Alfredo de Palchi, Testi scelti da Estetica dell’equilibrio, Milano, Mimesis Hebenon, 2017 pp. 80, € 10, con una Interpretazione di Donatella Costantina Giancaspero

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né rispetto né nobile rigore dalle azioni dell’antropoide…

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York. Ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a far tradurre e pubblicare in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 pubblica Nihil (Milano, Stampa9) e nel 2017 Estetica dell’equilibrio (Mimesis Hebenon).

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7 aprile 1945… quattro energumeni antropoidi armati di pistole e parabellum mi si piazzano a pochi passi davanti… io adolescente antropoide in disfatta guardo i quattro musi incerti se fucilarmi in piazza addosso una vetrina di tessuti..

Nota dell’autore

Ogni mia raccolta di poesie, inclusa questa di Estetica dell’equilibrio, si formò con lo stile scelto dal soggetto in prima stesura. Anche quest’ultima raccolta, accantonata precisamente per sei mesi, l’ho revisionata.

Ciascuna delle quattro sezioni ha il titolo adatto al proprio soggetto che fa immaginare straordinari concetti abbigliati di poesia in prosa. Naturalmente per me autore sono verità rivelate dalla realtà repellente dell’uomo dai suoi primordi al presente. Ovviamente, io sono autore, soggetto, e repellente  protagonista uomo.

È poesia in prosa, stile direi ignorato dai poeti italiani, i quali, se il materiale non è in versi, è semplice prosa. Allora penso che dubitino della grandezza di poeti francesi dell’Ottocento, notevoli anche di poesia in prosa, e quelli del Novecento. Ce ne sono pure in una Italia della prima metà del Novecento, però nessuno ci crede o ci pensa.
È sconcertante che una Italia medievale sforni annualmente centinaia di illusi addetti alla vana missione di voler superare il loro maestro Petrarca. Non lo ammettono, eppure ci insistono…

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto liricoInterpretazione di Donatella Costantina Giancaspero

Credo che questi testi del nuovo libro di Alfredo de Palchi, Estetica dell’equilibrio, appaiano quantomeno singolari ed abnormi ad un lettore italiano di oggi, disabituato dal linguaggio letterario corrente dal leggere testi scritti nell’antichissimo genere dell’invettiva. Oggi in Italia non si scrivono più da decenni invettive, quasi che questa forma fosse divenuta indicibile; ma l’indicibilità è la condizione assoluta affinché vi sia linguaggio e linguaggio poetico in particolare, per l’ovvia ragione che, se tutto fosse dicibile, cesserebbe di esistere anche il linguaggio. Lacan ci informa che il linguaggio poetico è la lacerazione, lo «strappo» del linguaggio ordinario, il «trauma» del linguaggio; là dove non può giungere il linguaggio ordinario può giungere il linguaggio poetico. Ma, per far questo, per rendere possibile questo obiettivo, il linguaggio poetico deve darsi una Estetica dell’equilibrio, un luogo in cui le lacerazioni e le avulsioni della lingua di relazione trovino finalmente una giustificazione e una composizione estetica. Di solito, un poeta arriva a questo luogo in tarda età, quando le revulsioni, le avulsioni, le intemperanze e le belligeranze della giovinezza si sono acquietate: allora è qui che è possibile per il poeta tracciare una propria estetica dell’equilibrio. Ma si tratta di un equilibrio instabile, incerto, frammentato, scheggiato, momentaneo, contingente. Paradossalmente, questo «equilibrio» è il sigillo di autenticità anche dell’arte moderna, perché afferma la sua contiguità con la morte, il suo parteggiare per la stasi avverso l’entropia di tutte le cose. Ecco perché io intendo questo libro di Alfredo de Palchi, non solo come una «estetica dell’equilibrio», ma anche come una «estetica della morte», una «estetica del male», una invettiva, la più possente che sia mai stata scritta da un poeta italiano contro la sua patria, i suoi abitanti e gli abitanti del pianeta Terra. La dizione poetica di de Palchi è la più asciutta immaginabile, è il pensiero urticante e rabbioso che pensa l’«infondatezza» dell’io e della specie homo sapiens, la sua mancanza costitutiva, il suo essere male, inautenticità, menzogna; de Palchi impiega un linguaggio di «cose», usa la parola come un oggetto contundente scagliato contro il lettore interlocutore, usa un linguaggio irriconoscibile nella sua forma: né poesia né prosa; un linguaggio piegato alle esigenze della comunicazione diretta, diretta come può essere un pugno dato in pieno viso. Alfredo de Palchi non avvisa il lettore, non impiega giri di parole, non lo prepara, lo colpisce con quanta più urticante violenza può, in pieno volto.

Il poeta, al contrario del filosofo, non si chiede mai «cosa è pensare? », «cosa è l’essere?», ma si limita alle domande rivolte al lettore: «cosa sei diventato?», «cosa significa parlare?», «perché io parlo?», «chi è che parla?», «a chi parlo?». Qui è l’inconscio significante di de Palchi che parla, parla perché l’inconscio è agito da pulsioni cieche (prive di parola) che cercano una via di uscita, una scarica nel linguistico. L’inconscio pensa, ma pensa-cose. Sotto il dominio del Lustprinzip, l’inconscio non può non muovere alla scarica linguistica, ed è in questo movimento che lo spinge alla deriva, che esso trova le sue parole, incontrando il Realitätprinzip, cioè la sua dimensione propriamente linguistica. Infatti, la scrittura depalchiana assume qui la forma del poemetto in prosa, o della prosa in poesia, una struttura che garantisce una consistenza icastica e didascalica, da referto medico legale, quasi scientifica e la forma del bilanciamento tra l’istanza dell’irruzione dell’impulso «cieco» e quella della sua formalizzazione linguistica.

In conclusione, cito quanto scrive Giorgio Linguaglossa nella sua monografia su de Palchi (Quando la biografia diventa mito, Edizioni Progetto Cultura, 2016):

«C’è in de Palchi il tentativo di operare con una scrittura altamente sismica e tellurizzata e, al contempo, di erigere una sorta di sistema anti sismico. Di operare al contempo una frattura e una sutura. Si tratta di una scrittura che procede e promana da una rimozione originaria, da cui deriva la frantumazione di un universo simbolico e metaforico altamente instabile ed entropico. Del resto, de Palchi non fa alcuno sforzo per tentare di dare una costruzione stabile alle sue costruzioni poematiche, anzi, le tracce e i frammenti sono lì a dimostrarlo: cacofonici e indisciplinati, tendono all’entropia. Si entropizzano e si disperdono.

La penultima sezione de L’Estetica dell’equilibrio è titolata Genesi della mia morte. È una gigantomachia e una perorazione ultimativa, è il soliloquio in prosa poetica più diretto e frontale che sia mai stato scritto nella poesia italiana del Novecento e dei giorni nostri. Una sentenza di condanna inappellabile irrogata al genere umano. Si parte dall’ominide antropoide, si passa attraverso l’homo erectus e si arriva all’homo sapiens, l’animale sanguinario più distruttivo che madre natura abbia mai generato perché dotato di coscienza la quale moltiplica all’ennesima potenza il suo bisogno incommensurabile di carne e di distruzione. Il poemetto termina con una gigantesca esplosione «Io Antropoide simbolo del male peggiore dalla finestra guardo il “globo” scendere a Times Square di Manhattan 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1… come fa un sasso lanciato nell’acqua il fondale del pianeta esplode allargando a cerchi l’irradiazione della massiva potenza nucleare.»

de Palchi chiude così per sempre la heideggeriana questione dell’autenticità, la «dimensione pubblica» è diventata ormai un falso; la «dimensione privata» è diventata un falso; la scelta tra due opposti è un falso. La speculazione a proposito dell’«autenticità» è una cosa fasulla da gettare alle ortiche. Non ci sarà un altro Principio. E non ci sarà altra fine che questa. Con la fine del genere umano nulla cambierà, l’universo continuerà la sua folle corsa verso il raffreddamento universale e l’entropia. Davvero, un testamento spirituale di condanna del genere umano senza appello questo di de Palchi».

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quando arrivo all’epoca Homo Erectus 1.8–1.3m suo ospite per 500mila anni mi trovo a camminare e correre in pena a schiena dritta dietro la vittima…

Testi tratti da Estetica dell’equilibrio

1

Dalla estinzione dell’epoca giurassica il pianeta riemerge in epoca seguente dal magma e dalle acque… ora rigoglioso di flora con foreste e giungle ricresciute su quelle pietrificate nel sottosuolo… diversità vigorosa di fauna in perpetua evoluzione anche nei suoi linguaggi si occupa a suddividersi in erbivora e carnivora e sopravvivere dentro le fitte foreste… l’erbivora–carnivora non rispetta la differenza, ne approfitta delle due possibilità di scelta…

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curiosamente l’antropoide esce dalla giungla e si avventura in spazi liberi dove in mezzo a colline e montagne semidesertiche… è attratto da pietre schegge scaglie e ne raccoglie per qualche necessità… sì, intuisce che scalpellandole con sassi da una sola parte diventano oggetti taglienti… per colpire ferire e sgozzare… da una possibilità arriva a un’altra intuita immagine… con liane legare scaglie a dei rami robusti trasformati in lance… l’occasione è prossima perché mi cerca nella chiarità della savana… appena m’intravvede si avvicina colpendomi più volte con una lancia e scappa su un albero dove non lo posso raggiungere…mi lecco le ferite sapendo che può assassinarmi…

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in ascesa l’antropoide piano piano si adopera a combinare sempre in meglio l’oggetto da usare contro una preda… con l’arma primitiva riesce colpire ferire far sanguinare la vittima fin quando la può scannare… non è solo la fame che lo spinge alla caccia, ha il piacere di ammazzare… per cacciare me, re della giungla, unisce un gruppo di antropoidi e mi assedia infilzandomi di lance… ma ho zampe e mascelle… mi difendo azzannando con ferocia e stritolando il collo di chiunque tra le mascelle prima che il mio corpo si dissangui da buchi di lance…

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la mia caccia si esaurisce freddamente con prontezza… non per esaudire un’azione piacevole… l’incubo della fame urgente di succube carnivoro domina il mio sistema fisico … devo riempirmi di preda vittima da spolpare per giorni… ne cerco un’altra al prossimo incubo…

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né rispetto né nobile rigore dalle azioni dell’antropoide… il suo primevo interesse intende eliminare la specie felina dalla fauna… con astuzia odio e prepotenza m’impone di sloggiare dai territori del mio habitat… ma mi preferisce assassinato…

Strilli De Palchi non si cancella nienteStrilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secolo11

né coraggio… con la sua eccessiva vanità che mi bracchi e provi uccidermi a zampe vuote… che usi zampe e mascelle contro le mie zampe e mascelle… sarebbe un dovere di nobile parità… il vile di vile genia attacca armato di lancia l’antichissimo potente leone che sono… gli strappo il corpo a pezzi e brandelli e con disprezzo lo abbandono agli sciacalli e agli avvoltoi…

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posa con il piede destro sul fianco della mia esecuzione ancora calda e con la mano sinistra tiene verticalmente l’arma… è la sua solita fiera posizione per una foto ricordo di caccia grossa… la camera oscura rileva l’eseguita premeditazione del mio assassinio… il suo muso sanguigno presume che io sono il millesimo trofeo da esibire volgarmente esiliato tra scaffali di volumi che narrano storie di caccia… l’antropoide femmina non consola affermando di dover uguagliare l’obbrobrio per rispetto e protezione di me leone… dall’inizio l’antropoide occupa e si stabilisce negli habitat eliminando la fauna e si meraviglia che alligatori felini orsi ritornino nei territori ancestrali dove abitarono per milioni d’anni prima e dopo la presenza ignobile dell’antropoide…

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anch’io ho la mia gloria di caccia nella savana e nella giungla con I’intenso piacere di braccare l’antropoide ammutolito dal terrore… non è destino il mio di vanagloria e di ferocia ma della scellerata selezione… aggredire in corsa la preda mentre scappa strillando è il premio della mia fame… abbracciato all’albero che tenta di arrampicare si sfiata esausto… la sentenza viene dalle scritture dettate ai folli dall’autoelettosi ente supremo: occhio per occhio dente per dente…

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ci sarà mai la stagione di caccia libera all’antropoide?… nessun altro animale è inferiore a lui senza valore monetario…

ha scelto di non averne per proteggersi dal possibile profitto al mercato scientifico dei suoi organi… al mercato industriale della sua pelle sottile in borsellini e altri oggetti turistici… pelle che io re della giungla prigioniero nei giardini zoologici rifiuto in disgusto di masticare… vivo l’antropoide ha valore pecuniario dello schiavo al mercato degli schiavi… ne ha da morto per funzionari e prefiche del lutto… ma questa volta azzampo il mio servitore zoologico e con furia sportiva lo sbrandello dentro la mia gabbia…

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lo disprezzo e lo odio per la sua passione di cacciare con un’arma che lo incoraggia a confrontarmi e abbattere facilmente anche fauna gentile e timida… la sua specie è maledetta nella mia succube fame… desidera la mia bellissima testa trofeo appeso alla parete… io desidero strappargli arto per arto dal corpo e dal petto estrarre a strattoni mascellari il cuore vile e dallo stomaco fegato milza e budella… la carogna ha il muso di morto ignobile che schifa la mia morte… il suo gene perdura malefico sul pianeta mausoleo che integra ogni specie di fauna e flora nella propria totale eliminazione

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sempre per l’ultima volta lo inseguo perché mi veda e sappia che lo controllo in velocità… a se stesso dio misero involucro di magma urla aiuto… se ha un’arma non si aiuta strillando dove non trova protezione… sa delle mie mascelle regalmente atroci e che esigo giustizia mentre stenta a infliggermi un proiettile nel fianco…

da Genesi della mia morte (1-16 novembre 2015)

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È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie… nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord…

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte…

2

antropoide nemico dell’antropoide determino che sei il prototipo della femmina sensitiva e intuitiva più del figuro maschile Tod a nord… massiccio barbaro più temibile di te femmina alle centurie di Germanicus… la danza del Tod risplende massiccia nelle vampe che leccano via ingiustizia e ceneri dai forni… di tutti incolpevole arrivi all’istante deleterio dentro cui a ciascuna esistenza abbassi le palpebre…

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autunno 1944 a Villabartolomea soldati tedeschi e brigatisti neri ritornano dal rastrellamento di sbandati nel fondo delle valli basso Veronese… la mia bionda compagna Ginetta mi avverte di non andare al traghetto sull’Adige… tramite la compagna tu mi fai evitare una raffica di pallottole proveniente dal traghetto e finita a bucare due brigatisti all’attracco… alla compagna ventenne mai chiedo di chiarire il mio sospetto… ci vogliamo bene e tu che mi proteggi sai se il bene talvolta è più forte del male…

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27 aprile 1945… quattro energumeni antropoidi armati di pistole e parabellum mi si piazzano a pochi passi davanti… io adolescente antropoide in disfatta guardo i quattro musi incerti se fucilarmi in piazza addosso una vetrina di tessuti… in fretta giungono dei soldati americani che impongono fine alla scena schiaffeggiando i quattro musi infazzolettati di rosso bifolco al collo… nelle carceri mandamentali mi schiazzano la schiena a cinghiate di cuoio… steso sul pavimento di legno mi scarponano mi bruciano le ascelle con fogli de L’Arena… e mi forzano a ingoiare una scodella di acqua sapone e peli di barba… tu salvatrice che senti i miei urli di aiuto mi liberi dal loro male uno alla volta entro due mesi… chi in motocicletta si schiaccia sotto un camion… due che annegano nell’Adige… e Nerone Cella nome e cognome      anagrafico condannato per rapina a mano armata e violenza carnale… e sei anni più tardi liberi me dal mio autunnale maleficio nella Senna…

dalla sezione L’antropoide (13–31 dicembre 2015)

1

Due geni opposti in combustione nel magma dopo l’estinzione dell’epoca giurassica è arcano errore o mostruosa deficienza della grande fertile madre… oppure originaria violenza in evoluzione del genere Ardipithecus nel dissimile gene femminile… chissà come all’inizio di 5milioni 600mila anni nasco in una luce di neve il 13 dicembre… approssimativa data dell’originale genia grottesca e prototipo esemplare della faunesca razza immediata usurpatrice del pianeta terra…

2

13 dicembre mio anniversario e di Lucia orba più della mia cecità ed eredi di una antichissima Lucy Ardipithecus… con i miei connotati scimmieschi di Antropoide non mi impedisco di predicare da ogni roccia energicamente tstststststs le mie regole alla completa fauna che urla stride ruggisce rivendicazioni contro la mia presunta superiorità… tutto appartiene a me dio immagine col muso che è il mio…

3

a tempi lentissimi progredisco dall’epoca Australopithecones Australopithecus sadiba che spaziano 4–2.5m e 1.98m di anni… Antropoidi appartenenti all’immensa varietà di animali e insetti della fauna/…

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l’epoca Homo Habilis 2.3–1.4m di anni mi onora all’abilità che durante le prime epoche non avevo… a quella data ho l’abilità di usare meglio le zampe anteriori che nessun altro animale può imitare… riuscire a legare pietre spuntate a rami da lanciare per assassinare “homo habilis” antagonista e altra più facile preda innocente…

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quando arrivo all’epoca Homo Erectus 1.8–1.3m suo ospite per 500mila anni mi trovo a camminare e correre in pena a schiena dritta dietro la vittima… la lotta termina soltanto se la vittima spande sangue finché è vuota… più come Antropoide per un lunghissimo periodo pratico indizi di primitive scoperte e di attimi incoscienti d’intuizioni… e continuo a rimanere indifferente al bene e al male della fauna aggravata dalla grande madre indifferenza…

6

nella seguente epoca faccio un altro salto e mi promuovo Homo (Sapiens) Neanderthalensis 0.6–30.000… sono così tanto progredito e migliorato?… realtà è che la belva sono io Antropoide con barlume d’intelligenza che mi rende più efferato… comincio a pensare e avere coscienza di cosa posso commettere, quali delitti contro tutti e distruzioni di tutto l’habitat dei sottovalutati alla mia superiorità…

Strilli De Palchi Fuori dal giro del poetaStrilli De Palchi La poesia anticomplessa e commerciale7

L’Antropoide non smette di onorarsi facendo un altro salto e di adottare un altro ultimo titolo scientifico in latino… Homo Sapiens (Cro-Magnon man) 35.000–presente … è un epiteto che mi offende ed è un epigono sfacciato di me stesso virulento e virtuoso di vanità e di figurarmi “homo” repulsivamente vile…

realtà è che “homo” è l’Antropoide che sono bellicoso animale della fauna eternamente in evoluzione… vi sarà un’altra epoca che avrà un altro titolo scientificamente progressivo in latino… per l’attuale epoca definirmi ipocritamente uomo umano umanitario è voce servile significante solo violenza …

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con la borsa di pelle dell’animale che ho brutalmente assassinato mi reputo elegante… eleganza è mistero di natura e l’animale assassinato era naturalmente elegante con la sua pelle addosso… cosa sono con quella bora per un animale se non beccaio… sono elegante con un coltello affilato in mano e sventrare per svestire chi indossa con eleganza la propria pelle lussuosa?… io Antropoide antagonista ho pelle schifosa di nessun valore nemmeno quello di tenermi caldo… sono l’infimo cialtrone attratto alla lode del cialtrone dedito a proporre il male…

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l’epoca del “presente Antropoide” milioni di anni evoluzionari dopo è cambiata figurativamente soltanto di maniera soprattutto losca… però reagisco spinto dall’originario istinto del sovvertire la verità ancora insipiente migliorare in peggio la crudeltà e smentire la dinamica ecologica delle specie…

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il taglio del vestito blu sembra darmi eleganza… sembra… ma è che sono goffo l’infelice errore dichiaratosi “homo” questo e quest’altro… in un momento preciso della esistenza millenaria e miserabile divento “Homo Sapiens” … sapiente di che di sapermi finalmente grottesco? di voler coscientemente violentare il completo naturale? …

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della preistorica genitrice abbandonata e dimenticata nei milioni d’anni non so nulla neanche supporre della sua esistenza negata come succede solitamente dal pronipote… osservando i miei connotati somatici è convinzione che sia la bonomo scimmia di notevole attività sessuale… come pronipote Antropoide mi vanto agitatore e super erotico egomaniaco… egomaniaco fallimento che la Bonomo non esperienza… sempre esulta con entusiasmo ridendo a strilli tctctctctctc del mio fallimento… mi oscuro nel muso in espressione d’ignoranza e in gesti d’ignominia e di rabbia che il pianeta smette di ruotare in me con mistero…

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ogni mattino allo specchio senza riconoscermi il muso m’informo della mia apparenza… sono alto attraente apprezzabile elegante moderno progressista?… se giudica un Antropoide ciarlatano sospetto che la massa punta coltelli pugnali e altre versioni di deficienza alla mia schiena di cialtrone di unanime eguaglianza… . .

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in mezzo al calore di due animali l’Antropoide Gesù nasce oggi

di ogni anno e s’impone al suo nativo mondo prima di saper parlare… stelle e lunatici pastori scendono da dovunque sulla stalla e si appropriano dei due animali per una spettacolare espiazione… folle planetario trasforma superstizioni cruente in bontà carità generosità giustizia e perdono… miracola chi si crede miracolato rivoluziona religione di un dio incredibilmente punitivo quanto chi l’ha immaginato a sua immagine… perdona suggerendo ai suoi seguaci punitivi “l’Antropoide senza peccato scagli la prima pietra”…

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come sin dall’inizio il predatore del pianeta scaglia di continuo la prima pietra… ripete l’invito a buttare pietre accusatorie spaziando per millenni nella sua collerica psiche… il principe della pace si allontana nel deserto a parlare con il malefico e di ritorno nell’oliveto subisce flagelli insulti sevizie sputi e rinneghi… crocifisso dall’Antropoide per l’occasione il cielo tuona lampeggia e scroscia acqua e poi sale ancora vivo al cielo con l’arcobaleno… è il simbolo eccelso e fallimento del bene della grande madre sul male in excelsis…

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mi lagno? … so che nel mio sistema con milioni d’anni di fisime e di imbrogli speculo su crimini e maldicenze senza venir punito

… è l’unica volta che mi vedo Antropoide dritto in piedi imbarazzato.

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agitatori architetti artisti filosofi legislatori medici poeti profeti religiosi rivoluzionari scienziati scrittori… tutti profittatori… dagli ignoti della preistoria ai contemporanei bussano invano al portone dell’ignoranza di bilioni di Antropoidi … in minoranza i meglio dotati falliscono di ammaestrare elogiando i divoratori e devastatori del pianeta …

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io che ne avverto l’enigma e in rivoluzione mi adopero a capovolgere arti pensiero e scienze della mia razza habilis Antropoide determino la eliminazione di tutte le specie della fauna ed essere l’unica specie superstite del pianeta… finalmente sola e dedita a torturare e assassinare se stessa… la pazzia appartiene alla mia specie rimasta sola e unica al pianeta che gli occorre immenso spazio perché le creazioni distruttive dell’Antropoide sapiens trovino qualità terrestri… sì, maniaco e malvagio anelo incoerentemente finis mundis…

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vigilia demenziale di capodanno del solo mondo Antropoide plebeo che esulta alla sacrificale carneficina erotica… sacrificio demente a coriandoli e stelle filanti e trombette dell’ipocrita che svuota il ventre di gridi e lo riempie di carni … ciascuna versione religiosa ha un inventario di nefande convenzioni e leggi terroristiche potentemente ispirate da lebbrosi… ciascuna versione si poggia sul corpo martoriato del proprio Antropoide gesù figlio dell’Antropoide dio inviolabile violenza delle superstizioni… il canceroso male è l’unica cura del pianeta…

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a mezzanotte capodanno d’ogni continente esplode di fuochi artificiali … festeggia con fuochi nel cielo nero che nasconde stelle inarrivabili negli occhi di chi esulta… l’Antropoide africano asiatico caucasico si ammassa sulle strade e piazze sventrandosi di risate e gridi e insudiciarsi nella eguaglianza del razzismo planetale… Io Antropoide simbolo del male peggiore dalla finestra guardo il “globo” scendere a Times Square di Manhattan 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1… come fa un sasso lanciato nell’acqua il fondale del pianeta esplode allargando a cerchi l’irradiazione della massiva potenza nucleare.

Costantina Donatella Giancaspero Teatro dell'OperaCostantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

22 commenti

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22 risposte a “Alfredo de Palchi, Testi scelti da Estetica dell’equilibrio, Milano, Mimesis Hebenon, 2017 pp. 80, € 10, con una Interpretazione di Donatella Costantina Giancaspero

  1. marco-eugenio cosolo petrucco

    talvolta credo che i punti di equilibrio siano essenziali coerenti e corretti per proseguire un sentiero avanti ed oltre le parole

  2. gino rago

    Questo dialogo è un contributo alla interpretazione di Costantina Donatella Giancaspero sulla poesia di Alfredo de Palchi

    Gino Rago – Giorgio Linguaglossa

    Un dialogo a distanza sulla poesia di Alfredo de Palchi e sulla poesia italiana contemporanea proiettata

    VERSO UN NUOVO PARADIGMA ESTETICO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27256
    La Introduzione di Giorgio Linguaglossa non lascia margini ad ulteriori dubbi: si è chiusa in modo definitivo la stagione del post-sperimentalismo novecentesco, si sono esaurite le proposte di mini canoni e di mini progetti lanciati da sponde poetiche le più diverse ma per motivi, diciamo, elettoralistici e auto pubblicitari, si è esaurita la questione, la stagione dei «linguaggi poetici», anche di quelli finiti nel buco dell’ozono del nulla; la poesia italiana sembra essere arrivata ad un punto di gassosità e di rarefazione ultime dalle quali non sembra esservi più ritorno. Questo è il panorama se guardiamo alle pubblicazioni delle collane a diffusione nazionale, come eufemisticamente si diceva una volta nel lontano Novecento. Se invece gettiamo uno sguardo retrospettivo libero da pregiudizi sul contemporaneo al di fuori delle proposte editoriali maggioritarie, ci accorgiamo di una grande vivacità della poesia contemporanea. È questo l’aspetto più importante, credo, del rilevamento del “polso” della poesia contemporanea. Restano sul terreno  voci poetiche totalmente dissimili ma tutte portatrici di linee di ricerca originali e innovative.
    Molte delle voci di poesia antologizzate vibrano, con rara consapevolezza dei propri strumenti linguistici, in quell’area denominata L’Epoca della stagnazione estetica e spirituale, che non significa riduttivamente stagnazione della poesia ma auto consapevolezza da parte dei poeti più intelligenti della necessità di intraprendere strade nuove di indagine poetica riallacciandosi alle poetiche del modernismo europeo per una «forma-poesia» sufficientemente ampia che sappia farsi portavoce delle nuove esigenze espressive della nostra epoca. Innanzitutto, il decano della nuova poesia è espressamente indicato nella persona di Alfredo de Palchi, il poeta che con Sessioni per l’analista del 1967, inaugura una poesia frammentata e proto sperimentale, una linea che, purtroppo, rimarrà priva di sviluppo nella poesia italiana del tardo Novecento ma che è bene, in questa sede, rimarcare per riallacciare un discorso interrotto. Un percorso che riprenderà Maria Rosaria Madonna con il suo libro del 1992, Stige, forse il discorso più frammentato del Novecento, dove il «frammento è l’intervento della morte dell’opera. Col distruggere l’opera, la morte ne elimina la macchia dell’apparenza»(T.W. Adorno Teoria estetica, 1970 Einaudi).
    Un discorso sul «frammento» in poesia ci porterebbe lontano ma ci aiuterebbe a collocare certe opere del Novecento, come quella citata di de Palchi con l’altra di Maria Rosaria Madonna.
    In un certo senso, questa Antologia vuole riallacciare un «discorso interrotto», collegare i «membra disiecta», capire le ragioni che lo hanno «interrotto» per ripartire con maggiore consapevolezza da un nuovo discorso critico della poesia del secondo Novecento. Forse adesso i tempi sono maturi per rimettere al centro della poesia italiana del secondo Novecento poeti come Alfredo de Palchi,Angelo Maria Ripellino ed Helle Busacca, ma anche Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher ingiustamente dimenticati. Ne uscirebbe una nuova mappa della poesia italiana. In fin dei conti, questa Antologia vuole essere un contributo per la rilettura della poesia del secondo Novecento.
    Se c’è una unica chiave di lettura della poesia del Presente essa sta, a mio avviso, nello spartiacque rispetto alle Antologie storiche come Il pubblico della poesiadel 1975 a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che apriva ad un’epoca della «poesia-massa» e ai poeti «uomini di fede», non più «intellettuali» a tutto tondo come quelli della precedente generazione poetica. I poeti dell’epoca della stagnazione sono dei solisti e degli isolati, sanno di essere fuori mercato e fuori moda, sanno di essere dei reperti post-massa e ne accettano le conseguenze:Annamaria De Pietro, Carlo Bordini, Renato Minore, Lucio Mayoor Tosi, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Antonio Sagredo, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Steven Grieco-Ratgheb,  Edith Dzieduszycka, Mario M. Gabriele, Stefanie Golisch, Ubaldo De Robertis, Guglielmo Aprile, Flavio Almerighi, Gino Rago, Giuseppina Di Leo, Giuseppe Talìa (ex Panetta)sono autori non legati da rapporti amicali o di gruppo, personalità indipendenti che si sono mosse da tempo e si muovono ciascuna per proprio conto ma in direzione d’un eurocentrismo «critico » e dunque proiettate oltre la crisi, oltre Il postmoderno, oltre il problema dei linguaggi poetici epigonici.
    Alcuni autori fanno una poesia del presente ablativo (Flavio Almerighi, Giulia Perroni, Luigi Celi, Adam Vaccaro, Antonella Zagaroli), altri adottano lo scandaglio mitico del “modernismo” europeo:  si  guarda a  narratori come Joyce con l’Ulisse, a Salman Rushdie con Versetti satanici (1998), a T.S. Eliot con La Terra Desolata, ma anche a Mandel’stam, Pasternak, Cvetaeva, agli svedesi Tomas Tranströmer , Lars Gustafsson, Kjell Espmark, ai polacchi Milosz, Herbert, Rozewicz, Szymborska, Zagajewskij, si rivisitano alcuni miti da traslare nello spirito del contemporaneo. Poesia che adotta il  metodo mitico come allegoria del tempo presente (Rossella Cerniglia, Francesca Diano,Giorgio Linguaglossa, Gino Rago) con esiti notevoli. Si tratta di autori nuovi ma non più giovanissimi né nuovissimi, l’aspetto più appariscente è l’assenza dei poeti delle nuove generazioni, e questo è un elemento degno di essere sottolineato e approfondito che consegno alla riflessione dei lettori.
    C’è una diffusa consapevolezza della Crisi dei linguaggi e della rappresentazione poetica quale dato di fatto da cui prendere atto e ripartire; sono i poeti «abilitati dalla consapevolezza della frammentazione dei  linguaggi e della dis-locazione del soggetto poetante» – come giustamente segnala Giorgio Linguaglossa in Prefazione – sono i poeti antologizzati che spingono il metodo mitico nella forma del «frammento», accelerando la crisi di quell’ «Io» non più centro unificante delle esperienze, né più unità di misura del reale, ma ente frantumato, disgregato della realtà nella quale una certa «coscienza» di ciò che è da considerarsi «poetico» è tramontata forse irrimediabilmente ed ha smesso d’essere luogo della sintesi. L’«io» è stato de-territorializzato definitivamente, e di questo bisogna, credo, prenderne atto e tirarne le conseguenze.
    Direi che la nuova poesia guarda con interesse ai nuovi indirizzi della fisica teorica, della cosmologia, della biogenetica, in una parola pensa ad una nuova ontologia del poetico
    Roma, agosto 2016
    Ulteriori, importantissime notizie  possono essere attinte dalle preziose meditazioni critiche di Luigi Celi intorno a Come è finita la guerra di Troia non ricordo  su altre voci poetiche di rilievo presenti  nell’Antologia di Poesia Italiana Contemporanea, postate su L’Ombra delle Parole del 18 luglio 2016.
    Gino Rago

    Postilla di Giorgio Linguaglossa 

    VERSO UN NUOVO PARADIGMA POETICO

    Cambiamento di paradigma (dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza), è l’espressione coniata daThomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante.

    L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.

    Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck: «Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”
    Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

    Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

    Possiamo dire che quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed  inizia una poesia topologica che integra il fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili) ed il fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un concetto di reale e di finzione separati), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio” (per dirla con un termine nuovo).
    Giorgio Linguaglossa

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27257
    Ogni volta che leggo un poeta grande come De Palchi , vengo trascinata dentro un vortice che si fa vivente della natura umana e del mondo selvaggio . I miei complimenti vivissimi a Costantina per la disamina davvero minuziosa. A proposito, come faccio a ordinare il libro? Grazie. Cari saluti a tutti voi.

  4. Visto il sito per l’ordine. Grazie.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27262
    «Perché maestro sono giunto a te ora che ho perduto la strada e non so più andare né avanti né indietro? Qual’è la mia stella? C’è ancora una stella per me che sono l’ultimo dei reietti? Io sono un cane che non sa far altro che abbaiare e sbattere la coda a destra e a sinistra, destra e sinistra. (…) Qual’è la mia stella, quella buona? (… ) Ecco, io adesso cammino come camminano i ciechi, come cammina quella stella, con le braccia a tentoni. Cerco di afferrare il buio (… ) Un muro invalicabile, come il sonno. (…) Tornerà il mio angelo? (…) Non è meglio vagabondare, errare da una soglia all’altra, da un lupanare all’altro, perdersi, senza ritorno? E poi perdersi di nuovo? E’ questa la mia sorte? (….) Ah, io lo so, maestro, perché tu non rispondi alle mie domande. Io lo so».
    (Giorgio Linguaglossa – La filosofia del tè)

    Qui siamo, esistenzialmente, al nichilismo di fatto.
    L’altra sera ho tolto l’audio alla Tv e sono rimasto a guardare le persone che parlavano in un talk show: pura immaginazione, autentica irrealtà…
    su questo fronte, del nichilismo, mi trovo spaventosamente bene. E’ la morte di Dio, a cui va aggiunta l’illusorietà. Qualsiasi illusione.
    Ora, dopo aver letto La filosofia del tè, non mi resta che guardare l’umano con gli occhi di De Palchi, e il gioco sarà completo. Ma già Hieronymus Bosch ne trattava, di questa istintiva bestialità…
    Sia nella poesia di Linguaglossa che in queste di De Palchi ho ritrovato la “poesia in prosa” di cui parla, a ragione, il poeta veronese. Confesso di non averne mai scritta fino a ora, con coscienza, perché, pur utilizzando contemporaneamente i due generi, li ho sempre tenuti in me ben separati. Continuerò a farlo perché così mi va, ma ora tutto mi sembra più chiaro. Nichilismo, Es, istinti primordiali, è tutto concatenato. Il volo in quel che si credeva fosse un precipizio è invece, non un’altra visione della realtà, ma la realtà nuda e cruda…

  6. caro Lucio Mayoor Tosi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27265
    Alfredo de Palchi da autentico poeta, intuisce, anche abitando al di là dell’Atlantico, come stanno le cose nel nostro paese. Lui vive da esiliato, e spesso il punto di vista dall’esilio offre ragguardevoli vantaggi rispetto a chi abita nella patria che ha decretato l’esilio. Dall’esilio le cose si vedono molto più chiaramente che non in patria.

    È la storia il luogo in cui si dà lo spettacolo dell’essere scrive Severino. Un essere che appare e scompare, infatti, «la dialettica non è l’essenza dell’essere in quanto è, ma dell’essere in quanto appare» (p. 197).*

    Per Severino, il disfacimento del corpo non ne è l’annientamento, ma solo il modo con cui il corpo si porta al di fuori dell’apparire dell’essere. È perciò eterno anche l’apparire dell’essere. Ora, l’eterno apparire della verità dell’essere chiama in causa proprio l’êthos, ossia la dimora originaria dell’uomo, il logos. Intendendolo come Parola, esso si offre nella sua immediata e pervasiva potenza. «La Parola si annuncia esplicitamente come Parola di Dio e quindi come assoluta» (p. 279).*

    Una Parola che riscatta l’uomo dall’isolamento e dall’alienazione causati dalla deriva nichilistica. Aprirsi all’ascolto della Parola NON significa superare il bivio posto all’origine della filosofia occidentale, NON significa recuperare quella «dimensione originaria», quella dimora in cui gli opposti non si annullano l’un l’altro ma convivono nella superiore unità dell’essere. La parola NON giunge né mai potrà giungere ad alcuna «struttura originaria» perché abita il palcoscenico della storia che custodisce l’essere e gli enti.

    Non c’è alcuna «dimensione originaria» che la Parola (Logos) può raggiungere ma soltanto quella che, volta per volta, si dà nella storia. – de Palchi è giunto a pronunciare la parola della bestemmia e dell’invettiva contro il suo paese perché questa parola è quella più adeguata allo spettacolo dell’essere che la storia concede. Stare qui a distinguere se è poesia o prosa con il centimentro del perbenismo educato dei letterati della domenica è ozioso e anche insultante rispetto al livello dell’invettiva e della dannazione scagliata da de Palchi all’indirizzo dell’Italia, dei suoi abitanti e dell’homo sapiens.

    L’uomo ha perso la dimora. Di qui il nichilismo di de Palchi. Dio non soltanto è morto, ma è stato dimenticato, è diventato un nome nell’elenco telefonico dell’aldilà. Gli uomini (l’Italia) hanno perso la propria dimora. Lo stesso concetto di «poesia» è un qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare.
    Non c’è altro da dire.

    *1 Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1982

    • Caro Giorgio,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27267
      leggo le poesie di Alfredo De Palchi con l’interesse che provo per poeti del calibro di Ezra Pound o Tomas Tranströmer, con la stessa curiosità che potrei avere per un’importante scoperta scientifica. Non mi riesce di pensare alla poesia di De Palchi solo per l’ingiustizia umana e culturale che ha dovuto subire; sono cosciente che, in modi diversi, quell’ingiustizia riguardi tutti coloro che hanno tentato e tentano di liberarsi dal giogo che ci viene imposto dalla tradizione resa asfittica nel nostro bel paese di conservatori e privilegiati di varia estrazione e natura. Oltre a questo, e andando oltre l’invettiva, penso a De Palchi come a un pioniere. Ma un pioniere non è tale solo in determinate circostanze: un pioniere è pioniere sempre. Penso che Alfredo De palchi avrebbe scritto come scrive in ogni caso, malgrado tutto e tutti. Nel panorama della poesia italiana, De Palchi è stato nuovo e, senza mai ripetersi, è nuovo ancora oggi, inevitabilmente, perché questo è il suo temperamento, queste sono le sue caratteristiche. Quindi, seppur maldestramente, prendo seriamente in considerazione quanto dice nella nota introduttiva: che questa sua “È poesia in prosa, stile direi ignorato dai poeti italiani, i quali, se il materiale non è in versi, è semplice prosa”. Però, su questo fronte, leggendolo io ne traggo delle indicazioni; ad esempio che bisogna essere quanto più possibile chiari e diretti; ma soprattutto stringere sul linguaggio, cosa questa che non a tutti sempre riesce, nemmeno tra gli innovatori.
      Sempre nella sua nota introduttiva scrive: “Naturalmente per me autore sono verità rivelate dalla realtà repellente dell’uomo dai suoi primordi al presente”. Questo mi ha fatto pensare che non si tratti solo di invettiva, e che si tratti piuttosto di una sua personale interpretazione del mondo e dell’umanità: “Ovviamente, io sono autore, soggetto, e repellente protagonista uomo”. Basta guardarsi attorno per dovere ammettere che ha ragione. Poi, certo, non tutti gli umani sono messi così male. Lo dimostrano le storie di tanti, tantissimi individui che hanno pagato il prezzo troppo salato di stare al mondo e che contro questo si sono battuti, anche a costo della vita.

  7. Caro Lucio Mayoot Tosi,
    cito Jung, un autore a me estraneo ma molto vicino alla sensibilità di molti. Scrive Jung:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27270
    «l'”arte” significa realmente qualche cosa? Forse l’arte non “significa” nulla; forse non ha alcun “senso”, almeno nell’accezione che noi diamo qui a questa parola. Forse essa è come la natura, che semplicemente “è” e non “significa” nulla».1]

    Parole intelligenti, senza dubbio, che sgombrano il campo dalle macerie dei pensierini che di solito vengono pensati intorno all’arte e alla poesia.

    Mi chiedo: Che cosa significano queste «invettive» di Alfredo de Palchi? E rispondo: Nulla, non significano nulla, non hanno alcun «senso», non obbediscono al «senso» che orienta la nostra vita quotidiana, l’arte e la poesia non servono ad orientare la vita quotidiana, sono un fatto, un accadimento. Non credo che Donatella Costantina Giancaspero con la sua nota di lettura abbia voluto apprestare un «senso» o un «significato» al libro di de Palchi, credo che abbia voluto tracciare le coordinate categoriali mediante le quali si può accedere al libro. In modo analogo, il commento di Gino Rago (che ha ripreso miei precedenti commenti) è indispensabile per comprendere la nostra ottica, di noi della «nuova ontologia estetica».

    Il libro è (e questo è paradossale) una confessione rabbiosa e orgogliosa fatta ad alta voce, una confessione che può fare soltanto chi ha vissuto intensamente e abbia ben compreso i propri simili, le miserie e le viltà dei propri simili. Il libro vuole essere una testimonianza, e le testimonianze sono indispensabili perché prima o poi qualcuno dovrà fare un processo alla mediocrità della nostra epoca, no? qualcuno dovrà pur scriverlo questo processo, e farlo. In tale ultimo caso il libro di de Palchi sarà indispensabile per ricostruire il concerto delle sciocchezze dei letterati di oggi e tracciare le differenze.

    1] In Psicoanalisi e estetica, a cura di Alessandro Pagnini, la psicologia analitica e l’arte poetica di Carl Gustav Jung Firenze, Sansoni, 1973, p. 39

  8. Adeodato Piazza Nicolai scrive
    a Giorgio Linguaglossa (calzolaio della poesia)

    VERSO LA LINGUA-KOINÈ DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27273
    […]
    Nato anni dopo di Ungaretti NON ad Alessandria d’Egitto ma ad Istanbul, certamente avrà respirato l’aria salmastra marina rigeneratrice di quell’antica città; non sono certo in quale quartiere sia stato cresciuto né quando arrivò nell’Eterna Città tiburtina … Poeta crittografo e letterato ha fagocitato l’atroce calvario pseudomafioso dei baroni-padroni imbullonati alle poltrone.
    […]
    Sull’Ararat ha ri-cercato la barca del NOE per quasi tutta la vita e l’ha riscoperta nell’ombra della palabra-parola…
    […]
    Il discorso poetico della mia storia che è marcato da una barratura, da un bianco, abitato da un certo tipo di menzogna che si chiama “verità” della poesia nelle sue svariate versioni: poesia onesta, poesia orgica, (poesia orgogliastica) poesia sperimentale, poesia degli oggetti poesia della contraddizione, (poesia della sottrazione), poesia del minimalismo (e dell’animalismo), poesia del quotidiano, (poesia dell’onirico) etc.; è il capitolo censurato di quella Interrogazione che non deve apparire Per nessuna ragione (e/o stagione …)
    […]
    Poeta crittografico, saggista letterario illuminato, ciabattino delle ombre, operaio fedele alla propria visione ha riscritto il sudario, scalfito ogni calunnia e male-dizione regalatagli dal suo paese immaginario/reale. Leale alle sue ali e agli amici della N.O.E.. (della quale anch’io ne sono proselita);
    Giorgino, hai spalancato finestre portoni androni meandri giardini percorsi con spifferi oriundi e forse un poco invidiati da certi poetanti dalle dita storpiate e maciullate dall’arcaico pluripassato.
    […]
    Sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista sulla nuova ontologia estetica, dopo la valanga di commenti, poesie, rilievi che sono piovuti in coda al suo articolo. Ormai questo nuovo modo di intendere il testo poetico è una realtà, la poesia italiana si è rimessa in moto (con quali risultati lo vedremo, ma già alcuni risutlati sono sotto gli occhi di tutti). …
    ...La Nuova Poesia della N.O.E. è già di per sé un fatto nuovo, direi travolgente, travolgente (…) per la stagnante poesia italiana di questi ultimi decenni. Un fatto epocale, storico, in fin dei conti. Come scritto da molti poeti qui intervenuti, già da tanti anni i singoli poeti cercavano nuove vie, nuovi mezzi di espressione…Io dico sempre che il nostro punto di riferimento deve essere l’Acmeismo degli anni dieci del novecento, il movimento che ha cambiato il volto della poesia del novecento (non solo russo). ….
    […]
    Guerriero della Lange/Koinè saussurriana tu non ti seimai autonominato né profeta né figliastro di Nostradamus. Percuoti come l’aquila e la procellaria il cuore delle nebulose, delle tempeste terrestri-marine-cosmi-comiche … Discendi sull’albero della scialuppa pegasiana, Ulisse postmoderno raccogli le penne dell’albatross il linguaggio dantesco aggiornato per il ventunesimo secolo.
    L’odio, l’invidia, le malelingue ti sfiorano appena e tu sorridi, come la Monnalisa, spuntano simile come l’ala di una libellula o della Mosca di Eusebio Montale. …Lavori appassionatamente ogni tua esistenziale stagione, non dando ragione ai ragli epocali.
    Di certo saprai solo tu laddove gettar l’àncora ancora, ancora ed ancora
    fino al traguardo dell’arcobaleno. …
    […]
    …l’IO NON-IO, sicuramente non deus ex machina, sarà la clessidra, la fulgida stella polare, la chiave gemella–unito all’amica di viaggio:
    bon voyage, see you soon
    my dear friend Giorgino.

    @ 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 24 novembre, ore 12:03-20:33

    Nota: Paragrafi in corsivo sono citazioni di G. L.

  9. caro Adeodato,

    il calzolaio della poesia ti risponde:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27275
    È molto semplice, le cose vengono a maturazione, è una legge universale. Dopo decenni di sonno profondo la poesia italiana si è rimessa in moto, io non faccio altro che quello che fa la levatrice, cerco di facilitare questo parto difficoltoso. Del resto, già nel 1954 la poesia in Europa era cambiata con la raccolta 17 poesie di Tomas Tranströmer. Il fatto è che qui da noi le traduzioni di Transtömer sono arrivate con 50 e più anni di ritardo… senza contare che pochissimi hanno capito che quella poesia cambiava tutte le carte in tavola.
    Del resto, a rileggere oggi un libro come Sessioni con l’analista di Alfredo de Palchi, pubblicato nel 1967, ci si accorge che lì c’era un nucleo della nuova poesia che però qui in Italia passò completamente inosservato. Io queste cose le ho spiegate credo a sufficienza nella mia monografia critica sulla poesia di Alfredo de Palchi, pubblicata nel 2016, chi è interessato può ordinarne una copia all’editore Progetto Cultura di Roma.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27277
    Concordo con due parole di Giorgio Linguaglossa, in riferimento all’opera di De Palchi:”testimonianza”e “confessione”. Parole riducibili anche ad una sola:”martire”,in cui si aggiunge una valenza ulteriore di dolore.De Palchi è “martire”di tutto quanto gli è accaduto sulla terra.Più fortunato di altri innumerevoli martiri, che non hanno avuto la forza e la capacità di esternare il loro calvario.

  11. COLPA DI ALFREDO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27279
    questo è il silenzio dell’ombra
    che devasta ogni suono e
    la realtà assale.
    il rito senza più sogno ha devastato il corpo della primavera, tutta.
    ed i fiori mazzo a mazzo, decapitati.

    this is the silence of the shadow
    that devours every sound and
    the assal reality.
    the dreamless dream ritual has devastated the body of spring, all.
    and flowers bunch of bunches, decapitated.

  12. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    con un mio personale omaggio ad Alfredo, Alfredo De Palchi.

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27283
    L’altro giorno, giovedì, l’annuale anniversario degli USA, Thanksgiving, ha festeggiato, ringraziando il malefico dio, il ricordo della strage di tacchini e di “pellerossa” commessa quando da una nave sbarcò una virulenta marmaglia anglosassone. Famiglie riunite s’ingozzano di tacchino e hanno il mio passionario augurio di soffocarsi.
    Il giorno dopo, venerdì, su L’Ombra delle Parole, vedo in vista una sorpresa significante: sentirmi onorato dal saggio di Donatella Costantina che interpreta Estetica dell’equilibrio. Onorato anche dei commenti, pure laterali. Non è facile digerire I miei testi, capisco che possono essere
    spiacevoli e farmi antipatico. In persona, sono tutt’altro: vecchio positivo gorgeous e di spirito simpatico. Nel suo commento, come sempre, Giorgio Linguaglossa mi analizza in maniera anche realistica sia pure in breve.
    Un immenso grazie e un abbraccio alle Signore e ai Signori.

    adp

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27293
    “Famiglie riunite si ingozzano di tacchino ed hanno il mio passionario augurio di soffocarsi”:l’ironia di De Palchi supera ogni vetta:Il momento più efficace è nell’espressione “famiglie riunite”,allusiva a mafie più mafie di tutte le mafie.Tra poco, però,pronubo il Santo Natale,anche noi faremo man bassa di capitoni, panettoni,e via elencando;poi ,superato l’incubo del Capodanno, sarà, finalmente, inverno.Potremo tornare a pane e olio,minestre di cereali,piccole verdure scure relegate in piatti minuscoli;io potrò finalmente arrendermi alla passione della Trappa,che da sempre mi seduce.

  15. poesia di Lucio Mayoor Tosi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27294

    Dietro di te – ma forse anche intorno a me? –
    qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi.

    E’ davvero strano, non esserci. Non lo sapevo,
    non me n’ero accorto.

    Mi sorprende sapere che non siamo veri.
    Che siamo pensieri. Senza me e senza te ma insieme.
    Forse al mondo un posto migliore di noi non si trova.
    Un posto vero, voglio dire, che non sia soltanto un’immagine.
    Un posto divino, che a toccarlo sia convincente.
    Una corporea entità.

    È davvero strano per me essere qui. Io e te.
    Tu che non sei, io che non sono e il mondo che sembra.

    Appunto dell’autore

    In questi giorni sto scrivendo davvero male, con fatica e tanti ripensamenti. E’ come disegnare svogliatamente, senza convinzione. Probabilmente qualcosa sta bollendo in pentola, qualcosa di cui ancora non so nulla.
    Intanto mi aggiusto l’idea, che sarebbe bello poter unire due modi di scrivere poesia: quello di Tomas Tranströmer con quello di Czeslaw Milosz. La resa in parole di Tomas con la volontà di dire che ha Czeslaw.
    Ai poeti squinternati come me, conviene, e fa senz’altro bene, guardare in alto.

    Commento
    Caro Lucio,

    questa prosa poetica o prosa in poesia o poesia in prosa, come dice Alfredo de Palchi, è una delle tue più riuscite. Tu riesci a comporre in un unico stile il periodare argomentativo con assiomi e lacerti aforistici e il periodare per immagini e per traslati. Questa è una tua caratteristica peculiare, non conosco nessuno, nella poesia italiana, che ti può stare dietro. E capisco anche il tuo tentativo di riunire in un solo stile polimorfo il periodare argomentativo di Milosz con le immagini di Tranströmer, quanto di più difficile si possa immaginare, ma sei sulla buona strada. Del resto sono proprio i parti difficili quelli che danno i migliori risultati. Complimenti.

    • Caro Giorgio,
      hai fatto caso? Il verso iniziale “qualcuno sta fingendo di esserci. Si notano i passi” a me ricorda un passaggio della Bibbia – magnifico romanzo – quando Adamo ed Eva si nascondevano, e viene detto che Dio passava da quelle parti. Proprio così. Strano, no? un Dio che cammina…
      Allo stesso modo, adesso, ci si sente all’inizio.

  16. iL PUNTO FONDAMENTALE è che
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27299
    la poesia di Lucio Mayoor Tosi è l’esatta erede del Surrealismo che noi in Italia non abbiamo mai avuto, però corretta con una buona dose di Milosz, di Transtömer, di ESPMARK, ma io ci aggiungerei anche di Petr Kral, di Ajvaz, etc…
    La nuova ontologia estetica passa anche di qui: attraverso il tentativo di riposizionare la poesia italiana ai livelli più alti della poesia europea, ma per far questo dobbiamo passare sopra il deserto di ghiaccio determinato dalla assenza di poetiche «forti» che nella poesia italiana mancano diciamo almeno a far luogo dagli anni settanta.
    È una scommessa incredibile quella che stiamo facendo. Non so se ci riusciremo, però la qualità della “Avanguardia senile” (dizione di Antonio Sagredo) non manca…
    Dimenticavo di dire che a me la poesia sembra geniale… quello che avrebbe voluto fare Raboni senza però riuscirci perché i tempi non erano maturi…

    • Ci sta anche Pavese, di Lavorare stanca. Rivisitato ma su quella scia. Quel Pavese, tanto omaggiato ma rimasto tra i solitari. E tra i solitari qualcun altro. Oltre a De Palchi, ovviamente. Non è che in Italia non ci abbiano provato…

  17. Giuseppe Talia

    La narrazione della propria vita o della propria vicenda spirituale, culturale, estetica, artistica di de Palchi trova una significativa retrospezione in quest’ultimo libro di commistione, Estetica dell’Equilibrio, Mimesis Hebenon 2017. Al pari del Tractatus logico-philosophicus (1921) di Wittgenstein, dove, almeno per il primo Wittgenstein, etica ed estetica erano un tutt’uno, de Palchi in questo suo ultimo libro, ribadisce l’assunto che la radice dell’etica è in un certo modo di vedere le cose, in un determinato atteggiamento verso la vita. La “ricerca su ciò che è bene”, in de Palchi, affonda nelle proprie vicissitudini umane, politiche, esperienziali, di forte impatto, non solo emotivo, per giungere ad una collocazione essenziale in cui non si cerca di stabilire una sorta di priorità dell’etica sull’estetica, piuttosto l’indagine speculativa intorno al comportamento umano si fonda con il “bello”, naturale, fin dai primordi, “ora rigoglioso di flora con foreste e giungle”, fino alla comparsa sul proscenio dell’antropoide, una creatura simile all’uomo, “in ascesa l’antropoide piano piano si adopera…”. L’antropoide di de Palchi, in effetti, ha solo le sembianze dell’uomo, per il resto ne incarna tutta la rozzezza d’intelligenza, la scarsità di elevazione spirituale, la mancanza di un ulteriore sviluppo nella catena evolutiva, “animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento”.

    In una scissione fondamentale che ricorda un certo Hemingway di “Morte nel pomeriggio”, il processo di immedesimazione e/o metamorfosi portato avanti da Alfredo, rielabora la nozione d’istinto gregario, traduce l’affermazione di Trotter secondo cui l’uomo è un animale che vive in gregge, che vive in orda, attraverso una netta presa di distanza dalla materia grezza, “per cacciare me, re della giungla, unisce un gruppo di antropoidi e mi assedia infilzandomi di lance…”.

    Il vecchio Re leone de Palchi risponde agli assalti armati dell’antropoide con le uniche armi letali in suo possesso, l’invettiva, le parole affilate, il ruggito rabbioso, l’intelligenza, la percezione o autopercezione del valore dell’assunto che, fin dalle prime mosse in campo letterario, La Buia Danza di Scorpione e Sessioni con l’Analista, ruota attorno ad alcuni gruppi tematici propri della storia personale e autobiografica del Poeta. L’ennesimo trattato del rapporto conflittuale e violento che si è costruito attorno all’autore nel tempo, si sposa perfettamente con l«estetica della morte», l’ «estetica del male» (D. C. Giancaspero), attraverso la prosa poetica senza vincoli formali, o meglio di poesia in prosa, come lo stesso autore ribadisce nella sua nota introduttiva: “È poesia in prosa, stile direi ignorato dai poeti italiani”. In effetti, dopo gli inizi postbaudelairiani, in Italia la poesia in prosa ha goduto solo di pochi accenni significativi, agli inizi del Novecento, con Boine, Campana, Cardarelli. Forse l’eccessiva letterarietà della prosa poetica ne ha delimitato l’uso e precluso uno sviluppo lineare, almeno fin qui, nella storia della nostra letteratura. Nel caso della poesia in prosa di “Estetica dell’Equilibrio” non si tratta di veri e propri crediti quanto di ottima compagnia: “Giunsi a scemare dal mio spirito ogni umana speranza. Su ogni gioia per stringerla alla gola ho compiuto il balzo sordo della bestia feroce” (A. Rimbaud, Una Stagione all’Inferno).

  18. Una delle prose (poetiche) più potenti che io abbia mai letto. È un resoconto stenografico, con paratassi e salti logici. Dopo più di settantacinque anni ritorna l’antichissimo fatto del male:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/24/alfredo-de-palchi-testi-scelti-da-estetica-dellequilibrio-milano-mimesis-hebenon-2017-pp-80-e-10-con-una-interpretazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-27389

    27 aprile 1945… quattro energumeni antropoidi armati di pistole e parabellum mi si piazzano a pochi passi davanti… io adolescente antropoide in disfatta guardo i quattro musi incerti se fucilarmi in piazza addosso una vetrina di tessuti… in fretta giungono dei soldati americani che impongono fine alla scena schiaffeggiando i quattro musi infazzolettati di rosso bifolco al collo… nelle carceri mandamentali mi schiazzano la schiena a cinghiate di cuoio… steso sul pavimento di legno mi scarponano mi bruciano le ascelle con fogli de L’Arena… e mi forzano a ingoiare una scodella di acqua sapone e peli di barba… tu salvatrice che senti i miei urli di aiuto mi liberi dal loro male uno alla volta entro due mesi… chi in motocicletta si schiaccia sotto un camion… due che annegano nell’Adige… e Nerone Cella nome e cognome anagrafico condannato per rapina a mano armata e violenza carnale… e sei anni più tardi liberi me dal mio autunnale maleficio nella Senna…

    Una storia sporca, purulenta che ha marchiato a fuoco le carni di Alfredo de Palchi. Ma quel marchio, diciamo così, è stato l’ago della bussola della sua sensibilità di uomo e di poeta, è attraverso quell’ago che il de Palchi di oggi può guardare allo spettacolo dell’«antropoide», il più funesto degli sciacalli che la natura nella sua matrice stocastica abbia confezionato… ma i più funesti tra tutti gli sciacalli sono i letterati italiani, quelli della domenica, contro di loro il feroce sarcasmo di de Palchi non ha requie, e non avrà mai requie.
    Comprendo bene il sarcasmo di de Palchi.

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