L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero. L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica, Il tempo viene messo in scatola – Le parole oscurate di papa Francesco – Riflessione sulla nuova poesia di Gino Rago, Poesie di Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino,

Foto uomini che scendono le scale

Il tempo viene messo in scatola, ecco il fattore T.

 La redazione dell’Ombra auspica per tutti i lettori e commentatori della rivista serene festività e un Anno nuovo ricco e fertile di «cose».

Giorgio Linguaglossa
22 dicembre 2017 alle 11:02

Nell’edizione serale del TG1 di ieri, la frase di Papa Francesco indirizzata contro i «complotti» è sparita: «Riformare la Curia è come voler spolverare la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti» diceva monsignor De Mérode; e Francesco ieri ha ripetuto quella frase. Giunto al suo quinto anno di lavoro sulle riforme e al suo quinto discorso per gli auguri natalizi ai collaboratori romani, il papa spiega che «una Curia chiusa in sé stessa sarebbe condannata all’autodistruzione»; «è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti”. Ebbene, questa frase è stata “oscurata”.

È incredibile, adesso siamo arrivati addirittura a CENSURARE le frasi del papa che non riescono gradite alle orecchie dei mercanti di schiavi dei Padroni e del conformismo mediatico più spregiudicato. Voglio proprio vedere se di questa frase c’è traccia nei quotidiani.

Parafrasando la frase che il Papa Francesco ha pronunciato ieri in Vaticano:

Voler fare pulizia nella poesia italiana è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti.

Foto giallo sfondo con femme and hat

Voler fare pulizia nella poesia italiana è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti

Lucio Mayoor Tosi

Lungo il viale del tempo

– oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette
e a giugno le prime aragoste

dentro la scatola bianca dei souvenir,
per un soffio, il forte vento fa tremare
le statue sui basamenti.

Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:

“Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
sono immense, o infinitamente piccole”
e “L’anello grigio del secolo scorso
potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.

– Oh, Il canto silenzioso delle lumache!

L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
Le prime Candies Blue alla frutta danese!
Il bel tramonto su Baudelaire!

A pagina chiusa, il libro narra di noi
nel Mausoleo del Parlamento.

Non un granello di polvere tra i corpi
refrigerati.

Ho lasciato il mio guardaroba
tra mille anni.

Onto Gino Rago_2

Salvatore Martino: Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua

   

Gino Rago
21 dicembre 2017 alle 18:34

Salvatore Martino

ovvero, “la poesia di Eros nel gesto controllato che riesce a farsi segno…”

“Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso…”.

Si assiste all’affiorare dei temi centrali della tradizione lirica italiana e della poesia fatta dagli insulari, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma almeno in questo brano di cristallina prosa d’arte ci imbattiamo in un Salvatore Martino alle prese con i segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio in atto che troverà nell’opera futura in via di preparazione una sua realizzazione più compiuta.

La selezione da me effettuata risponde a una lettura possibile, senz’altro parziale. Aggiungo che ho preferito esporre, bruscamente e talvolta estraendoli a forza dal corpo dei versi postati su l’Ombra, un passaggio nel quale si trovano inseriti quei segni che sembrano garantire un’illuminazione immediata, la cui matrice affettiva e nostalgica assume un rilievo specifico ma tuttavia mai incline all’arreso ripiegamento intimista.

Dalla nostalgia per i tempi a quella per gli spazi e fino al ricordo di ” amici” o compagni che fanno la guardia in sembianza di animali fedeli, Martino ci sospinge dalla parte di chi parla nei «versi oscuri della divozione», con la voce di un mitico fanciullo che viene dal Sud, un Sud isolano mai consegnato all’oblio, come fu per Ripellino, per Cattafi e soprattutto per Stefano D’Arrigo alle cui frequenze delicate accosto quelle di Salvatore Martino, almeno se mi limito a considerare i versi riportati di seguito, tratti da Pregreca”del D’Arrigo poco prima di Orcynus Orca:

da Pregreca di Stefano D’Arrigo:

“Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece (…)”

Due sensibilità poetiche ben precise e senza sforzi riconoscili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra. Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:

” I morti sono morti e basta
e freddi
perché la morte è fredda
e dio è volato
sopra i gabbiani che piangono”

onto Lucio Mayoor Tosi

L.M. Tosi – oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette/ e a giugno le prime aragoste

2 –Lucio Mayoor Tosi, ovvero un poeta che gioca con il tempo nello Spazio Espressivo Integrale:

Lucio Mayoor Tosi, “Lungo il viale del tempo”

– oh, grazie! Che immagine romantica.
… dove nascono ad aprile le cavallette
e a giugno le prime aragoste
dentro la scatola bianca dei souvenir,
per un soffio, il forte vento fa tremare
le statue sui basamenti.
Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:
“Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
sono immense, o infinitamente piccole”
e “L’anello grigio del secolo scorso
potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.
– Oh, Il canto silenzioso delle lumache!
L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
Le prime Candies Blue alla frutta danese!
Il bel tramonto su Baudelaire!
A pagina chiusa, il libro narra di noi
nel Mausoleo del Parlamento.
Non un granello di polvere tra i corpi
refrigerati.
Ho lasciato il mio guardaroba
tra mille anni.

In Picasso che Gertrude Stein dedicò al personaggio dominante dell’arte del Novecento europeo, tra narrativa e critica d’arte, la Stein ebbe a dire, fra le tante raffinate meditazioni sul padre del Cubismo, che le idee letterarie di un pittore non sono come le idee letterarie di uno scrittore.
Perché? Perché l’ “egotismo” del pittore è un egotismo assai diverso dall’egotismo dello scrittore, dall’egotismo del poeta. E Gertrude Stein più avanti nel libro articola il suo pensiero così:

“Il pittore non concepisce se stesso come esistente in se stesso. Il pittore concepisce se stesso come il riflesso degli ‘oggetti’ che egli ha collocato nei suoi quadri; un poeta invece concepisce se stesso come esistente in sé e per se stesso, perché il poeta (o lo scrittore) non vive affatto nei suoi libri: per scrivere deve prima di tutto esistere in se stesso, ma perché un pittore possa dipingere prima di tutto deve essere fatta la pittura…”.

Ecco perché per Picasso i suoi disegni non erano tracce di ‘cose’ vedute ma di ‘cose’ espresse. Insomma, i disegni per Picasso erano le sue parole, erano il suo modo di parlare.
Nel caso di Lucio Mayoor Tosi, dunque, proprio perché artista e poeta nello stesso tempo, l’egotismo del poeta è obbligato a coesistere con l’egotismo del pittore. Non sempre questa coesistenza probabilmente in lui, nella sua psiche, è coesistenza pacifica e dunque non sappiamo se scrive disegnando o se disegna scrivendo… L’esito estetico che s’indovina nei suoi versi è attribuibile necessariamente al muoversi di Lucio Mayoor Tosi nel linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale in cui tempo e spazio hanno altezza, larghezza e profondità tridimensionali e i nomi e le immagini sono disegni-parole, parole-disegni, in un continuo scambio di energie interne.
Energie interne che toccano l’acme nel verso memorabile:

“Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

Orazio parlò di “monumento” da erigere par la sua Opera, Mandel’stam, sulla scia schiumosa di Orazio, parlò anch’egli di “monumento”, Letizia Leone, forse anche per una risonanza rimbaudiana del ‘Battello ebbro’, di recente ha parlato anche lei di “monumento” anche se ebbro (Il monumento Ebbro).
Invece Lucio Mayoor Tosi parla di “statue” sui basamenti pronte a tremare sotto i colpi del vento, segno inconfondibile d’una weltanshauung tosiana incardinata sul senso del Difetto del Sé e della precarietà della presenza dell’uomo nel mondo. In piena consapevolezza della indeterminazione della condizione del poeta e del pittore in una stagione della storia dell’uomo non proprio volta verso il vero, il giusto, il bello.

Onto Linguaglossa triste

Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
– mi dice l’ombra –

3 – Giorgio Linguaglossa (“Preghiera per un’ombra” )

Questa è la preghiera per un’ombra.1
Gioca a fare l’Omero, mi racconta la sua Iliade,
la sua personale Odissea.
Ci sono cavalieri ariosteschi al posto degli eroi omerici
e il Teatro dei pupi.
L’illusorietà delle illusioni.
[…]
«Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
– mi dice l’ombra –
così, stoltezza e saggezza si equivalgono,
eroismo e viltà condividono lo stesso equanime destino.
Noi tutti siamo ombre fuggevoli, inconsapevoli
della nostra condizione di fantasmi.
Gli uomini non sanno di essere mortali, dimenticano
e vivono come se fossero immortali;
il pensiero più fugace obbedisce ad un geroglifico
imperscrutabile,
un fragile gioco di specchi inventato dagli dèi.
Tutto è preziosamente precario, tranne la morte,
sconosciuta ai mortali, perché quando viene noi non ci siamo;
tranne l’amore, una pena vietata agli Immortali».
[…]
«Queste cose Omero le ha narrate», mi dice l’ombra,
«come un re vecchio che parla ai bambini
che giocano con gli eroi omerici
credendoli loro pari, perché degli dèi irrazionali
che governano le cose del mondo nulla sappiamo
se non che anch’essi sono bambini che giocano
con i mortali come se fossero immortali;
perché Omero dopo aver poetato gli immortali
cantò la guerra delle rane e dei topi,
degli uccelli e dei vermi,
come un dio che avesse creato il cosmo
e subito dopo il caos.
Fu così che abbandonò Ulisse alle ire di Poseidone
nel mare vasto e oleoso.
E gli dèi abbandonarono l’ultimo degli immortali,
Asterione, alle pareti bianche del Labirinto
perché si desse finalmente la morte per mano di Teseo.
In fin dei conti, tutti gli uomini sono immortali,
solo che essi non lo sanno.
Non c’è strumento più prezioso dello specchio
nel quale ciò che è precario diventa immagine.
A questa condizione soltanto gli uomini accettano di essere uomini».
[…]
«Giunto all’isola dei Feaci abbandonai Ulisse al suo dramma.
Perché il suo destino non era il mio.
Il suo specchio non era il mio».
[…]
«Il tempo è il regno di un fanciullo che si trastulla
con gli uomini e le Parche.
Non c’è un principio da cui tutto si corrompe.
Il firmamento è già in sé corrotto, corruzione di una corruzione.
Un fanciullo cieco gioca con il tavoliere.
Come ha fatto Omero con i suoi eroi omerici.
Come farai tu».
[…]
«Quell’uomo – mi disse l’ombra – era un ciarlatano,
ma della marca migliore
La più alta.
Egli era elegante,
e per giunta poeta…»2]

1] Riferimento a mio padre calzolaio che mi raccontava da bambino storie di cavalieri ariosteschi
2] versi di Sergej Esenin “l’uomo nero” (1925)

“Noi tutti siamo ombre fuggevoli…” è l’apoftegma linguaglossiano che sostiene il componimento ove l’idea di “ombra” è già nel titolo. Conoscendo, da lunga frequentazione, la formazione culturale di Giorgio Linguaglossa posata su chiari e irrinunciabili punti di riferimento anche di filosofia estetica, un commento organico a questa “Preghiera per un’ombra” non può sottrarsi al mito platonico degli uomini incatenati in una caverna, con le spalle nude rivolte verso l’ingresso e verso la luce del fuoco della conoscenza. Altri uomini si muovono liberi su un muricciolo trasportando oggetti; sicché, questi oggetti e questi uomini, colpiti dalla luce del fuoco, proiettano le proprie ombre sulle pareti della caverna. Gli uomini incatenati, volgendo le spalle verso il fuoco, possono scorgere soltanto queste ombre stampate alle pareti della caverna. 

Nel mito platonico, la luce del fuoco è la “conoscenza”; gli uomini e gli oggetti sul muricciolo rappresentano le cose come realmente sono, cioè la “verità“ delle cose (aletheia), mentre le loro ombre simboleggiano l’”opinione”, vale a dire l’interpretazione sensibile di quelle stesse cose (doxa). E gli uomini in catene con lo sguardo verso le pareti e le spalle denudate verso il fuoco e l’ingresso della caverna? Sono la metafora della condizione naturale dell’individuo condannato a percepire soltanto l’ombra sensibile (doxa) dei concetti universali (aletheia), fino a quando non giungono alla “conoscenza”. Senza questa meditazione filosofica a inverare l’antefatto estetico, culturale, cognitivo che sottende l’attuale, febbrile ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa non si comprenderebbe appieno l’approdo-punto di ripartenza di questa poesia e delle sue implicazioni, nominabili in poche ma singolari parole-chiave: forma di poesia senza forma; linguaggio di molti linguaggi; astigmatismo scenografico; stratificazione del tempo e dello spazio; metodo mitico per versi frammentati; intertemporalità e distopia. Il tutto compreso in quella invenzione linguaglossiana dello “spazio espressivo integrale”, l’unico spazio nel quale i personaggi inventati da Giorgio Linguaglossa (Marco Flaminio Rufo, il Signor K., Avenarius, Omero, il Signor Posterius, Ettore che esorta i Troiani contro gli Achei, Elena e Paride nella casa della Bellezza e dell’Amore, il padre, la madre, Ulisse, i legionari, Asterione, etc.) simili agli eteronimi di Pessoa, possono ricevere la piena cittadinanza attiva che richiedono al loro “creatore” quando, altra novità di vasta rilevanza estetica in questa poesia di Giorgio Linguaglossa, “parlano” nelle inserzioni colloquiali, o nel “parlato”, dentro ai componimenti linguaglossiani recenti. 

Lo “spazio espressivo integrale” della “Preghiera per un’ombra” è il campo in cui “nomi”, “tempo”, “immagine”, “proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo [Mario Gabriele, fra questi, con Steven Grieco-Rathgeb, Letizia Leone, Lucio M. Tosi, in parte Antonio Sagredo e lo stesso Gino Rago] a costituire un “nuovo” poetico da far sentire “vecchia” ogni altra esperienza di poesia contemporanea esterna a tale campo.

[Nota.
Segnalo l’ottimo commento di Alfredo Rienzi a “Preghiera per un’ombra” (al quale non mi sono voluto sovrapporre con la mia lettura del 30 marzo 2017 – Roma, Laboratorio Poesia Gratuito, Libreria L’Altracittà, Via Pavia, 106) apparso su La presenza di Erato]

4 – Mario Gabriele (“In viaggio con Godot”)

I due poeti al centro della NOE, Giorgio Linguaglossa, già considerato, e Mario Gabriele, che stiamo considerando) nel loro fare poetico all’interno dello Spazio Espressivo Integrale, sanno che:

* il vuoto non è assenza di materia;
* l’assenza di musica non è l’affermarsi del silenzio;
* il Campo Espressivo Integrale è l’unico in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…

Esemplare sotto tale specifico aspetto è il recentissimo Libro-Poema di Mario Gabriele , con memorabile saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa, In viaggio con Godot, 69 composizioni che s’intrecciano l’una con l’altra, ma ciascuna con una propria completezza finita.

Un Libro ad architettura e struttura di poema da inserire nel meglio della poesia pubblicata negli ultimi 15/20 anni in Italia.

Ed i meriti sono etici ed estetici, stilistici e linguistici, ecc. con una abilità del poeta di nominare con esattezza e leggerezza luoghi, situazioni. occasioni,personaggi, giornali, riviste, libri, esperienze musicali, opere d’arte visive, in uno stile che definirei ‘adamistico’, pensando all’inevitabile collegamento con la corrente più significativa dell’acmeismo mandelstamiano:l’ “adamismo “.

Ma nei 69 pezzi de In viaggio con Godot  ho sentito vibrare un’adesione gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’insegna della indeterminazione del vivere e altro…L’esito estetico finale è una poesia, rubando le parole a Giorgio Linguaglossa, autore del saggio introduttivo, “atetica, non-apofantica, pluritonica, vario ritmica.”

Ne è paradigmatico il componimento numero 51.

Questo componimento, numero 51, della raccolta gabrielana si lega strettamente agli altri 50 che lo precedono e d’altro lato prepara il terreno agli altri diciotto che lo seguono, pur presentando e possedendo una propria finitezza stilistico-emotiva, una compiutezza tematico-etico-stilistica:

(51)

“Dora scrive versi.
Sorprendono le metafore e i giorni della resa.
Al Circolo Heidelmann
si replica il Partigiano Johnny.
Con Le Demoiselles d’Avignon
siamo andati a cercare Le Illuminazioni.
Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
Dora alle sette apre le imposte.
Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
Benn l’accompagna alla stazione.
-Milano- dice.- è una grande città
con tante Silicon Valley.
Puoi contattare qui la M.G.M.
per un lavoro part-time.
Poi si vedrà se andare a Boston.
C’è però un problema ed è la famiglia Salomon
che parla sempre di decaloghi
e di colombe che tornano dopo il diluvio-.
Un’altra stagione è alle porte
con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.
Domani è di scena Mrs Dalloway,
ma senza Virginia Woolf.”

Così è per gli altri 68 del libro. Ciò ben lo rimarca Giorgio Linguaglossa nel suo poderoso saggio introduttivo quando tira in ballo «Il treno del tempo».
Un tempo da Giorgio interpretato come «successione, salto in avanti, salto all’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità…».
Riflessioni linguaglossiane che sono propedeutiche all’accostamento consapevole alla cifra centrale della poesia di Mario Gabriele: le immagini. Più precisamente alle immagini metaforiche nel senso di Tranströmer, in ciò maestro indiscusso.

Mario M. Gabriele
21 dicembre 2017 alle 19:15

Caro Gino,

stai svolgendo un ottimo lavoro critico su l’Ombra, con una interpretazione dei testi disvelati nella più aperta diversificazione oggettiva e strutturale. Le definizioni anche tecniche del linguaggio aprono al lettore occasionale una strada per connettersi con la poesia di ogni Autore da te trattato. Ci sono metodi e fonti che sono indispensabili per parlare di critica innovativa, come egregiamente sta facendo Linguaglossa, dal suo “osservatorio” di ricerca operativa.Io vedo in questo vostro lavoro una specie di assistenzialismo interpretativo nei confronti del lettore.per un maggiore accentramento del “senso” poetico, che se non dichiarato può passare spesso inosservato. Per tutto questo, grazie e cordiali saluti.

 

Foto Volto arrabbiato

Attenzione prego…/ attenzione prego…/ Siete tutti in ascolto…/ prego…“il gioco non è più divertente

Mauro Pierno

Attenzione prego…
attenzione prego…
Siete tutti in ascolto…
prego…“il gioco non è più divertente
il gioco avviene quasi a nostra insaputa…
Tutti giocano e noi gli ignoriamo. Ma giocano davvero.”
Capito il guaio?
“E che vorremmo essere sempre e dappertutto…e loro giocano, e noi giochiamo, e tutti giocano…”
ma come si fa? Ad essere sempre poeti e dappertutto…ed a giocare sempre da soli?”
Con l’illusione del gioco…
Secondo tempo
La proposta:
Sudore di poesia, di incontri fissi mensili, no promozioni, no perditempo…Solo produzioni… ISTANTANEE DI POESIA…
ESTEMPORANEE DI POESIA…
AGGRAVI DI POESIA
PROGETTI DI POESIA
FINALITÀ DI POESIA
(Prodotte il quel preciso giorno, ora o momento)
e poi subito in stampa e in divulgazione.
Subito prodotte.
SCRITTO E MANGIATO!
Stop.
terzo tempo
Vedo sopra.
Grazie Ombra.
P.s. Un grande abbraccio ad A.D.P.)
e a voi pure!)

Foto clessidra

Il Tempo… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà

Giorgio Linguaglossa

22 dicembre 2017 alle 8.25

L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero. L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica

In una certa misura la problematica del fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia». Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il fattore T.

Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso, accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.

In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhild con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

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55 risposte a “L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero. L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica, Il tempo viene messo in scatola – Le parole oscurate di papa Francesco – Riflessione sulla nuova poesia di Gino Rago, Poesie di Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino,

  1. gino rago

    Un poeta estraneo allo Spazio Espressivo Integrale, un bisbiglio lontano dal plurilinguismo:
    Achille Chiappetti

    Achille Chiappetti (“L’inafferrabile presente”, Passigli, 2013)

    Achille Massimiliano Chiappetti adotta le migliori lenti, quelle di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, attraverso cui osservare e giudicare il senso epico e il grado di moralità di questa società. Tutte le sezioni della sua terza, ponderosa raccolta, propongono, perciò, con consapevolezza dei propri mezzi linguistico-espressivi, un impianto poetico di sguardo fermo sul male, sul dolore, sulla morte; ma anche di pietà profonda sulla condizione dell’uomo di questo tempo, non disgiunta dalla coscienza dello splendore della vita e della speranza, richiamando così i poeti a riassumere il ruolo che dovrebbero svolgere.
    Chiappetti si è tenuto estraneo ai fuochi pirotecnici dannunziani, al pastello dei crepuscolari, alle tentazioni fono-simboliche care al “fanciullino” pascoliano, come alla religione assoluta della poetica della parola, fiorita sui tavolini fiorentini alle Giubbe Rosse, tra gli ermetici entre deux guerres, stabilendo un contatto d’atmosfera non già linguistica, con il mito negativo della “città moderna come deserto o bordello” di Sbarbaro, a sua volta influenzato da Baudelaire e dalla cultura poetica francese, ancorché fittamente coniugata con Leopardi. Tuttavia, mentre Montale ci avvertiva che nell’opera sbarbariana (Trucioli, in particolare) “tira un vento di malattia; ma calma, quasi sorridente, quasi compiaciuta di sé” in Chiappetti la parola chiave è kairos, ovvero il tempo favorevole, nel quale ogni cambiamento è possibile, pronunciata con voce spoglia in una poesia vigile, curata, non scevra di raffinatezza, forte di quella qualità, a Guglielminetti cara, che in buona sintesi è l’equivalente armonico della rima, cui si legano i numerosi enjambements che cercano di frenare la ritmicità ossessiva del verso senza cadere in esiti prosastici, in fedeltà piena al principio, anche verlainiano, dello scontro fra aulico e quotidiano nell’accostamento del basso con il sublime.

    “Cianceremo sotto la volta del cielo:::”

    a G.R.

    “Ti devi armare di molto bagaglio, Gino,
    se vuoi venire con me: tutto l’occorrente
    che, bada, deve entrare necessariamente
    in uno zainetto piccolo e leggero,
    che non faccia perdere l’equilibrio
    o ci sbilanci quando voliamo, le braccia aperte
    a mo’ d’ali, nei sogni, che ci girano attorno,
    quando parliamo di Donne o di Adorno.
    Dovrai essere anche molto paziente:
    non sempre, lo sai perfettamente,
    riusciremo a decollare, neppure per fare
    un salto lungo circa trecento iarde
    come i fratelli Wright; eppure il mondo intero
    disteso sotto di noi si prostrerà ai piedi
    con tanti grandi uomini piccoli come gnomi.
    Mi raccomando, indossa un paracadute
    perché l’aria delle mie fantasie perdute
    sparisce alle volte improvvisamente
    e, ridendo, cadresti sul sedere pesantemente.
    Porta, inoltre, con te un buon sacco a pelo
    perché cianceremo tra noi sotto la volta del cielo
    anche se seduti al bar del pianterreno
    di un palazzone e brillare le stelle vedremo
    attraverso decine di pavimenti e solai.
    Io, per venire con te, mi sono premunito.
    Indosso ginocchiere pesanti assai, sotto
    il maglione un para-schiena come Rossi,
    un casco da astronauta planetario.
    Così, se tenterò di nuovo ad arrampicarmi
    sulla polita superficie dei tuoi versi
    ammalianti e puri e scivolerò malamente
    sui cristalli rari delle parole da te usate,
    non mi romperò né il menisco, né il mio
    piccolo orgoglio di poeta in erba.”

    Sostiene Giorgio Linguaglossa nella sua limpida nota critica:
    “Nella poesia di Chiappetti è la nostalgia che abita il «bisbiglio» del significato. Così, una sottile ma pervasiva elegia viene a invadere il dettato poetico, corretta però da un tono di distesa ironia…”.
    Proprio come rivelano questi versi destinati a G. R. (vale a dire a Gino Rago, curatore della Introduzione alla raccolta poetica di Chiappetti, “L’Inafferrabile presente”, Passigli, 2013):

    “(…) Porta, inoltre, con te un buon sacco a pelo
    perché cianceremo tra noi sotto la volta del cielo
    anche se seduti al bar del pianterreno
    di un palazzone e brillare le stelle vedremo
    attraverso decine di pavimenti e solai (…)”

    Versi nei quali il poeta con ironia triste, delicata, si scontra con l’urto permanente tra la grigia orizzontalità del quotidiano (“sacco a pelo”,
    “bar”, “pianterreno”, “pavimenti”) e la verticalità irraggiunta de
    “la volta del cielo”, mentre intoccate le stelle stanno a brillare.
    Achille Chiappetti si confronta con il fattore T di cui parla Giorgio Linguaglossa sia in questo libro “L’inafferrabile presente”, sia nella precedente raccolta “I tempi del tempo”. Ma è un peccato che questo poeta
    non tenti di osare un pò di più linguisticamente, trattenuto in una scrittura
    ‘rassicurante’ non si sa da quali freni e che si contenti, come limpidamente
    ha colto il Linguaglossa, del “bisbiglio” del significato delle cose in un tempo e in uno spazio prevalentemente premoderni.

    Gino Rago

    P.S.
    E’ un onore per la mia non gridata e appartatissima scrittura con la quale cerco di interpretare l’altrui poesia alla ricerca di autentici valori poetici
    in essa contenuti, ricevere la visibilità di una pagina a lei dedicata
    da L’Ombra delle Parole. Grazie, grazie davvero, caro Giorgio Linguaglossa.
    G.R.

    • Salvatore Martino

      Che dire della poesia di Chiappetti apparsa sull’Ombra, quasi un impatto devastante per commozione, profondità,dolcissima e amara celebrazione dell’amicizia. volta mi domando perché al promo ompatto subito riconosco la vera poesia… e non ho risposte.

      • gino rago

        Salvatore, è il tuo un atto di com-partecipazione poetica al moto affettivo di Achille Chiappetti verso di me. A nome di Achille ti rispondo io perché suppongo,
        non avendo sue notizie da molto tempo, che avendo la figlia Alessandra a New York , figlia cui è tanto legato, possa esser da lei.
        Gino Rago

  2. Ricevo e posto questa poesia di
    Adeodato Piazza Nicolai

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29027
    INVERNO PATAVINO 2017

    Sei corvi sulla punta dell’abete
    cielo striato di rosso-grigio,
    due betulle mutilate, rami
    maciullati come moncherini.
    Un noce spoglio di fianco alla casa,
    aspetta la neve che tarda
    a fioccare. Aria fredda pungente
    sotto lo zero; incappucciate
    bambine saltellano gioiosamente.
    Anche quest’anno
    l’inverno bussa alle porte graffia finestre
    s’appiglia ai balconi. Penso alle cupole
    del Santo: invocano raggi del sole;
    nella Basilica voci ambrosiane natalizie,
    sguardi innocenti appesi al presepio.
    Fuori, barboni vicino ai portoni
    soffrono con le mani ghiacciate.
    La gente passa, abbassa la testa,
    se ne va, cieca, senza parlare …
    Dov’è nascosto il Natale? Sceso
    dalle montagne dove, bambino, ogni
    dicembre creavo presepi con muschio
    bacche, rami d’abete larice e pino: sono
    sepolchri sepolti sotto le nevi del tempo.

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Padova, 23 dicembre, ore 12:54

  3. Ricevo e pubblico questa poesia di

    Giusy Frisina
    L’isola senza tempo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29028
    Siamo rimasti
    prigionieri dell’Isola
    detta “della chiave perduta”
    dove più tempo non esiste
    per uno strano incantesimo
    voluto da Dio
    e da sua figlia Poesia.
    E solo per noi
    l’ attraversano tempeste e
    alberi di navi si squassano
    sulle rocce ostinate
    dolci ed amare
    con spruzzi d’acqua e vento
    sulla costa che pure vuole
    solo mare da amare
    fino al suo sogno
    madido e pazzo di sé
    ormai senza alcun pianto
    né alcun rimpianto di noi:
    i suoi migliori allievi.

    Giusy Frisina da “Ddove finisce l’amore”, Edizioni Minotaurus, 2015

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29032
    Mi sono appena comprato un nuovo spazzolino da denti. Il più grande che ho trovato.
    Gino Rago ha già detto tutto e, per non fare danni, è meglio che io mi astenga da ulteriori commenti. Vorrei però complimentarmi con Giorgio Linguaglossa per la sua poesia “Preghiera per un’ombra”: scorre, la narrazione è avvincente, i temi sono alti e da par suo filosofici: se erano così i racconti di suo padre, capisco che deve esserne rimasto affascinato.

    Della poesia di Mario M. Gabriele dico solo questo: in 22 versi ho trovato un solo aggettivo (grande) !
    A Mauro Pierno vorrei dire, anzi, gli offrirei un pacchetto di sigarette: servono pause, non per pensare ad altro o per sbollire qualche emozione (che tanto, come dice Giorgio, al presente non ci si può stare dietro. Se mai nel mentre, di lato), a volte per poter trovare risposte – risposte da dentro, non da fuori – bisogna aspettare. Nel libro La filosofia del tè, di Giorgio Linguaglossa, il maestro Osho, prima di dare la sua risposta al quesito di un suo discepolo, aspettava anni, che il discepolo mettesse su famiglia e invecchiasse. Infine non rispondeva ahahahhhh!

    • … dimenticavo Salvatore Martino. Ho molto apprezzato anch’io i versi selezionati da Giorgio. Li ho immediatamente riconosciuti come aderenti alla NOE. Una vocina mi sta sussurrando che Martino potrebbe aggiungere una nota musicale, dell’armonia dentro lo zigzagare cubista di noi “frammentisti”. Non vorrei che se ne rendesse conto – sono cose delicate – però sì, non c’è da temere (riflussi): Martino è un poeta di grande esperienza. Quindi mi inchino.

      • Salvatore Martino

        Carissimo Lucio il tuo “inchino” mi commuove. Quei versi appartengono ad una stagione antica,parliamo del 1969, che poi siano in qualche modo in sintonia con il dettato della NOE, non lo metto in dubbio, Solo ti faccio notare che la precedono di cinquanta anni. Ho notato che le tue poesie hanno raggiunto una dimensione molto più profonda e personale. appartieno ai poeti ai quali la NOE ha fatto bene.

  5. caro Lucio,
    io qualche giorno fa ho acquistato ben 3 spazzolini da denti in offerta a € 4,75, marca Mira. Un’ottima marca, sono spazzolini veri, e non finti!!! tolgono il tartaro che è una bellezza!!!

    Il maestro Osho di solito non risponde ai suoi allievi, o meglio, risponde dopo dieci anni o venti anni… Anche perché interrogare, scomodare il Maestro è un atto di basso livello, un atto plebeo. Il Maestro Osho in realtà risponde sempre ma lo fa con qualche gesto silenzioso, o inconsulto, tra le righe di un altro discorso, lo fa talmente bene che la risposta sfugge anche al suo creatore, cioè IO che gli ho dato la nascita. Eppoi, non vedo perché si debba rispondere ad una domanda mal posta o posta con furbizia, qui (dico nel giardino di Osho) non siamo all’agorà, siamo nel peripato, dove sono consentite soltanto le domande «vere». Gli allievi devono prima di tutto imparare a formulare le domande «vere». Se non imparano questo, a che scopo Osho dovrebbe rispondere a domande mal poste o che non richiedono una risposta «vera»?.

    Oggi che circola tanta carta stampata con dentro delle parole, oggi non credo che un novello Osho risponderebbe mai ad alcuna domanda, perché esse domande sarebbero inficiate dall’alterigia del disprezzo!

    A che pro spiegare ai sordi e ai ciechi che scrivono miliardi di parole risibili e vanitose?
    In realtà, la «nuova ontologia estetica» non dovrebbe spiegare niente a nessuno (e qui ha ragione Mario Gabriele), non c’è niente da spiegare. Dopo che si sono lette le poesie di Gabriele, di Anna Ventura, di Steven Grieco Rathgeb, di Costantina Giancaspero, tue e di Gino Rago etc., cos’altro c’è da spiegare? Niente, non c’è niente da spiegare, è già tutto lì…

    Nonostante tutto ciò, noi continuiamo a spiegare ai sordi e ai ciechi delle cose che essi dovrebbero già sapere da sempre. Se non le sanno non le apprenderanno mai…

    • Non per vantarmi ma il maestro Osho, quello che fu in carne e ossa, sapeva leggere la domanda che stava nascosta nella domanda pronunciata. E per i discepoli erano guai! Ma il tuo Osho non è per niente male: se non rispondeva… al discepolo toccava di capire che doveva essere maestro di se stesso. Il tempo della risposta non dipendeva affatto dal maestro. Questo almeno io ho capito leggendo il tuo libro.
      Piaciuto molto. Io lo consiglierei: poesia passa (anche) di lì, altrimenti è solo linguaggio.

  6. donatellacostantina

    Una poesia per tutti voi, cari amici de L’Ombra, e una canzone, con i miei auguri di cuore per un sereno Natale.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29035
    ***

    Anche il cielo ha concesso una tregua.
    Un riverbero di voci spalanca il cortile.
    In tempo, per la luce che resta
    sulle corde tese dello stenditoio condominiale.
    Sufficiente per vedere in controcampo
    la trama della tarlatana, mai ingiallita;
    di un biancore, anzi… Richiama
    il panetto di magnesio da 55 grammi, poggiato sulla mensola,
    la velatura pomeridiana della luna.

    Comprese nel proprio umore madido,
    le stampe asciugano ordinate in silenzio, sullo stendino.
    A due a due, tra i cartoni. Ci restano fino a domattina,
    se la notte si solleva col vento.

    «Prendi l’asta, che abbasso la serranda…»
    «Hai chiuso l’inchiostro?»

    Un residuo di nero tuttavia rimane sotto le unghie,
    anche se si lavano più volte, se l’acqua scorre con foga
    dal rubinetto della nuova abitazione.
    Da tempo, gli manca qualcosa: un dettaglio di poco conto,
    un vezzo decorativo… E non si fa più caso.
    Ma è qui, tra lo specchio e il presente.

    (Donatella Costantina Giancaspero)

    ***

    Buon ascolto e Auguri!!

    ***

    E, a chiudere il mio omaggio, una poesia (una scelta a caso) di un autore ceco contemporaneo, che considero tra i miei maestri odierni: Petr Král

    Paese di naufragi

    Siamo qui entrambi, ma nello scorcio; per metà in ciò che c’è qui,
    per metà in ciò che manca,
    senza pressione: condividiamo un dormiveglia, la completezza
    del vuoto incagliato tra i rami sulle nostre teste,
    la gloria, che ci evita con discrezione,
    finché non si riversa, intera e senza macchia,
    anche attraverso l’orizzonte dei corpi.

    Ancora all’ombra della costruzione orfana cadiamo soltanto a lungo
    verso il bordo delle nostre convinzioni, ai piedi del silenzio
    fiammeggiante dall’alto nello sguardo opposto, nel volto nudo
    colto dal crepuscolo serale
    nell’imbarazzo dell’incompletezza.
    A tratti un libro riposto o un pettine si freddano nella polvere.
    Sull’erba del terrapieno bruciato, sulla sella della collinetta vicina
    il vuoto intanto si accresce – di cicatrice in cicatrice –
    nella nuova casa chiara.

    (Petr Král, Tutto sul crepuscolo, trad. di Antonio Parente – ed. Mimesis)

    Donatella Costantina Giancaspero

    lettura di una poesia di Petr Král e della lettera inviata dal poeta ceco ai lettori italiani.

    (Petr Král)

    Evo Moderno

    ad Yves

    Gli eroi sono andati via;
    al loro posto infila il corridoio
    soltanto il sospiro di spettri di flanella,
    nel cassetto a ricordo dell’antica gloria del corpo
    soltanto un ciuffo di peli dimenticato.

    Niente allori, maschere dorate di collera o benevolenze divine:
    solo un busto stinto senza faccia all’angolo della mensola,
    scarabocchiato rapidamente dal gesso della paura.

    La breccia del fulmine passa senza fretta
    per la grigia pietra del cielo.

    I lampioni sono comunque tornati all’imbrunire,
    per continuare a vegliare le stoffe nel silenzio dei negozi.

    *

    La lettera di Petr Kral avverte i lettori italiani abituati ad una poesia «melodica», che si troveranno dinanzi ad un diverso tipo di poesia che impiega un concetto di «reale» molto diverso da quello perseguito dalla poesia italiana del secondo Novecento, ovvero, un «reale» statico che sta al di qua dell’io contemplativo che invoca una scrittura elegiaca o anti elegiaca (la differenza è di secondaria importanza). Quello di Kral invece è un concetto di poesia che fa uso intensivo e interattivo delle immagini stranianti, unite però da un filo rosso ben preciso che affida al lettore una grande responsabilità nella interpretazione e ricostruzione mentale della poesia. Quella del poeta ceco è una interessante versione di un nuovo concetto di poesia finalmente liberata dalla coazione mimetica.

    • In un momento di riflessione sono andato a rileggere le antologie pubblicate da Giampaolo Piccari con la sigla Quinta Generazione, e mi sono soffermato a leggere i testi di poeti come Allegrini, Cavicchia, Creati, Giacomucci, Pamio, Sablone,ecc., per l’Abruzzo; ma il discorso vale anche per le antologie della poesia in Calabria,e del Nord. Ebbene, confrontando queste poesie con quelle che girano sull’Ombra, appare evidente una grande differenza, a tutto vantaggio di queste ultime, con esiti estetici di varia calibratura, soprattutto per la maturità linguistica e culturale e di non appartenenza alla poesia lirico-ermetica o neorealistica degli anni 70-80.Uno stille dalle sfaccettature diverse, perché sono mutati i tempi di fascinazione del viaggio poetico.E’ la corda del tempo a mutare la musica nella poesia. I solisti della NOE sono consapevoli che la loro produzione non è un assalto alla Tradizione, ma l’oggettiva necessità di ricambio estetico necessario alla sopravvivenza della stessa poesia.Seguo con molta attenzione gli esiti poetici di Lucio Mayoor Tosi il quale si addentra nel tessuto vivo del frammento, seguito da altri poeti che formalizzano i loro esiti, ogni giorno. Una poesia di Sagredo, mi ha colpito,diversamente da come opera, eppure sta a dimostrare che non è difficile entrare in comunione con la NOE. A volte penso anche a Mariella Colonna, a Francesca Dono. Altri poeti, come Steven Grieco, Linguaglossa ecc.e anche i non nominati che qui non cito,ma che fanno parte di questo Gruppo, sono già sulle linee aeree, come dice Gino Rago. Ma questo non vuol dire fare viaggi Low Cost.E’ chiaro che qui non si vuole convincere nessuno, né chiamare con il corno inglese eventuali adepti. Esiste una prova inconfutabile che è la produzione formale espressa ogni giorno sulla Rivista, che si propone come soggetto culturale di ampie proporzioni. Non credo che una persistente opera di demolizione, tra i non affiliati, possa demolire lo status quo in cui si muove la NOE. Sarebbe la riprova di come in Italia più della democrazia impera la democratura poetica.

      • Questo gruppo di poeti e ricercatori, eterogeneo e ricchissimo, sta scavando, cercando ognuno il proprio linguaggio dentro il nuovo linguaggio del tempo.
        Un grazie a Mario Gabriele, portatore qui – tra poesia e riflessione poetica – di una parola incisa, ma sempre nuova.

        • Grazie del suo gentile riscontro. E’ un cammino difficile quello che stiamo attraversando, non immune da critiche e obiezioni, così come fu per il Manifesto di Giuliani e Sanguineti, sull’Avanguardia. Ma andiamo avanti lo stesso, proponendo i nostri lavori con convinzione e serietà. Si tratta di credere in ciò che si fa per la ricostituzione della poesia e di una Nuova Ontologia Estetica. Se poi ci chiedono maggiori informazioni, basta collegarsi alle pagine precedenti, dove affiorano le linee -guida di questo consorzio poetico, aperto a tutti, ovviamente. Basta crederci e seguire sulla Rivista le proposte innovative.

          • Ciò che – ho notato – spesso non viene compreso nella sua interezza (forse siamo i primi a battere la strada in questo modo), e che sì, esiste il collante, il glutine tra noi poeti NOE: ma non è quel che ci si aspetterebbe, ovvero osservanza di regole a priori. No, ciò che ci spinge come un’onda nella stessa direzione, è proprio il vacuum, il vuoto poetico, la volontà ognuno con il proprio personalissimo stile, con la propria poetica, di trovare queste nuove istanze. E, una volta raccolte, fatte fruttare: ma, ripeto, è una prima volta! E dunque siamo tutti noi, i primi, a guardare con stupore a questa fioritura.
            Un augurio di Buon Natale, Mario Gabriele, e ancora buona ricerca e buona scrittura.
            Chiara

        • londadeltempo

          In viaggio con Godot

          Di Mario M.Gabriele. Roma 2017
          Edizioni Progetto Cultura, Collana “Il dado e la clessidra”
          Diretta da Giorgio Linguaglossa.

          Appunti di lettura di Mariella Colonna

          Entriamo subito in argomento: “il viaggio”, nel titolo, potrebbe essere metafora della vita, ma la definizione è costrittiva, è anche “oltre” ed altro, c’è l’intrigante insieme dei legami culturali, dei ricordi, della comunicazione con l’al-di-là e dall’al di-là.. Nella prima poesia c’è una Nascita che è aspra e arreca sofferenza, come la Morte.
          E David nasce vicino all’Unde Malum. Quello di Mario Gabriele è un “raccontare” per ricordi, per analogie, per simboli e con tanti riferimenti culturali più complessi che velano il mistero della “cosa in sé”. Sull’argomento cito Giorgio Linguaglossa:
          “Il carattere logocentrico della metafisica viene svelato per quello che è: una condizione limitata alla “Presenza delle cose”. Ma, se le cose non sono presenti, e forse non sono altro che parte di un gigantesco ologramma, ecco che il “frammento” si incarica di svelare che il loro “essere” non è che ologrammi proiettati sulla pagina bidimensionale dell’apparenza.
          E’ però singolare la presenza del frammento in Mario Gabriele: egli, come la sua Evelyn, non svela mai tutte le carte, in particolare l’ultima. Fa “esplodere” alcuni significati, ma si guarda bene dal rivelarne altri, che serpeggiano nel testo creando aspettative, per poi sfuggire in modo sapiente all’attenzione di chi legge.

          Ed è proprio questa capacità che il poeta ha di presentare e poi sottrarre allo sguardo curioso del lettore la messa fuoco della “cosa” da due a tre e ulteriori dimensioni che rende la poesia di Mario Gabriele un evento unico nella storia recente della nostra letteratura: egli colloca i suoi frammenti in coordinate studiate con rigore scientifico con lo scopo e il risultato di far cadere l’attenzione sull’uno o sull’altro degli argomenti o personaggi…e, dopo aver acceso l’interesse, si allontana a distanze cosmiche, medita e ci fa meditare, mentre con altre rapide sequenze già la sua amorosa attenzione si orienta e ti orienta, tanto per fare un esempio, alla sofferenza patita dalla farfalla

          “prima di volare sul concerto
          per pianoforte e orchestra di Richter”.( CANTOS, p.30)” Poi altra virata:

          “Donna Evelina piantò le orchidee nel giardino.
          Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.
          Un abate ci invitò a salvare l’anima….
          “…Un cappellino di velluto rosso
          accolse le lacrime del cielo
          come un’acquasantiera.”

          C’è, nella poesia di Mario Gabriele, il Novecento mitteleuropeo, in particolare direi una congenita intesa con lo stile britannico: pensiamo ai Beatles e ai Pink Floyd, che sembrano entrare spontaneamente nei versi del poeta, all’ironia e al distacco del nostro autore dai facili sentimenti. E, per affettuosa parentela linguistica non certo caratteriale, inevitabile la “collusione” con l’american stile (Andy Warhol e la Pop-Art, Keith Haring) nel suo travolgente esserci ovunque nel mondo, soprattutto nella mente dei giovai e dei poeti.
          La cultura di Mario Gabriele è ampia e profonda, senza pregiudizi e si intreccia a forme anche diverse di esperienza scritturale, con grande libertà di scelte: il pensiero va alla parentela con il Surrealismo (Magritte, Escher), resa meno astratta e, oserei dire, più mediterranea dal clima e dallo stesso orientamento geografico in cui prende vita l’opera poetica di Gabriele che ogni tanto si materializza in immagini del tutto imprevedibili, espressioni di pura poesia “senza frontiere”. Alcuni esempi:

          “E’ un giardino il tuo pensiero. Primavera ci guazza dentro.”;

          “Non è colpa di nessuno / se la stagione si è dimenticata del ciliegio.”

          “Il tempo mise in allarme le allodole.
          Caddero èmbrici e foglie. …
          …Appassì il campo germinato.
          Tornarono mattina e sera.
          Suor Angelina rese omaggio ad Aprile
          Tonato con le rondini sul davanzale.
          Restare a casa la sera,
          calda o fredda che sia la stanza
          è trascorrere le ore in un battito d’ala. …

          La lettura di “In viaggio con Godot” non è facile , non essendo facile la scrittura innovativa di Mario Gabriele (non doveva essere facile neppure ai contemporanei di Dante leggere Dante), che evita con rigore i luoghi comuni e non si adegua alle mode del tempo, pur essendo profondamente radicata nel suo tempo.
          “In viaggio con Godot”è stimolante, per chi si interessa ai percorsi della nuova poesia, e assolutamente mai autoreferenziale, qualità oggi, tra le più apprezzabili e rare, che egli condivide con l’amico poeta Giorgio Linguaglossa.
          L’originalità del linguaggio e la cultura non sono esibite, ma controllate, nella consapevolezza che qualunque concessione all’Ego allontana dalla “conquista” dell’Essere ottenuta grazie alle misteriose alchimie tra Essere e non-Essere a cui si rivolge, in noi, il Fantasma di Lacan: e questo per rendere possibile, attraverso la scrittura, un nuovo approccio all’Essere ridotto oggi all’inespressività dalla banale e anonima uniformità del linguaggio unico (che poi è quello del consumismo ancora dominante).
          La forza dirompente della poesia può avere una grande funzione catartica nel cuore malato della nostra società sia nel caso di singoli individui che di collettività soprattutto giovanili sotto la minaccia della droga, dell’alcol, dell’auto annientamento: i poeti dovrebbero prendere coscienza del proprio ruolo e farsi carico di questa responsabilità nei confronti del mondo in cui vivono diffondendo tra i lettori con ogni mezzo la passione per la parola poetica e la sua energia che, in alternanza e anche in contemporanea, distrugge e crea, crea e distrugge mantenendo in vita il pensiero e le opere del pensiero.

          Sul piano dei valori portanti del nostro autore l’ultima poesia del libro è una sintesi di scelte culturali che alimentano la sua vita ( p.106 ), e oscilla tra la nostalgia che sfuma verso l’ironia e l’ironia affettuosa che rende meno doloroso l’addio a cose e persone care, una costante nel linguaggio poetico di Mario Gabriele.
          E concludiamo lasciando a lui la parola:

          “… Ascoltami Zonin: -la tempesta non fa più paura,
          ma rimane l’orso-vento a graffiare la pelle di Ketty-.
          Ci sono stati eventi da dimenticare,
          lutti che ancora ci appartengono. …
          A Londra, Sotheby’s mette all’asta Impressionist & modern Art.
          Ci sono Monet con La place a Trouville,
          Picasso e Toulose Lautrec,
          un paesaggio di Van Gogh e poi Cèsanne e Sisley,
          Pissarro e Redon, ma il vero clou per il battitore
          è La danseuse dans le fauteuil, sol en damier di Matisse del 1942.
          ……………..
          All’uscita dal Falun Folk Music,
          dove BB King e Rùben Gonzales davano il meglio di sé,
          come due usignuoli in una notte di mezza estate,
          indecisa, tra una lettera e un messaggio,
          inviasti una cartolina-family,
          datata 6 gennaio 2002 a Max e Joseph,
          con le renne e Santa Claus,
          due o tre versetti alessandrini ed enjambement,
          è stato tutto il tuo cadeau de coeur
          prima di smarrirti nel freddo del pianeta
          a parte i baci e abbracci e qualche notizia dal Berliner Zeitung.”

          Grazie, Mario Gabriele,

          Mariella

          • Cara Mariella, leggo con molto interesse il tuo commento che ha portato in superficie il mio pensiero poetico, ringraziandoti vivamente. Nei miei testi il senso è libero di agire, non essendo legato ad alcun vincolo,e come dice Giorgio Linguaglossa nella sua Intervista propostami a suo tempo, ” è un evento in forma di frammento in rovina”. Hai trovato nella tua acuta osservazione, collegamenti culturali con personaggi della letteratura Mitteleuropea, accanto ad artisti come Andy Warhol, Keith Haring, Bresson Eliot, Pound e tanti altri, da me rivitalizzati, per collusione estetica ed esistenziale la cui citazione è stata giustificata su alcune pagine di questa Rivista.Grazie, ancora una volta, per il lavoro svolto e per il centrum critico. Con i migliori auguri di Buon Anno e di fervido lavoro poetico.

            • Giuseppe Talia

              Alla fiera della media e piccola editoria di Roma, Più libri più liberi, ho comprato il libro di Mario M. Gabriele “In viaggio con Godot”. Meno male, dico, che non l’ho ricevuto in dono con dedica. Comprarlo, invece che riceverlo (con dedica) mi pone al riparo dalla successiva lettura.
              Mi dispiace solo che dopo la lettura, io e Federico (fotografo) abbiamo perso di vista gli amici, Steven, Giorgio, Letizia, Sagredo, Donatella. Fa niente. Abbiamo comprato i libri che pensavamo di leggere. I libri giusti, insomma.

              • donatellacostantina

                Giuseppe, no, non dire così! Io ci sono sempre!! E Giorgio anche, con tutti gli altri amici. Se pensi questo ci dispiace… Siccome non so come raggiungerti, ti scriverò alla mail. Ma, credi, tu e Federico (ottimo fotografo che ringrazio per le belle foto) siete sempre nei nostri pensieri.
                Un abbraccio affettuoso a voi e auguri grandi di buona fine e buon principio d’anno!
                A prestissimo…

                Costantina

              • caro Giuseppe,
                è molto semplice il rebus, dopo la presentazione siamo andati tutti allo stand di Progetto Cultura a parlare con l’editore Mauro Limiti, siamo stati un po’ in compagnia in quel gran trambusto pessimamente organizzato della Fiera di Roma (non c’era una sedia o una panchina neanche a pagarli con le verghe d’oro!, questa volta la Raggi forse non ha colpe, non credo che lei abbia mai visto un libro, tranne i codici, neanche con il binocolo), e poi ce ne siamo tornati tutti a casa. Quando non ti ho visto io e gli altri amici abbiamo pensato che tu e Federico foste tornati a Firenze.

      • londadeltempo

        Caro Mario Gabriele:
        affascinante e in piena sintonia con il “nostro” tempo la tua riflessione, che mi trova in totale accordo:

        “Esiste una prova inconfutabile che è la produzione formale espressa ogni giorno sulla Rivista, che si propone come soggetto culturale di ampie proporzioni. Non credo che una persistente opera di demolizione, tra i non affiliati, possa demolire lo status quo in cui si muove la NOE. Sarebbe la riprova di come in Italia più della democrazia impera la democratura poetica”. Soprattutto l’ultima frase a cui da una parte fa riscontro il nostro impegno appassionato per la “poiesis”, dall’altra fa triste riscontro la democrazia umiliata e rottamata dalla politica, e da moltissimi italiani ANCHE POETI del tutto disinteressati alle sorti della Poiesis e del paese ambedue in rottamazione.

        Non fermiamoci mai,

        Mariella

    • gino rago

      “A tratti un libro riposto o un pettine si freddano nella polvere.”
      Che deve dir di più un grande poeta? In questo freddo del libro si avverte un freddo più chiuso di quello della morte, della morte che è fredda, come ha scritto Salvatore Martino in un suo limpido verso dei “Ricordi di Palermo”.
      Costantina, hai scelto bene il meglio di Kral, altro motivo di “Vanto” per
      L’Ombra delle Parole che a questo poeta ha dedicato spazio, tempo, visibilità, diffusione, ecc.
      Brava Costantina.
      GR

      • donatellacostantina

        Ti ringrazio, Gino Rago! Dici bene: è un “motivo di Vanto” per noi de L’Ombra potere apprezzare un poeta del calibro di Petr Král. E io, modestamente, mi vanto, non solo di questo, ma di averlo eletto a mio maestro. Spero di poterlo incontrare presto, molto probabilmente nella primavera del prossimo anno, quando sarà qui in Italia.

  7. antonio sagredo

    e il fattore “S” ?

    • donatellacostantina

      Sì, il Fattore Spazio, certamente!! Anche a questo Giorgio Linguaglossa ha dedicato una sua acuta riflessione, che potremmo certamente approfondire nel nostro dibattito.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29051
    Ci sono anche altri poeti che si sono incamminati verso una espressione intensificata, spazio-temporale, che riserva un grande ruolo al fattore T. (tempo) e al fattore S. (spazio). Per esempio, la poesia di Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, quella di Giuseppe Talia, quella di Donatella Costantina Giancaspero, ma io ci metterei anche la poesia di Laura Canciani e Carlo Livia. Ciascun poeta svolge queste problematiche secondo la propria sensibilità umana e linguistica, è questo il lato positivo della «nuova ontologia estetica», che non si dà nessuna imposizione dall’alto. Le nuove categorie estetiche che stiamo investigando erano già in nuce nelle 17 poesie di Tranströmer pubblicate nel 1954! Solo che in Italia nessuno se ne è accorto nei decenni seguenti, e abbiamo continuato a scrivere poesia ancora “tolemaica”, con l’io al centro del sistema solare delle parole…

    Nella poesia sopra postata di Donatella Costantina è chiaro che lì siamo in un «presente» eternizzato, la poesia ha il suo epicentro in quel dialogo, soltanto due frasi, del tutto casuali e usuali: c’è una officina dove si sta facendo una calcografia (attività che l’autrice ha svolto per lunghi anni). In quelle due frasi che il presente del tempo restituisce al presente della attualità, si consuma un atto esistentivo.

    Penso che qui abbiamo un nuovo concetto di «presente» che detta la propria legislazione delle parole. Ho scritto un breve commento a questa poesia per spiegare questa caratteristica della poesia giancasperiana. Il «presente», che cos’è il «presente»? – lasciamo la parola al filosofo Andrea Emo:

    Cosa è la presenza? La presenza è la presenza del togliersi, cioè l’attualità del togliersi. […]
    La presenza non è un immediato. […]
    Il negarsi del presente è il suo esser atto, esser in atto, esser presente, attuale […]
    Il nulla giustifica, fonda l’originarietà dell’attuale. Appunto perché il nulla è attuale. L’attuale non contiene il nulla staticamente, come un recipiente, ma attualmente, negandosi, togliendosi

    (Andrea Emo)

  9. gino rago

    Un poeta del dolore, della perdita e dello smacco nel dopo Xenia di Montale:
    Filomena Rago

    Filomena Rago (“Volo a metà”, Rubbettino Ed. 2014)
    L’incontro con questa nuova voce di poesia è un vento che sospinge verso il tentativo di inquadrarne temi, contorni di stile, sostanza espressiva, linguaggio, nel sempre più vasto panorama della poesia italiana “al femminile”. Da Margherita Guidacci ad Antonia Pozzi, da Cristina Campo ad Alda Merini, da Maria Luisa Spaziani a Nadia Campana, senza trascurare le esperienze poetiche di alcune autrici viventi (Jolanda Insana, Maria Pia Quintavalla, Anna Ventura, Ida Vallerugo, Giuseppina Di Leo, e soprattutto l’esperienze poetiche di Edith Dzieduszycka per contatti di tema e di atmosfera di “Diario di un addio”, di Donatella Costantina Giancaspero, di Anna Ventura, di Francesca Dono, di Mary Colonna come, queste ultime, punte di diamante di un nuovo corso della poesia contemporanea agglutinata intorno alla Nuova Ontologia estetica varata, sostenuta diffusa da L’Ombra delle Parole di Giorgio Linguaglossa con la militante sua Redazione, per citarne di significative), è come andare dal suono dell’ombra alla poesia che ci scruta, interrogandoci sulla verità del vivere tra ferite del corpo, memoria della madre, eventi personali e collettivi, vicende di fiele e di miele, narrazioni del mistero a misura dell’anima, ora smarrita, ora ritrovata.
    Il linguaggio poetico è una creazione continua e l’idea di una lingua ideale va respinta. Ed è qui che si colloca la raccolta di versi di Filomena Rago, se non altro per la spiritualità di un’esistenza fin qui vissuta sotto il segno di un’incessante interrogazione sul senso della propria presenza nelle dinamiche del mondo, in un dire poetico alimentato e mosso dal
    dolore, dall’assenza, dalla sottrazione.
    Un dolore acuto, un’assenza tagliente, una sottrazione atroce la cui comunicazione, non appena viene avviata, è continuamente interrotta, risospinta e costretta in un labirinto emotivo, fitto di ricordi lancinanti:
    “ Te ne sei andato
    all’improvviso in silenzio
    donandomi l’ultimo sguardo.
    Un gigante eri… “

    Quasi a negare al lettore un filo di orientamento, un respiro di partecipazione: atteggiamento che fa tornare alla mente l’epigramma di Amelia Rosselli <> che è capace di fulminare l’interlocutore quando si sente coinvolto e, nello stesso istante, subito respinto, attratto e presto rigettato, come se Filomena Rago si spaventasse per ciò che potrebbe scoprire dalla mito-logia personale, dal grumo stesso dell’animo, sottoposto a durissima prova. Perché Giacomo, il suo compagno amato, è stato prematuramente strappato all’affetto sconfinato di Filomena come al fiato della vita e alle meccaniche ingovernabili, spesso incomprensibili, del mondo e della Storia.
    E Giacomo, che anzitempo è tornato alla Casa del Padre, è la fonte d’ispirazione di questo libro poetico il cui nucleo centrale consta di 46 componimenti, tanti quanti gli anni terreni di Giacomo, che in sé recano smarrimenti e interrogativi sul perché si condanni a morte l’arcobaleno, spazzando via gli anni della giovinezza.
    Questa di Volo a metà di Filomena Rago, per chi ama i percorsi estranei ai circuiti professionali e alle cure specialistiche, è una preziosa occasione di lettura per la pronuncia semplice del dettato, per il registro espressivo volto a raggiungere ogni lettore, basato com’è su un lessico diretto ed essenziale, sopra il quale aleggiano, con lo spirito di Giacomo, le lacerazioni del cuore e l’ansia di eterno, la forza della Parola e la necessità del dire, il richiamo del divino e l’arte del dono e del donarsi agli altri, senza nulla attendersi in cambio, com’è in ogni atto d’amore autentico quando, con Ungaretti, ci si sente “docile fibra dell’Universo”, come i versi di Filomena Rago sanno dirci:

    “ Siate liberi
    liberi di vivere la libertà…”

    Gino Rago

    • donatellacostantina

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29066
      A dire la verità, personalmente, non amo la definizione di poesia “al femminile”. La poesia è poesia: sia che la scriva un maschio, sia che la scriva una femmina. Volendo sottolineare, etichettare in questo modo, sembrerebbe che esista la poesia, da un lato, e la poesia “al femminile”, dall’altro. Difatti, non ho mai sentito parlare di poesia “al maschile”. E il solo pensarlo, francamente, mi fa ridere…

      • gino rago

        Costantina, capisco e con-divido il tuo disagio ma “al femminile” l’ho sottoposta a virgolette proprio per ironizzare questa espressione che rimane ancora assai usata. Del resto, Costantina cara, sia parlando di te sia di altre e anche di Filomena Rago, vi ho sempre presentate come “un poeta” e mai come “una poetessa”.
        Ho stima per te e anche affetto. Ecco perché non potevo fare a meno di precisarti la realtà vera delle cose.
        Finora ho, alla mia maniera, scritto note su Costantina Donatella Giancaspero, Giorgio Linguaglossa, Mario Gabriele, Anna Ventura, Mariella Colonna, Steven Grieco-Rathgeb, Francesca Dono, Achille Chiappetti, Filomena Rago, Edith Dzieduszycka, Antonio Sagredo, Letizia Leone, Gabriella Cinti, Rossella Cerniglia, Lucio Mayoor Tosi, Vito Taverna, e sul caro Salvatore Martino, oltre che a suo tempo su Palazzeschi, su Pasolini e Rebora, nel corso del 2017… Qualcuno, a parte rare eccezioni, se ne è accorto?
        E a ogni poeta esegeticamente ho tentato di strappare lo specifico poetico.
        E’ il mio sentirmi a servizio dei poeti e della Poesia, come sa fare soltanto Giorgio Linguaglossa, senza nulla attendersi in cambio. Perché lo considero l’unico modo dignitoso di far parte d’una Redazione importante e carica di responsabilità culturale come la nostra de L’Ombra delle Parole.
        Quindi, prima di lamentarci pensando a “cosa fa la poesia per me” è bene chiedersi eticamente “cosa io son disposto a fare per la poesia?”
        Credo d’avere le mie carte morali davvero a posto, misurando sempre con garbo le mie parole in ogni mio intervento su L’Ombra, senza credo mai tradire la fiducia piena, totale, accordatami dal nostro Giorgio Linguaglossa.

        La pensi cosi anche tu, Costantina. Lo so che la pensi allo stesso modo.

        Di poeti che intervengono sulla Rivista solo se si parla di loro; che si lamentano se di loro per un pò non si parla; di poeti-pavoni sempre pronti ad allargar la ruota policromatica; di poeti- narcisi che “come colei che ha tutto il mondo a sdegno/ pensando che nessun di lei sia degna” dell’Ariosto, che anche tu Costantina ben conosci, credo che L’Ombra possa fare volentieri a meno. Servire la poesia per come si sa e si può fare, non servirsi della poesia come chiave per aprire qualche porta… verso i fuochi fatui della vanagloria.
        Un Fecondo Anno Nuovo a te, Costantina, e a tutti i poeti al servizio della poesia.

        Gino (Rago)

        • Grazie a te, Gino. E Buon Natale.
          Ogni poeta è femminile.

        • donatellacostantina

          Caro Gino, ah!, non avevo capito che l’espressione “al femminile” era intesa in senso ironico. Scusa l’equivoco. Sì, le tue note critiche sono sempre molto interessanti e originali. Me ne ricordo alcune davvero dettagliate, precise: frutto evidente di studio e intensa riflessione. Questo perché, come giustamente sottolinei, tu sei un poeta al servizio della Poesia. E noi tutti dobbiamo avvicinarci alla Poesia pensando di doverle rendere un servizio e niente altro; dunque, tenendo sempre a mente la tua domanda: “cosa io son disposto a fare per la poesia?”.

          Parlando in generale, è vero che ci sono tanti, cosiddetti “poeti” – e qui le virgolette hanno un senso anche più che ironico -, ci sono persone, insomma, che desiderano essere sempre al centro dell’attenzione. Lo capisco benissimo! Ne ho conosciute… Eh, dillo a me, che sono l’esatto contrario, schiva e solitaria per natura. Ad esempio, prendiamo Facebook: lì è una gara continua a chi pubblica di più. Io, invece, prediligo l’ombra e, anche nella vita, dovermene separare (come ad ogni modo capita, per necessità) rappresenta per me una grande rinuncia. Sarà pure per questo che non amo leggere in pubblico; perciò ho deciso che in futuro – dovesse capitare la circostanza di leggere -, affiderò i miei testi a un altro, anche non attore. Può sembrare strano, ma per me leggere in pubblico è un vero stress. Provo lo stesso stato d’animo di quando in conservatorio mi esibivo davanti a un maestro o a una commissione d’esame… (Altri tempi, ormai!).
          Caro Gino, scusa la divagazione. Ma, tornando al tuo discorso, che altro posso dire se non che esprime delle grandi verità. Ed io lo condivido in pieno.

          A presto, con altri interessanti scambi di idee…
          Di nuovo tanti, tanti auguri affettuosi!

          Costantina

  10. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29064
    Botta e risposta fra Gino Rago e Edith Dzieduszycka sulla metafora del “poeta-marinaio” su un’isola sperduta, lungo il filo di Pessoa delicatamente a noi teso da Rossana Levati:

    “Che gli dei cambino a loro piacimento i miei sogni ma non il dono
    di sognare…” (Fernando Pessoa)

    Gino Rago

    Il marinaio è il poeta?
    (…)
    Un giorno la pioggia durò più a lungo.
    L’orizzonte si fece più incerto. Imprendibile.
    Il marinaio sull’isola non volle più sognare.
    Voleva i segni della sua patria vera.
    Ma la terra natale si era dissolta nel suo sogno.
    La voce non apparteneva più al suo corpo.
    L’unica sua patria era la patria del suo sogno.
    E la vita del marinaio era quella che aveva sognato.
    Non ricordava più né un gesto materno né una strada.
    “Aiutatemi” disse il marinaio. “Aiutatemi. Esistono cose al di fuori del sogno?”
    La sua vita reale era senza passato.
    L’adolescenza che abitava la sua mente
    era quella che si era creato.
    (…)
    Un giorno passò per quell’isola una nave.
    Ma il marinaio non c’era più.
    La vegliatrice pensò:”Avrà lasciato l’isola per tornare in patria…”
    Forse per il marinaio fu davvero così.
    Lasciò l’isola richiamato dalla patria.
    Ma quale patria? Quella reale o quella del sogno?

    Il poeta vacilla. Non ha la risposta.

    Edith Dzieduszycka

    Irrequieta errava l’anima del poeta
    (a Gino Rago-il marinaio)

    Irrequieta errava l’anima del poeta
    senza posarsi mai, libellula vagante
    sull’orlo paludoso.
    Ondeggiavano molli e lascive le alghe,
    accarezzati i giunchi dalla brezza serale.
    Il porto era lontano, un’idea soltanto
    in mezzo alle corde, alle vele, al nulla.
    Senza tregua viaggiava l’anima del poeta
    seguita e preceduta dalle muse affrante.
    “Dove lo porterà la sua libidine,
    la sua ansia perenne di provare, cercare,
    solcare onde malvagie?
    Non ne possiamo più. Chiediamo una pausa.
    Anzi la libertà.
    Forse senza di noi troverà l’isola.”
    Reticenti affioravano brandelli di scintille.
    L’anima speranzosa scrutava l’orizzonte.
    Ma briciole soltanto scolpite dall’inverno
    svolazzavano lievi, sprezzanti, inafferrabili,
    gelida bianca mantella
    per coprire la voce spalancata sul vuoto.

    *

    (Buon Natale a tutti a tutte. Grazie Edith per questo magnifico dono che ho già appeso al ramo più sicuro dell’abete natalizio del mio cuore, altro che “Spelacchio” di Piazza Venezia…)

    Gino Rago

  11. antonio sagredo

    da “Il Giardino” di Antonio Sagredo del 1987
    (di prossima pubblicazione)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29067
    “Perché essere una parvenza, un’ombra, quando la mia materia era legittimata a soffrire a gioire come ogni creatura umana?
    Immaginavo inoltre cosa sarebbe stato di me e del mondo che mi circondava, se lo specchio, chi sa per quale ragione, avesse deciso di andare in frantumi, o di non riflettere più, pur restando intatto, come oscurandosi, accecandosi, annullare l’argento che lo identifica.

    Gli riconoscevo una coscienza – che altro voleva da me? – esistente comunque la mia confessione, e dunque una conoscenza delle cose di cui non ne intravedo i limiti, né i riti.

    Avevo paura della sua sapienza, cultura, storia. L’evoluzione delle sue forme nello spazio e nel tempo (questi due concetti mi stufano se sempre citati insieme!) non ammetteva alcuna fine, né finalità, non essendoci stato un principio: ho creduto per un attimo che lo specchio non fosse che tutti gli universi possibili e invisibili, anche al di fuori del luogo della mia osservazione, anche al di là di tutti i possibili luoghi di osservazione…
    alla faccia di tutte le relatività classiche e ristrette, dentro o fuori di chi sa quali accidenti ci circondano.
    Ero dis-finito e dis-finto”

    • donatellacostantina

      Alabama song, un brano da intenditore!, composto dalla coppia vincente Brecht-Weill nel 1927. Ecco la traduzione in italiano.

      ***

      Oh, mostrami la strada per la prossima bettola
      Oh, non chiedere perché, No, non chiedere perché
      Poiché dobbiamo trovare la prossima bettola
      O se non troviamo la prossima bettola
      Ti dico che dobbiamo morire!
      Oh, Luna dell’Alabama, è tempo di dire addio
      Abbiamo perso la nostra vecchia buona mamma
      Devo avere del whiskey, Oh, sai perché!
      Oh, mostraci la strada per il prossimo piccolo dollaro
      Oh, non chiedere perché. No, non chiedere perché
      Poiché dobbiamo trovare il prossimo piccolo dollaro
      O se non troviamo il prossimo piccolo dollaro
      Ti dico che dobbiamo morire!
      Oh, Luna dell’Alabama, è tempo di dire addio
      Abbiamo perso la nostra vecchia buona mamma
      Devo avere soldi, Oh, sai perché!

      ***

      Alabama song fu inserita da Kurt Weill nell’opera per il teatro Ascesa e caduta della città di Mahagonny (Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny). Mahagonny, ovvero una città immaginaria del Far West presentata come una moderna Sodoma e Gomorra, o meglio, come una Las Vegas sorta nel deserto, popolata di prostitute, tagliaboschi, cercatori d’oro e criminali di ogni specie. L’opera denuncia il capitalismo e la degenerazione della società del tempo, ma preannuncia anche la società consumistica del XXI secolo. Ascesa e caduta della città di Mahagonny, «l’opera che non può essere rappresentata all’Opera» per il suo duro contenuto, andò in scena per la prima volta a Lipsia nel 1930 (successivamente a Berlino), con cantanti di cabaret e destò subito scandalo, tanto da essere più volte interrotta e infine definitivamente bandita dal regime nazista. Tuttavia, anche i socialisti marxisti la videro con sospetto.
      Questo genere particolare di opera si oppone in maniera satirica all’opera lirica tradizionale denunciandone l’anacronismo (sia Brecht che Weill pensavano che il genere fosse diventato un rito senza significato). In Mahagonny, dunque, tutti i valori sono sovvertiti e portati al grottesco: l’amore è una merce di scambio, la legge è gestita dai criminali, la pena è inversamente proporzionale alla gravità del reato e il crimine peggiore è quello di non avere soldi.
      La vera grandezza dell’opera risiede nella sua capacità di anticipare i tempi: l’anarchia della società dei consumi, la falsità e l’insita debolezza del sistema capitalista, senza tuttavia voler mai esprimere un giudizio moralistico o indicare soluzioni, ma semplicemente denunciando la realtà.

      Per chi volesse ascoltarla per intero, ecco la versione in tedesco andata in scena nel 1977 al Komische Oper Berlin

      • Cara Donatella,
        ti formulo una domanda. Ma dove hai attinto tutta questa cultura musicale?
        E i Cd dove li trovi?. Conosci tutto del Jazz. Non so se Lester Joung abbia amato Billie Holiday, ma mi risulta dai giornali dell’epoca che questo straordinario sassofonista ne fosse invaghito terribilmente. Tu ne sai qualcosa in merito? Sei più aggiornata? Da questo amore nacquero canzoni famosissime come” The very thought of you” ed altre ancora. Billie mi fa sempre compagnia quando ho bisogno di buon sound, accanto alla Fitzgerald- Un cordiale saluto e Auguri.

        • donatellacostantina

          Caro Mario Gabriele,
          la mia cultura musicale deriva dagli studi che ho fatto in passato. Ho conseguito il Diploma di Pianoforte nel 1990 presso il Conservatorio Ottorino Respighi di Latina. Per essere ammessa all’esame di Compimento medio, cioè all’VIII anno di Pianoforte, era necessario dare l’esame complementare di Storia della Musica (insieme a quello di Armonia). Infine, al diploma (X anno), bisognava rispondere a domande di cultura generale, che includevano la storia del pianoforte e della sua letteratura. Dopo il diploma ebbi la fortuna di potermi dedicare a un piccolo insegnamento. Ma il mio pallino era approfondire la materia. Perciò ho inziato a studiare Composizione senza però completarla: mi sono fermata al Compimento inferiore (livello di IV anno). Per arrivare al diploma avrei dovuto studiare altri sei anni, ma non me la sono più sentita anche perché le mie condizioni esistenziali non erano troppo favorevoli. Nonostante le varie difficoltà, sono riuscita a lavorare a una opéra-ballet per 2 Voci e Piccola Orchestra, ma senza poterla terminare. Ad ogni modo, tutti gli anni di studio (circa 17) e l’esperienza didattica (per quanto limitata) mi hanno lasciato in eredità un patrimonio immenso. Sempre vivo.

          Il jazz lo conosco appunto attraverso la Storia della Musica. Ma ne ho una conoscenza piuttosto sintetica, perché i programmi di un tempo non pretendevano troppo, come invece per la musica classica. Per questa ultima, integravo i contenuti scolastici di mia iniziativa, comprando riviste, libri, dischi… Purtroppo non avevo il computer… Anche questa mancanza ha rappresentato un forte limite per me.

          La scelta dei video che posto qui, nella Rivista, è il risultato di un compromesso tra quello che vorrei poter ascoltare (in base alle mie conoscenze o ai miei ricordi) e quello che offre You Tube. Di un brano ascolto tutte le versioni disponibili e poi scelgo quella che, a mio avviso, è la migliore o che, comunque, per certi versi, appare più interessante. Nella scelta mi affido anche molto all’orecchio (come è ovvio), avendolo affinato con lo studio.

          Per quanto riguarda Lester Young so che iniziò giovanissimo a dedicarsi alla musica. Ma, dovendo sintetizzare, posso dire che gli anni d’oro della sua attività di tenorsassofonista (dal sax contralto passò al sax tenore) sono quelli che lo videro solista di spicco nell’orchestra di Count Basie: una orchestra in cui esplodeva il ritmo, con potenti momenti d’assieme che sembravano improvvisati al pari degli assoli. Siamo in pieni anni Trenta, l’era dello Swing. La caratteristica più originale del sax tenore di Young consisteva in una sonorità quasi del tutto priva di vibrato, giocata su un ritmo particolare fatto di note ritardate. Questo, per dirla in una parola, è lo swing, che significa appunto «ondeggiamento» del ritmo, ovvero quel gioco di ritardi, anticipazioni e accentuazioni che, all’ascolto, suscita tanta suggestione e piacere.

          Verso la metà degli anni Trenta (periodo a cui risalgono anche le prime incisioni discografiche), Lester Young, come tu sai, conobbe la cantante Billie Holiday (soprannominata «Lady Day» forse dallo stesso Lester). Ora, non so se tra i due artisti nacque un amore. Però, di sicuro tra loro si stabilì subito una forte intesa. C’era una incredibile affinità, perfino sonora: il timbro della voce di Billie, intenso e struggente, intriso di blues, si fondeva perfettamente col sound del sassofono di Lester. L’amicizia tra loro – una profonda amicizia – è avvalorata dalla loro convivenza: Lester si trasferì a casa di Billie che viveva con la madre. Credo che la loro storia, la vita, finita poi in maniera tragica e trascorsa tra difficoltà e successi, nei mitici anni Trenta, in luoghi altrettanto mitici, come i locali notturni di Harlem o di New York, nella 52esima strada, abbia fatto nascere molte leggende: tra tutte quella di un grande amore.
          Ma ciò che resta di Billie e Lester, alla fine, e vale più di ogni altra cosa, è il memorabile contributo che il loro sodalizio ha dato alla musica jazz.

          Per il nostro consueto ascolto, pensando di fare cosa gradita a te e ai molti lettori che seguono la nostra Rivista, ho scelto questa canzone registrata l’11 maggio 1937:
          Sun showers (Arthur Freed / Nacio Herb Brown)

          Billie Holiday e Lester Young con la Teddy Wilson Orchestra: Wilson (p), Buck Clayton (tp), Buster Bailey (cl), Johnny Hodges (as), Allen Reuss (g), Artie Bernstein (b), Cozy Cole (dm)

          A tutti…

          Buon ascolto!

          • Cara Donatella,
            ho letto il tuo sorprendete curriculum musicale, (e solo ora mi rendo conto delle tue scelte discografiche, come uno studente che segue le lezioni del professore) sulla vita di Billie e di Lester e ti ringrazio. Devo confessarti che non so riconoscere le frequenze musicali nemmeno sullo spartito, ma ho un orecchio finissimo per la musica. Avevo tredici anni quando mi sentii attratto dai grandi musicisti e cantanti.Jazz. Con le poche migliaia di lire che mi dava mio padre, le usavo per comprare dischi. Uno che ancora conservo, è un 33 giri, con brani di Coleman Hawkins, d Jack Teagarden, Erroll Garner, Woody Herman, Charlie Parker, Sidney Bechet, Art Tatum e Buck Clayton; nomi che certamente conosci e che a me hanno dato la stura per arricchire la discoteca di tanti nomi e cantanti. Le avanguardie di oggi sono molto lontane dalla corposità vibrante dei musicisti di New Orleans, di Duke Ellington fino al cool jazz. Quanto ai cantanti trovo Betty Davis Eyes molto suggestiva, per non dire poi tutti i protagonisti di Woodstock. Ma forse siamo dei fuoriusciti se teniamo viva ancora questa storia che rimane in chi l’apprezza, un patrimonio inattaccabile. Grazie, ancora una volta e a seguirti sempre in poesia e nei brani che scegli.

            • donatellacostantina

              Grazie a te, Mario Gabriele!
              Grazie per l’attenzione e complimenti per la tua discoteca! Mi rendo conto che il tuo interesse per il jazz è una vera e propria passione; del resto non poteva essere altrimenti, se lo coltivi addirittura dall’età di tredici anni. Forse chissà, se a quell’età tu avessi avuto tra le mani un sax, magari un sax contralto, più adatto alle caratteristiche fisiche di un ragazzino, saresti diventato un jazzista, o, comunque, avresti potuto studiare molti dei brani che ascolti. Dopotutto, musicisti si diventa così, amando già da piccoli la musica.

              Certo, la musica “colta” contemporanea (quella nata dalla dodecafonia e sviluppatasi fino ai nostri giorni) sembra assai distante dal Jazz. Eppure, non possiamo immaginare quante e quali contaminazioni e derivazioni sia possibile riscontrare tra l’una e l’altro; molte di esse, nei loro esiti più interessanti e originali, sono il frutto di una intensa ricerca. A questo proposito, segnalo una Tesi, presente in Internet, discussa da Jacopo D’Amico (A. A. 2014 – ’15) al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone: titolo, La Musica Contemporanea in Relazione al Jazz e all’Improvvisazione.
              L’autore riporta l’esempio di un brano di Duke Ellington, Daybreak Express del 1933. Qui, per ricreare il suono di un treno in movimento e il suo fischio caratteristico, Ellington combina ogni singolo strumento dando origine a un «suono complesso»; la scrittura di Ellington in pratica compie una «sintesi strumentale». Tale sintesi prefigura molti elementi fondamentali su cui si baserà più tardi, almeno 40 anni dopo, la musica spettrale francese, in particolare quella dei compositori Tristan Murail e Gérard Grisey.
              Riservandomi di postare in seguito qualche interessante composizione di questi due autori, pubblico il brano di Duke Ellington, Daybreak Express.
              A risentirci presto e, come sempre…

              Buon ascolto!

  12. Botta e risposta assolutamente non premeditata, nè da Gino nè da me. E’ successo e basta, che le nostre poesie sembrino comunicare e rispondersi. Vuole dire che nell’aria, invisibile volteggia qualcosa d’indecifrabile che a un dato momento, in un determinato spazio, fa incontrare le “anime”.
    Grazie a te Gino, per averlo evidenziato. E un caro saluto a tutti voi dell’Ombra.

  13. Chiedo ai cattolici di «buona fede» di levare alta la voce contro questo scempio
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29079
    Ho visto pochi minuti fa il TG2 e il TG1. Devo confessare che sono rimasto sbalordito dal messaggio politico che traspare: il Natale degli italiani è bello e buono, sono aumentati del 9% rispetto all’anno scorso il numero dei panettoni consumati… e poi la cena offerta ai poveri dalla Comunità di Sant’Egidio, qui nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma… e poi la questione dei cattolici in Cina… e poi il bla bla bla dove il buonismo natalizio si afferma imperante. La città di Mahagonny è qui, siamo noi che l’abitiamo.
    Chiedo ai cattolici di «buona fede» di levare alta la voce contro questo scempio.

    Siamo in una società dove vige il “filtro” preventivo del controllo delle notizie che potrebbero guastare il clima natalizio ridotto a mala fede e a bon ton. Nessuna parola, ovviamente, alle parole pronunziate qualche giorno fa dal papa Francesco «Riformare la chiesa è come togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti». Nessuna parola sul fatto che 8 persone posseggono complessivamente la quantità di ricchezze di circa 4 miliardi di persone nel mondo. Nessuna parola sulle enormi diseguaglianze sociali in atto nei paesi più ricchi dell’Occidente. Nessuna parola su nulla di tutto ciò.

    L’oblio della memoria ha raggiunto il suo apice. Oltre questo limite mi chiedo che cosa possa avvenire. Il limite ormai è stato raggiunto, quello della ipocrisia e della falsa coscienza, oltre di esso non è possibile andare.

  14. Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29080
    come possiamo mettere un freno a questa Oligarchia?
    Con la poesia? Non credo! Con i movimenti rivoluzionari? Non Credo! Con una nuova filosofia politica, alla Montesquieu? o con un nuovo patto sociale?
    e chi lo firmerà? Io già vedo il futuro governato da quattro Capitalisti su tutto il genere umano, con l’industria che può fare a meno della classe operaia, sostituita dai robot. Non vorrei vivere in questo mondo con l’inessenza della nostra esistenza.Meglio un cataclisma mondiale, così si ricomincia da zero.

  15. Sul concetto di Limite
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29081
    la potenza della tecnica (Macht) fatica ad essere istituzionalizzata (Herrschaft), quindi diviene potenza che assoggetta, senza la libera volontà dell’individuo: la tecnica impone le sue grammatiche efficientistiche e produttivistiche all’economia e alla politica, la quale ultima non si struttura più come spazio dialogico, di condivisione progettuale, bensì come mera esecutrice di una estranea volontà di potenza.

    La tecnica, come espressione ultima del capitalismo anarchico, produce una civiltà consumistica, attribuendo statuto “umano” solo a chi è protagonista nel mercato, escludendo tutti gli altri (come emerge da tutto il cospicuo pensiero di Bauman). Non solo, la tecnica amplifica ad arte anche i concetti di paura, rischio, vulnerabilità, nel segno del primato del pathos indistinto sulla trasparenza del logos, del valore concettuale ed etico, giustificando, in questo modo, l’esigenza di maggiore sviluppo, di cui la tecnica stessa è, ovviamente, depositaria[1].

    Come evidenzia Magatti : «Se i nostri affetti, la nostra salute, il nostro lavoro, il nostro futuro sono a rischio, occorre accelerare ancora, crescere maggiormente, svilupparsi di più »: in questo modo, il capitalismo tecnologico si legittima surrettiziamente[2].

    Occorre, allora, recuperare il limite, la “giusta misura“, non più intesa, però, come platonica misura perfettissima, Uno-Bene, ma come “punto di resistenza”, gestito nella prassi quotidiana, nei confronti dell’incommensurabile, di un mondo reso dalla tecnica imponderabile, impossibilitato a essere compreso con le grammatiche del legein: « L’agire politico contemporaneo è, a differenza dei modelli moderni, ormai privo di fini ultimi, è alla costante ricerca di soluzioni intermedie e di arrangiamenti provvisori [… ]. Nella politica contemporanea, ogni parte in campo si presenta come garante dell’interesse di tutti e le differenze sembrano riguardare più i mezzi che gli obiettivi. Ma fino a che punto tutto ciò è sufficiente a orientare nelle scelte? [ …] Viene però da domandarsi se il depotenziamento dei fini non possa alla lunga produrre un’equivalenza tra gli stessi mezzi, fino al punto da privilegiare una politica rispetto a un’altra non tanto in ragione della sua qualità, quanto della sua opportunità[…]. “Più o meno Stato” oppure “più o meno libertà”, “più o meno spontaneità sociale” sono allora decisioni che si prendono a seconda della necessità o urgenza di pareggiare di volta in volta le sorti, di redistribuire il reddito evitando accumuli impropri e ineguaglianze»[3].

    In questo consiste il recupero del concetto greco di limite: adattarlo ad un mondo non più retto, come quello greco, dalla regolarità della natura, ormai soppiantata dalla tecnica, conservandone , tuttavia, il messaggio di fondo, cioè il richiamo alla finitezza di cui sono intessute tutte le azioni umane.

    Ecco ancora Natoli:

    «Quel che però la tecnica non può fare è abolire il limite: lo può spostare all’infinito, ma non lo può annullare […].

    [1] Z. Bauman, Wasted Lives: Modernity and its Outcasts, New York 2004;U.Beck, Was ist Globalisierung? Irrtümer des Globalismus. Antworten auf Globalisierung, Suhrkamp ,Frankfurt am Main 1997.

    [2] M. Magatti, op. cit.

    [3] S. Natoli., Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente, Feltrinelli, Milano 2008.

    da http://www.economiaediritto.it/il-concetto-greco-di-limite-come-orizzonte-di-senso-per-una-vera-politica/

    • Rossana Levati

      W.H. Auden, Lo scudo di Achille (1955)
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29085
      Lei cercò, dietro le spalle di lui,
      i vigneti e gli alberi di ulivo,
      città di marmo bene amministrate,
      e navi sopra il mai domato mare.
      Ma lì, sopra il metallo scintillante,
      le mani avevano sistemato una
      distesa desolata, innaturale,
      e il cielo aveva il colore del piombo.

      Una spianata anonima, spoglia e scura, senza
      un filo d’erba, e nulla lì vicino, non c’era
      da mangiare, né un posto dove stare seduti.
      Ma radunata già nel suo vacuo aspetto
      stava una moltitudine difficile a distinguersi,
      un milione di occhi e di stivali in fila
      senza espressione in faccia, in attesa di un segno.

      Una voce al megafono dimostrò – senza volto,
      statistiche alla mano, con toni secchi e piatti
      come il luogo – che alcune cause erano giuste.
      Non ci furono applausi, nulla venne discusso;
      colonna su colonna marciaron nella polvere
      portando stretta in cuore la loro convinzione
      la cui logica, altrove, li portò alla rovina.

      Lei cercò, dietro le spalle di lui,
      le devozioni rituali, i fiori
      bianchi delle giovenche inghirlandate,
      le offerte e i sacrifici per gli dei.
      Ma lì, sopra il metallo scintillante,
      dove doveva esserci un altare
      vide nel luccicar della fucina
      una scena del tutto differente.

      Una zona era chiusa con del filo spinato;
      lì ufficiali poltrivano annoiati (qualcuno
      raccontava storielle) e le guardie sudavano
      nel giorno caldo. In massa, gente umile e comune,
      stava fuori a guardare, immobile e muta.
      E tre figure pallide, erano spinte intanto,
      legate, verso pali piantati nel terreno.

      Tutto quanto al mondo ha misura o qualità,
      ciò che sopporta un peso, e pesa sempre uguale
      stava in mano altrui; e loro, miseri, non potevano
      sperare aiuto, né aiuto venne. I nemici fecero
      quel che vollero, e quanto di peggio poteva esserci
      fu: la vergogna; persero l’orgoglio e morirono,
      nel loro essere uomini, prima dei loro corpi.

      Lei cercò, dietro le spalle di lui,
      gli atleti intenti ai loro giochi, danze
      aggraziate dove uomini e donne muovono
      le membra a tempo, veloci, veloci…
      Ma lì, sopra lo scudo scintillante,
      non c’era posto per piste da ballo
      le sue due mani avevano disposto
      un campo soffocato dalle erbacce.

      Un porcospino irsuto bighellonava in quel
      niente, inutile e solo; un uccello si alzò
      in volo, sfuggendo alla sua pietra preferita:
      ragazze violentate, due ragazzi che ne
      accoltellano un terzo; roba di tutti i giorni
      per lui, che mai conobbe un mondo di promesse
      mantenute, o di lacrime piante sul pianto altrui.

      L’armaiolo dalle labbra sottili,
      Efesto, zoppicò via, e la sua angoscia
      gridò Teti dal petto scintillante
      di fronte a ciò che il dio aveva forgiato
      per Achille, suo figlio, l’uccisore
      di uomini, il forte dal cuore d’acciaio
      che non avrebbe avuto vita lunga.

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29084
    La merce prodotta da robot non può che essere di qualità preventivata, omologata, priva di sorprese; i prodotti, tutti uguali e differenti solo in virtù della marca d’origine, garantiscono lo standard di mercato. Ci affezioniamo a merci di filiera al punto che temiamo le trasgressioni. La serialità è diventata sinonimo di alta qualità. Ecco quindi che poesia diventa tutta trasgressione, non perché di contenuto rivoluzionario ma per il fatto stesso che è merce disuguale, unica e irripetibile.

  17. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/23/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-il-tempo-viene-messo-in-sc/comment-page-1/#comment-29088
    Chiedo ai cattolici di prendere una posizione chiara circa la censura subita da papa Francesco. Queste le sue parole:
    Riformare la Chiesa è come togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti

    Su, un po’ di coraggio

  18. antonio sagredo

    A loro che parlano sempre di “pietas”, e non la realizzano?

  19. antonio sagredo

    “Ogni poeta è femminile” ?
    Mayoor, dovresti leggere un saggio serio sull’ “eterno femminino” !

    • Caro Antonio,
      alludevo alla polarità femminile che è presente in ogni maschio. Alla capacità di essere ricettivi. Nulla a che vedere con il Faust, agli eterni mascolino e femminino. Volo basso, non amo gli assoluti. In quanto ricettivo, il poeta è femminile. Detto questo, che ogni poeta è femmina, il fatto che si scriva poeta o poetessa mi è indifferente.

  20. antonio sagredo

    Auden…
    la sua poesia più sopra pubblicata – Lo scudo di Achille – è più una “alta” descrizione poetica che una poesia (la POESIA è altra cosa, non si fa facilmente decifrare).
    Raramente Auden “fa” Poesia – nonostante Brodskij sia di parere contrario al mio e che addirittura, con la sua mania idiota di giudicare gerarchicamente i Poeti, ne fa di Auden il maggior poeta del ‘900.
    Sarebbe dunque un poeta svedese a scalzare Auden, visto che lo svedese ha rivoluzionato la poesia del secondo ‘900, secondo un critico noto?
    Non credo affatto che le cose stiano così.
    Sono certo quelli citati degli ottimi poeti, ma non corrispondono a ciò che io penso debbano essere un Poeta e la Poesia…
    Coloro che credono che “fanno” Poesia si illudono: essi giocano con la Poesia come i bambini giocano con i balocchi,le bambole e altro… la Poesia nasconde dietro la propria maschera tutte le “mirabilia e i miserabilia” di questa mondo, che già da tempo non è il mio mondo!
    Campana, Dylan Thomas, Chlebnikov p.e. per restare al ‘900 non hanno bisogno di giocare.

  21. Condivido il pessimismo del nostro grande Papa circa le possibilità di una vera “pulizia” dalle incrostazioni che secoli di potere temporale hanno rovesciate sulla Chiesa Cattolica .Mi sbaglio, o qualcosa di simile l’aveva già detto Lutero? E non l’aveva già intuito lo stesso Cristo,quando gli toccò ricevere il bacio di Giuda? Quanto alla “vexata quaestio”della genialtà maschile o femminile,mi sembra che sia giunta l’era in cui poterla relegare(la “quaestio”) nel più remoto dei cassetti,insieme all’arricciabaffi e alla cintura di castità.Le lumache di Lucio Mayoor offrono già un buon esempio di quanto la natura possa essere affascinante, proprio nelle sue manifestazioni più ingenue e silenziose.

  22. cara Anna,

    mi hai fatto sorridere con l’arricciabaffi e la cintura di castità, davvero, in quel cassetto ci metto anche i bigodini della nonna e il “femminile” che ne consegue… oggi i problemi sono ben altri dopo che l’Anticristo in persona ha messo piede all’aeroporto di Fiumicino e si è insediato da tempo nelle segrete e ovattate stanze del Vaticano…

  23. Riprendiamo dal principale tropo della retorica poetica: Il parallelismo, troppo sottovalutato dalla poesia italiana di questi ultimi decenni:

    [da Roman Jakobson, Poetica e poesia, Einaudi, 1985 pp. 256 e segg]

    Scrive Gerard Manley Hopkins:

    «La parte artificiale della poesia, e forse sarebbe giusto dire ogni artificio, si riduce al principio del parallelismo. la struttura della poesia è caratterizzata da un parallelismo continuo…».

    Scriveva Robert Lowt nel 1778:

    «la corrispondenza di un verso o riga, con un altro, la chiamo parallelismo»

    Un esempio di attuazione del paragone si trova nella commedia di Chlebnikov L’errore della morte. La signora morte dice che ha la testa vuota come un bicchiere. L’ospite chiede un bicchiere. La morte si svita la testa.

    Un esempio di attuazione di entrambi i membri del parallelismo, non in successione temporale ma in ordine di coesistenza: «Con viso rasato, smunto, e i lunghi capelli passa correndo lo scienziato e grida, strappandosi i capelli: “Orrore! Ho preso un pezzetto del tessuto di una pianta, della pianta più comune, e d’un tratto sotto il mio occhio armato esso, mutando con malizia i suoi tratti, è diventato il vicolo Volynskij, con la gente che va e viene, le finestre delle tende semiabbassate, qualcuno che legge e altri che semplicemente, stanchi, siedono vicini, e io non so dove andare, – nel pezzetto di pianta sotto la lente d’ingrandimento, o nel vicolo Volynskij, dove io abito. Così non sono sempre lo stesso, là e qui, sotto la lente d’ingrandimento, nel pezzetto di pianta e nel cortile di sera”» (Il diavoletto).

    Attuazione della metafora:

    A un uomo grosso e sporco
    regalarono due baci.
    L’uomo era goffo,
    non sapeva
    che farsene,
    dove ficcarli.
    la città,
    tutta in festa,
    intonava alleluja nelle cattedrali,
    la gente usciva per sfoggiare abiti.
    Ma nella casa dell’uomo faceva freddo,
    e nelle suole c’erano dei buchi, piccoli, ovali.
    Egli scelse un bacio,
    quello più grosso,
    e se lo infilò come una caloscia.
    Ma il freddo mordeva,
    lo addentò per le dita,
    «E va bene,
    – si adirò l’uomo, –
    li getterò via questi inutili baci!.
    li gettò.
    E d’un tratto
    spuntarono al bacio le orecchie,
    prese a girare su di sé,
    e gridò con una voce sottile:
    «Mammina!»
    L’uomo si spaventò.
    Avvolse nei brandelli dell’anima il corpo tremante,
    se lo portò a casa,
    per metterlo in una cornice azzurra.
    Frugò a lungo nella polvere, nelle valigie
    (cercava la cornice).
    Si volse a guardare:
    il bacio giaceva disteso sul divano,
    enorme,
    grasso
    Ecco, cresciuto,
    ride,
    s’infuria.

    (Majakovskij)

    Un procedimento analogo venne impiegato a scopo umoristico nel Satiricon: come i bambini capiscono il linguaggio degli adulti. Lo stesso motivo si ritrova nel romanzo di Belyj Kotik Letaev. Cfr. anche l’attuazione della metafora nella pittura illustrativa, ad es. nella miniatura bizantina.

    Attuazione dell’iperbole:

    Io volavo, come una bestemmia.
    L’altro piede
    mi insegue ancora per la strada vicina.
    (Majakovskij)

    L’ossimoro attuato rivela chiaramente la sua natura verbale poiché, secondo la definizione della filosofia contemporanea, se ha significato, esso non ha oggetto (come ad esempio «il cerchio quadrato»). Tale è il «Naso» gogoliano, che Kovalev considera un naso, mentre quest’ultimo scuote le spalle, è vestito in uniforme, ecc.

    […] L’abolizione del limite fra significati reali e metaforici è un fenomeno tipico del linguaggio poetico. Spesso la poesia opera con immagini reali come se fossero figure verbali (procedimento inverso di attuazione): tali sono, ad esempio, i calembours.

    […] Sulla trasformazione di immagini reali in tropi sulla loro metaforizzazione, è basato il simbolismo come scuola poetica.

    Nella scienza della pittura sta apparendo una rappresentazione dello spazio come convenzione pittorica, del tempo ideografico. Ma alla scienza è ancora estraneo il problema del tempo e dello spazio come forme del linguaggio poetico. La violenza del linguaggio sullo spazio letterario è soprattutto evidente nel caso della descrizione, quando le parti che coesistono nello spazio si dispongono in successione temporale. Sulla base di ciò, Lessing persino rifiuta la poesia descrittiva…

    […] Per quanto riguarda il tempo letterario, un vasto campo di ricerca è rappresentato dall’artificio dello spostamento temporale… «Byron ha cominciato a raccontare dalla metà dell’avvenimento o dalla fine». Oppure cfr. per esempio La morte di Ivan Il’ic, dove lo scioglimento è dato prima del racconto… In Chlebnikov osserviamo l’attuazione dello spostamento temporale, per di più scoperto, cioè non motivato…

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