Biagio Cipolletta Autoantologia poetica, con una dichiarazione di intenti: La Poesia nelle cose, con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

Foto tre bicchieri bicolore

Stazione della metropolitana. / Una scala mobile fuori servizio

Biagio Cipolletta, già ordinario di Italiano e Latino nel  Liceo Linguistico e di Scienze Umane a Roma, scrive per riviste letterarie ed è presente in diverse antologie.  Dirige la collana di poesia “I versi del gabbiano” per le Edizioni libreria Croce. Ha pubblicato cinque libri di poesie: Brividi di sole (F. Croce Editore, 2004), Destination Norway (Edizioni Libreria Croce, 2009),  Di città in città  ( Edizioni Libreria Croce 2011), La traversina e il Melograno, Alter Ego Edizione, dicembre 2014, riprodotto in prima ristampa nel marzo 2015 e Il gol del portiere, Augh Edizione, ottobre 2016, riprodotto in prima ristampa nel gennaio 2017.   È tra gli autori-curatori dell’antologia Poesie d’amore, Edizioni Libreria Croce, Roma 2011.

Biagio CipollettaBiagio Cipolletta

 La Poesia nelle cose

 La Poesia, rigorosamente con la maiuscola, non solo non è morta ma oggi più che mai ha tante occasioni in più per manifestarsi. Ovviamente non sempre riesce a far sentire la sua voce nell’assordante vita odierna nella quale tutti più o meno siamo immersi ma se in alcune occasioni siamo capaci di guardare a fondo e oltre le cose intorno a noi e di ascoltare il loro respiro,  il loro battito, ecco allora che la Sua voce prorompe via via più forte ed è subito Poesia.

Cosa c’è di più impoetico, all’apparenza, di alcuni pezzi di ferro? Di fili elettrici serrati in piccole scatole incassate nel muro? Di congegni di silicio presenti in tante apparecchiature elettroniche?

In realtà questi ed altri oggetti inanimati e freddi ci mettono in comunicazione, spesso anche visiva, con il mondo intero e la cosa ha certamente un risvolto poetico in quanto permette, a ben vedere, un’interazione di sentimenti e di anime al di là di taluni  aspetti negativi pur  presenti nei media odierni.

La realtà esiste solo se l’Uomo la coglie, la vive, la analizza o addirittura la crea e di per sé non è né poetica né impoetica ma si colora di Poesia quando un individuo un po’ più sensibile di altri, per alcuni un po’ matto, chiamato Poeta, le dà una vita nuova, la accende, la colora, ne ascolta le voci e in definitiva la anima e la trasforma.

Ecco allora che una banale traversina di legno, logorata e consunta dal tempo, parla e racconta di tante storie di viaggiatori pendolari ascoltate negli anni e con i quali ha instaurato un rapporto strettissimo che la porta a soffrire quando  intuisce che qualcuno sparisce dalla vita.

Poesia, dunque, come capovolgimento del reale, spesso come dilatazione del reale, come aumento del poetabile all’infinito in cui il Poeta va a cogliere e a creare immagini, suoni, musica e parole.

Certo la Poesia ha anche tante altre strade per manifestarsi, per uscire allo scoperto ma mi piace pensare che essa prorompa spesso dagli oggetti più banali e li colori con colei che è oggi la grande assente, vale a dire la Bellezza.

La Poesia, in definitiva, può arrestare il degrado culturale odierno e la caduta verso il regno della Bruttezza creando, di contro, un’oasi di libertà, di sperimentazione, di utopia, e talora di saggia follia per sfuggire al conformismo e all’arido schematismo nei quali la società vorrebbe ingabbiare ogni individuo annullandone le peculiarità per pervenire ad un mondo senza idee e soprattutto senza il Pensiero.

Attraverso la Poesia il Poeta dimostra che una realtà nuova è possibile, che un nuovo mondo si può costruire e allora fa balenare questo mondo prossimo venturo anche davanti al lettore che immaginerà scenari diversi e metterà in azione il senso critico   destinato altrimenti a sparire sotto le pressioni dei tanti messaggi odierni tendenti alla omologazione delle idee.

La Poesia salverà il mondo!

Foto Bicchiere a strisce

Poesia, dunque, come capovolgimento del reale, spesso come dilatazione del reale

Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

Si dice spesso che l’evento principiale è il silenzio. Ma il silenzio è cosa diversa dal rumore (inteso come ciò che precede il linguaggio) ed è privo di significato. Il fare silenzio è una forzatura, è una imprecisione terminologica. A rigore, l’uomo non potrebbe sopravvivere nel silenzio, il silenzio lo dissolverebbe. Il silenzio (da non confondere con il vuoto), ovvero, l’assenza di suoni, non esiste. In realtà, le cose parlano, parlano sempre, e non possono che parlare in continuazione. L’uomo parla in continuazione anche quando si trova nella più aspra delle solitudini. Così, il vento parla quando passa attraverso le foglie di un bosco, quando incontra degli ostacoli; la pioggia ci parla quando trascorre attraverso l’atmosfera e incontra degli oggetti, e così via… il mare «fragoroso» ci parla attraverso il suo incontro scontro con la terraferma e gli scogli… è l’incontro con le cose, con gli ostacoli, che fa parlare le cose, senza incontro scontro non ci può essere né linguaggio né la parola. Linguaggio e parola possono prendere vita soltanto attraverso l’incontro scontro tra gli uomini e le cose, tra silenzio e linguaggio.

Sono le cose collegate in un insieme che fanno sì che siano esse a parlare. Il poeta deve soltanto porsi in posizione di ascolto. L’ascolto recepisce i suoni, le parole (il silenzio è un altro modo di essere del linguaggio, quando il linguaggio diventa silenzioso), l’ascolto predispone il linguaggio a formarsi, e il formarsi del linguaggio significa predisporre il silenzio all’interno del linguaggio. In questo caso si può parlare propriamente del silenzio del linguaggio quale sua custodia segreta. Il poeta abita questa custodia segreta. Ma anche tutti gli uomini abitano questa custodia segreta. Non è una prerogativa del poeta quella di abitare il silenzio delle parole, chiunque può attingere il silenzio delle parole attraverso la lettura di una poesia. Il silenzio abita il linguaggio; l’uomo abita il linguaggio, ovvero, il silenzio delle cose, la loro lingua segreta. Un poeta con la sua poesia deve far parlare il silenzio, far parlare le cose. Tutto il resto è assolutamente secondario. Il dire in poesia è questo dire che sta dentro le cose, non quello che è fuori.

Scrivere poesia nella età contingenza e dell’incertezza con uno stile dell’incertezza e della interrogazione, sospesi tra la pesantezza della «cosa» e la leggerezza della «canto del muezzin», tra il quotidiano inodore e incolore e il non-luogo anch’esso incolore e inodore. Una condizione esistenziale legata alla stazione dell’io; affatto drammatica, direi, qualcosa che sta all’esterno del soggetto e dentro il soggetto, quella «Cosa» (Das Ding) che sta contemporaneamente dentro e fuori, che consiste nella sua estimità, nel suo essere, per Lacan «entfremdet – alienato – di estraneo a me pur stando al centro di me», qualcosa tra il familiare e l’estraneo, che sta in bilico tra il detto e il non detto, tra il dentro e il fuori. Una continua interrogazione intorno all’io, nei dintorni dell’io con una interpretazione curvilinea del testo poetico e del testo narrativo. Perché le «cose», a ben guardare, sono curve, il mondo è curvo, l’intero universo è curvo, e forse anche il super universo dentro il quale noi ci troviamo è anch’esso curvo.

Foto Bicchiere con strisce

Una traversina di legno / una sola traversina di legno

Biagio Cipolletta

il canto del muezzin

Ho ascoltato il canto del muezzin
e mi ha affascinato.
Non so il senso delle parole
che vagano nell’aria
ma quella melodia mi prende l’anima.
Voglio pensare che sia
un canto d’amore struggente
di un uomo che ha perduto la donna
e la chiama per ogni via
dall’alba al tramonto
per placare la sua nostalgia.
Voglio pensare che la donna lo senta
e decida di tornare da lui
per dargli ogni bene d’amore
cancellando il passato sbagliato.
Voglio pensare una storia d’amore
che nasce nell’alba di nuovo
e al tramonto mai non muore.
Ma il canto dolente ritorna
e capisco che la donna non vuole
o non sente la voce
di un uomo ormai folle di dolore.
E il canto si ripete all’infinito
nella speranza che ci sia un prodigio
che la donna infine senta le note
ritrovi chi canta per lei in ogni dove
e riempia d’amore le sue notti vuote…

Biagio Cepollaro, La traversina e il melograno, Alter ego, pag. 33

 

La morte tecnica

Stazione della metropolitana.
Una scala mobile fuori servizio
Per lavori di riparazione.
Tutto normale tutto scontato.
Ma un cartello giallo avverte:
Sostituzione scala mobile
Per morte tecnica.
Mi fermo e osservo
Tanti pezzi smontati
Disarticolati e proprio morti.
E allora chiedo il senso
Di quelle parole
Per morte tecnica
Tremende ma pure belle.
Un operaio assai gentile
Mi rivela che dopo alcuni anni
Una scala mobile muore
E deve essere cambiata.
E ora sto assistendo all’agonia
Di quelli che furono gradini
In movimento e si mossero
Con vitalità e precisione
Per mille e mille chilometri
Con gioia veloce
Alleviando la fatica
Di milioni di persone.
Ha qualcosa di triste
La fine della scala mobile
Che muore in silenzio
Tra l’indifferenza della gente
Ma ha anche qualcosa
Di umano e di struggente
E mi pare di sentire il dolore
Di un oggetto metallico
Che soffre e che muore
Proprio come ogni Uomo
Che nasce che soffre
E poi se ne va…

 

La traversina e il melograno, Alter ego, pag. 57

Una traversina di legno

Una traversina di legno
una sola traversina di legno
fa bella mostra di sé
tra tante traversine di cemento
anonime e tutte uguali.
Chissà come ha fatto a sopravvivere
a restare attaccata a quei binari
che ogni giorno aspettano i treni
pieni di pendolari stanchi.
Non è bella è storta e irregolare
ma ha ancora tanta voglia di vita.
Quando piove beve avida l’acqua
nella lunga spaccatura che l’attraversa
e diventa subito pulita e lucida,
quando soffia il vento lei si rannicchia
e lo lascia scivolare sul suo corpo
quando il sole brucia in estate
emette goccioline di sudore
e aspetta che arrivi il treno
per respirare un po’ la sua ombra.
Nelle ore notturne quando sale il silenzio
e la stazione è muta e deserta
e non passano i treni dei pendolari
lei si riposa e si addormenta serena.
Qualche volta il buio le fa paura
poi sente le prime voci assonnate
le riconosce ad una ad una
e capisce che è iniziato un altro giorno
e tra poco il sole tornerà di nuovo.
Passa le ore i giorni e la vita
ad ascoltare le voci amiche
a soffrire e gioire con i suoi pendolari
e si rattrista sino alle lacrime
se qualcuno sparisce per pochi giorni
o per sempre…

La traversina e il melograno, Alter ego, pag. 59

Il Ratto di Proserpina (di G. Lorenzo Bernini)

Ventitré anni aveva Lorenzo
quando ordinò al marmo
di mutarsi nel Ratto di Proserpina
e il marmo ubbidì
e fu l’eternità.
In quel marmo diventato carne
c’è una vita intera
di terrore di pianto di forza
di audacia di fuga di violenza.
Ci sono le mani avide
che stringono le cosce
e penetrano il marmo
ci sono le mani affusolate
che tagliano l’aria in alto
a chiedere un invano aiuto.
C’è la forza di un bruto
e lo sguardo assassino
c’è un volto che respira paura
e la chioma scomposta nei riccioli.
Ci sono le lagrime di marmo
uguali a tante lagrime vere
versate nei tempi da lei
per uomini crudi della loro violenza.

 Il gol del portiere, Augh, pag. 24

Foto bicchiere in bianco e nero

Ètriste / la giovane donna / che attraversa la strada / al semaforo.

È triste

È triste
la giovane donna
che attraversa la strada
al semaforo.
È bella
e lenta
nella sua eleganza.
Ha la vita davanti
ma non sorride
guarda nel vuoto
insegue un pensiero
trascina un mistero.
Forse coltiva un dolore
un amore sfiorito
una morte improvvisa
un ideale appassito.
È triste
la giovane donna
che attraversa la strada
al semaforo
e io non posso aiutarla…

Biagio Cepollaro, Il gol del portiere, Augh, pag. 19

 

Sullo scaffale

Grandi piccoli colorati
bianchi neri rovinati
famosi sconosciuti rilegati
antichi moderni impolverati
scoloriti eleganti allineati
integri parziali disordinati
pesanti leggeri incollati
alti bassi ammucchiati
pochi numerosi dimenticati
smilzi ampi spolverati
costosi economici trascurati
vecchi nuovi foderati
esibiti nascosti osservati
rari comuni macchiati
puliti preziosi ammirati
isolati raggruppati catalogati.

Stanno i libri sullo scaffale
e alcuni nella tua anima…

Biagio Cepollaro, Il gol del portiere, Alter ego, pag. 40

 

Nel sogno

Nel sogno
Scrivevo poesie.
Belle e leggere.
Anche altri
Scrivevano poesie.
Nel silenzio
Molti leggevano poesie.
Nell’aria amaranto
Mi sentivo felice.
Il sogno era.
La poesia.

 

 Il gol del portiere, Alter ego, pag. 33

 

L’equiseto
                    (a Beppe Salvia)

C’è nella tua poesia
una parola strana
che sa di nuvola
astronomia e mistero.
Equiseto è
una parola dolce
che scivola via piano
e ti fa chiaro il giorno.
E’ bella magica
illumina un rosato
mondo di poesia lieve
di felicità uguale.
Vivere
vicino all’equiseto
come sognavi tu
e non potevi…

 

da Il gol del portiere, Alter ego, Viterbo, 2016, pag. 30

Una sconosciuta

A volte nel tuo cammino
in un luogo affollato
in una libreria silente
oppure per la strada
incontri una sconosciuta
e te ne innamori
a prima vista.
Non sai nulla di lei
per quali sentieri è arrivata
cosa nasconde nel profondo
ma è dolce gentile generosa.
La senti vibrare nell’aria
quel suono ti affascina
lo ripeti più volte
e lo dividi con gli altri.
A volte una sconosciuta
parola entra nella tua vita
in punta di piedi
resta con te per sempre
ti fa compagnia
ti ricorda emozioni
ti riporta persone
ti riscalda il cuore.

da Il gol del portiere, Alter ego, Viterbo, 2016, pag. 42

 

Uno scalpellino
Vuoi sapere
chi è il poeta?
E’ uno scalpellino
che a tutte le ore
con una penna sottile
scava un monte ostile
di pietra assai dura
e porta con fatica nell’aria
parole antiche e nuove
parole dimenticate
parole belle e taglienti
a volte da lui inventate.
E’ felice il poeta
quando stanco e sfinito
incontra nel buio del monte
la parola che da tempo seguiva.
La riconosce tra mille
la vede accesa di luce
la guarda estasiato
la afferra delicatamente
per non farla fuggire
per non farla morire
la racchiude nella mente
e nell’anima contento
la ripete la ripete
all’aria che la sente
e la porta nel suono
e nel chiaro del mondo.
E se la stringe
stretta stretta nel cuore…

da Il gol del portiere, Alter ego, Viterbo, 2016, pag. 44

 

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3 commenti

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3 risposte a “Biagio Cipolletta Autoantologia poetica, con una dichiarazione di intenti: La Poesia nelle cose, con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

  1. Per continuare la riflessione sulle «cose» avviata da Biagio Cepollaro e ripresa dallo scrivente, non trovo di meglio che riproporre uno dei maestri della poesia europea del secondo novecento: Tomas Tranströmer. Nella sua poesia le «cose» parlano, sono riuscite a bucare il filtro della «chiacchiera» ed hanno ri-preso a «parlare». Mi chiedo sempre di nuovo, e me lo sarò chiesto almeno un migliaio di volte in questi ultimi anni, quanta poesia del secondo novecento italiano sia riuscita a «bucare» il filtro della «chiacchiera», a far parlare le «cose». La risposta che mi sono dato è stata disarmante…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/04/biagio-cepollaro-autoantologia-poetica-con-una-dichiarazione-di-intenti-la-poesia-nelle-cose/comment-page-1/#comment-26428
    Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
    Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
    sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

    (da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

    Rivivo un sogno. Che io sto in un cimitero
    da solo. Tutt’intorno splende l’erica
    a perdita d’occhio. Chi aspetto? Un amico. Perché
    non viene? È già qui.

    *

    Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da dentro, una viene da fuori
    e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stessi.

    *

    La strada non finisce mai. L’orizzonte corre in avanti…

    *
    Sono versi di Tranströmer. Come si vede, la tematica principe della sua poesia è l’INCONSCIO. È in quell’immenso serbatoio che il poeta svedese pesca le sue perle migliori.
    Non è un caso che la tematica principe anche della nuova ontologia estetica sia l’INCONSCIO e, di conseguenza, il SOGNO, perché il primo si rivela soltanto nel secondo.
    La poesia di Carlo Livia è innervata in questa tematica, ma in lui le parti sono invertite: Prima viene il SOGNO, subito dopo, l’INCONSCIO.
    Anche la poesia di Antonio Sagredo, nei suoi momenti galvanici, deriva dai sogni ad occhi aperti, quasi da allucinazioni ipnagogiche…

    Penso che Carlo Livia può migliorare le sue poesie, che deve ancora lavorare sulle sue immagini cercando di assimilare la lezione di Tranströmer.
    Ecco dei versi dello svedese:

    Ho fatto un giro attorno alla vita e sono ritornato al punto di partenza: una stanza vuota.

    *
    E ora: la distesa dell’acqua, senza porte, il confine aperto
    che si allarga sempre di più
    quanto più ci si inoltra.
    […]
    … dove i confini si aprono
    o piuttosto
    dove tutto diventa confine.
    *
    Circondata da un flusso in movimento: la tenda della quiete
    *
    Nella prua spumeggiante c’è la quiete.
    *
    L’impermeabile FORSE
    *
    …Una fessura
    attraverso la quale i morti
    passano clandestinamente il confine.

    *
    Non c’è un passaggio
    ma c’è una piccola apertura che a volte si dischiude
    e una luce singolare che filtra direttamente dai troll
    *
    Un passaggio segreto per la festa vera che è segreta come la morte.
    *
    Breve raccoglimento quando sopra di noi si apre un lucernaio
    e una debole luce ne scende.
    Guardiamo verso l’alto: il cielo stellato attraverso la grata del tombino.
    *
    Tutte le azioni della superficie si rovesciano verso l’interno.
    Lui viene scomposto, lui viene ricomposto.
    *
    La verità non ha bisogno di mobili.
    *
    Fai attenzione ai labirinti laterali!
    *
    C’è un incrocio dentro a ogni attimo.
    La musica delle distanze è confluita
    *
    Lasciare
    l’abito dell’io su questa spiaggia,
    dove l’onda batte e si ritira, batte

    e si ritira.

    *

    Talvolta si spalanca un abisso tra il martedì e il mercoledì ma ventisei anni possono passare in un attimo. il tempo non è un segmento lineare quanto poiuttosto un labirinto, e se ci si appoggia alla parete nel punto giusto si possono udire i passi frettolosi e le voci, si può udire se stessi passare di là dall’altro lato.

    *

    Che cosa sono io? Talvolta molto tempo fa
    per qualche secondo mi sono veramente avvicinato
    a quello che IO sono, quello che IO sono, quello che IO sono.

    Ma non appena sono riuscito a vedere IO
    IO è scomparso e si è aperto un varco
    e io ci sono cascato dentro come Alice

    *

    L’oblio totale. È una specie di esame
    che si fa nel silenzio: passare oltre il confine e nessuno
    se ne accorge…

    *

    Si sente un suono vuoto, un tamburo distratto. Un oggetto che il vento ancora e ancora fa battere contro qualcosa che la terra trattiene. Se la notte non è soltanto assenza di luce, se la notte è davvero qualcosa, allora essa è questo suono. Il suono di uno stetoscopio che proviene da un cuore pacato, batte, tace un momento, ritorna. Come se l’essere andasse zigzagando sul Confine. Oppure qualcuno che bussa a una parete, qualcuno che appartiene all’altro mondo… L’altro mondo è anche questo mondo.

    *
    «La vita è questo – una deviazione, un’ostinata deviazione, per se stessa caduca e sprovvista di senso.
    Perché, in quel punto delle sue manifestazioni che si chiama l’uomo, si produce qualcosa che insiste durante questa vita, che si chiama un senso? Lo chiamiamo umano ma è poi così sicuro? È forse così umano questo senso? Un senso è un ordine, cioè un sorgere. Un senso è un ordine che sorge. Una vita insiste per entrarvi, ma esso esprime forse qualcosa di completamente al di là di questa vita, e dietro il dramma del passaggio
    all’esistenza, non troviamo nient’altro che la vita congiunta alla morte. È qui che ci porta la dialettica freudiana […]. La vita non vuole guarire […] La vita
    non pensa che a morire».1]

    1] J. Lacan, Seminario II. L’io nella teoria di Freud e nella
    tecnica della psicoanalisi, cit., pp. 295-6.

  2. Sette poesie su dieci finiscono ai punti di sospensione. Come dire che non finiscono: fate voi, lettori fantasiosi o poeti della vecchia guardia, se vi avanza qualche consunta metafora. A Biagio Cepollaro questo non interessa più, come penso non gli interessi Tranströmer.
    Trovo molto semplici queste poesie, di facile e riuscita comunicazione. Con in più tanta chiarezza e leggerezza. Un pezzo di pane.

  3. Bravo, Lucio! Un pezzo di pane! Non si potrebbe dire di più, e di meglio, di questa poesia che del pane ha la semplicità e, insieme, il profondo valore simbolico.Siamo a quella che Vittoriano Esposito chiamava “poesia onesta”: chiara,esatta,capace di osservare le cose senza contaminarle, eppure carica di valori sinceri, di verità naturali.Il simbolo che ne deriva è l’approdo a una spiaggia sicura, dove i sassi sono sassi e il mare è mare.

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