LA NUOVA POESIA – Testi di Sabino Caronia, Mariella Colonna, Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Bertolt Brecht,  Steven Grieco Rathgeb, Giorgio Linguaglossa

 

Un nuovo linguaggio passa per una irrefrenabile gioiosità. Gettare il vecchio linguaggio professorale nella spazzatura…

Una nuova sensibilità nasce da un nuovo linguaggio…

Niente paura, buttiamo a mare tutta la poesia bene educata degli ultimi 50 anni…

Una critica dell’estetica passa per una irrefrenabile ilarità

Una critica dell’estetica presuppone una critica dell’economia politica

Una critica dell’estetica passa per una critica dell’economia estetica

28 ottobre 2017 alle 10:33

Giorgio Linguaglossa

caro Gino Rago,

come posso risponderti? Ti posso rispondere soltanto con questi due “scampoli” di video di Bertolt Brecht musicati e cantati dai quali sporge una frenetica e chiassosa vitalità. Ecco quello che deve fare la «nuova poesia» (a prescindere se essa sia della nuova ontologia estetica o altro, figurati!, così facciamo contenti tutti i benpensanti che quando sentono parlare di «ontologia estetica» si spaventano…).
Chi legge i tuoi versi, o quelli di Antonio Sagredo o quelli di Lucio Mayoor Tosi o di Anna Ventura… non può non restare coinvolto dalla quantità di energia che si sprigiona dalle loro/vostre poesie. Qui non è neanche questione di bello o brutto, qui si tratta di appercezione immediata: la «nuova poesia» la si assaggia, e appena la si assaggia, come un buon vino, ci scatena dentro un aumento di vitalità. Abbiamo gettato alle ortiche e nella discarica tutta la poesia ben educata e ben confezionata di questi ultimi decenni! Bene così. Non se ne poteva più di leggere i versi dei letterati spocchiosi e vanitosi. Ed è bene dirlo subito e a chiare lettere, NOI facciamo una poesia di stracci, di plastiche, di resti, di avanzi di cibo, di detriti di rigatterie, di cornici spaccate, di specchi rotti… con le tue parole:

I rottami, gli avanzi, i detriti.
I rimasugli di fonderie. Gli stracci.
I vetri rotti negli angoli delle vie.
Gli scampoli nelle sartorie.

27 ottobre 2017 alle 22:01

Lucio Mayoor Tosi

Descrizione:

Un pupazzo di neve giunto dalla Norvegia
sta impazzendo di caldo sulla piazza circondata da rondini.

Nel vicolo, una stella di molti triangoli tocca le persone sul cuore.
Sgorga una fontanella di sangue mentre non passa nessuno.

Le rose non possono farci niente.
Morire e vivere sono pensieri. Soltanto pensieri.

Prima che faccia notte avrò terminato il tabacco.
Qualcuno è stato qui! Il primo fantasma umano

in grado di indossare scarpe e maglia.
Il fantasma è ben visibile tra gli occhi.

Un cane attraversa la distanza. E se ne dimentica.
Il tempo sfreccia sulla via.

Sul bordo gli sterpi si sono dati adunanza.
Dev’essere ora di cena.

Parole disabitate, sì, ma indicano e vogliono nominare le cose; gli stracci del mondo… e come vi si sta evitando evitando anche tutto di sé.
Senza identificazione il mondo si rivela aperto. Non se ne vedono i confini.

28 ottobre 2017 alle 13:43

Donatella Costantina Giancaspero

Lo scorso anno è stato celebrato il sessantesimo anniversario della morte di Bertold Brecht, agosto 1956. Nel mese di febbraio di quello stesso anno, Brecht assisteva alla prima della sua “Opera da tre soldi” (in italiano), nello storico allestimento di Giorgio Strehler, al Piccolo Teatro di Milano, rimanendone entusiasta. Era la prima volta di Brecht in Italia, fino ad allora pressoché sconosciuto (almeno in teatro)…
Propongo qui il celebre brano “Jenny dei pirati” nella ineguagliata interpretazione di Milly

Oh signori, voi mi vedete sciacquare le bottiglie
e rifare i letti
e mi date tre spiccioli di mancia
e guardate i miei stracci
e quest’albergo stracciato come me.
Ma ignorate chi son io davvero.
Ma una sera al porto grideranno e a chi mi domanderà:
“Tu quel grido sai cos’è?”
sorridendo,porterò un altro bicchiere,
si dirà “da ridere che c’è?!”
Tutta vele e cannoni
una nave pirata
al molo starà.
M’hanno detto: asciuga i bicchieri, ragazza
e m’hanno dato di mancia un cent
ed ho preso il soldino e fatto un letto
in cui nessuno stanotte tranquillo dormirà
e chi sono nessuno ancora sa.
Ma stasera al porto spareranno
e qualcuno griderà: “A chi sparano laggiù?”
Io, ridendo, apparirò a una finestra,
si dirà: “Da ridere che ha?”
E la nave pirata tutta vele e cannoni
raderà la città.
Oh signori, quando vedrete crollare la città
vi farete smorti.
Quest’albergo starà in piedi
in mezzo ad un mucchio di sporche rovine e di macerie.
Ed ognuno chiederà il perché di questo strano caso.
Poi si udranno grida più vicine
e qualcuno chiederà: “Come mai non sparan qui?”
Verso l’alba mi vedranno uscire in strada,
si dirà: “Ma quella dove va?”
E la nave pirata,
tutta vele e cannoni,
la bandiera isserà.
E più tardi cento uomini armati verranno
e nell’ombra tenderanno agguati,
poi faranno prigionieri tutti quanti.
Li porteranno legati davanti a me.
Mi diranno: “Chi dobbiamo far fuori?”
Si farà silenzio intorno a me e qualcuno chiederà:
“Chi dovrà morire?”
Ed allora mi udranno dire: “Tutti!”
Ed ad ogni testa mozza farò: “Oplà!”
Tutta vele e cannoni
la galera di Jenny
lascerà la città.

28 ottobre 2017 alle 14:09

Giorgio Linguaglossa

Ecco a voi, cari amici e interlocutori della nuova ontologia estetica, il Signor K., il re degli stracci… un Dèmone, se volete, o un Fantasma, se preferite:

Il saluto del Signor K.
(alla maniera di Ewa Lipska)

«Cari Signori Gino Rago, Giorgio Linguaglossa,
Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi e compagnia varia…
Vi porgo i miei saluti
dal Labirinto, quel luogo dal quale non è più
possibile trovarsi, dove non c’è neanche bisogno
di cercare le scaturigini di alcunché.
Le parole, egregio Signor Linguaglossa,
in questo luogo sono del tutto fuori posto.
Mi perdoni questa ovvietà,
ma lei, mi dicono, è un poeta!
Vede? Cado anch’io a volte dalle nuvole
nella trappola della geometria euclidea.
Che vuole, ho un debole per i triangoli scaleni,
gli eptaedri, i vertici acuti, i numeri primi.
Tutto ciò che ci ha amato,
cari Rago e Linguaglossa, cari Gabriele e Tosi,
e quanti altri della nuova ontologia estetica
non ha più ragion d’essere…».

Il lestofante aprì la confezione di pasticcini ripieni di crema e bignè al cognac. Arietta di Offenbach. Sorrise. La bocca zeppa di denti d’oro che brillavano. «Professione?», «Sì, metta intagliatore di diamanti», rispose. Poi si chinò per arraffare qualcosa dalla tasca interna della giacca di velluto. Cravatta blu a pallini gialli. Farfugliò qualcosa sul pianoforte a coda. «Non siamo parenti – mi disse – però, in un certo qual modo, siamo prossimi… No, no, non parlo di voi, caro amico… parlo d’altro…».

«La realtà è il risultato dell’autonegarsi dell’Assoluto.
Auto-negarsi nel suo stesso porsi, un porsi
nel suo stesso negarsi.
Che vuole, un gioco di prestigio!
Sì, mi attendo da Voi una risposta.
Una sola, però,
intorno alla decoincisione dell’essere dal nulla.
E sì,
anche intorno all’Assoluto.
Per questo vi dò il mio indirizzo:
Quartier Generale dell’Aldilà
dove scorre il fiume dell’aldiquà
al numero civico 777 piano terzo scala D,
attigua alla abitazione di Dio, perbacco!».

28 ottobre 2017 alle 18:34

Mauro Pierno

Così si fa stessa l’attenzione
e come l’ombra che riappare essa svanisce.

A piedi uniti che la sostanza più adorna
Slega quel sacco di iuta.

E nello stesso ritornello, lo stesso ripostiglio
questa la dipendenza, intesa come fruscio

lo stesso frastuono, di case andate,
fracassate, lo stesso frastuono

questa volta è K che ci avverte.
La poesia che nell’angolo nascosto

riavvia un ripostiglio.
nell’angolo più bello del mondo. Di sempre.

Ancora ci sovrasta il bene eterno
di una discarica.

(29 ottobre 2017)

*

frammenti le parole come sfingi
frammenti le parole come sfingi
sui deserti dei significati, la sabbia
fluisce fluida, cosparge arida,
la sostanza. perdurano ancora
lacrime di provenienza incerta.

28 ottobre 2017 alle 19:39

Mariella Colonna

Lo squillo imperioso

di un cristallo di vento
sorge dalla profonda altezza.
Là cervi e nobili uccelli
dell’Altopiano intrecciano voli
verso i gabbiani nati stanotte
sulla riva del mare, lasciati lì a morire
sotto le stelle che piangono
da milioni di anni l’amore perduto.

Alleluia Alleluia Alleluia!

Nel mare i pesci cantano alla luna la loro disperazione
il freddo silenzio che li costringe all’oscurità
al gelo di tutte le stagioni. Sono belli i pesci
colorati nell’Acquario, ma il loro occhio tondo
è sgranato sul mondo di cui vedono piccoli frammenti
quindi non vedono perché il tempo li vuole
sognanti senza parole nel mare delle notti
dove risuona l’ALLELUIA cosmico
per questo segreto assurdo che la natura
non vuole rivelare. Perché siamo qui?

Perché ci sono pesci, gabbiani, galline topi
insetti, leoni serpenti rane virus… perché NOI,
se poi spesso ci facciamo tutti soltanto del male?
“Perché la terra è sola?” si domanda il Poeta.
Perché la terra e il sole?

Non c’è risposta se non c’è vera domanda.
Cosa possiamo domandare noi, apolidi, in un mondo
da millenni affollato da domande senza risposta
mentre bucano il cielo stelle spente?

E, se tra poco splenderanno stelle a fibre ottiche,
inchiodate da un Angelo che ama Dio alla follia
soltanto la Notte di Natale
ALLELUIA!

Giorgio Linguaglossa

Atto inquisitorio della Lubjanca

Uno stridio insistente, ripetuto, simile al cra cra di un corvo.
Sotoportego del Canal Grande.
Gondole nere con maschere bianche sul volto.
Il campanello del portone. Squilli acuti, dissonanti.
“C’è sempre un corvo nella mia mente”, pensa nel dormiveglia Cogito.
Si alza di soprassalto.
«Chi è?», chiede al citofono.
«È il compleanno dei nati morti,
l’anniversario dei falsi vivi, faccia lei. È lei il Signor Cogito?»,
«Sì, sono io», risponde il filosofo ancora nel sonno.
«Non c’è nessun altro in casa?».
«Non c’è Nessuno».
[…]
La Lubjanka interroga il Signor Cogito.
«Veda, Cogito, le parole si sono indebolite,
e poi, quella questione, sì, quella della incontraddittorietà
del contraddittorio. E poi, quella questione del verso libero
figlio bastardo del nichilismo. – È sua questa tesi,
vero, Herr Cogito?
E poi la questione delle parole impossibili, quelle bandite dal tedio di Dio,
intendo».
[…]
Dice proprio queste parole il primo Commissario.
«Come avviene che la parola impossibile entri
nella gola e lì ristagni per mille anni, in attesa della resurrezione?
Come può avvenire?».
Dice proprio queste parole il secondo Commissario.
«Come avviene che le parole impossibili
prendano luce e si mettano a passeggiare di qua, di là… di sotto, di su…
dopo morte?».

(inedito, da Risposta del Signor Cogito)

Testi di due canzoni dall’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht – Kurt Weill
Moritat di Mackie Messer

Testo originale tedesco

Und der Haifisch, der hat Zähne
Und die trägt er im Gesicht
Und MacHeath, der hat ein Messer
Doch das Messer sieht man nicht
An ‘nem schönen blauen Sonntag
Liegt ein toter Mann am Strand
Und ein Mensch geht um die Ecke,
Den man Mackie Messer nennt
Und Schmul Meier bleibt verschwunden
Und so mancher reiche Mann
Und sein Geld hat Mackie Messer
Dem man nichts beweisen kann
Jenny Towler ward gefunden
Mit ‘nem Messer in der Brust
Und am Kai geht Mackie Messer,
Der von allem nichts gewußt
Und die minderjährige Witwe
Deren Namen jeder weiß
Wachte auf und war geschändet
Mackie welches war dein Preis?
Refrain
Und die einen sind im Dunkeln
Und die anderen sind im Licht
Doch man sieht nur die im Lichte
Die im Dunklen sieht man nicht
Doch man sieht nur die im Lichte
Die im Dunklen sieht man nicht

Traduzione italiana

Mostra i denti il pescecane
e si vede che li ha.
Un coltello, solo, ha Mackie
ma vedere non lo fa.
Su una sponda del Tamigi
giace un tale a mezzodì.
Poco prima, lo sappiamo,
Mackie Messer era lì.
Sbrana un uomo il pescecane,
molto sangue scorrerà.
Mackie indossa un bel guanto,
nessun segno lascerà.
A Schmul Meier, l’industriale,
un ignoto un dì sparò.
Mac ne spende tutti i soldi,
ma provarlo non si può.
Han trovato Jenny Towler
strangolata nel bidet.
Che sia stato Mackie Messer?
Testimoni non ce n’è.
Sei bambini son bruciati
nell’incendio di Soho.
Mackie Messer sa qualcosa
ma non parla e beve gin.
Sbrana un uomo il pescecane
ed il sangue si vedrà.
Mackie ha un guanto sulla mano,
nessun segno resterà.
Vedovella minorenne,
il cui nome ognuno sa,
dicci, dunque, il buon Mackie
dov’è andato, cosa fa.

Traduzione inglese

Oh the shark has pretty teeth, dear
And he shows them pearly white
Just a jack knife has MacHeath, dear
And he keeps it out of sight
When the shark bites with his teeth, dear
Scarlet billows start to spread
Fancy gloves though wears MacHeath, dear
So there’s not a trace of red
On the sidewalk, Sunday morning
Lies a body oozing life
Someone’s sneaking round the corner
Is the someone Mack the knife?
From a tug boat by the river
A cement bag’s dropping down
The cement’s just for the weight, dear
Bet you Mack is back in town
Louie Miller disappeared, dear
After drawing out his cash
And MacHeath spends like a sailor
Did our boy do something rash?
Sukey Tawdry, Jenny Diver
Polly Peachum, Lucy Brown
Oh the line forms on the right, dear
Now that Mack is back in town

29 ottobre 2017 alle 9:57

Mauro Pierno

Così si fa stessa l’attenzione
e come l’ombra che riappare essa svanisce.

A piedi uniti che la sostanza più adorna
Slega quel sacco di iuta.

E nello stesso ritornello, lo stesso ripostiglio
questa la dipendenza, intesa come fruscio

lo stesso frastuono, di case andate,
fracassate, lo stesso frastuono

questa volta è K che ci avverte.
La poesia che nell’angolo nascosto

riavvia un ripostiglio.
nell’angolo più bello del mondo. Di sempre.

Ancora ci sovrasta il bene eterno
di una discarica.

(29 ottobre 2017)

[Una critica dell’estetica passa per una irrefrenabile ilarità]

Francesca Dono

in requiem

sono un ago.
L’ orologio della notte
dice: atomo del vuoto.
Lo stesso scorpione
nel buio allude a qualcos’altro
che non è ancora .
Sei tu o sono io l’ucciso?
Esatta(mente) in silenzio. Piccole diatomee
sotto un quasar in requiem duro e metallico.
Vedo il tuo rasoio riflesso. Lo specchio curvo.
Sono qui.
Sono Dio.
Stai zitto.
Devo annerire.

30 ottobre 2017 alle 16:02

Sabino Caronia

Orfeo

Un dio lo può, ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulle sette corde,
potrà seguirlo sulla lira impari?
Non è ancora la morte questo vallo,
questa lugubre terra di nessuno,
ma non è più, no, non è più la vita.
Qui le strade non vanno in nessun dove,
qui non è canto, qui non è speranza,
e non c’è niente all’infuori di me.

Steven Grieco Rathgeb

Primavera nella valle dell’Acheronte

Salgo la strada che si aggrappa al versante franoso,
ed, ecco, sorge una domanda urgente –
si tratta di un albero vasto nell’intrico vertiginoso dei suoi rami,
l’albero che io pensavo sovrastasse ogni cosa,
genitore sulle cui fronde si posavano a miriadi
uccelli gorgheggianti;
e della sua nidiata senza numero, pargoli titanici
disseminati per tutto il mondo, ciascuno alto fino al cielo,
ciascuno che ripara un villaggio, una valletta;

attraverso il ramificarsi delle sue infinite direzioni
gli uomini videro la strada (il suo dolore e la sua gioia), e
ne previdero le possibili storture: e come la strada
sembra andare avanti.

Salgo più su, e quei giganti sono ancora lì, lungo la via,
nei boschetti ombrosi dove gli usignuoli cantano la luce
che si congiunge col silenzio; qui, sotto le bizzarre guglie
di roccia, dove un pastore nel suo macinino sospinge
il gregge:
e allora dove, dove in questo paesaggio, un segno
che il santo macellaio non ha più sogni, nessuna piuma
discesa sulla sua parete di icone: adesso quel corpo sordo
esprime solo ira repressa, e il caos che verrà –
dove, il segno che le sue miti bestie possano sopravvivere,
non smembrate, nello spavento della selva…

Ah, paradosso, coda di rondine! Follia di un crudele demiurgo
che mai permise al santo e all’agnello di giungere
già morti
alla strage del banchetto pasquale.

Ma loro sono ancora qui, i platani che si librano altissimi
sopra le piazze nei villaggi: i grandi sovrani – olivo nodoso,
tiglio e l’enorme quercia dalle chiome maestose;
subito di qua dai costoni nudi,
dove la via pericolosa del poeta va avanti incerta,
inciampando e scivolando sul pietrisco:

ancora qui, a proteggere queste case disabitate
dal ricordo primordiale di sismi e caduta di massi;
qui, a proteggere i cassonetti sventrati,
i cancelli rotti dell’oblio umano
da quelle più alte giogaie, più impietose.

Foglia di primavera, che scendi come una piuma
sui vecchi seduti, capovolti qua e là,
assorti in tutta quest’angoscia.*

(trad. dell’autore e di Trinita Buldrini)

* La poesia si riferisce alla valle dell’Acheronte, in Epiro (Grecia). Alla foce del fiume, vicino al paese di Mesopotàmi, non lontano dal Mar Ionio, c’era in antichità il luogo dove si interrogavano i morti (nekromantion), poiché qui si pensava stesse l’ingresso agli inferi. La valle sale poi verso la sorgente, tra le montagne del Pindo. Quelle stesse montagne che nel secolo scorso si sono sempre più spopolate, non solo per la natura sismica del terreno, ma anche per la povertà che da sempre affligge queste zone, per l’avanzare dell’era moderna, per la pura e semplice incuria umana.

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37 commenti

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37 risposte a “LA NUOVA POESIA – Testi di Sabino Caronia, Mariella Colonna, Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Bertolt Brecht,  Steven Grieco Rathgeb, Giorgio Linguaglossa

  1. Alfonso Berardinelli
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26206
    Fonte (MicroMega online): Le avanguardie culturali sono quasi tutte stupide. Non cascateci

    Ecco un vecchio tema che non invecchia come meriterebbe: le gloriose avanguardie culturali (nonché politiche) novecentesche, sia quelle 1910-1930 che quelle 1950-1960. Parlando di narrativa e di pensiero politico dell’Ottocento con un’amica assai colta e poco sensibile alle mode, a un certo punto, non so se prima lei o prima io, siamo arrivati a dire che in arte, in letteratura e in filosofia il Novecento è stato un secolo piuttosto stupido.

    Il primo sintomo di questa stupidità è stato l’immaginario “rivoluzionario”, la mania della tabula rasa, del ricominciare da zero, di rifare tutto da capo, di mettere sotto accusa non solo l’Ottocento ma tutto il passato, l’intera tradizione culturale, come cosa vecchia, opprimente, noiosa, di cui liberarsi in nome di un’assoluta, soggettiva libertà senza limiti né remore: una libertà, cioè, stupida.

    Primo motore e prima fabbrica di stupidità sono state le avanguardie, con i loro manifesti e i loro gruppi, la loro gestualità, i loro happening, il loro esibizionismo, il loro credere di andare sempre più avanti e in fondo, coerentemente, cancellando e devastando le forme, eliminando i contenuti, scandalizzando il pubblico, rifiutando infine il mercato con lo scopo di conquistarlo: in letteratura, nel teatro, nelle arti visive, nella musica, in architettura, in politica è avvenuto questo.

    Rivoluzione a sinistra e a destra, “opere aperte” e non-opere sperimentali. Marinetti (futuristicamente) inventò che la guerra è la sola igiene del mondo. Breton (surrealisticamente) proclamò che il più esemplare atto surrealista era scendere in strada e sparare sulla folla. Sanguineti, più modestamente, disse a metà anni settanta che bisognava mettere una bomba sotto l’edificio della tradizione letteraria. Tra anni cinquanta e sessanta i francesi, non sapendo più che scrivere, inventarono “l’écriture” e “la scuola dello sguardo”: cioè lo scrivere e basta senza chiedersi che cosa e il romanzo in cui si può parlare solo di ciò che gli occhi vedono, senza un perché. Proibito pensare e interpretare.

    La beat generation americana riprese mezzo secolo dopo le avanguardie europee di primo Novecento e a forza di droghe e di malinteso buddismo zen teorizzò che meno si pensa e più si è geniali: tutti siamo geni e non lo sappiamo, per diventarlo basta liberare se stessi “fino in fondo”, anzi (e non è poco) liberarsi di se stessi. Nel corso di un party in America Allen Ginsberg si spogliò nudo (nudità uguale verità!) lasciando perplesso perfino il lì presente John Lennon. Molto peggio Stockhausen, il campione della musica seriale astratta, il quale disse che l’attacco alle Torri Gemelle era una grande opera d’arte.

    Tutte le arti furono colonizzate e travolte dalla spettacolarità inconsulta e gratuita, se possibile distruttiva. Arte come gesto e nonopera. Spontaneità psichica senza perizia tecnica. La filosofia dell’“atto puro” di Giovanni Gentile, il passo di marcia dei totalitarismi, il leader ebbro o isterico che dall’alto ipnotizza e fanatizza le folle e le masse. Più tardi fu l’azione e il gesto rivoluzionario memorabili in sé. La pittura tautologicamente pubblicitaria di Andy Warhol, che consacra il già noto e consacrato e lo reimmette di nuovo nel mercato, con la sua firma e incassando i proventi. La furbizia degli stupidi e degli inetti ha fatto epoca. Il Novecento ha inventato la figura del genio cretino, che proliferò e prolifera.

    Su Repubblica di domenica scorsa, si annuncia e commenta, in un articolo a due pagine di Chiara Gatti, una mostra di Bologna con centottanta opere in arrivo dall’Israel Museum di Gerusalemme, le quali “raccontano una stagione unica che cambiò la storia dell’arte” (ci si chiede: in meglio o in peggio?).

    Titolo dell’articolo: “I rivoluzionari del ’900”, cioè Duchamp, Magritte, Dalì. In apertura la Gatti cita il famoso passo nel quale Tristan Tzara insegna a scrivere una poesia dadaista, ritagliando le singole parole di un qualunque articolo di giornale, mescolandole in un sacchetto e poi mettendole in fila come viene viene: “Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, sebbene incompreso dal volgo”.

    Tzara fu un genio nel dire in poche righe tutta la verità sulle avanguardie: andare scrupolosamente a caso, non farsi capire, fare stupidaggini con metodo, ecco la nuova arte.

    Fu un’epidemia. Non si salvò quasi nessuno, perché nessuno voleva passare per “passatista”, ottocentesco, tradizionale. Solo Giorgio De Chirico prendeva in giro i surrealisti e le loro riunioni, mentre loro pretendevano di considerarlo uno dei loro.

    Tutti democraticamente riconosciuti artisti di un’arte di tutti. Ma come è noto, i più esemplari, rivelatori, o se volete “rivoluzionari”, gesti artistici estremi di denuncia e autodenuncia dell’arte-non-arte, li ha compiuti Piero Manzoni all’inizio degli anni Sessanta, con i suoi quadri completamente bianchi, i suoi palloncini gonfiati con “fiato d’artista” e infine con il barattolo contenente la famosa “merda d’artista”. Provate voi ad andare oltre, se ci riuscite. Eppure, dopo mezzo secolo, molti critici d’arte credono ancora nella Provocazione. E’ il loro mestiere, ci campano.

    Gli artisti veri, nati nelle avanguardie e nei loro dintorni, non sono mancati: da Boccioni a Carrà e Palazzeschi, a Picasso, Schoenberg, Stravinskij, Majakovskij, Bunuel… Si fa presto a riconoscerli: non rinunciano alla tecnica, anzi la sviluppano, la pensano di nuovo per afferrare più significati, non per abolirli.

    La loro era una fuga dalla stupidità, proprio quando la mettevano in scena. Solo che la critica e il pubblico sono stupidamente caduti nell’equivoco.

    *Alfonso Berardinelli (Roma, 1943), è saggista e critico letterario. Collabora con i quotidiani nazionali Avvenire, Il Sole 24 Ore e Il Foglio. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo: L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno (Einaudi, 1997), Nel paese dei balocchi. La politica vista da chi non la fa (Donzelli, 2001). Con Casi critici (Quotlibet, 2007) è stato vincitore del Premio Napoli nel 2008, anno in cui ha ricevuto anche il Premio Tarquinia Cardarelli per la Critica letteraria italiana. Con La forma del saggio. Definizione e attualità di un genere letterario (Marsilio, 2002) ha vinto il Premio Viareggio-Rèpaci nella sezione Saggistica. Vive a Tuscania.
    [L’articolo è stato pubblicato da Il Foglio, il 20 ottobre 2017]

    • Caro giorgio Linguaglossa,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26224
      non finisci mAI DI MERAVIGLIARE I TUOI LETTORI CON LE TUE PROVOCAZIONI! Ebbene, questa volta ci hai fatto capire quanto sia stupida una critica che pretende di essere intelligente senza confrontarsi con chi ha opinioni diverse. Alfonso Berardinelli, facendo di tutte erbe un fascio, critica ferocemente le avanguardie e dice, bontà sua:

      “Gli artisti veri, nati nelle avanguardie e nei loro dintorni, non sono mancati: da Boccioni a Carrà e Palazzeschi, a Picasso, Schoenberg, Stravinskij, Majakovskij, Bunuel… Si fa presto a riconoscerli: non rinunciano alla tecnica, anzi la sviluppano, la pensano di nuovo per afferrare più significati, non per abolirli.”
      Il Berardinelli sembra non rendersi conto di cadere nella stessa assurdità che pensa di colpire con i suoi strali epici in difesa del “già detto” e della tradizione. Tutti sanno che le avanguardie navigano nei paradossi con gioia giovanile e febbrile volontà di conquistare il nuovo a tutti i costi…non è una grande scoperta quella del Berardinelli. E’ fisiologico che, in certi momenti di “morta gora” o meglio di “morti viventi” qualcosa di esplosivo accada, altrimenti tutto va avanti per forza di inerzia e poi si ferma. E qui mi viene spontaneo citare la tua poesia:

      «Veda, Cogito, le parole si sono indebolite,
      e poi, quella questione, sì, quella della incontraddittorietà
      del contraddittorio. E poi, quella questione del verso libero
      figlio bastardo del nichilismo. – È sua questa tesi,
      vero, Herr Cogito?
      E poi la questione delle parole impossibili, quelle bandite dal tedio di Dio,
      intendo».
      […]
      Dice proprio queste parole il primo Commissario.
      «Come avviene che la parola impossibile entri
      nella gola e lì ristagni per mille anni, in attesa della resurrezione?
      Come può avvenire?».
      Dice proprio queste parole il secondo Commissario.
      «Come avviene che le parole impossibili
      prendano luce e si mettano a passeggiare di qua, di là… di sotto, di su…
      dopo morte?».

      Risponderei al secondo Commissario: “Tutto ciò che accade e’ possibile, ma tutto ciò che è possibile accade sotanto se c’è un folle che pretende di resuscitare le parole morte e ci riesce!”

      Mariella Colonna

    • Moltissimi anni fa mi sono divertito, alle lacrime, a leggere Odile di Queneau


  2. A tutta la vostra guitezza!
    GRAZIE

  3. Credo che per creare poesia diversa sia necessario cambiare la forma mentis del fare poesia.

  4. La ripeterò sempre ,la poesia non può tradire sè stessa. “”Se non sarete come questi bambini…”—Loro fonti di poesia non devono riconoscerla ,perchè mascherata dalle varie mode ?

  5. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26213
    Guarda com’è alto l’autunno e com’è basso il gatto.
    Il frutteto qui è una mezza luna.
    Vorresti cogliere una mela da sola,
    ti alzo oppure abbasso il ramo?

    (Mirkka Rekola)

    Se la “mela” della Rikola è metafora della poesia, il poeta che aspiri a coglierla pienamente o si fa abbassare il ramo o tenta di elevarsi, fino a lambirne il ramo, ma rispettandone
    l’altezza naturale con il frutto desiderato…
    Ogni poeta tende ad agguantare quella mela-poesia;
    ma con differenti atteggiamenti linguistico-formali, con differenti gesti poetici.

    Un poeta lo fa “continuando”, l’altro tenta di farlo “rompendo e innovando”.
    I versi, soltanto i versi sono la vera materia del contendere, non le dichiarazioni poetiche.
    Quindi, la metodologia adottata da Giorgio Linguaglossa di confrontare i differenti tipi di esperienze poetiche basandosi unicamente sull’analisi dei versi prodotti dai poeti che si sono succeduti la nella storia non breve de L’Ombra delle Parole la sottoscrivo e la condivido.

    Dal dopo “Satura” a oggi, tra neoorfismi e neomiti, giardini freddi e lirismi concettuali, miti di memoria, realismi magici, parole innamorate e neoelegiache-crepuscolari la nostra poesia ha prevalentemente cercato di abbassare il ramo del melo per coglierne il “ frutto- mela-parola poetica.”
    La NOE, (come testimoniano i versi oggi proposti di Steven Grieco-Rathgeb, di Mariella Colonna, di Francesca Dono, di Lucio Mayoor Tosi, di Sabino Caronia, di Mauro Pierno e – per il mio gusto estetico – soprattutto quelli di Giorgio Linguaglossa) sta tentando, ribadisco “sta tentando”, l’altra modalità poetica: innalzare il linguaggio all’altezza del ramo per agguantare la “ mela-poesia.” E mi pare che nei versi odierni ciò si colga pienamente.

    Tant’è che con i Conte, i De Angelis, i Piersanti – Bacchini – Damiani, i Cucchi- Viviani -Zeichen, i versi che si leggono in questa pagina, pagina che rimane importante nella storia della poesia contemporanea, questi versi hanno davvero poco o punto da spartire. E già questa ‘lontananza’ dalla poesia italiana de Lo Specchio e dagli Almanacchi degli ultimi 40/50 anni è una innovazione.

    Gino Rago

  6. Francesca Dono sta toccando i fiori del melo, quelli più alti!
    Le sue parole ora sfiorano il mistero e lora toccano con le spine di luce delle stelle che ha dentro. C’è sofferenza, ma con quali risultati!

    Mariella

  7. Lucio, versi icastici, penetranti, anche tu sfiori e tocchi istanti di mistrioso dolore che si converte in gioia…:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26227
    “Nel vicolo, una stella di molti triangoli tocca le persone sul cuore.
    Sgorga una fontanella di sangue mentre non passa nessuno.

    Le rose non possono farci niente.
    Morire e vivere sono pensieri. Soltanto pensieri.”

    Mariella

  8. Vorrei fare un distinguo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26228
    acetto volentieri la provocazione di Berardinelli, critico troppo intelligente per la poesia italiana e, direi, anche sprecato visto la pochezza della poesia italiana maggioritaria di questi ultimi decenni. Di fatto, la poesia è rimasta senza critica (per critica intendo una critica intelligente e libera).

    La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

    Vorrei rispondere a Berardinelli che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.

    È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: abbiamo introdotto la «rottura». Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare da principio, il che non equivale alla parola d’ordine di porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

    Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle una serrata critica dell’economia estetica…

  9. Mi chiede un lettore: che cosa vuol dire «critica dell’economia estetica»?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26229
    Significa pensare all’atto estetico come un atto critico.
    Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare e coltivare il proprio orticello, pensare all’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della nuova ontologia estetica) visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali. Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».
    La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

    Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma». Basta andarselo a prendere. Il proprio «fantasma», dico.

  10. avanguardia senile

    Giorgio Linguaglossa scrive:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26259
    è vero Pasternak non ha fatto parte dell’acmeismo, questo lo sanno tutti, ma è indubbio che, per contraccolpo, la sua poesia
    “Vorrei rispondere a Berardinelli che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio.Vorrei rispondere a Berardinelli che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.
    ——————————————————-
    Risposta di A. S. :
    dall’elenco togliere il nome di Pasternàk che non fece parte dell’acmeismo.
    “Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato… Ripellino…” : affermazione azzardata; nelle poesie di Ripellino non si trova traccia alcuna di Mandel’stam, se non come citazione, e come citazione decine di poeti russi e non russi.
    “il 50 per cento della sua influenza” : anche questa quantificazione è azzardata, e non trova riscontri qualitativi e quantitativi: Mandel’stam ha di certo influenzato, ma non più di tanti grandi poeti del secolo scorso.
    Dire 50 o 20 o 70 non ha senso.

    Ma il fittizio e sedicente poeta-critico ecc. Berardinelli di abbagli ne ha presi molti: questo è indubbio; ma secondo noi è meglio metterlo in disparte: non è certo un termine di paragone né poetico e né critico.: è stato soltanto un furbastro intellettuale che ha colto il momento giusto per mettersi in vista.
    P.e., metterlo di fronte al valore di un Ripellino ha un senso, perché Berardinelli al confronto è quasi uno zero!

  11. Antonio Sagredo

    Pasternak e l’Acmeismo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26257
    Unico punto di contatto con l’acmeismo è una certa influenza della poesia achmatoviana su quella di Pasternàk ed è detto nel commento di Ripellino
    che riporto più sotto, e subito dopo una mia nota.
    ——-
    Intanto questa poesia di Boris Pasternàk dedicata alla poetessa… :

    a Anna Achmatova

    Mi sembra che io sceglierò le parole,
    simili alla vostra eternità.
    E se sbaglierò, – m’importa un poco,
    comunque, io non mi separerò dallo sbaglio.

    Io sento il chiacchierio di umidi tetti,
    le ecloghe smorzate delle piastrelle di legna.
    Una certa città, chiara sin dalle prime righe,
    cresce e risuona in ogni sillaba.

    Intorno è primavera, ma non si può uscir fuori città.
    Ancora severa la cliente taccagna.
    Facendo lacrimare gli occhi mentre cuce accanto alla lampada,
    brilla l’aurora, senza raddrizzare la schiena.

    Aspirando la superficie da Ladoga della lontananza
    si affretta verso l’acqua, vincendo la stanchezza.
    Da tali passatempi non si può prendere nulla.
    I canali odorano di tanfo di imballaggi.

    Lungo di essi si tuffa, come una noce vuota,
    il vento ardente, e culla le palpebre
    dei rami e delle stelle, dei lampioni e delle biffe,
    e della cucitrice di bianco che guarda lontano dal ponte.

    Suole essere l’occhio in vario modo acuto,
    in modo diverso suole esser precisa l’immagine.
    Ma l’apertura della più terribile fortezza –
    è la lontananza notturna sotto lo sguardo di una bianca notte.

    Tale io vedo il vostro aspetto e sguardo.
    Esso mi è ispirato non da quella statua di sole,
    con cui voi cinque anni addietro
    avete attaccato alla rima la paura di voltarsi indietro.

    Ma, muovendo dai vostri primi libri,
    dove si sono rafforzati i granelli di una prosa attenta,
    esso in tutti i libri, come conduttore di scintilla,
    costringe gli avvenimenti a pulsare come una storia vera.

    1928
    (trad. di A. M. Ripellino)

    ———————————————

    (commento di A. M. Ripellino – Corso su Pasternàk del 1972-73)

    [È un compendio (questa poesia) dei motivi di Anna Achmatova poetessa dell’Acmeismo; ed è anche il tentativo di dare un’immagine di lei. L’impostazione della poesia vuole riflettere quella colloquialità, quel senso di dialogo prosastico e raziocinato che la Achmatova inserì nel tessuto della poesia russa. Alla solennità, alla aulicità del simbolismo, la Achmatova, come molti acmeisti, sostituì un linguaggio più piano, più ragionato e più colloquiale e quindi lievemente prosastico, e con questo linguaggio, influì su molti poeti tra cui Pasternàk. ]
    —————————————————————————————————
    Dal Corso su Pasternàk del 1972, traggo questa una mia nota 274, pag. 112.

    > ( “…l’Achmatova mostra una lettera ricevuta da Pasternàk a Lidija Čukovskaja. dove il poeta cita alcune sue poesie del passato; la Čukovskaja è perplessa, ma la poetessa dice: ”Ora vi spiego tutto. Semplicemente. Ha letto [Pasternàk] per la prima volta le mie poesie. Ve lo assicuro. Quando io ho cominciato a scrivere, lui faceva parte di Centrifuga [gruppo futurista di cui fecero parte oltre che a Pasternàk, Aseev e Sergej Bobrov]: era naturalmente ostile nei mie confronti, e i miei versi non li leggeva, punto e basta. Ora li ha letti per la prima volta e, vedete, ha fatto una scoperta: gli è piaciuta molto >La piuma sfiorò il tetto della vettura…< Caro, ingenuo, adorabile Boris Leonidovic!”; p. 208.
    Sui futuristi: “Prendete Majakovskij. Adesso [1940] dicono e scrivono che amava le mie poesie. Ma in pubblico mi copriva sempre di insulti”… [Majakovskij insultò aspramente anche la Cvetaeva] …”
    Lottavano contro tutte le persone allora famose per farsi largo loro. Chlebnikov se la prende anche con Kornej Čukovskij… guerra alle celebrità. Avevano un bosco da abbattere, e tagliavano le cime più alte”; p. 259. L’Achmatova conosce Pasternàk nel 1922). <

  12. caro Antonio Sagredo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26259
    è vero Pasternak non ha fatto parte dell’acmeismo, questo lo sanno tutti, ma è indubbio che, per contraccolpo, la sua poesia abbia scelto una direzione propria e originale in risposta a quella presa dai poeti acmeisti. Molto spesso gli artisti e i poeti prendono una strada come replica alle strade intraprese dai loro contemporanei. Dall’angolo visuale della innovazione della forma-poesia, Pasternak è un poeta di formazione tradizionale, attento a cogliere e valorizzare il lato fono simbolico della poesia. Invece Mandel’stam dichiarava che bisogna mettere al primo posto la morfologia, «la fonetica verrà da sola», scriveva (cito a memoria). Non c’è dubbio che la poesia del novecento, la migliore, intendo, quella di Milosz, Herbert, Brodskij, Celan, Derek Walcott ha citato Mandel’stam quale capostipite della poesia modernista europea. Il fatto che la poesia di Mandel’stam in Italia non abbia avuto influenza malgrado le ottime traduzioni di Ripellino, Serena Vitale e altri, dimostra semmai il provincialismo della poesia italiana. Se si toglie dall’angolo visuale della poesia del novecento europeo un poeta come Mandel’stam, ci si limita ad una concezione di una poesia dell’orecchio, poesia della «orchestrazione sonora» (dizione di Mandel’stam), propria del «laboratorio di impagliatura» del simbolismo (dizione di Mandel’stam). Senza il concetto di metafora tridimensionale di Mandel’stam, si resta nell’orbita di un concetto di poesia come espressione della linearità sintattica, unilineare e unitemporale.

    Quanto al modernismo europeo, l’influenza di Mandel’stam è stata sotterranea ma bisogna avere degli occhiali di qualità per individuarla. Certo, per la poesia italiana del novecento, Mandel’stam è un perfetto sconosciuto, lo si conosce come prodotto esotico, perché è morto in un lager staliniano…

    Quanto a Berardinelli, io non lo definirei «furbastro», anzi è stato l’unico intellettuale italiano che ha preso posizione contro tutta la poesia italiana post anni settanta bollandola come prodotto di «poeti di fede», di «poeti di professione». Conseguentemente a questo assunto, si è disinteressato della poesia italiana degli ultimi decenni. Come dargli torto?

    È chiaro quindi, almeno nelle mie intenzioni, che la lezione della poesia e della teoresi di Mandel’stam, sia stata ed è fondamentale per lo sviluppo della poesia della nuova ontologia estetica.

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26281
    “Prova a individuare con precisione un interno, e procedi da lì”. Che bel consiglio, caro Giorgio. E’ quello che hanno sempre fatto gli artisti più autentici, a partire dai fantastici pittori della preistoria,capaci di portare dentro le grotte tutta la vita che stava fuori,catturandola con la forza del loro immaginario non ancora inquinato dalla bruttezza della mistificazione.

  14. Grazie cara Anna,
    detto da te che il mio consiglio è buono, mi rende soddisfatto.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26285
    È sempre da un punto preciso che bisogna partire, nel romanzo come anche in poesia. In queste ultime decadi romanzo e poesia si sono avvicinati, e non del tutto a scapito della poesia, la poesia di livello elevato ha fatto tesoro di questo principio. E del resto non è stato Mandel’stam che con la sua lotta contro i simbolisti russi i quali amavano e prediligevano il sognante, l’astrazione, la musica sublime… ha aperto la strada alla poesia del novecento?
    Leggiamo ad esempio il padre della nuova poesia europea, Tomas Tranströmer:

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria era grigia.

    Qui abbiamo una esemplificazione di come il lessico e la sintassi della poesia sia stato ridotto alle sue componenti minime ed essenziali. Qui non è possibile togliere nulla, neanche una parola, una sillaba senza compromettere tutto l’insieme. Si tratta di un «interno», là ci sono degli oggetti precisi e concreti: non c’è nulla, infatti il poeta ci dice che la sala era «silenziosa e vuota». Nella poesia non c’è nient’altro. Un’altra annotazione annota: «Tutte le porte erano chiuse».
    Magnifico esempio di essenzialità.

  15. Antonio Sagredo

    scrive Linguaglossa:

    “Non c’è dubbio che la poesia del novecento, la migliore, intendo, quella di Milosz, Herbert, Brodskij, Celan, Derek Walcott ha citato Mandel’stam quale capostipite della poesia modernista europea”.

    Personalmente non difendo né attacco nessuno di questi poeti citati, ma è indubbio che bisogna tenere presente il fattore “ebraico” in alcuni di questi.
    —-
    Intanto Pasternàk fu considerato un “rinnegato”, poiché si convertì al cristianesimo, e come tale il giudizio critico di questi poeti citati è moltissimo inficiato: il fattore pesa moltissimo: l’esempio Brodskij è lampante.
    ——-
    Ma lo stesso Mandel’stam se ne infischia dell’ebraismo! (un po’ alla Kafka).-
    Lo tiene presente fino ad un certo punto, e alla stessa maniera le altre religioni; del cattolicesimo Mandel’stam non fa che lodarne la munificenza, le celebrazioni fastose; le religioni per il Poeta sono pretesti culturali da immettere nei suoi versi, così per tutte le manifestazioni culturali nel corso dei secoli che lo interessavano.
    …………………………………………………..e non voglio andare oltre….
    ——————————
    Ma il concetto di metafora tridimensionale o quadrimensionale o multidimensionale di Mandel’stam, come slavista, mi interessa molto relativamente: vi è altro nel Poeta che è più profondo.
    La profondità dei suoi versi che si formano in un continuo oscillare fra il verticale e l’orizzontale, senza tenere conto della cronologia o sincronica/asincronica e diacronica o adiacronica della Storia. Da qui i numerosissimi incastri fra culture di diversa provenienza. Il fatto è che questo poeta curiosava con perizia i vari stazzi o se volete cortili culturali, succhiandone la linfa.
    …………………………………………………………….e non voglio andare oltre….

  16. Antonio Sagredo

    Solòminka II

    Io vi ho insegnato parole beate –
    Leonora, Solòminka, Ligeia, Serafita.
    Nell’enorme stanza la pesante Nevà,
    e sangue azzurro scorre dal granito.

    Dicembre solenne splende sopra la Nevà.
    Dodici mesi cantano di un’ora mortale.
    No, non Solòminka in un raso trionfale
    assapora la lenta, e stremante pace.

    Nel mio sangue vive la dicembrina Ligeia,
    il cui beato amore dorme nel sarcofago,
    ma quella solòminka, forse Salomè,
    è uccisa dalla compassione e non potrà più tornare.

    1916
    —————————
    (trad. di AMR)

    ————————————————————————
    mia nota 132, pag 46. (sulla metafora di Mandel’stam – Corso di AMR del 1974-75)

    “Scrive Ripellino:”Mandel’štam, il maggiore degli acmeisti, poeta d’ispirazione classica, nelle sue liriche nitide e cesellate si avvicinò alla maniera ellittica e immaginosa dei cubo-futuristi. Lo si vede, ad esempio, dal breve componimento Solòminka del 1916, in cui allucinate e sconnesse metafore si vanno accumulando in una lenta progressione, come tasselli in un intarsio. E i calembours, la passione per le parole beate (blažennye slovà) scelte per il puro suono, l’assenza di nessi logici: tutto ciò pone l’arte di Mandel’štam in un’area contigua a quella del futurismo. Né va dimenticato che Mandel’štam scrisse righe di calda ammirazione per l’opera di Chlebnikov”, in A.M. Ripellino, “Letteratura come itinerario del meraviglioso”, Einaudi 1957 (1968), pgg.219-220. Lo slavista nelle stesse pagine si sofferma sugli accostamenti di Esenin, Cvetaeva, Zabolockij, Pasternàk al futurismo, compresi, è ovvio, Majakovskij ed Aseev… ma tutti questi poeti derivarono da Chlebnikov. Pagine di ammiratissima stima di Mandel’štam per Chlebnikov sono nel saggio Della natura della parola (del 1922, op. cit.), specie quando paragona il suo lavoro di scavo nella lingua russa a quello d’una talpa! (di Blok dirà che è stato un tasso! – vedi nota 40. p. 15). “.
    ————————————————
    dalla mia prefazione a questo Corso 1974-75 :

    “Ho ritenuto opportuno non dover indicare nelle note tutte le fonti citate da A.M.R., visto il tono colloquiale – gli affastellamenti continui e la spontaneità del suo discorrere colmo di associazioni e metafore fulminanti. Ho citato solo le fonti nei casi di alcune citazioni più importanti, e non tutte, e quelle di più o meno facile reperibilità. Ho curato tutte le annotazioni poco dopo l’epoca del Corso in oggetto; poi una lunghissima pausa; ho ripreso all’inizio del 2010 secondo i tempi e le modalità di cui disponevo, e l’umore e l’ipocondria a cui ero assoggettato. L’urgenza del commentare era per me più importante della stessa ricerca di varie fonti: alcune ho soddisfatto, altre no; d’altra parte il cercare e trovare le fonti per me sono eventi relativi che non devono mettere a repentaglio quel commentare, che ha come scopo il sentire la mente dei poeti e chiarire i loro intendimenti. Questo vale per me come metodo, per qualsiasi poeta o scrittore; nello specifico vale particolarmente per i tre poeti su menzionati, cioè dei rispettivi Corsi di A.M. Ripellino. C’è sempre tempo per trovare le fonti (non è difficile!), e rimando ad altri studiosi il cercarle e il trovarle, se lo desiderano, altrimenti si accontentino. “

  17. Pubblico una recentissima poesia inedita di Mariella Colonna che illustra bene il suo modo di vivere la nuova ontologia estetica.

    Un’altra volta
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26290
    l’ ho incontrato au Mond des chimères
    a l’Ile St. Louis sur la Seine
    ma “lui” non ricorda. “Lui”, il mio mondo a parte
    (ma non tra parentesi); da quando ho scoperto,
    da bambina, che il tempo non è dentro l’orologio,
    non fa muovere le lancette, ho deciso che il tempo non esiste,
    che è un’illusione dei sensi, come lo spazio.
    “Lui” sa che ho ragione, che mi conosce da sempre,
    perché, se non c’è il tempo, l’eternità esiste
    anche senza di noi, ma con noi acquista significato.

    Adesso gli dico una cosa che finalmente lo farà sorridere:
    “L’ombra delle parole” trova conferma scientifica nella
    “Materia – ombra”.
    La materia per il novantaquattropercento è invisibile
    quindi inconoscibile perché non esaminabile
    in laboratorio, neppure al MIT Media Lab di Boston.

    Per inevitabile analogia, l’Ombra delle parole ha in sé
    ogni significato: immagine grido suono gioia, i colori della speranza
    e quelli dell’oblio, lo splendore delle tenebre e, infine,
    l’onnipotenza della parola di Dio.
    Dio: l’Innominabile.
    Dio che esiste nell’ombra
    e non vuole farsi scoprire prima del “Tempo”
    perché questo è il solo tempo che certamente verrà.
    Tutto ciò non si vede ma esiste ontologica-mente.

    Je vais jouer avec toi, mon poète,
    je vais te donner mes paroles,
    mais tu ne joues pas bien avec moi
    Parce que tu es un enfant terrible.

    Mon chèr ami, je suis toi, tu es moi.

    Que ce miracle se réalize en tout le monde
    c’est la grande espoir de la paix universelle.

    • Molto bella. Lo dico controcorrente, perché qui a volte si danno giudizi che a me sembrano presuntuosi nel diniego. Pochi ma capita. Grazie, Mariella.

      • Lucio,
        Sono contenta che tu sia riuscito ad avvicinarti ad una mia poesia senza pregiudizi, anche se mi rendo conto che il proprio modo di “fare” poesia è diverso e quindi suggerisce “altro” alla versione del poeta autore. Speriamo che la sinergia continui!
        Mariella

        • I miei non sono pregiudizi, Mariella. Ti ho trasmesso in un altro post alcune mie perplessità, ma vorrei fosse chiaro che lo faccio perché siamo tra poeti della Nuova ontologia estetica. Con altri non mi permetterei. Se non ti va, e preferisci che sulla rivista si mantenga un maggior riserbo, scriviamoci in privato.

  18. qui adesso
    come le parole che merce e scambio
    fin’ora inosservate e
    che pure imputridiscono
    divengono sostanza, l’alta ala
    vibrante, che una fenice urbana non spreca,
    avvisto supereroi in lontananza.
    Gulliver PRIMO, lo fece sopra la grande reggia estinguendo un formidabile incendio.
    se io fossi un angelo lo ripeterei:

    Je vais jouer avec toi, mon poète,
    je vais te donner mes paroles,
    mais tu ne joues pas bien avec moi
    Parce que tu es un enfant terrible.

    Mon chèr ami, je suis toi, tu es moi.

    Que ce miracle se réalize en tout le monde
    c’est la grande espoir de la paix universelle.

  19. Antonio Sagredo

    Più che “molto bella” come scrive Tosi (e che non significa nulla), i versi di questa poesia della Colonna sono spiritosi , curiosi, divertenti, da recitare in maniera sincopata e con un pizzico di provocazione e ironia; è un elogio alla rivista da declamare in un teatro-cantina come si usava negli anni ’60 e ’70. Credo che la Colonna deve continuare su questo piano, come dire una arlecchinata… piacevole e che non disdegna critiche.

    • Caro Sagredo,
      ho scritto “bella” per pudore, non avendo in animo altro da dire. Devi sapere che Mariella mi ha spesso rimproverato per il poco dialogo tra di noi, e qui scrive (in modo superbo):
      mais tu ne joues pas bien avec moi
      Parce que tu es un enfant terrible.
      Ho quindi vissuto questi versi come li avesse rivolti anche a me.
      Per il resto, sull’elogio alla rivista, ecc. sono d’accordo con quanto hai scritto.
      Invece non condivido il tuo giudizio sulla poesia della Dono, quando sostieni che sono “versi che sono brevi perché non sanno distendersi”. E’ proprio in questa brevità che avviene il suo scavo, brevità come luogo di accesso all’inconscio. Particolarmente nella poesia “In requiem”, dove vengono annullati tutti i riferimenti al cosiddetto reale. Si tratta probabilmente di una poesia scritta pensando ad Alfredo De Palchi. Nella stessa oscurità.

    • Caro Antonio,

      possiamo dire che una cosa è “bella”, siamo liberi di farlo, se il termine riassume un po’ il senso della nostra emozione. Ma, a parte la tua considerazione che condivido, non credo che le mie poesia siano “Arlecchinate”, cioè versi brillanti e frizzanti che fanno ridere e basta. Già ho detto (e non so dov’è finito il mio intervento di ieri) che la mia “leggerezza è sofferta, provata, nasce da un superamento. etc.
      Forse prima di dare suggerimenti dovreste aver letto più poesie scritte da me, o magari dire: “In questa poesia M. Colonna” si esprime…etc. Non credi?
      Ma va bene anche così. IL TEMPO CI FA RECUPERARE QUELLO CHE IL PRESENTE ANCORA NASCONDE. Chiedo perdono per le maiuscole involontarie (non sto gridando! 🙂

      Mariella

  20. A proposito di mela
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/31/la-nuova-poesia-testi-di-sabino-caronia-mariella-colonna-mauro-pierno-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-bertolt-brecht-steven-grieco-rathgeb-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-26305
    Imbiancava la brina l’erba folle del prato
    In attesa sospeso brillava e taceva
    il giardino segreto

    Ai rami nudi e neri dell’albero sul fondo
    pendevano inermi infiocchettati a caso
    grumi blu di pensiero

    La casa era presente ma non partecipava
    Dal suo tetto rosa si alzava leggero
    sparendo poi nel cielo di fumo grigio un filo

    Sulla soglia incerto fece tre passi
    un uomo con un braccio alzato
    Dietro di sé richiuse il portone di ferro

    Maestoso era l’albero Lui soltanto un uomo
    Tese la sua mano verso il ramo basso
    piegato verso terra Vicino gli sembrava

    Ma troppa la distanza
    I grumi lo sfottevano beffardi inaccessibili
    L’uomo lasciò cadere inerte il suo braccio

    D’una tasca nascosta invece tirò fuori
    deciso una pistola dai bagliori d’argento
    Abbozzò un sorriso e puntò alla tempia.

    (LUGLIO, 2017)

  21. Complimenti Edith, questa è una bella poesia, scritta in terzine (una novità, penso, per la tua poesia). la struttura ha la forma del giallo. E infatti il finale è tipico di un giallo…

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