Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura, Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia inedita con Commenti di Giorgio Linguaglossa – La poesia italiana ai piani alti della poesia europea

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Dietro di te – ma forse anche intorno a me? – / qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi.

 

Ormai siamo talmente abituati a considerare poesia i versi sul phon che funziona male, sull’oblò della lavatrice che non chiude, sul rubinetto del lavabo che perde acqua, sulla doccia con abbondante acqua calda scambiata per lo scrittoio, sul proprio figliolo che si fa la doccia e consuma tutta l’acqua dello scaldabagno, etc., dicevo, siamo così abituati a considerare «poesia» soltanto ciò che risponde ai canoni, non direi neanche più del minimalismo, ma al serbatoio di tutti quei truismi che sono patrimonio comune del gergo internazionale che oggi viene scambiato in tutti i paesi dell’Occidente come «poesia», che non siamo più in grado di apprezzare questi tre autentici capolavori della poesia  italiana contemporanea qui di seguito.

Foto volto con mani

È davvero strano per me essere qui. Io e te.
Tu che non sei, io che non sono e il mondo che sembra.

Giorgio Linguaglossa
26 novembre 2017 alle 13:51

Una poesia di Lucio Mayoor Tosi:

Dietro di te – ma forse anche intorno a me? –
qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi.

È davvero strano, non esserci. Non lo sapevo,
non me n’ero accorto.

Mi sorprende sapere che non siamo veri.
Che siamo pensieri. Senza me e senza te ma insieme.
Forse al mondo un posto migliore di noi non si trova.
Un posto vero, voglio dire, che non sia soltanto un’immagine.
Un posto divino, che a toccarlo sia convincente.
Una corporea entità.

È davvero strano per me essere qui. Io e te.
Tu che non sei, io che non sono e il mondo che sembra.

*

Behind you – but maybe also around me? –
someone is feigning to be. I didn’t know it,
I wasn’t aware.

It is surprising to know we are not real.
That we are thoughts. With no me and with no you but together.
Maybe in the world a better place for us cannot be found.
A real place, I want to say, that is not only an image.
A divine place, when touching it is convincing.
A corporeal entity.

It is truly strange for me to be here. Me and you.
You who are not, I who am not and the world that seems.

© 2017 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem “Dietro di te…”
by Lucio Mayoor Tosi. All Rights Reserved.

Appunto di Lucio Mayoor Tosi:

In questi giorni sto scrivendo davvero male, con fatica e tanti ripensamenti. È come disegnare svogliatamente, senza convinzione. Probabilmente qualcosa sta bollendo in pentola, qualcosa di cui ancora non so nulla.
Intanto mi aggiusto l’idea, che sarebbe bello poter unire due modi di scrivere poesia: quello di Tomas Tranströmer con quello di Czeslaw Milosz. La resa in parole di Tomas con la volontà di dire che ha Czeslaw.
Ai poeti squinternati come me, conviene, e fa senz’altro bene, guardare in alto.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Caro Lucio,
questa prosa poetica o prosa in poesia o poesia in prosa, come dice Alfredo de Palchi, è una delle tue più riuscite. Tu riesci a comporre in un unico stile il periodare argomentativo con assiomi e lacerti aforistici e il periodare per immagini e per traslati. Questa è una tua caratteristica peculiare, non conosco nessuno, nella poesia italiana, che ti può stare dietro. E capisco anche il tuo tentativo di riunire in un solo stile polimorfo il periodare argomentativo di Milosz con le immagini di Tranströmer, quanto di più difficile si possa immaginare, ma sei sulla buona strada. Del resto sono proprio i parti difficili quelli che danno i migliori risultati. Complimenti.

Lucio Mayoor Tosi
26 novembre 2017 alle 19:11

Caro Giorgio,
hai fatto caso? Il verso iniziale «qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi» a me ricorda un passaggio della Bibbia – magnifico romanzo – quando Adamo ed Eva si nascondevano, e viene detto che Dio passava da quelle parti. Proprio così. Strano, no? un Dio che cammina…
Allo stesso modo, adesso, ci si sente all’inizio.

Giorgio Linguaglossa
26 novembre 2017 alle 18:50

Il punto fondamentale è che la poesia di Lucio Mayoor Tosi è l’esatto erede del Surrealismo che noi in Italia non abbiamo mai avuto, però corretto con una buona dose di Milosz, di Transtömer, di Kjell Espmark, ma io ci aggiungerei anche di Petr Kral, di Michal Ajvaz, Jachim Topol, Reznicek, Karel Siktanc, etc…
La nuova ontologia estetica passa anche di qui: attraverso il tentativo di riposizionare la poesia italiana ai livelli più alti della poesia europea, ma per far questo dobbiamo passare sopra il deserto di ghiaccio determinato dalla assenza di poetiche «forti» che nella poesia italiana mancano diciamo almeno a far luogo dagli anni settanta.
È una scommessa incredibile quella che stiamo facendo. Non so se ci riusciremo, però la qualità della “Avanguardia senile” (dizione di Antonio Sagredo) non manca…
Dimenticavo di dire che a me la poesia sembra geniale… quello che avrebbe voluto fare Raboni senza però riuscirci perché i tempi non erano (stilisticamente) maturi…

Lucio Mayoor Tosi
26 novembre 2017 alle 19:37

Ci sta anche Pavese, di Lavorare stanca. Rivisitato ma su quella scia. Quel Pavese, tanto omaggiato ma rimasto tra i solitari. E tra i solitari qualcun altro. Oltre ad Alfredo De Palchi, ovviamente. Non è che in Italia non ci abbiano provato…

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Sì, quel grande romanzo a puntate che è la Bibbia, inizia più o meno così: Dio passava di lì quando incontrò Adamo ed Eva…

Commento di Giorgio Linguaglossa

Sì, quel grande romanzo a puntate che è la Bibbia, inizia più o meno così: Dio passava di lì quando incontrò Adamo ed Eva… Ed è così che deve iniziare un vero romanzo e una vera poesia, con un linguaggio papale papale, in una situazione casuale, magari anche goffa, magari inverosimile purché possibile; se non sbaglio è anche il modo con cui inizia la Divina Commedia. La tua poesia comincia così:

Dietro di te – ma forse anche intorno a me? –
qualcuno sta fingendo di esserci.

Qui siamo già dentro la problematica esistenziale tipica della nostra epoca: l’essere, l’esserci, la finzione dell’esserci. Ecco il problema: ma noi siamo? Esistiamo veramente? O è tutto una finzione? Un ologramma? – Qui, in questi due versi, ci sono concentrati tutti i problemi esistenziali del nostro tempo. Ci voleva una grande quantità di lavoro per azzerare tutte le idiozie e i truismi scritti dai poeti che sono venuti dopo de Palchi, Helle Busacca e Raboni. Quel Raboni che, dopo Le case della Vetra (che comprende versi scritti dal 1951 al 1964) pubblicata nel 1966, non ha più saputo andare avanti in quel suo stile del quotidiano spersonalizzato che trenta anni fa ho tanto ammirato. La sua poesia non poteva andare oltre i risultati raggiunti con quella raccolta complessiva perché glielo impediva la «chiusura» della sua poetica sul «quotidiano topografico» inteso in accezione veristica, referenziale, incentrato sulla sua città: Milano e i suoi paraggi. In un certo senso, tu (e la nuova ontologia estetica) hai rimesso in moto la poesia italiana che era ferma a quegli anni o giù di lì, hai liberato il «quotidiano» dal marchio di riconoscibilità di tutto ciò che è referenziale e topograficamente referenziato, e sei andato con un balzo molto oltre, sei andato nell’inverosimile / verosimile, in un irrealismo / realistico, mi si passino gli ossimori. E non era un passo da poco. La «nuova ontologia estetica» è partita proprio da lì, dalla necessità di reinventare il linguaggio del «quotidiano» innestandolo in una prospettiva di poetica più ampia che prevedesse tutto ciò che «non è quotidiano» e ci coabitasse. Non era un salto da poco, e tu ci sei riuscito.

Su Le case della Vetra ha scritto Luigi Baldacci: «La realtà di Raboni è la città, è Milano: o per meglio dire quello che resta della Milano di una volta: nella memoria, nella stratificazione profonda degli anni dell’infanzia. La topografica, in Raboni, diventa storia, ragione privata e sociale al tempo stesso: sulla faccia di Milano, sui muri lebbrosi o nei quartieri “risanati” egli ritrova il disegno della propria vita, o della vita dei più vecchi».
Ecco un andante tipico della poesia raboniana:

« … Eh sì, il Naviglio è a due passi, la nebbia era più forte/ prima che lo coprissero, la piazza/ piena di bancarelle con le luci/ a acetilene, le padelle nere/ delle castagne arrosto, i mangiatori/ di chiodi e di stoviglie/ non era certo un posto da passarci/ insieme a una ragazza. Ma così/ come hanno fatto, abbattere case,/ distruggere quartieri, qui e altrove/ (la Vetra, Fiori Chiari, il Bottonuto),/ a cosa serve?…».

La tua poesia invece ha al centro del proprio periscopio il problema cruciale dell’esistenza. È una analitica dell’esserci esistentivo fatta con i mezzi della poesia. Così, di colpo, la tua composizione ha riposizionato la poesia italiana ai piani alti della poesia europea.

foto palazzo illuminato

Torquemada teneva tra le mani/ un lungo elenco di persone/ che avrebbe dovuto interrogare

Una poesia di Anna Ventura

Torquemada

Torquemada teneva tra le mani
un lungo elenco di persone
che avrebbe dovuto interrogare:
troppi, per avere il tempo di straziarli
con domande sempre più insidiose,
abili tranelli
che li avrebbero inesorabilmente portati
alla contraddizione
e alla rovina. Decise
che la prima ad essere interrogata,
quel giorno,
sarebbe stata una donna,
una contadina in odore di stregoneria.
Sarebbe partito bene,
con modi delicati,
in modo da metterla a suo agio;
le avrebbe fatto credere
che non c’era pregiudizio,
contro di lei; che ogni decisione
sarebbe stata imparziale.
Quando la donna entrò,
Torquemada le rivolse
il suo sguardo fermo,
simile a quello del serpente.
Ma la strega sapeva il fatto suo:
quando il giudice la guardò,
sia pure di sfuggita,
scoprì in quel volto una nota familiare,
guardò meglio: sì, era proprio sua madre.
Morta da anni,
mostruosamente presente in quel momento.
Pensò di essere oggetto di un raggiro,
e tentò di trovare un’uscita facile.
Ma non fu facile per niente.
La donna allungò un braccio,
e gli tirò l’orecchio: proprio
come faceva sua madre,
quando era ragazzino.
“L’udienza è tolta”,
disse Torquemada, sforzandosi
di tenera ferma la voce.
“L’ho sempre pensato,- disse la donna –
che saresti diventato un delinquente”,
e gli assestò uno schiaffo in piena faccia.
“L’udienza è tolta”, ridisse Torquemada,
avviandosi verso i recessi
del tribunale. Ma sapeva
di non avere scampo: sua madre
lo avrebbe seguito.

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Ma sapeva/ di non avere scampo: sua madre/ lo avrebbe seguito.

Commento di Giorgio Linguaglossa

È un discorso sul Potere. C’è in questa poesia la terribile consapevolezza di quella terra di nessuno qual è diventata la nostra coscienza. Torquemada rappresenta la Ragion di Stato, il Super-Io, il pensiero giustificatorio?, che cosa rappresenta Torquemada? Chi è Torquemada, oggi? Forse, siamo noi Torquemada. È il Palazzo, il Potere che personificano l’indiscussa correttezza ermeneutica, essi soli hanno il diritto di forgiare l’ermeneutica della «Verità».
È paradossale ma vero, la «verità» diventa problema filosofico nel momento stesso che scompare dalla vita e dalla storia degli uomini. Già da quando Ponzio Pilato pone a Gesù la famosa domanda: «Cos’è la verità?», la risposta non può essere che il silenzio. Il potere invece si arroga lui la pretesa di detenere e impersonare la «verità». Torquemada è colui che detiene la «verità» per conto di un dio nascosto, che non appare, che è un estraneo nella storia degli uomini. Torquemada è un freddo burocrate, come gli aguzzini nazisti che mandavano milioni di «diversi» ai forni crematori, suo compito è istruire con burocratica precisione un’istruttoria dalla quale si evinca senza margine di errore il Male, l’Errore, il Negativo personificati in un accusato. Torquemada è l’espressione del «positivo» della civiltà occidentale, suo compito è «positivizzare» non solo le sentenze, per renderle assertorie, ragionevoli, giustificate e quindi eseguibili, ma addirittura l’esistenza degli uomini. Suo compito è «positivizzare» il Negativo, esorcizzarlo per meglio dominare gli uomini. La domanda implicita che pone la poesia di Anna Ventura è: quanta parte della nostra cultura segue la traccia mnestica di questa logica mostruosa? Quanta parte di noi è segretamente imparentata con la logica inconscia che fa di Torquemada l’implacabile assertore delle forze della «verità»?

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Camminano con noi fino alla meta. Poi,/ li lasciamo andare.

Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

Ripieghiamo in direzione del bar

Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
e smottamenti di luce tra le crepe.

Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
verso l’inverno.
Camminano con noi fino alla meta. Poi,
li lasciamo andare.
Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
in quell’istante che apre la porta agli specchi 
e agli occhi rievocativi.

Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
vado un po’ per tentativi

Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
Nel fondo, resta il dubbio.

*

Nous replions vers le bar, en marge de l’automne.
Nos semelles obéissent au terrain, qui pourrit entre averses
et éboulements lumineux au fond des crevasses.

D’un bloc à l’autre, les passants acheminent le crépuscule
vers l’hiver.
Ils marchent avec nous vers le but. Et puis,
nous les laissons aller.
Nous laissons aussi le refuge des poches,
en cet instant qui ouvre la porte aux miroirs
et aux yeux qui se souviennent.

Les voilà appuyés au zinc, en silence, -devant, le café que tu m’as offert-
sans répondre à la demande “combien de sucre?”.

Des petites choses, tu sais, je ne suis plus tellement sûre, désormais,
je procède un peu à tâtons…

Un sourire opaque, en réponse, de la glace derrière le banc.
Et la gorgée pleine, avec un arrière-goût d’inaptitude. (ou impuissance)
Tout au fond, reste le doute.

(traduzione di Edith Dzieduszycka)

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Heidegger: «il nullo fondamento della propria nullità»

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia non narra, è. La poesia vuole narrare un determinato modo di essere dell’Esserci, il momento in cui l’Esserci avverte nel profondo la nullità del proprio fondamento; con le parole di Heidegger: «il nullo fondamento della propria nullità».

I verbi che introducono all’essere, sono: «Ripieghiamo», «Camminano», «Lasciamo», «Stanno». Sono i verbi guida perché indicano una azione. Ma i verbi, e le proposizioni che succedono ad essi, non narrano degli accadimenti, narrano piuttosto dei non-accadimenti, sono essi i segnali significativi che ci introducono nella modalità esistentiva del personaggio della poesia. Sono appena accennati, come in scorcio, degli elementi figurativi: gli isolati, «i passanti», «il crepuscolo», «l’inverno» elencati uno dopo l’altro quasi fossero dettagli insignificanti, ed invece sono essenziali per poter mettere insieme tutti i dettagli e fornire un quadro della condizione esistenziale sotto analisi. Tutti gli elementi del quadro tendono e concordano nella espressione che occupa il momento centrale di esso: «il rifugio delle tasche». In questa espressione viene condensata tutta la temperie e l’atmosfera dei versi precedenti, è una metafora e una catacresi che apre una fenditura di significato più profondo. In quell’accenno al fondo delle «tasche», c’è tutto  lo scacco di una esistenza, è il buco nero entro il quale tutto precipita: il momento del risveglio della coscienza verso il momento della decisione anticipatrice, è un «istante» che si perde tra gli «specchi». Altra metafora fulminante perché condensa la sensiblerie della condizione esistenziale raffigurata in precedenza, marcandone il carattere di inautenticità e di falso.

Adesso la poesia può procedere al salto, alla interruzione della prima parte che resta, necessariamente, una parte introduttiva all’unica azione che accade veramente; tutto ciò che viene detto prima è frutto di un processo immaginativo, indiziario. Adesso due persone stanno al bar davanti ad un «caffè». Una semplice domanda: «quanto zucchero?».

Una domanda anodina e casuale, banale, risveglia  l’Esserci dalla dispersione nell’anonimato della sua coscienza; quel «senza risposta» rimarca piuttosto il senso di sorpresa, di stupore e di smarrimento per la inadeguatezza che il domandato avverte rispetto alla domanda del domandante, inadeguatezza per il non sapere quale risposta dare, quale sia la più consona alla circostanza e alle condizioni convenzionali del bon ton e del savoir vivre. La domanda, corriva e banale, risveglia nel profondo e dal profondo la coscienza assopita del domandato.

Tutto qui. La poesia è già finita. Tutto quel che segue è un accompagnamento musicale, un completamento della sensiblerie; ci sono elencati alcuni dettagli che servono a completare il quadro esistentivo.

La poesia raffigura un momento della presa di coscienza dell’essere dell’Esserci, ed è significativo che questa presa di coscienza avvenga in un luogo insignificante, un luogo qualunque, generico come un «bar», con «i passanti» che passano e «inoltrano il crepuscolo verso l’inverno». La poesia raffigura il momento di una decisione anticipatrice, reso nei suoi momenti essenziali, ridotti al minimo…

«L’Esserci, una volta che si è deciso, assume autenticamente nella propria esistenza di essere il nullo fondamento della propria nullità. Noi concepiamo esistenzialmente la morte come la possibilità già chiarita dell’impossibilità dell’esistenza, cioè come la pura e semplice nullità dell’esserci. La morte non si aggiunge all’Esserci all’atto della sua “fine”; ma è l’Esserci che, in quanto Cura, è il gettato (cioè nullo) “fondamento” della sua morte. la nullità, che domina originariamente l’essere dell’Esserci, gli si svela nell’essere-per-la-morte autentico. L’anticipazione fa emergere chiaramente l’esser colpevole dal fondamento dell’intero essere dell’Esserci».1]

Gif pioggia sul finestrino

La lentezza è quella cosa che Giorgio Agamben definisce «revocazione di ogni vocazione»

La lentezza è il segreto di questa poesia. Nell’esistenza del nostro mondo, la lentezza viene ad essere derubricata a tempo improduttivo, ad uno spreco. Così in tutti gli atti della nostra vita quotidiana tentiamo di svolgere il nostro compito nel più breve tempo possibile, perché il tempo è danaro, recita il noto motto. La lentezza è quella cosa che Giorgio Agamben definisce «revocazione di ogni vocazione», che significa che se c’è «vocazione» c’è una chiamata, un impulso a passare dalla potenza all’atto. Di qui l’azione. La revoca della vocazione invece è il movimento contrario, il retro passaggio dall’atto alla dis-intenzione, restituire alla revoca di ogni intenzione la chiave dell’esistenza.
Nella filosofia di Agamben, c’è un personaggio letterario che impersona questo principio: Bartleby, il personaggio che in Bartleby lo scrivano, il racconto di Herman Melville, risponde a chiunque gli chiede di compiere una azione: «I would prefer not to» (preferirei di no). Bartleby rinuncia all’atto. E così trova un intero regno di possibilità.
È a questo punto che ci si accorge che le cose che sembrano essere sempre eguali, opache, invece cambiano fisionomia, si muovono. Nel tempo apparentemente opaco e infrangibile della quotidianità, si aprono fessure, spazi, altri tempi, altre possibilità. Il segreto è in questo moto di ripiegamento, il tornare indietro, dall’atto a ciò che precede l’intenzione che ha prodotto l’atto. La poesia dice: «Ripieghiamo in direzione del bar». È questo il significato fondamentale della «lentezza», che essa ci induce a riconsiderare tutte le cose da «come sono» a come «potrebbero essere», e il nostro essere «gettati» nell’esistenza si colora di un nuovo colore, di una possibilità imprevista e impreveduta.

  1. Heidegger, Essere e tempo, trad. di Pietro Chiodi, Milano, Longanesi, 1976, p. 370

41 commenti

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41 risposte a “Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura, Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia inedita con Commenti di Giorgio Linguaglossa – La poesia italiana ai piani alti della poesia europea

  1. Marco Rovelli:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27455
    Ora si dà il caso che Ermete sia il lógos, che gli dèi inviarono a noi dal cielo, facendo della razionalità una prerogativa esclusiva degli uomini, tra le creature che vivono sulla terra, il che essi ritennero di gran lunga eminente su tutto il resto. E ha preso nome dell’occuparsi di parlare (mésthain ereîn) ossia di dire légein, oppure del fatto di essere nostro presidio (éryma) e, per così dire, nostra fortezza.
    (Lucio Anneo Cornuto. Compendio di Teologia greca)

    È sul nostro dire che noi siamo fondati. Sono fondamenta fragili, che il fuoco rimodella senza posa. Ma qui sta la forza, che il nostro dire è specchio del fuoco. Ermete, del resto, era anche l’inventore del fuoco. Solo questo abbiamo. Un morire senza fine, una vita che non muore.

    • Una vera sofferenza psichica è questa poesia di Lucio Mayoor Tosi, dove l’Essere e il non Essere si presentano come fantasmi e corpi reali. In questo dualismo subentra il “viaggio” della mente alla ricerca di un punto fermo e “convincente” : un posto divino, che rigetti il Nulla.”E’ davvero strano, non esserci, Non lo sapevo. Non me n’ero accorto / Mi sorprende sapere che non siamo veri /. Un discorso poetico che si fa serio e accomuna tutti noi, in un comune destino di vita e di morte una volta che la “ratio” si distacca dalle apparenze e diventa elemento assoluto della ricerca ontologica ed esistenziale.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27460

    Ringrazio Giorgio per aver riproposto questa mia terribile poesia, che ha lati oscuri perfino per me.Il mistero maggiore è nel verso finale:”sua madre lo avrebbe seguito”; c’è l’eco del buio potere delle Madri,la forza tellurica che oppongono a qualunque ostacolo.Torquemada ignora la pietà ,il fondamento di quella cristianità che lui stesso pretende di rappresentare,mentre ne è lontanissimo;eppure teme la forza delle Madri,una forza che viene dai primordi,e che si manifesta più spesso di quanto la nostra civiltà superficiale possa immaginare.

  3. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27461
    Anna Ventura, Costantina Donatella Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi
    costruiscono versi che, pur nella pluralità dei discorsi sul postmoderno,
    stabiliscono coordinate chiare, ben disegnate, le quali condensano
    il clima che avvolge la poetica postmodernista: delegittimazione e
    indeterminazione, frammentazione e ironia, immanenza e costruzionismo.
    condizione di difetto del Sé, performance e coscienza della impresentabilità dell’arte.
    I tre poeti oggi scelti da Giorgio Linguaglossa, proposti con acute note critiche di accompagnamento, inclinano lo spirito e il linguaggio verso
    l’indicibile, l’ineffabile, il mistero, il silenzio, l’innominabile, il segreto,
    consapevoli come mostran d’essere del ‘vuoto’, ma del vuoto che non
    è il nulla.

    Il Vuoto non è il Nulla

    Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
    “L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada
    Non come vada il cielo”. A Pisa tutti tremarono.
    Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose.
    In principio… Nei primissimi istanti dell’universo materiale.
    Il vero poeta lo sa. Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
    Non si può vedere nulla. Perché per la luce ci vogliono i fotoni.
    Ma in principio essi non ci sono.
    Non si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
    Non c’è l’attesa né si può aspettare.
    Perché per attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
    In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
    Il Vuoto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
    Il Vuoto è il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
    I negativi e i positivi.
    In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
    Il Silenzio che contiene tutti i suoni.
    E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
    Fu l’imperfezione a produrre la meraviglia?
    Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
    Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
    Finché la Luce non si stacca dal sistema opaco.

    Gino Rago

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27478
    La poesia di Tosi è sempre bianca. Segnala i vuoti tra i corpi, l’eventuale consistenza di quei vuoti. E ciò che dialoga, in quei vuoti.
    Qui poi mi siedo a godermi ogni parola – parole colori che sono assieme il bianco spettro in cui si definiscono gli oggetti del mondo visibile.
    Che bella prova poetica!

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27479
    E rileggo anche Torquemada. Oggi pomeriggio ho iniziato, e così, ogni tanto sono tornata su questa pagina, rileggendo i poeti oggi presentati nel post.
    Anna Ventura mi racconta di quando, qualche giorno fa, ho sorpreso me stessa, quella me stessa che antipaticamente mi copre la vista sul mondo.
    Di come lo sguardo indiretto su noi stessi ci penetra, fino a spezzare il concreto nostro apparire.

    E poi ripenso alle tre poesie assieme, tre poeti diversi che ci testimoniano in modo indiscutibile che c’è una visione, un lavoro avviato. Che poeti maturi, nella loro esperessione più felice, afferrano l’immagine della poesia nel suo divenire, oggi.

    Tre ottime testimonianze, che m’han fatto un gran bene.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27480
    Aggiungo che ci si punge sugli spigoli-a capo di Torquemada: ho camminato su uno di quei muri a secco, temendo il piede in fallo. E il vacillare del passo mio – che non è mai vacillare nella poesia – è il risultato di una sensibilità sapienzale che osservo ammirata.

  7. griecorathgeb

    Ecco,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27484
    la lettera di Lucio Mayoor in cui menziona la questione di Adamo ed Eva, apre una totalmente nuova prospettiva sulla sua poesia postata sopra. Da “bianca” che è, compaiono spettrali alberi da frutto perfetti, il boschetto della perfezione che scompare appena si guarda, il boschetto della totale innocenza, che è solo apparente, perché nell’innocenza è già racchiuso il seme futuro dell’esperienza (direbbe Blake). Ma soprattutto le due persone che ci sono e non ci sono, diventano emblematici, misteriosissimi, ciascuno insegue l’altro, sono i proto-anthropoi, lo stesso genere umano. In cui però mai viene meno quel braccarsi. Forse Dio qui è proprio l’Alter Imago. Si apre insomma una tridimensionalità psicologica, come dire, suggerita in questo caso dal Vecchio Testamento, che in fondo possiamo anche leggere come un trattato di ideologia antica.
    In questa poesia si evidenzia un tentativo forte e ben riuscito di spingere il dire poetico oltre i limiti dello stesso psicologismo che da tempo è un’arma essenziale del nostro mestiere.
    La poesia “Torquemada” di Anna Ventura pone invece il quesito irrisolvibile della ferocia umana, così come lo pone l’Olocausto, o la tratta degli schiavi. Quesito non risolvibile o addomesticabile con nessuna spiegazione, nemmeno a mio avviso portando in gioco la forza buia della madre ctonia. A proposito, questa è una delle poesie di Anna che ho tradotto per l’Antologia “Come è finita la guerra di Troia non ricordo” in versione inglese. Poesia terribile, forte!
    La poesia di Costantina Donatella Giancaspero: sono d’accordo con G. Linguaglossa, la poesia ha due velocità, le azioni che vorrebbero essere, e la stasi del non più potere o sapere agire. La parola “Ripieghiamo” infatti, e tante altre singole parole, contengono il germe di entrambi questi stati: ed è questo che così spesso dà alla poesia di C. D. Giancaspero quello strano ritmo di un perdersi, ritrovarsi, riperdersi. Quello che impressiona è la debolissima immane forza di questa poesia. La lingua è perfettamente controllata, ma continuamente crea disfonia, il ritmo azzoppato pure così musicale.
    “Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
    e smottamenti di luce tra le crepe.” “Le suole obbediscono al selciato” propone una certa normalità di vivere quotidiano, che viene subito negato dal ritmo rotto di “che marcisce tra piovaschi e smottamenti di luce tra le crepe”. Il primo pezzo, “che marcisce tra piovaschi e smottamenti” mantiene una movenza di poesia novecentesca, totalmente negata da “di luce tra le crepe”: che allunga il pensiero, lo allunga “troppo”, fino a dare un senso di sfinimento. E’ infatti necessario qui studiare attentamente la metrica – sì, proprio la metrica – per capire cosa succede , quanti stati psicologici si rincorrono come la luce e il buio attraverso le parole. E così tutta la poesia.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27491
    Nella poesia di Donatella C. Giancaspero, le parole osservano mute. Si ha come una sospensione del dire. Come se Donatella fermasse l’istante di poesia mente poesia continua. Ho la sensazione che Donatella abbia fermato il tempo del fare poesia. In un commento precedente le dissi che le sue poesie mi ricordavano Michelangelo Antonioni e in pittura le opere di Edward Hopper; ma questa sarebbe soltanto la resa, quel che ne viene.
    Ora invece mi chiedo: come mai questo fermarsi? Perché è simile al mio: Donatella ferma l’azione di scrivere, mentre nella mia poesia, sospendendo il sonoro della vita scopro l’in-appartenenza, la disidentificazione.
    Giorgio Linguaglossa ha capito tutto benissimo, infatti porta l’esempio di Bartleby che rinuncia all’atto di scrivere. “E così trova un intero regno di possibilità”.
    Vorrei dire a Mario Gabriele che, mentre scrivevo questa poesia, mi sono ritrovato in compagnia di un personaggio-fantasma, per certi versi simile a quello suo ( se non interpreto male): Lucy, a cui Gabriele ha dedicato alcuni tra i suoi frammenti più belli, anche nel suo nuovo libro “In viaggio con Godot”; Lucy è una persona scomparsa – il bel personaggio di Bram Stoker? – e altro non posso dire; solo che simile a Lucy è la persona a cui mi rivolgo nella poesia. E questo “braccarsi”, come lo chiama Steven Grieco, è in realtà l’espediente magico, simile alle bambole di pezza in certi rituali.. Anna Ventura lo sa bene, ha trasformato infatti la strega nella madre di Torquemada. Anna, che per questa sua poesia potrebbe andare a passeggio, sottobraccio con Wisława Szymborska, sorridenti e solidali, da vecchie amiche; perché qualcuno si dovrà pur prendere la briga di rimettere le cose a posto, intanto che non si è e non si sente. Spero un giorno di poter capire chi fossero in realtà i ballerini dipinti da Matisse in The Danse. Dal pasticcio di questo mio commento si dovrebbe capire quanto si ha bisogno della poesia di Mario M. Gabriele. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per questa pagina – che forse mi premia più di quanto merito – è stato come passeggiare al MOMA di New York in compagnia del miglior critico d’arte che si possa trovare oggi al mondo.

  9. IL PROBLEMA DEL SENSO NELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27497

    Cari amici,
    il fatto è che non è semplice entrare veramente nelle poesie di autori di valore. Io dico sempre che non sono un critico, e lo dico convinto, non c’è più un linguaggio critico almeno a far luogo dalla morte di Pasolini… quello che si è usato poi era un linguaggio che potrei definire il critichese, più o meno acculturato ma lontanissimo dalle vere questioni che premevano… E così abbiamo perso memoria di un vero linguaggio critico. Quello che io tento di fare è di reinventarlo, e in questo compito mi sono di aiuto le poesie di valore, riflettendo su di esse, di colpo, trovo il mio linguaggio.

    Ad esempio, se rileggiamo gli incipit delle tre poesie postate, ci accorgiamo che cominciano in sordina, entrano da una porta laterale:

    Lucio Mayoor Tosi:

    Dietro di te – ma forse anche intorno a me? –
    qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi.

    Anna Ventura:

    Torquemada teneva tra le mani
    un lungo elenco di persone
    che avrebbe dovuto interrogare…

    Donatella Costantina Giancaspero:

    Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
    Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
    e smottamenti di luce tra le crepe.

    I tre autori danno già per «presupposto» ciò che invece non è affatto detto né presupposto. Si tratta di una tipica finzione letteraria, di un topos, ci si introduce all’interno della composizione in modo laterale, forse casuale, con il registro del minimo dispendio di frasari, in modo «debole», da ontologia debole, ma per fare una poesia incredibilmente «forte», anzi, per alzare il diapason molto in alto… in tutte e tre le poesie non c’è alcuna attenzione per la costruzione fonosimbolica e tonosimbolica, anzi, parrebbe il contrario, le «cose» sono disposte come le palline del pallottoliere, di qua e di là secondo una logica misteriosa che il lettore deve scoprire, una logica che non è data né preparata da alcuna orchestrazione sonora. e qui ha colto il centro Steven Grieco Rathgeb quando dice: «si evidenzia un tentativo forte e ben riuscito di spingere il dire poetico oltre i limiti dello stesso psicologismo che da tempo è un’arma essenziale del nostro mestiere», in tutte e tre le poesie siamo andati molto oltre lo psicologismo di mestiere, siamo entrati dentro una vera e propria analitica dell’esserci, dentro una introspezione della psiche, dei suoi fondamenti inconsci. Il finale della poesia di Anna Ventura è, in tal senso, evidente con quel rimarcare la «presenza» della «madre» che segue come un’ombra il carnefice Torquemada. Ha ragione Lucio Mayoor Tosi a dire che qui la Ventura fa qualcosa degno della migliore Szymborska, mi ricorda la poesia “Cassandra” della Szymborska per potenza di impatto e di rappresentazione.

    In tutte e tre le poesie siamo all’interno della problematica heideggeriana dell’«utilizzabile»; ciò che viene utilizzato è qualcosa di non utilizzabile, di del tutto inutile, di errato. Così, ad esempio, quando la protagonista della poesia della Giancaspero tenta di rispondere alla domanda innocua: «quanto zucchero?», si trova priva di risorse linguistiche e psicologiche, non sa esattamente come rispondere, la domanda più banale del mondo diventa una domanda insormontabile che apre, spalanca l’abisso del problema del senso…

    Quello che noi credevamo essere un «utilizzabile», un «presupposto» di ciò che conoscevamo e davamo per noto, diventa invece attraverso la domanda insulsa e innocua di: «Quanto zucchero?», un abisso che inghiotte tutte le certezze a cui eravamo aggrappati. Viene ad evidenza il problema del «senso» in un mondo apparentemente «sensato» ma in realtà del tutto «insensato», irrazionale, incongruo, ultroneo, foriero di erraneità…

    Ciò che noi crediamo (cui ci affidiamo) nella vita quotidiana è, in realtà, un «presupposto», afferma Heidegger, 2] ma il «presupposto» è tutto ciò che non è «posto», con le parole di Heidegger, la «semplice presenza»… ovvero, nelle poesie qui postate, ciò che resta non esplicitato, e non viene esplicitato perché non c’è alcun bisogno di esplicitare quello che il lettore conosce bene, che anzi sa a memoria. E infatti è tutto ciò che sa che è fasullo, che, dinanzi ad una domanda banale e ovvia, l’io percepisce che tutto il mondo (di certezze fasulle) crolla, e quello che si apre è il vuoto, il nulla…

    La poesia di alto livello raffigura sempre la lentezza. È lentezza, lentezza che obbliga il lettore al rallentamento dell’atto della lettura. La poesia, il metro poetico agisce in modo diametralmente opposto alle scritture dell’agorà che puntano all’informazione, cioè ad un corredo di parole e immagini che devono raggiungere il fruitore nel più breve tempo possibile, in modo fulmineo, e in modo fulmineo scomparire. La lentezza della poesia moderna, invece, da Les Flueurs du mal in poi, obbliga il lettore a ritornare indietro con l’occhio della lettura, a procedere in senso inverso: una volta da sx a dx, e indietro, da dx a sx. Questo è un atto che, letteralmente, va «contro» il tempo, il tempo dell’informazione e delle merci, il tempo del consumo del tempo. Se leggete con calma le poesie di Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura e di Donatella Costantina Giancaspero, vi renderete conto di questo fenomeno, qualcosa ci costringe a ripercorrere a ritroso lo scorrimento della frase, ad andare indietro nel tempo. Il tempo cessa così di essere un «utilizzabile», al contrario, diventa un «inutilizzabile», non può più essere consumato ma diventa qualcosa che è estraneo alla logica del consumo.

    Se Walter Benjamin aveva scritto che «ogni istante è la porta stretta attraverso la quale può passare il Messia», oggi nella società secolarizzata non si dà più alcun «istante» che non sia eguale agli altri, non c’è più alcuna prospettiva messianica che governa il tempo ed il tempo è diventato un oggetto che si può consumare, meglio se in fretta e in modo aproblematico; la stessa angoscia si è andata a nascondere tra gli oggetti e le persone, dietro gli oggetti e le persone, dietro le «domande» della «chiacchiera». Così, apprendiamo senza meravigliarci che dalle poesie qui in esame si è volatilizzata anche l’angoscia, l’alienazione ha cancellato la visibilità dell’angoscia che, se resta, resta dietro il sipario delle parole che sembrano aggettare sul vuoto…

    La bellezza (indice dell’Aufhebung) di Giorgio Agamben risiede nell’accettazione del paradosso. Ecco uno dei molti passi in cui Agamben giunge alla soglia della lezione di Freud:
    “La vocazione messianica è la revoca di ogni vocazione. In questo senso, essa definisce la sola vocazione che mi sembra accettabile. Che cos’è, infatti, una vocazione, se non la revoca di ogni concreta vocazione fittizia? Non si tratta naturalmente di sostituire una vocazione più vera a una meno autentica: in nome di che cosa si deciderebbe per l’una piuttosto che per l’altra? No, la vocazione chiama la vocazione stessa, è come un’urgenza che la lavora e scava dall’interno, la nullifica nel gesto stesso in cui si mantiene in essa, dimora in essa. Questo – e nulla di meno che questo – significa avere una vocazione, vivere nella klēsis messianica” 3].

    Che cos’è la «vocazione»?, Cos’è la re-vocazione della vocazione? La re-vocazione è il toglimento della vocazione. La revocazione di ogni vocazione è la vocazione messianica nel tempo storico secondo Agamben. Per Agamben la «voce» è punto insituabile tra la vocazione e la non-vocazione. Non si dà non-vocazione della vocazione ma soltanto revoca, concetto che comporta la utilizzazione della attesa come resistenza al tempo che scorre, la «voce» del poeta è la resistenza che insorge, che non può più nominare le cose e quindi non può utilizzare i «nomi» in quanto macchiati dall’ombra del significante. Nella poesia della «nuova ontologia estetica» il significante è stato fatto sloggiare dal suo alloggio nel «nome», ed il «nome» è diventato incerto, debole, aleatorio…

    Per Heidegger «L’utilizzabilità è la determinazione ontologico-categoriale dell’ente com’esso è “in sé”. Però l’utilizzabile “c’è” solo sul fondamento della semplice presenza» 1]

    1] M. Heidegger, Essere e tempo, op. cit. p. 98
    2] Ivi, p. 98 «In verità , nel corso dell’interpretazione dell’ente intramondano il mondo è sempre stato “presupposto”»
    3] Giorgio Agamben Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 177, € 19,00 p. 127

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27498
    Si sa che l’incipit è scelto in costruzione del testo, e perfezionato. Notevole l’aver considerato la comunanza di questi inizi. Nel mio caso il senso di estraneità assoluta, esistenziale, è attuazione del principio filosofico di vacuità. Ed è drammatico, nonostante si tenti di alleggerire; lo è sia in direzione estroversa che introversa (non identificazione con l’io). Viene a mancare qualsiasi raccordo con il mondo che diviene oscura e intangibile apparenza ( tutto è illusione). Illusorietà dell’esser-ci. Condizione senza ritorno, pur tuttavia gestibile – anzi, per quel che mi riguarda è meglio così– . Anche se resta l’incognita del dolore. Comunque sono cose che avete detto già molto bene, e che ho riscontrato anche nelle parole di Gino Rago.

  11. La parola, o meglio, le ombra della parola anche se “debole” è capace di rafforzare una poesia ontologica “forte”, variegata. Lucio Tosi accenna all’incognita del dolore. Anche se il poeta della NOE sa creare “personaggi” tuttavia rimane lui il “fattore X” che soffre, gioisce, canta, balla ecc., e si confronta con queste emozioni e sentimenti e proiezioni mentali…”Without pain is there human life? is there life at all?”

    • Caro Adeodato,
      chi sente dolore? Il problema sta nel chi, cioè in colui che si identifica con quanto gli accade. Ed è risolvibile proprio se si interviene alle radici del CHI. In altri termini è questione relativa all’esserci. Ma nella mia poesia tratto del non-esserci. E’ cosa possibile? Essere ed esserci non sono la stessa cosa. Ma, ad esempio, è possibile non identificarsi se detenuti in un campo di sterminio? Ecco, direi che sono proprio le situazioni estreme quelle che mettono l’uomo di fronte alla necessità di fermarsi e osservare; il dolore, così come favorisce identificazione e senso di realtà, al contempo porta al rifiuto e a ritrarsi… ma questo sarebbe solo l’inizio di un nuovo percorso esistenziale; che qui, nella nuova ontologia estetica, si vorrebbe esplorare: il nulla.
      “Forse al mondo un posto migliore di noi non si trova.
      Un posto vero, voglio dire, che non sia soltanto un’immagine”.

      • Caro Lucio, ritorno in dietro tanti anni nella memoria, quando avevo letto LA COGNIZIONE DEL DOLORE di Gadda, oppure identificandomi con lo scarafaggio di Kafka, ma tutto è cambiato nel postmoderno. Vero, la NOE ci porta a confrontarci e confrontare il nulla ie forse hai piena ragione “this condition is the best of all possible worlds” per l’uomo…” Grazie.

  12. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27546
    Ringrazio tutti i lettori che si sono espressi sul mio testo, cogliendone pienamente il carattere. E vorrei dire che confermo in particolare quanto ha scritto Giorgio Linguaglossa, perché realmente ho pensato e composto questi versi sostenuta da un pensiero di nullità dell’Esserci. Dirò di più: è un’idea sempre latente nei miei pensieri; si materializza poi nella scrittura, in modo più o meno consapevole; l’attraversa come un leitmotiv quasi ossessivo.
    Senza stare qui a “spiegare”, ovvero a scrivere su quanto ho scritto già (non compete al poeta), dirò solo che a un certo punto ho voluto introdurre il “parlato”, inteso qui come frammento di un dialogo, riemerso da chissà quale tempo… Una domanda ordinaria, quotidiana, che resta senza risposta; una domanda “normale” interviene qui come una stonatura. Quasi quasi direi che suscita anche più di quel senso di “sorpresa, di stupore e di smarrimento”, rilevato da Giorgio Linguaglossa nella sua nota. Quella domanda è una domanda che nullifica tutto. E la risposta (in corsivo) è una pseudo-risposta: arranca precaria nella propria ambiguità, tra ironia e giustificazione. È comunque un parlare fittizio. La realtà resta al di là del suo riflesso.
    Ed ora un brano musicale per voi…

    Buon ascolto!!

    • Sempre postumo mi fu quest’ermo colle
      che da tanta parte
      esclude. Qui non ci torno più
      ne in vita e ne in morte
      quel che è stato. e a Silvia che non ha più
      rammendo non so che dirle
      se non una parte antica
      e dimenticata.Tiresia dimenticami.
      non farne abuso della chiaroveggenza
      esaltati nell’attimo dimenticato.
      tra l’altro non potro

    • donatellacostantina

      “È all’inizio che bisogna andare lenti, quando si comincia, per tracciare una composizione impeccabile in modo da non dover aggiungere o sottrarre dopo”.
      Edward Hopper

      • Oh, questa pagina, la qualità dei commenti! La ricorderò a lungo.
        Andrebbe in un libro.

        • caro Giorgio, ho tradotto in inglese la bellissima poesia di Donatella. Un gradito thank you per le tue parole…

          saluti,

          adeodato

          >

          • donatellacostantina

            Grazie di cuore, thank you so much, caro Adeodato, per la tua infinita generosità e cortesia. Leggo sempre con interesse le tue poesie. Ti scriverò presto…
            Non conosco i tuoi gusti musicali, ma ho pensato che potrai gradire questo Concerto di W. Amadeus Mozart, per pianoforte e orchestra No. 21 KV 467 (Vienna, marzo 1785). Due grandi interpreti: Maurizio Pollini e Riccardo Muti
            Questo Concerto include il celebre Andante, conosciuto anche come “tema di Elvira Madigan” dal nome del personaggio circense protagonista del film omonimo scritto e diretto da Bo Widerberg (Svezia, 1967).

            I Tempi:
            1. Allegro maestoso
            2. Andante
            3. Allegro vivace assai

            Buon ascolto!!

  13. antonio sagredo

    e a proposito di Torquemada:

    Prova n.° 2
    (estorsione)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/28/lucio-mayoor-tosi-anna-ventura-donatella-costantina-giancaspero-una-poesia-inedita-con-commenti-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-italiana-ai-piani-alti-della-poesia-europea/comment-page-1/#comment-27605
    Io so come gli addii cantano la mia schiena scudisciata e le palpebre,
    – che i saluti non sono terrestri banderuole cadute in pozze di miserie,
    – che legioni d’ossa premortali avanzano con passi inamidati e gelidi sparati,
    ma cisterne di lacrime votive non cedono liquidi cristalli alle visioni!

    Da un tugurio in Via della Distruzione io saprò orgoglioso
    dire alle tortuose trame di un credo perverso e inquisitorio,
    e come il suo nero vuoto è la nemesi di un supplizio intollerante
    che traduce il dolore in vana supplica, o dolce confessione.

    Il mio cammino è un mosaico di acrostici ferini tra malati terminali
    che le carità scambiano per pestifere croci numinose risanate dai miracoli.
    Lo sciame dei commiati ripete una terrifica rinascita risorta e consacrata,
    come la minaccia di una infettata fede è l’armonia di una musica abortita!

    Saprò ancora disputare – in fiamme! – con l’insensato universo analogico
    di un Torquemada, che a me oppone l’insipida sapienza capovolta
    di una iena riciclata e il suo bavoso rimasticare il mio mistico midollo –
    ma tu, Sant’uomo, resti sempre un boia che fa schifo alla sua stessa merda!

    antonio sagredo

    Vermicino, 13 febbraio 2007

    • Salvatore Martino

      Carissimo Antonio mi permetto un piccolo appunto assolutamente personale e forse persino ingiustiificato: ma non credi che uno sfoltimento di aggettivazioni possa favorire il tuo discorso poetico, già così denso e articolato? Chiedo perdono per questo mio suggerimento che non vuole essere ovviamente ex cattedra.

  14. Salvatore Martino

    Come ho scritto nel commento precedente sono stato privo di collegamento inetrnet per quattro settimane. solo adesso incontro le poesie qui trascritte ,che mi appaiono, di alto valore estetico , dove il significato e il significante, si intrecciano mirabilmente. Mi domando, cercando di essere spoglio di ogni prevenzione, dove compaiano, tanto sbandierati satilem della NOE, non ultimo o’imprenscindile frammento. ma forse il mio occhio è troppo modesto per individuare tematiche tanto profonde. Devo ammettere, con grande soddisfazione, che il Torquemada di Ventura mi ha deliziato nella sua chiara e dolente narrazione.

    • Salvatore Martino

      Antonio non voglio suggeristi niente , il tutto potrebbe suonare da mastrina petulante. Ti riporto soltanto quello che scriveva il grande Ezra Pound. “Guardatevi dalle astrazioni,, evitate gli aggettivi, che non rivelano niente”.
      Certo anche tu, come tanti altri, non ti sprechi mai, al contrario di quanto onestamente faccio io, sui commenti che inserisco talvolta con miei versi.

    • Salvatore Martino

      Ovviamente c’è un refuso si tratta di stilemi e non di satilem, parola che non esiste

  15. antonio sagredo

    Il Tosi dice bene quando accosta i versi di Costantina ai quadri di Hopper *, insomma alle sue atmosfere, ed io leggo con allegra attesa i suoi versi perché sono nitidi – ti puliscono gli occhi ! -… non soltanto nitidi, ma nella loro semplicità sono sorprendentemente profondi: cosa da non poco!
    —-
    Questo ritornare al bar (o entrarvi) e qui svernare i propri pensieri e sogni è un tema che m’ha sempre affascinato, forse perché raramente l’ho realizzato.
    Nitidi: come appunto i quadri dell’americano, direi nitidezza onirica.

    Mentre scrivo non posso non ricordare alcuni versi di un poema l’ “Edison” (che tradussi tanti anni fa) del poeta praghese V. Nezval:

    Una volta, verso sera, usciva da una bisca un giocatore
    nevicava, fuori, sopra gli ostensori dei bar
    l’aria era umida poiché si avvicinava la primavera
    ma la notte sussultava come una prateria
    sotto le granate dell’artiglieria delle stelle
    le ascoltavano sugli umidi tavoli
    ubriachi curvi su bicchieri d’alcool
    donne seminude con penne di pavone
    malinconici come i tramonti
    ———————————————–
    I versi dunque della Giancaspero mi affascinano anche per la loro misteriosa conoscenza della musica, e il jazz qui è di regola poiché scandisce sotto o sopra le note gli stati d’animo, le movenze fisiche di cosce di donna, l’ancheggiamento qui di alcuni versi è seriamente gioioso! Ma non solo jazz, ovviamente.

    Provate a mettere, mentre un sublime attore recita questi versi, in sottofondo i momenti più salienti del Requiem mozartiano, e vedrete quale effetto di deliquio esilarante ne scaturisce.
    Grazie A. S.
    ———————————–
    * (meno di Antonioni, perché costui fece cinema d’angoscia, e come scrisse l’ottimo Arbasino fu un “prodotto della Stagione

  16. antonio sagredo

    I poeti e critici Salvatore Martino e Giorgio Linguiaglossa da tempo mi suggeriscono qualcosa sugli “aggettivi”… l’aggettivo, questa mia menomazione lirica, mi spossa da quand’ero bambino… mi esprimevo per aggettivi e quasi mai per sostantivi! Mi esprimevo coi verbi al passato e quasi mai al presente, mi esprimevo al futuro poiché questo mi opprimeva e incurvava il mio Tempo infantile… gli aggettivi sono la mia mania aristocratica di definire e mascherare con venature “giostresche” (note questo mio nuovissimo neologismo) i mondi privi di bellezza: ne hanno tanto bisogno di bellezza le cose che le mie perle scaramazze-aggettivali rimediano alla penuria!
    grazie
    a.s.

  17. antonio sagredo

    completo la citazione con asterisco di cui sopra…

    ————————————-
    *(meno di Antonioni, perché costui fece cinema d’angoscia, e come scrisse l’ottimo Arbasino fu un “prodotto della Stagione dell’Alienazione)

    • Sia nella trilogia sull’incomunicabilità che nei suoi film più a sfondo sociale (Blow-Up e Zabriskie Point ) Michelangelo Antonioni osserva le cose con un tempo dilatato e rallentato che non trova eguali tra i registi italiani di quel periodo. Blow-Up è un film psichedelico e surreale, ma anche in quel caso A. non perde quel suo ritmo narrativo, pieno di silenzi. Gli stessi silenzi che ho ritrovato nella poesia di Donatella Costantina Giancaspero. Ho pensato ad Antonioni per i silenzi, e nelle poche parole a una certa loro qualità:
      “Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
      vado un po’ per tentativi…”

  18. londadeltempo

    Pagine molto intense,
    straordinariamente coese, coinvolgenti, nuove, anche senza la pretesa di esserlo. Perché il nuovo, come accade nella poesia di Lucio Mayoor, in Torquemada di Anna Ventura e nell’evocazione quasi magica del nulla che si spoglia della sua nullità e si fa trasparenza dell’Essere grazie ai versi di Donatella Costantina Giancaspero…non ha bisogno di essere messo in evidenza ma si commenta da solo. Mi dispiace di non essere stata presente come avrei voluto…causa mali di stagione etc…, ma mi fa anche piacere perché ho così lasciato spazio ad bravissimi poeti-critici che hanno giustamente messo una corona d’alloro a Giorgio Linguaglossa, grande sostenitore della novità della NOE in cui trovano posto, libera-mente, le diversità espressive formando anche, insieme, un unico concerto. Questo è il bello: la DIVERSITA’ NELL’UNITA’!. COMPLIMENTI A TUTTI VOI,AMICI POETI!

    Mariella

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