LA NUOVA POESIA Alfonso Berardinelli Le avanguardie culturali sono quasi tutte stupide. Non cascateci – Dialogo Giorgio Linguaglossa, Antonio Sagredo – Poesie di Boris Pasternak, Osip Mandel’stam e di Mariella Colonna con Commenti inediti di Angelo Maria Ripellino

il-gruppo-63-a-palermo

Gruppo 63 a Palermo

 

Alfonso Berardinelli

Fonte (MicroMega online)

Le avanguardie culturali sono quasi tutte stupide. Non cascateci

Ecco un vecchio tema che non invecchia come meriterebbe: le gloriose avanguardie culturali (nonché politiche) novecentesche, sia quelle 1910-1930 che quelle 1950-1960. Parlando di narrativa e di pensiero politico dell’Ottocento con un’amica assai colta e poco sensibile alle mode, a un certo punto, non so se prima lei o prima io, siamo arrivati a dire che in arte, in letteratura e in filosofia il Novecento è stato un secolo piuttosto stupido.

Il primo sintomo di questa stupidità è stato l’immaginario “rivoluzionario”, la mania della tabula rasa, del ricominciare da zero, di rifare tutto da capo, di mettere sotto accusa non solo l’Ottocento ma tutto il passato, l’intera tradizione culturale, come cosa vecchia, opprimente, noiosa, di cui liberarsi in nome di un’assoluta, soggettiva libertà senza limiti né remore: una libertà, cioè, stupida.

Primo motore e prima fabbrica di stupidità sono state le avanguardie, con i loro manifesti e i loro gruppi, la loro gestualità, i loro happening, il loro esibizionismo, il loro credere di andare sempre più avanti e in fondo, coerentemente, cancellando e devastando le forme, eliminando i contenuti, scandalizzando il pubblico, rifiutando infine il mercato con lo scopo di conquistarlo: in letteratura, nel teatro, nelle arti visive, nella musica, in architettura, in politica è avvenuto questo.

Rivoluzione a sinistra e a destra, “opere aperte” e non-opere sperimentali. Marinetti (futuristicamente) inventò che la guerra è la sola igiene del mondo. Breton (surrealisticamente) proclamò che il più esemplare atto surrealista era scendere in strada e sparare sulla folla. Sanguineti, più modestamente, disse a metà anni settanta che bisognava mettere una bomba sotto l’edificio della tradizione letteraria. Tra anni cinquanta e sessanta i francesi, non sapendo più che scrivere, inventarono “l’écriture” e “la scuola dello sguardo”: cioè lo scrivere e basta senza chiedersi che cosa e il romanzo in cui si può parlare solo di ciò che gli occhi vedono, senza un perché. Proibito pensare e interpretare.

La beat generation americana riprese mezzo secolo dopo le avanguardie europee di primo Novecento e a forza di droghe e di malinteso buddismo zen teorizzò che meno si pensa e più si è geniali: tutti siamo geni e non lo sappiamo, per diventarlo basta liberare se stessi “fino in fondo”, anzi (e non è poco) liberarsi di se stessi. Nel corso di un party in America Allen Ginsberg si spogliò nudo (nudità uguale verità!) lasciando perplesso perfino il lì presente John Lennon. Molto peggio Stockhausen, il campione della musica seriale astratta, il quale disse che l’attacco alle Torri Gemelle era una grande opera d’arte.

Tutte le arti furono colonizzate e travolte dalla spettacolarità inconsulta e gratuita, se possibile distruttiva. Arte come gesto e nonopera. Spontaneità psichica senza perizia tecnica. La filosofia dell’“atto puro” di Giovanni Gentile, il passo di marcia dei totalitarismi, il leader ebbro o isterico che dall’alto ipnotizza e fanatizza le folle e le masse. Più tardi fu l’azione e il gesto rivoluzionario memorabili in sé. La pittura tautologicamente pubblicitaria di Andy Warhol, che consacra il già noto e consacrato e lo reimmette di nuovo nel mercato, con la sua firma e incassando i proventi. La furbizia degli stupidi e degli inetti ha fatto epoca. Il Novecento ha inventato la figura del genio cretino, che proliferò e prolifera.

Su Repubblica di domenica scorsa, si annuncia e commenta, in un articolo a due pagine di Chiara Gatti, una mostra di Bologna con centottanta opere in arrivo dall’Israel Museum di Gerusalemme, le quali “raccontano una stagione unica che cambiò la storia dell’arte” (ci si chiede: in meglio o in peggio?).

Titolo dell’articolo: “I rivoluzionari del ’900”, cioè Duchamp, Magritte, Dalì. In apertura la Gatti cita il famoso passo nel quale Tristan Tzara insegna a scrivere una poesia dadaista, ritagliando le singole parole di un qualunque articolo di giornale, mescolandole in un sacchetto e poi mettendole in fila come viene viene: “Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, sebbene incompreso dal volgo”.

Strilli Král A tratti un libro ripostoStrilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assenti

Tzara fu un genio nel dire in poche righe tutta la verità sulle avanguardie: andare scrupolosamente a caso, non farsi capire, fare stupidaggini con metodo, ecco la nuova arte.

Fu un’epidemia. Non si salvò quasi nessuno, perché nessuno voleva passare per “passatista”, ottocentesco, tradizionale. Solo Giorgio De Chirico prendeva in giro i surrealisti e le loro riunioni, mentre loro pretendevano di considerarlo uno dei loro.

Tutti democraticamente riconosciuti artisti di un’arte di tutti. Ma come è noto, i più esemplari, rivelatori, o se volete “rivoluzionari”, gesti artistici estremi di denuncia e autodenuncia dell’arte-non-arte, li ha compiuti Piero Manzoni all’inizio degli anni Sessanta, con i suoi quadri completamente bianchi, i suoi palloncini gonfiati con “fiato d’artista” e infine con il barattolo contenente la famosa “merda d’artista”. Provate voi ad andare oltre, se ci riuscite. Eppure, dopo mezzo secolo, molti critici d’arte credono ancora nella Provocazione. E’ il loro mestiere, ci campano.

Gli artisti veri, nati nelle avanguardie e nei loro dintorni, non sono mancati: da Boccioni a Carrà e Palazzeschi, a Picasso, Schönberg, Stravinskij, Majakovskij, Bunuel… Si fa presto a riconoscerli: non rinunciano alla tecnica, anzi la sviluppano, la pensano di nuovo per afferrare più significati, non per abolirli.

La loro era una fuga dalla stupidità, proprio quando la mettevano in scena. Solo che la critica e il pubblico sono stupidamente caduti nell’equivoco.

*Alfonso Berardinelli (Roma, 1943), è saggista e critico letterario. Collabora con i quotidiani nazionali Avvenire, Il Sole 24 Ore e Il Foglio. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo: L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno (Einaudi, 1997), Nel paese dei balocchi. La politica vista da chi non la fa (Donzelli, 2001). Con Casi critici (Quotlibet, 2007) è stato vincitore del Premio Napoli nel 2008, anno in cui ha ricevuto anche il Premio Tarquinia Cardarelli per la Critica letteraria italiana. Con La forma del saggio. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, 2002) ha vinto il Premio Viareggio-Rèpaci nella sezione Saggistica. Vive a Tuscania.

[L’articolo è stato pubblicato da Il Foglio, il 20 ottobre 2017]

 

Giorgio Linguaglossa e Alfredo rienzi Accettura, 13 agosto 2017

Accettura, agosto 2017, da sx Maria Grazia Trivigno, Alfredo Rienzi e Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

31 ottobre 2017

Vorrei fare un distinguo,
accetto volentieri la «provocazione» di Berardinelli, critico troppo intelligente per la poesia italiana e, direi, anche sprecato visto la pochezza della poesia italiana maggioritaria di questi ultimi decenni. Di fatto, la poesia è rimasta senza critica (per critica intendo una critica intelligente e libera).

La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: abbiamo introdotto la «rottura». Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare da principio, il che non equivale alla parola d’ordine di porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nello Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle una serrata critica dell’economia estetica…

“Vorrei rispondere a Berardinelli che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio.Vorrei rispondere a Berardinelli che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.

  Strilli Rago1Strilli Rago Siamo uomini del dopo Hiroshima

[Antonio Sagredo in compagnia di Vladimir Majakovskij]

Antonio Sagredo      

1 novembre 2017 alle 7:52

Giorgio Linguaglossa scrive:

è vero Pasternak non ha fatto parte dell’acmeismo, questo lo sanno tutti, ma è indubbio che, per contraccolpo, la sua poesia abbia scelto una direzione propria e originale in risposta a quella presa dai poeti acmeisti. Molto spesso gli artisti e i poeti prendono una strada come replica alle strade intraprese dai loro contemporanei. Dall’angolo visuale della innovazione della forma-poesia, Pasternak è un poeta di formazione tradizionale, attento a cogliere e valorizzare il lato fono simbolico della poesia. Invece Mandel’stam dichiarava che bisogna mettere al primo posto la morfologia, «la fonetica verrà da sola», scriveva (cito a memoria). Non c’è dubbio che la poesia del novecento, la migliore, intendo, quella di Milosz, Herbert, Brodskij, Celan, Derek Walcott ha citato Mandel’stam quale capostipite della poesia modernista europea. Il fatto che la poesia di Mandel’stam in Italia non abbia avuto influenza malgrado le ottime traduzioni di Ripellino, Serena Vitale e altri, dimostra semmai il provincialismo della poesia italiana. Se si toglie dall’angolo visuale della poesia del novecento europeo un poeta come Mandel’stam, ci si limita ad una concezione di una poesia dell’orecchio, poesia della «orchestrazione sonora» (dizione di Mandel’stam), propria del «laboratorio di impagliatura» del simbolismo (dizione di Mandel’stam). Senza il concetto di metafora tridimensionale di Mandel’stam, si resta nell’orbita di un concetto di poesia come espressione della linearità sintattica, unilineare e unitemporale.

Quanto al modernismo europeo, l’influenza di Mandel’stam è stata sotterranea ma bisogna avere degli occhiali di qualità per individuarla. Certo, per la poesia italiana del novecento, Mandel’stam è un perfetto sconosciuto, lo si conosce come prodotto esotico, perché è morto in un lager staliniano…

Quanto a Berardinelli, io non lo definirei «furbastro», anzi è stato l’unico intellettuale italiano che ha preso posizione contro tutta la poesia italiana post anni settanta bollandola come prodotto di «poeti di fede», di «poeti di professione». Conseguentemente a questo assunto, si è disinteressato della poesia italiana degli ultimi decenni. Come dargli torto?

È chiaro quindi, almeno nelle mie intenzioni, che la lezione della poesia e della teoresi di Mandel’stam, sia stata ed è fondamentale per lo sviluppo della poesia della nuova ontologia estetica.

Onto Pasternak

B. Pasternàk, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Risposta di Antonio Sagredo :

dall’elenco togliere il nome di Pasternàk che non fece parte dell’acmeismo.

“Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato… Ripellino…”: affermazione azzardata; nelle poesie di Ripellino non si trova traccia alcuna di Mandel’stam, se non come citazione, e come citazione decine di poeti russi e non russi.

“il 50 per cento della sua influenza” : anche questa quantificazione è azzardata, e non trova riscontri qualitativi e quantitativi: Mandel’stam ha di certo influenzato, ma non più di tanti grandi poeti del secolo scorso. Dire 50 o 20 o 70 non ha senso.

Ma il poeta-critico ecc. Berardinelli di abbagli ne ha presi molti: questo è indubbio; ma secondo noi è meglio metterlo in disparte: non è certo un termine di paragone né poetico e né critico: è stato soltanto un furbastro intellettuale che ha colto il momento giusto per mettersi in vista.

Antonio Sagredo      

1 novembre 2017 alle 8:16

Pasolini al Rosati Roma

Roma, caffè Rosati, fine anni sessanta

Pasternak e l’Acmeismo

Unico punto di contatto con l’acmeismo è una certa influenza della poesia achmatoviana su quella di Pasternàk ed è detto nel commento di Ripellino

che riporto più sotto, e subito dopo una mia nota. Intanto questa poesia di Boris Pasternàk dedicata alla poetessa… :

Boris Pasternàk

a Anna Achmatova

Mi sembra che io sceglierò le parole,
simili alla vostra eternità.
E se sbaglierò, – m’importa un poco,
comunque, io non mi separerò dallo sbaglio.

Io sento il chiacchierio di umidi tetti,
le ecloghe smorzate delle piastrelle di legna.
Una certa città, chiara sin dalle prime righe,
cresce e risuona in ogni sillaba.

Intorno è primavera, ma non si può uscir fuori città.
Ancora severa la cliente taccagna.
Facendo lacrimare gli occhi mentre cuce accanto alla lampada,
brilla l’aurora, senza raddrizzare la schiena.

Aspirando la superficie da Ladoga della lontananza
si affretta verso l’acqua, vincendo la stanchezza.
Da tali passatempi non si può prendere nulla.
I canali odorano di tanfo di imballaggi.

Lungo di essi si tuffa, come una noce vuota,
il vento ardente, e culla le palpebre
dei rami e delle stelle, dei lampioni e delle biffe,
e della cucitrice di bianco che guarda lontano dal ponte.

Suole essere l’occhio in vario modo acuto,
in modo diverso suole esser precisa l’immagine.
Ma l’apertura della più terribile fortezza –
è la lontananza notturna sotto lo sguardo di una bianca notte.

Tale io vedo il vostro aspetto e sguardo.
Esso mi è ispirato non da quella statua di sole,
con cui voi cinque anni addietro
avete attaccato alla rima la paura di voltarsi indietro.

Ma, muovendo dai vostri primi libri,
dove si sono rafforzati i granelli di una prosa attenta,
esso in tutti i libri, come conduttore di scintilla,
costringe gli avvenimenti a pulsare come una storia vera.

(1928, trad. di A. M. Ripellino)

Strilli Tranströmer 1Strilli Transtromer Ho sognato che avevo

(commento di A. M. Ripellino – Corso su Pasternàk del 1972-73)

[È un compendio (questa poesia) dei motivi di Anna Achmatova poetessa dell’Acmeismo; ed è anche il tentativo di dare un’immagine di lei. L’impostazione della poesia vuole riflettere quella colloquialità, quel senso di dialogo prosastico e raziocinato che la Achmatova inserì nel tessuto della poesia russa. Alla solennità, alla aulicità del simbolismo, la Achmatova, come molti acmeisti, sostituì un linguaggio più piano, più ragionato e più colloquiale e quindi lievemente prosastico, e con questo linguaggio, influì su molti poeti tra cui Pasternàk. ]

Dal Corso su Pasternàk del 1972, traggo questa una mia nota 274, pag. 112.

 ( “…l’Achmatova mostra una lettera ricevuta da Pasternàk a Lidija Čukovskaja. dove il poeta cita alcune sue poesie del passato; la Čukovskaja è perplessa, ma la poetessa dice: ”Ora vi spiego tutto. Semplicemente. Ha letto [Pasternàk] per la prima volta le mie poesie. Ve lo assicuro. Quando io ho cominciato a scrivere, lui faceva parte di Centrifuga [gruppo futurista di cui fecero parte oltre che a Pasternàk, Aseev e Sergej Bobrov]: era naturalmente ostile nei mie confronti, e i miei versi non li leggeva, punto e basta. Ora li ha letti per la prima volta e, vedete, ha fatto una scoperta: gli è piaciuta molto >La piuma sfiorò il tetto della vettura…< Caro, ingenuo, adorabile Boris Leonidovic!”; p. 208.

Sui futuristi: “Prendete Majakovskij. Adesso [1940] dicono e scrivono che amava le mie poesie. Ma in pubblico mi copriva sempre di insulti”… [Majakovskij insultò aspramente anche la Cvetaeva] …”

Lottavano contro tutte le persone allora famose per farsi largo loro. Chlebnikov se la prende anche con Kornej Čukovskij… guerra alle celebrità. Avevano un bosco da abbattere, e tagliavano le cime più alte”; p. 259. L’Achmatova conosce Pasternàk nel

Strilli Transtromer Prendi la tua tombaStrilli Transtromer le posate d'argentoGiorgio Linguaglossa

È sempre da un punto preciso che bisogna partire, nel romanzo come anche in poesia. In queste ultime decadi romanzo e poesia si sono avvicinati, e non del tutto a scapito della poesia, la poesia di livello elevato ha fatto tesoro di questo principio. E del resto non è stato Mandel’stam che con la sua lotta contro i simbolisti russi i quali amavano e prediligevano il sognante, l’astrazione, la musica sublime… ha aperto la strada alla poesia del novecento?
Leggiamo ad esempio il padre della nuova poesia europea, Tomas Tranströmer:

Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
come una pista da pattinaggio abbandonata.
Tutte le porte chiuse. L’aria era grigia.

Qui abbiamo una esemplificazione di come il lessico e la sintassi della poesia sia stato ridotto alle sue componenti minime ed essenziali. Qui non è possibile togliere nulla, neanche una parola, una sillaba senza compromettere tutto l’insieme. Si tratta di un «interno», là ci sono degli oggetti precisi e concreti: non c’è nulla, infatti il poeta ci dice che la sala era «silenziosa e vuota». Nella poesia non c’è nient’altro. Un’altra annotazione annota: «Tutte le porte erano chiuse».
Magnifico esempio di essenzialità.

(1922).

osip mandel'stam
Antonio Sagredo
1 novembre, 2017
Osip Mandel’stam

Solòminka II

Io vi ho insegnato parole beate –
Leonora, Solòminka, Ligeia, Serafita.
Nell’enorme stanza la pesante Nevà,
e sangue azzurro scorre dal granito.

Dicembre solenne splende sopra la Nevà.
Dodici mesi cantano di un’ora mortale.
No, non Solòminka in un raso trionfale
assapora la lenta, e stremante pace.

Nel mio sangue vive la dicembrina Ligeia,
il cui beato amore dorme nel sarcofago,
ma quella solòminka, forse Salomè,
è uccisa dalla compassione e non potrà più tornare.

1916
—————————
(trad. di AMR)

————————————————————————
mia nota 132, pag 46. (sulla metafora di Mandel’stam – Corso di AMR del 1974-75)

“Scrive Ripellino:”Mandel’štam, il maggiore degli acmeisti, poeta d’ispirazione classica, nelle sue liriche nitide e cesellate si avvicinò alla maniera ellittica e immaginosa dei cubo-futuristi. Lo si vede, ad esempio, dal breve componimento Solòminka del 1916, in cui allucinate e sconnesse metafore si vanno accumulando in una lenta progressione, come tasselli in un intarsio. E i calembours, la passione per le parole beate (blažennye slovà) scelte per il puro suono, l’assenza di nessi logici: tutto ciò pone l’arte di Mandel’štam in un’area contigua a quella del futurismo. Né va dimenticato che Mandel’štam scrisse righe di calda ammirazione per l’opera di Chlebnikov”, in A.M. Ripellino, “Letteratura come itinerario del meraviglioso”, Einaudi 1957 (1968), pgg.219-220. Lo slavista nelle stesse pagine si sofferma sugli accostamenti di Esenin, Cvetaeva, Zabolockij, Pasternàk al futurismo, compresi, è ovvio, Majakovskij ed Aseev… ma tutti questi poeti derivarono da Chlebnikov. Pagine di ammiratissima stima di Mandel’štam per Chlebnikov sono nel saggio Della natura della parola (del 1922, op. cit.), specie quando paragona il suo lavoro di scavo nella lingua russa a quello d’una talpa! (di Blok dirà che è stato un tasso! – vedi nota 40. p. 15). “.
————————————————
dalla mia prefazione a questo Corso 1974-75 :

“Ho ritenuto opportuno non dover indicare nelle note tutte le fonti citate da A.M.R., visto il tono colloquiale – gli affastellamenti continui e la spontaneità del suo discorrere colmo di associazioni e metafore fulminanti. Ho citato solo le fonti nei casi di alcune citazioni più importanti, e non tutte, e quelle di più o meno facile reperibilità. Ho curato tutte le annotazioni poco dopo l’epoca del Corso in oggetto; poi una lunghissima pausa; ho ripreso all’inizio del 2010 secondo i tempi e le modalità di cui disponevo, e l’umore e l’ipocondria a cui ero assoggettato. L’urgenza del commentare era per me più importante della stessa ricerca di varie fonti: alcune ho soddisfatto, altre no; d’altra parte il cercare e trovare le fonti per me sono eventi relativi che non devono mettere a repentaglio quel commentare, che ha come scopo il sentire la mente dei poeti e chiarire i loro intendimenti. Questo vale per me come metodo, per qualsiasi poeta o scrittore; nello specifico vale particolarmente per i tre poeti su menzionati, cioè dei rispettivi Corsi di A.M. Ripellino. C’è sempre tempo per trovare le fonti (non è difficile!), e rimando ad altri studiosi il cercarle e il trovarle, se lo desiderano, altrimenti si accontentino.

Onto Colonna_1

Mariella Colonna, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Mariella Colonna

Un’altra volta

l’ ho incontrato au Mond des chimères
a l’Ile St. Louis sur la Seine
ma “lui” non ricorda. “Lui”, il mio mondo a parte
(ma non tra parentesi); da quando ho scoperto,
da bambina, che il tempo non è dentro l’orologio,
non fa muovere le lancette, ho deciso che il tempo non esiste,
che è un’illusione dei sensi, come lo spazio.
“Lui” sa che ho ragione, che mi conosce da sempre,
perché, se non c’è il tempo, l’eternità esiste
anche senza di noi, ma con noi acquista significato.

Adesso gli dico una cosa che finalmente lo farà sorridere:
“L’ombra delle parole” trova conferma scientifica nella
“Materia – ombra”.
La materia per il novantaquattropercento è invisibile
quindi inconoscibile perché non esaminabile
in laboratorio, neppure al MIT Media Lab di Boston.

Per inevitabile analogia, l’Ombra delle parole ha in sé
ogni significato: immagine grido suono gioia, i colori della speranza
e quelli dell’oblio, lo splendore delle tenebre e, infine,
l’onnipotenza della parola di Dio.
Dio: l’Innominabile.
Dio che esiste nell’ombra
e non vuole farsi scoprire prima del “Tempo”
perché questo è il solo tempo che certamente verrà.
Tutto ciò non si vede ma esiste ontologica-mente.

Je vais jouer avec toi, mon poète,
je vais te donner mes paroles,
mais tu ne joues pas bien avec moi
Parce que tu es un enfant terrible.

Mon chèr ami, je suis toi, tu es moi.

Que ce miracle se réalize en tout le monde
c’est la grande espoir de la paix universelle.

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82 commenti

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82 risposte a “LA NUOVA POESIA Alfonso Berardinelli Le avanguardie culturali sono quasi tutte stupide. Non cascateci – Dialogo Giorgio Linguaglossa, Antonio Sagredo – Poesie di Boris Pasternak, Osip Mandel’stam e di Mariella Colonna con Commenti inediti di Angelo Maria Ripellino

  1. roberto matarazzo

    non sono né un critico, né un poeta, ma (semplicemente) artista per scelta di vita e che lavora nella difficile (im)possibile intrapresa del voler legare tradizione storica alle esigenze delle avanguardie: facile saper trovare ciò che divide sappho da marinetti (giusto per) ma trovare ciò che li unisce resta un po’ più complesso! Del resto, molto probabilmente, sappho o chi per lei all’epoca in cui viveva/ideava era avanguardia e via dicendo. Senza polemiche cmq mi sembra, l’insieme, tematica stimolante e intelligente, un saluto
    r.

    • gino rago

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26304
      “Guarda com’è alto l’autunno e com’è basso il gatto.
      Il frutteto qui è una mezza luna.
      Vorresti cogliere una mela da sola,
      ti alzo oppure abbasso il ramo? ”

      Gentile Roberto Matarazzo,

      La invito a meditare con la Sua intelligenza viva e accogliente anche sui versi che riporto sopra. Son versi ad alta densità metaforica.

      Sollecito Giorgio Linguaglossa a riproporre a tutti i lettori de L’Ombra delle Parole, compresi gli oltre 150 frequentatori americani della nostra Rivista,
      i 6 punti fondamentali de ” Il mattino dell’acmeismo ” di Mandel’stam.

      Tutti ne trarremmo motivi e occasioni di arricchimento poiché da essi
      emergono i 3 grandi temi centrali della poetica mandelstamiana: lo spazio, il tempo, l’eternità. Temi centrali anche nella poetica della Nuova Ontologia Estetica.

      Bellissimi gli ‘strilli’ creati dall’arte di Lucio Mayoor Tosi e pubblicati con
      gusto estetico assai fine da Giorgio.

      Gino Rago

      • Caro Gino Rago,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26308
        ecco alcuni miei appunti sull’acmeismo di trenta anni fa:

        Nel 1910 Vjaceslav Ivanov tiene una conferenza che fu seguita da un numeroso pubblico; tra i presenti c’è anche Blok, che annota sul suo taccuino: «Sta iniziando un periodo di crisi e di Giudizio Universale. O la parola diventerà bella e senz’anima (…) o diventerà viva e pratica. Il quesito fondamentale è se il simbolismo come scuola poetica esiste ancora oppure no. Il punto di vista di Vjaceslav Ivanov è che può e deve esistere sotto forma di un nuovo simbolismo sintetico».

        La disgregazione del simbolismo è ormai manifesta.
        I giovani poeti si riunirono a casa di Sergej Gorodeckij il 20 ottobre 1911, nasceva così la Gilda. La riappropriazione del termine usato nel Medioevo dalle associazioni degli artigiani, doveva intenzionalmente mettere in risalto l’aspetto artigianale della tecnica artistica. Gorodeckij e Gumilëv furono eletti capi, con l’antico titolo di «sindaci» e l’Achmatova segretaria. Erano presenti Georgij Adamovic, Vasilij Gippius, Michail Zenkevic, Georgij Ivanov, Vasilij Komarovskij, Elizaveta Kuz’mina-Karavaeva, Michail Lozinskij, Osip Mandel’štam, Vladimir Narbut e pochi altri. Una riunione goliardica si rivelò essere qualcosa di estremamente serio e foriero di straordinari sviluppi. Anna Achmatova più tardi scriverà: «Il simbolismo era indubbiamente un fenomeno del XIX secolo. La nostra rivolta contro il simbolismo era assolutamente legittima, perché noi ci sentivamo uomini del XX secolo e non volevamo restare nel passato». Ejchenbaum si dichiara subito scettico, e scrive: «Risulta evidente che è sbagliato considerare l’acmeismo come l’inizio di una nuova corrente poetica, come una scuola che avrebbe superato il simbolismo. Gli acmeisti non sono un gruppo militante: essi ritengono che la loro missione fondamentale sia riconquistare l’equilibrio, smussare le contraddizioni, apportare delle correzioni. L’idea stessa di equilibrio, di solidità, di maturità, che sta alla base del termine “acmeismo” è caratteristica non degli iniziatori di un movimento ma di coloro che lo concludono». Secondo Ejchenbaum gli acmeisti avevano concluso il modernismo, mentre il merito «di aver superato il simbolismo appartiene ai futuristi». Anche Sklovskij è dello stesso parere: «La poetica dei simbolisti… ha sempre tentato di trasformarsi da poetica in corso di iniziazione alla misteriosofia. Gli acmeisti non hanno creato una loro poetica».

        Ma un altro critico di scuola formalista, Zirmunskij, intitola un suo celebre articolo del 1916 «Coloro che hanno superato il simbolismo». L’articolo coglie nel segno. La poetica dell’acmeismo che si poneva l’ambizioso traguardo del superamento del simbolismo a partire da una posizione di apparente retroguardia, era più consapevole e matura di quella dei futuristi. Nel nuovo scacchiere delle politiche culturali, veramente rivoluzionaria risulta essere la poetica del raccordo con le eredità culturali del XIX secolo. Sul primo numero di «Apollon» (1913), apparvero due manifesti. Il primo, di Gorodeckij proclamava: «La lotta tra l’acmeismo e il simbolismo, se è una lotta e non l’occupazione di una fortezza abbandonata è prima di tutto la lotta per questo mondo, pieno di suoni, di colori, dotato di forme, peso e tempo, è la lotta per il nostro pianeta Terra. Il simbolismo, dopo aver riempito il mondo di ‘corrispondenze’, ha finito per trasformarlo in un fantasma, importante solo in quanto lascia intravvedere e trasparire altri mondi, e ha sminuito il suo grande valore intrinseco». Se i simbolisti cercavano nell’arte approssimazioni infinite, gli acmeisti ambivano alla precisione e all’equilibrio; se i primi ambivano alla fluidità della parola fino ad attingere l’ineffabile, gli acmeisti cercavano la solidità («l’arte è solidità») e la chiarezza. Gorodeckij finiva in crescendo: «se i simbolisti (…) cercano in ogni istante uno squarcio nell’eternità (…) gli acmeisti (…) colgono nell’arte istanti che possono essere eterni».
        Gumilëv, nel secondo manifesto, si richiamava ai principi di «una saggia fisiologicità e di una aperta accettazione della vita», additando quali modelli Shakespeare, Rabelais, Villon e Théophile Gautier. Il simbolismo, scriveva Gumilëv: «ha terminato il proprio ciclo di sviluppo ed è in declino», è incapace di percepire «il valore intrinseco di ogni fenomeno», è «impudico», «freddo e astratto». La nuova scuola poetica, invece, si ricollegava agli scrittori francesi e al principio di «concretezza». «Per noi – scriveva Gumilëv – nel mondo dei fenomeni, l’unico principio gerarchico è il peso specifico di ciascuno di essi, e inoltre il peso del più insignificante dei fenomeni è comunque incomparabilmente più grande del’assenza di peso, del non essere, e perciò di fronte al non essere tutti i fenomeni sono fratelli». Al di là delle differenze di accento e di impostazione, così come delle predisposizioni artistiche dei due poeti, al di là dell’adamismo di Gorodeckij e dell’esotismo di Gumilëv, la nuova poetica veniva saldamente piantata sui concetti base della concretezza e della specifica storicità di tutti gli essenti in contrapposizione alla metafisica astoricità del simbolismo.

        Gli acmeisti ripiantavano il mondo sulle salde basi della sua fisiologia; ritornavano al senso, al peso specifico delle cose, alla loro salda configurazione tridimensionale. In proposito Mandel’štam ripeteva spesso una frase perspicua: «Se questa vita non ha senso, non ha senso parlare della vita». Gli acmeisti lavoravano per un nuovo lettore di là da venire,sapevano di essere «postumi» in quanto giunti al termine di una lunga tradizione, avevano più chiaramente di altri movimenti di avanguardia il presentimento che il nuovo secolo si sarebbe allontanato dall’arte, che la pazzesca accelerazione del tempo storico li avrebbe relegati al silenzio di un’arte precocemente invecchiata. Ma non sbagliavano i calcoli: la loro arte sarebbe sopravvissuta al tramonto del loro tempo, sarebbe durata più di tutte le utopie e di tutti gli avanguardismi alla moda.
        V’è una poesia di Gumilëv che rende manifesta la distanza che separava l’acmeismo dal simbolismo; le «parole morte» dei simbolisti sono paragonate ad un «alveare spopolato», di contro a «i modesti confini dell’essenza» della nuova poesia tutta piantata su una concretezza «terrestre»:

        Ma noi dimenticammo che è illuminata
        soltanto la parola tra le ansie terrestri
        e nel Vangelo di Giovanni
        è detto che la parola è Dio.
        Noi le ponemmo come limite
        i modesti confini dell’essenza
        e come api nell’alveare spopolato
        puzzano le parole morte.

        Nel 1919 viene pubblicato il terzo manifesto dell’acmeismo di Osip Mandel’štam, intitolato Il mattino dell’acmeismo, che tenta di raccogliere le file delle posizioni che si erano profilate e di cementarle in uno zoccolo unitario. Ne riassumo i punti fondamentali:
        a) in primo luogo il problema della parola poetica, che si contraddistingue per una straordinaria «densità» e non mero segno, rappresentante di qualcos’altro estraneo, il denotatum; un complesso di molti elementi che non costituisce un «valore» in sé ma che ha senso soltanto nella «architettura» verbale come materiale da costruzione. b) Il poeta è l’architetto che costruisce un edificio di parole. c) Come nella cattedrale gotica una pietra, pur conservando la sua specificità, non ha valore se non nell’insieme della totalità architettonica. La parola è la pietra della costruzione architettonica, che entra «in gioiosa interazione con i propri simili». d) Si costruisce soltanto nel mondo tridimensionale, il quale costituisce «la condizione di qualsiasi architettura». Non è possibile creare un’opera poetica se non nel mondo reale, secondo le regole del tempo e dello spazio. «Costruire significa lottare contro il vuoto… Non c’è uguaglianza, non c’è rivalità, c’è una partecipazione di tutti gli enti alla congiura contro il vuoto e il non essere». L’acmeismo ritorna al concetto di «fisiologia». e) La formula «a realibus ad realiora» deve essere sostituita con l’equazione A=A; tutti i fenomeni fisici sono equiparabili nella loro comune opposizione al non essere.

        La chiave di volta di tutto il dispiegamento teorico del manifesto la si trova nella conclusione. La categoria estetica centrale si trova ubicata nell’extraestetico, nell’esistenza: «Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro esere più di voi stessi: ecco il più grande precetto dell’acmeismo». Questa che è l’intuizione più geniale del manifesto, rappresenta, a mio avviso, anche il momento di massima consapevolezza cui è giunto un poeta europeo negli anni ’20 in ordine al problema della crisi della poesia: la verità della poesia si trova fuori della poesia stessa; la sua verità riposa nell’atteggiamento che un poeta deve avere verso il mondo. La verità della poesia è nello sguardo che essa rivolge al mondo, non inteso come morta costellazione di enti che non possono parlare all’intelletto, né come molteplicità di noumeni inafferrabili e incomprensibili. La poesia è dentro l’esistenza o non è affatto. Trattasi di un precetto intellettuale, di un precetto interamente mondano. Mandel’štam costruisce un umanesimo integrale interamente mondano. Nulla è la poesia se non diventa interamente mondana.

        «L’acmeismo – scrive Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – è un fenomeno non solo letterario ma anche sociale nella storia russa. Con esso nella storia russa si è rigenerata la forza morale. “Voglio che dovunque navighi una libera barca; e Dio e il diavolo allo stesso modo celebrerò io” – diceva Blok. Questo misero nullaonorare non si ripeterà più nella poesia russa. Il pathos sociale della poesia russa si è finora sollevato soltanto fino al “cittadino” ma c’è un punto di partenza più alto del “cittadino” – la comprensione dell’”uomo”. La polemica con Blok cessa di essere una mera confutazione della poetica del simbolismo per assumere la ben più vasta dimensione di una confutazione della visione del mondo del simbolismo. Mandel’štam ha una lucida visione strategica dello scontro intellettuale in atto; egli non si limita a polemizzare con gli avversari simbolisti (in primo luogo, con Blok, il più intelligente e dotato) come faceva Gumilev. «I simbolisti – diceva quest’ultimo – sono semplicemente degli affaristi. Prendono un peso, ci scrivono sopra dieci pud, ma ne hanno svuotato tutto l’interno; agitano il peso in tutti i modi, ma è vuoto».4

        E Blok replicava con sarcasmo: «Ma questo è ciò che fanno tutti gli epigoni e gli imitatori, in qualsiasi movimento. Il simbolismo qui non c’entra. E poi, quello che voi dite, per me non è russo. Si può dire benissimo in francese. Voi avete un che di troppo letterario… Siete francese?».
        Mandel’štam punta l’arma della critica contro il concetto centrale del simbolismo, il concetto di «corrispondenze», sottoponendolo ad una critica distruttiva. Egli parte dalla nozione della parola come «forma chiusa»:

        «La parola è già forma chiusa; non la si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana, così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto e persino il selvaggio pone una interdizione magica, un ‘tabù’ negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri. – Poi passa alla critica del concetto di “corrispondenze” – Prendiamo ad esempio la rosa e il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolismo nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista un laboratorio di impagliatura. Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di corrispondenze che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso (…) I simbolisti russi… chiusero tutte le parole, tutte le forme, predestinandole esclusivamente ad un uso liturgico. Ne derivò qualcosa di assai scomodo: né andare avanti, né alzarsi, né sedersi. Non si può pranzare a tavola, perché questo semplicemente non è un tavolo… L’uomo non è più padrone in casa sua. Deve vivere ora in una chiesa, ora in un sacro boschetto di Druidi… Tutto il vasellame si è ammutinato. La scopa chiede riposo, la pentola non vuole più bollire… Hanno cacciato di casa il padrone ed egli non osa più entrarvi».4

        E qui Mandel’štam, dopo queste impennate metaforiche, affonda la stoccata decisiva del suo ragionamento, passa al problema del significato, del segno e del simbolo. La poesia dovrà seguire il suono o andare a rimorchio del significato? Il poeta russo opta decisamente per la seconda soluzione:

        «ma come fare con l’adesione della parola al suo significato? Ma la parola non è una cosa. Il suo significato non è affatto una traduzione di se stessa. Infatti, non è mai accaduto che qualcuno abbia battezzato un oggetto e l’abbia chiamato con un nome inventato. La cosa più conveniente… è guardare alla parola come ad una immagine, cioè una rappresentazione verbale. In tal modo si elimina la questione della forma e del contenuto, se mai la fonetica è la forma, tutto il resto è contenuto… La rappresentazione verbale è un complesso sistema di avvenimenti, un legame, un sistema».4

        Il poeta russo va dritto al nocciolo del problema: la parola è una «rappresentazione verbale», ovvero, una rete di stratificazioni storiche, di «avvenimenti» e, quindi, un precipitato storico di tutto ciò che la storia ha depositato sulla parola. In una poesia della giovinezza, Mandel’štam parla di «polvere dei secoli». Non v’è dubbio che in questa concezione, tutta terrestre e mondana della parola e della civiltà, si riveli la profonda avversione di Mandel’štam per la teosofia del simbolismo per via della predilezione di quest’ultimo per il gioco dei suoni edificanti, per la misteriosofia dei fonemi. La critica distruttiva di Mandel’štam colpisce, a ritroso, tutto lo sperimentalismo europeo, che nasce, per metastasi, da un ramo secco del simbolismo. Mandel’štam intuisce, con grande anticipo sui suoi contemporanei, che la dissoluzione del simbolismo non può che condurre ad un simbolismo fonematico, ad una segnaletica fonetica mediante smottamenti di suoni e di fonemi che condurrà alla produzione di una reflessologia semantica, di un nuovo «laboratorio di impagliatura» (dizione di Mandel’štam), parente strettto di quel «simbolismo professionale» tanto appassionatamente criticato.
        È questo il grande risultato teorico conseguito dall’acmeismo; da solo sarebbe già sufficiente a farne la scuola poetica centrale del Novecento russo. Tuttavia, quella grande palestra di gusti e di idee fu aspramente criticata dalle opposte fazioni che si contendevano l’egemonia culturale sulla poesia russa. Durante l’epoca del comunismo staliniano l’acmeismo è stato passato sotto silenzio e soltanto da pochi anni, anche sulle orme di Brodskij, la critica russa ha riconosciuto in Mandel’štam la statura del più grande poeta russo del Novecento.

        Il superamento del simbolismo

        L’importanza storica dell’acmeismo, al di là dei pur grandissimi risultati estetici conseguiti, sta nell’aver gettato le fondamenta di una poetica non normativa ma fisiologica, materiata di essere in contrapposizine al non essere. L’intuizione di fondo risiede nella straordinaria chiarezza con la quale Mandel’štam condanna ogni posizione di poetica normativa. Egli vede con chiarezza la contraddizione che cela in sé l’avanguardia futurista, ultima incarnazione del simbolismo: la sua normatività sarebbe, in qualche misura, il riflesso dell’«architettura sociale» complessiva. Il pensiero che la nuova «architettura sociale» (leggi il comunismo) potesse soffocare la cultura, lo atterriva. Nella poesia «Il secolo», affida al poeta il compito di unire «le colonne vertebrali di due secoli». Era vivo in Mandel’štam il sospetto che «il torpore di due o tre generazioni avrebbe potuto condurre la Russia alla morte storica. Lo scisma della lingua è… equivalente allo scisma dalla storia.». Quando Mandel’štam parla dell’antico Egitto o dell’Assiria come «esempio di architettura sociale ostile all’uomo», è ovvio che alluda al presente. Queste epoche «affermano che l’uomo non le interessa, che ci si deve servire DI LUI per costruire e non costruire PER LUI… I prigionieri assiri brulicano come pulcini ai piedi del gigantesco imperatore; i guerrieri, che personificano il potere statale ostile all’uomo, uccidono con le loro lunghe lance i pigmei incatenati; e gli egiziani e i costruttori egiziani trattano la massa umana come un materiale che deve bastare all’epoca e che deve essere fornito nella misura necessaria, qualunque essa sia». (L’umanesimo e il nostro tempo). Il poeta russo parla della «non-architettura del pensiero scientifico europeo del XIX secolo»; della falsa architettura dell’organizzazione del partito bolscevico: «Il partito è la Chiesa alla rovescia».
        Negli acmeisti è vivissima la percezione di essere giunti alla fine di un lunghissimo XIX secolo e di essere un anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo; di essere arrivati troppo tardi per celebrare il passato e troppo presto per magnificare il nuovo. Nell’atteggiamento e nella poesia di Gumilëv, risalta evidente una completa estraneità tra il suo essere-nel-mondo e la tradizione russa (la cosa mandava su tutte le furie Blok, il quale lo accusò di essere un nemico della cultura e della tradizione russa); in Mandel’štam – il più lucido tra gli acmeisti – era invece chiara la percezione di essere giunti troppo tardi, postumi già alla data natale dell’acmeismo:

        «Il secolo è finito, la cultura si è assopita, il popolo si è rinnovato, dopo aver dato le sue forze migliori alla nuova classe sociale, e tutto questo flusso si trascinerà dietro la fragile barca della parola umana nel mare aperto del futuro… Come è possibile equipaggiare questa barca per il lungo cammino, senza provvederla di tutto il necessario per il così estraneo e caro lettore? (…) La pura biologia non serve alla costruzione di una poetica (…) Al posto del romantico, dell’idealista, del sognatore aristocratico sul puro simbolo, sull’estetica astratta della parola, al posto del simbolismo, del futurismo e dell’imagismo, è arrivata la nuova poesia della parola-oggetto ed il suo creatore non è l’idealista-sognatore Mozart ma l’austero artigiano-maestro Salieri, che porge la mano al maestro delle cose e dei valori materiali, costruttore e creatore del mondo materiale».5

        «L’acmeismo è nato da un rifiuto: “via dal simbolismo, salve rosa vivente!” – tale era lo slogan iniziale». L’ottimistico grido di rivolta degli acmeisti celava in sé la preoccupazione che nel nuovo secolo il «mare aperto del futuro… si trascinerà dietro la fragile barca della parola umana». Albeggia nitidamente il presentimento che il nuovo mondo sarà ostile all’arte e alla fragile parola umana. In una certa misura, e con l’occhio del poi, l’acmeismo è la prima avanguardia postuma del Novecento, quella che ha meditato e scontato, sulla pelle dei suoi protagonisti, tutta la durezza della propria condizione postuma: la fucilazione di Gumilëv, la deportazione nei lager di Mandel’štam e di Narbut, la persecuzione dell’Achmatova, l’esecrazione degli emigrati G. Ivanov, I. Odoevceva e G. Adamovic. Quel «mondo pieno di suoni e di colori, che ha forme peso e tempo», si rivelò davvero un mondo ostile e tetro. Ma l’acmeismo ha seminato ed i germogli sono nati, sono entrati nel grande circolo della cultura europea e mondiale.

        3 E. Etkind in Storia della letteratura russa I p. 565, Einaudi, 1989
        4 Osip. Mandelstam «Sulla natura della parola» in “Poiesis” n. 3, 1994
        5 Osip Mandel’štam «Sulla natura della parola» in “Poiesis” n. 3, 1994

      • La Poesia è l’unica via che ci colleghi real-mente con il mistero di esistere: una via che non esiste, ma che il poeta, soltanto il poeta può percorrere dopo averla creata con i suoi passi, forse incerti, ma sempre coraggiosi: perché sperimentare il Nuovo è “ad alto rischio”. La NOE non vuole rinnovare il mondo, vuole muoversi verso il “mistero” della cosa” sottratta dall’autoannullamento dell’uomo contemporaneo che ha scelto l’idolo- denaro-potere al posto della stessa vita come “pulsazione di corpo e d’anima nel cuore dell’universo”. E’ su questa via tutta da costruire che si siamo messi in cammino: dove arriveremo? Forse lo capiranno le generazioni future. Importante è “andar”, come dice il grande poeta spagnolo Antonio Machado: “No hay camino, se hace camino al andar.”
        Quanto a me… io MI METTO IN SALVO CON L’IRONIA, che implica il distacco più netto da se stessi…e il sorridere di se stessi, che ci riconcilia con gli “altri” (che poi sono/siamo anche “noi”)

        Mariella Colonna

  2. Adeodato Piazza Nicolai
    SINGING THE BLUES

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26307
    the thrill is gone…
    B. B. King

    and the cill has come.
    night has fallen without
    the dawn…tomorrow will
    blow covered with snow:
    get me some ice-cream
    before i begin to scream
    how darkness is here, truly
    sincere, to wish me good-bye
    instead of adieu. i’ll tell you,
    my life has been heaven & hell
    full of love & of pain. i might,
    nevertheless, show up again
    to play that final refrain and
    sing it again & again & again…

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 30 October, at 4:56

  3. enrico dignani

    la critica è portare argomenti, è lettura e discorso non astrusi dell’Era contemporanea, io, Berardinelli e la Filosofia siamo in ascolto.

  4. gino rago

    “L’acmeismo è prima di tutto la lotta per questo mondo, pieno di suoni, di colori, dotato di forme, peso e tempo, è la lotta per il nostro pianeta Terra.” Il simbolismo riempì il mondo poetico con corrispondenze con l’impiego ossessivo di una parola fluida. L’acmeismo adottò una parola pesante.
    come una Kamen (Pietra) nella sua tridimensionalità.
    Da qui la componente acmeista, per dirla in estrema sintesi, dell’adamismo, del voler dare il nome a ogni cosa proprio come se prima di allora nessuno le avesse nominato . E, poi, nessuna ispirazione
    divina per il poeta acmeista, ma poeta come artifex, come calzolaio, come
    architetto, come falegname, come sarto pronto a cucire resti di stoffa…

    Caro Giorgio Linguaglossa, conoscevo bene questo tuo prezioso lavoro
    critico e ho pensato che fosse ingiusto tenerlo dormiente nella tua vasta
    militanza ermeneutica. Perciò ti ho sollecitato a disvelarlo, a riproporlo.
    Grazie per averlo tolto dall’omba e per averlo rimesso alla luce del giorno.
    Dovrebbe, potrebbe, se letto e letto nella sua profondità rivelatrice contribuire a fugare tanti dubbi diffusi, tante perplessità e anche tanti incomprensibili
    pre-giudizi (e anche un pò di ‘ignoranza’ velenosa…)

    Gino Rago

  5. La grande poetessa afroamericana Gwendolyn Brooks vissuta quasi tutta la vita a Chicago aveva intuito i ritmi della parlata dei ghetto chicagesi e convertita in splendide poesie. “Singing the blues”. La mia prende slancio pa una poesia della Brooks intitolata “We be cool” (che ho tradotto ed incluso nell’antologia NOVE POETESSE AFRO-AMERICANE (Vanilia Editrice, Padova 2013)

  6. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26325
    “L’acmeismo è prima di tutto la lotta per questo mondo, pieno di suoni, di colori, dotato di forme, peso e tempo, è la lotta per il nostro pianeta Terra.” Il simbolismo riempì il mondo poetico di corrispondenze con l’impiego ossessivo di una parola fluida. L’acmeismo adottò una parola pesante.
    come una Kamen (Pietra) nella sua tridimensionalità.
    Da qui la componente acmeista, per dirla in estrema sintesi, dell’adamismo, del voler dare il nome a ogni cosa proprio come se prima di allora nessuno le avesse nominato . E, poi, nessuna ispirazione
    divina per il poeta acmeista, ma poeta come artifex, come calzolaio, come
    architetto, come falegname, come sarto pronto a cucire resti di stoffa…

    Caro Giorgio Linguaglossa, conoscevo bene questo tuo prezioso lavoro
    critico e ho pensato che fosse ingiusto tenerlo dormiente nella tua vasta
    militanza ermeneutica. Perciò ti ho sollecitato a disvelarlo, a riproporlo.
    Grazie per averlo tolto dall’omba e per averlo rimesso alla luce del giorno.
    Dovrebbe, potrebbe, se letto e letto nella sua profondità rivelatrice contribuire a fugare tanti dubbi diffusi, tante perplessità e anche tanti incomprensibili
    pre-giudizi (e anche un pò di ‘ignoranza’ velenosa…)

    Gino Rago

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26328
    Berardinelli nel suo articolo non dice quanto la critica sia stata corresponsabile della “stupidità” delle avanguardie culturali del novecento. Senza Gertrude Stein, o critici del momento come Louis Vauxcelles, non sarebbero mai nati Cubismo e Fauves. E nemmeno Dada. E tra i corresponsabili mettiamoci anche i giornalisti. Detto questo, si potrebbe anche affermare che al di là delle sale dei musei, questi movimenti non sono quasi esistiti. Artisti e critici hanno in comune la grande immaginazione.
    Nelle arti visive, chi capì anche meglio di Duchamp come stavano le cose fu Warhol.
    Non sono in grado di valutare se nella sua ricerca di intenti la poesia NOE possa essere considerata un’evoluzione dell’acmeismo; di sicuro, perché si sta in assenza di simboli, non può trovare riscontri nel passato simbolismo. E il vuoto o il nulla non possono essere argomento di poetica. Lo spazio-tempo sì, come pure l’inconscio sperimentato senza intenzioni surrealistiche e palesemente insurrezionali. Un rapporto tra immagine e parola senza intermediari – perché non ve ne sono – dove si cerchi un più ampio spazio di raccolta, fuori dall’Io ma dove l’Io è come fantasma, traccia o facente parte dell’ologramma; una forma poesia – il frammento – in grado di assemblare la contemporaneità degli elementi, e dei pensieri, che ruotano attorno all’evento. C’è molto dell’acmeismo in tutto ciò? O non è piuttosto questo il linguaggio del nostro tempo, se percepito nel suo interno, come in lucida visione inconscia nei luoghi della memoria, la quale memoria non sembra fare altro che perdersi? L’adesso qui dove si dica cos’è adesso e come sia qui, non può essere scritto che col linguaggio di adesso qui: “i rottami, gli avanzi, i rimasugli di fonderie. Gli stracci. I vetri rotti negli angoli delle vie. Gli scampoli nelle sartorie”, anche se già in queste parole di Gino Rago regna l’abbondanza. Animo generoso il suo.

    • Caro Lucio Mayoor,
      sei diventato un vero maestro dei paradossi! Complimenti per come riesci ad analizzare ed esprimere il tuo pensiero sempre alquanto complesso e a renderlo fruibile anche per i meno addetti ai lavori! Ti cito subito:

      “… C’è molto dell’acmeismo in tutto ciò? O non è piuttosto questo il linguaggio del nostro tempo, se percepito nel suo interno, come in lucida visione inconscia nei luoghi della memoria, la quale memoria non sembra fare altro che perdersi? L’adesso qui dove si dica cos’è adesso e come sia qui, non può essere scritto che col linguaggio di adesso qui: “i rottami, gli avanzi, i rimasugli di fonderie. Gli stracci. I vetri rotti negli angoli delle vie. Gli scampoli nelle sartorie”, anche se già in queste parole di Gino Rago regna l’abbondanza. Animo generoso il suo.”

      Condivido il tuo pensiero fino a quando dici: (ri-citazione)
      “… C’è molto dell’acmeismo in tutto ciò? O non è piuttosto questo il linguaggio del nostro tempo, se percepito nel suo interno, come in lucida visione inconscia nei luoghi della memoria, la quale memoria non sembra fare altro che perdersi?”
      E’ vero, Gino Rago è un’anima generosa, ma non per questo il “presente” va descritto soltanto con gli stracci, i barattoli di birra vuoti, gli scampoli nelle sartorie e anche con oggetti di livello più basso. Ci sono i “frammenti” , di cui tu sei esperto anche in Arti figurative, che ci permettono di “bucare” la barriera trasparente che ci separa dal mistero in cui , volenti o nolenti, siamo immersi. In un frammento possiamo scagliare un giavellotto verso il cielo e magari ricevere anche una per noi impercettibile “risposta”, che forse non saremo neppure in grado di comprendere. Perché anche le vie dell’Inconscio sono infinite e noi…siamo “finiti” (in senso antropologico e culturale).

      Chissà se mi farai l’onore di rispondermi (lo so, non sono Giorgio, non sono Transtromer (con la dieresi sulla o) e neppure Gino Rago, ma ricorda che questa stessa frase l’hai detta tu a me! 🙂

      Alla prossima occasione di dialogo,
      Mariella

      • Cinque fontane, cinque lune

        Al Campo delle cinque fontane il vento
        cinque lune si specchiano, sono lontane dall'”io”
        e “io”, sola, con cinque monete del cielo giocate dal vento.
        I pastori montano la guardia contro i ladri d’acqua.
        Chi ruba l’acqua ruba la speranza.
        Luigi invece fa come Gesù con la Samaritana.

        Le cinque piaghe di Cristo
        bagnate dall’acqua della fontana
        è preghiera, è dare da bere agli assetati.
        Le cinque piaghe per gli assetati d’Amore.

        Cinque monete-luna valore infinito
        per riscattare il mondo dal vuoto
        in cui è precipitato il tempo.

        Cinque monete introvabili, le vendo all’asta, chi le vuole?
        Le vendo a chi non ha nulla. Tra voi chi è il più povero?

        Sta dietro le quinte il più povero, esce con il mantello rosso
        strappato e dice “Hanno tirato a sorte tutti i miei vestiti”
        Non ho più neppure la croce.
        Sono io il più povero: ma non voglio monete.
        soltanto un po’ d’acqua, per favore.
        Ho sete.

        Mariella Colonna

      • Tra i cenci si troverà senz’altro anche qualche sciarpa di ermellino.
        Mi piace l’idea che il frammento possa ““bucare” la barriera trasparente che ci separa dal mistero”. Anche Leonardo da Vinci alludeva sempre al mistero, ma alcuni di noi adesso lo chiamano “nulla”.

        • Non sono le sciarpe di ermellino a “bucare” la barriera trasparente che ci separa dal mistero”!

          • … ma il frammento, giusto? L’unico che possa attraversare la cruna dell’ago impunemente, e vederlo grande come da sotto un cavalcavia; il di un’arancia, la quale in grandezza sarebbe la Terra se confrontata con il Sole. L’atomo, e nell’atomo qualcosa che non ha nemmeno profumo.

            • Sì, sono d’accordo, il frammento è indispensabile anche soltanto per sfiorare “la cosa” che ognuno di noi immagina in modo diverso!
              Grazie per avermi risposto, Lucio Mayoor.
              Mariella

  8. IV
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26339
    Dietro la scrivania, il Signor Cogito.
    Il Commissario fuma una Marlboro rossa.
    Sopra la scrivania un posacenere in ottone con i bordi anneriti,
    un portasigarette in argento, scartafacci,
    fascicoli della polizia segreta. Attaccato alla parete
    un telefono con il lungo collo nero,
    una radio anteguerra in ciliegio rosso
    con la manopola in radica. E polvere,
    tanta polvere anche sul ritratto dell’Imbianchino
    appeso alla parete e sulle tendine grigie.
    «Also, Herr Cogito,
    wo haust in Winter mein Fuchs?
    wo schläft meine Schlange?».*

    * dove abita l’inverno la mia volpe?
    dove dorme il mio serpente?
    (Paul Klee)

  9. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26340
    Questo sì che è un post che m’attizza. Nel barca-mena-r-si trovo l’analisi di Berardinelli vera: “in letteratura e in filosofia il Novecento è stato un secolo piuttosto stupido”.Purtroppo la stupidità perdura anche in questo nuovo secolo (i così detti maggioritari del momento, vecchi e nuovi, credo di averli preso di mira nel prossimo libro La Musa Last Minute (non so a che punto sia, esce?) e di certo non mi aspetto allori, mi stupirebbe il contrario, sono anzi fiero del contrario. Sono un “noetico.”

    La foto di Sagredo con Majakovskij, geniale!!! Sagredo non è certo il Majakovskij italiano, Sagredo è Sagredo, per fortuna, e può benissimo stare in una foto con… (al pari? Perché no? Solo i mediocri possono scandalizzarsi). Non è che si abbia bisogno di controfigure, ma di pari.
    Se mi dicessero, Talia è l’equivalente italiano del tal poeta, famoso, credo che mi arrabbierei molto.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26341
    Del Signor Mauro Pierno posto quattro poesie:

    6

    La forma ha sostanza di lieve
    e decrepita fiamma, sospesa fuliggine,
    detratta sembianza che la nebbia
    coinvolge; seppure un muto sollievo
    di tempo riappare. Ha sogno di
    lenta cadenza, minuscolo, breve
    onnivoro istante.

    12/08/2015

    14

    Incandescenti forme di pensiero
    affiorano nell’aria e raffreddano
    sostanza inanimata. L’oggetto è
    parola rafferma, chiazza d’urina
    sfusa, ammoniaca negli angoli
    diligentemente, a spruzzo ,riposta.

    24/08/2015

    16

    Quest’orma ostile avanza
    beninteso non ha forza
    ma raggi che accecano città,
    pensieri ombrosi anche
    nel mezzo della sostanza
    appagata & rattrappita. Putrida
    di millenni quest’ombra insiste,
    certa, ed ha un fragore, lo stesso
    scoppio infranto del sole.

    24/08/2015

    19

    Ho speso il tuo nome “Anna Maria”
    come fosse moneta contante ( Cohen?) e
    del resto impreparato alla domanda
    di lui “Che mi hai portato?” ho
    sfoderato quella mia
    idiota semenza di sorriso,
    rispondendo soltanto “Provvederò! “E
    questo importa,il solco è fatto.

    30/08/2015

    È chiaro che qui Mauro Pierno, parte da un «astratto», non si cura del «concreto». E può anche andare benissimo. Ma se consideriamo che anche l’astratto più astratto altro non è che concreto messo in astratto, non ne usciamo dal buco. Direi che Mauro Pierno è un astrattista. Sarebbe come chiedere ad un pittore di astratti di fare delle figure. È ovvio che a Mauro Pierno non possiamo che chiedere di andare a fondo di questi suoi «astratti», senza remore, senza mediazioni… per scoprire quel quid che si nasconde sotto le sembianze dell’astratto. La qual cosa non sarebbe altro che un concreto visto dal punto di vista dell’astratto.

    Antonio Sagredo [alias Majakovskij] propone la seguente dicitura:

    la NOETICA

    ed io propongo:

    La NOESTETICA

  11. Prima scrivere molte belle Nuove Poesie, poi decidere come ci chiameremo!

    • Uff, c’e sempre un senso di colpa strisciante (cattolico?), un senso di incompiutezza, una mortificazione, una inadeguatezza….
      Molte belle e nuove poesie si sono scritte e si stanno scrivendo.
      I Noetici (suona bene).

  12. Pasticcino.
    di Lucio Mayoor Tosi

    A Franz Sacher
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26370
    Il pianeta è perfettamente in grado di pensare. Prova ne siamo noi stessi quando cerchiamo ragioni per poter avvallare certi impulsi, che crediamo nostri ma sono della natura. La domanda da porre é: l’emozione ci fa pensare, o ci emoziona il pensiero?

    L’emozionarsi davanti a un pasticcino viennese può provocare, in assenza di logos, la fuoriuscita insensata di prezioso materiale, perlopiù domande ancora in forma di sguardo. L’interpretazione dei fatti arriva sempre dopo: si apre la scatola magica e suona un carillon. Addio pasticcino.

    Ogni pensiero precedente al volersi impossessare di quel pasticcino sarebbe fraudolento, di nessuna necessità. Ma l’emozione dolce che porta al nutrimento può smuovere l’ingegno. Quasi quasi mi fermo qui. Ancora un po’ di dolce, sì.

    Commento a “Pasticcino.”
    di giorgio linguaglossa

    3 novembre 2017 alle 7:13 am

    Analogamente, direi: il linguaggio può pensare? Sì, se c’è la parola, No, se non c’è la parola. La parola è l’interruttore che apre il pensiero e lo consente. Ma, altresì, non ci può essere parola senza linguaggio. E così torniamo daccapo.

    Noi pensiamo perché l’universo è predisposto per il pensiero. ma senza l’universo noi non potremmo pensare. Ovvio. Ma, allora il pensiero esiste nell’universo? Sì, esiste fin quando io penso. Ma se smetto di pensare il pensiero non esiste più. È una contraddizione insormontabile. Una contraddizione incontraddittoria.

    Allora, esiste il pensiero? – Io risponderei: Sì e No.
    Allora, esistiamo noi? – Io risponderei: Sì e No.
    Allora, esiste la poesia? – Io risponderei: Sì e No.

  13. Flowers.
    di Lucio Mayoor Tosi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26371
    I.
    La casa senza soffitto e senza pavimento è quella famosa del poeta.
    Finte finestre libri comò. Sculture aggrovigliate. Nascite sofferenti
    e morti lamentose. Parole verticali, vetri rotti. Così è. Ombrelli mosche.
    E non mancano le tombe.

    II.
    Una stuoia unta di grasso animale. Sacrifici umani.
    Qualcuno ci dorme: una luna, copia perfetta, di sbieco con di fianco
    moltissimi fantasmi. Sempre, anche di mattina. Chi va e chi torna
    e Nel sogno infinito. Semi-amori, figli e quattro ruote.
    Bambino con in bocca la canna del fucile. Opera in tre versioni,
    identiche una all’altra. Tra angeli e maiali.

    III.
    Rosa rosa ha spettato tanto nell’aia, fin che ha potuto.
    Poi s’è distratta. Le mille ragioni di quando si va via.
    – Lasciami andare. E piove piove sui finestrini.
    Ora è notte. Vitigno senza radici, sonno e lingua sottile.
    La notte si sta abbeverando. Intorno c’è ancora chi spacca
    gli atomi della montagna.

    Lucio Mayoor Tosi | 1 novembre 2017 alle 5:07 pm | Categorie: Uncategorized | URL: https://wp.me/s3g8dX-flowers

    • E’ un peccato che qui non si possano inserire i caratteri in corsivo. E’ importante perché molti di questi versi sono quelli che io chiamo “titoli”. In alternativa si dovrebbero usare le virgolette, ad esempio: “Chi va e chi torna” / e “Nel sogno infinito”. “Semi-amori, figli” e “quattro ruote”. / Bambino con in bocca la canna del fucile. Opera in tre versioni,
      identiche una all’altra. “Tra angeli e maiali”.
      Rosa rosa ha aspettato tanto nell’aia, fin che ha potuto.
      Poi s’è distratta. “Le mille ragioni” di quando si va via.
      – Lasciami andare. E piove piove sui finestrini.
      Ora è notte. “Vitigno senza radici”, “sonno e lingua sottile”.
      La notte si sta abbeverando. Intorno c’è ancora chi spacca
      “gli atomi della montagna”.

  14. Darkness.
    di Lucio Mayoor Tosi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26372
    Depressione sta sotto l’eccitazione
    che sta volando. Cielo sereno, nubi
    rari cumuli nel mese di maggio. Impossibile
    piangere. Nemmeno in poesia.

    Due nella stessa persona si separano.
    Il bambino si impaurisce – E’ sempre questione
    di vita o di morte –. Delle due persone:
    una sta sorseggiando del tè, l’altra è sul punto
    di commettere un delitto.

    Stanno conversando.
    Si parla di coltivazioni, quali piante per un perfetto
    giardino giapponese. Seminare zafferano.

    Il bambino cade sulle ginocchia,
    si sporca la tunica arancione. Ma sta ridendo.
    L’altro se ne sta con le gambe accavallate.
    Indossa sandali di cuoio con l’infradito.

    Unica nota di rilievo:
    I ricordi sono tornati alle tombe.
    – Perché ho tanto sonno?

    Lucio Mayoor Tosi | 1 novembre 2017 alle 1:45 pm | Categorie: Uncategorized | URL: https://wp.me/s3g8dX-darkness

    • Perché il sogno sopravanza
      e la stanza è deserta. Il the
      a questo punto sarebbe bene sorseggialo
      in giardino e in aggiunta tra i baobab
      l’azzurro sarebbe meno distratto.
      Un bonzo quello si mi servirebbe per chiacchierare. Sopravviene di soprassalto
      il giorno ad indicarmi la via.
      (Chissà poi cosa racconterebbe a Mariella!)

  15. SUL «TEMPO INTERNO» NELLA NUOVA POESIA ONTOLOGICA O NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26373
    Scrivevo in un recente post:

    «Connesso in qualche modo al concetto di tempo è quello dell’autenticità, sono convinto che la materia vivente, la materia biologica, e quindi anche l’uomo, sia un congegno del tipo: orologio biologico e, in quanto tale, un oggetto fatto con la stessa stoffa del tempo. Noi non possiamo uscire fuori dal tempo, perché ci siamo dentro in quanto orologi biologici temporali e il nostro cervello anch’esso traduce tutto in ordine temporale, subisce una coazione del fattore biologico temporale a decodificare tutto ciò che vede e sente in ordine temporale».

    Claudio Borghi, nello stesso articolo, scriveva:

    «L’idea di fondo de Il tempo generato dagli orologi è che sia possibile rifondare operativamente il concetto di tempo a partire da un’indagine rigorosa degli strumenti di misura delle durate. Alla luce dell’ipotesi del tempo termico (Carlo Rovelli, 2008) e di considerazioni sulla possibile esistenza di orologi reali (in particolare radioattivi) il cui periodo proprio non sia in accordo con le previsioni relativistiche, viene formulata l’ipotesi circa l’esistenza, in natura, di tempi fisici diversi e di orologi non relativistici. In particolare si ipotizza l’esistenza di un tempo interno termodinamico, di cui la relatività einsteiniana e le teorie quantistiche non hanno saputo o potuto cogliere la novità e la profondità rivoluzionaria».1]

    Sono convinto che possiamo comprendere meglio la struttura della Lingua se assumiamo la Lingua di relazione quale espressione della temporalità di essa lingua senza la quale non ci sarebbe l’ente linguistico chiamato homo sapiens. La stessa sintassi di qualsiasi lingua conosciuta sembra fondata sulle stesse leggi che scandiscono il tempo e le temporalità. Le scene di caccia delle incisioni rupestri di Lascaux sono scandite secondo l’ordine e la sequenza temporale. Soggetto, oggetto, verbo sono attanti, ma il verbo è un attante particolare che ci svela la sua conformazione modellizzazione sul modello temporale. E la stessa distinzione di soggetto-oggetto è uno schematismo mentale, un modello mentale sul quale le lingue basano la loro esistenza temporalmente determinata. Prima della distinzione soggetto-oggetto il nome designava una unità che, in seguito si sarebbe scissa per formare due attanti linguistici in relazione reciproca. E questa relazione è stata indicata con quella particolare formazione linguistica che è il verbo. Il verbo altro non sarebbe che la registrazione sul piano della lingua della azione che interviene tra soggetto e oggetto.

    La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo.

    Per esplicitare questi concetti lascio la parola a Giacomo Marramao il quale scrive:

    «Coordinata-tempo e coordinata-spazio si intersecano nell’hic et nunc, nel qui-e-ora dell’ego. Tale modello è documentabile non solo in sede metaforologica e iconologica, ma anche linguistica e glottologica. È sintomatico al riguardo che non soltanto filosofi come Henri Bergson o Heidegger, ma anche epistemologi e scienziati contemporanei, come per esempio René Thom, si siano appellati al linguaggio naturale per comparare le relative “profondità ontologiche” dello spazio e del tempo.:

    “Lo studio delle lingue – ha notato Thom in una relazione tenuta a un importante convegno internazionale su ‘le frontiere del tempo’ organizzato nell’aprile 1980 da Ruggiero Romano – mostra che in quasi ogni lingua – se non in tutte – esiste una classe di parole indispensabili alla costituzione di una frase semanticamente autonoma, quella che nelle nostre lingue indoeuropee si designa con il verbo. Il verbo ha con la localizzazione temporale una affinità evidente, che spesso si manifesta attraverso una morfologia esplicita (i tempi del verbo); non si può dire altrettanto dello spazio, che sembra avere il solo ruolo – molto implicito – di differenziare gli attanti che intervengono nella sintassi di una frase”. Per questa via Thom ritiene di poter venire alla conclusione che “il tempo abbia una profondità ontologica superiore a quella dello spazio”.

    Un opposto scenario ci viene prospettato da quei glottologi che si sono soffermati sugli aspetti linguistici della modellizzazione del tempo. Essi non si limitano a constatare che il principale ostacolo nel cogliere l’enigma della dimensione temporale sta nel fatto che i “percetti” che la compongono “possono essere confrontati fra loro solo memorialmente”: e che pertanto a essere comparate sono “le esperienze portate dal tempo, non la dimensione che lo porta”. ma ritengono addirittura di poterne concludere che il solo modello “percepibile nella sua interezza”, a cui ricondurre l’ “insieme dei riferimenti temporali”, sarebbe, per l’appunto, “lo spazio” (Giorgio R. Cardona)».2]

    1] https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/13/claudio-borghi-il-tempo-generato-dagli-orologi-lipotesi-di-un-tempo-interno-termodinamico-tempo-e-irreversibilita-il-concetto-di-durata-in-newton-ed-einstein-dilatazione-del-t/
    2] Marramao Giacomo Minima temporalia luca sossella editore, 2005 p. 15

  16. pARLANDO CON SABINO CARONIA,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26375
    IL POETA CRITICO HA RICORDATO QUANTO DISSE ALFONSO BERARDINELLI piu’ di 30 ANNI OR SONO, CHE DOPO GIACOMO DEBENEDETTI NON ERA PIù POSSIBILE FARE IL CRITICO MILITANTE SENZA AVERE ALLE SPALLE UNA CATTEDRA UNIVERSITARIA… e, conseguentemente con questo assunto, accettò una cattedra…

  17. gino rago

    Caro Gino Rago,

    mi permetto di segnalarti una poesia della Achmatova dedicata al poeta, e in particolare a Pasternak. Vi si descrive e vi si coglie tutta la bellezza della terra e del mondo, colori, odori, suoni.
    A me piacciono tantissimo i versi in cui il poeta “cauto si addentra su aghi di conifere, per non spaurire il sonno leggero dello spazio”, presenza quasi impercettibile e umile nel mondo ma in realtà lui solo  sa descrivere e comprendere quel mondo, arrivando a contare “i granelli nelle spighe vuote”, con il suo sguardo che in progressione “guarda, vede, riconosce” le cose; e poi il poeta sa riempire “di un nuovo suono il mondo nel nuovo spazio di strofe riflesse”; il suo appannaggio, la terra che tutta gli appartiene, è un dono che divide con tutti.
    Come meglio descrivere il dono della poesia, la preziosa funzione del poeta che si muove nel cosmo e sulla terra come un eterno bambino?
    C’è chi nel mondo si perde, “a due passi da casa”, e chi, come il poeta, riporta a casa (=la casa è la parola!) chi si è perduto.
    A presto,
    Rossana (Levati ) 

     Il poeta 
    (a Boris Pasternak)

    “Eguagliato se stesso a un occhio equino,
    sbircia, guarda, vede, riconosce,
    ed ecco già come diamante fuso
    risplendono le pozze, il ghiaccio si strugge.
    Nella foschia viola pallido si acquetano cortili,
    banchine, travi, foglie, nubi,
    il fischio della vaporiera, lo scricchio di una scorza
    di anguria,
    una timida mano in odorosa pelle di daino.
    Tintinna, tuona, stride, batte come risacca
    e di colpo si tace: ciò vuol dire
    che cauto si addentra su aghi di conifere,
    per non spaurire il sonno leggero dello spazio.

    E ciò vuol dire che conta i granelli
    nelle spighe vuote, ciò vuol dire
    che al cippo di Dar’ial, maledetto e nero,
    è ritornato da qualche funerale.
    E arde di nuovo il languore di Mosca,
    lontano tintinna un sonaglio mortale…
    chi si è perduto a due passi da casa,
    dove la neve è alla cintola e tutto finisce?
    Per aver confrontato il fumo a Laocoonte,
    e cantato il cardo del cimitero,
    per aver riempito di un nuovo suono il mondo
    nel nuovo spazio di strofe riflesse
    Ha avuto in premio un’eterna fanciullezza,
    la perspicacia magnanima degli astri;
    la terra tutta è stata suo appannaggio
    ed egli l’ha divisa con tutti.”

    Anna Achmatova

    Ricevute sulla mia e-mail, copio, incollo e pubblico su ” L’Ombra…” le parole
    d’arte di Anna Achmatova, rivolte a Boris Pasternak, e la magnifica nota
    critica che le interpreta e accompagna, come meglio non si può, di Rossana Levati.
    La quale, in ogni scelta a hoc di testi poetici e anche in questa prova di critica letteraria, volta ai versi acmeisti della Achmatova, si conferma competentissima e intelligente interprete di poesia, con giovamenti,
    arricchimenti, illuminazioni d’innegabile, altissimo valore per la mia appartata ma tenace ricerca poetica. Dire pubblicamente grazie a Rossana Levati
    mi pare persino riduttivo.

    Gino Rago

  18. Don Delillo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26387
    Nessuno morirà. Non è questo il credo della nuova cultura? Verranno tutti assorbiti dentro flussi di informazioni. Non ne so nulla. I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte […] si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana.

  19. (Sempre più, i commenti su questo blog stanno diventando un guazzabuglio. Ne sono felice).

    Caro Mayoor,

    è ora di uscire, anche le cose intorno a te ne sarebbero felici:
    finalmente! il cadavere stava iniziando a puzzare. Scusa,
    l’espressione è un po’ forte, ma ora è la forza quel che ti serve.
    Prendo gli strofinacci.

    Però non posso andarmene se prima non mi baci con una poesia.

    “Il figlio dello sceriffo
    suonò le campane morte sui cornicioni
    e divenne vivo”.

    LMT 3 nov 1817

  20. Antonio Sagredo

    a proposito di rose, leggete questi quieti versi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26395
    La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
    e a un crocicchio la calura atterrò i miei pensieri che dall’Oriente
    devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
    Kavafis hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
    Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
    e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

    Miris è davvero morto!

    E quella rosa d’inverno come mi ricorda le mie Rose conquistate!
    Rose di Praga fra la neve imminente… rose di Keplero e di pietra!
    Annamaria è un Vesuvio di rose! Rose di lava vesuviana!
    Lingue di lava di rose! Rose che vincono tutte le battaglie!
    Dialetto rossolavico di rose rosse e invernali e… non so che dire… altro…
    Rose dei crocicchi, dei trivi, rose sfogliate e invogliate, rose – su tutto!

    Così cantavano i miei passi… e le orbite volate via!… e su tutti i ponti gli occhi
    e le visioni di un’altra creatura che mi tallonava… accanto,
    e mi assillavano le sue letanie di voler esistere come un refrain la mia vita
    su un arazzo sfilacciato – di Gobelin!

    Come è artificiale questo sole che infine si riposerà e modellerà i nostri volti
    col gelo – di una maschera!

    E dopo il gelo, che saremo?
    Chi di noi sarà come prima,
    mostruosa Poesia !

    Antonio Sagredo

    Campomarino, 13 luglio 2015

    • Poesia DI UNA FORZA STRAORDINARIA! l’INNO ALLE ROSE trascina nelle pieghe del tempo smarrito, ci riconduce a noi stessi e ci rilancia in un continuo andareverire del cuore che si sente prigioniero, vola verso la libertà, ma poi sente nostalgia profonda di quanto ha lasciato e, forse, non tornerà mai.
      Grazie, Antonio Sagredo!

      Mariella

  21. Antonio Sagredo

    per Gino Rago e Rossana Levati (per favore : chi ha tradotto e l’anno della poesia)—
    —————————————————-
    Pasternàk dedica Anna Achmatova
    ——————————–
    a Anna Achmatova

    Mi sembra che io sceglierò le parole,
    simili alla vostra eternità.
    E se sbaglierò, – m’importa un poco,
    comunque, io non mi separerò dallo sbaglio.

    Io sento il chiacchierio di umidi tetti,
    le ecloghe smorzate delle piastrelle di legna.
    Una certa città, chiara sin dalle prime righe,
    cresce e risuona in ogni sillaba.

    Intorno è primavera, ma non si può uscir fuori città.
    Ancora severa la cliente taccagna.
    Facendo lacrimare gli occhi mentre cuce accanto alla lampada,
    brilla l’aurora, senza raddrizzare la schiena.

    Aspirando la superficie da Ladoga della lontananza
    si affretta verso l’acqua, vincendo la stanchezza.
    Da tali passatempi non si può prendere nulla.
    I canali odorano di tanfo di imballaggi.

    Lungo di essi si tuffa, come una noce vuota,
    il vento ardente, e culla le palpebre
    dei rami e delle stelle, dei lampioni e delle biffe,
    e della cucitrice di bianco che guarda lontano dal ponte.

    Suole essere l’occhio in vario modo acuto,
    in modo diverso suole esser precisa l’immagine.
    Ma l’apertura della più terribile fortezza –
    è la lontananza notturna sotto lo sguardo di una bianca notte.

    Tale io vedo il vostro aspetto e sguardo.
    Esso mi è ispirato non da quella statua di sole,
    con cui voi cinque anni addietro
    avete attaccato alla rima la paura di voltarsi indietro.

    Ma, muovendo dai vostri primi libri,
    dove si sono rafforzati i granelli di una prosa attenta,
    esso in tutti i libri, come conduttore di scintilla,
    costringe gli avvenimenti a pulsare come una storia vera.

    1928

    ( trad, di AMRipellino, 1954)
    ——————–
    (dal Corso su Pasternàk di AMR del 1972-73)

    “Una poesia della Achmatova dice:

    E il giusto andava dietro il messo di Dio
    enorme e luminoso, per la montagna nera,
    ma l’ansia parlava a voce alta alla sposa
    e pur non era tardi. Tu puoi ancora guardare
    le belle torri della natia Sodomia,
    la piazza dove cantavi, il cortile in cui filavi,
    le finestre vuote dell’alta casa dove hai generato
    figli al caro marito. Ella guardò e,
    inchiodati da un dolore mortale,
    i suoi occhi non potevano più guardare e,
    il corpo divenne diafano sale e le rapide
    gambe crebbero dentro la terra.
    Chi piangerà una donna come questa?
    Non è questa la più grande delle perdite?
    Il cuore mio, però, non dimenticherà mai
    colei che ha dato la vita per un solo sguardo

    (trad. AMR)
    [commento di AMR] :
    “Questa poesia aveva fatta molta impressione a Pasternàk.
    La Achmatova rispose poi a questa poesia di Pasternàk con una poesia che è un po’ più semplice e che è a sua volta un compendio di motivi pasternàkiani:

    Lui che si è paragonato ad un occhio equino
    guarda di sghembo, osserva, vede, riconosce
    ed ecco già, come diamante fuso,
    brillano le pozzanghere, languisce il ghiaccio.
    In una nebbia lilla riposano i cortili,
    banchina, travi, foglie, nuvole.
    Il fischio della locomotiva, lo scricchio della buccia del cocomero
    È una mano timida in una pelle di daino profumata.
    Tintinna, tuona, scricchiola, batte e risacca
    E d’improvviso si tace. Significa che lui
    Si sta facendo strada, paurosamente, tra le conifere
    Per non spaventare il leggero sogno dello spazio.
    E ciò significa che gli sta contando i granelli delle spighe vuote,
    significa che lui alla lapide di Darjàl’, maledetta e nera,
    è giunto di nuovo da non so quali funerali.
    E di nuovo brucia il languore di Mosca,
    tintinna lontano il sonaglio mortale
    chi si è perduto a due passi da casa,
    dove la neve arriva alla cintola ed è la fine di tutto?
    Per il fatto che egli si è paragonato a Lacoonte
    Chi ha cantato i cardi del cimitero,
    per il fatto che ha riempito il mondo di nuovi suoni
    in un nuovo spazio di strofe riflesse,
    di quella generosità, di quella perspicacia degli astri
    tutta la terra è stata suo retaggio,
    ed egli con tutti l’ha divisa.
    ——————–
    (commento di AMR) :
    “È una stupenda poesia che rispecchia in pieno tutti i motivi di Pasternàk: l’essere attonito, assorto, l’infanzia, la semplicità, la tangibilità delle piccole cose (“il crocchiare della buccia di cocomero”) e la mano timida che aveva Pasternàk, e le conifere, e il sonno leggero dell’universo. Solo Bella Achmadulina * è riuscita ad esprimere il mondo di Pasternàk con una simile intonazione.
    L’Achmatova è stata più volte soggetto di poesia, e di pittura. Ci sono delle notevolissime liriche a lei dedicate, e nel novero si inserisce quella di Pasternàk. ”
    ——————————–
    * >>> mia nota 275, pag. 113 : >>>>

    >>>>>La poetessa Bella Achmadulina, nata nel 1937, è morta a Mosca il 29 novembre 2010. Il pianista Valerij Voskobojnikov (allievo di Nejghaus) mi comunicò per telefono questa luttuosa notizia mentre gli riferivo di questa mia cura del Corso monografico di A.M.R. su Pasternàk. Vi è in un numero della rivista Europa letteraria dell’ottobre 1962, Anno III, N. 17, pgg.11-18, trad. A.M.Ripellino – una presentazione dello slavista dedicata alla Achmadulina dal titolo: Bella Achmadulina-Omaggio a Pasternàk e altre poesie. Vi sono in queste pagine riprodotte: una sua lettera alla poetessa (dove lo slavista rievoca l’incontro con Pasternàk del 1957); un ritratto di Pasternàk studente, fatto da suo padre Leonid e una fotografia della poetessa; inoltre poesie della poetessa tradotte in italiano dallo slavista: Il pianto è grande, I nomi delle donne georgiane, La mazurca di Chopin, Funerali in Abchasia, Pensavo che tu fossi un mio nemico”<<<<<

    • gino rago

      Da Rossana Levati (e Gino Rago) ad Antonio Sagredo.

      La poesia è tratta dalla raccolta “La corsa del tempo (liriche e poemi)” edita da Einaudi nel 1992.
      ‘Il poeta’ fa parte della raccolta omonima della Achmatova, “La corsa del tempo”, e porta in calce la data “19 gennaio 1936”.
      Il curatore della raccolta einaudiana è Michele Colucci.

  22. Antonio Sagredo

    Caro George,

    [ Oscar Wilde da SALOME’ :

    ” QUESTA SERA LA LUNA SEMBRA UNA MONETA DI RAME” ]

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26401
    Il Garante di tutta l’operazione della significazione è che essa è chiusa in sé, è un posto vuoto, un posto segnato dalla mancanza.
    È questa l’originale lettura della morte di Dio fatta da Lacan. Se l’Altro in qualità di Garante è segnato dalla mancanza, Dio è un posto vuoto…

  24. gino rago

    Botta e risposta, senza spazio né tempo,
    fra un poeta e una poetessa
    sul sentimento della mancanza

    Botta:

    ‘ (…) sopra il bosco quando fa sera
    s’alza una luna di rame;
    perché mai così poca musica,
    perché mai un tale silenzio?’

    Risposta:

    ‘ (…) la notte attendo il suo arrivo,
    la vita sembra sia appesa a un filo.
    Che cosa sono onori, libertà, giovinezza
    di fronte all’ospite dolce
    col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
    Levato il velo, mi guarda attentamente.
    Le chiedo: “Dettasti a Dante tu
    le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.’

    • Idea molto forte, realizzata in piena maestria espressiva, che domina l’argomento, lo fa proprio, lo elabora e…lo fa esplodere nel colpo di scena-significato imprevisti.
      Pensa che volevo citare anche io Dante, ma per il Paradiso!:
      “Ave Maria cantando/ e cantando vanio
      come per acqua cupa cosa grave…”
      “Così al vento, tra le foglie lievi,
      si perdea la sentenza di Sibilla.”

      Che armonia, in questi versi…
      Mariella

    • gino rago

      Da Rossana Levati (e da Gino Rago) un’atra precisazione a proposito
      della poesia “Il poeta” della Achmatova.

      Il traduttore, Michele Colucci, ha precisato di aver modificato la collocazione delle poesie della Achmatova che le aveva distribuite in raccolte secondo alcune “cornici tematiche”;
      il curatore ha seguito un ordine cronologico, anche perché è una Antologia in cui non sono tradotti tutti i testi ma a volte, di una raccolta, anche poche poesie. Quindi dalle note finali si apprende che “Il poeta” faceva parte di uno dei sette libri che componevano la raccolta “La corsa del tempo”, e più precisamente della sezione “Il giunco (Trostnik)”.

  25. O forse un “posto” che a noi sembra vuoto perché lo guardiamo con occhi umani troppo umani e assai limitati: perfino una mosca ci supera per l’ampiezza dello sguardo (solo per l’ampiezza, non per la profondità etc., lo ammetto). Se Dio si nasconde avrà le sue buone ragioni: non è che sia stato trattato oi così bene dall’umanità in questi ultimi secoli, ma che dico, da molto molto prima!
    Mariella

  26. Si sveglia anche la notte
    quando negli occhi dell’ Annunziata di Antonello
    passa la luce abbagliante dell’Angelo Buono.
    Ma l’Angelo delle Tenebre non vuole, dice “NO”.

    I cactus i fichi d’india e le agavi giganti
    hanno formato una barriera protettiva
    contro le lune della notte
    che accendono fuochi sul mare
    e rovesciano con rabbia
    i nidi dei gabbiani.

    “Luna lunae” sorride beffarda
    al professore di latino
    che ormai non ricorda più
    di aver amato e dimenticato
    e schiaccia il pisolino delle ore 15.
    L’orologio si ferma alle ore 15.
    Il tempo si riconcilia con la luna e il sole
    e il professore dopo cent’anni,
    come la Bella addormentata, guarda l’orologio,
    crede di non aver dormito e prende un Tavor.

    Il poeta non dorme, sua è la notte. E la notte
    sa di non essere la tomba di Dio,
    la luna sapiens vuole capire il senso della metafora…
    e il poeta, consapevole che non si tratti di una metafora.
    SOFFRE Perché PENSA
    che non potrà mai afferrare tutto il significato
    del significante, che la sua parola annunzia
    scultorea, icastica.

    Ma una freccia di luce spezza l’aria.

    “Il giorno è la nascita di Dio!” dicono gli occhi
    dell’ Annunciata di Antonello vestita d’azzurro
    come il mare.

    • gino rago

      Mariella, hai proposto ai pigmei all’ombra delle grandi case editrici un CAPOLAVORO, poetico e di critica d’arte, nello stesso tempo. Che forza ne
      ‘gli occhi dell’Annunciata di Antonello vestita d’azzurro…’

      Gino Rago

      • Caro Gino,
        è merito di tutti voi che mi date forza e affetto…la poesia si nutre anche e soprattutto di questo! E la tua appassionata ricerca sulla parola in poesia e in prosa è un magnifico esempio…
        Mariella Colonna

  27. donatellacostantina

    Sul tema della scomparsa di Dio, ecco una poesia di Petr Kral:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26421
    Oltre il confine guardo dall’autobus, nella pioggia mattutina
    cammina per strada un uomo nudo,
    nient’altro, non ha nemmeno il telefonino,
    nell’incerto territorio della frontiera può davvero accadere di tutto (penso),
    un uomo nudo, forse si è ubriacato e forse lo hanno derubato, quotidiana apocalisse di fine epoca,
    forse basta dirsi che anche ciò fa parte del mondo, un uomo nudo sotto la pioggia del mattino
    al confine come un baluardo avanzato del nuovo giorno, un uomo intensamente nudo
    e dietro di lui il vago tremore di un caso sconosciuto,
    il suo breve o lungo cammino fin qui,
    verso il baluardo avanzato del giorno e dell’epoca,
    la donna del chiosco dispone già con prudenza da qualche parte il pacco dei giornali, altrove c’è una stanga, piove,
    un uomo nudo, anch’egli ha una madre da qualche parte, una palazzina distante o un mucchietto rinsecchito, qualcuno ride e indica col dito
    nella nebbia, nudo e solo come da qualche parte in Russia (solo che lì sarebbe più strano, più sigillato
    in se stesso, la pioggia più fitta e il caso più intricato), qui e ora
    soltanto un uomo
    come un fatto crudo, un Marziano quotidiano e uno scampanellio che si trascina intensamente per la mattina nuda
    da nessuna parte –

    (2002) trad. di Antonio Parente da Tutto sul crepuscolo Mimesis Hebenon 2016

  28. Antonio Sagredo

    Caro Gino,

    ho conosciuto personalmente Michele Colucci (fu l’allievo più anziano – per età – di Ripellino); insegnò a Bologna (dove tanti anni prima aveva insegnato Ripellino, alla morte di questi ne prese il posto a Roma). Fu ottimo slavista.
    Ma aveva delle posizioni rigide su certe cose di “slavistica”; e ricordo (a quanto mi dissero alcuni suoi allievi) che quando sentiva parlare di Ripellino, provava un po’ di fastidio.
    Ringrazio Rossana Levati, di cui non so nulla.

  29. Alfonso Cataldi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26426
    Nel vestibolo l’uomo in cravatta stringe la mano
    al primo clochard della mattina
    incuriosito dal velluto nuovo alle pareti.

    Da mesi l’ascensore è fermo al piano
    per via del fresco ammonimento
    che pervade le scale:

    “l’osso del collo vi orienterà nell’indefinito
    salto tra i piani temporali.

    I giorni s’intagliano fuori sincronia.
    Le conquiste restano tali.
    Il cavallo impazza nel suo scacchiere.

    Nessuno si prenderà la briga di stanare
    l’atavica retorica dei processi evolutivi.

    Madre coraggio, il verso ha in animo gli embrioni destituiti.

  30. Complimenti Alfonso,
    questa è già nuova poesia, si avverte un’aria frizzante, ci sono i salti dei nessi logici (pur se tutto è estremamente logico) e sintattici. Io però toglierei l’aggettivo «nuovo» e sostituirei il verbo «pervade» con «affisso sulle scale».

  31. ALLUNARE

    Con un solo pensiero essere
    sul candido incendio lunare, senza peso,
    e liberarsi di te (di me)
    e del mondo intero
    ma non della parentela stellare.

    E tu magari
    stai guardando la luna da Parigi
    e vedi per caso
    passare il mio pensiero, lucido
    piccolo veliero nello spazio
    buio che tanto affascina i poeti.

    Senza ripensamenti; il cuore
    nel grande viaggio che mai ci sarà
    navigando a vista ci avvicinerà…
    con l’ovvietà di un banalissimo pensiero
    ricevuto da uno sguardo distratto,
    ci godremo un tour interstellare
    senza mai stralunare,

    senza pericolo di perderci nello spazio, dimenticando
    come sia rassicurante appoggiare
    i piedi su Madre Terra
    magari insieme ad un bacio
    fiorito chissà come
    “dalla terra alla luna”…

    E poi morire?

    (Ma no no no!…questa non è una Vecchia Poesia d’Amore!)

    Mariella

    • Ma come mi sarà venuta in mente questa poesia? L’ho scritta di notte, tra una fase del sonno e l’altra. L’inconscio!

      • Il mio parere, con un esempio se può esserti utile:

        Incendio lunare, senza peso.
        Liberarsi di te (di me)
        e del mondo intero
        ma non della parentela stellare.

        Dove sta l’inghippo? Più che per il linguaggio prosastico che ti rende descrittiva, conta per me il fatto che dovresti essere subito sulla luna; non dare il tempo al lettore di poter scegliere se crederti o meno. In questa poesia, il tuo procedimento equivale all’uso della metafora alla vecchia maniera: COME SE… fossimo sulla luna. Quindi: via anche quei “magari”.

        • Lucio,
          non riesco a seguirti…descrittiva in questa poesia? Non mi sembra. L’uso della metafora? Quale metafora? Fiorito chissà come non è una metafora. Però ti do ragione sul “magari”. Meglio toglierlo.

          • Avrei voluto dirti – ma voleva solo essere il parere di che scrive diversamente da te – che io non avrei detto “Con un solo pensiero…” perché spiega la verosimiglianza del pensiero stesso, ma avrei iniziato direttamente stando sulla luna. Da “Incendio lunare, senza peso”, perché in questo modo sarei nell’accadimento, senza che abbia da dire che si tratta di un pensiero. Al di là che si tratti solo di una mia opinione, questo mio modo di vedere dovrebbe porre la questione, di certo irrilevante, se sia meglio trovarsi soli tra le cose ( gettati) oppure accompagnati con garbo…
            Spero così di essere riuscito a spiegarmi meglio, che non come ho fatto dicendo “equivale” alla metafora.

  32. Antonio Sagredo

    stia tranquilla ONDINA rientra nella normalità. Ma non farsi mai troppe domande sull’origine dei versi.

    • Grazie, Sagredo.
      Il solo fatto di essere chiamata “Ondina” mi riappacifica con il mondo! Sono d’accordo con lei sugli aggettivi. Però vorrei aggiungere: una volta Giorgio Linguaglossa mi disse una cosa che non ho dimenticato… che gli aggettivi devono essere più valorizzati NON IN RELAZIONE al sostantivo a cui si riferiscono. Questo mi è sembrato interessante…

      Mary-Ondina.

  33. Antonio Sagredo

    NUOVO DA ELIMINARE: / TROVARE UN ALTRO… AGGETTIVO ECCENTRICO.
    AFFISSO NON MI STA BENE, POICHè CREDO IL SENSO è ALTRO DEL POETA

  34. caro Antonio Sagredo,
    a mio avviso, in linea di massima, come regola generale, gli aggettivi vanno eliminati tutti. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma sono pochissime… in tutta la letteratura universale…

    La poesia sopra postata di Mariella Colonna, è un esempio di legereté e di souplesse quando ancora i sensi (e il super Io) non sono del tutto svegli. Inoltre, condivido in toto il parere di Lucio Mayoor Tosi.

    • Caro Giorgio Linguaglossa,
      questa volta non capisco neppure te: come fai a condividere”in toto” il parere di chi dice che “che “come se” è una metafora? Embè, ragazzi, qui dobbiamo intenderci con le parole. Sono davvero meravigliata: ma come, ACCUSATE di fare metafore alla vecchia maniera proprio me, che ho ripudiato in toto la Vecchia maniera!…vi comunico che so bene che cos’è una metafora!
      Sono così IRRITATA da questi giudizi emessi con tanta…”facilità”. La mia leggerezza è una conquista, avvenuta con sofferenza e sopportata con “timore e tremore”(1). C’è un nocciolo duro nella mia poesia che forse ancora non è stato compreso da tutti, in particolare da Lucio, che non mi può dare pubblicamente lezioni d’Italiano.
      Ringrazio Gino Rago e Antonio Sagredo per la loro gentilezza.
      (1) Soren Kierkegaard, una delle opere più forti.

      Mariella

      • cara Mariella,
        volevo dire che sono da evitare al 99% i “come se” perché è una fraseologia che introduce una similitudine in modo troppo scoperto e scontato. Meglio entrare subito in medias res, come dice Lucio Mayoor Tosi, evitando le fraseologie di accompagnamento… Per quanto riguarda gli aggettivi, dissento dalla opinione di Antonio Sagredo che li usa in aplissima misura. Io penso che la sua poesia trarrebbe vantaggio da una severa cura dimagrante degli aggettivi… ma, ovviamente, questa è solo la mia opinione…

  35. Antonio Sagredo

    Carissimo Giorgio,
    nella mia risposta nulla di oppositivo alla Tua opinione. tutto è soggettivo. Esprimevo, come Te, un mio criterio, anche costruttivo.
    Se poi “gli aggettivi vanno eliminati tutti” credo che devo buttare via il 95% dei miei versi, in cui l’aggettivo è uno degli assi portanti. Questo si può applicare anche alla Divina Commedia in cui l’aggettivo è dominante, e pure quando la leggiamo siamo estasiati.
    Leggere Eliot, p.e. “La terra desolata” è come leggere una schifezza, così per i poemi di Majakovskij, ecc.
    Circa le “eccezioni” aggettivali non so che dirTi.
    ————————————————————————–
    Che mi resta di una notte ignota
    se non le ceneri di suoni ineludibili.

    (4 novembre 2017, ore 17.21)
    —————————————————-

  36. Antonio Sagredo

    Cara ONDINA quello che esprime Linguaglossa “che gli aggettivi devono essere più valorizzati NON IN RELAZIONE al sostantivo a cui si riferiscono”
    è un criterio che si definisce dello “estraniamento” e lo usarono come metodo per primi i poeti russi, qualcuno volontariamente , altro no – Viktor Sklovskij è il teorico più accreditato., e wscoprì che già gli antichi poeti greci sapevano usarli, ecc.

    la cura dimagrante a me non s’addice affatto : gli aggettivi sono il miele amarodolce del (mio) erso.
    Il “come se” è concesso scriverlo se segue una similitudine o una metafora o altra figura di straordinario effetto qualitativo, come spesso accade nei miei versi.
    Gli aggettivi hanno la funzione di esprimere le VISIONI in modo completo, ma la qualità di queste dipende dal loro fine.
    ———————-
    Poi Ondina non sia così irritata con Linguaglossa, le sue provocazioni sono la linfa della sua dialettica, ma dette a fin di bene – ognuno è RE nel suo CORTILE e gli altri sono sudditi.

    Ognuno può entrare nel mio cortile senza sentirsi suddito del sottoscritto; altri non sono tolleranti come me; ma la consapevolezza della possanza che possiedono i miei versi fa si che qualsiasi critica s’infrange, poiché prima dovrebbero decifrare i significati/significanti dei miei versi: credo che non è abbastanza per comprenderli: di solito si limitano a dire: SONO BELLISSIMI: il che da soli si definiscono non atti a comprendere, e come critici non valgono nulla.

  37. il titolo del brano.

    Piove? Mettetevi sotto questo ombrello.
    Anime inquiete. Muovete il bacino, scimmie fate all’amore
    seguite il ritmo dateci dentro; il corpo sa dove muoversi
    gli fa bene come l’acqua alle montagne; seguite il fiore
    sull’acqua del fiume; che porta al mare una nota sto-
    nata, fuori tempo massima apertura, urlo!

    Piaciuta?

    Allora guardami ma senza guardarmi. E io non ti vedo.
    Tu sei me fuori di me per il vestito rosso fuoco. Tu le mie braccia, tu la morbidezza dei miei fianchi sulla campana a morto
    dei tuoi lunghi capelli.

    Lenta sera. Passano labbra rosse sull’autostrada.
    Gli occhi della femmina indagano tagliando il burro come stella.
    Pausa. E ora tenete la damigella per le dita mentre ruotate come dervisci
    ricoperti da serpenti velenosi.
    Lento veleno.
    E’ il titolo del brano.

    mayoor nov 2917 – Buona domenica.

  38. donatellacostantina

    Io sono dell’opinione di Brodskij il quale scrive che “dal modo con cui un poeta scrive un aggettivo capisco con quale tipo di poeta si tratta”.
    In linea di massima gli aggettivi devono essere contingentati al minimo, questa è la mia opinione. Guardate la poesia di un Transtromer o di un Kjell Espmark o di Petr Kral, non troverete mai aggettivi in eccesso, ma solo gli aggettivi strettamente necessari.
    Sagredo è un poeta che ha scritto poesie molto belle, ma forse se mettesse maggiore attenzione al risparmio degli aggetivi, riuscirebbe molto meglio, chi lo può sapere? In molti lo hanno sollecitato al risparmio aggettivale… forse dovrebbe essere più modesto e capire che non tutti sono lettori sprovveduti o incompetenti…

  39. Luigina Bigon
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/02/la-nuova-poesia-alfonso-berardinelli-le-avanguardie-culturali-sono-quasi-tutte-stupide-non-cascateci-dialogo-giorgio-linguaglossa-antonio-sagredo-poesie-di-boris-pasternak-osip-mandelstam-e-d/comment-page-1/#comment-26482
    LUPI E IL VUOTO

    Una luce si accende
    si spegne. Lungo la strada
    lupi con le bocche affamate
    e l’ululato echeggia
    nella valle. Non voce
    non parola, e il vuoto!
    Unico crudo insostituibile
    nel paradosso che si apre
    a sostegno di un tempo
    di usura. Un tocco di campana
    una frenata brusca, un graffio.
    Come può esistere? Non so!
    La rosa invernale spalanca
    gli occhi e guarda a 360°
    senza perdere la ragione.
    Forse solo lei comprende
    il limbo che ci infossa.

    (c) Luigina Bigon
    Ledro, 15 marzo 2017 h. 17

    Un commento di Adeodato Piazza Nicolai

    “Una luce si accende / e si spegne…” nella notte oppure nella memoria o coscienza del poeta? Non si sa. Forse in ambedue. Siamo davanti a un branco di animali solitari “affamati”ma anche la poetessa potrebbe patire lo stesso bisogno quando “l’ululato eccheggia / nella vallle.” Però è una “non voce”, una “non parola” tutto probabilmente soprafatto dal “vuoto!”
    Il paradosso diventa “l’unico crudo inostituibile”. Forse lo sa soltanto il poeta. Ritorniamo al titolo: LUPI E IL VUOTO, un paradigma ambiguo, multidirezionalezionale e polivalente-mente . significativo che tuttavia “si apre / a sostegno di un tempo / di usura.” Chi è l’usuraio? Il lettore, il lupo, il poeta? Batte a martello (per una morte) una campana… “una frenata brusca, un graffio…” Segue la domanda: “Come può esistere? Chi, che, che cosa? E la risposta è: “Non so!”
    Da dove viene la “rosa invernale [che] spalanca / gli occhi e guarda a 360° / senza perdere la ragione.” Forse quel fiore metafisico ha una bussola interna superiore a ogni strumento umano, dato che: “Forse solo lei comprende / il limbo che ci infossa” … aggiungerei, anche che ci condanna all’inferno su questo pianeta.

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 4 novembre 2017

    Luigina Bigon
    WOLVES AND EMPTINESS

    A light appears
    and shuts off. Along the road
    wolves with hungry mouths
    and their howls riverberate
    through the valley. Non voice
    Non word, and emptiness!
    Only the raw unreplaceable
    in the opening paradox
    which upholds a time
    of usury. One stroke of the bell
    one sudden stop, one scratch.
    How can it exist? I do not know!
    The winter rose spreads open
    its eyes and looks at 360°
    without losing its reason.
    Only she maybe understands
    the limbo that is burying us.

    © 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem
    LUPI E IL VUOTO of Luigina Bigon. All Rights Reserved.

  40. Simone Carunchio

    Un vero peccato gli errori delle parti scritte in francese.

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