra vita finta e morte.
    Atrocemente straripò quel vuoto come un’eco
    di strepiti distanti
    o di remoti palpiti sapienti.

    Dall’ocra dei licheni al fiore sui limoni
    un vento soffiò sul sangue della terra.
    Prosciugò le conche.

    Disperse la casa e l’aquilone.

    Gino Rago

  10. antonio sagredo

    caro Salvatore, quel mio stile che tanto mi critichi, per primo lo ho realizzato e praticato sul questo blog: sapessi tu le critiche che mi piovvero addosso, compresa quella del Linguaglossa… ma col tempo prese piede ed ebbe successo tanto che il mio esempio fu così seguito da non imbarazzare più nessuno ed è divenuto uno dei tanti stili di questo blog.
    Ora sei scandalizzato?
    Ma tu stesso hai cominciato tempo fa a pubblicare i tuoi versi. Che poi Linguaglossa cancella qualcosa di Tuo io non ho alcuna colpa, come non alcuna colpa se poi tutti gli altri poeti mi hanno seguito, e inseguito invano!
    Ma non Ti dolere più di tanto, poiché il gioco del gatto e del topo vale anche per me su questo blog, di cui bisogna dire resta il migliore in Italia e all’estero (a giudicare dai tantissimi amici stranieri, e tutti poeti più o meno buoni ma eccelletnti traduttori).
    BUON ANNO, SALVATORE E SALVACI ALMENO TU.

    • Vorrei avere metà della tua pienezza giocosa e mi basterebbe un centesimo della tua vanità, solo per poter dire che “poi tutti gli altri poeti mi hanno seguito, e inseguito invano!”. Cosa che sinceramente mi terrorizzerebbe. Non perché non ti reputi poeta e poeta meritevole ma perché, sant’iddio!, come si fa a parlare così?

    • Non mi sono mai permesso di cancellare nulla di Salvatore Martino né di nessun altro. Ho cancellato, in passato, solo qualche insulto (che tra l’altro è materia da codice penale) ma questo per salvaguardare l’incauto che lo aveva lanciato… adesso, per fortuna non c’è nessuno che usa gli insulti, quelli che c’erano prima li abbiamo fatti accomodare al portone di ingresso.
      Però occorre che ognuno di noi adotti una auto disciplina in modo da non invadere eccessivamente i commenti con le proprie poesie.


    • Per Celia,
      Per Sagredo
      Per Salvatore Martino

      Grazie OMBRA

    • Salvatore Martino

      Guarda carissimo Antonio che io ho pubblicato miei versi direttamente solatnto pochissime volte. Magari hai ragione tu, anche perché i versi che inserisci, a differenza di altri, sono quasi sempre pregevoli. Certo hai scatenati la referenzialità, Ma pazienza, è il male comune di questa nostra epoca dominata dai selfi, Anche sopra torri e gru, pericolosamente contro il cielo. Buon anno e felice poesia.

  11. Chandra Livia Candiani è poeta che merita attenzione. Ma ne riparleremo. Ecco una sua poesia, tratta da “Fatti vivo”:

    Mentre morivo
    annegata di promesse
    piombate al fondale
    col cemento,
    mentre deglutivo mare
    non pensavo,
    elencavo pezzetti di bene
    scrostato dalla pelle:
    le ombre salvifiche
    le ciglia sotto il sole deserto
    le labbra bambine
    al capezzale del latte.
    L’angelo africano
    è un baobab
    ha radici.
    Mentre morivo
    mi prendeva una nostalgia
    che rapiva via
    verso le rapide nuvole
    e lui
    l’angelo
    teneva teneva.

    Io vi leggo tutti gli ingredienti di un trasvolo su vicende biografiche, che la poesia occulta e traspone nei suoi territori. E anche ricerca introspettiva in relazione all’onirico, quindi all’inconscio. Poi dei salti, inspiegabili apparizioni che sembrano metafore. In origine c’è lavoro destrutturante, sul linguaggio e la parola. Si torni al primo De Angelis, al dentro che nella Candiani risuona, forse ora – in questa poesia – di misticismo, ma che tempo fa era realismo di cose minute, infinitesimali. Molta della sua attenzione è stata dedicata alle cose.

  12. caro Lucio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29139
    sulla composizione di Chandra Livia Candiani permettimi di dissentire questa volta dalle tue considerazioni. Ma come si fa, dico tra persone senzienti, lasciamo stare tra letterati, a iniziare una poesia con una dizione da altoforno: «mentre morivo», ripetuta come una litania tanto per caricare la composizioe di pathos e di dolore. Chandra Lidia Candiani ha elencato, ben visibile e in esposizione, tutto un dolore posticcio, artefatto, esulcerato e infiammato; nei tre versi successivi al primo troviamo tre catacresi iperboliche (roba da far tremare i polsi), che aggrovigliano il discorso attorno al muscolo cardiaco esulcerato:

    annegata di promesse
    piombate al fondale
    col cemento,

    Purtroppo non è finita, perché al quinto versicolo troviamo:

    mentre deglutivo mare

    un’altra iperbole scritta per gabbare gli sciocchi. Ma, mi chiedo: ma come si fa a scrivere tali scempiaggini, tali esagerazioni? Forse la signora Candiani crede che in poesia ci si può permettere di esprimersi con dizioni così abnormi e innaturali oltre che esagerate? Forse la signora Candiani crede di poter épater gli sprovveduti lettori?
    Tutta la composizione è irta di frasari esagerati, frasari pinnacoli, frasari che vorrebbero farti credere che provengano da chissà quali altezze subliminali mentre invece rivelano soltanto la loro inaffondabile banalità.
    Tutta la poesia è una palestra di banalismi, un vero e proprio albero delle banane della banalità abnorme. Mi fermo qui. Non vorrei esagerare.
    Detto questo, vorrei suggerire ad Einaudi che ha pubblicato questa signora di far leggere, in via preventiva, gli elaborati della signora Candiani ad un lettore competente prima di dare alle stampe roba simile, che vuole spacciarsi per cose da altolocati dello spirito dove abbondano le molcedini del cuore in un susseguirsi sussiegoso-irriguardoso.

    Nel settimo e ottavo versicolo troviamo:

    elencavo pezzetti di bene
    scrostato dalla pelle:

    E siamo al ridicolo. Non ho parole. Mi fermo qui, è meglio. Del resto, queste mie sono considerazioni terra terra, non c’è bisogno di scomodare un critico di poesia per commentare questi versicoli ridicoli.

    • Alfonso Cataldi

      Caro Giorgio, io avevo fatto più o meno le tue considerazioni. Poi mi sono detto: forse sono io a non capire niente.

    • Caro Giorgio,
      il mio parere sulle poesie di Chandra è certo condizionato dal fatto che conosco il suo percorso artistico e di vita, fin dagli anni ’70. Fummo amici e in qualche modo lo siamo ancora. Non so riconoscere le frasi di sicuro effetto, in particolare quelle dolorose, in quanto non ho mai messo in dubbio la sua autenticità. Chandra non ha mai amato la mondanità, si è sempre mossa da sola. I suoi fantasmi sono Pasternak e la Cvetaeva, poi sugli esiti non so. Mi interessava un tuo chiarimento in proposito e l’ho avuto. Grazie. Ci devo riflettere.

      • caro Lucio,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29156
        non metto in dubbio che il dolore di Chandra sia stato autentico, ma è la trasposizione linguistica e stilistica del dolore che a me interessa… quella lì è assolutamente deficitaria, anzi, abnorme… cmq anch’io nel passato mi sono fatto condizionare dal vincolo dell’amicizia. Ti capisco.

        • donatellacostantina

          Scusate, amici, vorrei permettermi di dire che, secondo me, il vincolo dell’amicizia, quello dell’affetto vero, dovrebbe servire a mettere in evidenza e a far comprendere all’altro i lati deboli della sua scrittura.
          Grazie.

        • L’aggettivo “abnorme” dovrebbe bastare a toglierebbe il velo… Penso che questa poesia sia rivolta alle persone che credono in una vita ultraterrena. Il linguaggio e le immagini sembrano disposti per indicare un possibile disagio, quell’angelo che ha le radici di un baobab e stenta a lasciarsi andare. E’ mistico, molto mistico. Mi resta da valutare quel “mentre morivo”, che in effetti è terribilmente sbrigativo. Infantile. Conoscendola un po’, non credo sia voluto. Grazie.

          • Giuseppe Talia

            Insomma, che il caro buon Lucio ammetta, nel caso dell’amica Chandra (divinità dio-luna presso gli induisti, telescopio orbitale della NASA presso la scienza) che, “non so riconoscere le frasi di sicuro effetto”, mi pare una affermazione furba e con la coda di paglia. In altre commenti, il caro Lucio, ci sembra non abbia fatto sconti a nessuno sulle così dette “frasi di sicuro effetto”. Ne possiamo trovare a bizzeffe nei vari commenti sull’Ombra.
            “Ahi Ahi Ahi, signora Longari! Lei mi cade sull’uccello!”, scriverebbe, parafrasando, immaginiamo, Mario M. Gabriele.

            • Me l’aspettavo, solo non sapevo chi fosse morbosamente attento a questi dettagli. E bravo Giuseppe! Poi, hai una strana idea di quello che potrebbe dire o pensare Gabriele. Già questa estate chiesi a Giorgio cosa pensasse della poesia di Chandravimala, la sua risposta fu la medesima. Solo ebbi l’impressione che non la conoscesse bene. Mi sbagliavo. Tu pensa quel che ti pare.

              • Giuseppe Talia

                Noi immaginiamo. Noi possiamo solo immaginare. Pensare è da filosofi.

                • Caro Giuseppe,
                  credo che Giorgio sappia quanto mi sono costate queste parole, perché riferite a un’amica. Ci ho pensato e sono passato alle vie di fatto. L’aspetto che non riuscivo a vedere in quelle poesie è stato chiarito. E non si tratta di una cosa da poco. Voglio dirti anche che un po’ lo sapevo ma proprio l’amicizia mi impediva di prenderne atto con lucidità. Questo non toglie nulla al mio affetto per Chandra, anzi, come ha scritto Donatella Costantina lo rinforza: “il vincolo dell’amicizia, quello dell’affetto vero, dovrebbe servire a mettere in evidenza e a far comprendere all’altro i lati deboli della sua scrittura”.

  13. E se non è per “contatto” che tutto si crea e si distrugge, se non per il gioco “del gatto col topo” che tutto sopravviene
    saremmo già belli che cresciuti, polverizzati.
    (Grazie OMBRA)

    [l’inciso «ma che parlamm a ffa…»bellissimo]

  14. caro Mauro Pierno,

    ma che ci cape Pino Daniele con la poesia?

  15. L’ORRENDO CALCO(lo)

    “D’aie va’!
    demo soddisfazione ar popolo.”
    ACCATTONE – Pier Paolo Pasolini –

    l’elemento è neutro ed il colore
    infastidisce, potrei anche offenderti
    chiedendoti l’ora che a precipizio

    percepisco andata. così come vorrei
    fissarmi bussola ad ago immobile
    senza pregiudizi, così andando

    scalzi che la terra inutile avverte
    il passo, seppure poi a ripassarla lieve
    la sensazione unanime, greve,

    è quella che han fissato invano,
    che riproponesti fragile corteccia
    d’uomo il suono, infranto, eppure,

    a te grato, ascolto le miriadi di
    esistenze che affannano lingue
    e connettono dispari dissuasori

    e inevitabilmente tutte sulla
    tua giacciono e odono diritti
    d’incastro perfetto osso dell’esistenza

    quotidiana, che fummo a
    dissipare vita ed aria e luce a
    dissipare esistenza esatta;

    seppure non volgesti nullità
    a scalzi accattoni che percepivano
    fuliggine d’esistenza e ammiccante

    purezza indivisa, che propulsione
    profusa ad insaputa sapemmo
    poi abbattere nella cristianità

    che ci appartiene & conforma.
    orrenda la morte tua senza
    resurrezione, messia straziato,

    che il calco orrendo pietrificato
    a margine scolpimmo pure
    con gioia & rivoluzione ed

    estremo rimedio, commiato
    dolce dell’ osso, idea &
    Stato, misericordia & trina.

    d’un sol monumento la posa
    hai raccolto nel grembo,
    raccolta che ha tutta la speme,

    ha il profumo d’attesa
    di Proserpina lieve violata
    che quando sfiorisce ricorda

    il suo stato; tu stesso profumi
    di niente, quel niente che a modo
    hai lasciato scoperto. così siamo

    noi, fissati al presente, fragranze
    di vita promessa, ibridi vivi;
    ci scorticano il senso, quell’amore

    che fossile sotterrammo invano;
    ci scorticano il corpo, che travolto ha
    la luce, la pietà soggiogata,

    dell’incanto di un calco(lo).
    falsi fiori, eppure vergate,
    quei posticci richiami

    che avverto io uguali;
    sfioriscono pure i tuoi
    occhi con fiati sferzati

    nell’aria sottile, vinile,
    con suoni che fracassate canzoni,
    hanno un pulsare di infrante armonie,

    di infranti fracassi, infranti paesaggi;
    l’infranta esistenza in un piano inclinato.
    l’esteso tuo lembo suscita

    schianto. fugace l’amore ha
    chino il suo sguardo. le membra
    pacate son come divelte,

    pietra colpita, d’ermafrodite sembianze.

  16. Giuseppe Talia

    Giorgio ha scatenato l’anti NOE. O forse una sua aggiornata versione che brucia sotto la cenere dell’imperfezione grammaticale.

  17. antonio sagredo

    “l’anti NOE ” : il che significa che la NOE è vitalistica, se riesce a generare gli anticorpi!

  18. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/25/giorgio-linguaglossa-lintervento-del-fattore-t-nella-poesia-di-mauro-pierno-dieci-poesie-apparso-come-commento-il-22-dicembre-2017-alle-8-25/comment-page-1/#comment-29178
    Il problema che volevo sollevare non era tanto la pochezza della poesia di Chandra Lidia Candiani, che chiunque può valutare, quanto di quel circolo di “lettrici” e di “lettori” attorno alla Einaudi che decide quali autori pubblicare. Qui il problema non è una poesia o dieci o anche cento poesie deboli che un qualsiasi autore può scrivere, qui sono autori strutturalmente deboli, che non possiedono i fondamentali elementari per provare a scrivere dei testi poetici. Mi chiedo: perché mai invece di pubblicare libri inutili come quelli delle poetesse italiane caldeggiate dalla “lettrici” non vengono pubblicati i poeti europei di alto profilo? Faccio solo 4 nomi tra i tantissimi: Petr Kral e Kjell Espmark, Ewa Lipska, Ekaterina Josifova… (la lista potrebbe essere lunga!)

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