Kikuo Takano (1927-2006) POESIE da Il senso del cielo (Passigli, 2017) tradotte da Yasuko Matsumoto e Renato Minore,  Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Il Giappone degenerato in “piccola America”, con una intervista di Renato Minore a Kikuo Takano, traduzione di Yasuko Matsumoto

 

Gif Incrocio colored

Quando ti ho abbracciato/ la prima volta/ non mi ero ancora chiesto/ il senso di quell’abbraccio.

Kikuo Takano nato a Sado nel 1927, laureato all’università di Utsunomiya. L’anno dopo la fine della guerra cominciò a scrivere poesia. Su invito di Nobuo Ayukawa aderì al gruppo di intellettuali raccolto intorno alla rivista “Arechi” sostenuto da Ryuichi Tamura e da altrì e pubblicò in quella antologia. Concentrato sul senso dell’essere, e sulla metafisica della vita, Takano si interroga instancabilmente, in una poesia commossa e molto particolare, le cui basi filosofiche possono definirsi ontologiche piuttosto che esistenzialiste. Ha pubblicato La trottola, L’esistenza, Le tenebre come tenebre, Per incontrare ed altre raccolte. Ha scritto anche testi per musiche corali, inni e canti liturgici. In Italia, per Empirìa, ha pubblicato nel 1996 L’anima dell’acqua (a cura di Yasuko Matsumoto e Massimo Giannotta) e per la Fondazione Piazzolla nel 1999 Secchio senza fondo, e adesso esce per Passigli questo Il senso del cielo, 2017.

Foto femme vivant

Guarda questa scatola vuota/ che io chiudo con un piccolo coperchio.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Scrivere poesie vuol dire innanzitutto soffermarci con uno stupore profondamente fresco di fronte a ciò che esiste. Accettare insieme la molteplicità e la continuità degli esseri. Fissare su di loro lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia è per me l’unica via per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli esseri. Siamo radicati nelle parole e siamo sulla terra per custodirle». E ancora: «Sulla terra, quello che non siamo riusciti a sciogliere e a congiungere, viene di giorno in giorno accumulato e gettato. Per capire il senso di questa Terra, che per noi è unica, dobbiamo anzitutto interrogare il senso fondamentale del nostro essere e del nostro nascere».

Parole di Kikuo Takano che rivelano un poeta che procede per interrogazione delle cose, dalle più umili alle più complesse, una continua interrogazione sui misteri che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

La poesia di Kikuo Takano è simile a una pittografia e come la pittografia è silenziosa. Tutto intorno al tratto si rivela il vuoto, ma è il tratto l’elemento fondamentale, senza il tratto non ci sarebbe il vuoto. Nella poesia di Takano un grande ruolo è rivestito dal silenzio, un silenzio che proviene da lontano, dalla liberazione dall’egoità, dalla distanza dell’essere dall’io, dalla distanza dell’io dalle cose, dalla distanza tra io ed io, dalla distanza insormontabile tra le cose e dalla scoperta che questa distanza altro non è che il vuoto. La poesia di Takano ha una velocità costante, non ci sono accelerazioni o rallentamenti, le parole si diramano in pensieri con la naturale consequenzialità dell’acqua che scorre in un laghetto producendo acciottolio di sillabe e di fonemi. Takano amava ripetere l’assioma di Heiddegger «pensare sull’essere è scrivere poesie», infatti, non è un caso che la musa di Takano parta dalla auscultazione dell’essere dell’ente uomo, e non è un caso nemmeno che il poeta giapponese se ne sia stato per venti anni in silenzio, negli anni Sessanta e Settanta quando qui da noi in Europa imperversava la moda dello sperimentalismo. L’invasione delle parole superflue dello sperimentalismo lo aveva infastidito e reso muto.

Ed ecco la scoperta più stupefacente, la scoperta del vuoto:

Guarda questa scatola vuota
che io chiudo con un piccolo coperchio.
Se provo ad agitarla
tutto è silenzio.
Se vado ad aprirla,
non trovo nulla.
Meno male,
è proprio così? Torno
a chiuderla con il piccolo coperchio,
e la scuoto,
ancora silenzio,
torno a aprirla.
Meno male
è proprio così. È così
si svela
il niente che contiene,
né l’anima né Budda.
Meno male.
È proprio così? Finisco qui.
È proprio così? Finisco qui.

Esauritasi la moda dello sperimentalismo, Takano ha ripreso a scrivere poesie. Una poesia che proviene dal Vuoto e dal Silenzio. Takano nomina sempre direttamente la «cosa», l’esperienza che proviene o dal passato remoto o dal presente, perché il tempo cronometrico per lui è una convenzione buona per regolare la vita degli esseri umani. I suoi temi sono il tempo, i gesti, le cose dentro di noi, le cose fuori di noi, un burattino che agita le braccia, «un pazzo di mezza età», un giocattolo sventrato, un ferro ricurvo, un aquilone spezzato, la solitudine del cigno, le mani, una bambina morta che ritorna nel sogno, i bambini che salutano da un torpedone agitando le mani, etc., quanto di più prosaico e quotidiano vi possa essere, ma quello che fa la differenza è il trattamento degli oggetti e dei personaggi, un trattamento diretto che ricorda le linee dei maestri zen, un tracciare con dei gesti precisi e improvvisi delle linee sulla carta. Linee significative, piene di senso, ancorché di un senso povero e tribolato, che coglie di sorpresa il lettore. E poi, il dolore, anche il dolore è come circonfuso dalla prosaicità e dalla facilità con cui avviene nel mondo, in modo inconsapevole, improvviso, senza ragione. Ma è dall’esperienza del dolore e dall’esperienza del vuoto, dall’esperienza della seconda guerra mondiale e della successiva società di massa del Giappone moderno, che proviene questa poesia così flebile e fragile, ancorché temprata nel tempo e nel dolore.

Forse, ad un lettore di oggi la poesia di Takano potrà sembrare fuori moda o fuori tempo o fuori degli schemi, ma sono il tempo e la moda ad essere fuori dal mondo, non certo la poesia di Takano.

La poesia di Takano è una grande poesia perché in ogni momento egli si chiede: “perché scrivo?”, “che cosa voglio dire che non può essere detto se non in poesia?”; e si interroga in ogni istante non su che cos’è questo o quello (per questo compito ci sono i sociologi e i tuttologi, i bravi giornalisti, i talk show, gli opinionisti), ma sulla domanda fondamentale. Ora, può sembrare un atto di arbitrio e di arroganza da parte mia, nella città del minimalismo disossato, porre la questione della domanda fondamentale.

Una volta su un blog un interlocutore mi chiese: «E allora dicci tu qual è la domanda fondamentale».
I lettori capiranno come davanti a questa rozza domanda io sia rimasto senza parole, ammutolito. Come potevo far capire al mio rozzo interlocutore che se fosse stato possibile parlare della domanda fondamentale come si fa con 2 + 2 = 4, l’avrei fatto?

Bene, la poesia che va di moda oggi in Italia è questo 2 + 2 = 4, né più né meno, è una “poesia dell’impronta digitale”, dizione di Magrelli, una tautologia del senso comune; quella di Takano è una poesia della domanda fondamentale, quella domanda che tu lettore non ti saresti mai posto prima di leggere una poesia di Takano. È per questo che si leggono i libri di poesia, per sapere qualcosa di più su questa misteriosa entità che è la domanda fondamentale. È per questo che esistono i poeti.

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell'isola di Sado, Giappone, nel 1927

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell’isola di Sado, Giappone, nel 1927

Intervista a Kikuo Takano di Renato Minore

  Takano, nella sua poesia ri­suona quella schiettezza luci­da e distaccata che si legge nei versi di Eliot: un suo mae­stro?

«Sì, lo considero un maestro della mia poesia. Ho letto le sue poesie tradotte in giapponese, La terra desolata e I quattro quartetti. Soprattutto questi ul­timi mi hanno dato una profon­da emozione. Ricordo ancora i quattro versi del Little Godding: “Mai cesseremo di esplo­rare/ e alla fine dell’intera esplo­razione/ arriveremo dove sia­mo partiti/ e conosceremo per la prima volta quel luogo”».

 Quanto ha influito la tradizio­ne Zen nel suo lavoro?

«Da noi si dice che ci siano una trentina di modi per definire lo Zen. Io penso che lo Zen sia una modalità di attesa molto fervida per rinunziare a se stes­si. Quando viene annullato l’ego, il vuoto è riempito dalla saggezza di Buddha. Mi ha sem­pre affascinato la parola di un maestro: “Se batto le mani giunte, emettono suono. Da quale mano è prodotto questo suono e quale produrrà quello generato da una sola mano?”».

 E le letture di Heidegger e Montale?

 «Per quanto riguarda Heideg­ger, mi ha sempre emozionato il modo con cui egli tentava di dirci, senza scegliere, il silenzio sulle cose inesprimibili. Ho avuto la spinta dalla sua parola “pensare sull’essere è scrivere poesie”. Di Montale vorrei ricordare, Cri­salide. Il poe­ta parla del tempo doloro­so della crisa­lide avvizzi­ta. In realtà è essenziale il tempo in cui scorre la vita, i giorni in cui la vita muta. Sembra di sentire in que­sti versi come un’eco: conti­nuiamo a por­ci la doman­da sul nostro “dove anche se ci trovia­mo immersi nel dolore più profondo”».

 La musica è stata una componente im­portante del suo lavoro. Quan­to e in che misura ha influito sulla sua poesia?

«Per Valéry “la poesia dovreb­be aspirare allo stato della musi­ca”. Nel mio caso non è stato così. Tra chi amava la mia poesia c’erano musicisti che hanno composto musica voca­le e corale con i miei versi. La musica mi ha dato le ali invisi­bili che mi hanno permesso di volare, confortandomi con dol­cezza in un difficile momento quando non potevo andare avanti con le parole».

Foto femme brillant

Si­lenzio alto /frinire di cicale/ penetra le rocce

 Lei ha adottato il verso libe­ro, abbandonando gli schemi tradizionali, haiku e tanka. Si è sentito iconoclasta, anti­tradizionalista? Quanto deve alla cultura occidentale que­sta sua scelta?

«Amo i versi come quelli dell’ Imperatore Sutodu e di Matsuo Bashò quando scrive “Si­lenzio alto /frinire di cicale/ penetra le rocce”. Tuttavia non mi sono mai avvicinato consapevolemente alla poesia in schemi fissi come lo haiku e il tanka. Ho iniziato con la massi­ma naturalezza a scrivere poe­sie con il verso libero. Era un inevitabile atto espressivo per sopportare la realtà così doloro­sa da affrontare dopo la secon­da guerra mondiale. Sembrava che soltanto il vuoto tra i frantu­mi del senso perduto potesse essere accettato con tenerezza nella mia poesia. Poi lo ho abbandonato per scrivere poe­sie dove più forte è il senso di ricerca sull’essere. Era passato del resto poco meno di mezzo secolo da quando nel 1945 furo­no tradotte in Giappone le poe­sie occidentali di ventinove po­eti, da Dante a d’Annunzio. Noi giovani siamo corsi dietro ad ogni giardino di poesia euro­pea per cogliere fiori di grande fragranza esotica».

 Takano ha lasciato il Giappo­ne di recente: mi incuriosisce la tensione che la lega ai luoghi nati.

 «La piccola isola dell’Estremo Oriente dove sono nato è una regione lontana dalla cultura e dall’arte. E anche la mia patria non è più quella di cui uno possa vantarsi. E’ il motivo per cui noi giapponesi sogniamo l’Ita­lia, venendo in Italia. Sentia­mo l’anima degli uomini che hanno compiuto il glorioso Ri­nascimento e continuano a far­lo vivere tuttora magnifica­mente. C’è qui una patria di cui l’uomo può essere fiero. Io poi sono molto attratto da Vatti­mo, il teorico del pensiero debo­le. Ponendo l’attenzione sul concetto di “kenosis” egli consi­dera ideale il modello della “debolezza”. Per lui il nucleo del pensiero cristiano è quello in cui la presenza di Dio non è stata integralmente messa di­nanzi ai nostri occhi. E insiste sul fatto che si debba sviluppa­re il pensiero conforme alla debolezza, invece che vincere la debolezza».

 Qualcuno ha scritto che lei riesce a far sembrare familia­re una realtà così lontana e così diversa dalla nostra co­me quella giapponese. Ma è davvero così distante?

«Quando il mio traduttore Pao­lo Lagazzi ha visitato Tokyo ha detto: “E’ una piccola New York!”. Ahimé, il Giappone è ormai diventato una piccola America nella confusione e nel­la superficialità. La bomba ato­mica non ha distrutto solo Hi­roshima e Nagasaki, ma ha distrutto l’anima del Giappo­ne. Qui l’uomo comincia a di­struggere se stesso, addirittura rischia di sparire».

 Si parla di crescente Asian Power, una sorta di riscossa (economica e sociale) del vo­stro mondo nei confronti del­lo strapotere americano. Co­me considera questa tenden­za?

«Quando ci penso, mi viene un’ansia profonda per la realtà in cui si sta incorporando il sistema strategico mondiale sullo sfondo di una grossa po­tenza militare-economica. Su questa strada il nostro secolo fallisce l’obbiettivo principale, quello per cui l’uomo ritrova l’uomo e approda alla vera cau­sa di rappacificazione. Per sve­gliare la nostra coesistenza vor­rei che questo secolo fosse chia­mato “il nuovo secolo rinasci­mentale”.»

 C’è un ruolo del poeta nel mondo di oggi che sembra sempre più lontano dall”‘ascolto” della poesia?

«Ha scritto Patrizia Cavalli: “qualcuno ha detto/ che certo le mie poesie/ non cambieranno il mondo/ Io rispondo che certo sì/ le mie poesie non cambieranno il mondo”. La poesia è sicuramente impotente a cambiare il mondo. Ma non dovrebbe perdere la domanda essenziale, chi siamo e chi dob­biamo essere nel mondo. Se la poesia è lontana dall’ascolto forse è perché troppo spesso è diventata un semplice rumore. Il ruolo del poeta nel mondo è in se stesso, nella domanda severa e autentica: “perché scri­vo poesia?”.

 E infine, che rapporto ha Takano con i mezzi di comu­nicazione di massa?

«Io non ho alcun rapporto. Ma credo che ciò che protegge la cultura di alta qualità e la conse­gna al mondo senza errore è proprio un lavoro altamente qualificato, si potrebbe dire co­scienzioso, dei mezzi di comu­nicazione di massa, quando però questi superano la barrie­ra dell’affarismo e dell’opportu­nismo».

Gif la Ruota della giostra

Ma alla fine quest’anima/ è proprio una girandola

Poesie di Kikuo Takano da Il senso del cielo (Passigli, 2017)

Girandola

Ma alla fine quest’anima
è proprio una girandola,
spinge la propria pala
l’invisibile energia
che muove il suo asse
con la forza che cigola
e stride e gira, gira
a vuoto, con il suo vertiginoso
movimento, e senza mai
alcun inizio?

 

Soliloquio

«Siediti», ho detto proprio così
ma tu non c’eri.
In realtà parlavo tra me e me
e lo ripeto senza tentennamenti:
«Siediti».
«Siediti, siediti».
A dire il vero il soliloquio è dialogo
per il mio io inaccettabile
che non sopporta gli altri,
ma è ferito dalla solitudine.
È un forno che arde, il mio soliloquio!

Le parole che ti dico

«Se ti urlassi non c’è nulla,
non c’è nulla,
cosa mi diresti?».
Così minacciosa un’amica mi assedia.
e cosa potrò darti?
Capita anche a te:
ormai da tempo non possiedo
neppure le parole che dico,
l’azione che scelgo.
Cosa potrò darti
di un ‘me’
così trasformato?
Posso darti solo quel gesto
con cui indico la falena
che sbatte contro il vetro.

Nel sogno

In quel sogno
la mia parola era a forma di mulino,
la mia anima somigliava a una macina.

Ma quando quel cavallo come un’ombra
s’insinuò tra il mulino e la macina
a passi un po’ furtivi un po’ grotteschi?
Il suo capo era rivolto in giù ed io,
io mi sentivo invaso da una strana allegria

Baratro

Quando ti ho abbracciato
la prima volta
non mi ero ancora chiesto
il senso di quell’abbraccio.

Quando ti ho abbracciato
una seconda volta
era come stringere un baratro.

e perché mai mi capita, non solo
con te, che ogni cosa che abbraccio
una seconda volta
si trasforma nel mio baratro?

Il treno

Mi capita talora di prendere un treno
e di andare volentieri verso un luogo
del tutto sconosciuto,
e lì capita che bambini senza nome
in fila sull’argine ignoto, ci salutano,
sventolano le mani senza che nessuno risponda
al saluto subito dimenticato.

Ed io penso:
«Ma le mani non dimenticano».
Non dimenticano quelle mani di essere mani,
e dunque parto ancora una volta,
voglio ancora incontrarle
con le guance rosse per la mia età.

Ma cosa è questa mano?
Compro il biglietto con questa mano misteriosa.
e cosa è quella mano?
Corro a scovare quelle mani misteriose
per avere certezza di incontrare ogni altra mano
e di vergognarmi di queste mie mani.

Burattino

Nulla può il burattino, che pure è mosso da fili;
nulla può perché non saprà mai reciderli,
e può soltanto, mosso dalla disperazione,
abbrancare l’aria con inutili piroette.

Cielo

In quel tempo non mi chiedevo ancora
il senso del cielo e della terra
e avevo mani e piedi imbrattati di fango.
In quel tempo
felice era la mia parola,
felice ero come quando la luce incontra l’acqua
e il cielo incontra la terra.
felice ero come le foglie.
Anche la mia cima d’albero
si prolungava in cielo
e la mia radice era dentro il cuore della terra.
Cresci, allungati.
Felice era la mia parola, ora infelice,
perché quella stessa mia parola,
sbagliando, chiede senso
e si interroga sul senso ultimo
e sull’opera di Dio.
La mia parola somiglia al dolore
come le foglie in attesa dell’inverno,
stormiscono già condannate
e non così sagge da cadere a terra.

Foto Amelie

E forse la morte è un vero tesoro,/ ma a chi è destinato?

Un vero tesoro

«E forse la morte è un vero tesoro,
ma a chi è destinato?».
È inutile che così ti interroghi.
La morte appartiene al mondo,
come in un deposito accoglie
ogni cosa, si raccoglie anche la morte.

Ma – lo sai? – non può scomparire
la morte dal mondo. Nel deposito si raccoglie
la morte che non serve a nulla
e c’è anche la morte che non va
da nessuna parte, e ci capiterà
di morire rassegnati
o soltanto gonfi di disperazione?

Ci capiterà di morire a prezzo di favore.
«Ecco lo sconto, ma ti prego comprami la morte».
E mi chiedo ancora una volta:
«Forse la morte è un vero tesoro?».
e ancora mi ripeto: «Non posso fare proprio nulla
se non morire come la cicala consunta,
come il grano andato a male?».

La salita

Di corsa vanno i ragazzi
sulla salita con la neve fresca
e poi risalgono ancora
per gettarsi giù. Anch’io
avevo dentro di me
una analoga via in salita.

Ma che cosa mi sta accadendo?
Anche se distolgo lo sguardo
per non vederla, l’ho negli occhi
e non posso distogliere lo sguardo
da quella stessa salita,
e non posso davvero andar di corsa.

Le mie scarpe

Dopo aver a lungo camminato
sorprendentemente mi accorgo
di essere senza alcuna scarpa,
e quanta strada ho fatto ignaro!

E con più sorpresa mi capita,
dopo averle a lungo cercate,
di trovarle dentro di me, le mie scarpe,
e non posso tirarle fuori.

Ma che evento singolare:
dopo aver tanto pensato
non posso calzare le mie scarpe
con cui pure è necessario uscire.

E alla fine sorprendentemente,
dopo tante congetture, mi accorgo
che anche gli altri non hanno scarpe
e, beati, non soffrono della loro mancanza.

Inevitabile

Inevitabile
come il peso attratto
dal centro della terra.

Inevitabile
non posso che precipitare dal cielo
che pure ho tanto desiderato.

Foto volto con mani

È davvero inutile / questo mio desiderio di cielo

* poesie tradotte da Yasuko Matsumoto con la collaborazione di Renato Minore da L’infiammata assenza Edizioni del Leone, 2005

*

Non si sa da dove è arrivato nel villaggio
un tranquillo pazzo di mezza età.
e s’è messo in buona lena
con le shinodake1 a tracciare un recinto
intorno al basamento del tempio.
“Ma che voglia allevarci i polli?”
così si mormorava su di lui.
Ma è bastato assai poco e il pazzo tranquillo
è morto dentro il recinto quasi finito.

1] La “shinodake” è una specie di bambù, sottile sia nelle foglie che nelle canne

Famelico

Famelico, anche troppo.
Davvero troppo famelico, come fossi un serpente folle
che azzanna il proprio corpo,
anche quella mattina svegliandomi
mi mordevo selvaggiamente.

Povero cristo!
Da dove mi viene tanta fame?
Oh, me sventurato!

Tra ciò che assorbo e ciò che perdo,
il conto è pari,
il cerchio si chiude!

Ma quel cerchio
a chi è stato dedicato?
Con ostinazione continuo a chiedermi
a chi quel cerchio sia stato offerto.

Disco

Come fossi un disco
vorrei anch’io un solco che precipita
vertiginoso verso il centro.

La sua punta potrebbe seguire
al centro la mia vertigine canora.
Potrebbe già rivolgere
il suono verso quel foro
come un piccolo tunnel.

ed ecco che la punta
mi spinge verso il centro
con la sua voce canora e mi lascia
vuoto nella vertigine
per non essere pronto
ad essere redento e neppure capace
di capire quel mio turbamento.

L’Aquilone

È davvero inutile
questo mio desiderio di cielo
perché non possiedo ciò che è necessario:
un filo che mi tiene a terra
e la potenza di un vento che sradica…

O filo! O vento!
e si potrà mai
decifrare con lo sguardo
l’inestricabile nodo
che li unisce?

ma io non posso rinunziare a me
e quanto mi pesa
ciò che davvero mi manca!

Renato Minore 1Renato Minore (Chieti, 7 settembre 1944), risiede da oltre trent’anni a Roma. Si è laureato in lettere moderne con Natalino Sapegno e si è specializzato in filoologia moderna. Giornalista professionista dal 1971 presso i servizi giornalistici della RAI, attualmente è il critico letterario de “Il Messaggero”. Ha insegnato Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa all’Università di Roma.

Come narratore ha pubblicato i romanzi Rimbaud (Mondadori), Il dominio del cuore (Mondadori), Leopardi, l’infanzia le città gli amori (Bompiani). Come poeta ha pubblicato La piuma e la biglia (Almanacco Lo specchio Mondadori), Non ne so più di prima (Edizione del Leone) Le bugie dei poeti (Scheiwiller), Nella notte impenetrabile (Passigli), I profitti del cuore (Scheiwiller). I suoi libri sono stati tradotti in più lingue. Ha scritto per settimanali come “Il Mondo”, quotidiani come “la Repubblica”, riviste culturali come “Paragone”.

La sua attività critica è raccolta nei volumi: Giovanni Boine (La Nuova Italia, 1975), Intellettuali mass media società (Bulzoni 1976), Il gioco delle ombre (Sugarco 1986), Dopo Montale Incontri con i poeti italiani (Zerintya 1993), Poeti al telefono (Cosmopoli 1994), Amarcord Fellini (Cosmopoli, 1995), I moralismi del Novecento (Poligrafico dello Stato 1997) e le serie: Sul telefonino: Il tam tam del terzo millennio (Cosmopoli 1996), Il mondo mobile (Cosmopoli 1997), La piazza universale (1998). Sul divismo: Fragili e immortali, Il divismo all’origine (Cosmopoli 1997), Lo schermo impuro: Il divismo tra cinema e società (Cosmopoli 1998), Il pianeta delle illusioni: Il divismo negli anni Sessanta (Cosmopoli 1999) Eroi virtuali: Il divismo Campiello, l’Estense, il Buzzati, il Flaiano, il Capri, il Città di Modena per la critica.

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40 commenti

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40 risposte a “Kikuo Takano (1927-2006) POESIE da Il senso del cielo (Passigli, 2017) tradotte da Yasuko Matsumoto e Renato Minore,  Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Il Giappone degenerato in “piccola America”, con una intervista di Renato Minore a Kikuo Takano, traduzione di Yasuko Matsumoto

  1. Salvatore Martino

    Cari amici dell’Ombra,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27617
    vogliate perdonarmi per il lungo commento che di seguito mi auguro leggerete: Da tempo latitavo dalla vostra Rivista, per diversi motivi: un nuovo periodo di patologie , con conseguente ricovero ospedaliero, anche stavolta brillantemente superato, una perdurante assenza del collegamento internet, e non ultima ragione il constatare la mia estraneità agli sviluppi assunti e costantemente divulgati sulla Rivista stessa. Il riferimento ovviamente è alla NOE e ai suoi dettami. Mi rendo conto e ne sono perfettamente consapevole e d’accordo con voi , che quando si vuole lanciare una nuova estetica bisogna essere ossessivi e “fondamentalisti”, tentare con tutte le armi a disposizione, per far sì che le proprie idee abbiano cammino divulgativo e possano segnare un nuovo tracciato. Così la NOE non differisce , e non potrebbe essere altrimenti, dai grandi movimenti che hanno stravolto la faccia della poesia: il simbolismo intendo, il futurismo, il dadaismo, il surrealismo, tanto per citare alcuni capisaldi .Rammentol’attaccamento di André Breton ai propri indirizzi estetici anche quando i suoi compagni di cordata, segnatamente Aragon ed Eluard , si erano in parte dissociati.Fa bene Linguaglossa a battere con il martellio sull’incudine, a difendere con l’ascia le sue convinzioni, ad accompagnarle, custodirle, insinuarle nel pensiero dei poeti, che si accalcano in questo tempo che è il nostro. Oso allegare a questo scritto alcuni testi della mia produzione lontana, si parla della metà degli anni sessanta fino a quella dei settanta, che sconfessano pienamente l’accusa rivoltami di essere un epigono. , epigono di chi? aggiungo. In quegli anni nessuno scriveva con questi parametri di estetica, scusate l’immodestia, che si evidenziavano come precursori di scelte poetiche succedutesi molto più avanti nel tempo. Tra l’altro voglio riportare uno stralcio di pensiero sui miei versi inviatomi non molto tempo fa dal grande De Palchi :….. “Grazie per il lavoro, letto dalla prima all’ultima pagina, e che divido in quatto stili, sempre secondo la mia lettura.. E’ già un complimento. Pochi poeti hanno questo lusso. La stragrande maggioranza pubblica una raccolta dietro l’altra alla stessa maniera. Di ciascuno dei suoi quattro stili ho la mia istintiva impressione….”
    Mentre così scriveva di Stasi nella curatela del mio “Cinquantanni di poesia”
    :”Quando dai primi moduli espressionistici, dalle ingrommature poundiane( iperletterarie e intellettualistiche, dagli accenti epici si entra nel quarto tempo del werk, anche attraverso il ricorso coraggioso e straordinario alla forma chiusa del sonetto, si profila la trilogia del nichlismo,” Aggiungo io tanto caro ai poeti della NOE. Infine dedico al tema dell’eros apparso più volte sulla Rivista la quartina iniziale del sonetto CII. No ci sonio fellatio, descrizioni puerili di organi sessuali, ma ditemi se sbaglio, un discorso violentemente erotico senza mai scadere nel pornografico. Peraltro io , alla mia età, e con un lungo cammino alle spalle, non posso che continuare in quel percorso scavato negli anni, che il dàimon mi ha concesso..Ma questo non mi impedisce di apprezzare lo sforzo che tutti voi state mettendo in opera, in questo lodevole viaggio di rinnovamento.Auguro un lungo e prezioso cammino alla NOE e a tutti i poeti, che con dedizione e fiducia vi aderiscono.Un impegno lodevole che va rispettato e difeso nel guado della palude, dove attualmente naviga senza faro, né barche né tempeste la poesia italiana.

  2. Salvatore Martino

    ….Da “Attraverso l’Assiria” 1969
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27620
    – Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei
    pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e
    gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio
    Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si
    gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei
    marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta
    che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di
    vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il
    tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso

    Attraverso la solitudine e la montagna delle rose

    Io mi domando se questo avviluppato pomeriggio
    si disgregherà nell’oasi tranquilla della sera

    O
    In quello che ci annulla
    Le tredici mani nel deserto
    Attraverso la solitudine e la montagna delle rose…….

    Da “La fondazione di Ninive” 1965-!976

    …….Colmato è il piano Si procede a distanza dagli ultimi
    vigneti per un’estate obliqua nella magia degli occhi
    Si scendono pendii e bianco alla vista dei corvi
    l’arsura ci unisce fino alla decima carta S’abbassano
    a cerchi e intorno la sterpaglia assetata Qui riluce
    il falco e si chiamano ovunque giostre di uccelli Quando
    verranno a prenderti Un sibilo di piume Il gioco delle
    sfere La pelle si attorciglia alla carotide Quando verranno
    a prendermi Il gioco degli specchi oltre la decima carta
    e il rammarico di non aver parlato e come potesse
    finire un’altra storia o soltanto impietrirsi nel ricordo
    Quando verranno a prenderci legati a doppio anello
    di menzogne quando muti verranno col freddo piede
    di uccello l’unghia ritorta nella gola – ……..

    Da “La prigione azzurra del sonetto” 2002 2009

    CII

    Le tue labbra o il torace o le parole
    l’incontro delle cosce o il tuo sorriso?
    erano il mio perverso paradiso
    erano il fuoco che anneriva il sole…..

    Quanto alle poesie di Takano ad una lettura volante e superficiale mi sembra che attracchino a tematiche profonde e condivisibili. forse un po’ monotematiche. Come sempre è terribilmente difficile giudicare poesia in una lingua affatto conosciuta e così lontana dalla nostra comprensione.
    Sarei davvero felice di riscontrare qualche risposta a questo mio narcisistico sproloquio.
    Salvatore Martino

    • Caro Martino,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27624
      capisco il tuo tormento per i tanti innumerevoli “ismi” che si sono succeduti nella storia della poesia italiana, mentre restavi fedele al tuo clichè estetico e linguistico, e si sfarinavano metriche, paranomasie ecc. Ho letto con piacere i tuoi testi che mi sembrano lavorati con il martello di un buon fabbro. Il tuo prosimetro, simile ad un poème en prose”, si arricchisce di vitalità sonora, di abilità letteraria,di resistenza alla parola retorica, ma anche di disgiunzione da tutti i repertori espressivi che hanno afonizzato la poesia degli anni 70 e oltre.E qui ne dai una nuova “voltura” o “frazionamento”.

      • Salvatore Martino

        Come sempre sei forse l’unico a rispondere in tono a quanto uno scrive commentando. Ma dimenticavo! tu sei un vero poeta e quindi non si può dubitare della tua onestà intellettuale, che nel tempo, e quasi con fatica sono riuscito ad apprezzare. Ovviamente ti ringrazio per le tue parole dettate da conoscenza profonda della storia della poesia e del suo dettato che si svolge nel tempo e nello spazio.Presto, come ti ho promesso, conoscerai meglio quanto nel corso degli anni ho faticosamente , e in maniera ossessiva, costruito. Aspetto che anche tu ottemperi alla promessa. Con l’augurio di un’altra stagione creativa.

    • Salvatore carissimo, è un gran piacere leggerti!
      Metti sale sulla ferita; “Come sempre è terribilmente difficile giudicare poesia in una lingua affatto conosciuta e così lontana dalla nostra comprensione”.
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27631
      Perché il punto – lo dico nel commento più sotto – è la difficoltà di raggiungere in traduzione una cultura così distante dalla nostra, certo, tenendo presente che l’Occidente si è compiaciuto per secoli dell’aurea prigione in cui ha edificato e giustificato il proprio esistere. Si è sottolineato per lungo tempo un insussistente primato culturale occidentale, e questo ci porta oggi alla doppia fatica: lingua e culture lontane, tenute sospettosamente distanti e osservate da lungi.
      Un piccolo esempio, molto più vicino a noi nello spazio. Il mio professore di bizantinistica all’università di Trieste, cui era stata concessa una microscopica aula al III piano di Via del Lazzaretto Vecchio (in 7 già si iniziava soffrire di claustrofobia), una volta approdato a Parigi ha finalmente ricevuto strumenti necessari per aprire le coscienze europee ad una realtà storico-culturale mal tollerata (se non osteggiata apertamente, in taluni casi) che era quella bizantina. Un buco di mille anni! Mille anni della storia anche nostra, in fondo, relegati a qualche tisico paragrafo nei libri di scuola. Eppure già lì troveremmo un approdo, un ponte verso mondi e modi lontanissimi – che riaffiorano all’altro capo del globo e ci sussurrano continuità, non recisione.
      Ti abbraccio calorasamente.

      • Salvatore Martino

        Ma allora perché mi domando devo a lungo commentare, e con argomenti forse stimolanti, se poi nessuno mi risponde, persino tu Chiara, alla quale sono legato da affetto e stima.

        • Caro Salvatore, ti posso rispondere con più calma di tempo, perché le ore della mattina molto presto sono le uniche in cui mi è concesso soffermarmi sulla rivista, leggerla e lasciare miei commenti.
          Innanzi tutto, ieri, avevo ritenuto opportuno e giusto commentare per prima cosa quanto proposto nell’articolo: Kikuo Takano, dunque, in primis.
          Come Gabriele ha giustamente evidenziato, la pelle d’oca per gli “-ismi” ti fa risuonare un campanello d’allarme. Quello che credo, osservando i poeti della NOE (sono da un anno in questo luogo di poesia), è che ognuno sia consapevole della necessità di scalzare qualsivoglia” -ismo”, che ne riconosca i pericoli sostanziali (per le sorti della propria produzione, e della Poesia in generale), e che scatti immediato l’allerta al minimo odore. Perché, a ben guardare, ciò che lega questa compagine – aperta e alla ricerca di nuovi incontri e condivisioni – è la profonda consapevolezza della necessità del rinnovamento nel linguaggio poetico italiano (ma diciamo pure europeo, e allarghiamoci, volendo, anche più oltre). Dunque nessuna pretesa di possedere una verità sulle altre (Giorgio Linguaglossa, che batte il caldo ferro del cambiamento, l’ha ribadito a più riprese), quanto un insistere sul lavoro, e tanto di più su di un lavoro comune; che significa portare testimonianza del proprio sforzo in fieri, con successi e insuccessi.
          L’etereogenità tra i poeti, qui, per percorsi, stili, approccio alla poesia, salta immediato all’occhio.
          Certo, resta punto comune l’apprezzare – e studiare – tra gli artisti quanti hanno decostruito e riformato i linguaggi artistici anche di altre discipline (vedi i da te citati Scelsi, Stockhausen, Xenakis, etc). In musica ad esempio si è riusciti a trovare una soluzione mi vien da dire tridimensionale alla questione del linguaggio artistico. E la poesia, come ogni linguaggio, si trova oggi in crisi perché il discorso s’è fatto autistico, chiuso, distante: il contenuto, certo, ma ricordiamoci che il contenuto riguarda la struttuta, e che le cose non vanno separate.
          Mario Gabriele è un esempio forte di questa profonda volontà e consapevolezza di cambiamento.
          Lì dove tu senti disarmonie, permettimi di dirti che si tratta di divergenze “estetiche”, perché è chiaro (tornando alla musica) che Bach, Mozart, Monteverdi, etc, sono grandissimi e indiscussi: ciò non toglie che chi è venuto dopo di loro aveva il sacrosanto diritto e dovere di muoversi da lì (mai io credo nessuno dei compositori contemporanei rinneghi il passato musicale). E ancora esiste, quel diritto/dovere, sempre che si sia capaci oggi di imboccare una strada capace di esprimere i nostri tempi.
          La verità è che il mondo non è più chiuso in compartimenti, o scatole, dove far entrare solo ciò che garba ad una tradizione culturale. Non esiste più l’impermeabilità – e se prima è esistita, era una costruzione meramente culturale, e il Tempo non si adatta a lungo ai tempi dell’uomo. Antigone è stata la più grande sovvertitrice dell’ordine e della tradizione, riconoscendo una legge più alta oltre a quella peritura dell’uomo.
          Dunque sì, ci si nutre del passato, si studia, si attinge: si attinge anche l’esempio dello spezzare, del rompere, che non è appannaggio di questo momento storico, ma di tutti. Solo che quando avviene, dal di dentro, pare tutto volgere verso un’irrevertibile fine. E’ la fine, sì, ma del mondo come lo conosciamo, null’altro.
          Allora la NOE, non come “scuola”, ma come movimento condiviso verso questa direzione, cerca e si interroga, si muove, partecipa sull’orlo del precipizio poetico al mutamento che – volenti o nolenti – è in atto.

          Carissimo Salvatore, conosci l’affetto e la profonda stima che ho per te. Il mio tempo scade, dunque tornerò in un altro momento anche sui tuoi versi. Se poi, come scrive Steven Grieco-Rathgeb più sotto, volessi regalarci un tuo percorso, anche con le cose nuove che stai così felicemente componendo, si potrebbe intessere un dialogo aperto (non solo fugace, in nota) sulla tua importante presenza nella poesia italiana.
          Un caro abbraccio

          • Salvatore Martino

            Adorabile Chiara la tua perorazione in proposito, e parlo ovviamente della NOE, mi sembra chiarissima come del resto sei anche tu. Quello che mi rimane difficile da inquadrare in un Movimento, sia esso politico o artistico tout court, è la diversa visione del mondo, la diversa struttura, che presiede la costruzione non solo linguistica, ma letteraria, la differente metodologia,la struttura sintattica lontana tra un poeta e l’altro,i procedimenti interiori o intellettualistici, che presiedono al discorso “ontologico” del vostro movimento appunto. Insomma in una parola non una coesione che obbedisca a dei canoni comunemente condivisi.Mi pare, e in questi ritrovo una certa consonanza con le tue affermazioni, che vi unisca quasi esclusivamente una ferrea volontà, encomiabile peraltro, di cambiare l’andazzo paludoso e stantio della poesia , che attualmente si produce in Italia e non solo, come tu stessa affermi.Trovo pochissime consonanze fra il tuo discorso poetico, per esempio, con quello di una Francesca Dono, o quello di Grieco rispetto a Tosi, o ancora la distanza notevole che separa la Mariella <Colonna , forse talvolta più vicina a Gabriele, da Linguaglossa, o ancora la Ventura, che molto amo , lontana da tutti voi, quasi appartenesse ad una provenienza totalmente diversa,per non parlare poi della notevolissima differenza e quasi incomunicabilità tra Pazza e Rago. Per carità tutti poeti rispettabili, ma, almeno al mio occhio, peraltro allenato da decenni di frequentazioni e letture della poesia, alla quale ho dedicato quasi tutta la mia vita, allenato dicevo a penetrarne in qualche piccola misura i suoi magici segreti, non mi appaiono tutti questi versificatori intenti a costruire una compagine omogenea come potevano essere gli aderenti ai gruppi, ai quali facevo riferimento precedentemente.Continuo a pensare che il vostro sia un compito arduo e molto lodevole, Spero non consideriate quelli che come me tentano di perseguire strade diverse, ma non per questo epigoniche, come avulsi da un sentiero che li allontani dalla vera poesia. Ti auguro di continuare per la tua strada poetica, che mi è sempre apparsa di notevole livello. Con tutto il mio affetto e la mia stima Salvatore poeta , forse, di Sicilia.
            ,

  3. gino rago

    Il poeta che canta è già una stella
    (tentativo di poesia politonica, multiritmica, con tempo e spazio
    spezzati, senza possibilità che possano intersecarsi)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27623
    Per tutto il giorno Ettore dà ferro caldo ai Greci.
    Le lotte cessano al calare delle ombre.
    Achille in preda all’ira si chiude nella tenda.
    L’eroe d’Ilio teme
    che la flotta greca salpi di soppiatto.
    Frusta i compagni: « Giungano da Troia vino
    e cibo in abbondanza».
    Poi, più secco:« Si accendano i fuochi.
    Arrostite le carni».
    Gonfi di baldanza i Troiani attivano i falò.
    Empiono di lumi le campagne,
    disperdono la notte con le fiamme.
    Ora lo sguardo posa sull’ attendente
    e quasi come un fiato gli sussurra:« Reca il poeta
    a me… Immortali con i versi il plenilunio
    su questi fuochi simili alle stelle».
    Giunge il poeta. Tende le corde lente. Tra i bagliori
    scioglie il canto. Gli occhi dell’aedo sono senza luce
    eppure in sé indovina quell’incanto.
    Si leva nel mistero di tutto il firmamento:

    «Siccome quando in ciel
    tersa è la luna e tremule e vezzose
    a lei dintorno sfavillano le stelle,
    allor che l’aria è senza vento
    ed allo sguardo si scoprono le torri
    e le foreste e le cime dei monti,
    immenso e puro l’etra si espande,
    gli astri tutto il volto rivelano ridenti
    e in cor ne gode l’attonito pastore…»*

    Ettore tace. Trattiene sulle gote a stento il pianto.
    L’umido caldo agli occhi allenta i contendenti.
    L’accampamento è muto. Nessun guerriero spezza
    il brillare di Trivia fra le ninfe eterne.
    Una brezza rapisce l’odore alle vivande. Lo sparge
    verso il cielo. Ecuba ( chiara come fosse giorno )
    è fiamma tra le fiamme nella meraviglia.
    L’ aedo punge l’anima sottile. Ne disperde ogni ombra.
    Attonita e grata Ecuba si volge all’Olimpo:« Che duri
    questa notte di fuochi. Fiamme in cielo. Fiamme in terra.
    Che mai più spunti l’aurora della morte all’orizzonte.
    Il poeta che canta è già una stella».
    (…)
    Non sapevano se ridere o piangere al pronto soccorso.
    Aveva ancora la bava alla bocca. La compagna era senza parole.
    D’un tratto aprì gli occhi:«Chiedo perdono. Abbiate pietà».
    L’amico lo interrogò con lo sguardo:«Salvatore… Che è successo?
    La fronte sudata sul tavolino del bar. Farneticavi…».
    «Avevo letto fino a tarda ora. Ho bevuto più del solito.
    Sognavo d’essere un acheo. Ero con i Greci nell’assedio di Troia.
    Avevo sangue intorno. Ma è stato il sogno più forte della mia vita…».

    La compagna gli pose la mano su una guancia. L’amico sorrise.

    * Versi da Iliade, VIII libro,

    (Ben tornato, Salvatore).

    Gino Rago

    • Salvatore Martino

      Grazie Gino per il bentornato. Interessante la tua poesia narrativa che leggerò con più attenzione nel corso della mia giornata. Ma un commento su quanto ho scritto proprio no?

    • gino rago

      N.B.
      Vale la pena ricordare che la poesia occidentale sulle stelle ha avuto inizio con quel famosissimo plenilunio cantato da Omero nell’VIII, libro dell’ Iliade ( trad. Vincenzo Monti).
      G.R.

  4. Poesie essenziali e altamente significative. Non sono riuscito a trovare il termine ‘tertiginoso’.

    • Salvatore Martino

      Caro Nanni ovviamente si tratta di un refuso per vertiginoso. Non mi pare ci volesse molto a capirlo. Scusami ma mi è sembrato un tantino ironico il tuo non trovare.

    • donatellacostantina

      Sì, infatti è un refuso che poi ho corretto io con “vertiginoso”. Comunque grazie per la segnalazione.

  5. “Forse, ad un lettore di oggi la poesia di Takano potrà sembrare fuori moda o fuori tempo o fuori degli schemi, ma è il tempo e la moda ad essere fuori dal mondo, non certo la poesia di Takano.”
    Fulminante verità, questa, enunciata da Giorgio Linguaglossa, sulla poesia memorabile di Kikuo Takano.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27629
    Ho avuto la fortuna di conoscere Takano in occasione del festival ”Moto perpetuo” tenutosi a Pescocostanzo(L’Aquila) nel luglio del 1998. Ne nacque un’amicizia coltivata con scambi via mail in inglese e piccoli doni reciproci di poesie, fino a qualche anno prima della sua scomparsa. Per me è stata un’esperienza profonda, che mi ha fatto comprendere l’importanza vitale, per chi scrive, di accostarsi anche a percorsi altri e lontani dalla propria cultura, in questo caso un cammino di matrice “orientale”, nel senso di un sentire non più concitato, veloce, disturbato dal frastuono mediatico e dall’individualismo come è il nostro occidentale, per porsi in ascolto di quello che per Takano è l’essere, che si nasconde-rivela in ogni piccola e semplice cosa fuori di noi.
    Takano mi diceva che occorre far lampeggiare nella scrittura i barlumi intravisti nelle cose, nella natura, i riflessi del mistero dell’origine, o soltanto, umilmente, farne risuonare il silenzio. Ed è proprio questo mettersi in sintonia con l’assoluto attraverso le vibrazioni del relativo, per farne scaturire stupore e costanti interrogazioni, la cifra autentica di Takano. Ma nella sua poetica vi è dell’altro, che riguarda la utopica? possibilità di invertire la rotta che ormai l’intero pianeta sembra seguire. E’ attraverso la Poesia che possiamo “rinascere insieme”- diceva – l’unico antidoto per la massificazione mortificante, e rinascere insieme significa poterci riconoscere, pur nella diversità, nelle radici comuni del nostro essere umani, scambiandoci luci, dubbi e interrogazioni, sia pure senza risposta.
    Nella sua poesia sentiamo queste domande deflagrare nella loro essenzialità e nitidezza, e gli interrogativi ci risuonano familiari, pur nelle scansioni di una lingua lontana. E’ il prodigioso della poesia, quando essa è autentica e pure disperata, capace di rivelare, sotto la superficie di ogni modulo di comunicazione, l’unicità dell’umano, gli identici percorsi.
    Consiglio di leggere anche i due libri pubblicati in Italia: ” L’anima dell’acqua”, a cura di Massimo Giannotta, e “Secchio senza fondo”, a cura di Paolo Lagazzi, entrambi nella magistrale traduzione della sua amica Yasuko Matsumoto.
    Un saluto a tutti voi de L’ombra,
    Annamaria Ferramosca

  6. Il commento di Annamaria Ferramosca sottolinea e illumina le questioni che più mi stanno a cuore, in questo post.
    Innanzi tutto riportando la frase di Giorgio Linguaglossa che frantuma il vaso invisibile in cui sono adagiati, in saparazione, la poesia e il mondo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27630
    “Forse, ad un lettore di oggi la poesia di Takano potrà sembrare fuori moda o fuori tempo o fuori degli schemi, ma sono il tempo e la moda ad essere fuori dal mondo, non certo la poesia di Takano.”

    Diceva Giovanni Boine, cent’anni or sono, criticando l’atteggiamento chiuso di certa intelligentia italiana che involveva costruendosi una casa sopra il proprio pensiero, che la filosofia non può adattare la storia alle sue teorie, usando poi quella storia fatta di uomini e cose per giustificare le sue stesse teorie.
    Così il “tempo” e la “moda” che qui quasi convergono nel significato, non possono adattare la realtà del mondo per fluire rapidi sulla superficie delle vita, dettando legge alle leggi profonde dell’esistenza.
    Allora una poesia come questa di Takano sospende ogni moto “evolutivo”, ci ricaccia lì dove tutto “ha” inizio: ha, poiché l’inizio continua inesauribile a nutrire se stesso, come acqua di fonte.
    Dunque il far vibrare la luce interna alle cose-parole, far risuonare il silenzio da cui – mistero – scaturiscono suoni, immagini, relazioni tra questi e il mondo… è punto nodale, per me almeno lo è, e da tempo ormai la mia poesia guarda verso quella sponda. Un appunto che presi a riguardo questa estate, dice: “la poesia deve raggiungere (…) anche attraverso le profonde disarmonie, il nucleo luminoso della parola,. Attraversare la confusa sovrabbondanza delle parole, per raggiungere il nucleo, il seme luminoso.
    Cantare il silenzio dentro la parola.”
    E vorrei sottolineare, riguardo all’intervista qui riportata, emblematica di una condizione generale rispetto a studiosi e letterati occidentali e orientali: ovvero, che noi occidentali siamo degli analfabeti della cultura orientale, mentre il poeta, il letterato, lo scienziato orientali conoscono profondamente la nostra tradizione culturale. Per ovvie ragioni storiche, certo, ma a sostanza non muta. Ricordare questo: la polverosa presunzione posatasi decennio dopo decennio sulle cattedre delle nostre università; la lacerazione profonda da noi avvertita, ma presente soprattutto nelle nostre coscienze auto-esiliatesi nell’unilateralità del proprio pensiero dominante per secoli.
    Ma il rischio è vedere e percepire il mondo sezionato, non saper riconoscere l’odore d’interezza che desterà in noi nuovi istinti – esistenti ma addormentati – attraverso cui il mondo ci si mostrerà continuamente rinnovato.

    Poesia che nel vuoto rinomina, silenziosamente, il mondo intorno.
    Grazie per la proposta di lettura.

    • Salvatore Martino

      Carissima Catapano scrivi così bene sulla poesia di Takano e sulla difficoltà della traduzione, ma non sprechi una parola su quanto scritto da me e sul mio invito. Scusami ma tutto questo mi ferisce., e un po’ mi addolora.Persino su quanto ho scritto della NOE si è disteso un assordante silenzio. Vorrei conoscerne il motivo.

      • Caro Salvatore, questo l’avrei fatto (e lo farò) a breve. La fretta nel commento non mi piace – e per entrare nel merito di ciò che hai scritto ho bisogno di mettermi seduta qui per darti il tempo che meriti.
        Mi spiace tu sia rimasto ferito: non stavo trascurando di risponderti, ma desideravo farlo stasera. Non potevo entrare nel merito con leggerezza. Abbi dunque la pazienza di attendermi, al ritorno dai miei affari.
        Riesco già troppo poco a scrivere su questo blog, a causa degli impegni.

        • Salvatore Martino

          Forse sarai perdonata chiarissima Chiara…la tua perorazione canossiana appare convincente. Sarò paziente come gli dei e leggerò le tue parole come ho sempre letto i tuoi versi.

  7. Al caro Claudio Borghi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27632
    invia un saluto il calzolaio della poesia. Gli chiedo: perché non metti mai un commento, anche semplice, anche veloce, a margine dei tanti poeti che abbiamo pubblicato dall’ultima tua apparizione? Forse non sono poeti grandi? Perché è preferibile parlare sulle cose della poesia, sulle singole proposte invece che arrovellarsi sui massimi sistemi della nuova ontologia estetica (che peraltro tu insisti a negarli arroccandoti su un aprioristico diniego). Il mondo va avanti, non possiamo arrestare la nostra riflessione sui fondamenti della poesia moderna. Del resto, la rivista non è generalista, non avrebbe senso una rivista generalista. Siamo aperti alle voci le più diverse, ma aperti significa anche dire chiaro e tondo ciò che pensiamo, altrimenti faremmo quello che fanno gli altri blog, ce ne sono a migliaia, che propongono un po’ di tutto, così, alla rinfusa…

    Per esempio, che ne pensi della poesia di Kikuo Takano? Questa poesia ti parla? La senti vicina? La senti lontana? – Ripartiamo da qui, dalle singole proposte di poesia che facciamo… poi, sai, penso che di un secolo rimarranno 3 o 4 poeti, tutti gli altri cadranno nell’oblio. Perché tanto affannarsi? Perché tanta inautenticità che c’è in giro? Se mi guardo intorno mi viene un moto di tristezza: tutti che si agitano, tutti che si mettono in vetrina…

    Paradossale ma vera quella affermazione di Takano che lui è rimasto in silenzio durante gli anni sessanta e settanta del novecento perché l’imperversare dello sperimentalismo non gli permetteva di trovare la sua parola. Incredibile affermazione, no?
    E poi, quell’altra affermazione:

    «Se la poesia è lontana dall’ascolto forse è perché troppo spesso è diventata un semplice rumore. Il ruolo del poeta nel mondo è in se stesso, nella domanda severa e autentica: “perché scri­vo poesia?».

    Forse è da qui che dobbiamo ripartire, dobbiamo andare a scuola di risparmio, dobbiamo risparmiare le parole, togliere quelle inutili, cancellare i giri di frase inutili, andare al cuore delle cose… Appunto, le «cose»…

  8. La petizione di fondo della nuova ontologia estetica
    Forse il significato più profondo della nuova ontologia estetica sta nella spinta ad uscire fuori dal novecento e da quella ontologia estetica. Forse è qui il distinguo, la petizione fondamentale attorno a cui ruota l’impegno della nuova poesia.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27634
    Nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere le grandi narrazioni, restano i piccoli racconti dell’io solitario che accudisce la reificazione del discorso poetico ad uso privato del soggetto poetante, una autentica egolatria dell’io, e mi chiedo quanta poesia dell’«io» che poeteggia intorno all’io abbia ancora un senso. La crescente inflazione di episodi biografici in poesia, che dovrebbero essere difesi dalla privacy e, se non altro, da un senso del pudore e di rispetto, almeno per il lettore (il quale ha almeno il diritto di non vedersi investito da confessioni eccessivamente pruriginose), va di pari passo con il crescente fenomeno di «de-realizzazione» del testo poetico oggi molto diffuso. Una volta abolita la cubatura spazio-temporale della versificazione, il discorso poetico si riduce ad alati aliti, disincarnati effluvi dentro una scansione narrativa che rende superflui e arbitrari gli a capo.

    La «derealizzazione» che ha colpito gran parte della poesia e del romanzo contemporanei fa sì che i contenuti di verità tra i vari tipi di poesia e di romanzo siano tra di loro indistinguibili in quanto contigui alle esperienze (denaturate) che si possono fare in tutto il mondo occidentale, con una prosa aprospettica, lineare e progressiva, in una parola: giornalistica e comunicazionale.

    È invalsa la moda secondo cui è possibile dire in «poesia» tutto quello che si dice nel «romanzo», nell’illusione che tutto sia dicibile ed esprimibile in «poesia», come se il discorso poetico fosse un contenitore che va «riempito» di materiali linguistici del tutto sganciati dall’«esperienza» individuale dell’autore e dal filtro di una tradizione letteraria. Libri come quelli di Pier Luigi Bacchini sono lavori tematici. Stabilita la «tematica» della natura, Bacchini procede per «variazioni». È questa la tavola di lavoro di Bacchini. Fatto sta che la sua scrittura, da Distanze e fioriture (1981), Visi e foglie (1993), Scritture vegetali (1999), Cerchi d’acqua (2003), fino a Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (2005) e Canti territoriali (2009), altro non è che lo sfruttamento intensivo di un demanio linguistico e iconico; ma così facendo la poesia di Bacchini non accenna al minimo mutamento interno, non ha sviluppo, risulta priva di prospettive stilistiche interne; è scrittura vegetale, di cerchi d’acqua, territoriale, e quindi sempre eguale a se medesima, può continuare all’infinito ripetendo la medesima falsariga della propria petizione di poetica «vegetale», naturista con stile naturalistico. Si tratta, appunto, di «contemplazioni» di una tematica «naturista», di considerazioni contemplative (sulla natura martoriata).

    Intendo dire che questa scrittura è priva di un risvolto «pubblico» perché la «natura» di cui parla Bacchini semplicemente non c’è, non esiste, è esercizio di stile, stilematica; il lettore è avvertito come «esterno», «estraneo», come un «intruso» al quale è sbarrato l’ingresso dentro il proprio hortus conclusus, frutto di esperienze de-realizzate, prodotto di contemplazione di «piccoli erbari», piccoli «quadretti» separati dal mondo «di fuori». La poesia di Andrea Zanzotto e di Bacchini è «irresponsabile» nella misura in cui non deve nulla al lettore, non riconosce il ruolo del lettore perché gode del privilegio di essere incentrata su un io contemplativo. Mi chiedo quanti poeti del tardo novecento hanno avuto consapevolezza critico-culturale sulla funzione del discorso poetico nel Dopo il Moderno. Ho il sospetto che in molte scritture poetiche che si situano a ridosso del tardo novecento si verifica una nuova modalità di petrarchismo e di evasione dalle responsabilità della scrittura letteraria, innocua contemplazione del mostro del Moderno. Mi chiedo, e lo chiedo ai lettori, se c’è spazio, oggidì, per una poesia adamitica della natura. Ho il sospetto che si tratti di una motivazione pleonastica che lascia intatti i rapporti di produzione delle istituzioni letterarie e la logica dell’accumulo del capitale letterario immunizzato ed eternizzato nell’istituzione poesia. Mi chiedo che cosa significa e se abbia senso parlare di una contemplazione pneumatica e meccanica della «natura», di una Poesia che vive a ridosso della segnaletica simbolico-iconica del novecento tardo, un novello adamismo che grida e gesticola per la natura incorrotta e avverso lo sviluppo tecnologico.
    Si tratta, appunto, di prodotti di una funzione letteraria.

    Si parla oggi molto spesso di esperienze «non-reali», che l’autore non ha mai provato, delle esperienze del padre o del nonno e così via. Ma allora si scriva un romanzo! Ben più idoneo alla ricostruzione di una esperienza mai esperita. Nel romanzo questo è possibile, in poesia, no. Se nell’ipermarket tendono a scomparire i confini tra le varie tipologie di merci in un susseguirsi di produzione indifferenziata fondata sulla minima differenza e sul minimo scarto, si assiste al medesimo fenomeno tra i generi artistici e, all’interno del genere, tra i singoli sotto-generi, devitalizzati a «genere indifferenziato». Avviene così che l’anello più debole, la forma-poesia, tenda a perdere i connotati di differenza e di riconoscibilità che un tempo lontano la identificava, per trasformarsi in un «contenitore», un «palinsesto», tenda ad un «genere indifferenziato», ad un non-stile indifferenziato, cosmopolitico e transpolitico: chatpoetry, infantilismo da lettino psicanalitico: Vivian Lamarque; pettegolezzo da intrattenimento ludico-ironico: Franco Marcoaldi, un flusso di coscienza positivizzato espresso con un linguaggio giornalistico; utopia agrituristica nel migliore dei suoi rappresentanti: Umberto Piersanti; monologo da basso continuo, soliloquio allo specchio con qualche complicazione intellettuale, tanto per apparire à la page e intelligenti: Valerio Magrelli.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27635
    Ho scritto di recente che «la Lingua di relazione si è de-psicologizzata», e che di conseguenza, si è verificato un «raffreddamento» delle parole, un «raffreddamento» stilistico della poesia italiana di questi ultimi decenni, chi non se ne è accorto continua a redigere frasi protocollari, che recano il calco dell’antico endecasillabo, dell’antico novenario, mentre invece, in realtà, nella realtà della lingua parlata e tele trasmessa, non è rimasto nulla di tutto questo armamentario un tempo nobile. Il poeta di oggi ha a che fare con una cosa nuova: la parola «raffreddata» e con un nuovo processo: il raffreddamento delle parole; le parole non hanno più la risonanza di un tempo: voglio dire che le parole del linguaggio poetico della tradizione, diciamo, dagli anni sessanta del novecento, hanno perso risonanza.

    E allora al poeta dei nostri giorni non resta altro da fare che costruire dei manufatti a partire dai luoghi, dai toponimi, dai nomi, diventa nominalistica, diventa assemblaggio di icone, raccolta di rottami dalle discariche della lingua quali sono internet, il linguaggio televisivo, il linguaggio di facebook, instagram, twitter, sms… non resta al poeta di oggidì che fare copia e incolla di frammenti. Molto opportunamente, uno scrittore come Salman Rushdie ha affermato che i frammenti sono già in sé dei simboli, ovviamente de-simbolizzati. Così, senza che ce ne siamo accorti, la fragmentation è diventata il modo normale di costruzione delle opere letterarie, siano esse romanzi, racconti o poesie; ovunque ci volgiamo, vediamo frammenti, incontriamo frammenti. Noi stessi siamo frammenti, al pari delle particelle subatomiche che sono frammenti infinitesimali di altri frammenti di nuclei andati in frantumi che quel grande circuito che è il CERN di Ginevra identifica un giorno sì e un altro pure, là dove si fanno collidere i fotoni tra di loro in attesa di studiare i residui, i frammenti di quelle collisioni. Tutto il mondo è diventato una miriade di frammenti, e chi non se ne è accorto, resta ancorato all’utopia del bel tempo che fu quando c’erano gli aedi che cantavano e scrivevano in quartine di endecasillabi e via cantando.
    La poesia si è prosaicizzata e prosasticizzata. Si tratta di un fenomeno storico, epocale di cui non resta che prenderne atto.

    L’anestesia è quel composto chimico che si da ad una persona per non farle sentire il dolore di un intervento chirurgico. Bene, anche la lingua italiana ha subito un intervento del genere, è stata anestetizzata per impedirle di avvertire il «dolore» che la comunità percepiva. Questa anestetizzazione della lingua di relazione, quella che parliamo tutti i giorni, è un fenomeno in atto da tempo, da almeno trenta quaranta anni. La vita antropologica di un popolo è stata anestetizzata, è stata, come dire, isolata dal dolore, e cosi questo popolo e andato incontro al suo destino senza, paradossalmente, avvertire alcun dolore, ma con una specie di inerzia, di indifferenza, di noia, senza essere capace di alcuna reazione. Non è quindi la poesia di Nicola Vitale ad essere «anestetizzata», ma è la società italiana che ormai si e «anestetizzata». Un poeta non può che usare la lingua che trova.

  10. Salvatore Martino

    Mi domando carissimo Giorgio perchè oltre alla tue dottissime dissertazioni di estetica e di filosofia tout court non sprechi una parola per quanto io ho inserito nel stesso giorno di blog dove scrivi…e non ne trovo la ragione.Avevo fatto un timido invito purtroppo caduto nel vuoto. Ti esprimo tutto il mio rammarico in nome di una lunga amicizia e stima. Salvatore

  11. gino rago

    Laboratorio Poesia Pubblico e Gratuito”, Roma, 21 novembre 2017
    Libreria ‘L’Altracittà’, Via Pavia
    “Sulla Poesia di Laura Canciani- tra Modernismo e Postmodernismo
    Dopo la Belligeranza del Tramonto”
    Relazioni di
    Sabino Caronia – Letizia Leone – Giorgio Linguaglossa
    Antefatti etico-estetici

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27646
    Il poeta della NOE medita da anni sulla “Teoria estetica” di T. W. Adorno. Fa suo l’assioma adorniano secondo cui: “I segni dello sfacelo sono il sigillo di autenticità dell’arte moderna”. Per tale via maestra egli adotta la poetica del “frammento” come elemento costitutivo d’una sua personale ontologia estetica. La quale, partendo dalla “morte di Dio”, assume in sé la constatazione della fine della visione platonico-cristiana del mondo e della conseguente scomparsa del “centro dell’uomo nel mondo”. La sua ricerca d’arte ne prende atto e si muove nella persuasione della decadenza della “verità assoluta”, della impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad una unità di senso. Entrando nella filosofia del frammentismo, il poeta della NOE assume il “frammento” come la cifra caratteristica della modernità poiché alla sua personalissima lettura il mondo moderno si pone sotto il segno della deflagrazione del “senso”, della dispersione, dell’astigmatismo scenografico, della moltiplicazione delle prospettive, della crisi e della inadeguatezza espressiva di un “unico”linguaggio. Nella teoria estetica dell’opera moderna il poeta della NOE interpreta il prospettivismo di Nietzsche come una promozione della “frammentarietà” contro le tesi di quell’ordine metafisico incentrato sulla verità dogmatica, sulla verità indiscutibile.

    La poetica del frammentismo tende a esiti estetici del tutto nuovi poiché la “filosofia del frammento” è in grado di restituire “dignità estetica” a quelle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno perché il frammento è l’intervento della morte nell’opera d’arte. Rifondando l’opera, o distruggendola, la morte da essa elimina la macchia dell’apparenza. Ma ciò che conta è che per il poeta della Nuova Ontologia Estetica e dello Spazio Espressivo Integrale***, il “frammentismo” va oltre il significato di “poetica”, va oltre le intenzioni d’arte. Il frammentismo in lui è una Weltanshauung. E’ uno stato d’animo. E’ il suo modo di sentire il mondo, di sentirsi egli stesso “frammento” di questo mondo poiché risiede in lui stesso l’unico punto di convergenza e di fusione di quella che Harold Bloom ha definito “la cartografia psichica” dell’artista: l’agonismo perenne tra l’ “Io me stesso – l’anima – l’Io reale”.
    Il poeta della NOE, nel suo fare poetico all’interno dello Spazio Espressivo Integrale, sa che:

    – il vuoto non è assenza di materia;
    – l’assenza di musica non è l’affermarsi del silenzio;
    – il Campo Espressivo Integrale è l’unico in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…
    (Esemplare sotto tale specifico aspetto è il recentissimo Libro-Poema di Mario Gabriele , con memorabile saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa,”In viaggio con Godot“, 69 composizioni che s’intrecciano l’una con l’altra, ma ciascuna con una propria completezza finita, e vi aggiungerei anche almeno questi versi:

    “(…) Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di
    vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il
    tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso” di Salvatore Martino)

     ciò che è perduto può essere ritrovato soltanto in forma di “frammento”, che
    non indica il Tutto, nella dialettica fra le parole e le cose di Michel Foucault,
    ma un tutto frantumato e disperso da cui deriva il “dolore” della poesia;
     esiste un “tempo assolutamente creativo”. Un tempo che crea la vita poiché (secondo Prigogine) è il tempo delle infinite metamorfosi della vita nella
    biologia ed è il tempo delle infinite creazioni delle opere d’arte. Un tempo
    despazializzato, un tempo “qualitativo” e non “quantitativo” e che come tale
    non sa che farsene degli orologi;
     l’estetica non può ignorare questi nuovi orizzonti delle scienze ed è
    chiamata anzi ad orientarsi essa stessa verso una “forma” scientifica per essere
    in grado di tener conto delle strutture dissipative nelle quali trionfa
    l’infinita possibilità delle equazioni non lineari ( Prigogine ), con
    all’interno il “tempo creativo” e, dunque, una possibilità progettuale
    della esperienza artistica;
     il mondo non è più “ciò che è” ma è “ciò che diviene” ed è “il possibile”
    il nuovo strato della cultura contemporanea;
     la nuova estetica non può che appropriarsi di tali indicazioni…

    – “Quanto ai concetti di armonia, di eufonia, di musica del verso musicale,
    di poesia e di antipoesia, etc.,sono concezioni tolemaiche legate ad una visione tolemaica e ingenua della poesia che ha fatto suo tempo…”
    (dalla Introduzione di Giorgio Linguaglossa a “In viaggio con Godot” di
    Mario Gabriele,NOE, Edizioni Progetto Cultura, Roma, ottobre 2017)
    Gino Rago

    • Caro Gino,
      ti stai dedicando con passione critica sui testi poetici che appaiono su l’Ombra, definendone confini e orizzonti; senza alcun pregiudizio verso questo o quel poeta.Se ci sono dei meriti li evidenzi, ed è un buon percorso ciò che fai, anche perché la poesia ha bisogno di ottimi traduttori. Non sempre ciò che scrive il poeta è traducibile esteticamente. Spesso il lettore è troppo frettoloso nel decriptare ciò che sta all’interno della poesia. La NOE opera su un terreno accidentato,non sempre accolto con favore, perché porta con sé alisei linguistici dopo tante stagioni invernali. Bene, dunque, la tua operazione e auguri di buon lavoro,

      • gino rago

        Mario, grazie per averlo notato e rimarcato. “In viaggio con Godot” è da inserire nel meglio della poesia pubblicata negli ultimi 15/20 anni in Italia.
        Ed i meriti sono etici ed estetici, stilistici e linguistici, ecc. con una abilità del poeta fuori dal comune di nominare con esattezza e leggerezza luoghi,
        personaggi, giornali, riviste, libri, esperienze musicali, in uno stile che definirei ‘adamistico’, pensando all’inevitabile collegamento con la corrente
        più significativa dell’acmeismo mandelstamiano:l’ “adamismo “.
        Ma nei 69 pezzi de ‘In viaggio con Godot’ ho sentito vibrare un’adesione
        gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’nsegna della indeterminazione del vivere
        e altro…
        Ma forse dovrei pensare un pò di più alla mia ricerca di poesia…
        Il resto di tanta poesia apparsa anche su L’Ombra delle Parole tutto sommato può essere scritta, e senza grandi sforzi, anche da pasticcieri,
        elettrauti, idraulici, impiegati della agenzia delle entrate, uscieri, impiegati
        comunali e insegnanti, medici, ufficiali dell’Esercito in pensione e altri e altri ancora per le ‘parole’ disabitate e morte che circolano nei loro versi…
        Gino rago

  12. caro Salvatore Martino,

    non ho affatto dimenticato né passato sotto silenzio i brani da te proposti, è che sono dovuto uscire da casa per andare a pagare una contravvenzione a questa città, Roma, in mano a una masnada di avventuristi e di principianti…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27647
    Per tornare alla tua poesia, ti dico quello che ti ho sempre detto: che la tua poesia è rimasta senza critici di riferimento per tanti decenni… sì, sei stato accompagnato da Jacobbi e altri accademici ma loro non erano critici di poesia militante… Io della tua produzione, preferisco le raccolte prime: Attraverso l’Assiria (1967) e La fondazione di Ninive (1977) a La prigione azzurra del sonetto (2010), perché nelle opere di inizio si avverte la tua febbrile ricerca di una strada nuova… con La prigione azzurra del sonetto, si capisce che stai facendo una complessa operazione stilistica, complessa e di stile, molto ben fatta ma, a rigore, di retroguardia.

    Io propendo all’idea che tu avresti dovuto, dopo le prime due raccolte, affondare il pedale della ricerca di una via autonoma da quello della poesia italiana degli anni sessanta e settanta, avresti dovuto percorrere una direzione soltanto tua, anche se in contrasto con tutta l’ufficialità della poesia maggioritaria (che oggi è stata dimenticata da tutti)… saresti rimasto solo, sì, ma almeno con l’onore delle armi…

    E poi il fatto è che oggi non ci sono più critici di riferimento, ci sono tutti auto poeti in cerca di visibilità e di auto affermazione…

    • Salvatore Martino

      L’ultima tua affermazione è totalmente condivisibile. Ovviamente per quanto riguarda la tua disanima del mio percorso poetico mi trovi in completo disaccordo, ma certamente io sono la persona meno adatta a tessere le mie difese. Mi basta quello che della mia lunga militanza poetica ne pensino di Stasi, De Palchi, Tiozzo, Panella, Onofrio, Francesca Diano, Catapano,Borghi, Colonna, Leoni,Pierangeli, Campailla, Giachery, Celi, Oldani. Voglio solo aggiungere che il tuo mi sembra non un giudizio critico ma una doxa dettata dai tuoi gusti. Lo perdono soltanto ad un poeta, non ad un critico di lungo corso per giunta anche poeta egli stesso con la onestà intellettuale come quella che certamente tu possiedi. LA PRIGIONE AZZURRA E’ STATA UNA SFIDA CHE HO RACCOLTO DAL FONDO DI ME STESSO E INVITO i poeti che navigano in questo tempo così precario che viviamo a fare altrettanto, se mai ne fossero capaci: 122 sonetti rimati tutti alla stessamaniera, senza mai una caduta del rimario o degli endecasillabi. Tu hai avuto da me brevi manu il mio “Cinquantanni di poesia” e puoi controllare se affermo cose non veritiere. Se tu poi consideri Jacobbi o Enrico Falqui o magari Spagnoletti , Pecora, Occhipinti, Zinna e gli altri che ho citato sopra ,che tanto amarono o amano la mia poesia e ne scrissero e mi spinsero a continuare con ossessione e studio e applicazione crudele alla poesia stessa, se tu ripeto non consideri questi nomi critici militanti o uomini di profonda conoscenza, beh! allora sono d’accordo con te.Comunque tu continui ad amare gli Scelsi , gli Sciarrino, gli Stockausen, e gli altri che hanno mutato il volto alla musica, io mi tengo stretti i Mozart, i Monteverdi, e Bach, e Bizet e Vivaldi e tutti coloro che hanno reso immortale quella musica che ancora invade i teatri e gli Auditorium, e Puccini e tutti i grandi dell’Opera Italiana che tu detesti. Chiaramente il mio gusto non può che essere lontano dal tuo, e forse anche in poesia si dilata codesta differenza. Sempre e comunque con stima e affatto. Salvatore

  13. E adesso un sorriso. Ecco qui una poesia in romanesco del grande Tebro, ovvero, Franco Cimarelli, dal Gruppo “La scialuppa di Pegaso” in Facebook:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/30/kikuo-takano-1927-2006-poesie-da-il-senso-del-cielo-passigli-2017-tradotte-da-yasuko-matsumoto-e-renato-minore-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-il-giappone-degenerato-in-pic/comment-page-1/#comment-27657
    L’adagio del vecchio saggio recita: “non se vive de pane e acqua” invece San Paolo l’eremita, ha vissuto in una grotta, nel deserto d’Arabbia alimentandosi solo de pane e acqua. Quant’è campato? cent’anni! Cent’anni da solo e in piena salute. Chi je portava il pane? Un corvo! E l’acqua? Da na sorgente che sgorgava vicino a la grotta! Ner deserto? Si! Ner deserto!

    Non se vive de “pane e acqua” è quanto
    recita un vecchio adagio e quinni è vero.
    D’artronne se un adagio n’è sincero
    sarìa la fine! indi, per cui e pertanto,

    se putacasamai er mì penziero,
    me riassomma la storia de quer santo
    che visse a pane e acqua e visse arquanto,
    immune da patemi e acciacchi, ovvero,

    scoppianno de salute, me rifiuto!
    de daje retta! e mica posso crede
    che un tempo ce fu un santo c’ha vissuto

    cent’anni a pane e acqua in d’una grotta.
    Dice: però, a braccetto co la fede,
    bè, si vabbè, però, porca mignotta

    un conto è la condotta:
    retta, proba, integerrima e morale,
    sposata cor digiuno sessuale,

    e un conto è un micidiale
    digiuno a pane e acqua pe cent’anni.
    Ma non ce trovi più manco li panni!

    Comunque, a parte l’anni
    a pane e acqua in quella grotta, er dato,
    che più m’ha messo in crisi e sconcertato,

    è ner sapé chi è stato,
    non tanto a rimediaje l’acqua, quella,
    buttava a iosa da na cascatella.

    ma a sazzià le budella.
    La storia dice: è stato un animale.
    p’esse precisi un corvo! e come tale,

    co un par de frulli d’ale
    ecchelo in su la grotta do lasciava
    cascà de sotto er pane che portava

    ner becco! e se ne annava.
    Quanto campò sto corvo cascherino?
    Ebbè campò cent’anni. ovvero inzino,

    che campò l’inquilino,
    de la grotta scavata in de la sabbia,
    nell’infocato deserto d’Arabbia.

    Quinni, ch’er celo l’abbia,
    in gloria tutt’e due, dico gni vorta,
    ch’er pensiero me riassomma sta sorta

    de buatta raccorta
    dentro un callaro carco de bucie.

    Io sto cor vecchio adagio: sine die.

    (Tebro)

  14. gino rago

    Botta-risposta in versi, alla maniera del metodo mitico, tra Gino Rago
    e Mariella Colonna (K. Takano, Y. Matsumoto e R. Minore ci perdoneranno)
    sul ‘ciclo troiano’.

    Dentro il cavallo immenso

    dei greci notte pesante di attesa
    senza luna né stelle, sospesa ad un filo
    di luce nel buio; pensieri violenti
    nell’ordine nel silenzio nel vuoto
    straripante di spade
    e di giavellotti pronti ad uccidere.
    Dentro il cavallo l’insidia mortale gode assapora
    una vittoria senza gioia e ancor più la rattrista
    una battaglia senza eroi.

    Nel ventre oscuro arriva un profumo di vino
    e di carni arrosto ordinate da Ettore ai suoi
    per festeggiare il dono ad Atena
    la fine di una guerra senza fine…
    i guerrieri nascosti credono di sognare
    la luce rossastra dei falò. Poi tutto si spegne
    nel sonno dei troiani in festa.

    Ma, dentro il cavallo, nel buio fremono i guerrieri,
    l’ora e i minuti precipitano in grida soffocate, si annullano.
    Silenzio. Quando lontana la voce del poeta
    evoca il plenilunio trema il cuore dei greci:
    anche per un solo attimo ricordano le notti stellate
    in patria, con le donne, l’odore del pane cotto
    nel forno a legna. L’aedo canta anche per loro,
    non c’è nemico o amico nel ricordo
    e nell’incanto lieve della notte.
    Ormai la luna è dentro e fuori, le stelle scintillano
    nella caverna-ventre del cavallo e all’aperto,
    nel cielo che coprirà d’ombra lucente vincitori e vinti.

    ‘Ettore tace.
    Ecuba è chiara come il giorno… ‘ *
    il tempo si ferma nell’incanto del plenilunio
    l’alba non verrà.

    Oggi ancora il poeta è qui tra noi,
    l’ultima notte di Troia non c’è stata
    forse – dice il poeta – non ci sarà mai.

    * Sono versi di Gino Rago, da “Il poeta che canta è già una stella”

    Mariella Colonna

    (Questi magnifici versi di Mariella Colonna li ho estratti dalla mia e-mail)

  15. Eugenia

    Gnomo

    “Scorrono gli anni dell’esperienza dissipando
    il coraggio per gli anni vagabondando
    attraverso un mondo che gentilmente ruotando
    gira intorno alla volgarità imparando”

    …ecco… così è NOE.

  16. griecorathgeb

    Kikuo Takano dà una casa all’anima, le dà un calore, le fa sentire che esiste e che vi è un luogo dove essa, dopo aver vissuto tutte le corrosività del mondo, può, nel totale e purissimo disincanto, trovare una sistemazione misteriosa ma in qualche modo definitiva.
    Purtroppo io, inveterato scettico di ogni idea di una “casa” in questo mondo e in questo universo, ho difficoltà a leggere questo grande, forse grandissimo poeta. Perché Takano spesso raggiunge vette folgoranti, e profondità psicologiche davvero immense. Eppure…
    Nel 2008 a Tokyo la mia amata professoressa, l’anziana Mulhern Sensei (si chiamava Mulhern, perché suo marito, morto da molti anni, era irlandese, lo aveva conosciuto ai tempi quando insegnavano entrambi a Princeton University) mi avvicinò moltissimo allo Zen. Lo Zen non ripone nessuna fede e nessuna fiducia in alcunché di questo mondo. Di un altro mondo, lo Zen non sa niente, quindi non ne parla mai. Lo Zen è pietra, erba, acqua che scorre.
    Sento in Takano un tipo di quietismo-pietismo che non riesco a digerire molto bene. Sento l’incontro, per me discordante, dello Zen con il Cristianesimo. E io non riesco a immaginare l’incontro di questi due mondi.
    Penso che questo sia un mio limite. Takano mi sfugge. Ho iniziato a leggere Takano una ventina d’anni fa. Poi l’ho riletto due anni fa. Continuerò a rileggerlo. Chissà che non riesca prima o poi a raggiungere questo suo luogo più nascosto.

    Carissimo Salvatore Martino! Bentornato qui! Ci mancavi. E le tue poesie, sempre molto belle. Ma dico la verità, sono rimasto alquanto sorpreso dal tuo lungo commento-cum-poesie, a seguito di un post dedicato ad un altro poeta! E’ risultato un post dentro un altro post! Un po’ come quelle arance che iniziano adesso ad essere in stagione, che hanno una piccola arancia (poco commestibile) dentro la grande. In inglese si chiamano Navel oranges, arance con l’ombelico.
    Io invece mi aspetto da te un vero e proprio post di tue poesie su l’Ombra! Ma – e questo è un punto importante, io penso – corredato da una tua scrittura, una tua poetica, che colloca le poesie all’interno del tuo vissuto come poeta, uomo, pensatore, viaggiatore. Dacci qualcosa della tua ricchissima esperienza! Non di soli pianti è fatta la vita del poeta.
    Con molto affetto, Steven Grieco-Rathgeb

  17. Salvatore Martino

    Carissimo Steven ho esternato le mie difficoltà a parlare di poesie in traduzione da lingue così lontane. In effetti ho appena accennato a Takano, che leggerò con più attenzione. Al mio ritorno sull’Ombra mi premeva chiarire alcune cose e soprattutto il mio rapporto con voi poeti della NOE. L’ invito a commentare il mio scritto al riguardo è caduto tristemente nel vuoto. Quanto ad un post di mie poesie corredato da una scrittura, da una poetica che mi appartiene in parte lo feci tempo fa dopo un intervento al laboratorio di poesia. Inoltre dovrei essere invitato a farlo e non so quanto possa essere rilevante, come mi sembra tu voglia auspicare. Vedremo. Sono, malgrado me, alle prese con una nuova creatura, che sta assumendo corpo e veste per me importanti.Considera poi che ho tralasciato per vicende di patologie molti impegni pratici e artistici sul versante recitativo, e devo cercare di recuperare. Ti ringrazio per le tue incoraggianti e belle parole spese sulla mia persona .

  18. donatellacostantina

    Cari amici, ecco nel video che segue, le parole di Kikuo Takano per la musica di Saburo Takata (1913 – 2000), in Rain, un brano dalla Suite per coro The Soul of Water. La composizione si ispira alla migliore tradizione musicale dell’Occidente. Con il dovuto rispetto, possiamo dunque dire che non contiene elementi di particolare originalità, anche se, nel suo insieme, la Suite è attraversata da effetti sonori mirati a creare una certa suggestione.
    Alla prossima…

    Buon ascolto!!

  19. antonio sagredo

    un po’ di ordine o disordine?
    ———————————-
    intanto: NOEISMO oppure NOISMO? – scegliete, prego!
    ——————————-
    Takano? – Ma leggo ancora più volentieri i “versi” di Yukio Mishima .
    ————————————
    e con buona pace di tutti accolgo divertito e sornione le parole

    IL MIGLIORE POETA
    DAL TUO EDITORE AMICO,

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