LA NUOVA POESIA – LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Poesie e Commenti di Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Donatella Costantina Giancaspero, Antonio Sagredo, Tadeusz Rozewicz, Alfonso Cataldi, Serenella Menichetti, Adeodato Piazza Nicolai

Foto Bauhaus 1

Il discorso poetico è quel capitolo della mia storia che è marcato da una barratura, da un bianco, abitato da un certo tipo di menzogna che si chiama «verità»

Giorgio Linguaglossa
10 novembre 2017 alle 10:10

Dice bene Luigi Celi quando scrive che Eliot, Pound, Mandel’stam (ma io ci aggiungerei anche Pessoa, i polacchi: Milosz, Herbert, Krinicki, Rozewicz, Szymborska… i cechi Petr Kral, Ajvaz, Topol, Reznicek… gli svedesi Tranströmer, Frostenson, Aspenstrom… il finnico Rolf Jacobsen, la bulgara Josifova, la rumena Crasnaru, gli italiani Alfredo de Palchi e Angelo Maria Ripellino, le italiane Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna etc.) sono i basamenti sui quali è fondata la nuova ontologia estetica. Il basamento degli autori modernisti è quello che ha fatto la grande poesia europea del primo e secondo novecento, questo è indubbio. Penso che è da qui che bisogna ripartire. Tracciare le coordinate della migliore poesia europea è utile, anzi, indispensabile; fare critica del presente e del passato è il miglior veicolo per allestire la poesia del presente e del futuro.

Certo, all’interno di questo ampio ventaglio della poesia europea ci può stare chi, come Antonio Sagredo, privilegia un autore piuttosto che un altro, o che voglia spostare il baricentro della NOE un po’ più ad est… questo è ammissibile, e anzi anche auspicabile, ciascuno può e deve forzare l’elastico della NOE dove e quando e nella misura che ritiene più opportuno…

Sul problema dell’Essere e del Nulla, io ho la mia posizione, ma ciò non significa nulla di costrittivo, ciascuno può nutrire le proprie convinzioni filosofiche e religiose. Presento qui alcuni miei «appunti» sulle questioni più propriamente filosofiche toccate dal saggio di Luigi Celi.

Sull’Estraneo

Il discorso poetico è quel capitolo della mia storia che è marcato da una barratura, da un bianco, abitato da un certo tipo di menzogna che si chiama «verità» della poesia nelle sue svariate versioni: poesia onesta, poesia orfica, poesia sperimentale, poesia degli oggetti, poesia della contraddizione, poesia del minimalismo, poesia del quotidiano etc.; è il capitolo censurato di quella Interrogazione che non deve apparire per nessuna ragione. Il discorso poetico abita quel paragrafo dell’inconscio dove siede il deus absconditus, dove fa ingresso l’Estraneo, l’Innominabile. Giacché, se è inconscio, e quindi segreto, quella è la sua abitazione prediletta. Noi lo sappiamo, l’Estraneo non ama soggiornare nei luoghi illuminati, preferisce l’ombra, in particolare l’ombra delle parole e delle cose, gli angoli bui, i recessi umidi e poco rischiarati.

È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta. Un atto di suprema ingenuità oltre che di scortesia, perché egli è qui, dappertutto, e chi non se ne avvede è perché non ha occhi per avvedersene.

Tutto quello che possiamo fare è intrattenerci con Lui facendo finta di nulla, cincischiando e motteggiando, ma sapendo tuttavia che con Lui è in corso una micidiale partita a scacchi.

Strilli Rago1Sul Frammento

Il frammento reca incisa in sé la traccia dell’essere-per-la-morte,apre un varco dal quale si può sbirciare nella dimensione dell’iscrizione della mancanza, nel vuoto che si apre nella mitica pienezza ontologica dell’essere.

Ma c’è mai stato un’epoca della mitica pienezza dell’essere? O è un nostro abbaglio? Un miserabile infortunio del pensiero?

Il «frammento» si dà soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato. Sta tra il dado e la clessidra.

Ecco perché l’età pre-Moderna non conosce la categoria del «frammento». L’Estraneo fa irruzione nel frammento.

Si può anche dire così: il frammento è la dimora stabile dell’Estraneo.

Se in una poesia non ci sono Estranei che spadroneggiano, che entrano ed escono di scena sbattendo la porta, non è poesia.

Strilli LeoneSul Nichilismo

L’atto originario è un venire in presenza, ma può venire in presenza solo in quanto esso è un atto a partire dalla indistinzione e indifferenza del nulla che l’origina. Così, l’atto originario che viene in presenza è lo stesso atto originario che si auto annulla e recede nella indistinzione e nell’indifferenza del nulla. L’atto originario, proprio in quanto crea il tutto, simultaneamente crea il nulla, e proprio in quanto si-fa-presenza si fa anche assenza, ossia abolizione di essere e di presenza.

Il nichilismo è un immenso campo di possibilità, significa che il nulla è prolifico. Il nichilismo è il luogo della possibilizzazione di infinite possibilità espressive, indica che tutte le questioni sono aperte, che tutte le questioni sono possibilizzazioni del pensare, tutte le questioni sono possibili. In questa ottica si ha una grande estensione delle possibilità estetiche come forse mai si è avuto nel passato.

Presso i minimalisti inconsapevoli di oggi si è avverato l’assunto adorniano secondo cui «la metafisica trapassa in micrologia», vale a dire che senza metafisica si va dritti nella micrologia del quotidiano e della topologia acrilica della poesia e dell’arte alla moda di oggi.

Tra l’altro, agli sciocchi che guardano con sospetto alla metafisica, dovremmo dire che una infinità di concetti e parole che tra l’altro usiamo tutti anche nella nostra vita quotidiana quali «libido» di Freud, la «Cosa» di Lacan, il concetto di «Infinito», quello di «Principio» etc. sono tutti concetti metafisici in quanto di essi non si dà e non si potrà mai dare una prova scientifica, sperimentale, che so, isolare l’infinito e dire: ecco qua, abbiamo messo l’Infinito in provetta… voglio dire che senza i concetti e le parole della metafisica noi non riusciremmo neanche a parlare tra di noi… ma anche la parola «poesia» è un concetto della metafisica, senza quella parola scomparirebbe di colpo tutta l’arte di tutti i secoli, dal paleolitico superiore ai giorni nostri…

(Giorgio Linguaglossa)

Strilli Král A tratti un libro ripostoGiorgio Linguaglossa

10 novembre 2017 alle 10:32

Ricevo e pubblico due poesie di Adeodato Piazza Nicolai alla maniera della nuova ontologia estetica:

Adeodato Piazza Nicolai

Alice nel paese del post-reale

Senza alcuna meraviglia. Manca soltanto un minuto
allo scoccare del vero
che non c’è. Poiché semplicemente non esiste…
[…]
scoccano le sei del pomeriggio serale. Ancora non nasce
la prima-vera. Il matto cappellaio non sa confezionare
il giusto cappello per Alice dispersa nel Paese delle Pastiglie.
S’è appisolata sulla sponda dell’invisibile naviglio
dove il mago cinese sembra alquanto impaziente: ha quasi
perso la sua memoria e la regina lo incalza con inclemenza.
[…]
Quel mago fuori di testa è l’assassino che vuole far fuori
Il cappellaio nascosto dietro il pollaio
dove sospetta la differenza fra uovo e gallina.
O Alice, povera fanciulla caduta nel buco che non esiste.
Da lì fuoriesce l’amico coniglietto incapace di darle alcun consiglio.
Scappa, Alice, fuggi velocemente. Attenta al terrificante riflesso
dell’incantevole specchio dorato ma frntumato alla base …
[…]
Accipicchia a quel maledetto riflesso che illude ogni cosa
e ogni realtà. Dov’è tuo papà? Sta forse scrivendo il suo libro
per misurare l’inesistenza del tempo…? Chissà.
[…]
Adesso parte il cavallo senza carrozza. Hai nelle mani una piccozza
per aiutarti a scalare le crude pareti del buio nero.
Attenta ai draghi, vulcani, incendi immanenti e alle foreste distrutte.
La fuga per sempre sarà fugata/frugata e mai consumata dal fuoco
che non può bruciare e neanche bucare…
Bussa alla porta del Mad Hatter e/o Capellaio Matto
però nella casa non c’è più nessuno.
Ognuno è partito per l’altra oltranza in cerca della stanza
finale.
Bisognerà credere ancora alla Fata Bianca; mai si stanca
di sognare viaggiare affabulare… Seguila bene fino al traguardo.
Sul portmanteau senza Mad Hatter c’è appeso il cappello
che tu volevi, ferito a morte dal troppo dolore.
L’aurora lo vede sbiadire. Alice, svegliati; sulle tue guance
scivolano lacrime di gioia…
Postscriptum: domani verrà la nuova puntata quando
la Rossa Regina, nascosta in cantina, ordinerà le guardie
regali d’imprigionare il Mago cinese. Good-bye fino
alla prossima cinepresa…

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 8 novembre, ore 21:45

I venetoi trasumananti
[—]
Un fosco mattino come pochi a Venezia. Un timido Ashenbach
chiuderà gli occhi per sempre sulle sabbie del Lido.
Pallido, certamente ammalato era sceso da qualche cittadina
austro-ungarica per l’ultima vacanza sulle strade immorali…
Passeggia sulle rive dell’Adriatico, una rosa nell’occhiello,
in cerca dell’ultimo bordello.
[…]
Cavalcati dai Venetoi, splendidi cavalli corrono sui colli.
… Arrivano i romani imperiali a soggiogarli;
dopo il millenio e alcuni centenni, anche
2 guerre mondiali attraverseranno il loro fertile territorio
e nel dopoguerra (anni 50-60-70) tanti di loro scopriranno
il dolce boom statunitense …
tutto cambierà: contadini-impresari, nobili e certi operai
faranno enormi fortune alle spese della Madre Gea — sono
esportatori di vini in tutto il mondo, di scarpe eleganti, di macchinari
e pure armamenti, tecnologie avanzate, ecc. ecc.
ingrasseranno le pance di banche e ricchi padri-padroni.
[…]
Più tardi spunterà la Lega nordista colma di sogni-promesse-
fandonie
per mandibolare i poveri superstiti nelle venete pianure
insieme alle montagne… Il loro slogan: “Far-Fuori-Roma-Ladrona”.
Alla fine anche loro diventeranno ladri e truffatori,
rispettabilmente marci ciarlatani.
[…]
Mediocri città, piccoli paesi e magre cittadine del Veneto,
insieme ai villaggi delle Dolomiti, si spappoleranno:
emigranti in ogni angolo del mondo in cerca di lavoro
e la tragedia cresce tuttora!
Appena concluso il referendum per ottenere poteri speciali
Ploden/Sappada diventerà terra friulana, abbandonando
(per agevolazioni economico-politiche?)
la Provincia di Belluno e passando al Friuli.
Quanti altri paesi confinanti seguiranno l’esempio?
Forse Cortina, Regina delle Dolomiti, sarà la prossima.
[…]
Due giorni fa un cadorino ventunenne
morì drogato …
con vari amici al funerale; fu sepolto in questo modo
un altro membro
del clan post-moderno venetoiano e non vetruviano …

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 9 novembre, ore 6:22

LD07

«la metafisica trapassa in micrologia» (Adorno)

Giorgio Linguaglossa
10 novembre 2017 alle 10:51

‎Serenella Menichetti‎ da La scialuppa di Pegaso (FB)

MOLTI MA MOLTI SECOLI FA
C’ERA UN PAPA

C’era una volta un papa.
-Quale papa?-
-Un papa tutto d’oro
che spesso mangiava.-
-Che mangiava?-
-La pappa al pomodoro.
E poi si addormentava.-
-Dove si addormentava?-
-Sopra un trono.
Un trono tutto d’oro
e poi si risvegliava.-
-E che faceva?-
-Faceva colazione
mangiava un bel calzone,
con dentro un gran ripieno.-
-Che ripieno?
Addirittura un treno.-
-Un treno?-
-Si, un treno.
Un treno di prosciutto
se lo pappava tutto.-
-E poi?-
– Faceva un gran bel ratto-
-Ratto?-
-No, un gran bel retto-
-Retto?-
-No, un gran bel ritto-
-Ritto?-
-No, un gran bel rotto-
-Rotto?-
-Si, lui rompeva tutto.-
-Perchè tutto?-
-A causa di quel rutto-
Serenella Menichetti
“Filastroccare Fantasia in rete”

Strilli Tranströmer 1Gino Rago

10 novembre 2017 alle 10:58

Nel poema “LORO”, da me letto, riletto, metabolizzato e perfino AMATO, per il carico di novità di linguaggio non già specificatamente per i motivi e/o i temi che l’autrice affronta, Edith Dzieduszycka che atteggiamento assume verso il tempo? Che rapporto instaura con lo spazio? In quale conto tiene il ‘nominalismo’ (non necessariamente lirico): più precisamente, Edith Dzieduszycka parla di ‘alberi’, ‘animali’, ‘piante’ ,in generale, o gli alberi diventano pioppi, platani, cilieigi… E le piante vengono nominate come robinie, tigli, glicini… E lo stesso per gli animali e gli ‘uccelli’?

Nel caso di “LORO” Edith Dzieduszycka quale ruolo affida all’IO? Che uso fa l’autrice della punteggiatura? Il poema di Edith Dzieduszycka è o no riconducibile e interpretabile all’interno del linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale (formidabile strumento ermeneutico concepito e adottato per la prima volta da Giorgio Linguaglossa)?

Edith Dzieduszycka in “LORO” è nello spirito premoderno, moderno, tardomoderno, postmoderno o addirittura si muove nella dimensione del transumanesimo…? E altro e altro ancora…

Credo che oggi l’esercizio d’un tentativo non dico di ‘critica’ ma più semplicemente di ‘tentativo d’interpretazione’ di un testo poetico non possa più sottrarsi agl’interrogativi prima rivelati e/o sommessamente elencati, per evitare che non soltanto in poesia ma anche nella critica letteraria la desertificazione si spinga anche nell’Amazzonia.

Ciò detto, ammiro la vastità di dottrina di Luigi Celi. Ma da quando Giorgio Linguaglossa mi ha accostato allo Spazio Espressivo Integrale, come strumento d’interpretazione dell’altrui poesia, non me ne distacco quando cerco d’analizzare l’altrui poesia verso per verso, così come ho tentato di fare con LORO di Edith Dzieduszycka, con Preghiera per un’ombra di Giorgio Linguaglossa, con l’ALLEGORIA recente di Mary Colonna, con ‘il gondoliere turbato‘ di Francesca Dono di appena ieri.

Strilli GriecoGiorgio Linguaglossa
10 novembre 2017 alle 12:14

Un esempio di interrogazione poetica del nichilismo.

Donatella Costantina Giancaspero

Ripieghiamo in direzione del bar


Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
e smottamenti di luce tra le crepe.
Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
verso l’inverno.
Camminano con noi fino alla meta. Poi,
li lasciamo andare.
Lasciamo anche il rifugio delle tasche,

in quell’istante che apre la porta agli specchi
e agli occhi rievocativi.

Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
vado un po’ per tentativi…

Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
Nel fondo, resta il dubbio.
(inedito)

traduzione in francese di Edith Dzieduszycka

Nous replions vers le bar, en marge de l’automne.
Nos semelles obéissent au terrain, qui pourrit entre averses
et éboulements lumineux au fond des crevasses.

D’un bloc à l’autre, les passants acheminent le crépuscule
vers l’hiver.
Ils marchent avec nous jusqu’à le but. Et puis,
nous les laissons aller.
Nous laissons aussi le refuge des poches,
en cet instant qui ouvre la porte aux miroirs
et aux yeux qui se souviennent.

Les voilà appuyés au zinc, en silence, -devant, le café que tu m’as offert-
sans répondre à la demande “combien de sucre?”.

Des petites choses, tu sais, je ne suis plus tellement sûre, désormais,
je procède un peu à tâtons…

Un sourire opaque, en réponse, de la glace derrière le banc.
Et la gorgée pleine, avec un arrière-goût d’inaptitude. 
Tout au fond, reste le doute.

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto liricoCommento di Giorgio Linguaglossa

La poesia non narra, è. La poesia vuole narrare un determinato essere dell’Esserci, il momento in cui l’Esserci avverte nel profondo la nullità del proprio fondamento; con le parole di Heidegger: «il nullo fondamento della propria nullità».

I verbi che introducono all’essere, sono: «Ripieghiamo», «Camminano», «Lasciamo», «Stanno». Sono i verbi guida perché indicano una azione. Ma i verbi, e le proposizioni che succedono ad essi, non narrano degli accadimenti, narrano piuttosto dei non-accadimenti, sono essi i segnali significativi che ci introducono nella modalità esistentiva del personaggio della poesia. Sono appena accennati, come in scorcio, degli elementi figurativi: gli isolati, «i passanti», «il crepuscolo», «l’inverno» elencati uno dopo l’altro quasi fossero dettagli insignificanti, ed invece sono essenziali per poter mettere insieme tutti i dettagli e fornire un quadro della condizione esistenziale sotto analisi. Tutti gli elementi del quadro tendono e concordano nella espressione che occupa il momento centrale di esso: «il rifugio delle tasche». In questa espressione viene condensata tutta la temperie e l’atmosfera dei versi precedenti, è una metafora e una catacresi che apre una fenditura di significato più profondo. In quell’accenno al fondo delle «tasche», c’è tutto lo scacco di una esistenza, è il buco nero entro il quale tutto precipita: il momento del risveglio della coscienza verso il momento della decisione anticipatrice, è un «istante» che si perde tra gli «specchi». Altra metafora fulminante perché condensa la sensiblerie della condizione esistenziale raffigurata in precedenza, marcandone il carattere di inautenticità e di falso.

Adesso la poesia può procedere al salto, alla interruzione della prima parte che resta, necessariamente, una parte introduttiva all’unica azione che accade veramente; tutto ciò che viene detto prima è frutto di un processo immaginativo, indiziario: adesso due persone stanno al bar davanti ad un «caffè». Una semplice domanda: «quanto zucchero?».
Una domanda anodina e casuale, banale, risveglia l’Esserci dalla dispersione nell’anonimato della sua coscienza; quel «senza risposta» rimarca piuttosto il senso di sorpresa, di stupore e di smarrimento per la inadeguatezza che il domandato avverte rispetto alla domanda del domandante, inadeguatezza per il non sapere quale risposta dare, quale sia la più consona alla circostanza e alle condizioni convenzionali del bon ton e del savoir vivre. La domanda, corriva e banale, risveglia nel profondo e dal profondo la coscienza assopita del domandato.
Tutto qui. La poesia è già finita. Tutto quel che segue è un accompagnamento, un completamento musicale della sensiblerie; ci sono elencati alcuni dettagli che servono a completare il quadro esistentivo.

La poesia raffigura un momento della presa di coscienza dell’essere dell’Esserci, ed è significativo che questa presa di coscienza avvenga in un luogo insignificante, un luogo qualunque, generico come un «bar», con «i passanti» che passano e «inoltrano il crepuscolo verso l’inverno». La poesia raffigura il momento di una decisione anticipatrice, reso nei suoi momenti essenziali, ridotti al minimo…

«L’Esserci, una volta che si è deciso, assume autenticamente nella propria esistenza di essere il nullo fondamento della propria nullità. Noi concepiamo esistenzialmente la morte come la possibilità già chiarita dell’impossibilità dell’esistenza, cioè come la pura e semplice nullità dell’esserci. La morte non si aggiunge all’Esserci all’atto della sua “fine”; ma è l’Esserci che, in quanto Cura, è il gettato (cioè nullo) “fondamento” della sua morte. La nullità, che domina originariamente l’essere dell’Esserci, gli si svela nell’essere-per-la-morte autentico. L’anticipazione fa emergere chiaramente l’esser colpevole dal fondamento dell’intero essere dell’Esserci».1]

1] M. Heidegger Essere e tempo, trad. di Pietro Chiodi, Milano, Longanesi, 1976 p. 370

Strilli Gabriele2Alfonso Cataldi

10 novembre 2017 alle 13:42

Per mia sensibilità (per mio gusto?) la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è quella che sento più attinente alle richieste della NOE nel momento in cui si appresta a rappresentare “il buco nero entro il quale tutto precipita”. Nei suoi versi non si esplicitano case senza tetti, alberi senza radici, automobili senza motori. Non nomina mai “senza”, “vuoto”, “mancanza”, sono le immagini potenti a restituirci la sua idea di nichilismo.

 Anna Ventura

10 novembre 2017 alle 17:02

Mi piace,molto, la poesia di Donatella Giancaspero,capace di evocare tutti i fantasmi che si nascondono dietro un’espressione banale (“Quanto zucchero?”).Forse, anche, per un mio ricordo personale. Perchè le storie si assomigliano tutte,e solo la pialla del tempo può restituirci la serenità dell’indifferenza; il che,purtroppo, non è una grande conquista. Ma,col tempo, impareremo ad amare i nostri fantasmi:quando saranno (cito ancora Didimo Chierico)”come calore di fiamma lontana”.

Strilli RagoMariella Colonna

10 novembre 2017 alle 18:31

Donatella Costantina,

hai fatto qualcosa di assolutamente inedito, non soltanto (inedito) da parte tua, ma dei poeti in genere: hai acceso un cristallo di luce autunnale sulla banalità del quotidiano. Non voglio rovinale la persuasa linearità delle parole

disegnate o meglio scolpite nella grigia presenza della stagione che avanza, preferisco citarti:

«…Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
verso l’inverno.
Camminano con noi fino alla meta. Poi,
li lasciamo andare.
Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
in quell’istante che apre la porta agli specchi
e agli occhi rievocativi.
Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?…».

Forte l’idea dei passanti che aiutano il crepuscolo a spegnersi nell’inverno avaro di sole, compagni di un breve viaggio… che poi vanno scomparendo e noi ” li lasciamo andare” .come assecondando un’onda che va a morire sulla sabbia. Che la domanda senza risposta sia proprio la più facile…è un notevole invenzione poetica. In fondo è proprio vero, è alle domande più semplici che non sappiamo dare risposta!

Poesia Nuova, intensa.

 Gino Rago

 10 novembre 2017 alle 19:25

Perfino il sorriso non è diretto. Giunge sull’autrice attraverso la riflessione della lastra posta dietro il bancone. Unica certezza è il fondo nella tazza del caffè da poco sorseggiato. E un tempo i fondi del caffè, come le strutture viscerali di certi animali, venivano interpretati…

” i passanti inoltrano il crepuscolo / verso l’inverno.”

Qui siamo alla delegittimazione totale. Costantina Donatella Giancaspero ribalta i cicli delle stagioni, inverte i ruoli: non più il tempo-clima a sospingere i passanti-uomini da una stagione all’altra, ma gli uomini-passanti a inoltrare il crepuscolo verso la stagione invernale, in una atmosfera liquida in cui la relazione con l’altro/a non soltanto non riesce ad andare oltre una sorta di soddisfazione immediata, ma non implica nemmeno un minimo di assunzione di responsabilità, di doveri e di diritti reciproci in grado d’essere durevoli…

In questi versi, già ben commentati da Mary Colonna e da Giorgio Linguaglossa, resi anche in lingua francese dalla elegante, raffinata traduzione di Edith Dzieduszycka, il poeta si colloca in uno spazio e in un tempo del dopo postmoderno. E’ in uno stato in cui il senso del ‘Sé’ è

mancante. Perché? Perché i confini del Sé (Costantina Donatella Giancaspero stessa) sono fluidi. Perché la sua unità viene lucidamente e abilmente convertita in pluralità di sfaccettature: che rimane al poeta in questo stato tutto cosciente? Al poeta, a Costantina Donatella Giancaspero, rimane soltanto il gioco del linguaggio nel quale disperdere l’Io, visto che l’evento nel caffè, anch’esso un nonluogo, è assorbito dalla superficie…

Foto Emma Watson minimalist

«Le previsioni del tempo sono buone»
«Gli sguardi, i gesti, i silenzi non mentono e non ingannano» (E. D.)

Strilli TosiMariella Colonna

11 novembre 2017 alle 0:42

Carissimo Adeodato,

la tua favola di Alice è ASSOLUTAMENTE STRAORDINARIA. secondo me il segreto si nasconde nel doppio livello di realtà-favola su cui fai scorrere i tuoi versi, doppio livello in cui favola e realtà si intrecciano si confrontano, si negano, e infine si abbracciano drammaticamente, senza mai rivelare dove dobbiamo orientarci per assaporarne il messaggio:

“…Bisognerà credere ancora alla Fata Bianca; mai si stanca

di sognare viaggiare affabulare… Seguila bene fino al traguardo.

Sul portmanteau senza Mad Hatter c’è appeso il cappello

che tu volevi, ferito a morte dal troppo dolore.

L’aurora lo vede sbiadire. Alice, svegliati; sulle tue guance

scivolano lacrime di gioia…”

“…Il cappello / che tu volevi ferito a morte per troppo dolore…” è il testimone concreto dei fatti: ma non sappiamo quali fatti e perché proprio un cappello faccia da testimone

“…L’aurora lo vede sbiadire: forse è un sogno di Alice, CHE VOLEVA QUEL DELIZIOSO CAPPELLO TUTTO PER SE’, o forse è un incubo di Alice, che lo VEDE SVANIRE CON LACRME DI GIOIA. O forse è tutt’e due le cose…un SOGNO che diventa un INCUBO.

Per capire è necessario risalire indietro.

“…scoccano le sei del pomeriggio serale…”

“… il matto cappellaio non sa confezionare / il giusto cappello per Alice dispersa nel Paese delle Pastiglie…” qui il riferimento molto realistico dovrebbe essere alla realtà. Luigina ha l’influenza ma non vuole stare a letto ed è… dispersa in quello strano Paese dove, “nascosto dietro il pollaio, un mago assassino “fuori di testa” vuol uccidere il cappellaio… perché (soggetto è il mago) sospetta che ci sia una differenza tra l’uovo e la gallina… oppure che ci sia una differenza tra l’uovo e la gallina (in tal caso il soggetto, colui che sospetta è il cappellaio); certo il dubbio sulla primogenitura tra uovo e gallina è storico e forse qui ha come effetto uno sconcertamento del lettore che certo non pensa più a Luigina che non vuole stare a letto con l’influenza, ma all’ipotesi della Creazione del mondo a cui si contrappone ormai da un paio di secoli e più la teoria dell’Universo in evoluzione che nessuno (il signor Nemo?)avrebbe creato dal nulla, tantomeno Dio in Persona. OGNUNA DELLE DUE TESI è COMUNQUE INDIMOSTRABILE, ma sembra che comunque la Scienza contemporanea abbia preso una strada diversa con la teoria dei Quanti e il Principio di Indeterminazione di Eisenberg.

Ad Alice, adesso, conviene fuggire via, troppi misteri e pericoli la minacciano. C’è anche quel maledetto riflesso dello specchio dorato che va in frantumi alla base e , quindi, riflette male nella parte bassa, proprio quella dove potrebbe specchiarsi Alice! Adeodato la esorta a stare attenta “Al terrificante riflesso… che illude ogni cosa e ogni realtà. Dov’è tuo papà? Sta forse scrivendo il suo libro per misurare l’inesistenza del tempo…? Chissà…”.

[…] l’allusione alla mancanza del Padre di Alice introduce discretamente un motivo familiare intimo che fa ruotare di nuovo il cerchio magico in una direzione diversa, con Adeodato al posto di Lewis Carroll.

“…Adesso parte il cavallo senza carrozza. Hai nelle mani una piccozza

per aiutarti a scalare le crude pareti del buio nero.

Attenta ai draghi, vulcani, incendi immanenti e alle foreste distrutte.”

Si ritorna al mistero del cappello, sottolineato però dal mistero più estraniante e coinvolgente ad un tempo:

“…Nella casa non c’è più nessuno…”

“…Ognuno è partito per l’altra oltranza in cerca della stanza

finale…” Il poeta allora chiede aiuto e salvezza alla favola poetica…e riapre il cerchio magico

“…Bisognerà credere ancora alla Fata Bianca; mai si stanca

di sognare viaggiare affabulare…”

Caro Adeodato, questa è una gran bella poesia e Alice-Luigina sarà fiera di te! Hai fatto un bel regalo anche alla NOE! GRAZIE!

Strilli Dono Lucio Mayoor Tosi

11 novembre 2017 alle 8:43

Sono d’accordo con Alfonso Cataldi: “Ripieghiamo in direzione del bar” è una poesia NOE, per le ragioni che ha detto e perché vi è accadimento – tutto cinematografico, con pochi dialoghi, silenzi e rumore di passi –. A ogni verso corrisponde un istante, e come passa il tempo così fanno i versi. Cessati gli uragani delle fantasie di questi giorni, fa piacere potersi rifugiare nel bar di una poesia. Tutto è visivo, anche il fondo della tazzina del caffè:

“Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone. 

E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.

Nel fondo, resta il dubbio”.

Il verso “Nel fondo, resta il dubbio” pare un’espressione del viso.

Complimenti a Donatella Giancaspero.

Lucio Mayoor Tosi

11 novembre 2017 alle 9:35

Io non amo tanto le poesie di Eliot. L’arrivo degli americani ha sempre creato in Europa degli scompensi. E poi allora andava molto il giornalismo; che in poesia significa fluenza discorsiva, ritmo e musicalità: tutte cose che con le poesie che si fanno qui, c’entrano davvero poco.

Sulla poesia “Loro” di Edith Dzieduszycka, mi pare dissi a suo tempo che è un testo catartico, che sembra uscito da qualche incontro di psicoterapia. Mi è piaciuto ma non capisco perché se ne parli tanto. Però Edith sembra avere un forte temperamento o, quanto meno, la forza sembra essere tra i suoi obiettivi. Ma ho letto quasi niente di suo.

Antonio Sagredo: con la poesia NOE c’entra poco o nulla, perché è poeta a modo suo; se ha qualche similare bisogna guardare a Carlo Livia. Però ultimamente ho letto cose di Sagredo che ho trovato più vicine allo stile NOE; ho il sospetto che ci stia lavorando, come pure sta facendo Calo Livia.

Non sono tanto d’accordo con questa affermazione di Giorgio Linguaglossa: “Se in una poesia non ci sono Estranei che spadroneggiano, che entrano ed escono di scena sbattendo la porta, non è poesia”, più che altro non vorrei passasse l’dea, del tutto irreale, che il pensiero possa essere chiassoso e che si voglia portare il lettore sulle montagne russe; piuttosto, sì, su qualche cima innevata… Sono invece pienamente d’accordo con Luigi Celi quando annota che ” Compito della poesia è il Risveglio, diceva il poeta filosofo Kikuo Takano”. Del risveglio, non del sogno !

Foto profil Marilyn bianco e nero

Leggere il giornale in autobus, in piedi è quasi impossibile. (E.D.)

Giorgio Linguaglossa

11 novembre 2017 alle 12:19

Edith Dzieduszycka Tre poesie inedite da Grovigli

«Le previsioni del tempo sono buone».

Il respiro di prima si trasformò in sospiro.
E allora diventava quello lì.
«Una settimana.
A volte di meno, a volte di più».

Dipendeva dalla densità della nuvola.
«È solo un tentativo – dissi – vediamo cosa succede».

Lui aveva insistito, incomprensibilmente.
Ma intuiva la finta.

«Sarebbe solo tempo perso – ribadii – corriamo
sul filo del rasoio. Aspettiamo un po’
e forse sapremo qualcosa di più».

L’appartamento era polveroso, grigio,
per niente accogliente, anzi piuttosto lugubre.

«Io avrei scelto il mare insieme a due coppie di amici
che a lei, chi sa perché, non piacciono affatto».
*
Gli sguardi, i gesti, i silenzi non mentono e non ingannano.
Un sentore un po’ acido alla gola, appena passato l’uscio.
L’olio era finito. Pure lo zucchero e il caffè.

Provava un disagio indefinibile.
Forse per l’autunno in arrivo?
In quell’incertezza stava ogni volta il lato antipatico della faccenda.
Come cambiano i punti di vista secondo l’umore!
Ogni casa ha la sua impronta, la sua emanazione specifica.
Far capire. Non dire.
Questo era il suo vizio.

«Perché non potrebbe andare sempre così?»
Dovrò fare la spesa domani.

Il vizio dei pensieri nascosti, perfino a se stessi.
Cosa avrebbero dovuto dirsi?, domandarsi?, confessarsi?
Ma, ripartire?
– Che parola vuota, per andare dove? –
«I nostri demoni sono più forti, riprendono il sopravvento».
«Il tempo che si calmino gli animi».
Però aveva insistito, incomprensibilmente.
Anche se non era nelle sue abitudini.

Ma questa volta era diverso.
Ormai non avrebbe saputo più niente.
Doveva farsene una ragione.

*

Due settimane fa, esattamente.
Aveva tutte le ragioni del mondo per essere scocciato.
Ma che ci faccio qui?
Sto diventando masochista?
Il dentista consigliava un antibiotico.
quella città nella stagione incerta,
un po’ malinconica, avvolta nelle prime nebbie leggere dell’autunno.
Solo per agitare un po’ le acque.
Per una volta potrebbe fare questo sforzo.

– Devo andare alla banca per la domiciliazione delle bollette –

Cinque anni dopo si era ripresentato lo stesso problema.
Una persona gentile, discreta, un po’ eterea e distratta.

La loro vita era diventata più complicata.
Non se ne capacitava.

Leggere il giornale in autobus, in piedi è quasi impossibile.

Mario Gabriele In viaggio con Godot Cover gialla

Un Appunto di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Edith Dzieduszycka si muove anch’essa all’interno di quella gigantesca problematica che nel novecento è stata denominata «esistenzialismo», con il che deve intendersi il problema del senso dell’essere dell’Esserci, ovvero, della «situazione emotiva fondamentale dell’angoscia come apertura caratteristica dell’esserci».1] Ecco alcune frasi paradigmatiche della Dzieduszycka:

«Le previsioni del tempo sono buone»

«Gli sguardi, i gesti, i silenzi non mentono e non ingannano»

«Due settimane fa, esattamente»

Ecco gli incipit delle tre poesie che introducono direttamente all’interno di «una» temporalità indicandone i limiti del calendario e, ironicamente, le caratteristiche climatiche della stagione; ma c’è anche un accenno ai tratti sopra segmentali del linguaggio umano: «Gli sguardi, i gesti, i silenzi» i quali, al contrario delle parole, «non ingannano». Ecco delineata la cornice temporale dell’esistenza umana, tra rammemorazioni, amnesie, rimozioni, denegazioni, abreazioni e informazioni, e poi «il vizio dei pensieri nascosti, perfino a se stessi». Anche qui ci sono degli elementi del quotidiano insignificante, banale, da rottamare, anzi, già rottamato, che entra nella sua poesia con il suo statuto di rottame, di frammento: «L’olio era finito. Pure lo zucchero e il caffè», insieme ad elementi delle intenzioni e delle preterintenzioni: «Devo andare alla banca per la domiciliazione delle bollette». Il parlato è fuso insieme al pensato e al quasi pensato; pensieri quasi inconsci friggono e collidono a contatto con i pensieri dell’io e con le istanze perentorie del super-io che irroga sentenze e sensi di colpa.

Nella poesia della Dzieduszycka si assiste al dramma eroicomico e serissimo della rappresentazione dell’angoscia come su un palcoscenico; le sue poesie sono sempre teatralizzate, teatralizzazioni dell’inconscio e delle sue peripezie: il problema principe è la indistinzione della «verità» dalla ciarla e la impossibilità di darsi un orizzonte di autenticità. Una oscurità profondissima impedisce di discernere il vero dal falso, il subdolo dalla mistificazione, perché c’è qualcosa nel fondo limaccioso dell’inconscio che ci svia continuamente, qualcosa di inconoscibile che sovrasta l’io:

«I nostri demoni sono più forti, riprendono il sopravvento».

1] Martin Heidegger Sein un Zeit, Verlag, 1927. Essere e tempo, trad. it. a cura di Pietro Chiodi Milano, Longanesi, 1976 p. 231

Strilli Busacca Vedo la vampaDonatella Costantina  Giancaspero

11 novembre 2017 alle 14:05

Cari amici,

Edith Dzieduszycka, Alfonso Cataldi, Anna Ventura, Mariella Colonna, Francesca Dono, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, vi sono grata per l’interesse che ha suscitato in voi questa mia poesia. L’ho conclusa proprio pochi giorni fa e non pensavo che Giorgio me l’avrebbe pubblicata sulla rivista. È stata un’autentica sorpresa! Anche il suo commento lo è stato e la traduzione di Edith, che ringrazio doppiamente. Ormai, quando scrivo, mi sento sempre più convintamente attratta dalla nuova prospettiva poetica indicata dalla NOE. Ho compreso che questo orientamento mi si addice alla perfezione. Probabilmente, lo cercavo da sempre, ma senza saperlo e soprattutto senza che nessuno me ne potesse dare indicazione precisa. Perciò, non potrò mai ringraziare abbastanza Giorgio Linguaglossa, mia imprescindibile bussola, per aver corretto la mia navigazione poetica, che se ne andava un po’ a naso, diciamo, seguendo l’intuito… Con l’ago puntato sulla NOE, invece, sento di poter raggiungere nuovi (e non effimeri) territori espressivi.

Ecco, cari amici, questo mi sento di dire in risposta ai vostri commenti tanto positivi.

Anche il poemetto di Edith Dzieduszycka, “Loro”, si inserisce nella ricerca operata dalla e nella Nuova poesia; e questo già prima che si parlasse di NOE. Un dato significativo del fatto che certi esiti espressivi si affermano necessariamente, perché imposti dalle direttive del Tempo storico.

L’originalità del poema “Loro”, a mio avviso, sta nell’insieme compatto di forma e contenuto: l’una necessaria all’altro, in quanto la crisi profonda dell’Io (“il suo scacco ontologico”, come ebbe a dire Giorgio, in un precedente commento), la crisi esistenziale, emergente da questi versi, non può altro che avvalersi di frasi brevi, chiuse in se stesse dalla punteggiatura. E di un tono perentorio, che trova nel parlato la sua manifestazione più forte. Molto è stato detto riguardo a questo poemetto e tutto davvero illuminante rispetto al suo significato. In ultimo, il saggio di Luigi Celi mi pare esemplare.

Concludo così, rinnovando il mio grazie, unito all’augurio… Buona poesia a tutti voi!

Foto New York traffic

«È probabile che il secondo periodo di barbarie coinciderà con l’epoca della civiltà ininterrotta». (Marcuse)

Giorgio Linguaglossa

11 novembre 2017 alle 16:29

Per tornare al caro amico e interlocutore Luigi Celi,

sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista sulla nuova ontologia estetica, dopo la valanga di commenti, poesie, rilievi che sono piovuti in coda al suo articolo. Ormai questo nuovo modo di intendere il testo poetico è una realtà, la poesia italiana si è rimessa in moto (con quali risultati lo vedremo, ma già alcuni risultati sono sotto gli occhi di tutti).

La Nuova Poesia della nuova ontologia estetica è già di per sé un fatto nuovo, direi travolgente, travolgente (lasciatemelo dire) per la stagnante poesia italiana di questi ultimi decenni. Un fatto epocale, storico, in fin dei conti. Come scritto da molti poeti qui intervenuti, già da tanti anni i singoli poeti cercavano nuove vie, nuovi mezzi di espressione, certe novità erano nell’aria da molti anni, basti pensare a poeti diversissimi che non si conoscevano tra di loro prima di incontrarsi qui su questa piattaforma: Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb, Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Donatella Costantina Giancaspero, Edith Dzieduszycka, Francesca Dono, Letizia Leone, Gino Rago, Giuseppe Talia, Anna Ventura, Alfonso Cataldi, Carlo Livia, Mariella Colonna, Chiara Catapano, Vincenzo Petronelli, Adeodato Piazza Nicolai, Luigina Bigon, Mauro Pierno, Laura Canciani… più altri autori che si situano nelle vicinanze di questo nuovo Grande Progetto e che ci seguono da tempo con interesse…

Io dico sempre che il nostro punto di riferimento deve essere l’Acmeismo degli anni dieci del novecento, il movimento che ha cambiato il volto della poesia del novecento (non solo russo)…

ho scritto di recente che «la Lingua di relazione si è de-psicologizzata», e che di conseguenza, si è verificato un «raffreddamento» delle parole, un «raffreddamento» stilistico della poesia italiana di questi ultimi decenni, chi non se ne è accorto continua a redigere frasi protocollari, che recano il calco dell’antico endecasillabo, dell’antico novenario, mentre invece, in realtà, nella realtà della lingua parlata e tele trasmessa, non è rimasto nulla di tutto questo armamentario un tempo nobile. Il poeta di oggi ha a che fare con una cosa nuova: la parola «raffreddata» e con un nuovo processo: il raffreddamento delle parole; le parole non hanno più la risonanza di un tempo: voglio dire che le parole del linguaggio poetico della tradizione, diciamo, dagli anni sessanta del novecento, hanno perso risonanza. E allora al poeta dei nostri giorni non resta altro da fare che costruire dei manufatti a partire dai luoghi, dai toponimi, dai nomi, diventa nominalistica, diventa assemblaggio di icone, raccolta di rottami dalle discariche della lingua quali sono internet, il linguaggio televisivo, il linguaggio di facebook, instagram, twitter, sms… non resta al poeta di oggidì che fare copia e incolla di frammenti.

Molto opportunamente, uno scrittore come Salman Rushdie ha affermato che i frammenti sono già in sé dei simboli, ovviamente de-simbolizzati. Così, senza che ce ne siamo accorti, la fragmentation è diventata il modo normale di costruzione delle opere letterarie, siano esse romanzi, racconti o poesie; ovunque ci volgiamo, vediamo frammenti, incontriamo frammenti. Noi stessi siamo frammenti, al pari delle particelle subatomiche che sono frammenti infinitesimali di altri frammenti di nuclei andati in frantumi che quel grande circuito che è il CERN di Ginevra identifica un giorno sì e un altro pure, là dove si fanno collidere i fotoni tra di loro in attesa di studiare i residui, i frammenti di quelle collisioni. Tutto il mondo è diventato una miriade di frammenti, e chi non se ne è accorto, resta ancorato all’utopia del bel tempo che fu quando c’erano gli aedi che cantavano e scrivevano in quartine di endecasillabi e via cantando.

La poesia si è prosaicizzata, prosasticizzata. Si tratta di un fenomeno storico, epocale di cui non resta che prenderne atto.

 Giorgio Linguaglossa

11 novembre 2017 alle 18:09

con le parole di Marcuse:

«È probabile che il secondo periodo di barbarie coinciderà con l’epoca della civiltà ininterrotta».

*

Nel 2010 così rispondevo ad una domanda postami da Luciano Troisio:

Domanda: Tu individui linee laterali del secondo Novecento…

Risposta: Infrangere ciò che resta della riforma gradualistica del traliccio stilistico e linguistico sereniano ripristinando la linea centrale del modernismo europeo. È proprio questo il problema della poesia contemporanea, credo.

Come sistemare nel secondo Novecento pre-sperimentale un poeta urticante e stilisticamente incontrollabile come Alfredo de Palchi con La buia danza di scorpione (1945-1951) e Sessioni con l’analista (1967)? Diciamo che il compito che la poesia contemporanea ha di fronte è: l’attraversamento del deserto di ghiaccio del secolo sperimentale per approdare ad una sorta di poesia sostanzialmente pre-sperimentale e post-sperimentale (una sorta di terra di nessuno?); ciò che appariva prossimo alla stagione manifatturiera dei «moderni» identificabile, grosso modo, con opere come il Montale di dopo La bufera (1951) – (in verità, con Satura – 1971 – Montale opterà per lo scetticismo alto-borghese e uno stile narrativo intellettuale alto-borghese), vivrà una seconda vita ma come fantasma, allo stato larvale, misconosciuta e disconosciuta.

Ma se consideriamo un grande poeta di stampo modernista, Angelo Maria Ripellino degli anni Settanta: da Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima opera Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976), dovremo ammettere che la linea centrale del secondo Novecento è costituita dai poeti modernisti.

Come negare che opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni non abbiano una matrice modernista? La migliore produzione della poesia di Alda Merini la possiamo situare a metà degli anni Cinquanta, con una lunga interruzione che durerà fino alla metà degli anni Settanta: La presenza di Orfeo è del 1953, la seconda raccolta di versi, intitolata Paura di Dio con le poesie che vanno dal 1947 al 1953, esce nel 1955, alla quale fa seguito Nozze romane; nel 1976 il suo capolavoro: La Terra Santa. Ragionamento analogo dovremo fare per la poesia di

una Amelia Rosselli, da Variazioni belliche (1964) fino a La libellula (1985). La poesia di Helle Busacca (1915-1996), con la fulminante trilogia degli anni Settanta: I quanti del suicidio (1972), I quanti del karma (1974), Niente poesia da Babele (1980), è un’operazione di stampo schiettamente modernista.

Il piemontese Roberto Bertoldo si muoverà, invece, in direzione di una poesia che si situi fuori dal post-simbolismo con opere come Il calvario delle gru (2000) e L’archivio delle bestemmie (2006). Nell’ambito del genere della poesia-confessione già dalla metà degli anni ottanta emergono Sigillo (1989) di Giovanna Sicari, Stige (1992) di Maria Rosaria Madonna; in questi ultimi anni ci sono figure importanti: Mario M. Gabriele, Antonio Sagredo, Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Ubaldo De Robertis, Costantina Donatella Giancaspero; né bisogna dimenticare la riproposizione del discorso lirico da parte del lucano Giuseppe Pedota (Acronico – 2005, che raccoglie Equazione dell’infinito – 1995 e Einstein: i vincoli dello spazio – 1999), che sfrigola e stride con l’impossibilità di adottare una poesia lirica dopo l’ingresso nell’età post-lirica.

È noto che nei micrologisti epigonici che verranno, la riforma ottica inaugurata dalla poesia di Magrelli, diventerà adeguamento linguistico ai movimenti micro-tellurici del «quotidiano». La composizione assume la veste di frammento incompiuto, dove il silenzio tra le parole assume un valore semantico preponderante. Il questo quadro concettuale è agibile intuire come tra il minimalismo romano e quello milanese si istituisca una alleanza di fatto, una coincidenza di interessi e di orientamenti «filosofici»; il risultato è che la micrologia convive e collima qui con il solipsismo più asettico e aproblematico; la poesia come fotomontaggio dei fotogrammi del quotidiano, buca l’utopia del quotidiano rendendo palese l’antinomia di base di una impostazione culturalmente acrilica.

Lo sperimentalismo ha sempre considerato i linguaggi come neutrali, fungibili e manipolabili; incorrendo così in un macroscopico errore filosofico.

Inciampando in questo zoccolo filosofico, cade tutta la costruzione estetica della scuola sperimentale, dai suoi maestri: Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto, fino agli ultimi epigoni: Giancarlo Majorino e Luigi Ballerini. Per contro, le poetiche «magiche», ovvero, «orfiche », o comunque tutte quelle posizioni che tradiscono una attesa estatica dell’accadimento del linguaggio, inciampano nello pseudoconcetto

di una numinosità quasi magica cui il linguaggio poetico supinamente si offrirebbe. anche questa posizione teologica rivoltata inciampa nella medesima aporia, solo che mentre lo sperimentalismo presuppone un iperattivismo del soggetto, la scuola «magica» ne presuppone invece una «latenza».

 

foto Le biglie

Torniamo dunque, tutti quanti noi,
quando il cielo è in pace e finisce il giorno (A. Sagredo)

Antonio Sagredo

11 novembre 2017 alle 17:20

Antonio Sagredo vuole spostare il baricentro della «nuova ontologia estetica» – Spostare? – Se mai rovesciarla perché sia più efficace e incisiva e capace di conservare in un museo la vecchia poesia del ‘900 – poi a proposito di T. S. Eliot (così amato da Luigi Celi, e lo capisco) l’ho così rivoltato come un guanto di vecchio ermellino che non si riconosce più il suo specchio e la sua finzione in BISTROT:

*
Bistrot

Torniamo dunque, tutti quanti noi,
quando il cielo è in pace e finisce il giorno,
come un infermo folle che sul letto si acquieta .
Torniamo da viali chiassosi poco noti,
dai luoghi strepitanti dei flâneurs,
nei tranquilli cantucci di locande lussuose,
bistrots lindi e colmi d’ogni sorta di pietanze;
sono sfiniti i viali come un piacevole ragionamento
di concreto disimpegno,
e ci inducono a una domanda opprimente
e ci allontanano da una sopportabile risposta.
Oh, rispondete, cos’è?…
quando saremo tornati da un consulto.

In quella sala d’attesa dove le donne erano immobili,
erano mute nel convegno: orfane dell’arte del pettegolezzo,
e della chiacchiera.

Il giorno limpido che scivola via dai corpi riflessi delle vetrate ,
l’aria pura che scivola via dalle labbra dei cristalli parlanti
ha premuto e ha pestato coi denti i circoli dell’aurora,
ha fronteggiato i tempestosi oceani delle chiaviche,
s’è scrollata di dosso le scintille in fuga per la canna fumaria,
è volata dal tetto decollando d’un tratto,
e mirando una tempestosa sera primaverile
ha sciolto i suoi anelli e s’è destata.

E davvero non ci sarà da aspettare
per l’aria pura che risale dai vicoli,
che scivola via dalle labbra dei cristalli parlanti;
e davvero non ci sarà da aspettare
per improvvisare una maschera, non incrociare i volti.
E davvero non ci sarà da aspettare per salvare e distruggere,
e per oziare e per le notti dei piedi ……….
che abbattono ed elevano una risposta sulla tua stoviglia.
Non c’è tempo per noi due,
e davvero non c’è attesa per mille decisioni certe
e per mille realtà e reazioni
dopo una mancata colazione: tè e mollica di pane.

In quella sala d’attesa dove le donne erano immobili,
erano mute nel convegno: orfane dell’arte del pettegolezzo,
e della chiacchiera.

E davvero non ci sarà più tempo
di rispondersi: sarò vile e non sarò vile?
Andare avanti diritto e salire sulle scalinate
con la chierica ben in vista…
e saranno muti per la folta capigliatura.
Di sera mi vestivo al completo, il collo tutto libero
e intorno nemmeno una fibbia allentata,
e saranno muti davanti a grosse gambe e braccia!
Non avrò timore di armonizzare gli universi?
Nell’eternità non c’è tempo
per indecisioni e reazioni che riempirà.

Perché da tempo le ho ignorate, tutte le ho ignorate.
Ho ignorato i mattini, le sere e i premeriggi,
Non ho esagerato la mia morte a colpi di cucchiaio,
ignoro i mutismi allegri senza battiti palpitanti
sopra la musica che se ne va da un domestico spazio.
Così, come stare al sicuro?

E ho già ignorato gli occhi, tutti li ho ignorati,
gli occhi che non ti mirano in una frase non espressa
e quando non enunciato mi blocco su un pianoro,
quando sono spuntato e mi raddrizzo sulla parete,
come potrei allora finire
a risucchiare tutti interi i miei giorni e le mie disabitudini?
Perché non dovrei tutelarmi?

E ho già ignorato tutte gli arti inferiori, li ho tutti ignorati,
questi piedi senza armille, imbrunite e coperte,
ma nel buio più totale liberate, quasi rasate!.
È l’afrore che s’allontana da un vestito
che mi fa annoiare così?
Piedi sospesi su un tavolo, liberati da una sciarpa.
E che dovrei tutelarmi, allora?
E come finire?

Muto, dall’alba sono fermo, affissato, nei larghi viali?
E ho mirato l’aria buona che fluiva nelle pipe
di tanti uomini in camicia insieme sui balconi?

Non avrei dovuto o potuto essere tanti artigli levigati
inchiodati sulle onde di mari tempestosi.

E il premeriggio, il mattino, inquieto… sveglio, così!
Irruvidito da corte dita,
sveglio… attivo… o sanissimo realmente,
in piedi sull’impiantito, qui lontano da te e da me.
Non dovrei, dopo le leccornie,
aver la debolezza di trattenere l’istante alla sua tranquillità?
Malgrado abbia trangugiato e riso, bestemmiato e riso di nuovo,
malgrado non abbia mirato la mia testa poco capelluta
mancante su un vassoio…
io sono un profeta – e questo mi interessa.
Non ho visto l’eternità della mia pochezza infiacchirsi.
Non ho visto il mortale valletto abbandonare il mio soprabito, ma aver contegno,
e alla lunga, ne ero confortato.

E prima di tutto non vi sarebbe stato vantaggio,
prima delle porcellane e delle leccornie,
fra maioliche bianche e qualche mutismo
tuo e mio, non ci sarebbe stato un vantaggio
di rinascere con un pianto,
di dilatare l’universo all’infinito
e di fissarlo in una risposta liberatoria,
di rispondere: “Non esiste ritorno! Lazzaro, Io non ritornerò!
Lazzaro, rientra, perDio! Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta,
non vi dirò nulla!”.
Se nessuno, sgualcendo il cuscino accanto al capo,
rispondesse: “È quello che intendevo.
Si, è così”.

Ci sarebbe stato un vantaggio, prima di tutto,
ci sarebbe stato un vantaggio,
prima dei mattini e gli spazi urbani detersi: piazze e viuzze;
prima i raccontini, le porcellane da tè, le sottovesti che strepitano sulla volta.
E non è quello, o poco di più?
È possibile non dire esattamente quello che non intendo!
Ma come se assorbisse un lumicino schizzi di nervi in se stesso su una parete:
ci sarebbe stato un vantaggio
se , sgualcendo un cuscino o mettendo uno scialle sul corpo
ritirandosi all’interno di una stanza, si rispondesse
“Si, è così.
Non è questo ciò che intendevo”.

Si, sono il Principe PDNCQD, è il destino che lo vuole;
non sono uno del suo seguito, uno che non servirà
a renderlo meno pingue, ritirarsi da una scena o meno,
dissuadere il principe, incerto indocile strumento
irriverente, infelice d’essere inutile.
Non politico, imprudente e disordinato,
privo di ordinari verdetti, ma un po’ intelligente;
quasi austero,
o spesso davvero quasi un Bisbetico, spesso.

Divento giovane, divento giovane.
Indosserò calzoni srotolati per intero.

Unirò i miei capelli torno al collo. E, sarò vile, a digiunare di una pesca?
Indosserò calzoni di nera stoffa, e me ne starò fermo sui moli.
Traducevano le sirene il silenzio una all’altra.
Non credo che erano mute per me.

Se ne venivano verso la riva per la sessa,
scompigliando la nera peluria di onde avvilite
quando svuota la bonaccia l’acqua né bianca, né nera.

Negli immensi spazi marini abbiamo prosperato
accanto alle sirene non coronate d’alghe variopinte.

Fino a quando suoni disumani ci assopiscono,
e ci leviamo – su, dalle acque!

(antonio sagredo, Roma, 21/22 maggio 2015)

Foto uomo tigre

gli uomini ribelli/ gli angeli dannati/ cadevano a testa in giù/ l’uomo contemporaneo/ cade in ogni direzione (T. Rozewicz)

Antonio Sagredo

11 novembre 2017 alle 17:25

Per Edith i miei personali apprezzamenti che si ripetono identici a quel che scrissi a proposito dei suoi versi: asciuttezza e profondità coincidono… che è qualità rara.

Mario M. Gabriele

11 novembre 2017 alle 18:09

Basta questa poesia, Sagredo, per stare un po’ in allegria compagnia, come sarebbe bastato, per esempio a Leopardi aver scritto soltanto l’Infinito. Ma per un vecchio enologo come me che custodisce il vino delle migliori poesie, trovo questi tuoi versi, a parte le risonanze eliotiane e il timbro ironico, un vero colpo d’ala a cielo aperto.

Antonio Sagredo

11 novembre 2017 alle 18:00

E aggiungerei – anzi aggiungo e dichiaro – che è ormai maturo, se non già marcio (“La terra desolata” come titolo è errato, la traduzione precisa è “La terra marcia”! ) il tempo di ri-iniziare un NUOVO TEMPO per la Poesia, così come sempre è stato all’inizio di un nuovo secolo… la NOE sta dando un piccolo contributo, che è gigantesco vista la piattezza assoluta dello stato in cui versa la POESIA Italiana e non solo… i tempi sono già maturi (mi ripeto) poiché saremo fra un tempo non molto lontano davanti a sconvolgimenti che dire epocali è un eufemismo banale e spicciolo.

Avevo già dato un esempio con i versi delle mie 10 “LEGIONI” nel 1989… inascoltati poiché pioneristici : e questo è cosa ovvia per chi non ha orecchie. Sarebbe il caso che mi si desse l’opportunità di postarli…uno alla volta e per l’ultima volta… lo stile è quanto ci sia stato di meglio negli ultimi 60 anni: presunzione? No, consapevolezza.

Giorgio Linguaglossa

novembre 2017 alle 19:25

Scriveva il poeta polacco Tadeusz Rozewicz nel 1963:

[…]
gli uomini ribelli
gli angeli dannati
cadevano a testa in giù
l’uomo contemporaneo
cade in ogni direzione
contemporaneamente
in giù in su ai lati
in forma di rosa dei venti
un tempo si cadeva
e ci si sollevava
in verticale
oggi
si cade
in orizzontale.

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43 commenti

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43 risposte a “LA NUOVA POESIA – LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Poesie e Commenti di Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Donatella Costantina Giancaspero, Antonio Sagredo, Tadeusz Rozewicz, Alfonso Cataldi, Serenella Menichetti, Adeodato Piazza Nicolai

  1. It is never easy to break the glass ceiling in any field, even dthat among artists (poets, painters, critics, etc)…Non è mai facile perforare il “soffitto di vetro” poiché c’è una resistenza intima ad uscire dal quotidiano familiare… Esiste un ristretto cerchio fra vari gruppi poetici che raramente permette a un “outsider” di entrare a farne parte… Ringrazio Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Mario Gabriele, Tosi, Mayer, e tutti gli altri che mi hanno aperto le porte e le braccia. Sono sempre stato un nemo profeta in patria ovunque ho vissuto (Cadore, Stati Uniti, Padova…). Sono convinto
    che l’artista debba abitare una terra di nessuno, aperta, sconosciuta e sempre difficile: forse mai penetrabile. Saluti a tutti.

    • Caro Adeodato,

      da quando tu e Luigina siete con noi e ci avete aperto le braccia…c’è più calore in queste pagine, talmeno io ho quest’impressione. Ci avete aperto anche il cuore oltre le braccia e forse è questa la vera ragione delle belle emozioni che proviamo. Bentornati, dunque, dopo tante vicende, esperienze, ad un po’ di vita in più… dopo quella già vissuta!

      Mariella

  2. gino rago

    Mariella Colonna, Francesca Dono, Costantina Donatella Giancaspero
    verso lo Spazio Espressivo Integrale

    Mariella Colonna

    Mariella Colonna si muove in questa sua Allegoria entro i massimi temi del tardomoderno storico; ovvero, del post-moderno artistico: nomadismo super-capitalista globalizzato; marginalità di ogni localizzazione; aeriformazione dell’intellettuale; crollo della razionalità progettuale; solitudine esistenziale dell’individuo; impresentabilità dell’arte con tutto il rifiuto della icona; amore «liquido»; condizione cosciente del difetto del ‘Sé’; ibridazione; immanenza…
    E adotta due strumenti tardomoderni esteticamente efficaci: la performance
    e l’ironia per armonizzare le ‘contraddizioni’ di cui parla Costantina Donatella
    Giancaspero nel suo commento in cui riprende le riflessioni di Giorgio Linguaglossa: il testo postmoderno vive nel teatro. Tutti gli eventi si riconducono a una dimensione di teatralità. Da qui la performance.
    Ma questa per Mary Colonna-Londadeltempo da sola non basta.
    La performance si deve fondere con l’ironia: Perché’?
    Perché per tutti i personaggi dell’Allegoria colonniana ( i quali vivono e respirano tutti intorno a Kappa-Linguaglossa) l’ironia
    è lo strumento più efficace per superare il silenzio e per oltrepassare la morte. Come? Attraverso il “DIALOGO” , se non altro per “restare in sintonia con il cosmo”, come si desume dal frammento della Commedia (che serve a preparare il verso più felice dell’Opera “…«In una notte come questa, in una notte di tempesta,/ il firmamento nuota ancora verso la stella marina.”)
    che trovo utile rammentare, riportandolo tal quale:

    “G.R. Poeta coronato di alloro, le prende una mano e lei tende l’altra mano ad Ecuba: i tre accennano ad un delicato passo di danza…
    G. R.: “Adesso danziamo, non possiamo fare altro / che restare in sintonia con il cosmo e attendere…”

    Da cui si avverte tutta la crisi dell’individualismo tardomoderno, negli ambienti come negli eventi e nei ‘templi’ contemporanei, i nonluoghi nei quali
    la vita viene scandita dall’aggregarsi in folle, essendo in essi assente
    l’individuo (ecco anche perché è ormai intollerabile la poesia incentrata
    sull’Io, un “Io” che non ha più alcuna ragione d’essere).

    Francesca Dono

    “sono lontana dal molo.” L’autrice dunque si cala nel ‘luogo’ che non può non essere acquatico, meglio se di mare. E questo molo è nel mare.
    L’autrice poi aggiunge nei versi successivi degli elementi precisi che fondendosi reciprocamente individuano irreversibilmente, inconfondibilmente
    un luogo preciso: Venezia. Non è dunque un luogo etnico. Nè è un luogo
    fisico. Tutto spingerebbe il lettore alla individuazione di un “Luogo antropologico”, un luogo della relazione, della memoria. della identità.
    Ma un luogo per essere pienamente ‘antropologico’ richiede una fisicità
    che in buona sintesi è in grado di esprimersi in una geometricità, ben
    definita e riconoscibile, delle sue tre semplici forme spaziali e cioè la linea,
    l’intersezione, il centro.
    Francesca Dono abilmente invece spiazza il lettore. Spezza le tre forme spaziali linea-intersezione-centro e dall’ apparente luogo antropologico so-
    spinge il lettore in un ‘Nonluogo’, cioè in uno spazio non identitario, smemorato, non storico né relazionale. E cala il lettore in una cascata di
    coriandoli mentre la
    “muschiata della piazza è una fotografia a scacchi” in cui
    “un gondoliere ha l’aria turbata”.
    Il ‘gondoliere dall’aria turbata’ di Francesca Dono non è poi tanto esteticamente distante da “L’intruso” di Mauro Pierno.
    Differente è invece l’approccio richiesto alle composizioni di Carlo Livia e di
    Antonio Sagredo.
    Ma visto che Giorgio Linguaglossa ha proposto meritoriamente Fernando Pessoa, affermo che le quattro voci poetiche di Francesca Dono, Mauro Pierno, Carlo Livia e Antonio Sagredo, anche se
    con differentissime sensibilità linguistiche, hanno in comune la coscienza
    (centrale nella poetica di Pessoa, soprattutto della ‘Ode Marittima”) del viaggio, del ‘viaggio’ nella letteratura occidentale
    come metafora della vita, perché i quattro poeti mostrano di sapere
    proprio con Fernando Pessoa che
    “La vita è ciò che di essa facciamo. I viaggi sono i viaggiatori. E ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.

    Costantina Donatella Giancaspero

    Perfino il sorriso non è diretto. Giunge sull’autrice attraverso la riflessione della lastra posta dietro il bancone. Unica certezza è il fondo nella tazza del caffè da poco sorseggiato. E un tempo i fondi del caffè, come le strutture viscerali di certi animali, venivano interpretati…
    ” i passanti inoltrano il crepuscolo / verso l’inverno.”
    Qui siamo alla delegittimazione totale. Costantina Donatella Giancaspero ribalta i cicli delle stagioni, inverte i ruoli: non più il tempo-clima a sospingere i passanti-uomini da una stagione all’altra, ma gli uomini-passanti a inoltrare il crepuscolo verso la stagione invernale, in una atmosfera liquida in cui la relazione con l’altro/a non soltanto non riesce ad andare oltre una sorta di soddisfazione immediata, ma non implica nemmeno un minimo di assunzione di responsabilità, di doveri e di diritti reciproci in grado d’essere durevoli…
    In questi versi, già ben commentati da Mary Colonna e da Giorgio Linguaglossa, resi anche in lingua francese dalla elegante, raffinata traduzione di Edith Dzieduszycka, il poeta si colloca in uno spazio e in un tempo del dopo postmoderno. E’ in uno stato in cui il senso del ‘Sé’ è
    mancante. Perché? Perché i confini del Sé (Costantina Donatella Giancaspero stessa) sono fluidi. Perché la sua unità viene lucidamente e abilmente convertita in pluralità di sfaccettature: che rimane al poeta in questo stato tutto cosciente? Al poeta, a Costantina Donatella Giancaspero, rimane soltanto il gioco del linguaggio nel quale disperdere l’Io, visto che l’evento nel caffè, anch’esso un nonluogo, è assorbito dalla superficie…

    Per un Fernando Pessoa che così a noi si confida (come da coltissima segnalazione di Rossana levati):
    “Ho riempito le mie mani di sabbia, l’ho chiamata oro, e ho aperto le mani facendola scorrere via. La frase era stata l’unica verità. Una volta detta la frase, tutto era fatto, il resto era la sabbia che era sempre stata” (‘Il libro dell’inquietudine’ di Fernando Pessoa),

    ritroviamo una Ewa Lipska che così ci interpella:

    “Come si entra nella storia, cara signora Schubert?
    All’assalto come i tiranni?
    Timidamente come i poeti?”

    Da quale parte stiano Mariella Colonna, Francesca Dono e Costantina Donatella Giancaspero verso le istanze della Storia è chiaramente
    detto nei loro versi.

    La parziale conclusione, sintetica, alla frase di Pessoa, invece, viene
    efficacemente pronunciata da Rossana Levati. La quale, estratta dalla e-mail a me inviata, sostiene (ed è proprio il caso dei versi di Mariella Colonna, di Francesca Dono e di Costantina Donatella Giancaspero):

    “Io credo che ogni vero poeta possa chiamare oro il mondo nelle sue mani, anche se fragile come la sabbia,forse sabbia agli occhi degli altri, semplice terra senza valore, ma oro per il poeta perché è il poeta a nominare le cose- come Adamo; ed è il poeta ad avere nelle sue parole l’unica verità: “la frase era stata l’unica verità” in mezzo a tante frasi false, o solo apparentemente vere.  

    Gino Rago

    • Carissimo Gino,
      se tu non riprendessi, come instancabil-mente fai, le fila del nostri percorsi intrecciati e complessi, che ne sarebbe di noi poetesse? Dove andremmo a finire con l’audacia di chi sa di voler percorrre una strada, anche se è ben consapevole che non ne conosce le improvvise svolte, gli abissi che vi si nascondono e tutti i pericoli (a cui Adeodato allude tentando di proteggere LuiginAlice) di chi è temerario come le poetesse della NOE eppure non vuole rinunciare all’impresa di arrivare sulla vetta…o almeno di avvicinarsi alle cime innevate? Parlo di poetesse, ma naturalmente qui si parla di poeti, critici e persone appassionate al lavoro che fanno: scrivere che per tutti noi , credo, equivale a vivere.Grazie, Carissimo amico, di seguirci e di accorgerti del nostro lavoro: se ho parlato di donne è perchè so che tu ti schieri dalla parte dei più deboli: e, nella nostra medievalesupertecnologica “societas” le donne , nonostante i molti passi avanti, sono ancora le più deboli, naturalmente salvo eccezioni.
      E adesso parliamo della tua poesia: tu hai fatto un’ operazione importante, ribaltando le nostre prospettive di visione della storia ma, in più, dal passato hai preso a rincorrere il futuro: il tuo presente è quindi intensamente radicato alle vicende umane e alla cultura e Arte di chi ci ha preceduto, ma si affaccia ad uno spazio ancora inesplorato rompendo coraggiosamente abitudini e schemi agguantando tutto il possibile (quasi) ciecamente dal “limbo” misterioso che i tuoi occhi ancora non vedono ma i tuoi sensi tutti percepiscono, senza però mai descrivere cioò che le mani o il pensiero sono riusciti a sfiorare. E questo è avere una visione a 380°!

      Grazie di esserci, Gino Rago!

      Mariella Colonna

      • gino rago

        Mariella, i cinque poeti che oggi ho voluto considerare o ri-considerare, li ho proposti suddivisibili in tre gruppi:
        1- “Verso lo Spazio Espressivo Integrale” (Mary Colonna – Francesca Dono- Costantina Donatella Giancaspero);
        2 – “L’Ingresso (ben riuscito) nello Spazio Espressivo Integrale
        (Edith Dzieduszycka);
        3- “La Permanenza” nello Spazio Espressivo Integrale
        (Giorgio Linguaglossa).
        Inoltre, Mariella, sia nel caso di Costantina Donatella Giancaspero, si nel caso di Edith Dzieduszycka, rivolgendomi ai loro versi, ho parlato
        coscientemente di “poeta” e non di ‘poetessa’. Perché (dirai, diranno)
        parlare di poeta riferendosi a donne in poesia e non di poetessa?
        Perché per me, in poesia, per come le ho lette, conosciute, apprezzate,
        Mariella Colonna, Francesca Dono, Costantina Donatella Giancaspero,
        Edith Dzieduszycka (aggiungo Anna Ventura e Letizia Leone) sono “poeti”.
        E rincaro la dose: “poeti… con le palle” (quando ci vuole ci vuole).
        Gino R.

  3. gino rago

    Preghiera per un’ombra di Giorgio Linguaglossa ovvero la PERMANENZA della poesia nello Spazio Espressivo integrale
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26833
    Questa è la preghiera per un’ombra.
    Gioca a fare l’Omero, mi racconta la sua Iliade,
    la sua personale Odissea.
    Ci sono cavalieri ariosteschi al posto degli eroi omerici
    e il Teatro dei pupi.
    L’illusorietà delle illusioni.
    […]
    «Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
    – mi dice l’ombra –
    così, stoltezza e saggezza si equivalgono,
    eroismo e viltà condividono lo stesso equanime destino.
    Noi tutti siamo ombre fuggevoli, inconsapevoli
    della nostra condizione di fantasmi.
    Gli uomini non sanno di essere mortali, dimenticano
    e vivono come se fossero immortali;
    il pensiero più fugace obbedisce ad un geroglifico
    imperscrutabile,
    un fragile gioco di specchi inventato dagli dèi.
    Tutto è preziosamente precario, tranne la morte,
    sconosciuta ai mortali, perché quando viene noi non ci siamo;
    tranne l’amore, una pena vietata agli Immortali».
    […]
    «Queste cose Omero le ha narrate», mi dice l’ombra,
    «come un re vecchio che parla ai bambini
    che giocano con gli eroi omerici
    credendoli loro pari, perché degli dèi irrazionali
    che governano le cose del mondo nulla sappiamo
    se non che anch’essi sono bambini che giocano
    con i mortali come se fossero immortali;
    perché Omero dopo aver poetato gli immortali
    cantò la guerra delle rane e dei topi,
    degli uccelli e dei vermi,
    come un dio che avesse creato il cosmo
    e subito dopo il caos.
    Fu così che abbandonò Ulisse alle ire di Poseidone
    nel mare vasto e oleoso.
    E gli dèi abbandonarono l’ultimo degli immortali,
    Asterione, alle pareti bianche del Labirinto
    perché si desse finalmente la morte per mano di Teseo.
    In fin dei conti, tutti gli uomini sono immortali,
    solo che essi non lo sanno.
    Non c’è strumento più prezioso dello specchio
    nel quale ciò che è precario diventa immagine.
    A questa condizione soltanto gli uomini accettano di essere uomini».
    […]
    «Giunto all’isola dei Feaci abbandonai Ulisse al suo dramma.
    Perché il suo destino non era il mio.
    Il suo specchio non era il mio».
    […]
    «Il tempo è il regno di un fanciullo che si trastulla
    con gli uomini e le Parche.
    Non c’è un principio da cui tutto si corrompe.
    Il firmamento è già in sé corrotto, corruzione di una corruzione.
    Un fanciullo cieco gioca con il tavoliere.
    Come ha fatto Omero con i suoi eroi omerici.
    Come farai tu».
    […]
    «Quell’uomo – mi disse l’ombra – era un ciarlatano,
    ma della marca migliore
    La più alta.
    Egli era elegante,
    e per giunta poeta…»2

    1 Riferimento a mio padre calzolaio che mi raccontava da bambino storie di cavalieri ariosteschi
    2 versi di Sergej Esenin “l’uomo nero” (1925)

    Commento di Gino Rago

    “Noi tutti siamo ombre fuggevoli…” è l’apoftegma linguaglossiano che sostiene il componimento ove l’idea di “ombra” è già nel titolo. Conoscendo, da lunga frequentazione, la formazione culturale di Giorgio Linguaglossa posata su chiari e irrinunciabili punti di riferimento anche di filosofia estetica, un commento organico a questa “Preghiera per un’ombra” non può sottrarsi al mito platonico degli uomini incatenati in una caverna,con le spalle nude rivolte verso l’ingresso e verso la luce del fuoco della conoscenza.

    Altri uomini si muovono liberi su un muricciolo trasportando oggetti; sicché , questi oggetti e questi uomini, colpiti dalla luce del fuoco, proiettano le proprie ombre sulle pareti della caverna.
    Gli uomini incatenati, volgendo le spalle verso il fuoco, possono scorgere soltanto queste ombre stampate alle pareti della caverna. Nel mito platonico, la luce del fuoco è la “conoscenza”; gli uomini e gli oggetti sul muricciolo rappresentano le cose come realmente sono, cioè la “ verità “
    delle cose (aletheia), mentre le loro ombre simboleggiano l’”opinione”, vale a dire l’interpretazione sensibile di quelle stesse cose (doxa).
    E gli uomini in catene con lo sguardo verso le pareti ma con le spalle
    denudate verso il fuoco e l’ingresso della caverna?
    Sono la metafora della condizione naturale dell’individuo condannato a percepire soltanto l’ombra sensibile (doxa) dei concetti universali (aletheia),
    fino a quando non giungono alla “conoscenza”.
    Senza questa meditazione filosofica a inverare l’antefatto estetico, culturale, cognitivo che sottende l’attuale, febbrile ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa non si comprenderebbe appieno l’approdo-punto di ripartenza di questa poesia e delle sue implicazioni, nominabili in poche ma singolari parole-chiave:
    forma di poesia senza forma; linguaggio di molti linguaggi; astigmatismo scenografico; stratificazione del tempo e dello spazio;
    metodo mitico per versi frammentati; intertemporalità e distopia.
    Il tutto compreso in quella invenzione linguaglossiana dello “Spazio Espressivo Integrale”, l’unico spazio nel quale i personaggi inventati
    da Giorgio Linguaglossa (Marco Flaminio Rufo, il Signor K., Avenarius, Omero, il Signor Posterius,Ettore che esorta i Troiani contro gli Achei, Elena e Paride nella casa della Bellezza e dell’Amore, il padre, la madre, Ulisse,
    i legionari, Asterione, etc.) simili agli eteronimi di Pessoa,
    possono ricevere la piena cittadinanza attiva che richiedono al loro “creatore” quando, altra novità di vasta rilevanza estetica in questa poesia di Giorgio Linguaglossa, “parlano” nelle inserzioni colloquiali, o nel “parlato”, dentro ai componimenti linguaglossiani recenti.
    Lo “spazio espressivo integrale” della “Preghiera per un’ombra” è il campo in cui “Nomi”, “Tempo”, “Immagine”, “Proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo a costituire un “nuovo” poetico da far sentire “vecchia” ogni altra esperienza di poesia contemporanea, esterna a tale campo. Ovvero, esterna alla NOE

    Nota.
    Segnalo l’ottimo commento di Alfredo Rienzi a “Preghiera per un’ombra”, al quale non mi sono voluto sovrapporre; commento apparso su ‘La presenza di Erato’.

    Gino Rago

    • Anche io ho scritto sulla bellissima poesia di Giorgio :”Preghiera per un’ombra”…non ricordo il nome del blog (da Torino?) dove sono state pubblicate la poesia di Linguaglossa e il mio commento

  4. gino rago

    LORO di Edith Dzieduszycka ovvero il ben riuscito INGRESSO nello Spazio Espressivo Integrale
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26834

    Accettare il mondo e guardarlo con gli stessi occhi di Adamo, primo uomo: questo è l’intento dell’acmeismo nei versi di “Loro” di Edith Dzieduszycka.
    Con una icasticità espressiva che raramente abbiamo riscontrato in tanta parte delle nostra poesia contemporanea, Edith Dzieduszycka sembra suggerire alla nostra coscienza che a trarci dal nulla o, se si vuole, dall’inumano, a volte può essere il ricordo delle cose, uno Stillstand nel quale ci acquietiamo.
    In questi versi possenti Edith fa uso di immagini in fuga dal profondo del tempo e dello spazio, quasi fotogrammi di luoghi abitati, in una fantasmagoria di persone e di oggetti occupanti il posto d’abitudine, un posto a noi noto e che quasi sempre ci rassicura.
    L’Io di Edith che sostiene l’intero poema non è l’io decadente, piccolo-borghese delle psicopatologie della vita quotidiana.
    E’ al contrario un “Io” titanico, benché con i tratti dell’antieroe, il quale è consapevole che se si vuole abbandonare il sentiero della storia
    con la ‘s’ minuscola occorre intraprendere quello della Storia, con la ‘S’ maiuscola.
    Ma quest’anelito si scontra con “LORO”, “LORO” si frappongono fra l’aspirazione e il risultato finale da attingere.

    “.. .Loro erano comunque sempre lì.
    Loro.
    Impalpabili.
    Inafferrabili.
    Tu ne eri cosciente, come sentivi che anche
    Loro sapevano che tu li percepivi …”

    Una metafora riconducibile, per taluni aspetti di questo poema, anch’essa come in Preghiera per un’ombra di Giorgio Linguaglossa, alla caverna di Platone, allo scontro perenne fra doxa e aletheia.
    Due grandi novità si registrano in questo corso poetico del tutto ‘nuovo’ di Edith: l’uso sapiente del punto fermo in grado di conferire ai versi una indiscutibile compiutezza e l’introduzione dell’elemento colloquiale il quale gioca un ruolo decisivo nell’economia estetica generale del poema poiché invita il lettore a entrare nei versi, giocando così non
    più soltanto il ruolo del fruitore, ma interagendo attivamente con i versi stessi. (“Scrivo per
    me e per gli altri…”, ha sempre sostenuto Gertrude Stein).

    Si mediti su questi versi , sui loro drammatici interrogativi:

    “…Chi sono Loro?
    Cosa vogliono da me?
    Per quale motivo ce l’hanno con me ?
    Con me soltanto,
    o anche con altri poveretti in circolazione intorno a me? “

    Ottima la nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa.
    E’ un lavoro, questo di Edith , destinato a lasciare tracce profonde nel fare poetico contemporaneo.

    (…)
    Se un’altra cifra è da cogliere nei versi di Edith D. io la segnalerei sommessamente in una certa forma di ‘ adamismo’, che circola nel respiro stesso dell’Io adottato dal poeta, quasi a volersi richiamare direttamente al libro della Genesi in cui Adamo per primo dà un nome
    alle cose, un atto primigenio di nominazione dell’esistente: definire nuovamente, con forza, chiarezza e linearità, tutto ciò che esiste, come se niente fosse stato davvero nominato da nessun altro prima. Accettare e guardare il mondo con gli stessi occhi di Adamo, primo
    uomo: questo fu l’intento dell’acmeismo sovietico e che Edith riesce a far suo in questo lavoro compatto, severo e luminoso, come del resto si evince dalle riflessioni dello stesso Giorgio Linguaglossa, i cui versi segnano un punto di svolta nel fare poetico di Edit, un poeta nel quale ammiriamo anche la capacità quasi camaleontica di saper mutare ciò
    che in Estetica si dice la ‘Livrea’.
    Questa febbre poetica non sarebbe possibile sostenerla senza “desiderio di poesia”… Edith D., conoscendola davvero, ha ” desiderio di poesia”. Vive, vibra, opera, migrando da un registro espressivo a un altro, da un linguaggio ad un altro (fotografia, arte figurativa, ecc.) nel “desiderio di poesia”, e sempre alla ricerca del ‘tutto’.
    Quel ‘tutto’ che per Edith , e in Edith, coincide con la percezione di quel ‘frammento’ che non basta a se stesso.

    Omaggio da Osip Emil’evic Mandel’štam
    a Edith D.

    ‘Mi è dato un corpo – che ne farò io
    di questo dono così unico e così mio?
    Per la placida gioia di respirare e vivere
    chi, ditemi, devo ringraziare?
    Io sono giardiniere e sono anche fiore,
    nella prigione del mondo io non sono solo.
    Sui vetri dell’eternità si è steso
    il mio respiro, il mio calore.
    Su di esso si è impresso un disegno
    ultimamente indecifrabile.
    Lascia che sgoccioli il sedimento dell’attimo
    il caro disegno non si può cancellare.’

    Sono versi che sigillano la grandezza del poema di Edith. Perché?
    Perché anche nel mondo-prigione dominato dalla percezione di LORO, la poetessa vive e respira con un corpo che accetta come ‘dono’ nella sua unicità e irripetibilità, nel giardino della poesia in cui, come Mandels’tam , anche lei si sente nel contempo come giardiniere e come fiore.
    Anche dai versi sopra proposti da Giorgio Linguaglossa come backstage del poemetto ‘Loro’ si coglie senza sforzi un dato, accanto a quelli già segnalati in precedenza: il lavorio serio sulla forma-poesia operato da Edith rispetto alla sua precedente esperienza di poesia.
    E se qualcuno degli ostili alla NOE si prendesse la briga di analizzare uno ad uno i suoi versi non faticherebbe più di tanto ad accorgersi che i versi di Edith Dzieduszycka esaminati alla luce del linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale rifondano i concetti di ‘ nome ‘, di ‘tempo-spazio’ , di ‘proposizione’.

    “…E’ dunque successo una sera di novembre,
    me lo ricordo perfettamente,
    una di quelle sere in cui il buio e l’ombra
    ti piombano addosso senza preavviso,
    quando già volteggiano nell’aria gelida tante foglie rosse e ruggine
    prima di cadere e formare un tappeto morbido
    che scricchiola sotto i passi…“

    Versi esemplari con i quali l’autrice si sottrae definitivamente a ogni forma, a ogni tipo, a ogni suggestione di epigonismo poetico, aprendo nella boscaglia fitta dell’atto poetico del nostro tempo un sentiero personale, inimitabile e sicuro.
    Perciò, giustamente, a cominciare dalla nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa, il poema “LORO” è stato in quasi tutti i commenti salutato come lavoro di approdo, da un lato, e di ripartenza, dall’altro, nella militanza poetica dell’autrice anche di ‘Diario di un addio’ …
    La forza morale di questa scrittura “nuova” di Edith D. , in grado di spostare il baricentro poetico
    della sua ricerca verso quei paradigmi estetici da inscrivere nello spirito e nella forma-poesia della Nuova Ontologia Estetica, si avverte lungo l’intero poema e nel finale esplode
    nell’incanto laico del dubbio, senza illusioni catartiche né pretese palingenetiche:

    “ …Senza battere ciglia,
    guardarmi dritto negli occhi e dirmi 
    “Sei stato il più bravo. 
    Il più coraggioso.
    Il Più.”
    E morire felice. O forse no.
    Chi può saperlo. “

    Gino Rago

  5. Attraverso con limmaginazione

    il ponte di Brooklin
    e mi colpisce un pensiero senza senso,
    una freccia di parole proprio in mezzo al petto
    che respingo al mittente, inseguo
    il fischio acuto di un treno
    partito da San Pietroburgo e diretto a Mosca,
    da dove un mio vecchio amico mi ha scritto
    una cartolina in una lingua sconosciuta
    proprio ieri o domani.
    E me l’ha mandata per via aerea
    (con un piccione viaggiatore)
    a casa dei miei dove fioriscono d’inverno
    anche le rose,
    ma dove non abito più.
    Il piccione poi mi ha raggiunto qui
    in una via di cui non conosco il nome.
    Come avrà fatto a sapere che abito
    in una via di cui NESSUNO conosce il nome?
    Forse il profumo d’una mia piùma rinasta sulla carta,
    o una memoria ancestrale.

    Stanotte scrivo per gioia e per disperazione:
    non vedo rose fiorite,
    ma topi, tartarughe e un immenso uccello nero
    nel giardino di fronte. Perché mi guarda così?
    Non può vedermi nel buio di una notte.
    Il cane abbaia, due cani.
    Notte impossibile.

    Finalmente il Fantasma di Lacan
    che mi perseguita
    cade in un sonno profondo.
    Si sveglia una rosa bianca con la luna.

    “Il sogno è l’infinita ombra del vero”

    Mariella

  6. antonio sagredo

    Non c’è dubbio che qui,in questo blog, c’è una vitalità che non trovo e né vedo altrove; più che OMBRA , questa la definirei “LUCE DELLE PAROLE” !
    ———– Questo magma tumultuoso inventato, creato, realizzato, ecc. è vitalissimo ed è un pregio della A S = Avanguardia Senile (alias A. S.) Bisognerebbe quindi disciplinare questo virtuosissimo magma in una sorta di MANIFESTO, dove le linee essenziali devono essere appunto più MANIFESTAMENTE CHIARE a chi non ha orecchia e occhi.
    ———— Quanto ai versi della Costantina G. devo affermare uno sguardo diverso di riferire in versi la “quotidianità”, una prospettiva geometrica del cantare,ed ha ragione la Colonna Mariella a decantarla.
    ———- Sul concetto di “frammento” è stato detto abbastanza, ma non lo sarà mai! E sugli altri concetti e principi che reggono la NOE bisogna insistere – con la filosofia fino ad un certo confine: pena la pesantezza –
    sulle varie e diverse costruzioni versificatorie… insomma bisogna superare le vecchie figurazioni metriche e mutarle in visionarietà concrete e materiali.
    —————————–
    finisco (sopportatemi !!!) con darVi dono della Prima Legione (1989) :

    I
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26840
    Io, qui, nella tua maschera rosa
    oltre la forma dello specchio montone
    òrbito i due centri al di fuori delle leggi
    dove a stento la morte s’inarca come un ponte.
    In altre stanze, arrivi disattesi, già sento
    vagiti in lotta, smarriti, beffati dal cavo gioco
    di perle ofidiche, perché uno solo è pronto per l’orrore:
    il premio di una maschera, una medaglia, il tallone
    dietro l’anima, il grumo dell’ultimo respiro.
    Crestati imbonitori, rospi di luce, siete gravidi
    d’applausi oltre la soglia coi primi passi
    del bardo inglese vestito di gramaglie,
    per essere in uno altare e ostia, sacerdote albino
    geloso di fonemi e di frattali. E sono ratti
    comparse spettri, viscido sudario
    sotto i tori di ciechi simulacri,
    ruggiti di rame contro i nostri morti,
    giocatori d’azzardo, astragali di vermi quando la notte,
    chiusa al canto, notifica con lingua mercuriale
    il malgoverno e il tuo sguardo simili a monete
    di menzogna.

    • caro Antonio Sagredo,

      permettimi di fare un esercizio sulla tua poesia. L’ho sottoposta ad un dimagrimento tipico procedimento della NOE. Ho eliminato gli aggettivi a mio avviso esosi e superflui e qualche legamento non necessario. Il risultato mi sembra eccellente.
      Proponiamolo al parere dei nostri lettori, se preferiscono la tua versione o quella mia
      :
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26856
      Io, qui, nella tua maschera
      oltre la forma dello specchio
      i due centri al di fuori delle leggi
      dove s’inarca un ponte.
      In altre stanze, arrivi – già sento
      vagiti in lotta, smarriti, beffati dal gioco
      di perle ofidiche – Uno solo è pronto per il premio
      di una maschera, una medaglia, il tallone
      dietro l’anima…
      Crestati imbonitori, rospi di luce, siete gravidi
      d’applausi oltre la soglia coi primi passi
      del bardo inglese vestito di gramaglie,
      per essere in un altare con ostia e sacerdote
      geloso di fonemi e di frattali.
      Sono ratti, spettri, viscido sudario
      sotto i tori di ciechi simulacri, ruggiti di rame.
      I nostri morti,
      giocatori d’azzardo, astragali, la notte chiusa al canto,
      notifica con lingua mercuriale
      il malgoverno e il tuo sguardo simili a monete
      di menzogna.

      • Caro Antonio Sagredo,

        non te la prendere, ma penso che la versione di Giorgio sia fortissima e da preferire, ha messo a nudo i tuoi pensieri risaliti dal magma dell’inconscio facendo piazza pulita degli aggettivi troppo ridondanti!
        Comunque le tue poesie emergono da profondità abissali, dai labirinti dove non è facile neppure trovare punti d’incontro. Invece poi…si trovano e questo è il bello!

        Mariella Colonna

        • gino rago

          Sulla rifondazione dei versi originari di Antonio Sagredo operata da Giorgio Linguaglossa ha pienamente ragione Mariella Colonna. Sembra addirittura un’altra poesia. Del resto, a più riprese sulle pagine de L’Ombra delle Parole dedicate ai poeti della Nuova Ontologia Estetica lo spostamento
          della poesia italiana verso nuovi paradigmi estetici avviene ANCHE con
          la riduzione al minimo sindacale degli aggettivi qualificativi.
          I quali, anche questo è stato detto e ridetto, sono in poesia una gabbia
          per i lettori e una forma d’insicurezza per il poeta: Il sostantivo ben sostenuto dalla punteggiatura invece da solo basta ….

          GR

  7. Un confronto tra lo «spazio espressivo integrale» di Sandro Penna tipico del realismo lirico novecentesco e una strofa di Tomas Tranströmer del 1954
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26853
    Sandro Penna «chiude» la tradizione lirica del primo novecento, quella facente capo a Saba e al primo D’Annunzio di Primo vere (1880). Il suo spazio espressivo è fondato sulla tradizione melodica e sulla sintassi lineare, sfruttando di queste componenti le qualità melodiche ed eufoniche. È il tipico poeta che viene dopo una grande tradizione melodica, che vive e prospera sulla immediatezza melodica ed eufonica di questa tradizione portandola al suo livello più compiuto.
    Lo Schema metrico è fondato sugli endecasillabi, due strofe di cinque versi, con assonanze dissonanti (veduto-sentito) e opposizioni concordate (l’azzurro e il bianco).

    Una poesia Sandro Penna

    La vita… è ricordarsi di un risveglio…

    La vita… è ricordarsi di un risveglio
    triste in un treno all’alba: aver veduto
    fuori la luce incerta: aver sentito
    nel corpo rotto la malinconia
    vergine e aspra dell’aria pungente.

    Ma ricordarsi la liberazione
    improvvisa è più dolce: a me vicino
    un marinaio giovane: l’azzurro
    e il bianco della sua divisa, e fuori
    un mare tutto fresco di colore.

    (da Poesie, a cura di C. Garboli, Garzanti, Milano, 1989)

    Più che parlare di «spazio espressivo integrale» io qui parlerei di una omogeneizzazione stilistica che proviene da una lunga e felice tradizione melodica.

    Il nuovo «spazio espressivo integrale» di Tomas Tranströmer

    Quando io parlo di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra. Leggiamo una poesia di Traströmer:

    Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
    Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
    sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

    Tranströmer non scrive: «La vita è un ricordarsi di un risveglio», ma salta la perifrasi e va direttamente al «risveglio». Scrive: «Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno». Qui siamo all’interno di una costruzione multiprospettica: l’equivalenza introdotta dalla copula «è» introduce non una identità ma una dissimiglianza, una non-identità: è il «sogno» che viene ad occupare il posto centrale della composizione, il suo peso specifico all’interno della composizione è talmente forte da deformare la composizione stessa facendola sbilanciare verso la significazione dell’inconscio. Infatti, il secondo verso non si muove più lungo la linea della dorsale unilineare della melodia monodica (tipica di una certa tradizione cui appartiene Sandro Penna), ma introduce una complessificazione, il soggetto diventa «il viaggiatore» (anche questo attante dislocato a fine verso), il cui peso specifico viene molto accentuato dalla dislocazione a fine verso. Il risultato è che l’equilibrio dinamico e semantico (la significazione primaria e secondaria) del primo distico viene ad essere sbilanciato verso la fine verso. Il terzo verso introduce una formidabile amplificazione e intensificazione multi prospettica nel componimento, lo spazio della composizione si apre a ventaglio come a seguire il moto discendente del «viaggiatore» che si è lanciato dal paracadute, o che si è lasciato cadere dal e col «paracadute» nel vuoto dell’atmosfera.

    Ma qui il poeta non nomina affatto il vuoto e l’atmosfera che si aprono davanti al volo del «paracadute», è sufficiente aver articolato la composizione intorno ai due attanti «pesanti» («sogno» e «viaggiatore»), sono essi ad aprire la composizione verso una pluralità di punti di vista spaziali, infatti il lettore vede con i propri occhi il discendere del «viaggiatore» che si getta col «paracadute» «dal sogno» verso le insondabili profondità dell’inconscio. Il «viaggiatore» non può che scendere in verticale: «sprofonda»… dove? «verso lo spazio verde del mattino». Qui, con una formidabile accelerazione Tranströmer indica il lento affiorare della coscienza che si riprende gli abiti del giorno e scaccia nell’oscurità i fantasmi del «sogno», ricaccia indietro il mondo multiprospettico e labirintico dell’inconscio. La parola che chiude la terzina è «mattino». Il «mattino» ricaccia indietro il mondo di fantasmi dell’inconscio e restituisce alla coscienza il dominio sull’io.

    Da questa breve analisi si rende evidente che in questo caso lo «spazio espressivo integrale» della poesia trastromeriana non è più fondata sulla equivalenza del principio di identità («è») e sulla simiglianza dissimiglianza tra tutti gli attanti come nella poesia eufonica e melodica di Sandro Penna, in Tranströmer lo «spazio espressivo integrale» trova applicazione dal, se così possiamo dire, principio di multiprospettiva e di non-identità tra tutti gli attanti (sogno, viaggiatore, mattino) i quali obbediscono ad una diversa ed evidente filosofia della composizione. Con 17 poesie di Tranströmer la poesia europea è cambiata per sempre, penso che i lettori non possano che convenire.

    Leggiamo quest’altra strofa:

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Lascio ai lettori la lettura di questa strofa secondo i nuovi criteri ermeneutici della «nuova ontologia estetica», ovvero, secondo il nuovo concetto di «spazio espressivo integrale».

  8. carlo livia

    Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26854
    condivido metodo e fine della tua analisi comparata, e anche aver scelto Penna come esemplare di maggior risultanza icastica di un atteggiamento espressivo ancora fatalmente imbrigliato nei vincoli della vecchia onto-logia, cioè di un rapporto pensiero-essere che non può svincolarsi dalle tradizionali codificazioni mimetiche, che presuppongono non solo isomorfismo, ma subordinazione del pensiero- linguaggio ai (presunti) immutabili caratteri e confini del reale. Che tra logica e ontologia regni totale eteronomia è inconfutabilmente acquisito dalla riflessione dell’analitica del linguaggio ( Frege, Wittgenstein, ecc.); ciò ha avuto importanti riflessi anche nella riformulazione estetica, etica, assiologica, di strumenti e destini creativi, culturali e antropologici.
    In passato abbiamo spesso polemizzato, come ricorderai, soprattutto perché non condividevo la tua faziosità e le tue furiose stroncature, per me eccessive, ma devo riconoscere che mi sbagliavo: si tratta effettivamente di farsi protagonisti di una svolta epocale, che passa anche per l’arte e la letteratura, la sua funzione, la sua analisi critica, il suo contributo all’evoluzione di configurazioni psichiche e prassi culturali e sociali.
    Il pensiero poetico ( dove l’essere, attraverso il linguaggio, accade, sorge alla luce ) ha da sempre un funzione insostituibile nel rinnovare e liberare da codici, norme e ideologie fossilizzate e violente; non è casuale l’ossessiva volontà, da parte di tutti i totalitarismi ( compreso quello consumistico-tecnologico in cui sopravviviamo emarginati, nascosti nell’…ombra! ) di perseguitare e sterminare i poeti.
    C’è un solo particolare da cui dissento, che la svolta sia stata compiuta dall’opera di Transtrommer, che è certamente, anche perchè psicologo del profondo, uno dei più consapevoli esegeti delle nuove dinamiche intrapsichiche e delle mutazioni linguistiche che le determinano e descrivono: Ma Rimbaud ha fatto qualcosa di simile un secolo prima:

    ” Rotolare verso le ferite, attraverso l’aria spossante
    e il mare, verso i supplizi, attraverso i silenzi delle acque
    e dell’aria che uccidono; verso le torture che ridono,
    nel loro silenzio atrocemente agitato…” ( Da le Illuminazioni )

    Per non parlare dei paesaggi onirici e deliranti dei surrealisti, specialmente francesi e spagnoli:

    ” A Vienna ci sono dieci ragazze,
    una spalla dove piange la morte
    e un bosco di colombe disseccate.
    C’è un frammento del mattino
    nel museo della brina.
    C’è un salone con mille vetrate…” ( F. G. Lorca da Piccolo valzer viennese, L. Cohen ne ha fatto una versione inglese in musica )

  9. Riprendiamo la strofa di Tranströmer:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26855
    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    La poesia inizia con il verbo declinato alla prima persona plurale sottintesa: «noi». Tranströmer scrive solo: «Entrammo», seguito da un punto. Nulla si dice sulle ragioni per le quali i «noi» sottintesi entrarono nella «sala», perché ciò ai fini dell’economia estetica è superfluo. Massima economia estetica e massima economia linguistica. Qui siamo all’opposto della prassi poetica di un Sandro Penna e della tradizione che obbedisce alle regole sindacali del pentagramma sonoro, Penna mai si sarebbe immaginato di iniziare un componimento con il solo verbo seguito da un punto. Ma qui in Tranströmer il punto è assolutamente essenziale, serve a delimitare di netto il perimetro di un fatto o atto. La «nuova ontologia estetica» prende abbrivio da qui, dall’impiego della punteggiatura al massimo profitto di economia estetica. In Tranströmer economia estetica significa anche economia lessicale e stilistica.

    La restante parte del verso è occupata dalla indicazione geografica di «Un’unica enorme sala»; poi troviamo due aggettivi insieme, fatto molto raro nella poesia tranströmeriana di solito assai sparagnina in proposito; però, subito dopo gli aggettivi troviamo una similitudine che apre la composizione. Il poeta ci dice cha la «sala» era «come una pista da pattinaggio abbandonata». Una similitudine che chiude, che contraddice il principio di identità introdotto di solito dalla copula «è». In questo caso la similitudine introduce una differenza abissale tra la «sala» e la «pista da pattinaggio», dove l’aggettivo «abbandonata» è un segnale rafforzativo dei due primi aggettivi («silenziosa e vuota»). Segue il punto, a segnare una forte demarcazione.
    L’ultimo verso è formato da due spezzoni, direi due frammenti:

    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Siamo nell’ambito di una filosofia della composizione più sparagnina e severa del secondo novecento. Non si sarebbe potuto dire come meno parole. Ogni frammento è un pensiero compiuto ed il punto opera come un muro divisorio tra un frammento e l’altro. Una filosofia della composizione certamente lontanissima dalla fludificazione acustica dei versi penniani che obbediscono alle sirene dell’isomorfismo acustico. E la poesia è finita.

    Ma, finita la poesia, il lettore si chiede: che cosa significa? Tranströmer non dice nulla in proposito, non offre nessun appiglio alla comprensione. Il poeta svedese obbliga il lettore a viaggiare alla sua altezza, lo obbliga ad uno sforzo ermeneutico notevole. È il lettore che deve farsi una idea di ciò di cui qui è questione.

  10. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26857
    la prospettiva dello “spazio espressivo integrale” trova un immediato riscontro nelle mie ricerche espressive degli ultimi tempi: è proprio quello che “vado non soltanto cercando” ma anche TROVANDO, questo è davvero sorprendente: la multidirezionalità dello spazio a cui corrisponde il tempo circolare, a spirale, l’ “eterno ritorno” e la fuga avanti indietro a dx e a sinistra del tempo che , in corsa verso l’inconscio (ah, quel birbantello del Fantasma di Lacan!), all’improvviso cambia rotta e, si riappropria del “mattino” che lo riconduce ai verdi prati della conoscenza e della consapevolezza, ma non lasciandolo senza il misterioso “bagaglio” afferrato durante gli itinerari e le molteplici avventure nell’inconscio. Questo cerco di realizzare nella NOE e, grazie all’aiuto di grandi o piccoli calzolai o orefici e altri ArtiNOEtici, mi sto affaticando un po’ ma anche DIVERTENDO molto!.
    Tutte le cose possono avvenire ieri per oggi e anche oggi per domani, perché il tempo è duttile e si lascia modellare dalle nostre mani veloci sui tasti del pc. Percciò io mi associo a Giorgio L.e ad Antonio S. delle cui parole illuminanti faccio copia incolla perché meglio di lui non potrei dire:

    “Non c’è dubbio che qui,in questo blog, c’è una vitalità che non trovo e né vedo altrove; più che OMBRA , questa la definirei “LUCE DELLE PAROLE” !
    ———– Questo magma tumultuoso inventato, creato, realizzato, ecc. è vitalissimo ed è un pregio della A S = Avanguardia Senile (alias A. S.) Bisognerebbe quindi disciplinare questo virtuosissimo magma in una sorta di MANIFESTO, dove le linee essenziali devono essere appunto più MANIFESTAMENTE CHIARE a chi non ha orecchia e occhi.
    ———— Quanto ai versi della Costantina G. devo affermare uno sguardo diverso di riferire in versi la “quotidianità”, una prospettiva geometrica del cantare,ed ha ragione la Colonna Mariella a decantarla.
    ———- Sul concetto di “frammento” è stato detto abbastanza, ma non lo sarà mai! E sugli altri concetti e principi che reggono la NOE bisogna insistere – con la filosofia fino ad un certo confine: pena la pesantezza –
    sulle varie e diverse costruzioni versificatorie… insomma bisogna superare le vecchie figurazioni metriche e mutarle in visionarietà concrete e materiali.
    —————————–
    finisco (sopportatemi !!!) con darVi dono della Prima Legione (1989) :”

    Grazie, Mariella

  11. Alfonso Cataldi

    A proposito di abbrivio:

    Lontano dagli abbrivi

    Lievitazione. Il tabacco traversa l’incudine
    sul freddo lineare
    la febbre disvela il tratto denutrito delle pietre.

    Nello scorcio, il suo trascorso infranto.

    Il disagio acutizza i processi incontinenti,
    inconcludenti al verso:

    “Non serve più tapparsi il naso
    lo sciroppo ha un sapore inerte
    è un deserto ampio sette anni”

    Nostromo rinviene l’esatto crepitio del lume
    lontano dagli abbrivi;
    più forte la voce di lei
    corteggiata tra due guerre in una sola settimana

    protegge la natura delle cose.

  12. A proposito del mio prossimo libro, 500 pagine: Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), – Roma, Progetto Cultura, 2018 – che riassume e rilancia la questione della Nuova Poesia
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26859
    Per Andrea Emo, «ogni verità è sempre in sé contraddittoria (ciò spesso si chiama paradossale), eppure mediante questa contraddittorietà riesce a esprimere qualche profonda unità. […] Quale altro modo per esprimere una unità, che la contraddittorietà? Quale altra espressione è possibile per questa intuizione dell’uno?».1]

    Occorre concepire anche l’Uno come identico col Nulla, in quanto Uno non vuol dir altro che Indistinzione pura, e dunque il coincidere assoluto con l’indeterminazione del niente.È forse, il motivo per cui Emo ritiene che «l’uno puro è lo zero», poiché l’Inizio proprio in quanto si annulla, in quanto si eclissa, insomma «essendo zero, crea la diversità».

    Qui, forse, Andrea Emo mostra un tratto «nichilistico»:

    «Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?» 2]

    «L’ultima parola sulla Fine è la stessa di quella sull’Inizio: anche qui, l’autentica Icona della verità contraddittoria dell’Assoluto è il paradosso; paradosso che, ovviamente, per i suoi caratteri di insolubilità e assoluta intrattabilità con gli strumenti logici non-contraddittori, può essere colto solo attraverso l’apertura alla ‘sovra-razionalità’ come dimensione in cui il logos nel suo auto-annullamento (già visto come esito del neoplatonico Damascio), andrebbe a ‘nozze’, se così si può dire, col lato notturno del pensare, e cioè il mito. Emo, infatti, ribadisce ancora una volta che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».
    Occorre rilevare, ai fini della nuova ontologia estetica, l’importanza della valorizzazione del linguaggio mitico come espressione di una verità profondamente paradossale. E quindi l’importanza del paradosso con i suoi equivalenti sul piano del discorso poetico e dei suoi strumenti retorici…

    La nuova ontologia estetica abita il paradosso quale luogo della peritropè, (del capovolgimento): ciò che è bianco è anche nero, ciò che è nero è anche bianco. Il linguaggio paradossale per eccellenza è il linguaggio mitico, nel mito infatti le categorie del pensiero non contraddittorio e del principio di non contraddizione, vengono meno, sono inutilizzabili. L’esperienza e l’esistenza sono per eccellenza il terreno del contraddittorio. Anche la forma-poesia dunque, deve farsi carico del contraddittorio e del paradosso quali proprietà di ciò che è e di ciò che non è. Di qui la necessità di costruirsi una procedura altamente conflittuale e contraddittoria che congiunga ciò che è contraddittorio come elemento ineliminabile della contraddittorietà incontraddittoria.

    In ordine alla cosa chiamata «nuova poesia» o meglio «nuova ontologia estetica», ecco il Retro di copertina del libro di critica in corso di stampa (500 pagine) presso l’editore Progetto Cultura:

    Critica della ragione sufficiente, è un titolo esplicito. Con il sotto titolo: «verso una nuova ontologia estetica». Uno spettro di riflessione sulla poesia contemporanea che punta ad una nuova ontologia, con ciò volendo dire che ormai la poesia italiana è giunta ad una situazione di stallo permanente dopo il quale non è in vista alcuna via di uscita da un epigonismo epocale che sembra non aver fine. I tempi sono talmente limacciosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero che è andato disperso, frangere il pensiero dell’impensato, ritornare ad una «ragione sufficiente». Non dobbiamo farci illusioni però, occorre approvvigionarsi di un programma minimo dal quale ripartire, una ragione critica sufficiente, dell’oggi per l’oggi, dell’oggi per ieri e dell’oggi per domani, un nuovo empirismo critico. Ecco la ragione sufficiente per una «nuova ontologia estetica» della forma-poesia: un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo.

    Ad Alfonso Cataldi gli suggerirei di togliere il verso: «inconcludenti al verso», in quanto non strettamente necessario e di lavorare sulla omogeneizzazione stilistica.

    1] Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989. p. 75 e segg.
    2] Ivi, p. 76

  13. Ricevo e inoltro da Adeodato Piazza Nicolai

    Adeodato Piazza Nicolai
    L PRIMO NEVE

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26861
    E’ ruou l primo neve sule crode
    de l’Oltrepiave: sul Tudaio, S-ciavon
    Cridola, le Crode del Medodì…
    L primo neve fis-cia col vento,
    l jola come farfale bianche fate
    de brosa de giatho e de puina…
    Son come n pupo che scolta l neve
    par la prima òta; l scuerde le piante
    l’erba le ciase i tabià e anche la ciesa.
    Nostra mare parécia la cogoma del cafè
    parché dute fethe na bona colathion. Porto
    l late ala laterìa, me fermo da Dolcino
    a conprà doe ciope de pan e torno
    a ciasa. Fa massa fredo te canbra aonde
    me beto i vestìte par dì a scola.
    Coro do par la Riva dela Madona e verso
    i salin dele scole elementari. Le maestre
    davante al portòn ne guida verso le stanthe.
    Cussì par noi scominthia ogni dornada…

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai,
    Cima Gogna, ore 11 novembre, ore 11:31

    traduzione in italiano dell’autore

    La prima neve

    E’ arrivata la prima neve sulle crode
    dell’Oltrepiave: Tudaio, Schiavone
    Cridola, le Crode del Mezzodì…
    La prima neve fischia col vento,
    vola come farfalle bianche fatte
    di rugiada di ghiaccio di ricotta…
    Sono come il neonato che sente la neve
    per la prima volta; copre piante
    erba case baite e anche la chiesa.
    La nostra madre preparava la coccoma del caffe
    Perché tutti facessero una buona colazione. Porto
    Il latte alla latteria, mi fermo da Dolcino
    per comperare due pezzi di pane; ritorno
    a casa. Fa troppo freddo nella camera
    dove cambio i vestiti per andare a scuola.
    Corro giu per la Riva della Madonna verso
    i gradini delle scuole elementari. Le maestre
    davanti al portone ci guidano verso le stanze.
    Così per noi inizia ogni giornata …

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Traduzione italiana dell’autore

  14. antonio sagredo

    presento un poeta portoghese che fu amico di Pessoa
    (lo scritto non è mio)

    ——————————————————————————-
    Mário de Sá-Carneiro (1890-1916)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26862
    Orfano di madre ad appena due anni e con un padre militare spesso assente, il piccolo Mário riversò tutto l’affetto verso la nutrice, che rappresenterà per sempre la figura nostalgica di un’infanzia perduta. Durante l’adolescenza compì un viaggio “di formazione” e potè visitare l’Italia, la Francia e la Svizzera. Negli anni del liceo Sá-Carneiro si appassionò alla letteratura ed ebbe modo di conoscere lo scrittore Fernando Pessoa. Terminati gli studi si iscrisse alla facoltà di legge di Coimbra ma, dati gli scarsi risultati, si trasferì alla Sorbona di Parigi, città straripante di fervore culturale. Sá-Carneiro si disinteressò ben presto degli studi e cominciò a frequentare i music-hall , i caffè del Quartiere Latino, i teatrini e i circoli bohémiens. Inviò a Pessoa una serie di lettere dalla Ville Lumière in cui parlava del Futurismo e del Cubismo elogiando la civiltà della meccanica e il cosmopolitalismo. Divenne cliente fisso dei caffè del Boulevards des Italiens e di Place de l’Opéra e intanto scriveva i suoi primi versi ironici, languidi e allucinati, dalla sensibilità esacerbata. Nel 1912 pubblicò Principio , una raccolta di novelle e il dramma Amicizia , ma iniziò a ghermirlo un soffocante “mal di vivere”, era grasso, goffo, timido e solitario, profondamente a disagio nel mondo in cui viveva. Nel 1913 pubblicò la poesia autobiografica Dispersione , sullo smarrimento dell’essere. “Mi convinco sempre più che non saprò resistere al temporale furioso, alla vita insomma, nella quale non avrò mai un posto. Mi creda, mio caro Fernando, è inutile avere illusioni: io sto toccando la fine: una fine tutta drappi e bandiere, ma pur sempre una fine”, scrisse a Pessoa il 13 luglio 1914. Quell’anno compose La confessione di Lucio , romanzo incentrato sulla follia, sul suicidio e sulla perversione sessuale. La depressione si faceva sempre più intensa, nacquero dissapori con il padre e con la matrigna, aumentarono le difficoltà finanziarie, Sá- Carneiro tuttavia continuò a restare nel confortevole Hôtel de Nice in rue Victor Massé. Frequentò una ragazza di vita che faceva l’ entraîneuse in un cabaret. Nel 1915 fondò e diresse con Pessoa la rivista “Orpheus”, ma se ne allontanò quando apparvero attacchi contro personalità politiche. Si apprestava ormai a diventare uno dei precursori del Modernismo portoghese, pubblicò Cielo in fuoco , raccolta di racconti, e il poemetto Manicure utilizzando slogan e caratteri grafici che derivavano dalle tecniche pubblicitarie. “Ho ricevuto la Sua lettera di non so quale giorno ma non ho il cervello a posto. Una Follia distruttrice fischia su di me”, scrisse a Pessoa il 18 febbraio 1916. Due mesi più tardi comunicò all’amico le sue intenzioni di suicidarsi gettandosi sotto il métro ma questa morte non gli dovette sembrare adatta alla sua immagine di clown malinconico. Il 16 aprile 1916 invitò gli amici portoghesi nell’albergo dove alloggiava, ingerì un flacone di strincina e si lasciò morire nella sua stanza a soli ventisei anni.

  15. UNO
    L’isola che restrinsi nell’asola del mare richiudesti secco in un bottone acuto:
    “Mayday, mayday”,
    cosi come il profumo delle parole che non seppi udire.
    mio giovane Telemaco, ignoreremo saturi.
    e le menzogne che arrecai alla storia,———– vagiti in lotta, smarriti, beffati dal cavo gioco,
    la vita oltre lo studio.
    aperte corolle, infrante leggi.

    DUE
    imminente lo sguardo
    che ti coglie impreparato
    ad osservarli adulti
    già belli & cresciuti
    così come semi dispersi
    che giorni addietro spargesti e che
    invero sopraggiunsero come
    rami e tronchi ad osservarti;
    chiome altissime perturbate,
    remote radici, vaganti vagiti
    urla di incolpevoli refoli:
    allora ferirvi non era dolore
    ma un perpetrare d’amore
    che sopraggiungeva a strati
    decomposto, vivo.

  16. convinco le piante a metabolizzare i rami letali.
    Passo dopo passo. Con i minuti mutabili delle arterie .
    Le nostre dita si incrociarono come mele Fuji
    vicino all’erba del parco. Mi hai chiamata Lilith_ poi
    ti sei insinuato sulla stessa panchina ancora più avanti.
    Un giorno intero. Nel silenzio unito al vuoto .
    (Certe donne sferruzzano a maglia. Una lunga maglia
    fatta in tanti anni di amianto). Nessuna luce .
    Grattacieli raschiati. Alcune madri in attesa.

  17. antonio sagredo

    per Mayoor Tosi riguardo il mio poemetto BISTROT :

    in questo poemetto non c’è alcun riferimento slavistico, tutt’altro: è invece la maniera stilistica della poesia occidentale che ho messo in evidenza.

  18. František Halas
    Imagena

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26871
    La sua ala argentea ombreggia la finestra
    palpita per un attimo
    ecco dalla sorgiva dell’insonnia vi si impiglia una rima

    Ha già paura già è ghermita già si duole
    Imagena Imagena
    piange bocciuoli piange musica parole

    Tante cose ancora vi sono da carpire
    in che modo potrò ricompensarti
    se alla mia notte tu le adescherai Imagena Imagena

    (Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

    da “Genziana”, 1933, in “František Halas, Imagena”, Einaudi, Torino, 1971

    Imagena

    Zastínila okno křídlem stříbrným
    chvilku sebou bilo
    z pramene mé bezesnosti uvízl v něm rým

    Už se bojí už si stýská už je zajata
    Imagena Imagena
    pláče slova pláče hudbu pláče poupata

    Tolik věcí chce být ještě chtivě uchopeno
    Čím jen tobě odměním se
    zvábíš-li je do mé noci Imageno Imageno
    (1933)

    «Vi sono in questa raccolta alcune tra le più abbaglianti metafore di Halas: “le orecchie raddrizzate del fogliame”, “il buio scartoccia granturco”, “si aprirà una conchiglia/ pallido sesso delle acque”, “raggianti e spaventosi sono gli occhi/ dei gufi dei pipistrelli bruciati”, “sono memoria dell’acqua/ gelo”. Quest’ultima, un gioiello, assomiglia, per la sua sostanza idrologica, a una metafora di Orten: “il ghiaccio è acqua dal sonno duro” e a una di weiner: “parlava bianco con le alpestri cascate. L’autunnalismo e l’attività delle tenebre e l’apparato tombale si accodano qui con l’indignazione per i sotterfugi e le santocchierie…
    Ma questa raccolta, audacissima nei suoi congegni, soprattutto ci mostra che la poesia più sperimentale non deve assolutamente essere atematica. Tutta una macchineria di invenzioni verbali, di ghiribizzi, di sfuggimenti, di ammichi, di parole embricate, di storpiature sintattiche vi è messa in opera, – non però per restare un ordito astratto di maestrevoli artifici e studiati giocolini, ma per significare la disperazione, gli spiriti del poeta, le tetre fuliggini che guastano il sangue degli uomini…».

    A.M. Ripellino Introduzione a Imagena di František Halas, Einaudi, Torino, 1971

  19. Il traduttore in inglese della mia monografia sulla poesia di Alfredo de Palchi, John Rugman mi ha chiesto di scrivere per il lettore americano una breve nota su cosa intendo per «tempo interno» nella poesia.

    Ecco qua la mia Nota succinta sul concetto di «tempo interno» della poesia della nuova ontologia estetica:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26874
    (Nota)
    Sul problema del «tempo interno» (inner time) della poesia, è in corso in Italia un dibattito intorno ad una «nuova ontologia estetica» basata sul concetto di «tempo interno» della parola poetica nell’ambito della costruzione di una «nuova poesia», costruzione poetica intesa come sedimentazione di «tempi interni», come «quadridimensionalità», integrazione del mondo tridimensionale più la «memoria», cioè una poesia che non corrisponde più all’andamento lineare della sintassi della poesia del novecento, ovvero, ad un «tempo esterno» valido per tutto e per tutti, ma che assume la forma di «frammento», la forma di una singolarità assoluta. Una poesia dunque intesa come costruzione e composizione di frammenti, di singolarità.

  20. Roman Jakobson scrisse sulla famosa poesia di Edgar Allan Poe:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26875
    “The Raven è una poesia scritta per il consumo di massa, o, per usare la frase di Poe, una poetry creata “per lo scopo preciso di farla correre”; e in realtà ebbe grande “corso”. In questo enunciato poetico diretto alle masse, come ben comprese l’autore, la parola riferita all’eroe alato del titolo è il “perno su cui può girare l’intera struttura”. In effetti, questo messaggio entro un messaggio “fece colpo”, e i lettori, a quanto si dice, furono ossessionati dal “Nevermore”. La chiave, in seguito rivoltata dallo stesso scrittore, consiste nell’audace sperimentazione che egli conduce con i processi della comunicazione e con la dualità che ne sta alla base: “Il grande elemento dell’inatteso” combinato col suo esatto opposto.”

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26879
    Quando da qui a qualche decina d’anni la critica futura si occuperà di ciò che è avvenuto con la Nuova Ontologia Estetica, tra proposizione linguistica, progetto, allineamento ad una scrittura che reca con sè il rapporto-scontro tra tempo interno e tempo esterno, dove anche Deleuze si sarebbe espresso in termini chiari, puntando l’attenzione su ciò che è situato in profondità e in superficie del nostro “Centro” o della nostra “Periferia”, insomma intorno a quel “senso” che è un “frammento in rovina”; ebbene proprio dalla quotidiana puntualizzazione critica ed estetica che ne fa Giorgio Linguaglossa, con la pazienza di un professore universitario di fronte ai suoi studenti, (sì perchè esistono anche poeti con la brama del sapere e di come intervenire sulla scrittura poetica),Egli sarà sempre considerato il Padre Teorico della NOE dove ogni giorno, incomprensione, dubbi, e sfumature ironiche, contro di essa, sono ormai diventati un Talk Show sull’Ombra delle parole.

  22. Massimiliano Marrani
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26880
    arrivano e se ne vanno

    Arrivano e poi se ne vanno
    le note spappolate delle cartoline
    di una Bolzano vista da sotto,
    più sotto delle ginocchia
    di mio padre, che giocava a poker
    con parenti dei quali
    non ricordo una sola faccia

    C’erano automobili ovunque
    in certi sogni, e nel cortile
    – una corazza da palombaro disabitata –
    ho sorpreso la luna scavare
    tombe basse per i miei capelli

    E c’era una zia
    che si faceva fotografare nuda
    in sala, rideva all’apice
    della sua nomea, e il trucco
    le si disfaceva ancora una volta
    alle lampade contro un muro affollato
    dai dagherrotipi ufficiali di famiglia,

    che mi ricacciavano severi
    nelle mie fantasie subacquee
    tra il battere di organi genitali
    e vita, trasmessa sottovoce
    sul nastro magnetico del corridoio;
    i compiti delle vacanze tutti sbagliati
    e un uragano, a cui diedi un nome
    non ti conoscevo allora
    ma era il tuo.

  23. mi piace Marrani. Forse dovrebbe eliminare qualcosa così come continua a insegnarci Giorgio. Anch’io sto cercando di economizzare.Anzi dicevo a Lucio (qualche tempo fa) che sentivo questa necessità Comunque sia è molto difficile tagliare i propri versi.

  24. antonio sagredo

    eliminare… insegnarci… economizzare……. tagliare….. ecc.
    credo sia il caso che ognuno cerchi, non la pagliuzza,
    ma la trave nel proprio occhio, e non in occhi altrui.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/12/la-nuova-poesia-la-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-giorgio-linguaglossa-mariella-colonna-edith-dzieduszycka-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-donatella-costantina-giancaspero-antonio-s/comment-page-1/#comment-26883
    Poi, riguardo al NEVERMORE che Lingualossa riporta ad esempio di alcuni principi poetici-letterari (che qui, nel blog, vengono trattati) credo che il principio in oggetto, cioè quello che regge il NEVERMORE sia ben più profondo; e a proposito riporto un commento di A. M. Ripellino del Corso su O. Mandel’stam del 1974-75 ; (a cui segue una mia nota 133, p 47.):
    ————————
    [ “Mandel’štam è riuscito a fondere Poe e la realtà di Pietroburgo, e diverse cose di Poe; e, applicata a una dimensione acmeistica, la Salomè dell’Art Nouveau entra pure in Mandel’štam, però diventando, più che immagine di pittura, espressione fonica, quasi entità sonora. Con questo gusto dei nomi che egli chiama parole beate traduce Ligeia di Poe. In Poe si legge OR, parole senza senso (le parole beate di Mandel’štam) dietro la cui vasta latitudine di vuoto suono si trincera la nostra ignoranza delle cose dello spirito. Quindi anche l’espressione parole beate deriva da Poe. I nomi come pura forma, come entità acustiche creano delle atmosfere di sortilegio. Dunque ci sono delle parole che sono belle perché evocano dei misteri e di cui non ci rendiamo conto.
    P.e. “sangue azzurro…” in Poe si legge:
    le vene azzurre dell’ampia sua fronte.“]
    ————————————
    segue mia nota 133, p. 47
    >>>>> “Si tratta di OR. Così nel suo saggio: La filosofia della composizione, del 1846, E.A. Poe, dopo essersi dilungato sulle qualità di uno speciale refrain, spiega: “A questo punto sorse il problema del carattere della parola. Essendo deciso ad adottare un refrain, la divisione della poesia in stanze fu, naturalmente, un corollario: il refrain dovendo appunto formare la chiusa di ogni stanza. Non c’era dubbio che una tale chiusa, per avere efficacia, doveva essere sonora e capace di un’intensità prolungata; furono queste considerazioni che m’indussero, inevitabilmente, ad adottare l’o lunga, come la vocale più sonora, in unione alla r, come la consonante più prolungabile. Essendo stato così determinato il suono del refrain, fu necessario scegliere una parola che avesse questo suono e nello stesso tempo si adattasse il più pienamente possibile a quella malinconia che avevo già deciso dovesse essere il tono della poesia. In questa ricerca sarebbe stato assolutamente impossibile trascurare la parola Nevermore. Essa fu infatti proprio la prima che mi si presentò alla mente”. Prosegue il poeta parlando del corvo, “– un uccello di cattivo presagio – che ripete monotonamente una sola parola, Nevermore, alla conclusione di ogni stanza di una poesia di tono malinconico…”; che è anche “creatura non razionale e tuttavia capace di parlare…”. In Biblioteca dei giganti della letteratura- Libri illustrati, Mondadori 1977, p.304. Sia la o che la r si ritrovano nel nome di una donna di nome Leonore, che dà il titolo a una delle poesie più famose di Poe. Perciò una delle parole beate è Nevermore. Proprio sul saggio del Poe si sofferma Roman Jakobson in La linguistica e le scienze dell’uomo, (cap. I – Six leçon sur le son et le sens -Sei lezioni sul suono e i sensi), il Saggiatore, 2011, pgg.25-27). Lezioni che Jakobson pronunciò e che furono ascoltate da Claude Lévi-Strauss nel 1942-43 a New York all’École Libre des Hautes Etudes. Scrive Jakobson che “Il ritornello di Poe non presenta che un numero minimo di movimenti vibratori necessari a percepire la parola… un minimo fonico è sufficiente a rendere e a trasmettere un ricco contenuto concettuale, emotivo ed estetico. Ci troviamo immediatamente davanti al mistero della parola, del simbolo linguistico, del Logos, un mistero che chiede di essere diradato… una serie di suoni si trova ad essere veicolo del senso, ma in che modo questi suoni assolvono a questa funzione di veicolo?”.
    Notare che già il poeta simbolista cèco-moravo Otokar Březina, 50 anni prima di Roman Jakobson, aveva usato gli stessi concetti di emotivo e di estetico a proposito del nevermore di Poe.,. (in: Lysty Otokara Březiny a Anně Pammrové, 1889-1905, Praha, p. 45). Mandel’štam è esplicito al riguardo e canta: “Io ho ricevuto un’eredità beata – dai cantori stranieri i sogni erranti”, riferendosi anche al Poe che conosceva perfettamente; non per nulla cita espressamente in alcune sue poesie i nomi di Ligeia e di Eleonora. ” <<<<<
    ——————————————————————————————-
    Solòminka II

    Io vi ho insegnato parole beate –
    Leonora, Solòminka, Ligeia, Serafita.
    Nell’enorme stanza la pesante Nevà,
    e sangue azzurro scorre dal granito.

    Dicembre solenne splende sopra la Nevà.
    Dodici mesi cantano di un’ora mortale.
    No, non Solòminka in un raso trionfale
    assapora la lenta, e stremante pace.

    Nel mio sangue vive la dicembrina Ligeia,
    il cui beato amore dorme nel sarcofago,
    ma quella solòminka, forse Salomè,
    è uccisa dalla compassione e non potrà più tornare.

    Osip Mandel'stam
    1916

    (trad. di AMR)

    • Gentile signor Sagredo, in questo caso ho solo espresso un parere del tutto opinabile. Non una certezza. Giorgio cerca di insegnarci la giusta direzione. Per quanto riguarda le travi: lasciamole a ognuno nel proprio occhio.

    • L’elemento essenziale nell’esegesi di ” Raven “, è che il corvo non pronuncia parole, ma il suo verso viene interpretato come “nevermore” dal protagonista, a causa della costernazione da cui è pervaso per la scomparsa di Eleonore. Così Poe, attraverso Baudelaire, introduce lo scenario ideologico ed estetico del simbolismo.

  25. antonio sagredo

    Gentile Francsca Dono,
    credo che lei mi abbia frainteso, come spesso (mi) succede anche con tantissimi altri “interventisti”; e nulla di personale è il mio principio quando mi rivolgo ad qualsiasi interlocutore; e altro che mi interessa, p.e. avere dei lettori che leggano ciò che ho scritto nell’intervento riguardo E. A. Poe e altro…
    ….sono informazioni culturali specialistiche che offro alle centinaia di lettori del blog, sperando che possano essere utili a chi abbia curiosità. Potrei anche non intervenire più in questo senso: basta saperlo dire con sincerità.

  26. gino rago

    “Disperate-
    voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
    non c’è sui calendari.”

    gr

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