Vito Taverna,Tre poesie da Le poesie di novembre, Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa

Gif pioggia sul finestrino

Lo so che rideresti di gusto, / solo a dirtelo, ma, imperterrito, / aggiungerò il tuo nome

Vito Taverna, toscano, da tempo si dedica con passione alla poesia ed organizza importanti eventi ad essa dedicati. Nella città di Monterchi, dove vive, ha fondato vent’anni or sono l’Archivio Nazionale della Poesia inedita di Monterchi e ogni anno organizza la giornata della Poesia nel Cassetto, alla quale partecipano poeti di ogni parte d’Italia. Poeta sensibile, amico di artisti ed intellettuali, Vito dedica la giornata del 29 gennaio a Villa Bardini a Venturino Venturi, di cui è stato grande amico sin dagli anni della giovinezza trascorsi nella Firenze dei poeti dell’ermetismo.
È stato vicino a Mario Luzi, ad Alessandro Parronchi, a Mario Bergomi e a coloro che riconobbero nell’espressione artistica dello scultore profonde consonanze con la propria sensibilità poetica. Con Venere e Narciso Taverna ha dato alle stampe, e l’ha voluto fare in occasione della mostra dedicata a Venturino, una raccolta di ampio respiro, che  ha trovato occasione di espressione nel ritratto che Venturino aveva modellato per lui nel lontano 1953, e sul quale egli non ha mai cessato di meditare, riconoscendo in quei sembianti la parte più intima di se medesimo.

Gif snow

simboli della livida disumanità, della “malvagità arcana” del tristo iddio Arimane

Commento di Gino Rago

Vito Taverna mostra d’essere consapevole di stare nelle macerie del linguaggio. Macerie, frammenti, schegge che gli fanno correre il rischio di mandare in frantumi anche l’anima.

Che fare quando crolla il ponte del linguaggio fra l’io e gli altri, fra l’io e il mondo, per non tornare inermi allo sfarinamento della nostra carne elementare?

Occorre costruirsi come Noè un’Arca di salvezza. Questa “arca nascosta” (“Zavorra”) Vito Taverna la possiede: è la lingua della sua poesia. E’ la sua parola poetica contro un nuovo “diluvio travolgente bestie e cose”.

Con una Parola, personalissima e inimitabile, il poeta, a onta “della zavorra degli anni” e dei fatti accaduti, può approdare al monte di Ararat, ma affidando all’impeto dell’acqua del diluvio tutto ciò che – pur salvato – il poeta scopre non esser necessario: l’approdo all’Ararat è alla sua portata soltanto salvando la parola, la parola necessaria alla sua poesia. Una poesia, questa di Vito Taverna, che aspira a farsi “poesia totale” nella sua tridimensionalità metaforica e nella sua abilità a generare immagini di luce quasi a volere in ogni verso ri-fecondare la materia per farne un “suo” giardino di fiori-simboli, un eden di “crochi e crochi a mazzi” su cui aliti, incontaminato, il maggio nel candore del “sussurro di rose e di lavande”:

Le ricordassi almeno una per una
e come, a poco a poco, m’immergevo
in quel rigoglio che mi ancorava alla terra e al suo fulgore.
Placide sere d’ombre trasparenti
e d’aria tanto fina
da parere una trina di profumi,
quasi parlasse tutto il mondo agreste:
un sussurro di rose e di lavande,
così, di primo maggio, appena deste,

e crochi e crochi a mazzi.

Alle spalle, la casa, che m’incombe

con il suo silenzio.

Una materia inerte fecondata da un’aura elegiaco-crepuscolare cui poter attingere il prodigio di “un verso eterno” da fare alitare sulle perdite, sui distacchi, sulle lotte, sui viaggi senza ritorni di tanti cuori amati.

E’ una poesia questa di Vito Taverna, com’è nel Canzoniere di Saba, che va interpretata, per coglierne tutto il profumo e il misterioso respiro interno, penetrando le parole nella loro dinamica implicazione tra esiti formali e sviluppi dell’anima poetica, tra implicazioni etiche legate alla natura contemplata e temi di ispirazione vitale. Una poesia tridimensionale per il fitto intreccio che Vito Taverna riesce a compiere saldando intimamente le tre componenti fondamentali della sua ars poetica: la biografia, la psicologia e l’estetica; ovvero, la tridimensionalità storica, psicologica ed estetica. Altri aspetti importanti della poesia taverniana sono stati colti e svelati da Giorgio Linguaglossa, con vastità di dottrina e severa competenza.

Ne derivano le colonne perìptere del tempio poetico di Vito Taverna. Un tempio di poesia nel quale, secondo i canoni della grecità, fluttuano di bellezza e armonia di forme, la carne viva e il cuore incorrotto del poeta, in una intatta “rugiada che vibra di gocce arcobaleno”. Ove la rugiada nei versi taverniani è correlativo oggettivo di purezza e levità originarie, come le sue parole, icastiche, dirette, necessarie, che il poeta pronuncia senza balbettìi, quasi a riaffermare la forza ri-generatrice della autentica parola di poesia quando cadendo nella zolla la feconda: qui, nella sua grecità contemporanea, Vito Taverna ci riporta agli sfarzi della lirica greca, come quella del Ritsos che scrive: “Scrivo un verso. Scrivo il mondo./ Esisto, esiste il mondo…”. Sicché anche in Parole, come già successe nelle sue Poesie di novembre, dalla estremità del mignolo di Vito Taverna sembra che d’un tratto da ogni verso scorra un fiume gonfio d’acqua, d’una verde acqua profonda.

Le poesie di novembre, di cui queste tre poesie fanno parte, vogliono essere questo: un canto elegiaco sulla fine dell’autunno della vita, una meditazione sul tramonto delle «cose».

Il mistero dell’esistenza si cela e si svela nel dettaglio di quell’oggetto che credevamo di conoscere e che davamo per scontato… Il mistero si presenta nella forma del frammento; anche il frammento si dà nella veste del dettaglio. Quello che ci si presenta all’improvviso è un mistero che fa ingresso nel nostro quotidiano, che so, un ricordo che non volevamo ricordare, un lapsus, un errore di dizione, un refuso di una parola che non volevamo scrivere, in una parola, il mistero delle cose semplici che si rivelano in un attimo è l’Altro per l’altro, uno scambio di «persone», di «cose», una metonimia, una sineddoche, «maschere» di un «teatro degli Artigianelli» dove si recita sempre la solita «scena», il solito canovaccio dello stupore e della meraviglia di fronte al mistero dell’esistenza.

Gif pioggia nel parco

A volte ho pena/ dei nomi scritti nei libri di storia/ della loro esecrabile memoria,

da uno scritto di Giorgio Linguaglossa

Forse è difficile apprezzare appieno l’icasticità, la leggera effusione del dettato poetico della poesia di Vito Taverna, «un poeta lirico sopravvissuto alla crisi della lirica» come è stato felicemente definito da Donatella Costantina Giancaspero, sospeso tra attenzione e ritenzione, interrogazione e meditazione. Nella poesia di Taverna assistiamo alla poesia delle «cose», dove sono le «cose» le protagoniste che ci parlano tramite la loro distanza; è all’allestimento della «distanza» che qui ha luogo, di un luogo dove sia possibile l’incontro tra la voce parlante e l’occhio di chi legge […]
La parola è ora lieve ora tragica ora soffusa di melancholia. La voce che parla, anch’essa è mormorata sotto voce, scrive le proprie sentenze sulle foglie degli alberi, abita la superficie della materia, cambia umore, e così cambia anche i suoi responsi. La musa di Vito Taverna è povera, dimessa, predilige le «cose» dimenticate, usuali, consunte: «le bollette» da pagare, un «gallo», il «mare», la «chiave», l’«agenda», «il muro bianco», delle «sfere di vetro», il «Bar Giamaica»; oppure le città intraviste: Milano, Firenze, Roma, Venezia; i luoghi magici: «Il dio Arimane», il «teatro degli Artigianelli»; addirittura le semplici «parole»; infatti, «muoiono le parole» scrive il poeta con tono dimesso, ciò che resta è un «castello di carte» che un alito di vento può scompigliare e cancellare per sempre. Poesia intima e ermeneutica perché nasce dalla meditazione sopra le «cose», siano esse «Padri e figli», o dei semplici «nascondigli» dove andavano i fanciulli a giocare.
Leggiamo l’incipit di questa poesia titolata «Vecchia canonica»:

Questo vecchio soffitto di quadrelle,
che tanti occhi guardarono prima di me
di preti poveri che confidavano
in Dio e nelle sue stelle,
mi sovrasta leggero, arioso e bianco
d’intonaco rifatto…

Poesia semplice e misteriosa. Leggiamo l’incipit della poesia «Notizie dalla solitudine»:

È arrivata la neve all’improvviso,
mentre mi distraevo col computer,,
in un attimo è bianca la vallata…

C’è l’ingenuità e lo stupore di un evento comunissimo che accade trattato con la diafana leggerezza di dizione così tipica di Vito Taverna.
Le poesie di novembre vogliono essere questo: un canto elegiaco sulla fine dell’autunno della vita, una meditazione sul tramonto delle «cose».
Il mistero dell’esistenza si cela e si svela nel dettaglio di quell’oggetto che credevamo di conoscere e che davamo per scontato… Il mistero si presenta nella forma del frammento; anche il frammento si dà nella veste del dettaglio. Quello che ci si presenta all’improvviso è un mistero che fa ingresso nel nostro quotidiano, che so, un ricordo che non volevamo ricordare, un lapsus, un errore di dizione, un refuso di una parola che non volevamo scrivere, in una parola, il mistero delle cose semplici che si rivelano in un attimo è l’Altro per l’altro, uno scambio di «persone», di «cose», una metonimia, una sineddoche, «maschere» di un «teatro degli Artigianelli» dove si recita sempre la solita «scena», il solito canovaccio dello stupore e della meraviglia di fronte al mistero dell’esistenza.

Poesie di Vito Taverna

Stille iridescenti

C’è dunque qualche modo di pensarti
che allontani la pena che “mi sface”,
Midori san?
Lo so che rideresti di gusto,
solo a dirtelo, ma, imperterrito,
aggiungerò il tuo nome
a quel di Lesbia, di Beatrice,
di Laura, di Fiammetta, di Clizia, di Drusilla,
solo per me, ovviamente,
e la terrò ben stretta
la porta dei ricordi,
ne farò un distillato da bere a brevi sorsi
in compagnia degli amici più cari,
con allegri discorsi
e scriverò di noi in versi e in rima,
come i grandi, che spero ardentemente,
a me non ne vorranno.

Nel silenzio irreale a notte piena,
forse è un bene
che i giorni l’uno all’altro,
si stringano vicini,
così che invece di mesi e d’anni
lunghi, vuoti e nel tempo distesi,
agendine neglette
lasciate senza note in tante pagine bianche,
s’ammucchino i fatti in poche luci, vivide e perfette.

Mi raggiunge di te,
così, il riverbero di quelle
luminosità improvvise,
sciabolate di raggi rispecchiati,
in un flusso brillante di torrente
prossimo alla cascata tra le rocce argentee.
Un fiotto di ricordi, che mi bagnano gli occhi,
come quel polverio
di stille, nel sole
iridescente

(29/04/2017)

L’irrequietezza (Hegel : Enc.§ 88)

Se è vero che noi siamo un divenire,
cos’è che ci trasforma,
cos’è che in noi si somma,
che incolla i giorni l’uno all’altro
a farci quello che siamo,
e quand’è che si ferma ogni mutare.
Se tutto va alla foce ,
non è forse annegare
in un più vasto oceano
il destino di tutti,
cedere il tuo particolare
all’universo?
Questo tuo ripensare,
questo tuo rimestare,
questo tuo cementare ora su ora,
come fossero pietre
di tuoi muri immaginari,
l’irrequietezza di produrre te stesso
e la tua storia.
Questo tuo rifiutato addio
Contraddice, non vedi,
l’indifferenza eterna
che ti avvolge.
Vivere è dunque una domanda
senza tregua,
ogni risposta scalza l’altra
e così via.
Ed è forse così anche il viaggiare,
turbati dai ritardi,
perse le coincidenze
dagli orari mutati,
dubbiosi se raggiungere la meta,
impotenti,
trasciniamo di noi tutto quel peso
che ci fa esistere,
come casse di sgombero.

Non avevano rotelle le valigie,
sbilanciavano il corpo, una tortura
su e giù per le stazioni,
anche la mia valigia adesso è pronta,
regolarmente la metà della tua:
“ma non andiamo a stare nel deserto”
commentavo il tuo rimpinzarla
del “potrebbe servire”,
Ma ti ricordi, dimmi, ti ricordi,
quando eravamo in partenza così spesso
d’averne perso il conto,
ne abbiamo di ventagli nei cassetti,
celebranti il sorvolo del polo nord,
dell’equatore, del tropico del cancro,
e del tuo segno zodiacale: il capricorno.

E i treni?
Oh, non si annidavano addii
nel loro sferragliare, ma partenze festose,
se a volte, separati per poco, ti aspettavo al binario,
rammento più i sorrisi del tuo arrivo che l’attesa.

Anche a codesti giorni,
io chiedo il mio riposo,
scaduti i passaporti, ormai introvabili,
davanti all’impaziente doganiere.

(04/05/2017)

 

Gif Autunno

più che lo scettro e il manto d’ermellino,/ reggono la falce fienaia

Il dio arimane

A volte ho pena
dei nomi scritti
nei libri di storia,
solitari,
cacciati lì nei secoli
a dirci lutti e miserie,
logorii di ormai vuoti pensieri.

A volte ho pena
dei nomi scritti nei libri di storia
che si spengono in sé come languenti fuochi senza più faville.
Non ho cuore a nominarli uno per uno,
simboli della livida disumanità, della “malvagità arcana” del tristo iddio Arimane
Quello che fu commesso lo soffoca il grigiore
che riassorbe ogni luce.

A volte ho pena
dei nomi scritti nei libri di storia,
la loro memoria affidata
alle file interminabili dei morti assassinati.
Certo, le pagine non si mutano in grida laceranti,
non trasudano sangue e dolore,
il freddo delle note a piè di pagina
elenca date e numeri di morti senza nome,
ma i morti senza nome
si fanno d’improvviso moltitudine
urlante, che chiama i cari amici perduti, i figli sterminati,
li cerca, spettrale, nelle macerie delle case,
nei deserti delle città bombardate, nei forni crematori,
nei campi di battaglia
e li chiama per nome,
i nomi familiari,quotidiani, che echeggiavano,
consueti, nei giorni della vita.

A volte ho pena
dei nomi scritti nei libri di storia,
più che lo scettro e il manto d’ermellino,
reggono la falce fienaia,
e li copre il lugubre mantello della morte.
Più che eroi: becchini d’ogni felicità,
spregiatori nefasti dell’esistere.

A volte ho pena
dei nomi scritti nei libri di storia
della loro esecrabile memoria,
eppure brucia la mano e il cuore
voltare pagina.

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7 commenti

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7 risposte a “Vito Taverna,Tre poesie da Le poesie di novembre, Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    Donne-Betulle

    Spuntano nuove betulle. Vorrebbero essere come persone.
    Preferibilmente donne con folte chiome.
    Fazzoletti bianchi agitati dal vento ballano.
    Nelle mani formano una stella.
    Vorrebbero gonne lunghe per nascondere i piedi nudi.

    Spuntano nuove donne. Vorrebbero essere come alberi.
    Preferibilmente betulle con una densa chioma.
    Nelle mani stringono fazzoletti bianchi agitati dal vento.
    Ballano. Nell’aria quieta formano una stella.
    Vorrebbero gonne lunghe per nascondere le radici.

    (alla maniera di Cecilie Loeveid, poetessa di Norvegia)

    Le chiare, nuove betulle aspirano a somigliare a giovani donne, danzanti
    con fazzoletti bianchi nelle mani, dalle folte chiome e nella danza nel vento
    formano una stella. Le chiare, giovani donne aspirano a somigliare alle
    betulle. Anche le giovani donne dalle folte chiome formano una stella,
    ballando con fazzoletti bianchi, mossi dal vento, nelle mani.
    Ma sia le betulle sia le donne desiderano gonne lunghe, le betulle per nascondere ‘i piedi’, le giovani donne per nascondere ‘le radici’…
    Era in fondo questo l’intimo rapporto fra Midori, la compagna giapponese d’una vita di Vito Taverna e la Natura, rapporto che Vito ha fatto suo, in quella fusione di “ingenuità e stupore”, con cui leggere e sentire il mondo, ben colta e segnalata da Giorgio Linguaglossa nella sua dotta nota.

    Gino Rago

  2. Antonio Sagredo

    Non posso che plaudire ad alcuni versi di Vito Taverna, anche se parzialmente rientrano nel mio sentire,
    se pur raramente sentimentale. P.e. i versi:

    E i treni?
    Oh, non si annidavano addii
    nel loro sferragliare, ma partenze festose,
    se a volte, separati per poco, ti aspettavo al binario,
    rammento più i sorrisi del tuo arrivo che l’attesa.

    Anche a codesti giorni,
    io chiedo il mio riposo,
    scaduti i passaporti, ormai introvabili,
    davanti all’impaziente doganiere.

    Specie nei primi versi hanno un sapore pasternakiano, e gli elementi di riferimento ci sono…
    È quando si dice, appunto di “treni”, di “addii” dello “sferragliare”, di “partenze”, di “separazione”, di “binari”, di “attese”. E poi quell’ “Oh”, come sa proprio di stupore che è un refrain tipico del poeta russo.

    [“Il treno è tolstòjanamente uno dei problemi centrali della poesia di Pasternàk, il problema delle stazioni, dei razsluki, degli addii, il problema della ferraglia che cozza, delle vetture che si urtano l’una con l’altra…
    I treni in Pasternàk sono, nella linea della trenologia russa, uno dei motivi centrali di tutta la sua opera perché rappresentano questo gioco di incontri, di congedi, di addii, di rincontri, di abbandoni, di pianti, di separazioni, che costituiscono la vita dell’uomo e la vita dell’epoca.”]
    (Ripellino)
    ———————————————————————

    (la parola “doganiere” purtroppo evoca Montale).

  3. rammento più i sorrisi del tuo arrivo che l’attesa
    e spazzavano ricordi inconsistenti
    quelli inutili da passeggero.
    quando tempo ad attenderti vento.
    e sulle biciclette verso casa la vita ci sfiorò…

    L’irrequietezza, superlativa. Bellissima.
    (una incursione poetica, questa mia. con stima Mauro Pierno)

  4. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    rammento più i sorrisi del tuo arrivo che l’attesa
    e spazzavano ricordi inconsistenti
    quelli inutili da passeggero.
    quando tempo ad attenderti vento.
    e sulle biciclette verso casa la vita ci sfiorò…

  5. gino rago

    Grazie a te Vito per averle scritte…

  6. Mariella Colonna
    Sul sentiero per i monti

    Luigina e Adeodato,
    tra l’erba profumata del bosco
    i loro passi vanno senza toccare il suolo.

    Trascorrono mesi anni secoli o minuti
    oppure no, è adesso che li incontro
    E porto loro i saluti di Pablo Neruda
    che li ama senza averli mai conosciuti.

    “Artemide pensa alla luna e non tocca vino.
    Invece dovrebbe: è molto pallida.
    Ci vuole il ritmo e la ballata dei tuoi frammenti
    e l’ “Odi et amo” di Catullo.

    Li abbracciai, ma erano aria, e abbracciai le mie braccia.

    “il vento non ha potere su di me, non può fermare
    la mia corsa verso l’ombra del sole” disse lei.
    “Cosa vai cercando nell’Ombra del sole?”
    “Nell’Ombra del sole c’è ancora il sole”
    Rispose l’antico Tiresia: e l’aria di cristallo
    si ruppe in infiniti frammenti.

    Ricadde come neve su Mario Gabriele
    Che stava coltivando il suo giardino.
    Gli ho chiesto un fiore: me l’ha dato subito
    e tutti i lettori hanno avuto un fiore.

    Cadevano l’una dopo l’altra
    Le ultime rose dell’estate.
    Ma fiorì la rosa bianca d’inverno
    E fu primavera, fu estate, autunno,
    ancora inverno.

    Cadevano l’una dopo l’altra le rose dell’estate.
    Fiorì la rosa bianca d’inverno.
    E fu primavera. Fu estate. Autunno.
    Ancora inverno.

    Per una rosa bianca Gi. Elle. rapì la sua amata dall’Olimpo.

    Mariella Colonna

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