Arkadij Kutilov (1940 – 1985) POESIE SCELTE a cura di Paolo Statuti

 

Critica della ragione sufficiente Cover Def

L’illusione è la realtà che si guarda allo specchio

Presentazione di Paolo Statuti

Poeta, prosatore e pittore russo. E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.

Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.

…Triste mondo nel balbettio del transistor,
la gente canta canzoni non proprie…
E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,
piangono le pietre e gracidano gli usignoli… 

 Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.

Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità.»

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino –

Lo scheletro di una stella:
La mia stella lavora bene,
la mia cara privata stella…
Si è accesa alquanto di recente,
di recente…Pensavo – per sempre…
Ma si raffredda nel gelido buio,
e di colpo si spegnerà quest’anno…
Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,
e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Le sue poesie sono già tradotte in diverse lingue, non so se anche in italiano. In ogni caso ho pensato di rendere un omaggio personale a questo geniale e infelice poeta russo, forse il più dimenticato del XX secolo, la cui breve vita raminga e turbolenta, e la misera fine mi ricordano Chlebnikov e Esenin.

Arkadij Kutilov image

Io vedo il suono e il silenzio

Poesie di Arkadij Kutilov

Io vedo il suono e il silenzio

Io vedo il suono e il silenzio,
c’è l’antimondo nel mio quaderno…
Io vedo il paese-Africa,
dalla finestra innevata…

Io sento il buio e la luce lunare,
e dietro la parete del vicino
sento di notte il decrepito nonno
litigare con la moglie nel sonno.

La vecchia, è vero, è morta,
e il nonno mi fa compassione…
Ma così stanno le cose con noi:
noi vediamo ciò che nessuno vede.

Noi dell’ardente sangue di Puškin,
per noi – sette venerdì a settimana,
per noi – un usignolo a gennaio,
e d’estate – musica con bufera.

E a marzo dai tetti lungo i muri
scorre la voce di Nefertiti…
O mio lettore! io mi batto,
perché tu possa scorgere il mondo.

 

*
Idee selvatiche ingoio,
leggo Brehm e Diderot…
Tutta la notte siedo, immagino
un piatto, un cucchiaio e un secchio…

James Watt è il mio capo diretto,
tutto il mondo non è che merce…
Ho immaginato una teiera,
una bicicletta e un samovar…

Un raggio di stella ho scisso in anelli,
ho scoperto una nuova specie di pesci.
Ai confini della musica e del canto
ho immaginato il cigolio di un carro.

Io dal cielo le stelle non afferro,
ma scroscia l’estasi creativa…
E io di nuovo immagino
un’ascia, una sega e un water…

Io – esclusione di ogni principio,
con distorta visione del mondo…
Col cervello tragicamente guasto,
e niente può più ripararlo!

 

*
E nell’infanzia tutte le inezie
sono piene di significato e ragione:
la luce del giorno, il buio della notte,
un’ala, un remo e l’altalena…

E una scaglia di luccio screziato,
un pulcino ucciso da un nibbio,
e il grido della civetta e un maggiolino,
e un prato dopo averlo rasato.

Come nel sangue – una molecola di vino,
come in un cervello sensibile – un verso,
come in una notte di luglio – la luna, –
nella coscienza entra il punto di vista.

Foto Oxford

Perché non mi amavi,/ mi sopportavi, torcendo la bocca?

Il figliastro

Una buona volta in un’azzurra sera,
senza pensieri, senza amore e sogni,
a un tratto lascerò la Russia,
cominciando a darle del “tu”…

Perché non mi amavi,
mi sopportavi, torcendo la bocca?..
Negli assalti di mite ardore
io con te stringevo un legame.

Mi sono arreso alle tue promesse,
aspettavo a lungo una dichiarazione.
Prendi adesso, nell’ora dell’addio,
la mia testa come amuleto!

Addio, e dimentica i falsi giudizi.
La gente per essi è portata!
…Gli otturatori della mia doppietta
scatteranno – e tutti sull’attenti!

Alla fine di una notte lirica,
quando una mucca muggirà,
i miei occhi sbatteranno le ciglia
e rumorosi nell’azzurro voleranno!

 

Divorzio

Se ne va l’amore. Gelo nell’anima.
Sbiadiscono parole e oggetti.
Sul caro volto appare ormai
La maschera postuma di Giulietta.

La ragione frena il bollore del sangue…
Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…
E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore
L’anello nuziale ha serrato.

E’ invecchiato settembre e la tua figura,
I tuoi contorni si fanno grossolani…

Sembra che mi stiano per fucilare,
E I NOSTRI NON ARRIVERANNO MAI.

 

*
Vita mia, poesia, amica…
Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…
Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,
benché abbia percorso tante verste.
Diranno: è una posa? Sì è possibile…
La vita è fatta di pose e altre inezie.
Che perisca la rosa schiacciata,
e nel marcio spunti un cardo!
Io l’immortalità non aspetto,
a me è più caro – le dita sulle corde –
sedere con le prostitute che parlano
allegramente di me.

 

Bosco d’inverno

Si gelano i pini e gli abeti,
il bosco non allieta lo sguardo.
Il bosco ha un abito nuovo –
d’un biancore mortale.

Come un vecchio sul letto,
condannato a morire…
Come in una stanza d’ospedale,
solo un medico – l’orso.

Questo sembra da lontano,
questo sembra così…
Ma svolazzano le cince
e i fringuelli sui cespugli…

E, accostando alle tremule
la guancia, come un figlio,
senti battere forte
la loro anima.

 

Allegato al mio libretto del lavoro

Ecco io morirò e subito piangerà
la pazza stirpe di beoni e randagi…
…Io ero un pope, – e ciò è importante.
Io ero un organizzatore, – e non è poco!

Io ho scavato con la draga da ubriaco.
Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.
Io ero pescatore e nel fiume Vitim
il mio zar-pesce nuota ancora.

Io ero nella compagnia di mia zia.
E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.
Io ero corrispondente di un giornale
e alla tomba due redattori ho scortato.

Ho insegnato ai bambini a leggere
e a diventare dittatori della Terra…
E un anno dopo gli allegri marmocchi
mi hanno incendiato la casa!

Ho gestito il club di un villaggio.
Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…
E il protagonista, dalla scena, col fucile
ha ucciso un papavero del partito.

Ero un randagio e mi celavo ai cieli.
Ero in bancarotta – non ho potuto uccidermi…
Ero…ero…ero…Chi non sono stato!
Me stesso?.. Ma come si può esserlo?..

 

*
Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.
In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…
Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,
o che per lo meno mi bruci le dita.

*
La poesia non è una posa o un ruolo.
E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,
la poesia è la mia reazione al dolore,
la mia autodifesa e la mia vendetta!

*

Versi miei, miei santi peccati,
Prolifici come microbo letale…
Sentiti della morte i comuni indizi,
Inchioderò per loro una bara speciale.

E questa cassa con garbo e cortesia
Il postero dalla terra riceverà…
E dallo zinco e dal freddo l’esperanto –
Nel cuore del postero la gru canterà!

E balzerà la pace da questo canto,
E balzerò anch’io dal funereo torpore…
Il mio compito è concluso con onore:
Il postero piange.
Forse per me…

 

Foto Musée D'Orsay

Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Da alcuni anni pubblica le sue versioni poetiche sulla rivista internazionale “Poesia”. Nel 1987 sono usciti in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è stata pubblicata anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska, Anna Świrszczyńska. Della poesia russa: 32 poesie di Aleksander Puškin, “Il demone” di Michail Lermontov, poesie scelte di Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

30 commenti

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30 risposte a “Arkadij Kutilov (1940 – 1985) POESIE SCELTE a cura di Paolo Statuti

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/07/arkadij-kutilov-1940-poesie-scelte-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-28055
    Perché non mi amavi,
    mi sopportavi, torcendo la bocca?..
    *
    Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

    Sono tre versi di Kutilov, due versi del parlato, il famoso parlato di cui qui in Italia si parla da circa cento anni, da quando Gozzano pubblicò il suo primo libro, quel parlato che è difficilissimo da usare. Pensiamoci. Noi parliamo fin dall’età di un anno, un po’ più un po’ meno. Heidegger dice che noi parliamo continuamente anche quando tacciamo o siamo nel sonno; in fin dei conti, il sogno altro non è che il modo di «parlare» dell’inconscio…. Noi nel corso della nostra esistenza diciamo miliardi di miliardi di parole… ma poi, quando dobbiamo mettere sulla carta di una poesia il «parlato», ci accorgiamo che non sappiamo più quali parole mettere, quali dire e quali tacere…

    Che Kutilov sia un poeta di spessore, non nutro il minimo dubbio a giudicare da queste traduzioni di Paolo Statuti, ma per chi, come me, non è uno slavista riesce problematico fare un commento critico… quello che posso dire è che un poeta di razza riesce a farsi comprendere anche al di là della propria lingua, in ogni caso. Improvviso un mio pensiero: Kutilov ha la rarissima capacità di fare una poesia che congloba il «parlato» e il soliloquio, al pari di Slutskij, altro poeta russo che godeva della stima di Brodskij. Credo che Kutilov sia un poeta di quel genere lì, che fa un soliloquio parlato o un parlato soliloquiante. Anzi, colgo l’occasione per chiedere a Paolo Statuti di tradurci per l’Ombra qualche poesia di Slutskij, sarebbe un bel servizio reso alla poesia italiana… Kutilov inserisce il «parlato» così, quasi per caso, in modo quasi invisibile, in modo quasi casuale, come se fosse naturale parlare tra sé e con gli altri. Cosa che non è affatto naturale, anzi, cosa difficilissima a farsi…

    Ecco perché il «parlato» occupa grandissima importanza anche nella nuova ontologia estetica, perché è difficilissimo utilizzare le parole del «parlato» senza cadere nel banale e nel truismo… ma Kutilov sa impiegare le parole giuste al posto giusto. Cosa quasi incredibile.

    Propongo un esercizio. In un prossimo post chiederò di provare a fare una poesia tutta di «parlato», vediamo che cosa esce fuori.

  2. Grazie Giorgio, io mi chiedo: come interpretare la mancanza di commenti? Incomprensione, disinteresse, scarso apprezzamento, timore di esprimersi? Non è facile trarre delle conclusioni, e non è mia intenzione strappare un giudizio con le tenaglie, che uso solo per togliere i chiodi dalle vecchie tavole…

  3. caro Paolo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/07/arkadij-kutilov-1940-poesie-scelte-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-28066
    tu sai che per esprimere un commento che non sia di superficie su un poeta sconosciuto in Italia bisognerebbe avere letto almeno un libro, Kutilov mi risulta che sia sconosciuto anche in Russia, nonostante che Evtusenko si sia prodigato per farlo conoscere in patria, vedi quant’è misero il destino dei poeti, quello di essere degli stranieri in patria! Cmq il tuo lavoro di minatore e di dissotterratore dei tesori che giacciono sotto terra è impagabile e ineguagliabile.
    Non c’è dubbio che il poeta c’è, questo risulta dalla tua traduzione… ma tu sai che in Italia i cosiddetti poeti sono allergici a leggere altri poeti, ciascuno crede di essere superiore all’altro… si tratta di una patologia mentale molto molto diffusa, basta guardare a quanti si sono fatti candidare al Nobel anche dal condominio di casa propria!
    Ti chiedo: perché non ci traduci anche qualche poesia di Slutskij? Un altro sconosciuto in Italia?, ma non aspettarti alcun encomio neanche per Slutskij… anzi, sarà tanto se non ci tirano le pietre addosso!!!

  4. Caro Giorgio, Kutilov è ingiustamente sconosciuto in Russia, ma ti assicuro che è superiore a tanti altri più conosciuti, Etvushenko compreso. Quando vesto i panni del minatore o del pescatore di perle, lo faccio perché so quello che cerco e ne conosco il valore, cioè anzitutto deve piacermi. Leggerò qualcosa di Slutskij e deciderò se tradurlo o meno, indipendentemente dal numero dei commenti che potranno arrivare, in fin dei conti la traduzione per me è più che altro una soddisfazione personale. Ma hai visto la mia ultima versione del “Sesto senso” di Gumiljov? Ti piace?

  5. gino rago

    Ricevo sulla mia e-mail questo articolato, dotto, icasticamente proposto al buon palato dei frequentatori de L’Ombra delle Parole, commento da Rossana Levati. E’ il caso di non tenerlo dormiente nel mio pc per la ricchezza dei motivi che Rossana sdipana, da grande interprete della poesia contemporanea non soltanto italiana quale sta mostrando d’essere a ogni suo prova critica.
    G.R.

    “Mi dichiaro profondamente catturata dalla poesia di Kutilov, di cui nulla conoscevo.
    Forse mi colpisce la sua natura di poeta visionario, di interprete di un mondo che sfugge, nelle sue parole, ad ogni logica borghese, ad ogni regola dell’utile, del sensato, della realtà “perbene”. E mi colpisce anche il modo di costruire il verso spezzandolo al suo interno con improvvisi collegamenti e passaggi antinomici al suo contrario, azzardando collegamenti inattesi con nuovi termini, alla maniera della Cvetaeva

    (“per noi – un usignolo a gennaio,/ e d’estate – musica con bufera”. “Ero in bancarotta-non ho potuto uccidermi/ Ero…ero…ero…Chi non sono stato!”); forse alla Cvetaeva che dichiarava : “Cieca e figliastra/ che farò nel mondo dei figli e dei vedenti?” può risalire la poesia “Il figliastro”, in cui il poeta si rappresenta come escluso dalla madre-Russia e al tempo stesso perdutamente innamorato del suo paese anche nel momento di un’immaginaria esecuzione mortale (è naturalmente solo un’ipotesi, ma mi ha colpita l’uso di questo termine nella Cvetaeva e in Kutilov, che come leggo ha avuto nella Cvetaeva la sua indiretta guida al territorio della poesia)

    Molti versi, nell’antologia riportata dall’Ombra, mi hanno colpita, come i seguenti drammatici e accusatori, e al contempo quasi senza speranza di redenzione alcuna di un mondo ormai disceso sulla via della degradazione: “E nel paese dei minchioni gemono i cigni, piangono le pietre e gracidano gli usignoli”, sovvertimento del mondo dove la poesia da sempre simboleggiata dagli “usignoli” diventa un gracidìo sgraziato, dove i cigni, altro emblema del poeta, gemono e dove le pietre assumono un pianto umano, segno della disperazione dei nostri tempi. Un Orfeo al contrario, che non trascina le pietre alla vita ma ne constata il pianto, che non può far sgorgare il suo canto liberatorio e trascinante ma lo raggela in una voce deforme.

    La voce dell’esclusione del poeta a me ricorda quella di Alda Merini, un’altra vagabonda nel mondo dei sani, dichiarata più volte malata e mai guarita dall’esperienza del soggiorno decennale in manicomio e in case di cura, per lei divenute una Gerico che di terra promessa non aveva nulla; è lei a dichiarare che i poeti “ Somigliano a una muta di cani/ alla periferia della terra / dove siringhe e odori/ sconfiggono il male oscuro/ e cadono ai piedi del mondo/ come eroi prigionieri”.
    E ancora lei, rievocando il suo rifiuto dei valori borghesi come il denaro e gli affari e appellandosi alla capacità della poesia di trascinare alberi, sassi e statue come lo stesso Orfeo sapeva fare, ribadisce:

    “ Io non ho bisogno di denaro,
    Ho bisogno di sentimenti,
    di parole, di parole scelte sapientemente,
    di fiori detti pensieri,
    di rose dette presenze,
    di sogni che abitino gli alberi,
    di canzoni che facciano danzare le statue,
    di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…
    Ho bisogno di poesia,
    questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
    che risveglia le emozioni e da’ colori nuovi”

    Il “cervello tragicamente guasto” di Kutilov , sede però di inaspettate connessioni, di un pensiero creativo che può mettere in relazione il mondo comune fatto di oggetti quotidiani e impoetici (“un’ascia, una sega e un water”, oppure “ il piatto, il cucchiaio e il secchio”), con il raggio di una stella e il cigolio di un carro immaginato “ai confini della musica e del canto” è il cervello di un poeta che cerca un nuovo modo di esplorare la realtà: non descrittivo ma evocativo di una realtà sempre più ricca e ampia di quella che vediamo, in un certo senso a più strati; anche questo modo di escludersi, di mettersi agli angoli di un mondo ordinato e sensato a me richiama le parole della Merini, quando parla di “questo posto sgangherato come il mio cervello che ha trovato solitudini” e dichiara la sua incapacità di pensare come gli altri e di descrivere il mondo come gli altri, secondo la logica dell’utile e del buon senso: “mi sono accorta che cantavo in un’orchestra che non aveva voci”, e ancora “io le mie poesie le ho buttate/ non avevo fogli su cui scriverle”
    E ancora la dichiarazione disperata di Kutilov che da’ un senso al suo scrivere affermando che in esso risiede la sua consistenza di poeta, ma prima ancora di uomo:

    “La poesia non è una posa o un ruolo.
    E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,
    la poesia è la mia reazione al dolore,
    la mia autodifesa e la mia vendetta!”

    è un altro passaggio che nei miei percorsi di lettrice collego immediatamente alla Merini quando definisce la poesia l’unica via per accedere alla verità, al senso totale del mondo e del proprio essere:

    “Se la mia poesia mi abbandonasse
    come polvere o vento, se io non potessi più cantare, come polvere o vento,
    io cadrei a terra sconfitta
    trafitta forse come la farfalla
    e in cerca della polvere d’oro
    morirei sopra una lampadina accesa,
    se la mia poesia non fosse come una gruccia
    che tiene su uno scheletro tremante,
    cadrei a terra come un cadavere
    che l’amore ha sconfitto”

    E se la poesia è autodifesa dal mondo a me per la verità sembra che in entrambi i poeti essa sia non solo scudo e riparo ma anche unica via per sfiorare la verità dell’essere, unico modo di accedere alla comprensione di quel mondo che rimane irrimediabilmente esterno all’anima dei poeti e li disorienta con le sue oscure leggi del profitto, dell’utile, del socialmente corretto, rifiutato come estraneo ed assurdo

    E infine l’anti-mondo nel quaderno di Kutilov che vede il paese-Africa dalla finestra innevata (un altro straordinario ossimoro, e ancora un mondo che si spalanca oltre la vista comune, se Kutilov riesce a vedere l’Africa là dove gli altri vedono solo neve!) a me ricorda un altro poeta visionario, Dino Campana, con la sua capacità di vedere un mondo diverso là dove tutti notano la semplice realtà, (una piaga rossa languente – la semplice luce che si accende sulla terrazza sul fiume) o di invocare la Chimera – “sorriso di lontananze ignote”.
    La lettura di questa pagina dell’Ombra odierna per me, semplice lettrice, è stata davvero una preziosa occasione di arricchimento.”

    Rossana Levati

  6. donatellacostantina

    Cercando Arkadij Kutilov in internet per trovare qualche altra notizia che mi aiutasse a conoscerlo meglio, ho capito che perfino in patria non si sa molto di lui. In genere, se ne parla troppo poco un po’ ovunque, sebbene le sue poesie siano state tradotte in inglese e incluse nell’antologia “Poesia russa del XX secolo” (Londra). Con la caduta del regime comunista, la Russia ha cercato di riabilitarlo sia come poeta che come artista, mediante conferenze, pubblicazioni, mostre, film sulla sua vita. Notevoli i contributi e le testimonianze. Perfino un museo che raccoglie la sua poesia, in Siberia, nel villaggio di Brazhnikovo… Sebbene sappiamo che molta della sua eredità poetica è andata perduta.
    Ma dobbiamo ringraziare Paolo Statuti, le sue belle traduzioni, se noi, oggi qui, possiamo leggere e apprezzare Arkadij Kutilov.

    Su un canale YouTube ho trovato un video con tre sue poesie recitate da Sergei Makhovikov nella sua performance “From Pushkin to Vysotsky” (San Pietroburgo, 6 marzo 2016).
    Le poesie sono: “Герой”, “Её походка”, “Петух красиво лег на плаху…”
    Non tutti potranno capirle (me compresa), poiché sono in lingua originale. Però, è comunque un ascolto suggestivo.

  7. Grazie Gino, grazie Rossana, questo è il commento che mi auguravo di leggere e che mi gratifica come scopritore e traduttore di questo Poeta sconosciuto.

  8. Mi accodo ai ringraziamenti: a Paolo Statuti e Giorgio Linguaglossa che hanno fatto in modo che l’articolo sia approdato su queste pagine.
    Mi impegnerò a conoscere meglio questo poeta, e lasciare un commento che non sia un mero passaggio sulla superficie di qualcosa chenon si conosce.

  9. antonio sagredo

    Intanto non comprendo perché il giorno dopo la pubblicazione del servizio sul poeta russo Arkadij Kutilov, (sconosciuto in Italia e perciò con più diritto di permanenza sul blog – visto che è la prima volta che viene “donato” alla lettura dei poeti e non poeti-lettori) viene subito, quasi con urgenza, riproposta a suon di tamburo la poetessa Edith Dzieduszycka che è notissima su questo blog. Come dire : “basta col russo e lo sostituiamo con Edith…”
    … ebbene da slavista che sono mi è intollerabile, poiché non si dà tempo al lettore si assorbire e decantare Kutilov e farsene una idea,- e ne ha bisogno poiché di poesia slava in generale il lettore italiano è un ignorante peggio che 50 anni fa; e il lettore dunque per pigrizia non solo mentale, passa subito a leggere la poetessa e chi altro noto sul blog!.
    Ed è come uno sfornare poeti in serie come panini usciti da forno “belli caldi caldi” e subito assaggiarli senza gustarne il sapore e la delicatezza, dopo; oppure secondo la teoria di Taylor, come pezzi di un auto da montare, una dopo l’altra.
    —-
    Per Kutilov (lo slavista) non ha un “parlato” né Gozzano e né – e, con maggiore ragione, – Heidegger.
    Quanto a Josif Brodkij che stimava Kutilov, bisogna vederci un po’ più chiaramente: e tutto si riduce per Brodskij – siccome Kutilov ebbe una vita davvero disgraziata – al sentire un rimorso, un senso di colpa, e cioè: Kutilov ha sofferto fino alla morte la sua condizione di poeta diverso, e invece Brodskij accettò di andarsene dalla Russia sovietica col benestare dei suoi massimi dirigenti! (e della sua fuga in Occidente ne disse con furbastri alibi di autocommiserazione!)
    ———————–
    Poi si passa di punto in bianco, al poeta Borís Sluckij per riferire all’ignaro lettore che pubblicare “qualche poesia di Slutskij, sarebbe un bel servizio reso alla poesia italiana”…. questo servizio fu già realizzato in una antologia “Nuovi poeti sovietici”, Einaudi, 1961 (trad. di A. M. Ripellino). (ma ben venga sul blog: ci mancherebbe!).
    Ma il “parlato” di Sluckij è completamente diverso da quello di Kutilov, perché il primo dice di esperienze personali e più o meno eroiche – con discrezione – durante la Seconda Guerra Mondiale, e il secondo assolutamente no.
    Riguardo Evtušenko che lo propose allora al pubblico sovietico c’è da dire che lui fu specialista nel presentare parecchi poeti “allontanati” (e bisogna rendergli merito imperituro, ma sempre col suo solito modo di fare abbastanza strombazzante, altrimenti non si sarebbe chiamato Evtušenko!).
    Ne viene fuori come un coniglio da un cilindro il nome di Nikolàj Gumilëv, che con Kutilov ha poco da spartire; e che al contrario con Sluckij tantissimo, visto che questi discende direttamente da Gumilëv e quindi dall’ “acmeismo” e che per Sluckij l’acmeismo fu “ un antidoto contro i versucoli pigri e verbosi dell’età staliniana”. (Ripellino).

    Il poeta Gino Rago riporta parole di Rossana Levati, e fa bene poiché esce fuori il nome di Marina Cvetaeva legato a quello di Kutilov, “ azzardando…”, ma è giusto un azzardo, o finto azzardo perché tutti i poeti sovietici di talento nati dopo la guerra, dovettero fare i conti con la strategia stilistica della Cvetaeva. Kutilov di certo possiamo avvicinarlo, ma con pinze gigantesche! Brodskij si inchina alla Cvetaeva-Cassandra giusto perché ha grande talento, anche se la sua preferita è la più “armonica” Achmatova.
    —-
    Kutilov con la Merini non ha nulla da spartire, nemmeno le sofferenze del manicomio, e a proposito allora (è un mia personale opinione) la poetessa ci stufò tantissimo con questo suo manicomio ad ogni sua intervista, così coi suoi amori, specie con quello col Manganelli!

    Kutilov col Campana ha più che con la Merini, motivi sufficienti per un raffronto.
    Quanto riguarda Kutilov-Africa è certo un ossimoro, ma ha un precedente col Cechov di “Zio Vanja”, dove in piena estate si lascia sfuggire “ Chissà che caldo farà in Africa!”.
    ——
    Interessante è invece l’intervento della Donatella-Costantina che ci riferisce quanto gli inglesi siano più ricettivi, oggi più di ieri, con l’antologia “Poesia russa del XX secolo”, dove non poteva mancare il nome di Arkadij Kutilov.
    E poi ci propone un video eccezionale: una recitazione del grande da Sergei Makhovikov nella sua performance “From Pushkin to Vysotsky” (San Pietroburgo, 6 marzo 2016):da Puškin al celeberrimo, davvero grande cantautore e attore. (me ne dissero amiche slaviste)
    ————————————————————————–
    Questa sera seguirà. spero, un mio intervento sulla poesia di Arkadij Kutilov.

    • Leggo e apprezzo molto i commenti qui sopra riportati e vorrei ad essi aggiungere un mio semplice consenso.
      E’ con vero piacere che leggo versi di un poeta che non conoscevo.
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/07/arkadij-kutilov-1940-poesie-scelte-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-28112
      Sono versi che non hanno bisogno di metafore per colpire. Ringrazio Paolo Statuti per la bella presentazione. La figura del Poeta Arkadij Kutilov risulta sorprendentemente viva e molto interessante. Sostenuta dall’ampia scelta di poesie diventa prezioso incontro con un Autore i cui versi sembrano scaturire dalla profondità dell’essere stesso. E’ la sofferenza che si fa poesia, è il dramma di una vita che si illumina di parole schiette, come quelle che spuntano sulle labbra di chi soffre e ha sofferto nella propria identità. “Io dal cielo le stelle non afferro/ ma scroscia l’estasi creativa2 e ancora “…ero…ero..ero..chi non sono stato/ me stesso? ma come si può essere?” Talora si legge un “tu”, come in un parlato, ed è segno di immediatezza, di spontaneità, incontro con un interlocutore ideale, che poi è l’io stesso.
      “Perché non mi amavi?…” Così ed altrove si legge un grido appassionato che urla rabbia e dolore verso una realtà che non può cambiare.
      Molto di più ovviamente si potrebbe dire di questo poeta che mi auguro di poter leggere interamente in una buona pubblicazione.
      Ringrazio molto l’eccellente Paolo Statuti e l’Ombra delle Parole per questo importante assaggio.
      Edda Conte ringrazia L’ombra per l’ospitalità

    • Salvatore Martino

      Dopo questa esegesi straordinaria del poeta slavista e mio apprezzatissimo amico Sagredo che dire? Anche io lamento il poco tempo concesso al poeta russo. Da sempre lamento questa corsa al radi e getta in uso sul blog, ma mi sembra di essere una Cassandra inascoltata. Ho letto perciò , velocemente e male le poesie di Kutilov , avendo ricavato una strana impressione, se sbaglio correggimi Statuti, che le poesie stesse nascondano un rimario irripetibile traslato dalla musicalissima lingua dei russi all’altrettanto musicale lingua del nostro paese. ma comunque due musicalità diversissime. Devo anche dire che quello che ho letto, ripeto a volo di uccello, non mi ha particolarmente colpito. Una preponderanza dell’io quasi egotistica, e una serie di immagini alquanto banali. Ma mi fermo qui, la mia onestà di lettore, non mi consente di affondare maggiormente l’occhio, non avendo approfondito comunque la lettura. Mi domando se e quanto debba durare questa inflazione di poeti della sfera slava… a quando qualche latino-americano o spagnolo, o inglese, o greco , o naturalmente quei dimenticati italiani ai quali facevo accenno in una mia precedente scrittura? Quando si parla dei grandi russi o cechi tanto di cappello, ma non mi pare che questo Kutilov abbia una pregnanza superiore ai tanti dimenticati italiani,ripeto a cavallo della prima e seconda metà del secolo scorso. Evidentemente il nostro deus ex machina ha di queste predilezioni e mi inchino.

    • donatellacostantina

      E’ con vero piacere che leggo versi di un poeta che non conoscevo.
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/07/arkadij-kutilov-1940-poesie-scelte-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-28112
      Sono versi che non hanno bisogno di metafore per colpire. Ringrazio Paolo Statuti per la bella presentazione. La figura del Poeta Arkadij Kutilov risulta sorprendentemente viva e molto interessante.
      Grazie, caro Antonio Sagredo, per aver chiarito molti punti su Arkadij Kutilov, riferendoci dei suoi reali rapporti con gli altri poeti russi, ad esempio Brodkij ed Evtušenko. Che Kutilov con la Merini non avesse nulla da spartire, a dire il vero, l’avevo intuito anch’io, pur non avendo la tua preparazione. Chissà in quale dramma avrà vissuto Kutilov! Con questo non voglio dire che la povera Merini non abbia sofferto… Però, mi sembra che abbiano avuto storie troppo diverse. Forse c’è più vicinanza con Dino Campana: dici bene, Sagredo.
      Ti ringrazio per aver apprezzato il mio contributo alla figura di Kutilov. Sai, ieri ho fatto molte ricerche in internet, anche sforzandomi di tradurre qualcosa, perché purtroppo in italiano non c’è niente… Questo è molto triste!! Poi, sono andata su YouTube, nella speranza di trovare qualche video… E mi ha colpito moltissimo questo qui che ho proposto, di Sergei Makhovikov. Devo ammettere che sono andata a naso… Non pensavo fosse un attore (e cantautore, come dici) tanto famoso e apprezzato. Ma ho capito che era (è) bravissimo!!
      Sono contenta di aver trovato e proposto dei contenuti utili alla conoscenza di questo poeta tanto tormentato in vita e troppo a lungo dimenticato dopo la tragica scomparsa.

      Caro Antonio e cari amici tutti, non dovete considerare il rapido cambiamento di pagina come disinteresse per Arkadij Kutilov, poeta notevole che tutti noi desideriamo conoscere più a fondo. Il cambiamento si è reso necessario perché bisognava rispettare una certa scadenza… Però, questo non significa dover abbandonare la pagina dedicata a Kutilov. Lo dimostra il fatto che oggi siamo qui a parlare di lui. E sono certa che continueremo a farlo.
      Cari amici, gli articoli sono tutti qui, a portata di mano: basta un clik. E la notifica dei commenti è sempre visibile a tutti. Voglio dire… insomma, non perdiamoci in dettagli che a mio parere sono davvero inutili. Più di ogni altra cosa, conta la qualità dei post, ovvero degli articoli, e la discussione che ne deriva.
      Siamo un bel gruppo: continuiamo a darci voce l’uno con l’altro. Andiamo avanti per la poesia.
      Un caro saluto…

      • Alfonso Cataldi

        Ecco, mi accodo a quanto dici sugli articoli, Donatella. Gli articoli non scompaiono, sono sempre qui, sempre disponibili. Qui non siamo su Facebook, per fortuna. Io ad esempio fruisco di queste pagine in modo del tutto personale: riesco a scaricarle sul mio eReader (attenzione non tablet) e a leggerle in modalità off line, comodamente per i miei occhi, e rispettando i miei tempi.

  10. Carissimo Antonio, ma questa è l’autentica eruzione di un vulcano, in cui lava e lapilli bruciano i rami secchi dell’indifferenza e dalla cenere fanno nascere i virgulti dell’interesse…

  11. Cara Edda, la ringrazio per il suo interesse e apprezzamento per questo Poeta e per il mio lavoro. Sarei ben felice di pubblicare una raccolta di versi di Kutilov per un buon editore. Ma il punctum dolens della questione è proprio nel trovare un editore veramente interessato alla poesia non solo per motivi commerciali, che affidi la traduzione a una persona veramente competente, che offra un compenso adeguato, insomma un editore vecchia maniera, che oggi purtroppo in Italia è sempre più difficile trovare…

    • Alfonso Cataldi

      Un lavoro del genere avrebbe necessità di rimanere nel tempo. Purtroppo con certa editoria il libro diventa irreperibile solo dopo due anni. Io non comprendo ancora, alla fine del 2017, lo scetticismo degli editori nei confronti del formato digitale. La poesia ne trarrebbe grande giovamento, ma ha deciso di snobbarlo in gran parte.

  12. Ringrazio della gentile risposta. non ci resta che augurarci -questo forse è il periodo giusto) che accada un miracolo.
    Porgo i miei migliori auguri per il suo sempre interessante ed utile lavoro.
    Edda Conte

  13. Caro Salvatore Martino, non capisco cosa vuoi dire con “nascondono un rimario irripetibile…”. Gli originali sono rimati, ma questa volta ho deciso di rinunciare alla rima nella versione italiana. Ti invito però a una lettura meno veloce e più approfondita di tutte le poesie qui pubblicate, chissà forse potrai trovare alcuni valori che ti sono sfuggiti. Non è detto comunque che ogni poeta debba piacere a tutti, quindi prendo atto del tuo giudizio e ti ringrazio.

    • Salvatore Martino

      Solo un breve riscontro caro Statuti. il mio “irripetibile rimario” si riferiva all’impossibilità di trasferirle in una lingua così diversa dalla russa. Del resto mi confermi dell’esistenza di versi rimati in Kutilov. non capisco perchè tu non capisci la mia affermazione.

      • Caro Salvatore allora avevo capito quello che pensavo di non aver capito. Se tu conoscessi meglio le mie versioni, vedresti che, almeno per me, non è affatto impossibile trasferire le rime dal russo all’italiano. Adesso hai capito perché non avevo capito?

  14. antonio sagredo

    Kutilov
    ———————-
    Intanto mi rende il lavoro di interpretazione dei versi di Kutilov più difficile, se non arduo, il fatto che non ho con me le sue poesie in lingua russa, quindi non posso assaporarne i suoni, le cadenze, gli iati, insomma la fonetica in tutta la sua gamma sonora; per non dire di alcune parole p. e. i topoi ricorrenti nella poesia russa dall’inizio del ‘900 in poi, che sono fondamentali per trarne indizi e riconoscere a quale poeta specificatamente si riferisce Kutilov. Le poesie presentate su questo blog sono davvero pochissime, perché possa stilare una qualsiasi analisi, anche linguistica; e mi resta solo quella “tematica” che posso affrontare relativamente riferendomi – fiducioso – alle traduzioni, che come al solito ritengo eccellenti, dello Statuti, e trarne da queste alcuni riferimenti sul pensiero poetico di Kutilov.
    ——
    Nella poesia russa quelle parole di cui dicevo più sopra, sono quelle che Mandel’štam definisce “beate” e sono come un radar che disvela i luoghi delle origini di alcuni temi o addirittura e forse più manifeste le predilezioni sonore del poeta, e perciò “la passione per le parole beate (blažennye slovà) scelte per il puro suono, l’assenza di nessi logici” (Ripellino), io non posso rilevarle e rivelarle proprio perché non ho a mia disposizione “l’originale russo”.
    E allora da una mia lettura sui temi e loro significati/significanti, non superficiale e non completa, quali conseguenze posso dire?
    —————————————————————————————————————————–
    Da questi versi si evince l’influenza di Chlebnikov per la sua esistenza colma di stenti, cenciosa, (“randagia” come egli stesso ne scrive costantemente”), per la sua totale empatia e simpatia con la Natura, in cui viveva decifrandone i misteri con l’ausilio delle sue conoscenze matematiche.

    Tutta la notte siedo, immagino
    un piatto, un cucchiaio e un secchio…

    E una scaglia di luccio screziato,
    un pulcino ucciso da un nibbio,
    e il grido della civetta e un maggiolino,
    e un prato dopo averlo rasato.

    Ecco io morirò e subito piangerà
    la pazza stirpe di beoni e randagi…

    Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.
    Io ero pescatore e nel fiume Vitim
    il mio zar-pesce nuota ancora.

    Ero un randagio e mi celavo ai cieli.

    Un raggio di stella ho scisso in anelli,
    ho scoperto una nuova specie di pesci.

    Ma svolazzano le cince
    e i fringuelli sui cespugli…

    ——————————————————————-
    Qui, in questi versi reminiscenze che alludono al mondo rurale e pastorale di Esenin: le persone che vivono a contatto diretto con la natura quotidiana e con gli animali… e poi atmosfere dal suo poema “L’uomo nero”

    La vecchia, è vero, è morta,
    e il nonno mi fa compassione

    Io ero nella compagnia di mia zia.
    E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.
    Ho gestito il club di un villaggio.
    Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…

    ______________________________

    Ma in questi versi che seguono si fondono due poeti: Esenin e Majakovskij: l’immortalità che ossessionò il secondo e in più la distruzione di qualsiasi sentimentalismo (“la rosa…”); e il mondo delle prostitute che entrambi frequentarono:

    Che perisca la rosa schiacciata,
    e nel marcio spunti un cardo!
    Io l’immortalità non aspetto,
    a me è più caro – le dita sulle corde –
    sedere con le prostitute che parlano
    allegramente di me.
    ————————————————–

    In questi versi invece un tema che fu presente in tutti i poeti da Puškin in poi: l’abbandono di una Russia, di una Madre che non cura i suoi figli-poeti… questo tema fino alla caduta del comunismo di stato:

    Una buona volta in un’azzurra sera,
    senza pensieri, senza amore e sogni,
    a un tratto lascerò la Russia,
    cominciando a darle del “tu”…
    ——————————————————————-
    E che dire di questi versi?, specie il primo che è una sorta di faro, cioè Puskin diviene poeta-faro per tutti i poeti successivi (e “majak” –ovskij- significa faro); e la poesia domestica, di cameretta come finestra al mondo di fuori (“musica con bufera” è atmosfera pasternakiana).

    Noi dell’ardente sangue di Puškin,
    per noi – sette venerdì a settimana
    per noi – un usignolo a gennaio,
    e d’estate – musica con bufera.

    Ho immaginato una teiera,
    una bicicletta e un samovar…
    ——————————————————————————
    E ci s’avvicina a Mandel’štam attentissimo a culture diverse, ma così presenti nella poesia russa! Questo poeta. “ era un poeta di citazioni, cioè che vive della citazione di diversi strati culturali. Blok nel poema gli Sciti aveva detto dei russi: Noi amiamo tutto:/ l’inferno delle strade parigine/e la frescura di Venezia”. (Ripellino).
    Così scrive Kutilov:

    E a marzo dai tetti lungo i muri
    scorre la voce di Nefertiti…
    O mio lettore! io mi batto,
    perché tu possa scorgere il mondo.

    ——————————————————–

    E in Kutilov ritornano le passioni femminili che tanto tormentarono tantissimi poeti prima di lui, essendo il motivo del “femminino” immortale; qui specie in questi versi kutiloviani, Majakovskij e Pasternàk sono presenti:

    Perché non mi amavi,
    mi sopportavi, torcendo la bocca?..
    Negli assalti di mite ardore
    io con te stringevo un legame.

    La ragione frena il bollore del sangue…
    Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…
    E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore

    E in questi versi Pasternàk è davvero presente!:

    Vita mia, poesia, amica…
    Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…
    Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,
    benché abbia percorso tante verste.
    Diranno: è una posa? Sì è possibile…
    La vita è fatta di pose e altre inezie.

    ————————————————————————————-
    E qui l’Achmatova più che la Cvetaeva:


    Prendi adesso, nell’ora dell’addio,
    la mia testa come amuleto!

    Addio, e dimentica i falsi giudizi.
    La gente per essi è portata!

    —————————————————–
    Kutilov, qui, in questi versi s’avvicina alla passione sanguigna della Cvetaeva, e i celebri trattini usati frequentemente dalla poetessa sono presenti quasi a scandire i tempi stessi della sua furia fagogitando
    perfino il mondo delle stagioni e astrale che la circonda

    Come nel sangue – una molecola di vino,
    come in un cervello sensibile – un verso,
    come in una notte di luglio – la luna, –
    nella coscienza entra il punto di vista.
    ———————————————————–
    Il poeta Kutilov infine si rivolge direttamente alla Poesia: lo hanno fatto tutti i poeti prima di lui… così pure la certezza d’esser un poeta è messa in discussione con il realismo quotidiano che l’avvolge:

    Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.
    In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…
    Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,
    o che per lo meno mi bruci le dita.
    ————————————————–

    e infine il suo testamento: la Poesia è e non può essere altrimenti:

    La poesia non è una posa o un ruolo.
    E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,
    la poesia è la mia reazione al dolore,
    la mia autodifesa e la mia vendetta!

  15. Grazie Antonio per questi interessanti a preziosi accostamenti. Kutilov è un poeta ancora tutto da scoprire e non è escluso che cercherò di conoscerlo sempre meglio. Anzi ripeto qui quello che ho scritto a Edda Conte, aggiungendo soltanto la speranza che il compito di creare in Italia una raccolta di Kutilov non venga affidata a un sedicente traduttore di poesia, o a un accademico improvvisato poeta. Kutilov è un poeta vero. Il poeta della natura, dell’amore, del paradosso. Nelle sue poesie si alternano intenzionalmente infimo e sublime, generale e particolare, grande e minuto. Egli segue le tracce che risalgono a Tjutchev, Zabolockij, Esenin. Nelle sue poesie rivivono antichi miti e leggende, gli animali assumono misteriosi contorni. Ogni sua immagine assume un significato profondo che può capire soltanto un uomo con il cuore illuminato. Egli ha la capacità di dipingere con le parole, usando luminosi e densi colori. Tutta la sua vita è poesia, tra questi due elementi la distanza è ridotta ai minimi termini. Lasciatemi concludere questo mio breve e modesto commento con un’altra poesia di Kutilov appositamente tradotta:

    Versi miei, miei santi peccati,
    Prolifici come microbo letale…
    Sentiti della morte i comuni indizi,
    Inchioderò per loro una bara speciale.

    E questa cassa con garbo e cortesia
    Il postero dalla terra riceverà…
    E dallo zinco e dal freddo l’esperanto –
    Nel cuore del postero la gru canterà!

    E balzerà la pace da questo canto,
    E balzerò anch’io dal funereo torpore…
    Il mio compito è concluso con onore:
    Il postero piange.
    Forse per me…

  16. donatellacostantina

    Ottimo commento quello di Antonio Sagredo: ricco di riferimenti e molto chiaro. Interessanti le relazioni tematiche di Kutilov con gli altri poeti russi.
    Una utile lezione!

  17. vincenzo petronelli

    Complimenti a Paolo Statuti per averci introdotto all’opera di questa voce a me personalmente sconosciuta della poesia russa.Sono da sempre un onnivoro della lettura e della poesia, avido lettore di svariate tradizioni poetiche, tra le quali quelle di area slava e carpatico-danubiana, per mie competenze antropologiche e linguistiche sviluppate attorno e tali versanti geografico – letterari, ma devo ammettere che non conoscevo per niente Kutilov. Peraltro il fatto di aver scoperto che sia una voce misconosciuta anche in Russia dove (almeno fino a un po’ di tempo fa) i poeti godevano di una attenzione mediamente maggiore che da noi, evidentemente mi consola. Devo sicuramente approfondirlo ancora meglio poiché ammetto che non sia stata una lettura meticolosa come l’artista merita, ma purtroppo questo è uno dei periodi dell’anno più impervi per coniugare la fruizione delle mie passioni culturali con il lavoro.Ciò nonostante mi ha colpito ed affascinato la ricchezza icastica ed evocativa dei suoi versi (qualità che mi catturano particolarmente nella registro espressivo di un poeta) ed anche la musicalità (come giustamente già evidenziato) che la sapienza e la perizia di Paolo Statuti sono riusciti a trasporre adeguatamente in italiano e che mi hanno fatto pregustare (conoscendo la lingua) la loro sonorità originaria.Un ringraziamento particolare anche ad Antonio Sagredo, per la precisione e dovizia del suo intervento esegetico che permette di collocare ancor più precisamente l’opera di Kutilov e di arricchirne la comprensione del quadro storico-filologico. Sarebbe senz’altro una grande e lodevole iniziativa tradurne l’opera in italiano ed in attesa di una tale graditissimo evento, sarà mio impegno approfondirne la conoscenza ed anzi invito vivamente Paolo Statuti a fornirmi ragguagli su qualsiasi eventuale strumento (cartaceo o digitale in lingua originale, per quanto credo di aver capito che ci sia poco materiale disponibile) che possa essermi d’ausilio in tal senso. Buona serata a tutti, cari amici.

  18. Gentile Vincenzo, grazie per il suo apprezzamento per le mie versioni. Mi sembra di aver capito che lei conosce il russo. Allora vada in http://www.yandex.com, dove troverà molte poesie di Kutilov in originale, nonché diversi articoli su di lui. In Russia non è che sia del tutto sconosciuto, avendo ad esempio ricevuto il plauso di Evtushenko, ma non è noto come quest’ultimo, pur meritando di esserlo di più, a mio avviso naturalmente. Buona serata anche a lei.

    • vincenzo petronelli

      Grazie mille Paolo; sì, in effetti parlo russo e mi riferivo ovviamente a materiale disponibile in russo, poiché è chiaro che in italiano (ma mi sembra di capire anche in altre lingue) sarebbe stato difficile reperire informazioni. Tra l’altro chiedo venia per la rapidità con cui ho trascritto il mio commento (stritolato tra impegni di lavoro) ma effettivamente avevo capito, a proposito della popolarità di Kutilov, che intendesse semplicemente dire che in Russia non fosse conosciuto come meritasse e non che fosse del tutto misconosciuto, solo che poi per “brevitas” ho forse travisato il concetto nella trascrizione del commento. Consulterò con grande piacere il collegamento che mi ha inviato per ampliare la mia conoscenza dell’opera “Kutiloviana”. A presto.
      Vincenzo Petronelli

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