Analisi dei primi quattro versi di una poesia di Mario Gabriele – Quesito di Donatella Costantina Giancaspero: Qual è, a vostro avviso, il “lato debole” della rivista L’Ombra delle Parole? Risposte di Gabriele Pepe, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Edda Conte, Anna Ventura  – Crisi della poesia italiana post-montaliana – Il «Grande Progetto» e la mancata riforma della poesia italiana del secondo Novecento. Una Poesia di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi e Laura Canciani 

Critica della ragione sufficiente Cover Def

Giorgio Linguaglossa
19 dicembre 2017 alle 8:59

Prendiamo una poesia di nuovo genere, diciamo, una poesia della «nuova ontologia estetica», una poesia di Mario Gabriele, tratta dal suo ultimo libro, In viaggio con Godot (Roma, Progetto Cultura, 2017).

Propongo delle considerazioni che improvviso qui che non vogliono avere il carattere di una critica esaustiva ma di offrire indizi per una lettura. Analizzo i primi quattro versi.

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Il tempo mise in allarme le allodole.
Caddero èmbrici e foglie.
Più volte suonò il postino a casa di Hendrius
senza la sirena e il cane Wolf.

Un Giudice si fece largo tra la folla,
lesse i Codici, pronunciando la sentenza.
– Non c’è salvezza per nessuno,
né per la rosa, né per la viola -,
concluse il dicitore alla fine del processo.

Matius oltrepassò il fiume Joaquin
mantenendo la promessa,
poi salì sul monte Annapurna
a guardare la tempesta.

Un concertista si fece avanti
suonando l’Inverno di Vivaldi,
spandendo l’ombra sopra i girasoli.

Appassì il campo germinato.
Tornarono mattino e sera
sulle città dell’anima.
Suor Angelina rese omaggio ad Aprile
tornato con le rondini sul davanzale.
Restare a casa la sera,
calda o fresca che sia la stanza,
è trascorrere le ore in un battito d’ala.

Si spopolò il borgo.
Pianse il geranio la fine dei suoi giorni.
Fummo un solo pensiero e un’unica radice.
Chi andò oltre l’arcobaleno
portò via l’anima imperfetta.

Nostra fu la sera discesa dal monte
a zittire il fischio delle serpi,
il canto dei balestrucci.

Chiamammo Virginia
perché allontanasse i cani
dagli ulivi impauriti.

Robert non lesse più Genesi 2 Samuele,
e a durare ora sono le cuspidi al mattino,
la frusta che schiocca e s’attorciglia.

Gli enunciati della poesia hanno una informazione cognitiva ma sono privi di nesso referenziale, hanno però una rifrazione emotiva pur essendo del tutto privi di alone simbolico. Ci emozionano senza darci alcuna informazione completa. Ci chiediamo: come è possibile ciò? Analizziamo alcune frasi. Nel verso di apertura si dice che «il tempo mise in allarme le allodole». Qui Gabriele impiega una procedura antifrastica, le «allodole» sono in allarme non per qualche evento definito ma per un evento indefinito e impalpabile, è «Il tempo» qui l’agente principale che mette in moto il procedimento frastico, infatti il secondo verso ci informa che «Caddero èmbrici e foglie», il che è un paradosso linguistico perché non c’è alcuna connessione logica tra «embrici» e «foglie», e non c’è neanche alcuna connessione razionale, si tratta evidentemente di un enunciato meramente connotativo che ha risonanza emotiva ma non simbolica, anzi, l’enunciato ha lo scopo di evitare del tutto qualsiasi risonanza simbolica, lascia il lettore, diciamo, freddo, distaccato e sorpreso. Nella poesia di Mario Gabriele gli enunciati sono sempre posti in un modo tale da sconvolgere le aspettative di attesa del lettore. È questa la sua grande novità stilistica e procedurale. Il lettore viene sviato e sopreso ad ogni verso. Una procedura che presenta difficoltà ingentissime che farebbero scivolare qualsiasi altro poeta ma non Mario Gabriele.

Infatti, il terzo verso introduce subito una deviazione: «Più volte suonò il postino a casa di Hendrius», il che ci meraviglia per l’assenza di colluttorio con i due versi precedenti: non c’entra nulla «il postino» con la questione delle «allodole» «in allarme». Però, in verità, un nesso ci deve essere se il poeta mette quell’enunciato proprio nel terzo verso e non nel quarto o quinto o sesto. Nella poesia di Gabriele nulla è dovuto al caso, perché nulla lui deve al lettore: il suo tema è atematico, il suo è un tema libero che adotta dei frammenti e delle citazioni vuote, svuotate di contenuto, sia di significato sia di verità. Non si dà nessun contenuto di verità negli enunciati di Mario Gabriele, al contrario dei poeti che si rifanno ad una ontologia stilistica che presuppone un contenuto di verità purchessia e comunque. Nella sua ontologia estetica non si dà alcun contenuto di verità ma soltanto un contenuto ideativo. La traccia psichica che lasciano gli enunciati di una poesia di Mario Gabriele è una mera abreazione, libera una energia psichica senza confezionare alcuna energia simbolica (diciamo e ripetiamo: come nella vecchia ontologia estetica che ha dominato il secondo novecento italiano).

L’enunciato che occupa il quarto verso recita: «senza la sirena e il cane Wolf». Qui siamo, ancora una volta dinanzi ad una deviazione, ad uno shifter. Anche qui si danno due simboli de-simbolizzati: «la sirena» e il «cane Wolf», tra questi due lemmi non c’è alcun legame inferenziale ma soltanto sintattico stilistico e sono messi al posto numero 4 della composizione proprio per distrarre il lettore e distoglierlo dal vero fulcro della composizione. Ma, chiediamoci, c’è davvero un fulcro della composizione? La risposta è semplice: nella poesia di Mario Gabriele non si dà MAI alcun centro (simbolico), la poesia è SEMPRE scentrata, eccentrica, ultronea, abnormata.

Foto Eliot Elisofon La vita come ripetizione infinita

Chiamammo Virginia
perché allontanasse i cani
dagli ulivi impauriti.

 

Mario M. Gabriele

19 dicembre 2017 alle 11:16

Caro Giorgio,

leggo con piacere la tua esegesi su un mio testo poetico nel quale esamini con il bisturi di un anatomopatologo, la cellula endogena che dà corpo alla parola. Nessun critico si è mai avvicinato così alla mia poesia, che ebbi modo di esternare, (se ricordi bene) nella tua intervista con la quale si centralizzavano tematiche a vasto raggio sullo statuto del frammento in poesia, ma anche su alcuni temi poetici e filosofici, non sempre recepiti dai lettori. come colloquio culturale, e per questo bisognoso di più attenzione. In una delle tue domande riconosci che i personaggi delle mie poesie sono “gli equivalenti dei quasi.morti, immersi, gli uni e gli altri, in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito”. Altrove, e sempre sulle pagine di questo Blog, ho sintetizzato il mio modo di fare poesia.

Ricordo un pensiero di Claudio Magris su un lavoro di Barbara Spinelli, quando disse che era arrivato il tempo per il poeta di togliere la scala sulle spalle per salire tutte le volte al cielo, affrontando invece le “cose” terrene. Indagine questa che ho nel mio lavoro accentrato sempre di più, avvicinandomi al pensiero di Eliot nella concezione della poesia come “una unità vivente di tutte le poesie che sono state scritte, e cioè la voce dei vivi nell’espressione dei morti”. E qui mi sembra di non essere un caso isolato, se anche Melanie Klein, famosa psicoanalista, preleva la matrice luttuosa nella rimemorazione di persone e cose perdute per sempre.

Se ci distacchiamo da questa realtà effimera, se cerchiamo l’hobby o la movida non riusciamo più ad essere e a riconoscerci soggetti-oggetti di una realtà in continua frammentazione. Ecco quindi la giustificazione di una poesia che racchiude in se stessa le caratteristiche di tipo “scentrato” “eccentrico” “atetico” non “apofantico” “plruritonico” e “varioritmico: termini che riprendo dalla tua versione introduttiva da “In viaggio con Godot”. Spiegare al lettore il sottofondo di una poesia, credo che sia il miglior dono che gli si possa fare, senza cadere, tutte le volte che appare un tuo commento sui miei testi, come un surplus critico. La tua è la ragione stessa di essere interprete o guida estetica, cosa, che a dire il vero, si è nebulizzata da tempo da parte della vecchia guardia critica. Con un sincero ringraziamento e cordialità.

 Edda Conte

19 dicembre 2017 alle 12:08

E’ una bella risposta ,questa del Poeta, alle domande che scaturiscono dalla lettura dei versi di Mario Gabriele. Alla luce di queste motivazioni anche il lettore meno impegnato riesce a respirare l’alito nuovo seppure inusuale di questo fare versi.

Giorgio Linguaglossa

19 dicembre 2017 alle 12:36

La «nuova ontologia estetica» ha sempre a che fare con un nuovo modo di intendere la «cosa», essendo la «cosa» abitata da una aporia originaria che noi esperiamo nell’arte come «cosa» rivissuta ma non facente parte del presente come figura del tempo. È un nuovo modo, con una nuova sensibilità, di intendere l’arte di oggi. Ecco perché per analizzare una poesia della nuova ontologia estetica bisogna fare uso di un diverso apparato categoriale rispetto a quello che usavamo, che so, per spiegare una poesia di Montale o di Caproni… di qui l’oggettiva difficoltà dei letterati abituati alla vecchia ontologia, essi, educati a quella antica ontologia non riescono a percepire che è cambiata l’atmosfera del pianeta «parola»…

In fin dei conti l’aporia della cosa ha a che fare con l’aporia della comunicazione estetica… Intendo dire che una aporia ha attecchito la poesia italiana di questi ultimi decenni: che la poesia debba essere comunicazione di un quantum di comunicabile. Concetto errato, non vi è un quantum stabilito che si può comunicare, anzi, la poesia che contingenta un quantum di comunicabilità cade tutta intera nella comunicazione, diventa un copia e incolla della comunicazione mediatica, di qui la pseudo-poesia di oggi. Occorre, quindi, rimettere la comunicazione al suo posto. Questo concetto va bene quando si scrive un articolo di giornale o quando si fa «chiacchiera» da salotto o da bar dello spot ma non può andare bene quando si scrive una poesia. Il distinguo mi sembra semplice, no?

Gino Rago

19 dicembre 2017 alle 17:32

1) “Povero colui, che solo a metà vivo / l’elemosina chiede alla sua ombra.”

  1. Osip Mandel’štam

2) “Sappiate che non mi portate via da nessun luogo, che sono già portata via da tutti i luoghi – e da me stessa – verso uno solo al quale non arriverò mai (…) sono nata portata (…)”

Marina Cvetaeva

3) “Il marinaio” di Pessoa. Il protagonista di questo dramma forse non abbastanza noto è un marinaio, un marinaio che all’improvviso naufraga su un’isola sperduta. Il marinaio di Pessoa sa che non ha alcuna possibilità di fare ritorno in patria. Ma egli ne ha un disperato bisogno e allora…

4) “I Deva mi danno una risposta/ (…) mi spiegano che lo spirito è sempre/ anche nella materia./ Perfino nei sassi/ e nei metalli…”

Giacinto Scelsi

Ecco le grandi 4 coordinate dei miei versi recenti, dal ciclo troiano a Lilith, passando per gli stracci, i cascami, gli scampoli, le intelaiature della Storia.

 Gino Rago

19 dicembre 2017 alle 17:55

Brano tratto da Il marinaio di Fernando Pessoa:

” (…) Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un’altra patria come fosse stata sua.

(…) Ora per ora egli costruiva in sogno questa falsa patria, e non smetteva mai di sognare (…)

(…) sdraiato sulla spiaggia, senza badare alle stelle. […]

DONATELLA COSTANTINA GIANCASPERO Ritagli di carta e cielo - cover (2)

Con gli stracci si può confezionare un’ottima poesia. È una idea della nuova ontologia estetica

Donatella Costantina Giancaspero

19 dicembre 2017 alle 19:51

caro Gino Rago,

questa idea di una poesia fatta con gli scampoli, gli stracci, i rottami, i frantumi etc. è una idea, mi sembra, nuova per la poesia italiana, penso che bisogna lavorare su questo, impegnarsi. Con gli stracci si può confezionare un’ottima poesia. È una idea della nuova ontologia estetica, una delle tante messe in campo. A mio parere, in questo tipo di poesia ci rientra benissimo la poesia di Lucio Mayoor Tosi, lui è un capofila, un capotreno.

Per tornare alla lettera “interna” che Fortini indirizza alla redazione di “Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi, a mio avviso, qui Fortini dimostra una grande lucidità intellettuale nell’individuare il “lato debole” della posizione della rivista. Leggiamolo:

«Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana, in seguito alle fratture storiche subite dal nostro paese; ovvero al riconoscimento di antenati quasi simbolici, appartenenti di fatto a tutte le eredità europee». «Nell’odierna situazione, credo che le postulazioni fondamentali di “Officina” – agire per un rinnovamento della poesia sulla base di un rinnovamento dei contenuti, il quale a sua volta non può essere se non un rinnovamento della cultura – con i suoi corollari di civile costume letterario, di polemica contro la purezza come contro l’engagement primario ecc. – siano insufficienti e persino auto consolatorie. Rappresentano il “minimo vitale”, cioè un minimo di dignità mentale, di fronte alla vecchia letteratura –

E adesso pongo una domanda ai lettori e alla redazione: qual è a vostro parere il “lato debole” (uno ce ne sarà, penso) della rivista L’Ombra delle Parole?

Mario M. Gabriele

19 dicembre 2017 alle 23:19

Cara Donatella,

sempre se ho interpretato bene, e il lato debole non si configuri in un deficit limitato della Rivista come impianto organizzativo, mi soffermerei sul “pensiero debole” di Vattimo, come proposizione alternativa alla metafisica e ai Soggetti Forti quali Dio e L’Essere.Qui vorrei soffermarmi sul pensiero debole della Rivista,che cerca e tenta di tornare a un concetto di poesia, funzionale ad una nuova ontologia estetica, rispetto al vecchio clichè poetico del Novecento, sostituendolo con un nuovo cambio di pagina, attraverso il pensiero poetante.

Uscire dalla poesia istituzionale e omologata, significa, proporsi come soggetto nuovo, proprio come si formalizza oggi la NOE, abbandonati gli schemi e le fluttuazioni estetiche del secolo scorso. Una volta depotenziata questa categoria, inattuale di fronte al mondo che cambia in biotecnologie e scienze varie, l’essere-parola o lingua, ricostruttiva e risanatrice, diventa una urgenza non prorogabile, come l’unico modo per superare il postmoderno e il postmetafisico. Qui converrà articolarsi su ciò che da tempo va affermando Giorgio Linguaglossa su l’Ombra delle parole, che solo istituendo una poesia fondante su un nuovo Essere, verbale e stilistico, depotenziando il pensiero forte, si possa istituire un nuovo valore linguistico, inattivando le succursali poetiche e linguistiche resistenti sul nostro territorio, attaccando le categorie su cui si sono consolidate le modalità più resistenti della Tradizione, al fine di progettare un nuovo percorso che sia di indebolimento dei fondamenti poetici del passato.

Donatella Costantina Giancaspero

20 dicembre 2017 alle 13:53

Copio dal Gruppo La scialuppa di Pegaso la risposta di Gabriele Pepe alla mia domanda:

Qual è, a vostro avviso, il “lato debole” della rivista L’Ombra delle Parole?

Risposta:

La rivista soffre degli stessi problemi di cui soffrono tutte (quelle serie) riviste, blog et simili sulla rete. La velocità. Tutto scorre velocemente, troppo velocemente. Ogni cosa alla finne annega nel mare infinito del web. Mi permetto dei piccoli consigli:

1) Lasciare i post il tempo necessario per poter essere “compresi” e dibattuti in modo esauriente, o quasi. Quindi postare meno, postare più a lungo.

2) Lasciare traccia visibile di tutti gli autori ospitati, dibattuti, approfonditi, magari con un database in ordine alfabetico. Stessa cosa per argomenti, critiche, storia ecc. Mettere un motore di ricerca interno.

Aggiungo che, a volte, ma è assolutamente normale e ampiamente comprensibile, pecca un po’ di troppa autoreferenzialità, soprattutto quando vorrebbe far intendere che oggi l’unico modo di scrivere poesie deve essere alla NOE, tutto il resto è fuori dal contemporaneo. Ovviamente, per quel che conta, non sono d’accordo, anzi…   Cmq, non per fare il cerchiobottista, non finirò mai di ringraziare tutta la “cricca”  dell’Ombra per l’enorme lavoro, il coraggio di certe proposte, l’incredibile varietà di autori ed argomenti trattati sempre di livello superiore.

Vi ringrazio infinitamente. Seguendo, per quel che posso, la rivista, credo di aver accresciuto i miei orizzonti non solo poetici. Grazie!

Giorgio Linguaglossa

20 dicembre 2017 alle 9:32

Il lato debole della nuova ontologia estetica

 Credo che la domanda di Donatella Costantina Giancaspero sia una domanda centrale alla quale bisognerà rispondere. Cercherò di essere semplice e diretto e di mettere il dito nella piaga.

Vado subito al punto centrale.

A mio avviso, il punto centrale è che dagli anni settanta del novecento ad oggi la poesia italiana del novecento è stata una poesia della «comunicazione». Tutta la poesia che è venuta dopo la generazione dei Fortini, dei Pasolini, dei Caproni è fondata sull’appiattimento della forma-poesia sul livello della «comunicazione»; si è pensato e scritto una poesia della comunicazione dell’immediato, si è pensato ingenuamente che la poesia fosse un immediato, e quindi avesse un quantum di comunicabile in sé, che la poesia fosse «l’impronta digitale» (dizione rivelatrice di Magrelli) di chi la scrive. Il risultato è che i poeti venuti dopo quella generazione d’argento, la generazione di bronzo: i Dario Bellezza, i Cucchi, Le Lamarque, i Giuseppe Conte… fino agli ultimissimi esponenti della poesia «corporale»: Livia Chandra Candiani, Mariangela Gualtieri e ai minimalisti romani: Zeichen e Magrelli (ed epigoni), tutta questa «poesia» è fondata sulla presupposizione della comunicabilità e comprensibilità della poesia al più grande numero di persone del «quantum» di comunicabile.

È chiaro che la posizione dell’Ombra delle Parole si muove in una direzione diametralmente opposta a quella seguita dalla poesia italiana del tardo novecento e di quella del nuovo secolo. Da questo punto di vista non ci possono essere vie di mezzo, o si sta dalla parte di una poesia della «comunicazione» o si sta dalla parte di una «nuova ontologia estetica» che contempla al primo punto il concetto di una poesia che non ha niente a che vedere con la «comunicazione».

È questo, sicuramente, un elemento oggettivo di debolezza della nuova ontologia estetica perché abbiamo di fronte un Leviathano di circa cinquanta anni di stallo, per cinquanta anni si è scritta una poesia della comunicazione, forse nella convinzione di recuperare in questo modo la perdita dei lettori che in questi decenni ha colpito la poesia italiana. Il risultato è stato invece il progressivo impoverimento della poesia italiana. Credo che su questo non ci possano essere dubbi.

Penso che al di là di singole teorizzazioni e di singoli brillanti risultati poetici raggiunti dagli autori che si riconoscono nella nuova ontologia estetica, questo sia il vero «lato debole» della nostra «piattaforma», un’oggettiva debolezza che scaturisce dai rapporti di forze in campo: da una parte la stragrande maggioranza della poesia istituzionale (che detiene le sedi delle maggiori case editrici, i quotidiani, le emittenti televisive, i premi letterari etc.), dall’altra la nostra proposta (che non può fare riferimento a grandi case editrici e all’aiuto dei mezzi di comunicazione di massa). Anche perché il successo delle proposte di poetica nuove passa sempre per la sconfitta della poesia tradizionale, la storia letteraria la determinano i rapporti di forza, non certo le capacità letterarie dei singoli.

Per tornare alla questione poesia, penso che questo articolo sul rapporto Montale Fortini sia di estremo interesse perché mostra la grandissima acutezza del Montale nel mettere a fuoco il problema che affliggeva la poesia di Fortini. Montale mette il dito nella piaga, e Fortini lo riconosce. Siamo nel 1951, già allora la poesia italiana era immobilizzata da tendenze «religiose» (un eufemismo di Montale per non dire “ideologiche”) che avrebbero frenato l’evoluzione poetica della poesia di Fortini… quelle tendenze che in seguito, negli anni ottanta, sarebbero diventate a-ideologiche, ovvero si sarebbero invertite di segno, per poi assumere, durante gli anni novanta e negli anni dieci del nuovo secolo, forme di disarmo intellettuale e di disillusione, forme istrioniche…

In quella lettera di Montale si può leggere, in filigrana e in miniatura, l’ulteriore cammino che farà nei decenni successivi la claudicante poesia italiana del tardo novecento, con la sua incapacità di rinnovarsi su un piano «alto». Insomma, diciamolo netto e crudo, nessun poeta italiano interverrà più, dalla metà degli anni settanta ad oggi, a mettere il dito nella piaga purulenta… ci si accontenterà di salvare il salvabile, di pronunciare campagne di acquisizione sul libero mercato di frange di epigoni, campagne auto pubblicitarie, si lanceranno petizioni di poetica e di anti-poetica a scopi pubblicitari e auto commemorativi… E arriviamo ai giorni nostri…

 

Anna Ventura

20 dicembre 2017 alle 10:39

Caro Giorgio,

già mi inorgoglivo nel sentirmi nel ruolo di “commilitone” (parola ganzissima,che non potrò dimenticare),quando il tuo pessimismo che afferma”la storia letteraria la determinano i rapporti di forza,non certo le capacità letterarie dei singoli”mi riporta alla realtà più cruda,che mi rifiuto di accettare. Credo che siano le capacità letterarie dei singoli, se bene organizzate in un gruppo serio, a dare il colpo d’ala ad ogni stagnazione. Saluti dalle truppe cammellate, pronte a uscire dalle oasi più remote,a difesa delle patrie lettere.

Giorgio Linguaglossa

20 dicembre 2017 alle 10:49

Estrapolo un pensiero di Steven Grieco Rathgeb da un suo saggio che posterò nei prossimi giorni:

 (Sia detto di passaggio che dopo il grande crollo della poesia e della letteratura avvenuto nel secondo Novecento, l’unica analisi di un testo ’letterario’ che oggi riesce pienamente a soddisfare il lettore è quella di un nuovo, inesplorato metodo critico-creativo: quello che non fa una parafrasi del testo, né l’analizza con gli strumenti critici del passato ormai inservibili, ma invece si serve del testo (e anche rende servizio al testo!) per aprire nuove prospettive, nuove ardite immaginazioni, quasi fosse un testo creativo già di per sé. Un metodo spesso adottato da Giorgio Linguaglossa, ad es.)

Giorgio Linguaglossa

20 dicembre 2017 alle 11:41

Estrapolo un pensiero di Paolo Valesio da un suo saggio apparso in questa rivista sulla poesia di Emilio Villa:

Parrebbe un’ovvietà, che ogni convegno o libro collettivo o simili (si tratti di critici letterari o di, per esempio, uomini politici) sia fondato sull’idea di un confronto critico fra valutazioni e posizioni diverse. E invece questa ovvietà – come tante altre – è tutt’altro che ovvia. In effetti, la difficoltà di trovare un‘autentica divergenza di posizioni tra i critici letterari che si occupano di un dato autore – la difficoltà di trovare dentro il coro almeno un critico o una critica a cui quell’autore “non piace” (uso quest’espressione semplicistica come abbreviazione approssimativa) – è solo uno dei tanti indizi (ma non è il minore) dello statuto ancora precario del costume democratico in Italia, al di là dei superficiali effetti di democrazia (penso all’ effet de réel di cui parlava Barthes) creati dall’ideologia, che comunque in Italia è generalmente a senso unico.

Giorgio Linguaglossa

20 dicembre 2017 alle 15:57

Crisi della poesia italiana post-montaliana. Il «Grande Progetto»

 Tracciando sinteticamente un quadro concettuale sulla situazione di Crisi della poesia italiana non intendevo riferirmi alla evoluzione stilistica del poeta Montale come personalità singola dopo Satura (1971).

Di fatto, la crisi della poesia italiana esplode alla metà degli anni Sessanta. oggi occorre capire perché la crisi esploda in quegli anni e capire che cosa hanno fatto i più grandi poeti dell’epoca per combattere quella crisi, cioè Montale e Pasolini; per trovare una soluzione a quella crisi. Quello che a me interessa è questo punto, tutto il resto è secondario. Ebbene, la mia stigmatizzazione è che i due più grandi poeti dell’epoca, Montale e Pasolini, abbiano scelto di abbandonare l’idea di un Grande Progetto, abbiano dichiarato che l’invasione della cultura di massa era inarrestabile

e ne hanno tratto le conseguenze sul piano del loro impegno poetico e sul piano stilistico: hanno confezionato finta poesia, pseudo poesia, antipoesia (chiamatela come volete) con Satura (1971), ancor più con il Diario del 71 e del 72 e con Trasumanar e organizzar (1971).

Questo dovevo dirlo anche per chiarezza verso i giovani, affinché chi voglia capire, capisca. a quel punto, cioè nel 1968, anno della pubblicazione de La Beltà di Zanzotto, si situa la Crisi dello sperimentalismo come visione del mondo e concezione delle procedure artistiche.

Cito Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo… è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o non sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concrezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale (…) indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo. anche questa svolta non è completamente nuova. Il concetto di costruzione, che è fra gli elementi basilari dell’arte moderna, ha sempre implicato il primato dei procedimenti costruttivi sull’immaginario».1]

Quello che oggi non si vuole vedere è che nella poesia italiana di quegli anni si è verificato un «sisma» del diciottesimo grado della scala Mercalli: l’invasione della società di massa, la rivoluzione mediatica e la rivoluzione delle emittenti mediatiche

Davanti a questa rivoluzione che si è svolta in tre stadi temporali e nella quale siamo oggi immersi fino al collo, la poesia italiana si è rifugiata in discorsi poetici di nicchia, ha scelto di non prendere atto del terribile «sisma» che ha investito la poesia italiana, di fare finta che esso «scisma» non sia avvenuto, che tutto era come prima, che la poesia non è cambiata e che si poteva continuare a perorare e a fare poesia di nicchia e di super nicchia, poesia autoreferenziale, poesia della cronaca e chat-poetry.

Lo voglio dire con estrema chiarezza: tutto ciò non è affatto poesia ma «ciarla», «chiacchiera», battuta di spirito nel migliore dei casi. Qualcuno mi ha chiesto, un po’ ingenuamente, «Cosa fare per uscire da questa situazione?». Ho risposto: un «Grande Progetto».

A chi mi chiede di che si tratta, dico che il «Grande Progetto» non è una cosa che può essere convocata in una formuletta valida per tutti i luoghi e per tutti i tempi. Per chi sappia leggere, esso c’è già in nuce nel mio articolo sulla «Grande Crisi della Poesia Italiana del Novecento».

Il problema della crisi dei linguaggi del tardo Novecento post-montaliani, non l’ho inventata io ma è qui, sotto i nostri occhi, chi non è in grado di vederla probabilmente non lo vedrà mai, non ci sono occhiali di rinforzo per questo tipo di miopia. Il problema è quindi vasto, storico e ontologico, si diceva una volta di «ontologia estetica», ma io direi di ontologia tout court. Dobbiamo andare avanti. Ma io non sono pessimista, ci sono in Italia degli elementi che mi fanno ben sperare, dei poeti che si muovono nel solco post-novecentesco in questa direzione.

Farò solo tre nomi: Mario Gabriele, Steven Grieco-Rathgeb e Roberto Bertoldo, altri poeti si muovono anch’essi in questa direzione. La rivista sta studiando tutte le faglie e gli smottamenti della poesia italiana di oggi, fa quello che può ma si muove anch’essa con decisione nella direzione del «Grande Progetto»: rifondare il linguaggio poetico italiano. Certo, non è un compito da poco, non lo può fare un poeta singolo e isolato a meno che non si chiami Giacomo Leopardi, ma mi sembra che ci sono in Italia alcuni poeti che si muovono con decisione in questa direzione.

Rilke alla fine dell’ottocento scrisse che pensava ad una poesia «fur ewig», che fosse «per sempre». Ecco, io penso a qualcosa di simile, ad una poesia che possa durare non solo per il presente ma anche per i secoli a venire.

Per tutto ciò che ha residenza nei Nuovi Grandi Musei contemporanei e nelle Gallerie di Tendenza, per il manico di scopa, per le scatolette di birra, insieme a stracci ammucchiati, sacchi di juta per la spazzatura, bidoni squassati, escrementi inscatolati, scarti industriali etichettati, resti di animali imbalsamati e impagliati, per tutti i prodotti battuti per milioni di dollari, nelle aste internazionali, possiamo trovare termini nuovi. Non ci fa difetto la fantasia. Che so, possiamo usare bond d’arte, per esempio, o derivati estetici.

Attraversare il deserto di ghiaccio del secolo sperimentale Infrangere ciò che resta della riforma gradualistica del traliccio stilistico e linguistico sereniano ripristinando la linea centrale del modernismo europeo. È proprio questo il problema della poesia contemporanea, credo. Come sistemare nel secondo Novecento pre-sperimentale un poeta urticante e stilisticamente incontrollabile come Alfredo de Palchi con La buia danza di scorpione (1945-1951), che sarà pubblicato negli Stati Uniti nel 1993 e, in Italia nel volume Paradigma (2001) e Sessioni con l’analista (1967) Diciamo che il compito che la poesia contemporanea ha di fronte è: l’attraversamento del deserto di ghiaccio del secolo sperimentale per approdare ad una sorta di poesia sostanzialmente pre-sperimentale e post-sperimentale (una sorta di terra di nessuno?); ciò che appariva prossimo alla stagione manifatturiera dei «moderni» identificabile, grosso modo, con opere come il Montale di dopo La bufera e altro (1956) – (in verità, con Satura del 1971, Montale opterà per lo scetticismo alto-borghese e uno stile narrativo intellettuale alto-borghese), vivrà una seconda vita ma come fantasma, allo stato larvale, misconosciuta e disconosciuta. Ma se consideriamo un grande poeta di stampo modernista, Angelo Maria Ripellino degli anni Settanta: da Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima opera Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976), dovremo ammettere che la linea centrale del secondo Novecento è costituita dai poeti modernisti. Come negare che opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni non abbiano una matrice modernista? La migliore produzione della poesia di Alda Merini la possiamo situare a metà degli anni Cinquanta, con una lunga interruzione che durerà fino alla metà degli anni

Settanta: La presenza di Orfeo è del 1953, la seconda raccolta di versi, Paura di Dio con le poesie che vanno dal 1947 al 1953, esce nel 1955, alla quale fa seguito Nozze romane; nel 1976 il suo miglior lavoro, La Terra Santa. Ma qui siamo sulla linea di un modernismo conservativo.

 Ragionamento analogo dovremo fare per la poesia di una Amelia Rosselli, da Variazioni belliche (1964) fino a La libellula (1985). La poesia di Helle Busacca (1915-1996), con la fulminante trilogia degli anni Settanta si muove nella linea del modernismo rivoluzionario: I quanti del suicidio (1972), I quanti del karma (1974), Niente poesia da Babele (1980), è un’operazione di stampo schiettamente modernista.

Non bisogna dimenticare la riproposizione di un discorso lirico aggiornato da parte del lucano Giuseppe Pedota (Acronico – 2005, che raccoglie Equazione dell’infinito – 1995 e Einstein:i vincoli dello spazio – 1999), che sfrigola e stride con l’impossibilità di adottare una poesia lirica dopo l’ingresso nell’età post-lirica.

Il piemontese Roberto Bertoldo si muoverà, in direzione di una poesia che si situi fuori dal post-simbolismo ma pur sempre entro la linea del modernismo con opere come Il calvario delle gru (2000) e L’archivio delle bestemmie (2006). Nell’ambito del genere della poesia-confessione già dalla metà degli anni ottanta emergono Sigillo (1989) di Giovanna Sicari, Stige (1992) di Maria Rosaria Madonna.

È doveroso segnalare che in questi ultimi anni ci sono state altre figure importanti che ruotano intorno alla «nuova ontologia estetica»: Mario M. Gabriele con Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016)  In viaggio con Godot (2017), Antonio Sagredo con Capricci (2016), e poi Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Ubaldo De Robertis, Donatella Costantina Giancaspero, Francesca Dono, Giuseppe Talia, Edith Dzieduszycka.

È noto che nei micrologisti epigonici che verranno, la riforma ottica inaugurata dalla poesia di Magrelli, diventerà adeguamento linguistico ai movimenti micro-tellurici della «cronaca mediatica». La composizione adotta la veste di commento. Il questo quadro concettuale è agibile intuire come tra il minimalismo romano e quello milanese si istituisca una alleanza di fatto, una coincidenza di interessi e di orientamenti «di visione del mondo»; il risultato è che la micrologia convive e collima con il solipsismo asettico e aproblematico; la poesia come fotomontaggio dei fotogrammi del quotidiano, buca l’utopia del quotidiano rendendo palese l’antinomia di base di una impostazione culturalmente acrilica.

Lo sperimentalismo ha sempre considerato i linguaggi come neutrali, fungibili e manipolabili; incorrendo così in un macroscopico errore filosofico.

Inciampando in questo zoccolo filosofico, cade tutta la costruzione estetica della scuola sperimentale, dai suoi maestri: Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto, fino agli ultimi epigoni: Giancarlo Majorino e Luigi Ballerini. Per contro, le poetiche «magiche», ovvero, «orfiche», o comunque tutte quelle posizioni che tradiscono una attesa estatica dell’accadimento del linguaggio, inciampano nello pseudoconcetto di una numinosità quasi magica cui il linguaggio poetico supinamente si offrirebbe. anche questa posizione teologica rivoltata inciampa nella medesima aporia, solo che mentre lo sperimentalismo presuppone un iperattivismo del soggetto, la scuola «magica» ne presuppone invece una «latenza».

1] T. W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1970, p. 37.

Lucio Mayoor Tosi

20 dicembre 2017 alle 23:38

Di Maio

«Solo i versi di un poeta possono cancellare la memoria
in meno di un istante».

Glielo disse ruotando attorno al vassoio
nel mezzo di una stanza.
«Per ritrovare la memoria bisogna scendere di un gradino.
Poi l’altro, poi l’altro».

«Al massimo tre, da che il vuoto si è avvicinato».
Luigi Di Maio s’aggiusta la cravatta.
Entra nell’ascensore.

Posto qui una poesia inedita di
Laura Canciani.

                                                        a a.s.

Questa volta saliamo sul ring.
Tu, con le tue vesti lunghe rosse fruscianti
– eresiarca di un fuoco baro –
io, con vestaglietta da cucina
e un occhio già ferito
da lama spinta:
potrei indossarle tutte le scarpette rosse
che girano vive tra luci e pareti
disattente.

Round primo:
quale arbitrocritico non esulta per il colpo
“Orfeo e Euridice”?

Round secondo:
creami adesso, qui, il più piccolo
fiore rosso…

Un colpo basso, a testa bassa, feroce
contro le regole
non viene perdonato.

La folla, a tentoni, monta le corde impoetiche
in un ridere di onda d’urto
che disfa persino l’invisibilità.

Provo dolore consapevole nel prodigio
del silenzio
ma sono viva e da viva mi giunge una voce
strana, anglosassone, elegante, come crudele.
«Liberati»
«Liberarmi, da che cosa?»
«Tu lo sai»
«Sì, liberarmi da tutta la zavorra
che impedisce la santità».

Commento estemporaneo di Giorgio Linguaglossa

Come si può notare, qui siamo in presenza di un tipo di discorso poetico che adotta il verso «spezzato»; ripeto: «spezzato». Questo è appunto il procedimento in uso nella poesia più aggiornata che si fa oggi dove il verso cosiddetto libero è stato sostituito con il verso «spezzato», singhiozzato…
E questo è il modus più proprio del poeta moderno erede della tradizione di un Franco Fortini, lui sì ancora addossato alla linea umanistica del novecento… ma Laura Canciani è una poetessa che non può più scrivere «a ridosso del novecento», semmai, oserei dire che può sopravvivere «nonostante» il novecento…
Oggi al poeta di rango può essere concessa solo una chance: il verso e il metro «spezzato»… che è come dire di una creatura alla quale abbiano spezzata la colonna vertebrale…

Gino Rago
18 dicembre alle 18.30

Dopo Lilith
(Dio presenta Eva ad Adamo)

“(…) Ti sento solo. Ecco l’altra compagna.
Ingoia l’acqua delle tue ghiandole
ma non superare la soglia.
Stai molto attento a non far piangere questa donna.
Io conto una ad una le sue lacrime.

Questa donna esce
dalla costola dell’uomo non dai tuoi piedi
per essere pestata
(né dalla tua testa
per sentirsi superiore).

Questa volta la donna esce dal tuo fianco per essere uguale.
Un po’ più in basso del braccio per essere difesa.
Ma dal lato del tuo cuore.
Per essere amata. Questo ti comando.(…)”

Adamo le sfiora le spalle. La distanza nel buio si assottiglia.
Un sibilo invade il giardino di gigli.

 

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43 commenti

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43 risposte a “Analisi dei primi quattro versi di una poesia di Mario Gabriele – Quesito di Donatella Costantina Giancaspero: Qual è, a vostro avviso, il “lato debole” della rivista L’Ombra delle Parole? Risposte di Gabriele Pepe, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Edda Conte, Anna Ventura  – Crisi della poesia italiana post-montaliana – Il «Grande Progetto» e la mancata riforma della poesia italiana del secondo Novecento. Una Poesia di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi e Laura Canciani 

  1. Un poeta che vuole restare anonimo, mi scrive:

    caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28876
    oggi, e non solo da oggi, la poesia italiana è ridotta a una serie di collegi elettorali (pochi) manovrati da pochi Grandi Elettori i quali gestiscono la «cosa pubblica» della poesia come «cosa privata», secondo i propri interessi elettorali e pubblicitari, e la critica, quella che tu fai a tue personali spese, è ridotta ad una attività salariale dipendente da quei Grandi Elettori i quali esigono e impongono un silenzio politico e una connivenza generalizzata.

    Quello che voi state facendo è una cosa che apre una crepa nel silenzio generale che non può essere accettata né perdonata da nessuno di quei Grandi Elettori e Grandi elemosinieri del Re.

  2. gino rago

    Dedico questi versi a tutte le battaglie, passate, presenti, future,
    de L’Ombra delle Parole contro i Grandi Elettori
    e contro i Grandi Elemosinieri del Re
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28879
    Il marinaio è il poeta?

    (…)
    Un giorno la pioggia durò più a lungo.
    L’orizzonte si fece più incerto. Imprendibile.
    Il marinaio sull’isola non volle più sognare.
    Voleva i segni della sua patria vera.
    Ma la terra natale si era dissolta nel suo sogno.
    La voce non apparteneva più al suo corpo.

    L’unica sua patria era la patria del suo sogno.
    E la vita del marinaio era quella che aveva sognato.
    Non ricordava più né un gesto materno né una strada.
    “Aiutatemi” disse il marinaio. “Aiutatemi. Esistono cose al di fuori del sogno?”
    La sua vita reale era senza passato.
    L’adolescenza che abitava la sua mente
    era quella che si era creato.
    (…)
    Un giorno passò per quell’isola una nave.
    Ma il marinaio non c’era più.
    La vegliatrice pensò:”Avrà lasciato l’isola per tornare in patria…”
    Forse per il marinaio fu davvero così.
    Ma quale patria? Quella reale o quella del sogno?
    Il poeta vacilla. Non ha la risposta.

    Gino Rago

  3. gino rago

    Un poeta che gioca con il tempo nello Spazio Espressivo Integrale:
    Lucio Mayoor Tosi (“Lungo il viale del tempo”)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28880

    In “Picasso” che Gertrude Stein dedicò al personaggio dominante dell’arte del Novecento europeo, tra narrativa e critica d’arte, la Stein
    ebbe a dire, fra le tante raffinate meditazioni sul padre del Cubismo, che
    le idee letterarie di un pittore non sono come le idee letterarie di uno scrittore.
    Perché? Perché l’ “egotismo” del pittore è un egotismo assai diverso
    dall’egotismo dello scrittore, dall’egotismo del poeta. E Gertrude Stein
    più avanti nel libro articola il suo pensiero così: “Il pittore non concepisce
    se stesso come esistente in se stesso. Il pittore concepisce se stesso
    come il riflesso degli ‘oggetti’ che egli ha collocato nei suoi quadri;
    un poeta invece concepisce se stesso come esistente in sé e per se stesso,
    perché il poeta (o lo scrittore) non vive affatto nei suoi libri: per scrivere
    deve prima di tutto esistere in se stesso, ma perché un pittore possa
    dipingere prima di tutto deve essere fatta la pittura…”.

    Ecco perché per Picasso i suoi disegni non erano tracce di ‘cose’ vedute
    ma di ‘cose’ espresse. Insomma, i disegni per Picasso erano le sue parole,
    erano il suo modo di parlare.

    Nel caso di Lucio Mayoor Tosi, dunque, proprio perché artista e poeta nello stesso tempo, l’egotismo del poeta è obbligato a coesistere con l’egotismo del pittore. Non sempre questa coesistenza probabilmente in lui, nella sua psiche, è coesistenza pacifica e dunque non sappiamo se scrive disegnando o se disegna scrivendo… L’esito estetico che s’indovina nei suoi versi è attribuibile necessariamente al muoversi di Lucio Mayoor Tosi nel linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale in cui tempo e spazio
    hanno altezza, larghezza e profondità tridimensionali e i nomi e le immagini sono disegni-parole
    , parole-disegni, in un continuo scambio di energie interne.
    Energie interne che toccano l’acme nel verso memorabile:

    “Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

    Orazio parlò di “monumento” da erigere par la sua Opera, Mandel’stam, sulla scia schiumosa di Orazio, parlò anch’egli di “monumento”, Letizia Leone,
    forse anche per una risonanza rimbaudiana del ‘Battello ebbro’, di recente ha parlato anche lei di “monumento” anche se ebbro (Il monumento Ebbro).
    Invece Lucio Mayoor Tosi parla di “statue” sui basamenti pronte a tremare sotto i colpi del vento, segno inconfondibile d’una weltanshauung tosiana
    incardinata sul senso del Difetto del Sé e della precarietà della presenza dell’uomo nel mondo. In piena consapevolezza della indeterminazione
    della condizione del poeta e del pittore in una stagione della storia dell’uomo non proprio volta verso il vero, il giusto, il bello.

    Lucio Mayoor Tosi
    Lungo il viale del tempo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28880
    – oh, grazie! Che immagine romantica.

    … dove nascono ad aprile le cavallette
    e a giugno le prime aragoste

    dentro la scatola bianca dei souvenir,
    per un soffio, il forte vento fa tremare
    le statue sui basamenti.

    Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:

    “Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
    sono immense, o infinitamente piccole”
    e
    “L’anello grigio del secolo scorso
    potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.

    – Oh, Il canto silenzioso delle lumache!

    L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
    Le prime Candies Blue alla frutta danese!
    Il bel tramonto su Baudelaire!

    A pagina chiusa, il libro narra di noi
    nel Mausoleo del Parlamento.

    Non un granello di polvere tra i corpi
    refrigerati.
    Ho lasciato il mio guardaroba
    tra mille anni.

    Gino Rago

    • Caro Gino Rago, grazie per l’attenzione che mi hai dedicato.
      Conosco bene il “Picasso” Gertrude Stein e la vicenda del ritratto che l’artista fece alla scrittrice. Forse i tormenti che accompagnarono la nascita del Cubismo furono gli stessi che stiamo provando ora con la Nuova ontologia estetica. E con i tormenti anche certi aspetti della multi-prospettiva.
      Per quel che mi riguarda, devo dire che sono totalmente pittore quando faccio pittura, poeta quando serve la parola, nei titoli. L’artista pittore non parla, non pensa e non ascolta. Guarda il suo dipingere, quello che ha appena fatto e cerca di vedere quel che ancora non ha dipinto. Pittura è principalmente guardare. Nella maggior parte del tempo il pittore guarda e riguarda. Questo vale particolarmente per le mie cose, che sono difficili nel concepimento ma veloci nell’esecuzione. Non trovo però tanta differenza di egotismo tra le due arti, come sostiene la Stein: sono piuttosto veloce anche nello scrivere poesia, tanto più adesso che ho ben interiorizzato la tecnica del frammento, al punto che – e qui parla il pittore – vedo la tecnica sparire.
      Mi sento di confermare questa tua teoria dello “Spazio Espressivo Integrale”, anche se l’espressione non mi entusiasma. Il pittore crea cose che sono già “cose” in partenza; ti puoi immaginare quanto “cosa” diventeranno col passare del tempo! La Gioconda non è forse la più “cosa” che esista al mondo?
      Se pittura comporta l’azione di “guardare” allora poesia è “leggere”. Il poeta legge quel che scrive, mentre scrive e dopo aver scritto; mentre scrivere ha il senso che gli è stato dato da Steven Grieco: sono segni. Vi è uno stretto legame tra segno e pittura. Ma è inutile insistere su questo fronte, a meno che non si voglia guardare alla provenienza delle immagini; in questo caso si vedrà che la sorgente è la stessa (memoria, inconscio, suggestioni, ecc.). In ogni caso, sia il poeta che il pittore inventano “cose” nuove, inedite e mai viste prima. Tutti sanno cos’è la neve, nessuno sa della neve nella poesia di Pasternak. Quella neve non è mai esistita prima! Grazie a Pasternak è diventata “cosa” immaginaria. Ma un conto sono le immagini, altro conto è da fare con le parole; le quali, come le immagini, spesso affiorano senza motivo né ricerca.
      Su un punto del tuo discorso non mi ritrovo, qui:
      le statue “sui basamenti pronte a tremare sotto i colpi del vento, segno inconfondibile d’una weltanshauung tosiana
      incardinata sul senso del Difetto del Sé e della precarietà della presenza dell’uomo nel mondo”.
      A parte il fatto che il mio vento soffia dentro una scatola di souvenir – uno stratagemma, l’immagine è volta a cancellare qualsiasi appiglio domestico – , anche se tu decodifichi correttamente la metafora, è sull’aspetto centrale della precarietà che sento di dover precisare. La precarietà è un problema sociale drammatico, ne parlo ma non sta al centro del mio discorso poetico. Per me, che divenni sannyasin ( fu nel 1990), la precarietà è diventata una conseguenza ontologica, esistentiva; uno stare al mondo che, penso, non cambierebbe nemmeno se vivessimo tutti nel mondo migliore che si possa immaginare.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28885
    Attenzione prego…
    attenzione prego…
    Siete tutti in ascolto…
    prego…”il gioco non è più divertente
    il gioco avviene quasi a nostra insaputa…
    Tutti giocano e noi gli ignoriamo. Ma giocano davvero.”
    Capito il guaio?
    “E che vorremmo essere sempre e dappertutto…e loro giocano, e noi giochiamo, e tutti giocano…”
    ma come si fa? Ad essere sempre poeti e dappertutto…ed a giocare sempre da soli?”
    Con l’illusione del gioco…

    Secondo tempo
    La proposta:
    Sudore di poesia, di incontri fissi mensili, no promozioni, no perditempo…Solo produzioni… ISTANTANEE DI POESIA…
    ESTEMPORANEE DI POESIA…
    AGGRAVI DI POESIA
    PROGETTI DI POESIA
    FINALITÀ DI POESIA
    (Prodotte il quel preciso giorno, ora o momento)
    e poi subito in stampa e in divulgazione.
    Subito prodotte.
    SCRITTO E MANGIATO!
    Stop.
    terzo tempo
    Vedo sopra.

    Grazie Ombra.
    P.s. Un grande abbraccio ad A.D.P.)
    e a voi pure!)

    • L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28909
      In una certa misura la problematica del Fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia». Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il Fattore T.

      Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (Fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del Fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.

      In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal Fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhill con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del Fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

      Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

      È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

      Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

      • Mauro Pierno
        ABBIAMO BISOGNO DI NUOVI MITI
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28934
        Il tempo stesso presente è azione incondizionata. “Questo Natale si è presentato come comanda Iddio”…La poesia dimostra con la sua esistenza la storia…”Co’ tutti i sentimenti si è presentato! “Il passato è esistenza viva da salvaguardare.
        Il poeta combatte con il proprio metodo questo presente inesistente che si sfalda inesorabilmente.”Fa freddo, fa freddo, il freddo non l’ho inventato io.”
        L’aporia non l’ho inventata io, come l’inverno di Luca Cupiello, “fa freddo…”.
        Lo deve fare, è il tempo suo.

        “Il advient que notre coeur soit comme chassé de notre corps.
        Et notre corps est comme mort.”

        “Avviene che il nostro cuore sia come
        cacciato dal corpo. E il corpo
        è come morto.”
        Due rive ci vogliono, René Char-Vittorio Sereni

        *i titoli di questa piccola silloge sono tratti dal testo “Natale in casa Cupiello

        di EDUARDO DE FILIPPO.

        *

        È incominciato il telegrafo senza fili

        Evidentemente come gli occhi socchiusi
        che piangono, che a mente
        ricordano i sogni, la vita,
        la tua, Francesco, un breve scroscio divenne.
        Mista così ad una giornata
        di sole, la pioggia, che riconoscesti
        acerba, fugace.

        *

        Sei vecchia, ti sei fatta vecchia!

        Artistica sei
        come la Maraini,
        la Wertmüller,
        gli occhiali sulla fronte di Squitieri,
        immodificabili;
        tu però anche
        ti porti in fronte
        la voglia matta della vecchiaia,
        il sigillo canuto, lo strazio,
        il canto, la voce amara di un sorriso
        pieno, un cuore aspro solo
        umano, in comunicato
        solenne, sincera
        dimenticanza d’esistere.

        *

        Conce’, fa freddo fuori?

        Quella mano che non ritrovo
        quando a letto ti accarezzo
        ed i piccoli tizzoni dei tuoi piedi
        che trattengo a stento,
        sono le stesse smozzicate parole,
        amore, che assidero
        burbero, silenzioso, assuefatto.
        “Fa freddo fuori ?”.
        La sostanza non cambia,
        sto a ripetermi che nulla accanto
        mi appassiona, eccetto te,
        e non so spiegartelo!

        *

        Scetate, songh’ e nnove

        Stamani raccolti nelle
        pieghe delle mani addormentate,
        ripristina i tuoi sogni,
        soddisfa appieno il dolore
        che sopravviene, cosi come
        la luce, scopriti, rianimati.
        Di sovrumana eccitazione
        perdurano le nostre ore;
        semmai dovessi accorgerti del tempo,
        a tempo respirerai.

        *

        O Presepio… Addò stà o Presepio?

        Intanto un sogno hai lasciato
        che al mattino svelandosi
        hai rivestito. Un corpo fantasma,
        ridicolo, inanime, esangue sostanza.
        Colpendolo al volto
        e più volte sul corpo
        nemmeno una lacrima
        un rivolo strano.
        Sopravvivi di certo,
        la sostanza non cambia,
        passeggiando con accanto
        un pullecenella di pezza.

        *

        O Presebbio!?
        Chi è stato che ha scassato o’ Presebbio?

        Quante sconfitte allineate
        cadenzano; frammentano
        la via e sono pure rovine
        quelle che addentrandoti scopri.
        Trascini sequenze d’immagini
        e la sofferenza perdura
        e non vengono volti
        non vengono visi a rallegrarmi.
        Cade perenne quest’ultimo urlo
        che un cuore sepolto
        palpita invano. La regola
        aura son costruzioni di
        sangue & mattoni,
        –vie Falcone e Borsellino-; eppure
        risuonano alti i boati,
        gli asfalti divelti.

        Rammento soltanto
        un silenzio di polvere
        pulviscola quiete, acquiescente &
        sparsa.

        *

        “-…ma tu faie overamente?
        -Faccio overamente!

        E questa è una rivoluzione
        fanno, overamente.
        Di impegno entro venerdì,
        caro Leopoldo,
        lo smantellano il Senato,
        fanno overamente;
        ci toccherà allora rivedere
        i parametri, i confronti,
        le misure anche della poesia
        ed abbattere, sfoltire
        i rami secchi,
        le abbondanze rimetiche,
        i riverberi, le incontinenze,
        dichiarare l’inutilità del verso
        a verso avverso e nella nota
        della salute appuntare pure “però
        con qualche malattia!”

        *

        Questo è un altro capolavoro tuo!

        Imminente lo sguardo
        che ti coglie impreparato
        ad osservarli adulti
        già belli & cresciuti
        così come semi dispersi
        che giorni addietro spargesti e che
        invero sopraggiunsero come
        rami e tronchi ad osservarti;
        chiome altissime perturbate,
        remote radici, vaganti vagiti
        urla di incolpevoli refoli:
        allora ferirvi non era dolore
        ma un perpetrare d’amore
        che sopraggiungeva a strati
        decomposto, vivo.

        *

        Niculì, questo poi…
        è materia tua, te ne intendi: è corno vero
        .”

        L’odore fuori era di mare assolato
        ed arancione,l’aria propensa d’un
        adulterio salmastro e
        sebbene t’avessi vista e
        d’accorgermi non ne avevo voglia,
        stropicciandomi gli occhi,
        senza sconvolgermi rinveniva
        adagio incombente una marea
        antica, una canzone, mi tradivi.

        *

        Aspetta Pasca’… Stuta, stuta: sta parlanno

        Dalla tua bici
        cadendo poi
        non è così difficile
        mi dirai di certo
        che è anche facile
        simulare, adagiarsi e scomparire.

        Dalla tua bici
        così vicino
        casuale il trapasso
        un passo breve
        ridicolo, accidentale.

        *

        E mettece duie pastore ncoppa, come vanno vanno

        Si è fatta polvere
        anche la nostra verità
        fastidiosa tra noi
        ed impalpabile. Una costante
        di punti, inafferrabile,
        il tempo univoco dell’inesistenza.

        Abbiamo mani e piedi
        di un mammifero errante,
        la blasfemia dell’informatico.

        Proteggici ovunque.

        *
        (Questo il mio augurio.Vi abbraccio tutti)

        • La linea della minima resistenza nella poesia di Mauro Pierno

          Scrive Jakobson:
          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-29026
          «Vi sono poesie che sono tutte intessute di metonimie, e la prosa narrativa può essere costellata di metafore… ma in fondo l’affinità del verso con la metafora e della prosa con la metonimia è senza alcun dubbio più stretta. Il verso poggia sull’associazione per somiglianza, la somiglianza ritmica dei versi è un presupposto indispensabile per la loro ricezione, il parallelismo ritmico viene percepito nel modo più vivo se esso è accompagnato da una simiglianza (o da una contrapposizione) dell immagini. La prosa non conosce un’articolazione volutamente vistosa in segmenti di uguali caratteristiche, l’impulso fondamentale della prosa narrativa è l’associazione per contatto».1]

          Ecco siamo arrivati al punto. La poesia di Mauro Pierno nasce e si muove da una associazione per contatto, vuoi per il contatto elettrico con la poesia della «nuova ontologia estetica», vuoi per il contatto elettrico con altri testi, nel caso di queste poesie con un testo teatrale di Edoardo De Filippo.

          Ora, queste contaminazioni per contatto, sono un caso molto frequente nella poesia degli autori della «nuova ontologia estetica», e questo non è senza significato. Come in ogni meteora che si va formando anche la meteora della poesia di Mauro Pierno si ingrossa a contatto con i gas e le piccole meteoriti che galleggiano nello spazio galattico. In questo spazio, l’associazione per contatto è il modo più proficuo e più rapido per trarre spunto dalla poesia del vicino di casa. In questo tipo di poesia, il «presente» (ovvero, l’istante, l’adesso.ora), regna sovrano (è lo stesso Mauro Pierno che lo dice e lo ripete). Il contatto genera attrito, scintille e, infine, combustione dei materiali infiammabili. E sappiamo quanto la materia poetica sia, per definizione, un materiale altamente infiammabile!

          Ci soccorre ancora una volta Jakobson con un’altra osservazione particolarmente brillante:

          «La linea della minima resistenza è costituita per la metafora dal verso e per la metonimia dalla prosa il cui soggetto sia smorzato o rimosso…».2]

          Mauro Pierno trova giovamento da questa «linea della minima resistenza» perché proprio lì trova l’energia per lo slancio delle sue poesie, le quali hanno necessità di una spinta, di una forza applicata per iniziare la loro navigazione inerziale.

          1] Roman Jakobson Note sulla prosa di Pasternak in Poetica e poesia, trad it. Einaudi, 1985 p. 65
          2] Ivi, p. 66

  5. Meraviglioso Rago, un Ulisse verso la patria sognata che …forse non c’è! Wilma Minotti Cerini

    • gino rago

      Gentile Wilma Minotti Cerini,
      Lei mi fa tanto bene con il Suo icastico e intenso commento. In realtà forse ogni poeta aspira (o vive?) a una patria reale sì ma reale solo nel sogno…
      Grazie Gentile Wilma.
      Gino Rago

  6. SFINGI LE PAROLE

    I
    questa lebbra d’opinione strappa brandelli
    di memoria, sicuro consenso;
    a dimenarsi attori figuri
    gesti & parole che compirai mai.
    invano moriremo tragedia.

    this leprosy of opinion rips shreds
    of memory secure consent
    to wriggle actors to figure
    gestures & words you’ll never do
    in vain we will die tragedy.

  7. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28892
    Salvatore Martino ovvero “la poesia di Eros nel gesto controllato che riesce a farsi segno…”

    Salvatore Martino

    “Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso…”
    Si assiste all’affiorare dei temi centrali della tradizione lirica italiana e della poesia fatta dagli insulari, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma almeno in questo brano di cristallina prosa d’arte ci imbattiamo in un Salvatore Martino alle prese con i segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio in atto che troverà nell’opera futura in via di preparazione una sua realizzazione più compiuta.
    La selezione da me effettuata risponde a una lettura possibile, senz’altro parziale. Aggiungo che ho preferito esporre, bruscamente e talvolta estraendoli a forza dal corpo dei versi postati su l’Ombra, un passaggio nel quale si trovano inseriti quei segni che sembrano garantire un’illuminazione immediata, la cui matrice affettiva e nostalgica assume un rilievo specifico ma tuttavia mai incline all’arreso ripiegamento intimista.
    Dalla nostalgia per i tempi a quella per gli spazi e fino al ricordo di ” amici” o compagni che fanno la guardia in sembianza di animali fedeli, Martino ci sospinge dalla parte di chi parla nei «versi oscuri della divozione», con la voce di un mitico fanciullo che viene dal Sud, un Sud isolano mai consegnato all’oblio, come fu per Ripellino, per Cattafi e soprattutto per Stefano D’Arrigo alle cui frequenze delicate accosto quelle di Salvatore Martino, almeno se mi limito a considerare i versi riportati di seguito, tratti da “Pregreca” del D’Arrigo poco prima di ‘Orcynus Orca’:

    da Pregreca di Stefano D’Arrigo:

    “Gli altri migravano: per mari
    celesti, supini, su navi solari
    migravano nella eternità.
    I siciliani emigravano invece (…)”

    Due sensibilità poetiche ben precise e senza sforzi riconoscili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra. Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:

    ” I morti sono morti e basta
    e freddi
    perché la morte è fredda
    e dio è volato
    sopra i gabbiani che piangono”

    2 – Lucio Mayoor Tosi, ovvero un poeta che gioca con il tempo nello Spazio Espressivo Integrale:

    Lucio Mayoor Tosi “Lungo il viale del tempo”

    – oh, grazie! Che immagine romantica.
    … dove nascono ad aprile le cavallette
    e a giugno le prime aragoste
    dentro la scatola bianca dei souvenir,
    per un soffio, il forte vento fa tremare
    le statue sui basamenti.
    Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:
    “Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
    sono immense, o infinitamente piccole”
    e
    “L’anello grigio del secolo scorso
    potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.
    – Oh, Il canto silenzioso delle lumache!
    L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
    Le prime Candies Blue alla frutta danese!
    Il bel tramonto su Baudelaire!
    A pagina chiusa, il libro narra di noi
    nel Mausoleo del Parlamento.
    Non un granello di polvere tra i corpi
    refrigerati.
    Ho lasciato il mio guardaroba
    tra mille anni.

    In “Picasso” che Gertrude Stein dedicò al personaggio dominante dell’arte del Novecento europeo, tra narrativa e critica d’arte, la Stein ebbe a dire, fra le tante raffinate meditazioni sul padre del Cubismo, che le idee letterarie di un pittore non sono come le idee letterarie di uno scrittore.
    Perché? Perché l’ “egotismo” del pittore è un egotismo assai diverso dall’egotismo dello scrittore, dall’egotismo del poeta. E Gertrude Stein più avanti nel libro articola il suo pensiero così:

    “Il pittore non concepisce se stesso come esistente in se stesso. Il pittore concepisce se stesso come il riflesso degli ‘oggetti’ che egli ha collocato nei suoi quadri; un poeta invece concepisce se stesso come esistente in sé e per se stesso, perché il poeta (o lo scrittore) non vive affatto nei suoi libri: per scrivere deve prima di tutto esistere in se stesso, ma perché un pittore possa
    dipingere prima di tutto deve essere fatta la pittura…”.

    Ecco perché per Picasso i suoi disegni non erano tracce di ‘cose’ vedute ma di ‘cose’ espresse. Insomma, i disegni per Picasso erano le sue parole, erano il suo modo di parlare.

    Nel caso di Lucio Mayoor Tosi, dunque, proprio perché artista e poeta nello stesso tempo, l’egotismo del poeta è obbligato a coesistere con l’egotismo del pittore. Non sempre questa coesistenza probabilmente in lui, nella sua psiche, è coesistenza pacifica e dunque non sappiamo se scrive disegnando o se disegna scrivendo… L’esito estetico che s’indovina nei suoi versi è attribuibile necessariamente al muoversi di Lucio Mayoor Tosi nel linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale in cui tempo e spazio hanno altezza, larghezza e profondità tridimensionali e i nomi e le immagini sono disegni-parole, parole-disegni, in un continuo scambio di energie interne.
    Energie interne che toccano l’acme nel verso memorabile:

    “Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

    Orazio parlò di “monumento” da erigere par la sua Opera, Mandel’stam, sulla scia schiumosa di Orazio, parlò anch’egli di “monumento”, Letizia Leone, forse anche per una risonanza rimbaudiana del ‘Battello ebbro’, di recente ha parlato anche lei di “monumento” anche se ebbro (Il monumento Ebbro).
    Invece Lucio Mayoor Tosi parla di “statue” sui basamenti pronte a tremare sotto i colpi del vento, segno inconfondibile d’una weltanshauung tosiana incardinata sul senso del Difetto del Sé e della precarietà della presenza dell’uomo nel mondo. In piena consapevolezza della indeterminazione della condizione del poeta e del pittore in una stagione della storia dell’uomo non proprio volta verso il vero, il giusto, il bello.

    3 – Giorgio Linguaglossa (“Preghiera per un’ombra” )

    Questa è la preghiera per un’ombra.1
    Gioca a fare l’Omero, mi racconta la sua Iliade,
    la sua personale Odissea.
    Ci sono cavalieri ariosteschi al posto degli eroi omerici
    e il Teatro dei pupi.
    L’illusorietà delle illusioni.
    […]
    «Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
    – mi dice l’ombra –
    così, stoltezza e saggezza si equivalgono,
    eroismo e viltà condividono lo stesso equanime destino.
    Noi tutti siamo ombre fuggevoli, inconsapevoli
    della nostra condizione di fantasmi.
    Gli uomini non sanno di essere mortali, dimenticano
    e vivono come se fossero immortali;
    il pensiero più fugace obbedisce ad un geroglifico
    imperscrutabile,
    un fragile gioco di specchi inventato dagli dèi.
    Tutto è preziosamente precario, tranne la morte,
    sconosciuta ai mortali, perché quando viene noi non ci siamo;
    tranne l’amore, una pena vietata agli Immortali».
    […]
    «Queste cose Omero le ha narrate», mi dice l’ombra,
    «come un re vecchio che parla ai bambini
    che giocano con gli eroi omerici
    credendoli loro pari, perché degli dèi irrazionali
    che governano le cose del mondo nulla sappiamo
    se non che anch’essi sono bambini che giocano
    con i mortali come se fossero immortali;
    perché Omero dopo aver poetato gli immortali
    cantò la guerra delle rane e dei topi,
    degli uccelli e dei vermi,
    come un dio che avesse creato il cosmo
    e subito dopo il caos.
    Fu così che abbandonò Ulisse alle ire di Poseidone
    nel mare vasto e oleoso.
    E gli dèi abbandonarono l’ultimo degli immortali,
    Asterione, alle pareti bianche del Labirinto
    perché si desse finalmente la morte per mano di Teseo.
    In fin dei conti, tutti gli uomini sono immortali,
    solo che essi non lo sanno.
    Non c’è strumento più prezioso dello specchio
    nel quale ciò che è precario diventa immagine.
    A questa condizione soltanto gli uomini accettano di essere uomini».
    […]
    «Giunto all’isola dei Feaci abbandonai Ulisse al suo dramma.
    Perché il suo destino non era il mio.
    Il suo specchio non era il mio».
    […]
    «Il tempo è il regno di un fanciullo che si trastulla
    con gli uomini e le Parche.
    Non c’è un principio da cui tutto si corrompe.
    Il firmamento è già in sé corrotto, corruzione di una corruzione.
    Un fanciullo cieco gioca con il tavoliere.
    Come ha fatto Omero con i suoi eroi omerici.
    Come farai tu».
    […]
    «Quell’uomo – mi disse l’ombra – era un ciarlatano,
    ma della marca migliore
    La più alta.
    Egli era elegante,
    e per giunta poeta…»2

    1] Riferimento a mio padre calzolaio che mi raccontava da bambino storie di cavalieri ariosteschi
    2] versi di Sergej Esenin “l’uomo nero” (1925)

    “Noi tutti siamo ombre fuggevoli…” è l’apoftegma linguaglossiano che sostiene il componimento ove l’idea di “ombra” è già nel titolo. Conoscendo, da lunga frequentazione, la formazione culturale di Giorgio Linguaglossa posata su chiari e irrinunciabili punti di riferimento anche di filosofia estetica, un commento organico a questa “Preghiera per un’ombra” non può sottrarsi al mito platonico degli uomini incatenati in una caverna, con le spalle nude rivolte verso l’ingresso e verso la luce del fuoco della conoscenza. Altri uomini si muovono liberi su un muricciolo trasportando oggetti; sicché, questi oggetti e questi uomini, colpiti dalla luce del fuoco, proiettano le proprie ombre sulle pareti della caverna. Gli uomini incatenati, volgendo le spalle verso il fuoco, possono scorgere soltanto queste ombre stampate alle pareti della caverna. Nel mito platonico, la luce del fuoco è la “conoscenza”; gli uomini e gli oggetti sul muricciolo rappresentano le cose come realmente sono, cioè la “verità“ delle cose (aletheia), mentre le loro ombre simboleggiano l’”opinione”, vale a dire l’interpretazione sensibile di quelle stesse cose (doxa). E gli uomini in catene con lo sguardo verso le pareti e le spalle denudate verso il fuoco e l’ingresso della caverna? Sono la metafora della condizione naturale dell’individuo condannato a percepire soltanto l’ombra sensibile (doxa) dei concetti universali (aletheia), fino a quando non giungono alla “conoscenza”. Senza questa meditazione filosofica a inverare l’antefatto estetico, culturale, cognitivo che sottende l’attuale, febbrile ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa non si comprenderebbe appieno l’approdo-punto di ripartenza di questa poesia e delle sue implicazioni, nominabili in poche ma singolari parole-chiave: forma di poesia senza forma; linguaggio di molti linguaggi; astigmatismo scenografico; stratificazione del tempo e dello spazio; metodo mitico per versi frammentati; intertemporalità e distopia. Il tutto compreso in quella invenzione linguaglossiana dello “spazio espressivo integrale”, l’unico spazio nel quale i personaggi inventati da Giorgio Linguaglossa (Marco Flaminio Rufo, il Signor K., Avenarius, Omero, il Signor Posterius, Ettore che esorta i Troiani contro gli Achei, Elena e Paride nella casa della Bellezza e dell’Amore, il padre, la madre, Ulisse, i legionari, Asterione, etc.) simili agli eteronimi di Pessoa, possono ricevere la piena cittadinanza attiva che richiedono al loro “creatore” quando, altra novità di vasta rilevanza estetica in questa poesia di Giorgio Linguaglossa, “parlano” nelle inserzioni colloquiali, o nel “parlato”, dentro ai componimenti linguaglossiani recenti.
    Lo “spazio espressivo integrale” della “Preghiera per un’ombra” è il campo in cui “nomi”, “tempo”, “immagine”, “proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo [Mario Gabriele, fra questi, con Steven Grieco-Rathgeb, Letizia Leone, Lucio M. Tosi, Angela Greco, (in parte Antonio Sagredo) e lo stesso Gino Rago] a costituire un “nuovo” poetico da far sentire “vecchia” ogni altra esperienza di poesia contemporanea esterna a tale campo.

    Nota.
    Segnalo l’ottimo commento di Alfredo Rienzi a “Preghiera per un’ombra” (al quale non mi sono voluto sovrapporre con la mia lettura del 30 marzo 2017 – Roma, Laboratorio Poesia Gratuito, Libreria L’Altracittà, Via Pavia, 106) apparso su La presenza di Erato.

    4 – Mario Gabriele (“In viaggio con Godot”)

    I due poeti al centro della NOE, Giorgio Linguaglossa, già considerato, e Mario Gabriele, che stiamo considerando) nel loro fare poetico all’interno dello Spazio Espressivo Integrale, sanno che:

    * il vuoto non è assenza di materia;
    * l’assenza di musica non è l’affermarsi del silenzio;
    * il Campo Espressivo Integrale è l’unico in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…

    Esemplare sotto tale specifico aspetto è il recentissimo Libro-Poema di Mario Gabriele , con memorabile saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa,”In viaggio con Godot“, 69 composizioni che s’intrecciano l’una con l’altra, ma ciascuna con una propria completezza finita.
    Un Libro ad architettura e struttura di poema da inserire nel meglio della poesia pubblicata negli ultimi 15/20 anni in Italia.
    Ed i meriti sono etici ed estetici, stilistici e linguistici, ecc. con una abilità del poeta di nominare con esattezza e leggerezza luoghi, situazioni. occasioni,
    personaggi, giornali, riviste, libri, esperienze musicali, opere d’arte visive, in uno stile che definirei ‘adamistico’, pensando all’inevitabile collegamento con la corrente più significativa dell’acmeismo mandelstamiano:l’ “adamismo “.

    Ma nei 69 pezzi de ‘In viaggio con Godot’ ho sentito vibrare un’adesione gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’insegna della indeterminazione del vivere e altro…L’esito estetico finale è una poesia, rubando le parole a Giorgio Linguaglossa, autore del saggio introduttivo, “atetica, non-apofantica, pluritonica, vario ritmica.”
    Ne è paradigmatico il componimento numero 51.
    Questo componimento numero 51 della raccolta gabrielana si lega strettamente agli altri 50 che lo precedono e d’altro lato prepara il terreno agli altri diciotto che lo seguono, pur presentando e possedendo una propria finitezza stilistico-emotiva, una compiutezza tematico-etico-stilistica:

    (51)
    “Dora scrive versi.
    Sorprendono le metafore e i giorni della resa.
    Al Circolo Heidelmann
    si replica il Partigiano Johnny.
    Con Le Demoiselles d’Avignon
    siamo andati a cercare Le Illuminazioni.
    Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
    Dora alle sette apre le imposte.
    Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
    Benn l’accompagna alla stazione.
    -Milano- dice.- è una grande città
    con tante Silicon Valley.
    Puoi contattare qui la M.G.M.
    per un lavoro part-time.
    Poi si vedrà se andare a Boston.
    C’è però un problema ed è la famiglia Salomon
    che parla sempre di decaloghi
    e di colombe che tornano dopo il diluvio-.
    Un’altra stagione è alle porte
    con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.
    Domani è di scena Mrs Dalloway,
    ma senza Virginia Woolf.”

    Così è per gli altri 68 del libro. Ciò ben lo rimarca Giorgio Linguaglossa nel suo poderoso saggio introduttivo quando tira in ballo «Il treno del tempo».
    Un tempo da Giorgio interpretato come ‘successione, salto in avanti, salto All’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità…’.
    Riflessioni linguaglossiane che sono propedeutiche all’accostamento consapevole alla cifra centrale della poesia di Mario Gabriele: le immagini. Più precisamente alle immagini metaforiche nel senso di Tranströmer, in ciò maestro indiscusso.

    Gino Rago

    • Caro Gino,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28894
      stai svolgendo un ottimo lavoro critico su l’Ombra, con una interpretazione dei testi disvelati nella più aperta diversificazione oggettiva e strutturale. Le definizioni anche tecniche del linguaggio aprono al lettore occasionale una strada per connettersi con la poesia di ogni Autore da te trattato. Ci sono metodi e fonti che sono indispensabili per parlare di critica innovativa, come egregiamente sta facendo Linguaglossa, dal suo “osservatorio” di ricerca operativa.Io vedo in questo vostro lavoro una specie di assistenzialismo interpretativo nei confronti del lettore.per un maggiore accentramento del “senso” poetico, che se non dichiarato può passare spesso inosservato. Per tutto questo, grazie e cordiali saluti.

      • Salvatore Martino

        Due sensibilità poetiche ben precise e senza sforzi riconoscili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra. Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28937
        ” I morti sono morti e basta
        e freddi
        perché la morte è fredda
        e dio è volato
        sopra i gabbiani che piangono”

        Inserisco qua queste tue parole carissimo Gino perché sono quelle che più di altre hanno colpito il mio sguardo, il mio profondo, la cerchia sparuta delle mie conoscenze. L’avermi accostato a Ripellino, a D’Arrigo e soprattutto al mio amico Bartolo Cattafi della Barcellona di Sicilia mi ha provocato una emozione, trasferendomi agli anni mitici dell’infanzia nell’isola a quelli dell’adoleseanza con la scoperta ossessiva della poesia. Quel testo che hai riprodotto fa parte di un poème en prose del 1969 “Attraverso l’Assiria” paese mitico delle nostre origini culturali, come successivamente sarà Ninive la città della memoria , della distruzione, della scalata agli inferi nel mio secondo poema. Effettivamente scritto sulle rocce della costa maremmana l’Assiria si fondava sul ricordo delle mie scogliere siciliane, dei ciclopi e di Odisseo , dell’amore impossibile perché spenta la passione , non riesce più ad alimentarsi nel fuoco, e la noia di atti ripetitivi, … e le barche dei pescatori che partivano verso una pesca sempre pericolosa. Io uomo nato alle falde di una montagna, ero sempre attratto dalla vertigine del mare ….e quell’estate di visionario abbandono sugli scogli, martellato dal Tristan und Isolde, che fuoriusciva dal registratore, alternato al quintetto in sol minore K516 di Mozart, conduceva la mia mano a inseguire parole sul blocco di carta , quasi posseduto da quello che io chiamo il dàimon.
        La mia profonda gratitudine per questo tuo scritto sulla mia poesia così chiaro e scavato negli abissi del mio dettato poetico.

        • Salvatore Martino

          Dimenticavo: i versi ripoirtati da Rago a chiusura del suo intervento :I morti Etc. appartengono ad una raccolta del 1964 “Ricordi da Palermo”, pubblicata soltanto in “Cinquantanni di poesia”
          Aggiungo che l’intervento di Pepe sugli eventuali errori della Rivista mi trova completamente in sintonia. Una notazione aggiuntiva: è per me e penso anche per altri questa: difficile seguire in un blog così veloce i lunghissimi articoli che disegnano , con terminologie molto specifiche, estratti di trattati filosofici, che appartengono a svariati grandi , che purtroppo scrivono non sempre alla portata dei lettori, non dico medi, ma persino con una cultura medio-alta. Ho spesso “gridato” meno filosofia e più poesia e mi pare che forse Linguaglossa abbia ascoltato il mio “grido”.

  8. gino rago

    Nota.
    Sostiene Gertrude Stein nell’Epilogo di “Picasso” (Adelphi, 1973):
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28893
    “(…) Non si deve dimenticare che la terra vista dall’aeroplano è più splendida della terra vista dall’automobile. Con l’automobile finisce il progresso sulla terra. Va più veloce ma i paesaggi visti dall’automobile sono essenzialmente gli stessi che si vedono da una carrozza, da un treno, da un carro o a piedi.
    La terra vista dall’aeroplano invece è un’altra “terra” pur essendo la stessa
    terra…”

    Ecco, il Grande Progetto di Giorgio Linguaglossa aspira a guardare la terra
    dall’aeroplano, guardare la terra da un carro, da un treno o da un’automobile non basta più ai poeti che tendono verso il “Grande Progetto”.
    Anche altri son saliti su questo aeroplano o stanno per salirvi.
    Ma questi quattro poeti, (Salvatore Martino, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa e Mario Gabriele), sono già sull’aeroplano; altri continuano a guardare la terra dai finestrini del treno, altri ancora da quelli di un’automobile, altri addirittura
    continuano a guardare la terra viaggiando su un carro trainato da una giumenta, neanche trainata da cavalli…
    Ma tutti hanno il diritto sacrosanto di farlo, anche di guardare la terra andando a piedi.

    Gino Rago

    • Caro Gino, io credo di essere tra gli ultimi che hai detti: quelli che guardano la terra andando a piedi

      • gino rago

        No cara Anna, nel prossimo mio lavoro critico sarai tra i passeggeri saliti sull’aeroplano e sarai in ottima compagnia con Edith, con Letizia L., con Antonio Sagredo – che vorrà di sicuro pilotare l’aereo…- e con Steven G-R.
        Vai pure a piedi, ma quando sarai sull’aeroplano vedrai… Dammi tempo.
        Devo ritoccare un pò di passaggi del prossimo post il vui titolo sarà:
        4 Poeti verso il Grande Progetto.
        Gino R

  9. Posto una poesia che mi ha inviato
    Lucia Gaddo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28895
    Nudità

    Scorre la gravità dell’acqua
    per le vene della realtà

    moto impresso da rotazione
    solleva respiro ai mondi.

    Certezze salpano dai porti
    che regolano il quartiere d’ognuno.

    Vigono uso e norma.
    Va seguìta l’ultima. Pena il margine del quadro.

    Dall’amica luna non pare caos
    si debba tirare avanti fino a morte. Dei vivi.
    Che vissero e vivranno. Nell’occhio del ciclone.

    L’intento sarebbe cibare la lingua di parole robuste
    che remighino sagaci le onde
    del vento mare, le masse aeree
    che sostengono l’invisibile volo

    nella levità d’essere
    spogli
    d’ogni creaturale carne
    nudi.

    21 dicembre 2017

  10. Al presidio inumano
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28923
    Al presidio inumano attrezzatissimo
    l’oltretomba scaglia le sue frecce senza preavviso.
    Gli assistiti, per contratto
    presentano le domandine:

    Quanto dura oggi l’ora premiale?
    Di che fidarsi?
    Il secondino taglia corto:
    il modem ha avuto un mancamento. Non connette.

    Fuori. Con gli addobbi, la città è tutta infusa.
    Un modem nuovo lascia lo scaffale.
    Il vecchio strabuzza gli occhi, torna a funzionare.

    È convenuto a François Gabart navigare
    sei giorni in meno
    solitario
    intorno al globo?

    Determinante la refurtiva incustodita tra due lembi di mare
    la crema pasticcera che affiora sulla terraferma dell’infedeltà.

  11. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28925
    Quanto al pericolo di «autoreferenzialità» rivolto alla rivista da Gabriele Pepe, ricordo che nel recente passato mi sono occupato della poesia di un centinaio e più tra poeti italiani e stranieri, tra cui anche della sua poesia; e che attualmente mi occupo esclusivamente di quei poeti che ritengo di maggior valore, segnatamente, quelli della nuova ontologia estetica. Degli altri non saprei veramente cosa dire, ecco perché non me ne occupo. Nella vita ci vuole anche un po’ di coerenza.

    • Dopo anni di pseudocritica e orgasmo narcisistico, ci si deve ancora occupare del passato, come se il presente e il futuro fossero da cancellare, in quanto ostativi alle centinaia di voci poetiche, che non sono andate mai al di là del replay, fatte salve alcune eccezioni. La scelta che sta facendo Linguaglossa la si vedrà a breve con l’uscita della Critica della ragione sufficiente, dove il cambio di guardia avviene senza autoreferenzialità ma solo su avvicendamenti estetici che mettono in superficie le candidature poetiche, le più idonee a formare una nuova poesia e una nuova critica.

  12. gino rago

    Hai completamente ragione, caro Giorgio.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28933
    Del resto le Pagine de L’Ombra delle Parole son lì, indiscutibilmente a testimonianza di quanto affermi quale fondatore e coordinatore della Rivista. Poeti boemi, russi-sovietici, polacchi, bulgari, slavi. E scandinavi, e anche italiani, viventi e non più vivi.
    Ma un punto mi preme evidenziare con forza: l’attenzione accesa su Alfredo de Palchi, fino al monumentale saggio che gli hai dedicato. E anche il festeggiamento poetico del traguardo dei suoi 91 anni che hai saputo attivare, risarcendolo, diciamo così, anche se in parte delle ingiustizie, dimenticanze, sottovalutazioni subite nel suo lunghissimo “arco di parole”.

    Per i 91 anni di Alfredo de Palchi

    Solo la morte morirà

    La vita disciolta nei versi.
    Ci ha detto:« Con la poesia uccidete la morte.
    Fatelo per la libertà di tutti.
    Dello sfruttato e dello sfruttatore».
    Alfredo attraversa un Secolo di orrori.
    Il dolore di Vallejo è stato il suo dolore.
    Nel petto. Nel bavero. Nel pane. Nel bicchiere.

    Nei versi Alfredo ha dato i baci che non poteva dare.
    Soltanto la morte morirà.

    Ci ha detto:« La formica porterà briciole
    Alla bestia incatenata. Alla sua bruta delicatezza».
    Uccidiamo la morte con i versi.
    Solo la morte morirà.

    Gino Rago

  13. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28935
    Tutte le riviste del passato presente e futuro hanno avuto/hanno/avranno lati deboli…. ma è così utile trovare un lato debole qua e là? Non credo!
    Questa rivista “Il Mangiaparole” (anche se personalmente non ho gradito il titolo) nasce sotto i migliori auguri di successo, perché le persone che ne hanno fatto parte costante e continua da anni hanno fatto e realizzato un lungo e proficuo apprendistato per il bene (e anche qualvolta il male se meritato) di tutti – Personaggi se ne sono andati facilitando una selezione per dire quasi “naturale”; altri se ne son tornati dopo tanto tempo, ma non abbiamo tagliato loro la coda fra le gambe! Se la erano già tagliati da soli… comunque ben tornati.
    Vi sono persone serie e preparate in varie discipline letterarie e linguistiche, così in filosofia e nelle varie arti umanistiche. Abbiamo tantissimo apprezzato gli scritti e gli interventi di scienziati col pallino della poesia e della letteratura. Pallino? No! Vi era in loro una sincerità autentica e una maturazione letteraria e poetica da far invidia agli addetti al lavoro propriamente… un esempio brillante per tutti: il nostro amato Ugo De Robertis, che se ne è andato salutandoci con affetto.
    Dunque che si vada avanti, il Rubicone è tratto!

  14. cari amici,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28954
    volevo informarvi che negli ultimi mesi mi sono concentrato sulla riflessione sui poeti della «nuova ontologia estetica»; degli altri poeti ho ben poco da dire, mi sembrano arretrati in posizioni del lontano novecento e non avrei nulla da eccepire su di loro se non un perentorio: adeguatevi alle idee nuove, cambiate strada!

    Sono già a buon punto sto calibrando il prossimo libro che avrà una caratterizzazione speculativa, indirizzo psicofilosofico e avrà il titolo: La precarietà del Moderno (appunti sulla «nuova ontologia estetica»). Vi presento le prime righe:

    Per una topologia della poesia

    Perché una topologia della poesia? Perché non si può non fare riferimento alla poesia se vogliamo cogliere, anche se per sprazzi e in modo intermittente, quei contenuti esistentivi nei quali ogni giorno siamo coinvolti e senza i quali non potremmo percepire il «rumore del tempo», come scriveva Osip Mandel’štam all’inizio del Novecento. I contenuti esistentivi sono i soli contenuti legislativi che possiamo conoscere. Siamo condannati ad abitare il contemporaneo, l’eterno presente, l’effimero, il frammento, l’indebolimento delle «parole» e delle «cose»; se questo sia una prigione o una radura con il cielo stellato sopra di noi, non so, non saprei dire, so soltanto che non possiamo uscire dall’effimero del presente e non possiamo entrare in altro luogo che non sia il presente. E questo, a pensarci bene, è un mistero.
    Come nasce una poesia? Dal presente. Qualcosa si fa avanti e chiede di entrare nel presente. Qualcosa ci porta a ridosso dell’orizzonte degli eventi che è la poesia stessa nel suo farsi, nel suo sorgere e nel suo sottrarsi alle parole d’ordinanza, alle parole ordinative e ultimative, quelle di cui ci serviamo ogni giorno nel commercio degli affari correnti.
    Di frequente, leggendo tanta encomiastica poesia che si fa oggi mi assilla il dubbio che un eccesso di profumazione, un sovrappiù di lucidatura del pavimento, delle suppellettili, dell’argenteria e degli stivali di pelle non comporti anche il sospetto, in chi osserva dal di fuori, che dentro l’appartamento profumato e lindo con deodorante da supermarket non si nasconda, in qualche armadio, il cadavere messo sotto naftalina di qualcuno di famiglia. Insomma, se questo eccesso di deodorante non serva che a nascondere il lezzo ingombrante e intollerabile di un cadavere.

    • per sottoscrizione, ed accettazione

      accolgo il dolore
      sulla futura soglia
      incerto,
      (qualcosa si fa avanti e chiede di entrare nel presente.)
      anche quest’oggi, mi inganna.
      e dopo averlo fatto accomodare,
      “una sedia al marchesino”
      un tonfo me ne rammenta
      l’eco.

  15. antonio sagredo

    State attenti a leggere:

    NON >>>>>>>PATOLOGIA DELLA POESIA >>>>>

    ma >>>>>>>>>>>>>>>>>>>>> TOPOLOGIA DELLA POESIA

  16. Ottimo e inesauribile il lavoro di questo blog. Complimenti a Giorgio per i suoi articoli. Ovviamente, anche a tutti i collaboratori specializzati e non. Certo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-28976
    …non sarà per niente facile. La sfinge è obsoleta. Lo spazzolino deve avere un movimento rotatorio e costante per poter raggiungere tutta la superficie da pulire. Sinceramente noto molta determinazione in tutti i poeti qui presenti.
    I miei più sinceri auguri di Buone Feste.
    fd

  17. antonio sagredo

    sangue e burattini di fine d’anno
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-29011
    Quel tramonto che portai a casa irreversibile e interdetto
    – ovunque c’era sangue che crollava in clessidre inattuali –
    si distese in quel che sarò con tutto il mio arcaico presente,
    e nel canto che era un Nulla senza di me dalla Terra alle sfere.

    Quando non ebbi la verità perché tutto sapevo delle dita dei pupari
    e dei legnosi eroi, come il clarinetto di Scott eruttai il sinuoso ebano
    salmodiare delle gesta con colate di suoni.. erano i fili delle marionette
    che in via Bara degli Ulivi generarono Angelica e Marfisa.

    E a Palermo tra spasimi, marie e maddalene, le lanterne monatte
    marcavano crocicchi, numeri letali e tarocchi – e in fila, e nei tribunali
    le istanze disattese e le oculate grida di Elettra… tragica, esoterica
    era fetida e infetta la città, dolciastra di sangue e gelsomino.

    Sulla tela che invano divora le mie pupille disossate il sangue e le stoccate squassavano i burattini, e sui fili perline e lacrime cantavano
    un te deum inascoltato per il trionfo di una fine d’anno e celebrare
    tra i ceri le liturgiche ore, le sperticate lodi e i ringraziamenti.

    Antonio Sagredo

    Roma, 14 nov. 2014
    (tra l’ora quarta e quinta)

  18. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-29024
    ancora un altro giorno. Da poco accade
    qualcosa che è passata sotto la ruota
    retro gravida di una macchina in moto
    sulla strada.

    Nulla per questo spazio comune.

    All’alba il disturbo silenzioso si ravviva
    dentro la mia bocca piena di formiche .
    Incredibilmente beffarda la poesia con
    l’ endometrio privo di fiori.
    ______ Esisto?
    Nella stanza una credenza sfaldata.
    Solitari soprammobili
    digiuni di luce. Sopra di essi vago limitrofe.

  19. antonio sagredo

    ANTONIO SAGREDO AUGURA A TUTTI DELL’OMBRA del “L’OPERA” (anagramma di “parole”!) E DELLA NON-OMBRA SERENE FESTIVITA’ .
    —————————————————————————
    (dall’ultima strofa di “Aghi di Pino “di Majakovskij)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/21/analisi-dei-primi-quattro-versi-di-una-poesia-di-mario-gabriele-quesito-di-donatella-costantina-giancaspero-qual-e-a-vostro-avviso-il-lato-debole-della-rivista-lombra-d/comment-page-1/#comment-29029
    Non piangete.
    A che scopo?
    Non accigliate i visini.
    Non ci sarà –
    ebbene, che importa!
    Presto
    tutti, in un gioioso grido
    intrecciando le voci,
    accoglieranno un nuovo Natale.
    Ci sarà l’albero,
    e che albero –
    non riuscirai ad abbracciare il tronco.
    Vi appenderanno ogni sorta di brillìo.
    Ci sarà un pieno Natale.
    Così che
    persino
    si avrà noia di celebrarlo.

    1916
    (trad. di AMR)
    ——————————————–
    (da mia nota 109, p. 76 del 1971-72 – Corso sul Poeta di AMR)

    Ancora oggi, 1972, è usanza che i bambini portino alberi di Natale ai cimiteri. Tanto ricorrente questo tema che vi è una poesia di A. Voznesenskij (1933-2010), intitolata Alberi di Natale : “Ali / a reazione / di alberi / sfondano i soffitti… / e l’irruenza dell’albero / è come una donna nel buio / tutta nel futuro / tutta perle / con gli aghi sulle labbra”. Così il Natale per Majakovskij, diverso da quello di Pasternàk tutto domesticità e festoni e allegria e ospiti cari (vedi p.e. la poesia Valzer lacrimoso, nel Corso monografico su Pasternàk di A.M. Ripellino, 1972-73, op.cit., p.119). Aveva dunque ragione Pasternàk quando vedeva in Majakovskij un personaggio radicale ed estremista dostoevskjano!- Ma in un poemetto del 1960 “Non sono nato tardi” dedicato alla memoria di Majakovskij, il poeta E.A. Evtušenko (1933 – 01/04-2017), l’autore della celebre raccolta di versi Stazione di Zima, dichiara: ”Adesso è un poeta da crestomanzia”; in Europa letteraria 8, aprile 1961. pgg.52-58.
    ————————————————–
    Valzer lacrimoso

    Come mi piace nei primi giorni –
    appena giunto dal bosco o dalla bufera!
    I rami non hanno vinto la propria goffaggine.
    Fili indolenti senza inquietudine
    lentamente cangiando sul suo corpo,
    pendono come canutiglia d’argento.
    Il ceppo è sotto il denso velo di un lenzuolo.

    Doratelo, rendetelo felice –
    e non ammiccherà. Ma, pudico e modesto,
    sotto lustrini lilla o smalto azzurro,
    vi resterà nella mente per sempre.
    Come mi piace nei primi giorni,
    avvolto di telo di ragno o nell’ombra!

    Solo alla prova le stelle e le bandiere
    e nelle confettiere non c’è ancora l’uva di malaga.
    Le candele non sono candele, anche loro
    sono tubetti di trucco, e non fuochi.
    Questo è un attore che trepida
    coi più intimi il giorno della beneficiata.
    Come mi piace nei primi giorni
    dinanzi alle quinte in un gruppetto di parenti!

    Al melo – le mele, all’abete – le pigne.
    Ma non a questo. Questo è in riposo.
    Non è per nulla d’un simile taglio.
    Questo è distinto, è prescelto.
    La sua serata durerà in eterno.
    Non ha affatto paura del proverbio.
    Per lui si prepara un destino inconsueto:
    fra l’oro delle mele, come un profeta al cielo
    ospite di fuoco volerà nel soffitto.

    Come mi piace nei primi giorni quando
    corrono solo dicerie sull’albero di Natale!

    Boris Pasternàk
    1941
    (trad. di AMR)
    ———————————————————————-

    Questa è una delle prime poesie, e delle più semplici, anche quelle che dimostrano come Mandel’štam sia ancora nell’ambito del simbolismo, come non si sia del tutto staccato dall’esempio di Blok. (commento di AMR)

    Brillano di similoro
    nei boschi gli abetini di Natale;
    nei cespugli lupi da giocattolo
    guardano con occhi terribili.

    O profetico mio dolore,
    o serena mia libertà
    e cristallo eternamente ridente
    di un orizzonte non vivo!

    Osip Mandel’stam
    1908
    ———————————-

  20. antonio sagredo

    ringrazio Mario Gabriele per il “gioiello” e auguro SERENE FESTIVITA’

    a.s.

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