Mario Gabriele, Poesie scelte da In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Ci sono state calunnie su Donovan,/ ma il vento ha pulito le piazze

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Gaetano Salveti, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Steven Grieco Rathgeb, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Giorgio Agnisola, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Francesco D’Episcopo, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci, Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it

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la storia qui è ridotta a storialità, a cartoline, flash, lampeggiamenti, icone, patterns, involucri, simulacri, ready made, parole usa e getta, parole plastificate e di polistirolo

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Astorialità per eccesso di storia definirei questo ultimo lavoro di Mario Gabriele, al quale corrisponde un pluritematismo e un pluristilismo, in linea con i fondamenti della «nuova ontologia estetica». Ma la storia qui è ridotta a storialità, a cartoline, flash, lampeggiamenti, icone, patterns, involucri, simulacri, ready made, parole usa e getta, parole plastificate e di polistirolo, e parole monouso gettate nella discarica abusiva dell’epitelio semantico dove questa poesia soggiorna gratis con tanto di permesso di soggiorno e di tramonto.

Dire che nella poesia di Mario Gabriele c’è solo metalinguaggio equivale a dire che tutto è metalinguaggio, il nostro ordo idearum è fondato sul metalinguaggio, che lo stesso ordine significante è un metalinguaggio in azione, che non c’è una significazione «ultima» del linguaggio e non c’è mai stata neanche una significazione «prima», che non v’è parola né ultima né prima, la parola, e quella poetica in particolare, semmai si pone come «mancante», come non-presente. Così, genialmente, la poesia di Gabriele mostra come tutta la tradizione poetica è finita nel buco dell’ozono della propria disparizione. Al posto della parola che cercavamo troviamo altre parole, quelle usa e getta, e così via, l’una tira l’altra in un saliscendi senza fine, come al luna park. Non c’è alcun linguaggio perché tutto l’armamentario linguistico della poesia moderna è diventato metalinguaggio, cartapesta linguistica e iconica.

È il linguaggio in quanto metalinguaggio che apre nell’esistenza il vuoto entro cui la parola si dà come rifrazione di presenza-assenza, specchio duale che autoriflette il «vuoto» di cui essa è presenza. La poesia di Mario Gabriele può essere intesa alla stregua di una immensa e variegata superficie specchiante che riflette altri specchi, che vive in un gioco di rifrazioni e di rimandi semantici ed iconici. Ma si tratta di rimandi svuotati di qualsiasi simbolismo, sono specchi vuoti che riflettono il vuoto, come in una famosa poesia di Kikuo Takano. Il «viaggio», che l’autore richiama finanche nel titolo, nel nostro mondo telematico e globale è ormai diventato un viaggio turistico con tanto di accessori e di monitor, non è più possibile alcuna autenticità se non nel similoro e nel kitsch. Le poesie di oggidì che trattano con seriosità il tema del viaggio, fanno sorridere per la loro bontà perché periclitano agevolmente nel kitsch e nel piacevole, si adattano al piacevole e all’intrattenimento, sono un diversivo al gioco della canasta e della macumba.

Strilli GabrieleStrilli Gabriele Da quando daddy è andato viaMario Gabriele  intende il «viaggio», appunto, «con Godot», con questo misterioso ospite che è la nostra Ombra, il nostro irraggiungibile sosia. Siamo noi stessi Godot, per questo non potremo mai raggiungere la nostra interiorità perché essa è stata ampiamente colonizzata dall’Altro dell’Altro, non c’è più nemmeno un angolino, un ricettacolo di autenticità nel mondo disilluso e amministrato da un ordo rerum onnivoro e globale.

Non v’è più alcuna economia monetaria della dicibilità perché tutto è diventato dicibile, tutto è scambiabile in base al valore di scambio, e la parola non fa eccezione, anch’essa è finita nell’imbuto del valore di scambio, perché non può esservi una esteriorità che non sia inclusa anche nel linguaggio, ed il linguaggio è il luogo per eccellenza dell’ambiguità e del gioco semantico della significazione, di ciò che non rientra nel linguaggio: quel misterioso «di-fuori» che si chiama «mondo». È per questo che la nuova poesia di Mario Gabriele, così sofisticata da apparire ingenuamente fuori-moda, si presenta come un manufatto ultroneo, ammicca ossessivamente a questo nuovo ordine post-simbolico fitto di simulacri nel quale oggi siamo tutti immersi, dove non c’è dialogo che possa durare qualche minuto, «Il Dialogo fu di breve durata» scrive ironicamente Gabriele in una poesia della raccolta, perché non c’è più nulla di cui dialogare, le cose si capiscono benissimo nell’ambito di un’altra economia monetaria, quella dei titoli di borsa e del mondo ridotto a intrattenimento futile, un ottimo fertilizzante per le menti decorticate della società mediatica.

La tradizione metafisica, ci dice Derrida, vede nell’essere un assoluto, una sostanza impredicabile perché presente in ogni predicazione. Resta però aperta la questione che se l’essere è impredicabile, il linguaggio si trova a colmare una distanza impossibile. L’essere cioè diventa la condizione, il presupposto incluso tuttavia trascendens, il linguaggio. Dire che il «linguaggio è dimora dell’essere» (Heidegger) se da un lato esclude la possibilità che l’essere possa essere detto dal linguaggio come una referenza diretta, dall’altra tende a porre l’essere stesso in una prospettiva sfuggevole e indeterminata – l’essere si rivela come qualcosa di «pienamente indeterminato» afferma Heidegger – e, allo stesso tempo, fondativa, proprio in quanto si tratta di una indeterminazione inclusa nel linguaggio stesso.

In In viaggio con Godot, è il linguaggio stesso ad essere in «viaggio», in una traslocazione locomozione senza tregua… è il linguaggio che si sottrae a se stesso… il linguaggio cessa di essere fondazionale ma appare, si rivela, per il suo essere un rinvio continuo… il linguaggio in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale che vede nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si serializza in una molteplicità di sintagmi.

Nel volgere di pochi anni si è avverata la previsione di Marcuse: «è probabile che il secondo periodo di barbarie seguirà  ad un lungo periodo di civiltà». Il perdurare della povertà in presenza di una ricchezza sen­za precedenti è la più imparziale delle accuse contro lo stesso processo della civilizzazione capitalistica, l’arte e la cultura sono state ammorbidite e derubricate a sottoprodotto del prodotto, della merce. L’ideologia dello sviluppo è profondamente irrazionale, non c’è più nulla da sviluppare se non la nostra barbarie ininterrotta. In un mondo in cui dieci famiglie detengono la ricchezza di circa quattro miliardi di persone, non è più possibile fare poesia, almeno la poesia che abbiamo conosciuto. E Mario Gabriele si è regolato di conseguenza. Per questo la sua poesia spinge oggettivamente verso il «nuovo». Pur all’interno di un mare di ciarpame e di belletristica mediatica essa diventa, oggettivamente, «irriconoscibile», in quanto non-merce che assume l’apparenza di merce che Gabriele derubrica a sub-merce.

Mario Gabriele è un poeta troppo dotato per non aver tirato le conseguenze in sede estetica di questa situazione macro storica, la sua è una poesia che assume la presunta «ricchezza» delle merci e delle citazioni della cultura mondiale come specchi per le allodole, è una poesia che si assume l’onere di essere il garante e il guardasigilli della non-verità del mondo amministrato.

Strilli Gabriele2

Ogni felicità è frammento di tutta la felicità, che si nega agli uomini e che essi si negano.
(Th.W. Adorno)

[…]
«già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione- e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto – e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi. Così si falsifica, allo stesso modo di come si falsifica l’arte (…) il piacere sensoriale conserva qualcosa di infantile quando si presenta nell’arte in maniera letterale, intatta. Solo nel ricordo e nella nostalgia, non come copiato e come effetto immediato, esso viene assorbito dall’arte (…)»
[…]
«All’ontologia della falsa coscienza appartengono anche quegli aspetti nei quali la borghesia, che tanto liberò lo spirito quanto lo prese alla cavezza, accetta e gode, dello spirito, proprio ciò in cui non riesce completamente a credere – maligna anche contro se stessa. Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».

«L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata»1].

«Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».2]

1] T.W. Adorno Ästhetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, trad. it di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Einaudi, 1975 pp. 21 e segg.

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La sera ci sorprese
facendo del giorno un rapido declino.
Ti agiti, non sopporti il fumo del barbecue
della signora Polonskij.
Ti rivedo nei colori dell’arcobaleno:
rondine di altri cieli e di altri nidi!
-Qui dura ancora il turnover.
Vado all’estero, mi rifaccio una vita,
troverò un lavoro,
avrò una moglie e dei figli-, disse Simon.
Una stagione infausta si ferma
stretta dalle corde dell’autunno.
Nei vecchi bungalow si contano le ore.
La casa lungo il fiume
non ci appartiene più,
è attracco di pescatori di frodo e di conchiglie.
Max sta finendo Psicostasia politica.
Ti rivedo nel Bacio di Klimt.
Non c’é tavolozza senza il nero.
Quando Marisa tornerà da Dortmund
sarà come un lampo a ciel sereno,
chiederà le catenine di Istanbul,
prima di dire:-oh mamma, mamma,
perché sei rimasta così sola nel silenzio?

Strilli Gabriele

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Da quale rovo sei venuta?
La stagione porta trappole.
Temi le Centurie, i mesi bisestili.
Un testamento è nel Caveau.
Aspettami quando il leone e l’agnello
si saranno fermati all’ombra delle oasi.
Noè ha attaversato il Topanga Canyon.
Il frutto dell’albero è maturo.
E’ diventata cieca la tua memoria.
Una tettoia d’anni è finita sul selciato.
L’anfora è rotta, Ubaldo!
L’anfora più bella è rotta.
Sono venuti giù acqua e neve.
A tratti si è fermato l’anticiclone.
Il vecchio Osborne non se ne è accorto.
Sta a guardare il sole che nasce e muore.
Preghiamo per i nostri gelsomini.
Il Signore solleva dalla polvere il misero,
innalza il povero dalle immondizie.
Scendiamo in una valle silente
nel giorno di tristezza di Makeda.
Il gran sacerdote,
lasciò messaggi nelle crepe del Muro,
senza piccioni viaggiatori
e pagaie, azzurro-mare.
Il pony express aspetta.Tace.
Augura: Feliz Navidad.
Il cammino si accorcia,
senza il miracolo da ponente.
A Daisy non diremo nulla
che possa scuotere i rami del suo bosco,
nulla di come è fatto il lazzaretto.

Strilli Gabriele Da quando daddy è andato viaStrilli Gabriele Ci sono anni che sembrano boschi

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Un tranquillo week-end di settembre,
e mai ci diranno dove albergano le similitudini,
la scia delle zattere in mare aperto,
i claudicanti per le strade
a cercare Il cavaliere inesistente.
Una ragazza, con cuffie e tablet,
ascoltava messaggi.
Linda parlava di creature ascese al cielo,
e di altre che sostano sulla terra.

Apparve un mercante con tele di Reinhardt.
Un bimbo piangeva.
-Signora, lo faccia tacere-,
così parlò Zarathustra.
Un male alle ossa,
riportò alla mente il lettino di Freud.

Con le stagiste di Arlington
parlammo di città medievali.
La profezia dei Maya.
Le statue sull’isola di Pasqua.
Nessun rosario a mezzanotte.
Lucy, prima di partire,
lasciò i panni nella Whirpool.
Ci sono state calunnie su Donovan,
ma il vento ha pulito le piazze.
Certe domeniche passano
come le storie nel Parking House,
e Dorothy non sa più trovare
la distanza di un anno all’altro,
da quando è partita Nonna Eliodora.

Strilli Gabriele Il freddo ci lasciò contritiStrilli Gabriele È successo all'improvviso Volevo solo restare nel sogno

43

Il tempo mise in allarme le allodole.
Caddero èmbrici e foglie.
Più volte suonò il postino a casa di Hendrius
senza la sirena e il cane Wolf.

Un Giudice si fece largo tra la folla,
lesse i Codici, pronunciando la sentenza.
-Non c’è salvezza per nessuno,
né per la rosa, né per la viola-,
concluse il dicitore alla fine del processo.

Matius oltrepassò il fiume Joaquin
mantenendo la promessa,
poi salì sul monte Annapurna
a guardare la tempesta.

Un concertista si fece avanti
suonando l’Inverno di Vivaldi,
spandendo l’ombra sopra i girasoli.

Appassì il campo germinato.
Tornarono mattino e sera
sulle città dell’anima.
Suor Angelina rese omaggio ad Aprile
tornato con le rondini sul davanzale.
Restare a casa la sera,
calda o fresca che sia la stanza,
è trascorrere le ore in un battito d’ala.

Si spopolò il borgo.
Pianse il geranio la fine dei suoi giorni.
Fummo un solo pensiero e un’unica radice.
Chi andò oltre l’arcobaleno
portò via l’anima imperfetta.

Nostra fu la sera discesa dal monte
a zittire il fischio delle serpi,
il canto dei balestrucci.

Chiamammo Virginia
perché allontanasse i cani
dagli ulivi impauriti.

Robert non lesse più Genesi 2 Samuele,
e a durare ora sono le cuspidi al mattino,
la frusta che schiocca e s’attorciglia.

Strilli Gabriele La Terra è un braciereStrilli Gabriele La pioggia rivuole le sue note da pianoforte

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Denise non temeva il jet lag e amava viaggiare
Due posti per Vancouver li aveva prenotati.
Ma è assurdo pensare a oceani e mari
quando si sta così bene accanto ai falò ed è Natale.

Non siamo né Carroll, né Lara
e non sappiamo nulla degli universi perduti.
Il dottor Mingus vive in Alabama,
ha attrezzature per la pesca
e una bara di lusso nella stanza.

Mi stupirei se lungo il volo
si parlasse dei quanti.
Nella valigia c’è un Confucio di creta.
Lucy è serena. Non teme i cambi di voli.

Buttley, che dice?
Neppure Padre Vincent lo capisce!
E’ una questione di spine e sacrifici del cuore.

Ci sono in ogni città cimiteri e fontane.
Ma uno come Frank se ne sta alla larga.
Dice che è meglio così.
Ci mancava anche questo pensiero!
Va a finire che gli verranno le vertigini.
E’ solo un’idea. Ma c’è qualcosa di vero
fino a quando arriveremo nella valle degli Incas
e ad Arequipa.

Strilli Gabriele Lucy mi volle con sé

49

La notte gelò i prodigi nel pineto.
Clarissa aspettava le benedizioni promesse.
Ai passeggeri del sogno
furono condonati i peccati.
Balaam predisse oracoli oscuri.
Ci fu chi trovò la chiave dei testi di Timbuktu.
Al Tempio vennero profeti.

Cornelius chiamò le anime all’aperto
facendo di un popolo un’unica catena.
Non disse nulla su David e Betsabea.
Il vento rimosse la polvere sui tetti.
Al Caffè delle Sette Lune tornò Brodskij
con le Elegie Romane.
Una esistenza tranquilla chiese Caroline
dopo i delitti della natura.

Se stasera mi vuoi nei tuoi sogni, Lucy,
non lasciarmi più solo!
Ci sono i Blu Garden e le short stories
per uscire dal ventre del nulla,
anche se la stagione ha serpenti e meduse
e nessuno riesce a trovare una strada
in questa città di camini abbattuti.

Nella mente tornò We came along this road.
Ma era tutta una Waste Land.
Una ragazza, sotto il portale,
aveva un iPod fra le mani.
Bianchi manichini erano in un album
di foto screziate.
Giorgia è tornata all’aperto.
E’ stato un giorno di veglia
e di Capricci di Paganini.

Strilli Gabriele Matsuo Basho ha ristretto il mondo

50

E’ stato il noumeno della vita, Mary,
a cambiarci il volto,
il 21 marzo di ogni primavera,
il ritmo dell’hukulele di Israel Kamakawiwo’ole
con Over the Rainbow.
E ora siamo qui a discutere su ciò che è stata
La Saison en enfer,
quel rimettere i vestiti nell’armadio,
perché finita è la stagione,
cercare i fantasmi del passato
senza sapere dove.
Poesia di fotoni,
con le apnee notturne,
e il Clenil sul comodino,
per aprire nella notte gli alveoli dei polmoni.
Neanche l’aria prova a restarci dentro;
e ho ricalcato i passi dell’infanzia
nel borgo di via Grossetti,
dove tutti se ne sono andati:
Marco, Andrea, Marisa.
E ad apparire sono i panni dai balconi,
l’erba di Stonehenge.

Strilli Gabriele Ora i miei morti sono quelli che non ricordo

51

Dora scrive versi.
Sorprendono le metafore e i giorni della resa.
Al Circolo Heidelmann
si replica il Partigiano Johnny.
Con Le Demoiselles d’Avignon
siamo andati a cercare Le Illuminazioni.

Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
Dora alle sette apre le imposte.
Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
Benn l’accompagna alla stazione.
-Milano- dice.- è una grande città
con tante Silicon Valley.
Puoi contattare qui la M.G.M.
per un lavoro part-time.
Poi si vedrà se andare a Boston.
C’è però un problema ed è la famiglia Salomon
che parla sempre di decaloghi
e di colombe che tornano dopo il diluvio-.
Un’altra stagione è alle porte
con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.

Domani è di scena Mrs Dalloway,
ma senza Virginia Wolf.

Strilli Gabriele Ora siamo in due a sognare una gita

54

Volò il gheppio dalla piramide.
Un mite inverno portò strisce d’acqua.
Flores rimase poco più di un mese a Katmandu.
Conobbe il palazzo di Bhaumasura
e la strada per Pechino.
-Ha poca importanza, Mister Kleen,
dipingere il mondo:
è già tutto un arcobaleno.
-Se viene a Pisa o a Firenze,
vedrà più di un colore-,
disse il direttore d’Arte Moderna.
Franz Hline con Figure Eight del 52
ha esaltato il nero con fondo bianco su tela.
Qualcuno deve aver avvisato Marceline
se il porto era aperto.
I fiori più belli sono stati quelli di Ingrid
quando partì l’hovercraft.

-Vengo da Orione-, disse un omino
con ali di condor.
-Vi porto le chiavi del mondo-.
Giusy ha studiato a Oxford.
Ora vende case e giardini.
Ma non è più come prima.
C’è sempre qualcuno
che le racconta storie di hinterland.
Fu Emerson a rivelare la stanza di tortura
della castellana prima che facesse buio
e tornassero le colombe sulla city
a ridare pace e riposo alla sera.

Strilli Gabriele

55

Il Dialogo fu di breve durata.
La signorina Odette si fermò alla Carnegie Hall
per la Symphonia Domestica di Strauss.
Aspettammo l’ora sesta
mentre usciva dal nido il passero in libertà.
La ballata di Anuck si protrasse fino all’alba.

Al palazzo reale vennero turisti.
Due sudditi si prostrarono
davanti alla regina dicendo:
-queste sono le nascite di oggi
e le morti di domani-.
Una preghiera fu detta dopo il diluvio.
Ketty lasciò sul tavolo vin brulè
ai viaggiatori dell’aldilà
come se fosse il 2 novembre.
Nonno Vincent
batteva la gruccia sul parquet
quando voleva chiamare Violetta.

A nulla è servito il canto dell’oratorio
a frenare l’ira del mese.

Il dialogo fu ripreso con padre Milton
ma senza voli nel cielo.

Quando Merrill parlò dello spettacolo,
c’erano mille cose ancora da fare.
Karima non ha più aritmie al cuore,
ma teme di perdersi nel deserto
come il Piccolo Principe.

Denise mi scrive che sarà a casa ad aprile
quando si dissolvono le nebbie su London City.
Lei sa che non aspetto nessuno,
ma se torna sarà come la rondine a primavera
sulla gobba dell’arcobaleno.

Strilli Gabriele2

56

La donna con burqa e nastri d’organza
cercava le ginestre tra le rovine di Palmira.

Blondell era tornata in albergo
a leggere i papiri.

Dottore, l’emoglobina è alta,
pure l’alfa amilasi.

Nel Samsung abbiamo riposto le camicie
e il foulard di Odette
per una serata di gala
alla Wagner Wunderkammer.

Quando tornammo era Pasqua di neve.
Le cose che Astolfo fece
sembravano trucchi da Mago Merlino.

Scavando sotto il falso e vero verde
ritrovammo l’anima
Al di là del bene e del male.

Yoko Tani porta con sé le ferite di Nagasaki.
La ragazza Betty ha un turno di notte al Call Center.
Ma la domenica parla di Genet
e delle belle giornate di sole ad Acapulco.

 

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38 commenti

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38 risposte a “Mario Gabriele, Poesie scelte da In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. entusiasmante raccolta, caro Mario. Ho già cominciato a leggere le tue geniali poesie. Complimenti alla tua verve creativa1!!

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27022
    Bianchi manichini erano in un album
    di foto screziate.

    il lavoro comune

    straccia la nostra consapevolezza e del giorno tu fissi una notte diurna. appresso nelle braccia scollate, manichini di un senso straziato,
    si scorgono albe notturne!
    e le ore non più condivise
    fanno parte del tempo.
    non chiacchieri più.
    questo digitare non vale.

    (frammenti kafkiani, richiami.durante la costruzione poetica. una muraglia. immagini soffocanti. poesia nei righi chiari. nel silenzio.
    ferite di attesa.
    Grazie Ombra, grazie Mario M.Gabriele.chapeau!)

  3. dal blog di Lucio Mayoor Tosi https://mayoorblog.wordpress.com/2017/11/17/nessuno/comment-page-1/#comment-1130

    Nessuno
    di Lucio Mayoor Tosi

    Metti una casa sul filo.
    In bocca l’intero villaggio.
    Piano piano comincia a inghiottire
    le casette, una a una.

    Dimentico sempre la fine del racconto.
    Quindi, penso, anch’io verrò dimenticato.
    Dentro il presepe, in qualche tabaccheria.
    Mentre la neve sale e scende se qualcuno
    l’agita. Il tempo o l’allegria.

    Vedi, vedi? Conigli passano svelti
    sotto la staccionata poi si mettono in posa,
    allineati. Beata gioventù! C’è anche una caverna
    piena di sassi e gocciolamenti; musiche rotte,
    ferme di qua, di là. Di qua e di là finché
    ci si ritrova come in vetrina. Accanto
    a scatole vuote di caramelle.

    Così è nata la Luna, non lo sapevi?
    E’ nata dal dimenticare. Adesso gira gira
    e non si sente rumore: sono tutti morti!
    Come l’asilo, domenica mattina.
    L’ascensore guasto.

    Quando eravamo serpenti,
    i più bravi di noi riuscivano a mantenersi
    eretti per giorni, anche settimane.
    No, io allora ero un ficus. Contemplavo
    l’astronomia. Quando ancora non era
    scienza.

    Ora il tempo disoccupato
    mi batte sulla nuca e sento friggere le dita
    sulle punte. E’ uno scherzo tra noi. Può significare
    che il fiume Po non teme le curve, anzi
    verso il mare accelera. Accelera e basta.

    Eccellente composizione, dovrei rileggerla a distanza di tempo per poterla meglio recepire. Il primo verso è straordinario: «Metti una casa sul filo» è un non-sense, siamo nell’inconscio, fuori del principio di non contraddizione; non c’è alcuna contraddizione per l’inconscio nella immagine di una «casa» che poggia su un «filo»; il secondo verso («In bocca l’intero villaggio»), forte e straniante sembra non entrarci affatto con il primo, ma è così che funziona l’inconscio: mette insieme delle cose senza capo né coda, almeno dal punto di vista del pensiero razionale e auto organizzatorio; ma poi il terzo e il quarto verso aggiungono estraniazione allo straniamento (tipico procedimento dell’inconscio); però il quarto verso che mette tutto in chiaro, cioè in ordine: c’è una «bocca» che inghiottisce tutto, «le casette, una a una». Ovvio, siamo nell’ordine del piano onirico. Questa composizione si muove tutta sul piano onirico, lì ci sta a suo agio, si muove con disinvoltura, spassosa ed esilarante, imprevedibile e anti razionalistica. Un esempio di «nuova ontologia estetica». Il finale poi è esilarante… misterioso e come sospeso tra le nuvole del pensiero. Tutta la poesia sembra scritta tra le nuvole del pensiero raziocinante, questa goffa macchina calcolatrice che vuole mettere tutto nell’ordine della sintassi unilineare.
    (g.l.)

    • Alfonso Cataldi

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27046
      Per usare una metafora, certe poesie di Lucio Mayoor Tosi rappresentano le montagne russe all’interno del Luna Park della NOE. Spesso ci si trova sottosopra, con il cuore in gola e le cose le vedi da un’altra prospettiva e sotto l’effetto dell’adrenalina. Così i conigli paurosi di mostrarsi per Espmark, qui scappano sotto la staccionata per mettersi in posa. Una curiosità: in una poesia recente di Mariella Collonna le era stato rimproverato l’uso della congiunzione “come” che qui ritrovo due volte e mi chiedo se sia la struttura poetica diversa a giustificarla qui e non lì.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27048
        Se non ricordo male fui proprio io a sollevare la questione del “come”, ma relativamente alla metafora. In questi due casi, si tratta di normale dizione, ad esempio “ci si ritrova come in vetrina. Accanto / a scatole vuote di caramelle”, errore sarebbe stato porre il “come” davanti a “scatole di caramelle”. Invece in “Come l’asilo, domenica mattina. / L’ascensore guasto” il come è del tutto funzionale all’esempio. Non è metafora.
        Tutte le mie metafore sono dirette “C’è anche una caverna / piena di sassi…” ma sono metafore vuote di significante, né richiamano simbolismi. Servono a vedere, sono immagini. Poi, chi, più e meglio di ogni poeta, vorrebbe essere creduto sulla parola? Quindi, niente mediazioni: preferisco essere sulla luna, non come-se. Mi fa piacere se questo ti fa sentire “come” sulle montagne russe, perché di questo io non posso essere sicuro.
        L’adrenalina può derivare dalla scrittura per frammenti – che ciascuno interpreta come preferisce, nella propria misura – perché è certo che tiene desta l’attenzione. Io lo imparai anni fa, quando lavoravo in pubblicità, dal modo di scrivere che avevano molti copywriter. In realtà, il frammento, per quanto se ne possa dire, anche con ragione, non è esclusiva della tradizione letteraria italiana. Pensa al linguaggio conciso che circola in rete. Gli stracci, ecc. Si cerca un nuovo modo per versificare. In parte ci stiamo riuscendo. E’ molto complicato ma appassionante. Sinceramente, per come scrivevo un tempo, non avrei creduto che prima o poi sarei approdato a versi così strutturati. Senza però sentirmi in gabbia.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27027
    Bisogna aver letto Salman Rushdie, in alcune pagine de “I versi satanici” si ritrova il corrispettivo – che io sappia l’unico – a cui la poesia di Mario M. Gabriele può essere degnamente accostata; per quanto la narrativa in questo caso riveli il suo diverso indirizzo, quella vocazione all’estroversione che la poesia non contempla nei suoi manufatti, anche nella negazione più remissiva e insieme ostinata di “In viaggio con Godot”, dove per altro ogni riferimento a Samuel Beckett a me sembra in chiave di superamento dello stesso, non fosse per la sostanza. E quindi è tutto nuovo, per la poesia come anche per la critica. Per la critica non so dire, mi affido ciecamente a Giorgio Linguaglossa, ma per la poesia, laddove anche la metafora – e penso all’ultima (novità) di Tranströmer – sembra dire addìo: “(…) le metafore si accendono / come le luci la notte di Natale”, scrive Gabriele. E’ la poesia stessa che si occulta, dentro un marasma di negazioni e vacuità. Geniale, di un’inventiva rara. Inimitabile. Come anche traspare ( ma bisogna sprofondare con la lente dentro i frammenti) un vivo pessimismo, unito a tensione esistenziale e sociale, ad esempio qui: “E’ tardi per un incontro / C’è un mercato domani. / Qualcuno avrà un anno in meno” (Nb. da vivere). Ma anche qui: Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie”.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27029
    Per Lucio Maior Tosi: bellissima poesia,nuova, immediata,inimitabile.L’erba verde che ti circonda deve creare un’atmosfera magica,tanto più percepibile nelle prime brume dell’inverno,nella promessa struggente dell’Avvento.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27030
    La tradizione metafisica, ci dice Derrida, vede nell’essere un assoluto, una sostanza impredicabile perché presente in ogni predicazione.

    Resta però aperta la questione che se l’essere è impredicabile, il linguaggio si trova a colmare una distanza impossibile. L’essere cioè diventa la condizione, il presupposto incluso tuttavia trascendens il linguaggio. Dire che il «linguaggio è dimora dell’essere» (Heidegger) se da un lato esclude la possibilità che l’essere possa essere detto dal linguaggio come una referenza diretta, dall’altra tende a porre l’essere stesso in una prospettiva sfuggevole e indeterminata – l’essere si rivela come qualcosa di «pienamente indeterminato» afferma Heidegger – e, allo stesso tempo, fondativa, proprio in quanto si tratta di una indeterminazione inclusa nel linguaggio stesso.

    In In viaggio con Godot, è il linguaggio stesso ad essere in «viaggio», in una traslocazione locomozione senza tregua… è il linguaggio che si sottrae a se stesso… il linguaggio cessa di essere fondazionale ma appare, si rivela, per il suo essere un rinvio continuo… il linguaggio in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica
    differenziale che vede nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si serializza in una molteplicità di sintagmi.

  7. Eugenia

    Sembra l’ossario di una civiltà che mi sembra di conoscere
    Mi vengono in aiuto altre grida
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27036
    “…bianca la bara con il fiore bianco dal coperchio semichiuso o quasi”…
    – Luigi Tassoni – Quinta Generazione –

    “… sai, per le strade ormai
    ci siamo solo noi
    Lunghi steli da
    leggere in verticale “.

  8. Adeodato Piazza Nicolai
    Aldilà
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27041

    è spuntata la collina
    che cammina, si rovina
    nella melma dove dorme
    la gracile gallina senza l’uovo
    per domani. Metafora del cosmo
    scomposto: capogiro del mondo
    malandato, confuso, incasinato.

    Sul prato senza l’erba un cane
    salta e corre, piscia contro la tua
    gamba. Sorpreso ti risvegli, strofini
    i pantaloni, riallacci gli scarponi e
    t’incammini sulla strada senza fine.

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore. 17 novembre, ore 19:17

  9. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27044
    “Ma la domenica parla di Genet”
    Si torna con la memoria al saggio che Sartre dedicò al bello e dannato marinaio francese “Santo Genet commediante a martire” imperniato sulla confessione dello stesso Jean Genet: ‘Il carcere mi offrì la prima
    consolazione, la prima pace, la prima promiscuità amica: e nell’immondo.’
    La vastità di letture passate attraverso il suo selettivo filtro linguistico è altra
    decisiva cifra della ricerca di Mario Gabriele la cui poesia occupa, in
    compagnia di pochissime altre esperienze poetiche, un posto centrale nel nuovo corso della lirica italiana, per temi, stile, esplosioni di immagini
    metaforiche. Perdurando il mio soggiorno romano non ho ancora avuto modo
    di annegarmi nel recente libro poetico di Mario Gabiele; ma le composizioni
    qui proposte sotto le cure di Giorgio Linguaglossa sono uno spaccato fedele
    ed attendibile di un poeta che con Godot viaggia in un linguaggio personalissimo e riconoscibile, sulla disintegrazione della parola troppo spesso in tanta pseudo-poesia ridotta a rumore, a balbettio.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27050
    Come si può non dire altro delle poesie di Mario M. Gabriele? “Dottore, l’emoglobina è alta / pure l’amilasi” è troppo distante da qualsiasi parte la si guardi, rispetto a qual che si crede debba essere poesia? E allora, Alfredo De palchi?

  11. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27051
    Sulla poesia di Mario M. Gabriele mi sono espresso sempre positivamente.
    Il poeta oscilla consapevole tra pura descrizione: “Una ragazza, con cuffie e tablet,
    ascoltava messaggi.”, e descrizione poetica : “Il cammino si accorcia,
    senza il miracolo da ponente” e infine poesia : “E’ diventata cieca la tua memoria.” –
    Questa maniera stilistica, secondo me, è il suo metodo abitudinario che lo conduce ad essere padrone dei suoi mezzi scritturali, quindi dalla prosa alla prosa poetica alla poesia sono i passaggi obbligati e ogni passaggio porta dietro di sé la propria storia “grave” (gli eventi detti e specificati con richiami storico-biografico-letterari) o la “leggerezza” del suo pensare senza la poesia o del suo poetare senza pensiero. Questi passaggi sono realizzati anche procedendo al contrario.
    Quindi scrittura che oscilla di continuo attraverso, diciamo, questi interludi ben scanditi, che raramente si mescolano pena la poco riconoscibilità di una visione poetica o di un pensiero visionario.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27052
    Oh, capisco. Non c’è una carognata, nemmeno lo scandalo tra bene o male… due rami secchi, una tazza di tè ed è risolta ogni descrizione… epperò precisa, non ci si può sbagliare. E’ il mio preferito, su questo non c’è dubbio; aspetto solo un lampo raffaelliano da Steven Grieco. Una solenne promessa da Gino Rago, di quelle veramente irrealizzabili! E una finestra serena, di quelle milanesi quando fa piuttosto freddo, da parte di Giorgio LInguaglossa. Quando la filosofia si ferma con le sue ali di farfalla sul bordo della tazza del caffé. Francesca Dono, quando mi convincerà con un finale che neanche lei si aspetta; Donatella, per le notti di Cabiria ( regia di Antonioni) e scene di Edward Hopper… perché ha ragione, Mario Gabriele, tutto è letteratura e arte. Dovremmo dirlo in Parlamento.

    • donatellacostantina

      Antonioni ed Hopper: ottimo accostamento!!…
      Grazie, Lucio, per i tuoi intensi commenti, e complimenti per la tua innata capacità di poter penetrare, “sprofondare con la lente dentro i frammenti” della nostra migliore poesia, come questa di Mario Gabriele.

  13. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27053
    Credevo la Conoscenza una presenza di fedeltà, non una figura o una finzione,
    ma è un assassinio, un condursi alla forca o al rogo per soltanto dire –
    andiamo a morire, da Poeti, allegramente! Si ritrassero le stelle dalla propria luce, l’acqua,
    il fuoco e l’aria dalla Terra, e l’uomo dagli dei… il Nulla si ritrasse da se stesso, come il Tutto!

    Non sono un cinico, disse Ruben, sono assente come una metafora… le figure
    sono una tortura e non conosco la differenza fra le macerie. Accidia è là
    dove mi sorprendono con un Pensiero! Il resto non è nemmeno un delirio
    o un caos… non ho che la mia presenza: vivo per vivere e non per prepararmi a vivere.

    Trionfi dei genocidi e delle Ceneri! Vedrete che mattanza questo secolo!
    Ci sarà da ridere come in una finzione di cartone, mi diranno
    solo su un palco è possibile! La realtà è altra cosa…

    ma i divani sanguinano… è ora di finirla con questa Terra!
    È una caduta di stile il Tempo, come il mancato volo della mia Parola!
    Al poeta, si disse, non basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie!
    Non un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.

    Tento di piantare nel mio giardino un frutteto come Astrov, o come Antonio!

    Maruggio/Campomarino, 4/11/15 agosto 2015
    (dal 4 agosto in treno Rm-Br)

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27054
    Lucio Mayoor Tosi mi chiama in causa,
    che devo dire? Dire della mia ammirazione e sorpresa per la poesia di Mario Gabriele? Lui ha fatto propria l’affermazione di Adorno secondo il quale «già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione». La poesia di Mario parte tutta da lì. E poi dalla constatazione che la poesia è altamente tossica e nociva. E poi è il poeta italiano che sta tutto intero dalla parte della rappresentazione della «falsa coscienza» della società mediatica nella quale siamo immersi a bagnomaria ogni giorno. La sua è una poesia immersa totalmente nella «ontologia della falsa coscienza».

    Al contrario di Antonio Sagredo il quale in tutte le sue poesie non fa altro che replicare una sua «autobiografia immaginaria», nella poesia di Mario Gabriele è completamente assente l’«io», l’avete notato? Come mai nessuno lo ha detto? Nella poesia di Antonio Sagredo, in quella di Mario Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero è in atto una «energia oscura», la forza dell’inconscio (come sappiamo l’Es fa parte nel senso che è una parte dell’inconscio). Compito di un ermeneuta sarà di enucleare i meccanismi che danno luogo alle metafore e alle metonimie, cioè alla struttura elicoidale del DNA che presiede alla nascita dell’arte e alla poesia.

    Forse la poesia di Mario Gabriele è la più completamente «oscurata» (nel senso di Adorno), proprio in quanto ricchissima di luci e di riflessi di luci (ma si tratta propriamente di specchi ustori), ma proprio per questo «oscurata». Forse è il poeta che con più rigore ha tracciato l’elettroencefalogramma della «oscurità» della civiltà mediatica nella quale abbiamo la fortuna di abitare, è il poeta che con maggiore precisione e rigore formale ha tracciato le coordinate, la mappa della completa oscurizzazione della nostra civiltà. Forse un giorno, tra cinquanta, o meglio, tra cento cinquanta anni, la poesia di Mario Gabriele verrà letta come una miscellanea dei relitti e dei frantumi della nostra civlltà.

    Credo sia chiaro quanto vado dicendo. Dopo aver letto la poesia di Mario Gabriele ciascun poeta dovrebbe rallegrarsene perché dovrebbe farsi un esame di coscienza e chiedersi: «ma io che ci sto a fare qui? Che devo scrivere dopo le poesie di Mario Gabriele?».

    È proprio questo il punto. Dopo Mario Gabriele è chiaro che bisogna scrivere in un altro modo. Gabriele è un poeta spartiacque, dopo di lui la poesia italiana (dei poeti di livello, dico), cambierà, non potrà che cambiare. Chi non comprende questo, continuerà a fare delle belle scritture paesaggistiche o di quartiere (come i milanesi) o di commento agli articoli di giornale (come Magrellli), o poesie agrituristiche (come Piersanti e similoro)…

    Un aneddoto: Ieri sera mi trovato al caffè letterario “Mangiaparole” qui a Roma per vedere il derby di calcio Roma Lazio, avevo in mano alcune copie del libro di Mario Gabriele e un avventore ha aperto a caso il libro e ha iniziato a leggere. E notavo che sorrideva e rideva mentre leggeva. Al che io gli ho chiesto: «che ne pensi di questo poeta?»; e lui, di rimando: «mah, io lo trovo divertente! Non ho mai letto una poesia così!». Poi è andato al banco e ha acquistato una copia del libro.

    [Un inciso: poco prima l’avventore, sapendo che sono un critico di poesia, mi ha chiesto che ne pensavo della poesia italiana in generale. Io ho aperto a caso una copia di “Poesia” che stava lì sul tavolo, e ho cominciato leggere (a caso). Poi gli ho chiesto: «tu che ne dici?»; e lui mi ha risposto: «ma questa è prosa, e per giunta anche brutta!»]

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27058
      Ricordate i termini del dilemma platonico intorno alla questione del Logos e del graphè?. Platone in un celebre passo del Fedro bolla la scrittura non solo come inganno e illusione ma come vero e proprio scadimento ontologico:

      «…e però chi pensa di affidare l’arte [Techne] alla scrittura e chi a sua volta vi attinge nella lusinga di apprendere, grazie a essa, qualcosa di chiaro e di definito, è di una ingenuità senza pari e dimostra di ignorare l’oracolo di Ammon, perché stima la scrittura qualcosa di più che un mezzo per rammentare a chi già sa le cose trattate nello scritto […]. In realtà, caro Fedro, la scrittura [graphè] presenta questo difetto: è cosa del tutto simile alla pittura. Sai bene che i prodotti della pittura si presentano quasi fossero vivi. Ma prova a interrogarli: silenzio assoluto. Così pure le opere scritte. L’impressione prima è che esse parlino come esseri pensanti. ma, ove tu rivolga loro qualche domanda di schiarimento di ciò che intendono, non ti rispondono che una sola cosa, e sempre la stessa». (Fedro, 275)

      Secondo Platone il testo scritto produce una immagine della verità nella trama dei segni, in modo identico all’inganno che è in vigore nella pittura. Di qui l’identificazione: scrittura=pittura, il segno linguistico sarebbe analogo al tratto del pittore. Per Platone è follia pensare che una trama di segni fissata su un supporto possa racchiudere la «verità aletheia» per sempre. Per Platone soltanto il Logos della viva voce può esprimere la verità in qualche modo accessibile.

      «l’unico effetto è di alterare il continuum omogeneo del discorso introducendovi l’affezione della differenza. In quanto a-letheia, opposizione al Lete, il-latenza, la verità può aver luogo soltanto nell’espressione del Logos vivente: organismo refrattario a ogni pharmakon».1]

      La poesia di Mario Gabriele rappresenta e ripresenta questa problematica platonica, la sua è una rigorosa scrittura della «differenza» ontologica e linguistica. Tra un sintagma e l’altro della sua poesia si verifica uno iato, una schisi, una differenza, siamo sbalzati dal sellino dell’io in tutte le direzioni, non abbiamo più alcun corrimano cui agguantarci, veniamo deiettati in un territorio linguistico sottoposto a frequentissime e profondissime scosse telluriche. È la «differenza» la categoria centrale nella quale si muove tutta la poesia della maturità di Mario Gabriele. Lui è un esploratore delle differenze e degli scarti, degli stracci linguistici, dei rottami stilistici senza alcuna pretesa di salvarne nessuno (questa svenevole credulità secondo cui la poesia debba essere salvifica! Io non conosco nessuno che si sia curato un raffreddore con le pastiglie di poesia! È davvero ridicola questa credulità popolare presso il ceto medio poetico di oggidì).
      La poesia di Mario Gabriele è, da questo punto di vista, un potentissimo antibiotico contro ogni forma di sciocchezza versale e di pseudo misticismo.

      Giacomo Marramao Minima temporalia, Roma,luca sossella editore, 2005 p. 43

  15. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27055
    Èsempre con un brivido sotto pelle che leggo Maria Gabriele. Vedo saltellare i suo lacerti poetici, i suoi frammenti linguistici, tra uno spazio sacro e uno profano. E quando credi di trovarti nell’uno, ti ritrovi immerso nell’altro. Supore infantile nell’esperienza della maturità.
    La materia dominata totalmente, con lampi geniali, che illuminano a giorno (per quell’attimo bastante) l’intero paesaggio poetico: vedi profili, in lontananza, di cose che presto si avvicineranno.
    Ed è una scrittura che viaggia al contrario, ringiovanisce mano mano che diviene antica. Onora le suggestioni, e ci lascia soli, lungo la strada, a contemplare un vuoto cui possiamo ogni volta cambiare nome.

  16. “Stupore infantile”, chiedo scusa per il refuso

  17. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27057
    Cari Amici e Lettori,
    mi sento in dovere, dopo i vostri apprezzabilissimi commenti, di far seguire un mio punto di vista sul ruolo della poesia in questo mondo di disumana inciviltà dove il futuro sarà affidato ai robot. Spesso mi trovo ad affrontare quesiti che non hanno risposta, come ad esempio il mistero dell’Universo, straordinariamente meraviglioso, ma per me senza “l’indice di Dio”. come ho riportato in un mio testo. Bisognerebbe essere fan dei sostenitori del creazionismo, o avere una visione mistica di Claudio Borghi e di Einstein che non ho, perché un approdo metafisico e religioso del Mondo non entra nel flusso sanguigno e ventricolare del mio cuore e della mia mente, restandone allarmato fino a produrre queste poesie. Un giorno “un vecchio si prostrò ai nostri (miei) piedi /, lasciando il libro di Rut, la spigolatrice /. -Pregate per me- supplicò / e per tutto ciò che ho amato e odiato /. Una domanda è da porsi: perché scriviamo poesie e perché altri le leggono? Perché maturiamo questa sensibilità che ogni giorno ci porta ad esaminare Il teatrino del Mondo, titolo di un libro di Giovanni Ramella Bagneri, un poeta della Quinta Generazione, che ha focalizzato il suo vedere e sentire con una trascrizione in versi dove la”fantasia opera a partire da un giudizio di annientamento della presenza dell’uomo sulla terra come (Soggetto)”. E allora i germi mortiferi che prolificano in noi e di resurrezione in altri, vanno esaminati nel più completo sviluppo analitico, quando ciò sia possibile. Dei commenti sopra riportati mi sono soffermato, in particolare, ma senza trascurare la visione soggettiva ed estetica, critica e intuitiva di altri stimatissimi lettori, su un punto erogatore di sintesi psicoestetica, esattamente quello di Eugenia quando afferma che le poesie “sembrano l’ossario di una civiltà”. In effetti, le sottostanti tracce di frammenti sono da ricercare nella memoria, e nel canto alla vita con un Alleluia, ma anche alla morte a cui dedico tanti Funeral Blues. Poi la ricerca del linguaggio, e gli agganci con le retrospettive poetiche di varia latitudine, danno l’esatta cucitura con altre personalità, determinando la maturazione del linguaggio, le citazioni, il recupero dei “fantasmi”, come dice Giorgio Linguaglossa, di cui mi sono permesso riportare come Prefazione a In viaggio con Godot, i suoi interventi più significativi del mio percorso poetico, apparsi su l’Ombra delle parole nei mesi di dicembre 2016 e febbraio 2017, anche se ciò impegni molto il lettore. Ma era importante tracciare i segmenti, le angolazioni più inaccessibili, entrando in quella misteriosa aura originaria, che spesso cela in sé territori occulti. Ancora più in specifico riporto il diciottesimo commento in cui sempre Linguaglossa traccia le coordinate della poesia. Questo mi rincuora moltissimo perché trattasi di un esame obiettivo della poesia del futuro. Anche la mia ha raggiunto il suo limite. So di non poter andare oltre se non reinventando il linguaggio, riprendendo in esame tutti gli accessori intorno all’Essere e al non Essere. Spetta ai nuovi poeti prendere in mano la staffetta e andare avanti anche se tutto cambia intorno a noi, e la politica e il Capitalismo mondiale ci minimizzano come umanità, e gruppo di lavoro, e ci sono nella storia sempre tanti dottori Stranamore (Guerrafondai). Qui inserisco anche gli interventi esemplari di Lucio Mayoor Tosi, di Gino Rago, Catapano Chiara e del sorprendente Antonio Sagredo, che ho accolto con molto piacere, ma anche quelli di Francesca Dono, di Anna Ventura, di Mauro Piero e di Alfonso Cataldi. Grazie.

  18. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27074
    Memoria storica, memoria letteraria, memoria mitologica, memoria personale, memoria collettiva. Non è facile penetrare i testi di Mario M. Gabriele del suo ultimo libro di poesia, In Viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017) per via delle multi-stratificazioni, delle aggregazioni empiriche, come pure delle interazioni, interdipendenze e stratificazioni che presuppongono una conoscenza enciclopedica difficilmente attuabile da parte del lettore, in primis, e secondariamente dalla stessa critica (e ci si pone la domanda, quale critico, oggi, e quale critica, oggi?).
    Verrebbe la voglia di applicare un modello, l’IECM, per esempio, simulazioni multi-agente per un modello formale, dove per modello formale ci si riferisce alla forma-poesia, frastagliata, ma con elementi formali ben definiti secondo uno schema poematico tradizionale, in cui la cesura obbedisce ad una determinata prossemica, a elementi interni al testo, nel luogo deputato dove tutto si svolge. Una operazione, questa ultima del Nostro, che rappresenta un unicum nel panorama poetico italiano, operazione complessa, dove “l’astorialità per eccesso di storia” (Linguaglossa) si interseca con l’elasticità del tempo (memoria) e dello spazio (archiviazione) all’interno dello stesso Tempo e dello stesso Spazio.

    GT

    • Caro Giuseppe Talia,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27075
      il tuo intervento su In viaggio con Godot mi è stato particolarmente gradito. Trattasi di un rapporto interessante intorno ad un tessuto poetico vivisezionato come un corpo autoptico, soprattutto quando citi il modello IECM, come strumento di ricerca di fronte ai dati sensoriali e poliestrattivi del subconscio, per una simulazione e verificazione di un prodotto poetico, specie quando si immettono passaggi connettivi e disgiuntivi: penso per un attimo al frammento e al suo connettersi alla giuntura principale.E’ un’idea che potrebbe essere applicata dalla critica strutturalista, sempre se non vi abbiano provveduto i cosiddetti “sperimentalisti”. “Memoria storica, memoria letteraria, memoria personale, memoria collettiva” in correlazione con “le multistratificazioni e aggregazioni”, come tu dici, con tutte le particelle culturali in nostro possesso, senza più il conflitto dei segni e dei significati,sono essenziali per una nuova progettazione e riflessione sul concetto di poesia.. Sta a noi creare non un paradigma, ma un nuovo modo di scrivere versi, come ha ben evidenziato Linguaglossa nel suo intervento precedente. Un cordiale saluto e grazie del tuo commento.

  19. antonio sagredo

    Cara Chiara Catapano,
    lo “stupore infantile ” è il tratto più caratteristico di Boris Pasternàk; scrive il suo massimo studioso e traduttore A. M. Ripellino ( dal Corso su B. Pasternàk 1972-73); l
    —————————————–
    “Questa colloquialità è la novità del linguaggio di Pasternàk che lo rinnova col lessico della prosa. Al posto di quelle auliche albe, tutte cincischiate in dolci immagini, c’è una metafora cruda, che riflette la lingua bassa della vita, un’immagine cancelleresca, che immette in un tessuto assai sostenuto, solenne un’improvvisa sventagliata di prosa. E questa continua rottura tra la prosaicità e il tono aulico corrente che crea questo disagio della poesia pasternàkiana; l’eterno suo disagio di colui che è senza sorprese e che sta dunque nella vita, ma al di fuori della vita, perché la osserva è un eterno di sogno, un’eterna incapacità di adattarsi, perché tutto è stupore. E anche questa primavera è un continuo giorno della creazione. Chi esce dall’ospedale, e tra questo barbaglio di luce piena, è come se nascesse la prima volta.”

    (riporto una mia nota 326, p.156 del Corso su menzionato) >>>>>>>
    >>>>>> “” L’apprendimento non è facile: non si guardano più come prima le cose del mondo con occhi stupefatti – tipico atteggiamento di Pasternàk che, anche attraverso il raziocino incombente, non lo vuole abbandonare; insomma è come un rubare all’infanzia quello stupore, che il poeta invece vuole avere con sé egoisticamente, ma che gli permette di osservare ancora il mondo con occhi di bambino: ma non si può: gli anni scorrono… non si può essere sempre un Faust o uno zingaro… è che comunque la poesia nasce così, proprio attraverso la partecipazione del razionale, che ha il compito di organizzare la composizione della poesia, non perdendo, o smarrendo, affatto la prima visione: da bambino si vede il mondo di giorno come fosse la notte e viceversa; le visioni notturne attraverso la pupilla non vogliono l’aurora, la primissima bianchezza, perché questo biancore diffuso può uccidere lo sguardo e la vista primigenia. Ma se il giorno giunge, ed è così, poi c’è lo scontro col sole che impedisce, tiranno, ogni visione: il poeta è accecato, ma proprio per questo evento nasce la poesia, i primissimi versi dai cozzi tra oscurità e luce. Jurij Tynjanov dice giusto: è una virata; quindi un giro di boa, ma la tangibilità deve restare intatta dalla parola all’oggetto: nulla cambiando e nella parola e nell’oggetto, e di conseguenza nella musica che li sottende, la musica che a sua volta si scontra con le note… e nasce la musica nuova, come una nuova poesia. “”
    ————————————————————————————————

    Lo slavista ci dice di come la prosa e la pura poesia nel poeta russo si mescolano frequentemente provocando una certo “disagio” ma della poesia, e non della prosa; ed è appunto quel che volevo dire nel mio precedente intervento che recitava :
    >>> “Quindi scrittura [in M.M. Gabriele] che oscilla di continuo attraverso, diciamo, questi interludi ben scanditi, che raramente si mescolano pena la poco riconoscibilità di una visione poetica o di un pensiero visionario.”<<<
    ————————————————————————————-
    La poesia di Pasternàk di cui qui si dice è la seguente:

    Primavera

    Primavera, io vengo dalla via, dove il pioppo è pieno di stupore,
    dove la lontananza si spaventa, dove la casa teme di crollare,
    dove l’aria è azzurra, come il fagottino della biancheria
    di colui che è dimesso dall’ospedale.

    Dove la sera è vuota, come un racconto interrotto,
    lasciato da una stella senza continuazione
    per la perplessità di mille occhi rumorosi,
    senza fondo e privi di espressione.

    1918
    (trad. di AMR del 1954)
    ————————————————————————

  20. Posto il Commento di Steven Grieco Rathgeb :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27097
    Saluto e ammiro, sempre, la poesia di Mario Gabriele. E’ incredibile, questa poesia fatta di pezzi, bulloni, ricambi appartenenti a motori e congegni e meccanismi che non molto tempo fa ancora producevano “cultura”, “significato”. E’ proprio vero che noi oggi viviamo il pieno significato nel non-significato. E Mario Gabriele, che sceglie fra questi rottami quelli che fanno al suo caso e li estrae uno per uno dalla loro sporcizia e nostalgia, ha le mani sempre bianche e purissime. E’ proprio un vero poeta! Le sue poesie sono infatti montaggi, fatti io penso con estrema cura e attenzione, e basati paradossalmente su una cultura profonda, ricchissima, che abbraccia l’Occidente da un capo all’altro, storicamente e geograficamente. Un operare il suo che non è mai sceso a compromessi con la corruzione che riduce tutto al medesimo comune denominatore.

    Un gioco molto pericoloso, perché il frammento culturale “svilito”, privato di ogni valore “reale” (economico) e quindi da gettare, nasconde il suo rovescio, la purezza adamantina e indistruttibile della vera cultura e civiltà .

    La NOE sta compiendo un lavoro di pulizia, ma anche di indispensabile decostruzione della retorica e superbia culturale che ha sempre afflitto l’Occidente. La poesia ne è stata forse la vittima eccellente.

    Perché dico decostruzione? E’ una cosa a cui sto lavorando ormai da qualche anno, e spero prestissimo di portare alcuni miei recentissimi risultati – intendo poesie – in un prossimo post qui. Io personalmente sono dovuto andare a cercare nella musica elettroacustica !950-1980 per trovare quel che mancava alla poesia.

    Sì, la poesia del Novecento, con tutte le sue rivoluzioni, talvolta autentiche e importanti e talvolta mere cacofonie, non ha mai pienamente raggiunto nel secolo passato quel degré zero (a dispetto di Barthes!) della scrittura, che invece Karlheinz Stockhausen (e altri come lui) fece raggiungere alla nuova musica nel lontano 1963 o giù di lì, affermando LA TOTALE UGUAGLIANZA FRA SUONO E RUMORE. Perché, ovviamente, nella categoria dei suoni, esiste anche la nota musicale: e ovviamente la nota musicale costituirà uno spazio privilegiato, un “valore estetico” che altri suoni non possederebbero. Eppure Stockhausen, Xenakis, Scelsi, ci hanno fatto tremare dalla bellezza nel riconoscere nel volgarissimo “rumore” di strada, diciamo, un possibile nuovo, altro, alto valore estetico sensoriale e intellettivo, che ci riporta però nel mondo REALE, ce lo allarga a dismisura, ci dà l’ubriachezza dei veri orizzonti, e non quelli contraffatti di un linguaggio musicale da tempo tramontato. (Del resto smontato a suo tempo da Gustav Mahler.)

    Lo stesso vale per la parola “letteraria”: ancora oggi così spesso costruita, tristemente artificiosa, retorica, falsamente estetica. Quanti ancora scrivono in questo modo? Ma nella nostra era “in-significante”, quella stessa parola artificiosa diventa per lo scrittore di poesia e prosa (letteratura), una gabbia davvero micidiale.

    Questo mancava alla poesia! Nessun Ezra Pound, nessun Majakovsky erano riusciti in questa indispensabile e definitiva decostruzione della parola. E le lezioni anni 1940-80 dei poeti delle nazioni europee “marginali”, i.e., Croazia, Polonia, Serbia, Romania, Cecoslovacchia, quelle lezioni poetiche il borioso Occidente le ha sempre tenute a debita distanza.

    Proprio in questi giorni ho scoperto un pittore e artista di installazioni romeno che scriveva poesie veramente molto interessanti 30-40-50 anni fa: Mihu Vulcanescu. E chi lo conosce? Ma allora scrisse, in un libro, “Anello di carta”, pubblicato nel 1988, che ho trovato fortunosamente in una piccola libreria dell’usato di Firenze in questi ultimi giorni:

    Notte inversa.
    Notte nella notte.
    Inutile danza.
    Il tempo inonda.

    Oppure:

    Costellazioni sulla sabbia.
    Oscilla ugualmente la luna indifesa.
    Dal labirinto avanza la notte
    Minotaura.

    e tante altre poesie così, per cui ti chiedi: i poeti italiani allora, che facevano? Dove stavano con la testa?

    Ma io penso che invece la NOE sia avviata su questa strada. Mario Gabriele riveste in questo senso un ruolo importantissimo al suo interno. Riconosco la sua seniorità. Perché lui, forse senza esprimere la cosa in questo specifico modo, sta proprio operando la indispensabile equiparazione fra “suono” e “rumore”. Lo saluto per questo.

    La donna con burqa e nastri d’organza
    cercava le ginestre tra le rovine di Palmira.

    In ultimo, sono molto felice che il discorso “critico” di Giorgio Linguaglossa sulla deriva della nostra cultura si fa via via più forte, più esplicitamente critico anche in senso politico. Boris Groys ci insegna che il tradimento delle avanguardie artistiche del secolo scorso da parte dei regimi totalitari nazista e staliniano (non comunista) sta alla radice del nostro attuale smarrimento culturale.

  21. Una poesia di Steven Grieco Rathgeb segnalatami da Donatella Costantina Giancaspero che l’ha postata nel Gruppo La scialuppa di Pegaso in FB:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27104
    Com’è che ogni nostra parola penzola a metà
    dentro il grande hangar della notte
    dove le impalcature di bambù salgono storte
    deformando la volta del cielo, opprimendola
    su in alto
    fino a perdersi nella propria vertigine.

    E se anche le poesie cadono da quel cielo
    costellato di tanti stupori, del rispecchiarsi
    di terre celesti e di oceani,
    quaggiù non sono che le voragini
    di mille pozzi petroliferi vuoti.

    Ah, grida stravaganti, logiche sconfitte,
    ombre di parole di cui ricordiamo solo l’invalidità.

    Ma anche da un tale Nulla arrovellato
    escono meravigliose
    le ore diurne mille volte incenerite,
    sciami e sciami lucenti escono
    dallo sterminato cantiere della notte capovolta

    e velocissima viaggia lungo i crinali
    la linea di luce – linea nera
    acceca intere valli, le sprofonda nel suo folle riverbero.

  22. Che gioia, leggere un’altra poesia di Steven Grieco! Lui conosce l’incanto delle ” Mille e una notte”, entra nel nostro immaginario col passo leggero delle grandi narrazioni,quelle che abbiamo dimenticate,nel grande frastuono attuale di voci quasi sempre insulse.Ma il buon lettore non si fa sfuggire il sentiero che va verso la bellezza, come le costellazioni non si perdono nell’infinità del firmamento.Anna Ventura

  23. antonio sagredo

    …quanto a “decostruzione” della parola poetica Il poeta Majakovskij era un maestro riconosciuto non solo dai poeti a lui vicini, pure dai grandi studiosi del formalismo e strutturalismo russo-sovietico e non solo. Mandel’stam lo stimava moltissimo (Josif Brodskij non lo dice mai!) – Il maestro di Majakovskij (e di tutti gli altri) fu Chlebnikov* ; confronto con questi Ezra Pound si rivela un dilettante.
    Chlebnikov che a giudizio di Roman Jakobson e Ripellino e tantissimi studiosi di sommo valore è definito – visto che ad alcuni piacciono le gerarchie – il più grande poeta del ‘900.

  24. antonio sagredo

    Caro Steven,
    Ripellino scrisse probabilmente per Chlebnikov il più magistrale dei suoi saggi, e Ti assicuro che le sue traduzioni – che seguono al saggio introduttivo, sono ineguagliabili e puoi esser certo che comprenderai benissimo il poeta.
    Tutte le disamine circa i problemi traduttivi non hanno alcun senso davanti
    a quelle traduzioni.
    Il giorno dopo la mia laurea mi chiamò al telefono e mi disse: mi hai chiesto delle dediche, da quale poeta vuoi cominciare; gli risposi: Chlebnikov! e poi gli altri; cosa scrisse non lo posso dire (lo posso far vedere) altrimenti qualsiasi slavista proverebbe aver invidia nei miei riguardi, e non posso permettermi di aver un ulteriore nemico!
    Ne ho troppi, accidenti a loro!

    a. s.
    ——————————————————————————————–
    ancora sulla “decostruzione” operata da Majakovskij (dal commento di AMR
    Corso sul poeta del 1971-72)

    —————————
    “E in più pagine di questo libro (bellissimo libro di memorie scritto con uno stile densissimo, tangibile dove la parola stessa diventa spessa come un oggetto) Pasternàk esprime il suo entusiasmo per diverse opere di Majakovskij, p.e., per: La nuvola in calzoni, per la commedia o dramma Vladímir Majakovskij che ha nome e cognome dell’autore come titolo, per il poema Il flauto della spina dorsale, per il poema La guerra e l’universo; ed esclude il Majakovskij che comincia col poema rivoluzionario 150.000.000*; dunque, per Pasternàk, Majakovskij finisce con 150.000.000 (che è del 1920), ad esclusione dell’ultimo poema premorte A piena voce. Certamente è un po’ esagerato, ma è una tesi sostenibilissima; è un po’ esagerato perché ci sono delle cose importanti in questo periodo e, d’altra parte, Majakovskij sapeva di aver umiliato il proprio dono, cioè in questo suo intento smodato di piegarsi alle masse, anche perché sospinto a questo dalle critiche e dalle sollecitazioni. Sentiva che c’era in lui come un troppo piegarsi che aveva impoverito le proprie doti; e se voi prendete, per esempio, il poema A piena voce ci sono alcuni versi che costituiscono una chiave di quello che Majakovskij ha fatto (parla agli spettabili compagni discendenti); dice:

    …a me l’Agitprop è venuto a noia
    vergare romanze per voi
    sarebbe stato più lucroso e più seducente,
    ma io dominavo me stesso….

    Questo è un verso emblematico per tutto il Majakovskij del secondo periodo, cioè il poeta ha piegato la voce, ha ridotto il suo dono per diventare più leggibile, più comprensibile, più recitabile, e per obbedire a certi burocrati che purtroppo venivano salendo in forma di marea in quegli anni, per questa assoluta confusione fra ideologia e arte, che purtroppo i burocrati coltivano e approfondiscono. Poi ha avuto la sfortuna di diventare un’arma nelle mani di Stalin, nel periodo in cui Stalin diceva: “… è diventato più bello vivere, è diventato più allegro vivere…”; a questa frase si è unita la frase tragica che ha rovinato Majakovskij presso la gioventù sovietica e ne ha fatto una specie di cappella permanente dell’adorazione di tutti i burocrati e i cretini: “Majakovskij era ed è rimasto il migliore e il più geniale poeta della nostra epoca”; il che era una mazzata per un poeta ribelle, insofferente, innovatore, incapace di piegarsi. ”

    dalla mia nota 12, pag. 10) >>>>
    >>>
    “Pasternàk nella sua Autobiografia [o: Saggio di biografia (Schizzo autobiografico)], Feltrinelli1967, , da §7 a § 13, p. 84, mette a fuoco il suo rapporto con Majakovskij, e di riflesso tra lui stesso ed Esenin, e questi con Majakovskij. Riferisce Pasternàk, durante il loro ultimo incontro del 29 dicembre 1929, che Majakovskij”…con il suo abituale umorismo” gli disse: “ Che farci? Siamo effettivamente diversi. Voi amate il fulmine in cielo, io nel ferro da stiro elettrico”, stabilendo, quest’ultimo, una netta distinzione, irrevocabile!- L’interesse del poeta per l’elettricità ha una chiara causa descritta dallo stesso in: “ Io stesso (Ja sam) pubblicato la prima volta in Novaja russkaja kniga, Berlin, 1922, n.9, senza titolo”; dunque Majakovskij narra che a “sette anni spine di rosa canina si conficcano nelle mie guance. Strillando appena estraggo le spine. La nebbia e dolore svaniscono di colpo. Nella nebbia diradantesi, sotto i piedi, una luce più vivida del cielo. L’elettricità. La fabbrica di doghe del principe Nakašidze. Dopo l’elettricità smisi del tutto di interessarmi alla natura. cosa imperfetta.”. In Majakovskij-Opere 1, Editori Riuniti, 1972, Roma; p. XCI; e secondo il curatore, Ignazio Ambrogio, Io stesso è un: “ saggio ironico-polemico d’autobiografia…”; pgg. LXXXIX-.CIX; le note relative pgg. CX-CXXIII. – vedi nota 70, p. 42 //////* Si innesta qui una polemica [una strocatura!] di Šklovskij contro il regista francese Jean-Luc Godard sulla riga dei rapporti che ci furono tra Ejzenštein e Dziga Vertov. Scrive Šklovskij.”Il regista Jean-Luc Godard, parlando a Parigi a nome del “Gruppo Dziga Vertov” accusa oggi [1970] Ejzenštein di “revisionismo”. Godard dice che il concetto stesso di “autore” è sbagliato, è “interamente reazionario”. Quest’affermazione sbagliata giunge molto in ritardo. Nel 1920 Majakovskij non appose il proprio nome al poema 150 milioni, dicendo che il poema era stato scritto precisamente da quei “milioni di uomini”. Cinquant’anni dopo, l’affermazione-negazione dell’autore viene ripetuta da Godard come qualcosa di nuovo. Non si debbono gridare ai quattro venti delle “novità” vecchie di cinquant’anni. La discussione di Godard, in cui egli si sforza di fermare il movimento dell’arte creata dal passato, è un errore. E il fanalino rosso dove non sono in corso lavori di rinnovamento. In: Viktor Šklovskij, Sua Masestà Ejzenštejn, ed. De Donato, 1974, pgg.211-212. (traduzione egregia di P. A. Zveteremich).”
    ———————————

    (da AMR nel Corso del 1974-75)

    “Già Mandel’štam, un altro grande poeta di questa felice stagione della poesia russa, che finisce intorno al 1930-35, ha detto a questo proposito delle parole [su Majakovskij] veramente indicative che potrebbero servirci da emblema:
    Magnificamente informato sulla ricchezza e sulla complessità della poesia mondiale Majakovskij, fondando la sua poesia per tutti dovette mandare al diavolo tutto quello che era incomprensibile, cioè tutto quello che presupponeva nell’ascoltatore la pur minima preparazione poetica”
    [ in : Osip Mandel’štam, Sobranie sočinenij v dvuch tomach, II, New York 1966, p. 371 (il rimando lo trovi nell’Arte della fuga, op.cit. pgg. 84 (5) e 382O, n. 5).]

    Il dolore e lo stupore di Mnadel’stam:

    “Quando Mandel’štam saprà della morte di Majakovskij, così scriverà:” Sempre lì, a Suchum in aprile ricevetti l’oceanica notizia della morte di Majakovskij. Come una montagna d’acqua che sferza con due treccioli la colonna vertebrale, la notizia mi privò del respiro e mi lasciò un gusto di sale in bocca. Per tre settimane di fila a tavola sedetti…(senza riuscire a capire di cosa fosse possibile parlare”).
    In Osip Mandel’štam-Viaggio in Armenia, Adelphi, 1988, pgg. 87-88.
    —-
    basta così

  25. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27163
    In viaggio con Godot, in viaggio con Mario M. Gabriele, attraverso i “frammenti” del suo parlare poetico, straripante di rimandi che testimoniano l’originalità assoluta della ricerca, fondata sulla più ampia cultura: “cultura profonda, ricchissima, che abbraccia l’Occidente da un capo all’altro, storicamente e geograficamente”, come scrive Steven Grieco-Rathgeb.
    Ma non si tratta di un viaggio tranquillo: “siamo sbalzati dal sellino dell’io in tutte le direzioni – ci avverte Giorgio Linguaglossa -, non abbiamo più alcun corrimano cui agguantarci, veniamo deiettati in un territorio linguistico sottoposto a frequentissime e profondissime scosse telluriche”.
    È un viaggio poetico che, nella abilissima “decostruzione” della parola operata dall’autore, procede senza forzature in modo compatto e rigoroso verso il superamento di quella “retorica e superbia culturale che ha sempre afflitto l’Occidente” (Steven Grieco-Rathgeb).

    (…)
    Sulla Swiss Air leggemmo i racconti ginevrini
    e la Salamandra di Octavio Paz.
    Si fa colazione insieme, questa mattina, Miriam,
    dopo il saccheggio dei sogni.
    La notte è cuscino e coperta.
    Oh, Principessa, qui davvero comincia il count down!
    La stanza accumula fumi, si ridesta al mattino.
    Tutto si rallegra in un Buon giorno Madame.
    La terra è un braciere. Non vale discuterne ancora.
    Già le cose, come sono, ci spezzano le dita.
    Non c’è posto sicuro dove andare.
    Aspettiamo un miracolo da Nostra Signora di Guadalupe.
    Ora siamo in due a sognare una gita
    non prima aver chiuso il giardino,
    ritoccato il viso a Marybloom,
    così non può dire che la giovinezza è sparita.
    L’anno è passato.
    La pioggia rivuole le sue note da pianoforte.
    Una musica dal sottoscala saliva al cielo.
    Natalie Cole cantava Unfergettable.
    Ora i miei morti sono quelli che non ricordo.
    Gli altri, figuranti nella memoria,
    vivono in orizzonti stretti,
    se ne stanno in silenzio nel giardino di Klingsor.

    • Grazie Donatella del tuo intervento e il modo in cui estrapoli dall’anfora i giacimenti dell’ES, che sono poi il vero fondo dell’energia psichica da cui si formalizzano le idee, e che Freud incasellò nella fase bipolare della sua ricerca in Eros e Thanatos. E grazie anche per Unforgettable che mi apre tutto un mondo di malinconia e di serenità.

  26. vincenzo petronelli

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-27447
    E’ sempre un enorme piacere leggere ed incontrare tra queste pagine la poesia di Mario Gabriele. Come ho più volte sottolineato, l’intero alveo della Noe è assurto per me a punto di riferimento assoluto e privilegiato del mio percorso di palingenesi, rinnovamento poetico ed in tale contesto Mario Gabriele (le cui raccolte “L’erba di Stonhendge” ed “In viaggio con Godot” mi accingo ad iniziare a leggere in questi giorni con mia grande trepidazione) costituisce per me un modello supremo – ovviamente senza nulla togliere agli altri grandi poeti ed ormai posso dire amici della Noe – proprio in virtù del livello sublime verso il quale ha saputo condurre il concetto del frammento. Muovendosi alla stregua di un paleontologo, Mario riesce a riesumare, catalogare, inventariare i flutti trascinati alla deriva della logica dominante positivistica della vita quotidiana, scardinando la costruzione ontologica convenzionale e restituendoci in controluce la cosmologia soggiacente alle comode rappresentazioni superficiali. Al tempo stesso, la sua impareggiabile maestria nel modellare tale materia estremamente affascinante, ma insidiosa perché molle, vischiosa, gli permette di giungere ad uno stadio ulteriore, passando dall’osservazione in laboratorio alla ri-generazione, trasformando le singole tracce di frammenti in nuovo tutto olistico, il che si traduce nella fattispecie poetica, in un nuovo lirismo, insito nella solennità della brevitas del suo versificare, straordinariamente incisiva nel suo corredo icastico. Fabrilità artigianale e ricerca epistemologica combinate in un’unica, fervida attività, sono gli elementi che rendono unica ed avvincente la proposta della Noe e che trovano senz’altro in Mario Gabriele una delle espressioni più alte; credo che se la Noe (come spero) riuscirà ad imprimere la propria traccia nella storia della poesia italiana, sicuramente la produzione di Gabriele rimarrà scolpita come una delle sue espressioni di vertice.

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