Questionario a cura di Giancarlo Stoccoro Otto Domande da Poeti e prosatori alla corte dell’Es, AnimaMundi edizioni, 2017 pp. 320 € 18 – con una Risposta alle Domande di Giorgio Linguaglossa con Due poesie di Mario M. Gabriele da In viaggio con Godot (Roma, Progetto Cultura, 2017) – Una poesia di Lucio Mayoor Tosi e Steven Grieco Rathgeb

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Il linguaggio è l’archivio della storia, la tomba delle muse: «poesia fossile»

Giancarlo Stoccoro, nato a Milano nel 1963, è psichiatra e psicoterapeuta. Studioso di Georg Groddeck, ne ha curato e introdotto l’edizione italiana della biografia   Georg Groddeck Una vita, di W. Martynkewicz (IL Saggiatore, Milano, 2005). Da parecchi anni, oltre all’attività clinica,  si occupa di formazione e conduce incontri sulla relazione medico-paziente secondo la metodica dei Gruppi Balint e ha  pubblicato diversi lavori su riviste scientifiche. Ha frequentato intorno ai vent’anni il circolo letterario comasco Acarya e sue poesie sono presenti nell’antologia Voci e immagini poetiche 3. Per le edizioni Gattomerlino/Superstripes è uscita nel giugno 2014 la silloge di poesie Il negozio degli affetti e in ebook presso Morellini Note di sguardo. Nel 2015 esce Benché non si sappia entrambi che vivere. Nel 2015 il saggio I registi della mente (Falsopiano), curato da Ignazio Senatore, contenente il lavoro Ciak. Si sogna! L’esperienza di Kiev.

 

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Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?

Otto Domande

1| Quest’anno (2016) ricorrono i 150 anni dalla nascita dell’ “analista selvaggio”, la cui celebre frase «non è vero che noi viviamo, in verità noi in gran parte veniamo vissuti» ha trovato eco nelle testimonianze di molti autori sulla nascita delle loro opere. Per citarne solo alcuni, Jean Cocteau affermava: «noi non scriviamo, siamo scritti»; Edoardo Sanguineti (che si riconosceva “groddeckiano selvaggio”): «si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere»; Edmond Jabès, forse il più dissacrante di tutti: «ho scritto un solo libro ed era già scritto».

Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?

2| Nel lasciarsi andare all’ascolto delle proprie intime profondità «si spalanca un abisso che può travolgere» (Andrea Zanzotto).

Poesia, questione d’abisso, come diceva Paul Celan? Se è vero che la poesia ha una base necessaria e autobiografica, legata forse a un trauma originario dell’infanzia (secondo Jean Paul Weber, ripreso da E. Sanguineti ne “Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo”) e sicuramente agli eventi significativi della nostra vita, ha per Lei anche una valenza salvifica?

3| «Nei sogni siamo veri poeti» (Ralph Waldo Emerson) ovvero «il poeta lavora» quando dorme (Saint-Pol-Roux). Per lo psichiatra esistenzialista e fenomenologo Ludwig Binswanger il sogno è una forma specifica di esperienza (Sogno ed esistenza), per il regista russo Andrej Tarkovskij la poesia è «una sensazione del Mondo, un tipo speciale di rapporto con la realtà». Quale relazione c’è per Lei tra sogno e poesia?

4| Con Freud i sogni sono diventati la via regia dell’inconscio e vanno contestualizzati attraverso l’interpretazione, per non restare lettere mai aperte come già si leggeva nel Talmud. Recentemente alcuni psicoanalisti ritengono più raccomandabile non solo e non tanto interpretare, cioè rendere conscio ciò che è inconscio, quanto giocare col sogno, sognare sul sogno e col sogno, rispettare l’illusione o per ampi tratti favorirla. Riguardo la poesia Elias Canetti, in Un regno di matite, ha scritto: «Giochiamo con i pensieri, per evitare che diventino una catena» e ha ammonito: «Triste interpretazione! Morte delle poesie, che si spengono per astenia quando vien loro tolto tutto quel che non contengono».

Lei è d’accordo o ritiene che l’Es venuto alla luce nella poesia necessiti ancora di essere decifrato? È fedele all’Es che erompe nella scrittura o lo tradisce traducendolo? O forse è applicabile alla Sua scrittura la parola tedesca “Umdichtung” (che significa una poesia elaborata a partire da un’altra)?

5| Il linguaggio è l’archivio della storia, la tomba delle muse: «poesia fossile». «Un tempo ogni parola era una poesia», «un simbolo felice» (Emerson). «Gli dei concedono la grazia di un verso, ma poi tocca a noi produrre il secondo» (Paul Valéry).

Oppure: «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente» (John Keats).

Come nasce la sua poesia e come si sviluppa?

Quali condizioni la favoriscono?

6| «Ogni pensiero inizia con una poesia» dice Alain ed è noto che nella storia dell’umanità la poesia ha preceduto la prosa.

La poesia ricorda l’infanzia dell’uomo e i poeti sono dei grandi bambini, degli «eterni figli» (tema ripreso anche da Sanguineti). Per altri versi, la poesia afferirebbe al codice materno mentre la prosa a quello paterno: la prima, secondo lo psicoanalista Christopher Bollas (ne: La mente orientale) è più legata alla presenza di pensieri-madre, «strutture (che) mantengono il tipo di comunicazione che deriva dal modo di essere della madre col suo bambino» con forma sintattica più semplice e più vicina al linguaggio orientale, la seconda al linguaggio occidentale e paterno, basato su espressioni verbali più articolate e complesse che ci lasciano meno liberi, sacrificando l’invenzione a favore dell’argomentazione.

Due mondi alternativi, la prosa e la poesia, o due parti che possono entrare in rapporto e/o in successione? Qual è la Sua esperienza al riguardo?

7| Il momento della scrittura o “l’attimo della parola” accade, per Peter Handke, in presa diretta con l’esperienza; per dirla con Borges (in: L’invenzione della poesia), «la poesia è sempre in agguato dietro l’angolo». E per lei? Ha anche Lei un taccuino che l’accompagna in ogni luogo?

8| C’è un altro aspetto del rapporto tra scrittura e Es che vorrebbe affrontare?

Hanno risposto alle domande: Franco Loi, Milo De Angelis, Maria Grazia Calandrone, Donatella Bisutti, Franca Mancinelli, Fabio Pusterla, Franco Buffoni, Umberto Piersanti, Laura Liberale, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Miro Silvera, Giovanni Tesio, Alessandro Defilippi.

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Resta però aperta la questione che se l’essere è impredicabile, il linguaggio si trova a colmare una distanza impossibile

Risposta a tutte le Domande di Giorgio Linguaglossa

La tradizione metafisica, ci dice Derrida, vede nell’essere un assoluto, una sostanza impredicabile perché presente in ogni predicazione.

Resta però aperta la questione che se l’essere è impredicabile, il linguaggio si trova a colmare una distanza impossibile. L’essere cioè diventa la condizione, il presupposto incluso tuttavia trascendens il linguaggio. Dire che il «linguaggio è dimora dell’essere» (Heidegger) se da un lato esclude la possibilità che l’essere possa essere detto dal linguaggio come una referenza diretta, dall’altra tende a porre l’essere stesso in una prospettiva sfuggevole e indeterminata – l’essere si rivela come qualcosa di «pienamente indeterminato» afferma Heidegger – e, allo stesso tempo, fondativa, proprio in quanto si tratta di una indeterminazione inclusa nel linguaggio stesso. Citando Lacan possiamo affermare che «l’inconscio è strutturato come un linguaggio». Appunto, si ricade sempre di nuovo nel problema del linguaggio. Ma, per rispondere alla domanda di Giancarlo Stoccoro, dirò che il rapporto che lega l’essere al linguaggio è il medesimo che collega l’inconscio (che comprende anche l’Es) al linguaggio.* L’inconscio è l’indeterminato, il «campo incontraddittorio» dove tutti i relitti e i residui dei linguaggi accumulati e sedimentati oscillano e vibrano in uno stato di permanente agitazione molecolare. Non ci può essere contraddizione in quel «campo incontraddittorio» se non come collisione di molecole, di atomi, di spezzoni, di frammenti, di rappresentazioni cieche. La «nuova ontologia estetica» attribuisce grandissima importanza a quel «campo incontraddittorio» che è l’inconscio (una sorta di campo gravitazionale biologico), perché lì si trovano, nel profondo, quelle cose che Tranströmer chiama, con una splendida metafora,  «le posate d’argento»:

le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

(Tomas Tranströmer)

Ad esempio, nel libro di Mario Gabriele, In viaggio con Godot (Roma Progetto Cultura, 2017), è il linguaggio stesso ad essere in «viaggio» (non è più il «soggetto» che è in viaggio), in una traslocazione locomozione senza tregua… È il linguaggio che si sottrae a se stesso in una traslocazione continua… Il linguaggio cessa di essere fondazionale ma appare, si rivela, per il suo essere in costante e continuo rinvio… il linguaggio in quanto potenza del rinvio, meccanismo che crea e decrea il senso per via della stessa logica differenziale che vede nel meccanismo del rinvio la sua ragion d’essere, si serializza in una molteplicità di sintagmi, di frammenti, di reperti, di calchi, di fonemi… E il sogno che cos’è se non una fantasmagoria di sintagmi, di frammenti, di reperti, di calchi, di fonemi… Qui è il linguaggio dell’Es o dell’inconscio che parla.

[Ora i miei morti sono quelli che non ricordo (Mario Gabriele)]

giorgio linguaglossa

19 novembre 2017 alle 10:00

Lucio Mayoor Tosi mi chiama in causa, che devo dire? Dire della mia ammirazione e sorpresa per la poesia di Mario Gabriele? Lui ha fatto propria l’affermazione di Adorno secondo il quale «già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione». La poesia di Mario parte tutta da lì. E poi dalla constatazione che la poesia è altamente tossica e nociva. Direi che è il poeta italiano che sta tutto intero dalla parte della rappresentazione della «falsa coscienza» della società mediatica nella quale siamo immersi a bagnomaria ogni giorno. La sua è una poesia immersa totalmente nella «ontologia della falsa coscienza».

Al contrario di Antonio Sagredo il quale in tutte le sue poesie non fa altro che replicare una sua «autobiografia immaginaria», nella poesia di Mario Gabriele è completamente assente l’«io», l’avete notato? Come anche nella poesia della Giancaspero; come mai nessuno lo ha rilevato? Nella poesia di Antonio Sagredo, in quella di Mario Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero è in atto una «energia oscura», la forza dell’inconscio (come sappiamo l’Es fa parte nel senso che è una parte dell’inconscio). Compito di un ermeneuta sarà di enucleare i meccanismi che danno luogo alle metafore e alle metonimie, cioè alla struttura elicoidale del DNA che presiede alla nascita dell’arte e della poesia.

Forse la poesia di Mario Gabriele è la più completamente «oscurata» (nel senso di Adorno), proprio in quanto ricchissima di luci e di riflessi di luci (ma si tratta propriamente di specchi ustori), ma proprio per questo «oscurata». Forse è il poeta che con più rigore ha tracciato l’elettroencefalogramma della «oscurità» della civiltà mediatica nella quale abbiamo la fortuna di abitare, è il poeta che con maggiore precisione e rigore formale ha tracciato le coordinate, la mappa della completa oscurizzazione della nostra civiltà. Forse un giorno, tra cinquanta, o meglio, tra cento cinquanta anni, la poesia di Mario Gabriele verrà letta come una miscellanea dei relitti e dei frantumi della nostra civiltà.

Credo sia chiaro quanto vado dicendo. Dopo aver letto la poesia di Mario Gabriele ciascun poeta dovrebbe rallegrarsene perché dovrebbe farsi un esame di coscienza e chiedersi: «ma io che ci sto a fare qui? Che devo scrivere dopo le poesie di Mario Gabriele?».

È proprio questo il punto. Dopo Mario Gabriele è chiaro che bisogna scrivere in un altro modo. Gabriele è un poeta spartiacque, dopo di lui la poesia italiana (dei poeti di livello, dico), cambierà, non potrà che cambiare. Chi non comprende questo, continuerà a fare delle belle scritture paesaggistiche o di quartiere (come i milanesi) o di commento agli articoli di giornale (come Magrelli), o poesie agrituristiche (come Piersanti e similoro)…

Un aneddoto: l’altra sera mi trovato al caffè letterario “Mangiaparole” qui a Roma per vedere il derby di calcio Roma Lazio, avevo in mano alcune copie del libro di Mario Gabriele e un avventore ha aperto a caso il libro e ha iniziato a leggere. E notavo che sorrideva e rideva mentre leggeva. Al che io gli ho chiesto: «che ne pensi di questo poeta?»; e lui, di rimando: «mah, io lo trovo divertente! Non ho mai letto una poesia così!». Poi è andato al banco e ha acquistato una copia del libro.

[Un inciso: poco prima l’avventore, sapendo che sono un critico di poesia, mi ha chiesto che ne pensavo della poesia italiana in generale. Io ho aperto a caso una copia di “Poesia” che stava lì sul tavolo, e ho cominciato leggere (a caso). Poi gli ho chiesto: «tu che ne dici?»; e lui mi ha risposto: «ma questa è prosa, e per giunta anche brutta!»]

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Quella di Mario Gabriele è una rigorosa scrittura della «differenza» ontologica e linguistica

giorgio linguaglossa

19 novembre 2017 alle 11:05

Ricordate i termini del dilemma platonico intorno alla questione del Logos e del Graphè?. Platone in un celebre passo del Fedro bolla la scrittura non solo come inganno e illusione ma come vero e proprio scadimento ontologico:

«…e però chi pensa di affidare l’arte [Techne] alla scrittura e chi a sua volta vi attinge nella lusinga di apprendere, grazie a essa, qualcosa di chiaro e di definito, è di una ingenuità senza pari e dimostra di ignorare l’oracolo di Ammon, perché stima la scrittura qualcosa di più che un mezzo per rammentare a chi già sa le cose trattate nello scritto […]. In realtà, caro Fedro, la scrittura [graphè] presenta questo difetto: è cosa del tutto simile alla pittura. Sai bene che i prodotti della pittura si presentano quasi fossero vivi. Ma prova a interrogarli: silenzio assoluto. Così pure le opere scritte. L’impressione prima è che esse parlino come esseri pensanti. Ma, ove tu rivolga loro qualche domanda di schiarimento di ciò che intendono, non ti rispondono che una sola cosa, e sempre la stessa». (Fedro, 275)

Secondo Platone il testo scritto produce una immagine della verità nella trama dei segni, in modo identico all’inganno che è in vigore nella pittura. Di qui l’identificazione: scrittura=pittura, il segno linguistico sarebbe analogo al tratto del pittore. Per Platone è follia pensare che una trama di segni fissata su un supporto possa racchiudere la «verità aletheia» per sempre. Per Platone soltanto il Logos della viva voce può esprimere la verità in qualche modo accessibile.

«L’unico effetto è di alterare il continuum omogeneo del discorso introducendovi l’affezione della differenza. In quanto a-letheia, opposizione al Lete, il-latenza, la verità può aver luogo soltanto nell’espressione del Logos vivente: organismo refrattario a ogni pharmakon».1]

La poesia della «nuova ontologia estetica» e quella di Mario Gabriele rappresentano bene questa problematica platonica. Quella di Mario Gabriele è una rigorosa scrittura della «differenza» ontologica e linguistica. Tra un sintagma e l’altro della sua poesia si verifica uno iato, una schisi, una differenza, siamo sbalzati dal sellino dell’io in tutte le direzioni, non abbiamo più alcun corrimano cui agguantarci, veniamo deiettati in un territorio linguistico sottoposto a frequentissime e profondissime scosse telluriche. È la «differenza» la categoria centrale nella quale si muove tutta la poesia della maturità di Mario Gabriele. Lui è un esploratore delle differenze e degli scarti, degli stracci linguistici, dei rottami stilistici senza alcuna pretesa di salvarne nessuno (questa svenevole credulità secondo cui la poesia debba essere salvifica! Io non conosco nessuno che si sia curato un raffreddore con le pastiglie di poesia! È davvero ridicola questa credulità popolare presso il ceto medio poetico di oggidì).

La poesia di Mario Gabriele è, da questo punto di vista, un potentissimo antibiotico contro ogni forma di sciocchezza versale e di pseudo misticismo.

1] Giacomo Marramao Minima temporalia, Roma, luca sossella editore, 2005 p. 43

* Sull’Inconscio*

Nel 1922 Freud pubblica il saggio L’io e l’Es in cui dà sostanza a una svolta in parte anticipata nel 1920 con il saggio Al di là del principio di piacere.1] In questo saggio Freud pur mantenendo la distinzione tra le varie province psichiche Inc, Prec e C o Coscienza, introduce una tripartizione che riguarda tre nuove “istanze ” psichiche: Es, Io e Super-io, nozioni che adempiono alla funzione di spiegare la psiche dal punto di vista topologico. Questa nuova tripartizione nasce dalla consapevolezza che l’io non è quella formazione psichica che semplicemente erediterebbe dal sistema C il suo contenuto, identificandosi in buona parte con la coscienza. L’io, dice Freud, è anche inconscio.2] Siamo di fronte a un tema cruciale. Una tale affermazione sembra a prima vista contraddire l’evidenza che l’io sia quella parte della psiche che gode della facoltà di corrispondere al mio pensiero cosciente. Per comprende la portata di una simile affermazione, occorre innanzitutto chiarire cosa sia l’inconscio, o almeno quale sia la sua estensione nel sistema freudiano, al fine di poter darne ragione e cogliere successivamente il luogo e lo statuto dell’io. Inconscio è innanzitutto la sede di quei contenuti, di quelle rappresentazioni che, per via dell’azione della rimozione, non raggiungono la coscienza. Nel sistema freudiano si distinguono rappresentazioni inconsce e rappresentazioni consce. Nella Nota sull’inconscio in psicoanalisi del 1912 Freud chiama conscia “soltanto la rappresentazione che è presente nella nostra coscienza e di cui abbiamo percezione”.3]  Lapalissiano. Eppure l’ovvietà di una simile definizione serve a tracciare la strada per il suo  opposto, ossia per la definizione dell’inconscio: “Una rappresentazione inconscia è quindi una rappresentazione che non avvertiamo ma la cui esistenza siamo pronti ad ammettere in base a indizi e prove di altro genere ” 4]. E già un buon passo. In affetti la definizioni di rappresentazione inconscia aggiunge qualcosa alla semplice ovvietà che essa “è inconscia ”, che non perviene alla sistema percezione coscienza: ci dice che la sua esistenza si deduce da “ indizi e prove di altro genere ”. Quali? Freud risponderebbe: lapsus, atti mancati, motti di spirito, sogni; tutto ciò che sorprende il soggetto e lo coglie in fallo rispetto al suo voler-dire. Ma accanto a queste due forme di rappresentazione ve ne è una terza che Freud assicura al sistema Prec: si tratta della rappresentazione latente, che se pur inconscia rimane “capace di ” diventare cosciente. Una simile schematizzazione non rende tuttavia conto della complessità dell’attività psichica. Freud nota che la distinzione tra rappresentazione inconscia, latente e conscia deve servire solo da guida per delimitare, ove possibile, il campo dell’inconscio da quello della coscienza.

Con la “svolta” dei saggi contenuti in Metapsicologia del 1915, Freud affronta il problema dell’inconscio stabilendo che il nesso con la rimozione non è sufficiente a esaurirlo e a spiegarlo. Il non essere conscio cioè non copre unicamente lo spazio del rimosso, dei suoi contenuti, che Freud identifica in rappresentazioni di cose (Sachevorstellung), che spingerebbero, secondo la vulgata, per divenire coscienti e scaricarsi, allo scopo di raggiungere la motilità. In questa visione, la psiche verrebbe a essere tripartita secondo una divisione in regioni o province comunicanti, e tuttavia tra loro nettamente distinte. Non è così. “L’inconscio, ci dice Freud, ha un’estensione più ampia: il rimosso è una parte dell’inconscio”5].

Affermando ciò Freud vuole sottrarre l’inconscio a quella rappresentazione che ne fa un gorgo di pulsioni pronte a scaricarsi sull’io per riconquistare l’appagamento negato. Pertanto, sottolinea, l’inconscio “comprende da un lato atti che sono meramente latenti, provvisoriamente inconsci, ma che per il resto non differiscono in nulla dagli atti consci, e dall’altro processi come quelli rimossi, che, se diventassero coscienti, si discosterebbero necessariamente, e nel modo più reciso, dai rimanenti processi consci”. E così che l’inconscio sfora e si estende al sistema Prec, sistema che non gode di autonomia, che non si limita al solo operare la rimozione, al filtraggio delle informazioni cui è consentito accedere alla coscienza. Questo dal punto di vista dinamico. Sul piano descrittivo il sistema Inc si differenzia per caratteristiche peculiari che lo pongono in una dimensione di assoluta estraneità tanto dal sistema Prec che da quello percezione-coscienza: assenza di contraddizione e di negazione, intemporalità, mobilità degli investimenti, nonché una relativa indipendenza dalla realtà esterna, sono i tratti salienti dell’inconscio. Il nucleo dell’Inc è costituito di rappresentanze pulsionali che aspirano a scaricare il proprio  investimento, dunque da moti di desiderio. Questi moti pulsionali sono fra loro coordinati, esistono gli uni accanto agli altri senza influenzarsi, e non si pongono in contraddizione reciproca. […] In questo sistema non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli diversi di certezza. Tutto ciò viene introdotto dal lavoro della censura fra Inc e Prec, 6]

 *(Cit. da Alessandro Ciappa http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/psiche/ciappa.pdf)

1] Livre II. Le moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse (1954-1955), Éditions de Seuil, Paris 1977; trad. it. di A. Turolla, C. Pavoni, P. Feliciotti, S. Molinari, A. Di Ciaccia, a cura di G. B. Contri, Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 1991 (20067 ), p. 53. 20 (P-C),

1] Cfr. S. Freud, Das Ich und das Es, in Gesammelte Werke, S. Fischer Verlag, Frankfurt a/M, (18 voll.); trad. it. a cura di Musatti C., in Opere vol. 9. L’Io e l’Es e altri scritti (1917- 1923), Bollati Boringhieri, Torino 1977, §. L’Io e l’Es, p. 482. 19 S. Freud, A note on the Unconscious in Psychoabalysis (1912), in Gesammelte Werke, op. cit.; trad. it. a cura di Musatti. C., in Opere vol. 6. Casi clinici e altri scritti (1906- 1912), Bollati Boringhieri, Torino 1974,

3] Cfr. Nota sull’inconscio in psicoanalisi (1912), p. 575.

4] Cfr., Nota sull’inconscio in psicoanalisi (1912), cit; p. 576. 22

5] S. Freud., Metapsicologia, § L’inconscio, in Gesammelte Werke, op. cit.; trad. it. a cura di Musatti. C., in Opere vol. 8. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti (1915-1917), Bollati Boringhieri, Torino 1976 (2000), Metapsicologia (1915)., p. 49. 22 Ivi, p. 55.

6] IVI, p. 70

Due poesie di Mario M. Gabriele da In viaggio con Godot (Roma, Progetto Cultura, 2017)

59

Tornammo alle idee. Fummo un solo centro,
un unico soffio di mistral.
Vennero turisti dall’aldilà,
senza fiori e trolley da viaggio.
Mary offrì dolci. Chiese notizie.
Offrì agli ospiti crema Chantilly.
Poi domandò:
How long they were there?-.
Un gentleman, già in partenza su vaporetto,
e la luna sotto il braccio:
-Sono anni- disse,- che nella terra riposiamo.
Abbiamo conosciuto Oxford
e Potsdamer Platz,
visitato il Museo Castillo di Dalì,
puliti i chiodi del Crocefisso,
sentita la Sinfonia n.6 di Beethoven
diretta da Janowski-.

Oggi, il mio pensiero è ritrovarti
come la ragazza bruna ritta
vicino a una barca a remi sulla riva del lago.
Hai rimosso le coperte,
tolto il blazer di Crizia,
pure l’aria risale le scale.
E’ tempo di superare il check-in,
fuggire dal cappio che stringe la gola.

Madame Sorius capovolse la clessidra.
Parlò di oroscopi.
Un Tutankhamon alle spalle
sussurrò che Aprile era vicino.
Per credere al domani
dovrò ascoltare ciò che mi dice la primavera.
Il palco all’aperto aveva già il giravento.

 

60

Lo zio di Roberta propose La vita interiore.
Nel quinto giorno della settimana
venne il freddo più crudele dell’anno.
– Lei è il primo signore che chiede la creme brulée-.
Fuori c’era un’autopista che portava chissà dove.
Credimi quando ti dico di aver letto Our Afterlife
e i Cantos di Pound.
Il custode della biblioteca
non aveva negli scaffali il libro della memoria.
per vedere oltre le vette il giorno che muore.

Carla domani non verrà per il bridge.
Ha una tesi su Le donne in provincia.
Che altro ha da dire il pappagallo peruviano?
Geltrude entrò in clinica
con il codice rosso e qui rimase.
Bresson rifece l’Arte con le fotografie.

In silenzio uscimmo all’aperto
senza ascoltare i crickets.
Lady Speranza aveva un vestito greenlife,
oltrepassò il casello di guardia
lasciando nome e indirizzo.

Nessuno

di Lucio Mayoor Tosi

Metti una casa sul filo.
In bocca l’intero villaggio.
Piano piano comincia a inghiottire
le casette, una a una.

Dimentico sempre la fine del racconto.
Quindi, penso, anch’io verrò dimenticato.
Dentro il presepe, in qualche tabaccheria.
Mentre la neve sale e scende se qualcuno
l’agita. Il tempo o l’allegria.

Vedi, vedi? Conigli passano svelti
sotto la staccionata poi si mettono in posa,
allineati. Beata gioventù! C’è anche una caverna
piena di sassi e gocciolamenti; musiche rotte,
ferme di qua, di là. Di qua e di là finché
ci si ritrova come in vetrina. Accanto
a scatole vuote di caramelle.

Così è nata la Luna, non lo sapevi?
E’ nata dal dimenticare. Adesso gira gira
e non si sente rumore: sono tutti morti!
Come l’asilo, domenica mattina.
L’ascensore guasto.

Quando eravamo serpenti,
i più bravi di noi riuscivano a mantenersi
eretti per giorni, anche settimane.
No, io allora ero un ficus. Contemplavo
l’astronomia. Quando ancora non era
scienza.

Ora il tempo disoccupato
mi batte sulla nuca e sento friggere le dita
sulle punte. E’ uno scherzo tra noi. Può significare
che il fiume Po non teme le curve, anzi
verso il mare accelera. Accelera e basta.

Eccellente composizione, dovrei rileggerla a distanza di tempo per poterla meglio recepire. Il primo verso è straordinario: «Metti una casa sul filo» è un non-sense, siamo nell’inconscio, fuori del principio di non contraddizione; non c’è alcuna contraddizione per l’inconscio nella immagine di una «casa» che poggia su un «filo». Il secondo verso («In bocca l’intero villaggio»), forte e straniante sembra non entrarci affatto con il primo, ma è così che funziona l’inconscio: mette insieme delle cose senza capo né coda, almeno dal punto di vista del pensiero razionale e auto organizzatorio; ma poi il terzo e il quarto verso aggiungono estraniazione allo straniamento (tipico procedimento dell’inconscio che agisce mediante la catena metonimica); però c’è il quarto verso che mette tutto in chiaro, cioè in ordine: c’è una «bocca» che inghiottisce tutto, «le casette, una a una». Ovvio, siamo nell’ordine del piano onirico. Questa composizione si muove tutta sul piano onirico, lì ci sta a suo agio, si muove con disinvoltura, spassosa ed esilarante, imprevedibile e anti razionalistica. Un esempio di «nuova ontologia estetica». Il finale poi è esilarante… misterioso e come sospeso tra le nuvole del pensiero. Tutta la poesia sembra scritta tra le nuvole del pensiero raziocinante, questa goffa macchina calcolatrice che vuole mettere tutto nell’ordine della sintassi unilineare.

(g.l.)

Una poesia

di Steven Grieco Rathgeb

Com’è che ogni nostra parola penzola a metà
dentro il grande hangar della notte
dove le impalcature di bambù salgono storte
deformando la volta del cielo, opprimendola
su in alto
fino a perdersi nella propria vertigine.

E se anche le poesie cadono da quel cielo
costellato di tanti stupori, del rispecchiarsi
di terre celesti e di oceani,
quaggiù non sono che le voragini
di mille pozzi petroliferi vuoti.

Ah, grida stravaganti, logiche sconfitte,
ombre di parole di cui ricordiamo solo l’invalidità.

Ma anche da un tale Nulla arrovellato
escono meravigliose
le ore diurne mille volte incenerite,
sciami e sciami lucenti escono
dallo sterminato cantiere della notte capovolta

e velocissima viaggia lungo i crinali
la linea di luce – linea nera
acceca intere valli, le sprofonda nel suo folle riverbero.

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  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27150
    Treno in transito,
    la sua idea di destino
    mi strappa via
    lasciandomi fermo sul binario;
    la muta del mio viso scivola
    sulla linea giallo dipinta
    da un uomo chino a domandarsi
    se il vuoto di adesso
    non sia lo stesso di prima

    – Io non so il motivo per cui
    il gelataio si sciolga in inverno
    e si ricompatti in estate;
    perché la mia fame si sposti
    oltre il fondo del bicchiere
    avvolto, in un vapore così amaro

    Ricordare nitide strade
    di città d’acqua dove
    ho nuotato e stanze
    folte di funivie che dondolano;
    sfiorare la fragile lampadina
    rimasta accesa nei cortili assolati
    ascoltando lontane statue crollare

    – E poi i raggi
    delle sue dita bianche lavare
    una mattonella capovolta,
    il respiro bloccato
    sulle ombre che s’incontrano
    per la prima volta

    Inseguire ancora l’immagine
    fino all’uscita della stanza
    per entrare nel dominio di un’altra:
    a getto su una finta campagna
    un circo di fuochi doppiati
    da limpidi specchi omogenei

    -Ma invariata, sulla soglia
    quel nulla che mi perseguita
    e mi schiaccia,
    un ingorgo di profumi impigliati
    in una sciarpa di sabbia
    segnata da orme di anonimi passanti

    Anche tu musica ti spegni
    nel farmaco a lento rilascio della notte,
    lungo tunnel e ponti addormentati,
    nel colore nascosto degli alberi
    stampati sulle facciate
    dei casamenti e vecchi ospedali ghiacciati

    -Nell’aria,
    non c’è che un sasso impenetrabile,
    l’ennesima versione di un ritorno
    appeso, alla barra del casello
    che apre, al mio fotocopiato giorno

  2. Dietro Invito, pubblico qui la poesia di Marina Cvetaeva scritta a vent’anni e diretta al marito:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27151
    La domenica 31 agosto del 1941, rimasta da sola a casa, Marina Cvetaeva salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò. Lasciò un biglietto, poi scomparso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali, svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta. Domenica 31 agosto 1941 rimasta sola a casa, sale su una sedia e si impicca a una trave. Ha 49 anni. Lascia un biglietto d’addio e d’amore profondo: per Mur che la disprezzava per la sua sciatteria e per la sua dubbia reputazione. L’epitaffio era già stato scritto, autografo, il 3 maggio 1913 a 20 anni:
    .
    «… Leggi – di ranuncoli
    e papaveri colto un mazzetto –
    che io mi chiamavo Marina
    e quanti anni avevo…

    Solo non stare così tetro,
    la testa china sul petto.
    Con leggerezza pensami,
    con leggerezza dimenticami».

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27152
    Chissà perché, ma i giorni pari per me, sono sempre ricchi di eventi, voglio dire denaturalizzati da tutte le croste negative che arrecano i giorni dispari: quelli da spighe di grano che non vanno via neppure con il trolley.Con il post del 21 novembre 2017, ricevo da Giorgio Linguaglossa, un graditissimo dono dei giorni pari, articolato secondo una esposizione analitica e psicoestetica, soprattutto nel campo della indagine valutativa dell’attuale forma della poesia, spesso vista da alcuni in diplopia. A testimoniare il percorso della NOE e dell’Estetica del Frammento, appaiono testi poetici di Lucio Mayoor Tosi, di Steven Grieco e i miei, non so perché nessuno da parte di Linguaglossa. Questo sia chiaro, non per estetizzare un gruppo di criminologi della poesia e dell’etichettamento. A guardare bene ci troviamo di fronte a un richiamo della Psicoanalisi di tipo junghiano e freudiano, e non escluderei quello della psicologia sociale di Fromm e Adler, quando il discorso si espande su altri versanti. Ci sono nella nostra società differenziazioni di carattere culturale, secondo le varie classi semantiche ed estetiche.Le idee circolano su autostrade diverse. Alcune si fermano, altre superano il check-in. Il fenomeno della connessione della cultura ai poteri editoriali forti, incenerisce qualsiasi proposta innovativa. C’è una specie di filantropismo poetico che vuole rimanere legato alla propria struttura. Non è un danno, ovviamente, ma il tempo rimette tutto in discussione, altrimenti la sua funzione decade come evento percettivo. Le domande poste da Giancarlo Stoccoro su l’ES, come “forza misteriosa che ci trascende” aprono lo spiraglio a molte considerazioni. Ovviamente tutto questo è legato alle risposte provenienti dal Carattere , dal Temperamento e dalla Personalità dell’intervistato, da cui emergono espressioni della psiche,come obiettivi derivanti dagli impulsi della conoscenza, che consentono di affrontare la poesia e l’Arte secondo il proprio Dna. E qui cercare un paradigna della Verità è estremamente complicato.”Quanto all’epica freudiana dell’IO, del Super –IO e dell’ES,. non si può avanzare nessuna pretesa ad uno statuto scientifico, più fondatamente di quanto lo si possa fare per l’insieme delle favole omeriche dell’Olimpo. Questa teoria descrive alcuni fatti, ma alla maniera dei miti. Essa contiene delle suggestioni psicologiche assai interessanti, ma in forma non suscettibile di controllo” (Popper, 1963) Tutto sommato quella di oggi è una bella pagina che va riletta con attenzione.

  4. Oggi, a Roma, alle 17.30 alla Libreria L’Altracittà, via Pavia 106 presentiamo una grande poetessa italiana: Laura Canciani. Ripropongo qui qualche sua poesia da Essere nella parola (2014).
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27153
    Una lampada viva
    non elimina il buio ma consente di attraversarlo.

    *

    nella libreria infinita
    tutti i libri erano trasparenti:
    tra le mie dita esitava, come forma che trascende,
    una busta verde trasparente: «Profumo»
    e il profumo c’era e c’era un uomo anche
    come il libro trasparente che leggeva.
    Tra le sue dita il libro che cercavo.
    nell’attimo di averlo scomparve.

    È scomparso tutto.
    Resta la curvatura di profumo convergente.

    *

    La poesia la poesia la poesia
    così come noi la intendiamo
    non entra nel regno dei cieli.
    Sono due legni di legno vivo incrociati
    la Parola che apre alla valanga
    di tutto il creato in un’unica stella.
    Essere nella parola.

    All’ultimo piano di un palazzo fiorito
    – senza tendine alle finestre –
    inutile fissare l’orizzonte a fantasie parassite:
    al di fuori della Parola una agonia senza fine.

    *

    Mi è stato tolto tutto:
    libertà, movimento, mutamento,
    la confessione,
    il dolore.

    Adesso sì, sono forte della mia debolezza

    Una fune sempre più solida, una fune sempre più solida,
    una fune sempre più tesa.

    *
    giorgio-linguaglossa-27-9-2016

    Il gesto dello straniamento e il frammento sono il marchio di riconoscibilità della poesia di Laura Canciani, direi una delle più felici espressioni della poesia contemporanea. Poesia esoterica ed elitaria che riposa sulle possibilità espressive dell’anacoluto, della paratassi, della cifra allusiva, della dizione indiretta, della aggettivazione sghemba e della sostantivazione obliqua. Intermittenze lessicali, fratture dell’ordito sintattico, il discorso interruptus, la parola come impronta, traccia degenerata di una antichissima numinosità, archeologia di un’angelologia. Poesia del ricordo di una lingua umana come copia sbiadita e consunta della lingua edenica. Poesia come lingua del peccato, come lazzaretto di ciò che è scampato alla rimozione della Crisi della Ragione poetica dal punto di vista di una fervida credente. Conseguentemente alle sue premesse di fede, la Canciani tenta una irrigazione del deserto significazionista del linguaggio poetico post-novecentesco con l’intento di accudire le esilissime piantine del suo orto botanico di parole retrocedendo ad un concetto artigianale dell’arte poetica. Poesia da chevet. Poesia da leggio. Poesia da camera.

    Anna Albert

    Degli Albert ricordo il cane nero, feroce
    e bellissimo, il filo arrugginito lungo il quale
    correva all’impazzata e abbaiava

    Lei aspettava la lettera dal fronte
    come un imputato la sentenza

    Arrivò una busta:
    «se maschio, è buono per Hitler»

    Senza rumore al cimitero fu aggiunta una croce

    *

    Dalla sua angolazione il poeta vede
    il muro ocra pallido con le finestre a sbarre.
    Io invece vedo uno splendido squarcio di cielo
    color genziana con le cime degli alberi
    tempestate di gemme,
    il ciliegio in fiore saccheggiato dalle api.

    Ricordo di essere caduta nel canale sottostante
    con la bocca colma di ciliegie

    È lui l’angelo della fortezza e della contentezza
    in viola
    che mi tende le mani

    L’acqua è venata di rosa

    L’acqua è venata di rosa.
    È chiamata Fontanarosa per il ferro puro,
    quasi un pensiero puro
    – al centro di un piccolo campo
    c’è un ippocampo –
    come toccante.
    «Quali occhi quali parole sontuose ametista
    o abbracci tesi spalancati sull’abisso del non so niente?»

    Per automatismo interiore diranno che questo Amore
    è di tutti
    che è goccia e goccia convergente
    che è tempo conico

    – dalla fontana psichica
    il vertice sfocia in molle fonde –

    La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
    fortificanti: cade neve abbondante e libera.
    La neve si appropria del dorso del gregge
    metafisico
    del cardo incrinato ai cristalli, candido,

    candido il canto della donna si è chiuso.

    Ed è proprio in quest’ora ferma
    verso l’indietro e verso l’avanti
    che sono più contenta
    di un canto di bambina:

    sapere toccare il punto d’Omega.

  5. Vorrei riproporre tre poesie di una giovane poetessa di madre lingua spagnola ma ormai anche italiana. Anche lei può essere considerata un esponente della nuova poesia ontologica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27155
    Tre poesie
    di Alejandra Alfaro Alfieri

    Stagnazione

    Dentro il cortile c’è il sole sparso per terra, spento.
    Intorno al sole spento volava una farfalla bianca
    che circondava il paradiso della sua anima.
    Da lontano si vede come se ne vanno l’illusione,
    i ricordi della spiaggia
    e di come la sabbia invitava ad uscire sempre più verso il mare
    per avvicinarsi al cerchio.
    Ritroveremo nel vento il lamento
    e il dolore nella pioggia del cielo,
    di questa vita immatura e mondana

    *

    L’attesa vestiva i nostri corpi.
    Tu stavi in silenzio – le mie dita, la pelle della tua spalla.
    Non volevo pensare. Che dovevo separare
    la mia illusione dal tuo sguardo obliquo
    I minuti si cercavano alla fine della mia partenza.
    La sua vita tornava lontano da lei.
    Invece, noi ci allontanammo da noi stessi,
    non condividevamo lo stesso spazio.
    La distanza non era più compresa come una misura geográfica o física,
    la distanza non esisteva più.
    Gli specchi non smettevano di osservarmi.
    La parete era piena di quadri appesi alla rinfusa,
    raggruppati secondo la corrente artistica di appartenenza.
    Mi ero concentrata su come si scioglievano le mie cuffie
    sulla vecchia sedia di legno, ma esse non dicevano nulla,
    le canzoni blues si erano stancate di ritornare in scena,
    neanche l’attesa mi chiamava.
    Solo mi ricordai della volta in cui
    mi infilai sotto le coperte.

    *

    Un circolo vizioso

    Questa è la poesia dell’incertezza
    l’anima nascosta
    di chi porta una tigre silenziosa.
    C’e il volto della gioventú nel buio dell’universo.
    Tra le ginocchia l’attesa resta in sospeso.
    Dall’altro lato il tempo si scioglie
    dietro al paradiso, un riflesso nello specchio traguarda.
    Sotto al letto, a bassa voce, una tigre
    mi segnala l’ombra che dalla giungla
    arriva al vuoto sottofondo. Un circolo vizioso.
    Nel deserto soffiavano persi i respiri,
    gli strumenti a fiato dell’attimo.
    Il fiore di primavera, cosí lo ricordo,
    spogliava l’indecenza.

  6. Per quanto mi riguarda , c’è sempre una forza che scatta improvvisa da un fondo misterioso. Ed è proprio l’istante in cui non c’è un luogo né
    un tempo . Dal fondo stesso attingo il linguaggio che porto in scrittura. Credo si possa definire : linguaggio dell’inconscio , destinato alla continua ricerca della domanda fondamentale dell’esistenza. Mi piacerebbe scrivere di mondi azzurri e cieli tersi , ma questo non succede . Di conseguenza i miei scritti cozzano contro le poesie razionali in uso ,qui, in Italia.
    Nel nostro paese quasi tutta la scrittura poetica deve essere comprensibile,
    a uso e consumo dell’impronta razionale. E da quando la poesia è un trattato scientifico? Di cosa stiamo parlando…? Un caro saluto a tutti.

    • Cara Francesca,
      fermo restando il cliché ormai consolidato in cui la poesia del Novecento ci ha abituati, anche quella di tipo rap come “La nebbia agli irti colli / piovigginando sale / ecc., bisognerebbe convivere con le poesie di altro genere, come conoscenza e arricchimento della nostra cultura.. Le neuroscienze, la bioetica e tutto il grande tomo che si venuto a sviluppare intorno alla cosmogenesi dimostrano che il pensiero è in continuo “viaggio” come scriveva Heidegger: un percorso fatto di enigma e descrizione dell’Essere.L’esperienza del pensare non è altro che un “andare verso” la natura stessa che ci obbliga alla riflessione. Così anche la poesia può essere vista come una specie di “Licht” o luce su questo mondo.

      • Sono d’accordo Mario. Non volevo essere razzista. Forse mi sono espressa in modo sbagliato. Io stessa seguo tutto quello che può arricchirmi a qualsiasi livello . Tutto per poter essere antispecialista e globalmente arricchita di conoscenza .

  7. Cara Francesca, non chiederti se i tuoi scritti nascano sotto la spinta dell’inconscio, o della realtà osservata; nascono, e già questo è un miracolo.La peggiore iattura è l’aridità, il calcolo furbo che blocca l’autenticità e la freschezza,l’espressione pseudoartistica suggerita
    dall’opportunità becera.La tua strada è giusta:”seguo tutto ciò che può arricchirmi a qualunque livello”.E’ questo spontaneo “arricchimento” che tutti dovremmo cercare,lontano da ogni calcolo astuto ,da ogni meta banalmente opportuna.

  8. L’Essere, l’Inconscio, la Verità, la Poesia, l’ontologia della falsa coscienza
    Andrea Emo
    :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27165

    «Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?»1]

    Nell’inconscio non si dà né l’ultima parola né la prima parola. Inizio e Fine sono la stessa cosa, abitano la medesima dimensione, quella dell’inconscio. La poesia della nuova ontologia estetica si dà come luogo incontraddittorio in quanto abitata dall’inconscio; infatti l’autentica icona della verità contraddittoria è il paradosso; paradosso che, ovviamente, per i suoi caratteri di insolubilità e assoluta indimostrabilità con gli strumenti logici non-contraddittori, può essere colto solo attraverso l’apertura alla realtà ultronea. Il reale ultroneo è la dimensione in cui il logos va a nozze col lato notturno del pensare: il mito. Infatti, il mito si ripresenta sempre di nuovo nella storia dell’umanità, non può non ripresentarsi, pena la caducazione di esso mito. Ogni nuova grande poesia rivive e fa rivivere il linguaggio mitico adeguandolo alle nuove condizioni di esistenza della civiltà.

    Andrea Emo, infatti, sostiene che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».2]

    Nel paradosso in poesia noi possiamo sbirciare all’interno di quella vetrina allestita che si chiama «verità», museo delle nacchere con le colonne di carton gesso. La «verità» cui credono fideisticamente i poeti della domenica e i cultori del «bello» fa parte del rituale della menzogna e della falsa coscienza, appartiene alla ontologia della falsa coscienza, ma, paradossalmente, proprio essa ontologia falsa ci consente di sbirciare all’interno del «paradosso della verità». Nella «verità» non si può né vivere né sostare, non è un «luogo», una «dimensione», altrimenti si ricade nel pensiero religioso e diventa atto di fede. Penso che bisogna stare alla larga dalla «verità» intesa anche come «verità dell’inconscio». Il concetto di «verità» come di «inconscio» hanno però una simiglianza, che entrambi sono dei «non-luoghi».

    Ancora Adorno: «la poesia è magia liberata dalla menzogna di essere verità».

    La «nuova poesia» non può non passare attraverso l’impiego del linguaggio mitico. Il linguaggio mitico è nemico di ogni mitopiesi, è l’espressione della singolarità. Il linguaggio mitico è un orizzonte degli eventi. Esso è l’espressione di una verità paradossale e sovra-razionale assolutamente incontraddittoria. Ma ciò non significa, ovviamente, che non occorra far uso del pensiero filosofico e razionale. Questo lo dico per chi interpreta alla lettera i miei assunti.
    *

    Adalberto Coltelluccio. «La presenza dell’assenza. Nichilismo e negatività del Divino in Andrea Emo». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 13 (2011) [inserito il 30 dicembre 2011], disponibile su World Wide Web: , [30 KB], ISSN 1128-5478.

    Note

    Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989. p. 75
    2] Ivi, p. 76

  9. Giuseppe Talia

    Volentieri rispondo alle otto domande di Stoccoro, ma lo faccio a mio modo, attraverso i testi e i loro rimandi. Non ho mai intrapreso percorsi di psicoanalisi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27170
    (che dio me ne scampi. La poesia è l’irrisolto. Gli psicologi sono acqua fresca. I neuropsichiatri sono l’estremo), ho letto, ho vissuto, ho risolto, ho accantonato, mi specchio allo specchio, ho comparato, sogno spesso quello che dovrà accadere, ho perso l’angelo che mi prediceva per averne parlato, ho scritto all’età di nove anni (terza elementare) “ sei un albero/con le radici su/con le radici giù” (1973), ho avuto traumi familiari, successivamente morti, violenze, bullismo, discriminazioni (Calabria anni ’70), ma oggi, oggi ho molti amici che considero pazienti 0, perché la psicoanalisi può diventare, anzi lo diventa, spesso, una dipendenza. La poesia non mi ha preservato, anzi mi ha fatto conoscere illuminazioni, amore, frustrazioni, invidia, sospetto, esclusione, riconoscimento, nemici/amici, fratellanza, padri e madri (la successione potrà fornire molti elementi connettivi agli psicologi, potrà segnalare susseguenti agli psichiatri), ma concordo con Sanguineti “«si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere».

    Rispondo alle otto domande con i seguenti testi:

    1) Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?

    Nel trittico del Cane, Io, Es e Sé,
    Nell’alternativo concept di pianeti nani,
    Nella perduta via degli anelli planetari,
    Nel viaticum della storia allucinata,
    Nell’almagesto dei fenomeni di massa
    Voliamo, con accanto una Musa Low Cost.

    2) Se è vero che la poesia ha una base necessaria e autobiografica, ha per Lei anche una valenza salvifica?

    Patrizia Cavalli

    E’ un teatro aperto la precessione della luce della stella faro.
    La magnitudine apparente, testa di serpente e calamaro
    Non salva il mondo dal compost della stella tripla Ethical
    Treatment, a caccia con i cani di Orione di Sadalsuud-Sadalmelik
    Nel cerchio massimo dell’equatore e del suo punto spettrale
    Con lo scafandro da palombaro e una compagna in orbita bisessuale.

    3) Quale relazione c’è per Lei tra sogno e poesia?

    Patrizia Valduga

    Un requiem per una subrette
    Un soundtrack di paillette
    Una Gilda de’ poeti O Mame
    Una sessa strafatta pour femme
    Mia Sirventes o mia Servente(s)
    Solo per me le tue tette.

    4) Lei è d’accordo o ritiene che l’Es venuto alla luce nella poesia necessiti ancora di essere decifrato? È fedele all’Es che erompe nella scrittura o lo tradisce traducendolo? O forse è applicabile alla Sua scrittura la parola tedesca “Umdichtung” (che significa una poesia elaborata a partire da un’altra)?

    Milo De Angelis

    La somiglianza è un addio di lavagne, come di montagne
    Di ossessioni di cancelli, di metal detector privi di stelle luminose.
    Corridoi più che cortili e quel clangore di ferri allucchettati
    Nei millimetri delle vene di Milano, sì Milano, lì davanti
    Col sangue in bocca, annebbiata, e una marea di navigli
    Come scompigli o Sicari di una battaglia di sicura rinascita.

    5) Come nasce la sua poesia e come si sviluppa? Quali condizioni la favoriscono?

    Silvana Baroni

    E’ un bel dire microchirurgia quando le avvertenze del bugiardino
    Ci collocano in effetti planetari e collaterali come reperti autoptici
    Della traumatologia dell’acquerugiola e della trementina
    O forse più pervicace l’ombra delle fronde quando è un deserto
    Di parallelebipedi che nel disordine della memoria dell’acqua
    Non trovano la fonte aspra e forte ma lanche di deflusso verso il mare.

    6) Due mondi alternativi, la prosa e la poesia, o due parti che possono entrare in rapporto e/o in successione? Qual è la Sua esperienza al riguardo?

    Brevemente: una stagione all’inferno, per un esempio letterario. Prosa poetica. La prosa la leggo, principalmente. La poesia, invece…

    Carla Saracino

    Hai letto della scoperta delle tre Terre nella costellazione dell’Acquario?
    Ruotano attorno a una stella nana, fioca e debole come un lumicino.
    E non ti pare bella la landa cosmica dei nuovi pianeti che insorgono?
    E non ti percuote l’onda fugace dei milioni di luoghi che mai vedrai?
    E non tremi, non remi controcorrente, non ti svegli dal sonno delle labbra?
    E non avverti l’esigenza di tentare la Musa almeno con un abracadabra?

    7) E per lei? Ha anche Lei un taccuino che l’accompagna in ogni luogo?

    No. Nessun taccuino. Io la poesia non la sogno, io la poesia, semmai la vivo.

    Patrizia Valduga

    Un requiem per una subrette
    Un soundtrack di paillette
    Una Gilda de’ poeti O Mame
    Una sessa strafatta pour femme
    Mia Sirventes o mia Servente(s)
    Solo per me le tue tette.

    8) C’è un altro aspetto del rapporto tra scrittura e Es che vorrebbe affrontare?

    OMONIMA Che cognome il mio
    scritto su qualche cattiva stella
    una cometa senza coda
    e bruciata in un santino di sangue.

    Faccio una ricerca
    per puro edonismo
    e scopro di essere intrigato
    con la ‘ndrina
    per un traffico di olio
    annacquato a Crotone.

    Di essere un politico
    a Catanzaro col centrosinistra
    e col centrodestra a Reggio.
    L’omonimia sbuca da facebook
    e divento un calciatore, un corridore
    un poeta, un falegname.

    Sono ovunque, tentacolare
    detto legge nel mutismo
    e cecità di tutti.
    Persino testimone contro dell’Utri- pensa un po’-
    e ho mille conti aperti
    nelle Cayman, a Montecarlo:
    nome in codice “Monsignore”.
    L’omonimia mi perseguita anche in USA
    mentre non trovo corrispondenza
    in Russia e nei Balcani.

    Ne sono certo, c’è un Panetta, purtroppo
    in Colombia che tratta farina felicitates.
    Così come uno come me
    che chiede il pizzo, traffica in armi
    o accende la miccia dell’intimidazione.

    Sono ovunque, persino nella tomba
    per uno sgarro imperdonabile.

  10. loredana tomei

    POESIA = PATOLOGIA DIVINA

  11. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27176
    1. La coscienza degli umani consente loro di potersi muovere – pensare, vedere – a gruppi, più o meno numerosi. Non è mai accaduto che l’abbiano fatto tutti insieme. A differenza degli altri animali, non possiedono una chiara identità collettiva, una coscienza di specie. Sembra che ogni individuo sia dotato di uno speciale periscopio, grazie al quale, di volta in volta, può sentirsi solo oppure in compartecipazione. La compartecipazione può rivelarsi molto dolorosa. Se preferite, possiamo parlare di vasi comunicanti: dipende da dove si trova il periscopio di ciascuno.
    La psiche umana è un meccanismo molto sofisticato, e delicato. Talìa dovrebbe, a mio parere, tenerne conto quando dice di avere in odio la psicanalisi ( grazie alla psicanalisi ci sarebbero meno omicidi e suicidi, le persone vivrebbero con maggiore soddisfazione ed equilibrio). Ma sono con lui se intende dire che non tutto è mente, in quanto le nostre possibilità percettive (anche sensoriali) sono parecchio articolate, e questo consente l’accumulo di esperienza; esperienza che attiva il periscopio, grazie al quale siamo anche soli: soli o in un postribolo, soli o con chi sta commettendo un omicidio, soli o innamorati senza una ragione personale, ecc. I poeti (ma non sono gli unici a poterlo fare) hanno la possibilità di muovere il periscopio-punto di osservazione Questa possibilità viene anche detta veggenza.

    2. Per quanto detto, il viaggio nella memoria non si ferma al vissuto personale. Non capisco però perché tutto questo dovrebbe avere una qualche valenza salvifica; a meno che non si abbia un’idea cristiana della vita, improntata sulla fede e l’ottimismo. Il lavoro di un medico o di uno psicanalista può essere più utile che limitarsi a scrivere poesie.

    3. La relazione tra sogno e poesia è per me un fatto tecnico; questo potrebbe essermi derivato dalla lunga frequentazione che ho avuto con l’inconscio (vent’anni di terapia e altrettanti di meditazione). Leggere e sognare sono attività che ormai possiamo considerare con metodo. In proposito posso soltanto dire che diffido della fantasia ad occhi aperti, in quanto, a differenza della veggenza, la fantasia è pilotatile a piacere. Può sembrare evento ma non lo è.

    4. Difendo l’unicità della poesia. A decifrare e tradurre aggiungerei altre facoltà percettive, come vedere, sentire e non ultimi il piacere estetico e l’emozionarsi.

    5. Come accade per tanti altri, anche la mia poesia nasce spesso da un verso. Nell’introduzione funziona come per i ballerini rapper: spesso si muovono in cerchio, poi si buttano al centro e fanno volteggi. Mi favorisce l’aver letto poesia la sera, prima di addormentarmi. Io leggo principalmente per allenamento, perché a voler scrivere poesia bisogna essere agili. In parte leggo anche per curiosità. Leggo poesia durante il giorno, sul computer, quel che passa in rete, ma salvo casi particolari non mi resta molto in mente. Il libro fa di più. Scrivo anche in stati alterati di coscienza. Mi reputo un consumatore moderato e cosciente; devo all’hashish le buone parti in prosa e l’ironia, sono invece perfettamente sobrio quando scrivo – e so di scrivere – poesia ( alla quale chiedo, anzi pretendo, che sormonti qualsiasi circostanza relativa allo stato della mia psiche). Credo qui di avere anche risposto alla domanda seguente, la 6. Aggiungo che prosa è linguaggio del tempo in cui vivo. Di questo, la poesia, pare a me che si occupi meno.

    7. Poesia fa quel che le pare, è un fatto medianico. Basta farsi trovare.

    8. Non ho altro da dichiarare. Penso sempre che quello che scrivo dovrebbe servire a qualcosa. Quando scrivo mi sgancio da tutto, a partire da me stesso. Mi piacerebbe si capisse che è questione e insegnamento di libertà.

  12. gino rago

    Consultati, da me e dall’ottima mia complice Rossana Levati, abbiamo ricevuto da ‘Alvaro de Campos, l’avanguardista; da Ricardo Reis, l’ellenista;
    da Alberto Caeiro, il “maestro” e dallo stesso Bernardo Soares, sulle questioni poste da Giancarlo Stoccoro, svariate risposte, di cui però proponiamo le due sintesi seguenti
    :

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27177
    1 – “E se l’ufficio di Rua dos Douradores per me rappresenta la Vita, questo secondo piano dove alloggio, nella stessa Rua dos Douradores, rappresenta per me l’Arte. Sì, l’Arte che alloggia nella stessa strada della Vita, però in un luogo diverso; l’Arte che allevia dalla Vita senza alleviare dal vivere, e che è tanto monotona quanto la vita, ma soltanto in un luogo diverso. Sì, questa Rua dos Douradores abbraccia per me l’intero senso delle cose, la soluzione di tutti gli enigmi, posto che esistano enigmi; fatto, questo, che non può avere soluzione.”

    2 – “Se dopo morto
    Vogliono scrivere la mia biografia
    Non c’è nulla di più semplice.
    Ci sono due date – quella di nascita
    E quella di morte.
    Tra l’una e l’altra
    tutti i giorni sono miei.”

    A integrazione, direi eccellente, dei punti 1 e 2, molta materia tematico-
    linguistica, e di stile, può beneficamente essere ottenuta dai più recenti
    versi di Edith Dzieduczycka, per ora congedati come “POST”.
    Versi che già alla prima lettura hanno saputo toccarmi intensamente…
    Inviterei Edith a postarli. Tutti ne riceveremmo giovamento.

    Rossana Levati – Gino Rago

  13. Tomas Traströmer da 17 poesie (1954)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27180
    Che cosa sono io? Talvolta molto tempo fa
    per qualche secondo mi sono veramente avvicinato
    a quello che IO sono, quello che IO sono.

    Ma non appena sono riuscito a vedere IO
    IO è scomparso e si è aperto un varco
    e io ci sono cascato dentro come Alice.

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27182
    Autunno
    precocemente m’inganni con un giorno di luce
    e un altro di acqua che svuota le panche
    della piazza e del vento
    che spiazza i colombi le passere
    e scombuglia gli scoiattoli tra ventagli
    di ramaglie tenaci a tenersi un po’ di foglie

    non come tu sei
    io sono tale e qual ero nel tuo corpus
    mistico di vulva
    un giorno così e un altro così
    senza la fretta di arrivare dà dove tu arrivi

    (17 ottobre, 2006)
    da Foemina tellus, Ed. Joker, 2010

    Questa poesia di Alfredo de Palchi potrebbe sembrare una poesia di paesaggio alla maniera di Cardarelli… e invece è una poesia sulle «pareti interne», il lago dell’inconscio. È questa la differenza tra un poeta di rango come Alfredo de Palchi e un poeta di «paesaggio» come Cardarelli. È una poesia potentemente cacofonica, del tutto disordinata. C’è uno «scombuglio», non ci si raccapezza tra «scoiattoli tra ventagli di ramaglie…»; non si capisce chi è il soggetto e chi l’oggetto. Si verifica un ribaltamento (ecco il paradosso!) tra i due attanti… inoltre, tutti gli attanti sono messi in riga da quella energia oscura che è l’inconscio… è lui l’istanza che governa questa poesia (come in genere tutta la poesia di Alfredo de Palchi),* e la scombussola, la squassa da cima a fondo…

    Bisognerebbe rileggere la poesia del secondo novecento e, più ancora, la nuovissima poesia italiana della «nuova ontologia estetica» secondo l’ottica del linguaggio ultroneo derivato dal sogno e dall’inconscio…

    * Cfr. Giorgio Linguaglossa, Quando la biografia diventa mito. La poesia di Alfredo de Palchi (Ed. Progetto Cultura, 2016)

    • La presenza dell’autunno
      che si fa stagione nel corpo di donna
      evocato è bellissimo.
      Senza fretta accettando le incontinenze
      del tempo.
      Anche il sesso è parte di tutto questo.
      Quest’autunno corporale è straordinario.

      It’s wonderful mister De Palchi!
      Proposta bellissima Giorgio.

  15. Poesia di Gino Rago
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27195
    Per anni l’arte ha tentato la stasi.
    Ora cerca di mettere tutto in movimento.
    I sei dipinti ornano i sei pilastri
    della sala da pranzo d’una azienda.
    Figure fluttuanti. Distesa di cielo
    visibile appena dalle finestre alte della sala.
    (Il mondo e la carne. O la Parola che comprende entrambi).
    (…)
    «Siamo tutti coscienti del fatto che…»
    L’amministratore delegato non risponde.
    Ignora l’artista. Che insiste: «Siamo tutti coscienti del fatto
    che se la polpa cade la conchiglia si svuota?
    Chi o cosa riempirà questo vuoto…»
    Emilio, Edoardo, Armando.
    (Rondine. Rendici eguali al tuo giugno).
    (…)
    Da un angolo della mensa aziendale rispondono:
    «Se la polpa fugge la conchiglia resta vuota.
    Il vuoto lo riempie la parola nuova del poeta».
    L’amministratore delegato non si scompone.
    Pensa da solo soltanto al profitto.
    La conchiglia senza polpa resta vuota.
    (Le immagini sono il silenzio inquinato).

    [Dedico questi versi recentissimi, ora nella loro forma definitiva, a Lucio Mayoor Tosi che a ogni sua elaborazione artistica, di ritratti o di versi, sempre ci sorprende, e ci incanta]

    Traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai

    Art for years attempted stasis.
    Now it tries to put everything in movement.
    The six paintings adorn the six pilasters
    in the dining room of an agency.
    Floating pictures. A spead of sky
    Barely seen from the high windows in the room.
    (World and flesh. O the word that comprehends both).
    (…)
    «We are all conscious of the fact that …»
    The delegate administrator does not answer.
    Ignores the artist. Who insists: «Are we all conscious of the fact
    that if the pulp drops out the shell gets empty?
    Who or what will fill up this void …»
    Emilio, Edoardo, Armando.
    (Swallow. Make all of us equal to your June).
    (…)
    From a corner of the agency’s hot table they reply:
    «If the pulp runs out the shell remains empty.
    The void is filled by the poet’s new word».
    The delegate admnistator is not upset.
    He only thinks of the profit.
    The shell without pulp remains empty.
    (The images are polluted silence).

    © 2017 Gino Rago. American translation by A. P. Nicolai of the poem beginning with the verse “Per anni l’arte ha tentato la stasi.” All Rights reserved for the original poem and for the translation

  16. gino rago

    Versi per Alejandra Alfaro Alfieri
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27196
    Lo scambio dell’essere con l’apparire.
    Non salva l’adulto. Nemmeno l’ironia
    più affranca dagli scorni la letteratura
    (che se proprio serve
    serve per porre questioni
    non per ottenere risposte).
    Le volpi si dissetano di notte.
    La varietà del mondo Alejandra la legge allo specchio.
    Le folle di perdenti e vincenti. Di colti e di ingenui.
    (…)
    Il cavaliere di Spagna è morto.
    Philip e gli altri si ubriacano al bar.
    Il Budda sorride dietro lo steccato.
    Certi poeti scalano le montagne dei Paesi Bassi.
    (…)
    Dai versi di Alejandra dispare la macchia umana.
    L’occhio di Victoria Ocampo ci scruta.
    Julio Cortazar esce dalla tomba.
    Insegue il fratello nelle corse sui monti.
    Alejandra gli prende la voce.
    Una voce più libera dell’acqua.

    Gino Rago

  17. Donatella Costantina Giancaspero

    Ripieghiamo in direzione del bar
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27217
    Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
    Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
    e smottamenti di luce tra le crepe.

    Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
    verso l’inverno.
    Camminano con noi fino alla meta. Poi,
    li lasciamo andare.
    Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
    in quell’istante che apre la porta agli occhi rievocativi
    e agli specchi.

    Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
    senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

    Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
    vado un po’ per tentativi…

    Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
    E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
    Nel fondo, resta il dubbio.

    Riporto ancora una volta questa poesia. Vorrei dire qualcosa su di essa. In modo molto semplice, abbozzo qui, in diretta, qualche considerazione. Un critico mi ha detto recentemente che la poesia è molto bella ma che lui rilevava come il sintagma «i passanti inoltrano il crepuscolo / verso l’inverno», sia una frase troppo «normale» e quindi di piana significazione. A suo avviso in quel punto la poesia avrebbe dovuto avere una impennata e non una frase scontatamente lineare e prevedibile.
    Io invece direi che, proprio in quel punto, a mio avviso, la poetessa inserisce una frase prevedibile perché il componimento, in quel punto, non richiede una accelerazione o una originalità, quanto un rallentamento, una frase che rallenti il tempo della composizione e che sia perfettamente comprensibile. Quindi la frase proprio in quel punto richiede una piana comprensibilità in quanto la composizione procede sulla falsariga, straniante e fuorviante, di una comprensibilità tranquilla, per poi, subito dopo, introdurre la frase ulteriore:

    «Camminano con noi fino alla meta. Poi, / li lasciamo andare»

    dove c’è uno sdoppiamento e una inversione di attanti: qui la poesia non si riferisce soltanto ai «passanti» ma a qualcos’altro, sono altri esseri che «camminano», lo si intende chiaramente, sono loro che «Stanno in silenzio sul bancone», sono, appunto, i fantasmi, i ricordi del passato, sono una personificazione dei ricordi.

    La scena è vista con gli occhi di un regista che, dall’esterno, dà il via: ciak si gira: siamo in un «bar», c’è un «caffè», i personaggi (lo capiamo chiaramente dall’interdetto anche se la scena è richiamata per accenni indiretti e allusivi) si muovono lentamente. Tutta la scena della poesia è un allestimento scenico; il regista (ovvero, l’autrice) sta fuori della composizione e ricostruisce un evento sulla base di alcuni sottilissimi e minuscoli dettagli.

    Questa la scena secondaria. Ma c’è un’altra scena che noi non vediamo, perché invisibile, una retro scena, che sta dietro un sipario invisibile: la scena dell’inconscio dove si muovono altri attanti-attori, dove la scena secondaria avviene, è avvenuta e avverrà infinite altre volte. È quella scena primaria che determina l’allestimento della scena composizione «secondaria», quella scena dove si muovono gli oscuri fantasmi dell’inconscio, quella scena che si ripete e si ripeterà nel futuro, perché un allestimento scenico è, per l’inconscio, nient’altro che un allestimento scenico dove gli attanti prendono le vesti di attori sempre nuovi che ripetono la medesima ipotiposi in situazioni sceniche diverse. Il destino si ripete, non può che ripetersi infinite volte fino al compimento dei giorni.

    Quello di cui tratta la poesia della Giancaspero è proprio questo: mette in mostra il compiersi del «destino», quel «destino» di cui l’inconscio decreta lo sfondo, la trama dell’azione, i personaggi sempre nuovi e sempre i medesimi.
    Questa poesia tratta del ritorno dei fantasmi dell’inconscio, sono essi che agiscono liberamente, che determinano gli eventi della storia.
    Tutto qui, volevo rendere evidente questa lettura della poesia perché l’autrice tiene ben nascosta la trama linguistica e iconologica di cui è tessuta.

  18. donatellacostantina

    In merito alla prima domanda,
    Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27231
    io penso che l’Es sia qualcosa di più di “una forza misteriosa che ci trascende”. A questo proposito, mi pare interessante la teoria di Jacques Lacan, secondo cui l’Es è, sia luogo della memoria e del rimosso, ovvero dell’inconscio, sia «desiderio diveniente linguaggio». Questo significa che l’Es si manifesta attraverso il linguaggio e come linguaggio. «L’Es parla», dice Lacan. Ma come? Da dove ci parla l’Es? Il suo discorso «trapela» dalla trama e dai disturbi del discorso conscio, mediante le cosiddette «formazioni dell’inconscio», ad esempio battute di spirito, lapsus, sogni… Per comprenderlo, Lacan ci suggerisce di pensare a quei manoscritti che contengono due testi, uno dei quali è stato cancellato e ricoperto da un altro, in modo tale che il primo può venir intravisto solo attraverso le falle del secondo. Questo per dire che il discorso dell’Es si intravede tramite i «buchi di senso» del discorso conscio: «la verità dell’inconscio deve situarsi tra le righe», conclude Lacan; «tra le righe»: lì dove, a mio parere, è situata proprio la poesia.
    Si può dire senz’altro che l’Es ci parli attraverso la poesia e l’arte in generale. Il punto è saperla interpretare. Per farlo, quella che una volta chiamavamo “critica letteraria” (assente, peraltro, da diversi decenni), e che oggi dovremmo ribattezzare “ermeneutica della poesia”, deve dotarsi di strumenti profondi, direi “chirurgici”, per indagare adeguatamente il testo. Le poesie di Tomas Tranströmer, per dire, o del contemporaneo ceco Petr Král, non potranno mai essere lette con la vecchia “attrezzatura ottica”, poiché appartengono al linguaggio dell’Es, ovvero a quel linguaggio che si lascia appena intravedere «tra le righe».
    Detto questo, non sarà difficile trarre le debite conclusioni…

  19. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27234
    1_2_3_4_5_6_7_8

    tutti dormono e dormo anch’io.
    nei sogni la differenza.

    così rossa una rivoluzione non c’è mai stata.

    anche la versificazione cambia
    cambiando il supporto

    si fa maceria tutto.

    anche gli addendi sopravvivono.

    si fa feroce il tempo. turbina in uno spazio ristretto. il malessere è il passato.

    non chiedermi più menzogne

    la notte si riprende il mattino
    di una pagini asfittica.

    Grazie, Ombra

  20. gino rago

    La voce-luce nell’occhio di Borges
    (versi per Alejandra Alfaro Alfieri )

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/21/questionario-a-cura-di-giancarlo-stoccoro-otto-domande-da-poeti-e-prosatori-alla-corte-delles-animamundi-edizioni-2017-pp-320-e-18-con-una-risposta-alle-domande-di-giorgio-linguaglossa-con-due/comment-page-1/#comment-27258
    Lo scambio dell’essere con l’apparire…
    Non salva l’adulto. Né l’ironia del saggio
    affranca dagli scorni la letteratura
    (che se proprio serve
    serve per porre questioni.
    Non per ottenere risposte).
    (…)
    Le volpi si dissetano di notte.
    La varietà del mondo Alejandra la legge allo specchio.
    Le folle di perdenti e vincenti. Di colti e di ingenui.
    Di salvati e sommersi. Di ricchi e indigenti.
    (…)
    Il cavaliere di Spagna è morto.
    Philip e gli altri si ubriacano al bar.
    Il Budda sorride dietro lo steccato.
    Certi poeti scalano le montagne dei Paesi Bassi.
    (…)
    Dai versi di Alejandra dispare la macchia umana.
    L’occhio di Victoria Ocampo ci scruta.
    Julio Cortazar esce dalla tomba.
    Insegue il fratello nelle corse sui monti.
    Alejandra gli prende la voce.
    Una voce più libera dell’acqua.
    La voce -luce nell’occhio di Borges.
    Gino Rago

    Nota.
    Ho pensato di intervenire sui versi dedicati ad Alejandra Alfaro Alfieri, già postati in altra forma, perché a una più attenta lettura gli stessi versi li ho sentiti muoversi, come in certa prosa
    di Borges, nel labirinto circolare borgesiano in cui l’uomo rischia di perdersi.
    Nello stesso labirinto circolare mi sembra che si muovano i versi, magnificamente commentati da Giorgio Linguaglossa, di Costantina Donatella Giancaspero, versi nei quali il poeta si mostra consapevole di due verità postcontemporanee:
    – nessuna opera letteraria è più un monolite e come tale si presta a variazioni;
    – il lettore diventa un elemento fondamentale dell’opera sulla quale può intervenire, modificandola,
    con il suo tempo interiore e con la sua esperienza.
    Così, Alejandra Alfaro Alfieri e Costantina Donatella Giancaspero minano l’illusione che la vita sia un percorso lineare perché lo stesso ‘tempo’ lineare non è.

    Gino Rago

    • gino rago

      “La voce-luce nell’occhio di Borges”: il verso è stato da me costruito dal “Ritratto di Borges a Palermo, 1984.

      Ferdinando Scianna fotografa Borges a Palermo nel 1984.
      Scianna e Borges sono sulla terrazza dell’albergo palermitano, davanti al mare.
      Ferdinando Scianna confida: “La giornata è radiosa. La primavera, così bizzarra quest’anno
      anche in Sicilia, questa mattina sembra avere fatto una eccezione per Borges. Il poeta sembra
      bere quella particolare fragranza dell’aria, dice di sentire che il cielo dev’essere azzurrissimo.
      Si volge verso il sole, la cui luce ignora, ma della quale sente non soltanto il calore ma la voce.
      E comincia a declinare: ‘Dolce color d’oriental zaffiro… Dante, Purgatorio, canto primo’
      precisa con un sorriso timido” (Ricordo di F. Scianna)

      Gino Rago

  21. gino rago

    Il mio grazie a Francesca Dono:

    (…)
    “Ti chiama Lilith quel poeta.
    Perché sei il segreto delle dita insistenti.
    Scettro della libertà. Sigillo dell’amore-conoscenza.
    Sposa del mito e della verità.
    Canto di colomba per domare i leoni.

    Di nascosto ti chiama Lilith quel poeta
    perché sei la Regina di Saba e Circe.
    Sei Elena di Troia e Maria Maddalena.
    Perché vieni dal soffio nel fango
    non estratta da costola umana.”

    Gino Rago

    I

  22. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Il salto e la mitraglia affiorano al limite della divinazione.
    Agli appunti vani. Alle
    stupide allegrie descritte. Un paio d’ali.
    Quei punti sono chicchi di pepe nero. La
    stessa macina stride.
    Ripetere a stento sul grammofono
    striature di polvere da sparo. Semplici
    pallini dall’espansione facile.
    E dal rosone un immagine deformata
    proietta l’ombra infondo al cielo.

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