Carlo Livia – Poesie inedite – Luci del desiderio , con una  Dichiarazione di intenti dell’autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

gif doubleCarlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

Dichiarazione di intenti di Carlo Livia

Gentili lettori, un autore invitato  – come me, dallo stimato Linguaglossa  – a produrre una riflessione sulla propria opera, si trova in una situazione paradossale e imbarazzante: non potendo riferire analisi critiche e valutazioni estetiche, che ovviamente spettano agli altri, è indotto ad illustrare aspetti e caratteri della propria  esistenza e formazione, magari addentrandosi in anfratti e asperità psico-evolutive, la cui analisi e chiarificazione è spesso così ardua da aver necessitato un’attività inattuale e illucrosa come la scrittura poetica, senza contare l’invincibile ripugnanza che spesso pervade a parlare di sé e dei propri meandri emotivi o spirituali senza travestizioni o trasfigurazioni letterarie, anche se nella poesia post-simbolista  l’ostacolo è parzialmente aggirato dall’eclissi o decentramento dell’io, ineludibile fattore di rimodellamento e rigenerazione di temi e stilemi.

Vorrei quindi accentrare l’attenzione sulla definizione di aspetti emozionali o spirituali costitutivi di eteronomie e anamorfismi culturali e comportamentali che credo caratterizzino il mio mondo espressivo, che forse nella mia precedente confessione non sono riuscito a illuminare a sufficienza.

Presupposto originario è l’angoscia, vissuta come smarrimento di senso, vertigine di tenebra e terrore del nulla, l’Angst dell’esistenzialismo di Kierkegaard e dei suoi fedeli, confine in trascendibile del pensiero spogliato delle illusioni della metafisica dopo Kant. Quasi disabilità o patologia del pensiero  ha eluso in gran parte ogni libertà di scelta, trovando sollievo solo nella lettura di poeti e pensatori che ne hanno condiviso l’esperienza, come Emily Dickinson:

Ci abituiamo al Buio –
Quando non c’è più Luce –
Come quando la vicina tiene sospeso
Il lume – testimone del suo Addio –

Da prima i nostri passi sono incerti
Nell’improvvisa Notte –
Poi gli occhi si adattano alla Tenebra,
e affrontiamo la strada –

Così è nelle tenebre più vaste,
Quelle notti del cervello –
Quando nessuna luna ci fa segno –
Nessuna stella sorge dall’interno –

I più arditi barcollano un istante
E sbattono talvolta
La fronte contro un albero –
Ma appena imparano a vedere –

L’oscurità cambia, oppure
Qualcosa nella vista
Si aggiusta alla mezzanotte –
E la vita procede – quasi dritta.

Strilli Catapano i suoni sono luceStrilli Talia la somiglianza è un addioQuesto sguardo “aggiustato alla mezzanotte” non consente una vita completamente conforme alle esigenze della maggioranza, capitalisticamente e incomprensibilmente beata di produrre e consumare, e di esaltarsi dei propri trionfi tecnologici (e catastrofi ecologiche), ma si trova costretta a tentare la liberazione dalla oscura prigionia spirituale – epistemica, tentando di decifrare e rappresentare icone ed istanze simboliche e preconsce, attingendole dalla dimensione trascendente da cui sono sorte da sempre mitologie e rivelazioni  religiose.

Altro indivisibile collega d’ambasce ed esplorazioni nei labirinti del pensiero post-religioso è stato Kafka, il cui genio ineguagliato  ha tracciato confini e precipizi della dimora umana a cui la morte di Dio (Nietzsche) ha sottratto senso e conformità all’essere e alla verità. Nei suoi due maggiori romanzi ha descritto, con inaudita preveggenza, alcuni dei più tragici eventi della contemporaneità: nel Processo ( 1914 ), sembra di assistere all’irruzione delle guardie della Gestapo in un alloggio di ebrei, per la loro programmatica eliminazione; nel Castello appare il simbolico capostipite degli innumerevoli protagonisti dell’infinita diaspora di disperati dei nostri tempi, che approdano in luoghi ostili e inospitali, dove attendono invano, fino all’esaurimento delle forze, riconoscimento e integrazione.

Rimbaud, con tutti i suoi eredi surrealisti, iperrealisti, ribelli e visionari d’ogni etnia e regione, è l’autore che più di ogni altro ha fornito modelli e strumenti etico-estetici per compiere “l’ascolto del linguaggio originale” (Heidegger), cioè tradurre contenuti affettivi ed emozionali, sommersi nell’inconscio, o rivelazioni del Sacro -mutando il logos in melos-  in icone e prospettive simbolico-metaforiche  che rivelano l’urgenza e necessità di violare le strutture obsolete della logica per una rifondazione onto-teologica del soggetto e delle sue forme di rappresentazione. Poco più che adolescente, pervaso dal fuoco d’una paradossale ascesi, satanica e divina, ha intuito e programmato direttive del pensiero poetico ancora valide e feconde (“ Io è un altro.   Non è giusto dire io penso, ma sono pensato.    È  ritrovata infine, cosa? L’eternità, il cielo sopra il mare!” ).

Dopo di lui tutto muta irrevocabilmente, anche chi, come Croce, interpreta la sua rivoluzione come un’imperdonabile profanazione della sacralità di forme metriche, etiche ed estetiche, deve riconoscere l’autenticità della sua disperata tensione di varcare il confine di una nuova dimensione spirituale.

Da questa breccia irromperanno miriadi di inevitabili velleitari e millantatori, che spacceranno per poesia inutili brandelli di entropie e disgregazioni logico-sintattiche, ma anche le migliori risultanze di tutte le avanguardie, che hanno tradotto in codici psicoanalitici, marxisti, strutturalisti, edonisti, psichedelici, ecc. il suo misticismo eterodosso e visionario.

Strilli Král Il giorno va spegnendosiStrilli Leopardi D'in su la vetta della torre anticaA questo punto si spalanca uno spazio senza confini, una libertà d’espressione assoluta, paralizzante e disumana, come il cielo deserto profetizzato da Hölderlin, nessuno potrà più spingersi oltre, anzi serviranno nuovi paradigmi etici e assiologici, nuove frontiere fra io e Dio, finito e infinito, essere e nulla, nuovi codici rappresentativi di questa mutazione delle strutture dell’io, dove risuona, tenebrosa e abbagliante, l’invocazione atterrita ed esaltata dell’Ubermensh nicciano:

“O uomo ascolta,
che dice la mezzanotte profonda?
Da un sonno profondo mi sono risvegliata.
Ogni dolore dice perisci!
Ma ogni piacere vuole eternità,
vuole profonda, profonda eternità!“

Forse il ’68, l’ubriacatura rock, la psichedelica e la Beat Generation hanno rappresentato il vertice di questa esaltazione libertaria e dionisiaca, ma non hanno potuto condurre dilatazioni di coscienza e liberazioni morali e politiche a nuove soterie e teologie  post- metafisiche, materialiste e scientifiche, accordate ai nuovi codici antropologici e culturali.

“ La poesia mi ruberà la mia morte” recita un verso di Char, definendo l’auspicio per una funzione salvifica dell’odierno linguaggio poetico, con le sue accecanti trasfigurazioni e mutazioni semantiche,  le sue ellissi, aporie, decomposizioni e decontestualizzazioni logico- sintattiche, per edificare nuove relazioni fra logica e ontologia, e quindi nuove configurazioni dell’io,  come un ponte gettato nella tenebra, verso una verità intuita e vagheggiata, ma ancora inesperita. 

Pazienti lettori,  ringraziandovi per l’attenzione, mi congedo con una favola scritta per la mia nipotina,  testo che forse meglio di ogni  speculazione o illustre citazione riassume lo scenario ideale ed emozionale da cui sorge la mia ricerca espressiva.

Strilli Král A tratti un libro ripostoL’invito

                                              Ai senza patria

  Quando lasciammo le nostre case per metterci in viaggio, non credevamo che avremmo incontrato tanti ostacoli e sofferenze. Speravamo di trovare un’altra terra più ricca e ospitale, dove le nostre condizioni sarebbero migliorate. Ma quel tempo è ormai così lontano che nessuno lo ricorda più, e presto dimenticheremo perfino di averlo dimenticato.

  Ormai non possiamo far altro che andare avanti, cercando ogni giorno di sfuggire a pericoli e minacce che costantemente sorgono sul nostro cammino, cercando faticosamente di alimentare la speranza sempre più debole che un giorno tutto cambi e appaia la terra pacifica e felice da eleggere a vera patria.

  Quando qualcuno di noi, stanco di quest’insensata, dolorosa e interminabile diaspora, ci abbandona e scompare per sempre su strade misteriose e solitarie, tutti ci fermiamo, ci sentiamo ancora più stanchi, e per un momento ci sembra che non saremo più capaci di riprendere il viaggio. Poi, come sempre, gli anziani che ci guidano, studiano l’orizzonte, la direzione dei venti e ci indicano la direzione da prendere, ammonendo i più increduli: l’unica salvezza è davanti a noi.

  Ma è sempre più difficile crederci.

  Oggi, all’improvviso, un giovane sconosciuto è apparso in mezzo a noi. Solo vedendo l’espressione nobile e luminosa del suo viso, ascoltando le sue parole, misteriosamente nuove e rivelatrici, ci sentiamo riconfortati, ricchi di insperato coraggio e vigore, e seguiamo con entusiasmo la sua figura che sembra illuminare il nostro nuovo cammino.

Strilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assenti2

  Seguendo il nostro nuovo maestro ci sembra di muoverci senza peso e fatica, come fuori dal tempo e dallo spazio, e in un istante ci appare un luogo misteriosamente familiare: è la casa del Signore! È questa la patria che cercavamo da sempre di raggiungere, senza saperlo. E ora ci ricordiamo anche del Suo invito: da molto tempo ci ha chiesto di venire a trovarlo, e noi avevamo promesso di farlo, ma troppo occupati da pensieri e desidèri di ogni genere, ce ne eravamo completamente dimenticati.  

  Quando giungiamo davanti a Lui, lo troviamo addormentato, nella sua poltrona a dondolo, sospesa fra le nubi.

  • È colpa nostra, lo abbiamo fatto aspettare troppo a lungo!
  • Ecco perché sulla Terra tutto andava così male!

  Vergognosi e intimoriti, vorremmo fuggire di nuovo. Ma quando Dio si sveglia, ci sorride benevolo, fissandoci con sguardo sereno e amorevole:

  • Stavo sognando proprio voi, mi sembrava di vedervi smarriti e sofferenti, vagavate disperati, senza meta, come se mi aveste dimenticato. Ma vedo che finalmente siete arrivati. Ora, per fortuna, è tutto finito!
Giorgio Linguaglossa e Costantina 22 ottobre 2017 Genzano Franco di Carlo

Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Genzano, 22 ottobre 2017

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

A proposito del surrealismo Walter Benjamin scriveva:

«Nel punto centrale di questo mondo di cose sta il suo oggetto più sognato, la stessa città di Parigi»1].

 Parole-chiave, sono imitologemi  che riguardano le grandi città: Parigi e Berlino, la percezione del moderno e il Bildraum:  sogno, ricordo, autobiografia. Il moderno produce le evasioni nel mondo fantastico: «Sul fiore azzurro non si fanno davvero più sogni. Chi oggi si risveglia come Enrico di Ofterdingen deve aver dormito troppo. La storia del sogno è ancora da scrivere. […] Il sognatore partecipa della storia. […] Il sogno non dischiude più un’azzurra lontananza. I sogni sono una scorciatoia per il banale» 2].

I frammenti di esperienza sono tradotti in fantasmagoria, formano una costellazione. La «via eccentrica» altro non è che una «strada a senso unico» che si percorre con lo sguardo del flâneur, a questo sguardo, gli oggetti si mostrano senza alcun legame apparente, perché sono i legami sotterranei quelli significativi. La Parigi del secondo impero viene interpretata da Benjamin come luogo allegorico della nascita del moderno, il centro del labirinto è dato dai Passages, mercato delle merci e allegoria delle illusioni delle merci messe in bella mostra. I Passages come espressione simbolica di un Übergang. Nei Pariser Passagen II, Benjamin scrive:

«Il padre del surrealismo fu Dada, sua madre un passage. Quando la conobbe, Dada era già vecchio. Verso la fine del 1919, per antipatia verso Montparnasse e Montmartre, Aragon e Breton trasferirono i loro incontri con gli amici in un caffè del Passage de l’Opéra, la cui fine sarebbe poi stata decretata dall’irruzione del boulevard Haussmann.» 3]

Oggi, a distanza di cento anni, un poeta colto ed evoluto come Carlo Livia, che vive a Roma, la città eterna, con le sue miserie e i suoi splendori di carton gesso dei monumenti sepolcrali di una antichissima civiltà pagana, non può non essere cosciente del fatto che il soggetto scrivente è un soggetto retorizzato, un luogo retorico e lo spazio della scrittura è uno spazio di immagini (Bildraum), un luogo di segnali geroglifici, come ci insegna la nuova ontologia estetica.  Tutta la sua immaginifica costruzione di spazi siderali e di mitologemi altro non è che un magnifico e immaginifico allestimento scenico della meraviglia, un luna park di mitologemi, splendore e miseria del «vuoto» che si apre appena al di sotto e dietro l’atto della scrittura.

1] W. Benjamin, Avanguardia e rivoluzione, trad. it. di A. Marietti, Torino 1973, p. 16.
2] W. Benjamin, Kitsch onirico, in Strada a senso unico. Scritti 1926-1927, a cura di G. Agamben, Torino 1983, p. 71
3] W. Benjamin, Parigi, capitale del XIX secolo. I «Passages» di Parigi, a cura di R. Tiedemann (ed. it. a cura di G. Agamben), Torino 1986, p. 1095.

Carlo Livia Aleph, Roma, 2017

Roma, Aleph, vicolo del Bologna, Trastevere, Carlo Livia, 2017

Poesie di Carlo Livia

Dediche (dell’immortale fallito)

Alla donna che santifica l’oscuro precipizio
Ai sogni che scavano tunnel d’agata nel destino
Alla tempesta ormonale che ubriaca l’addio
Alla morte che si suicida nella follia del santuario
Alle reliquie dell’Enigma cosparse di belle vergini
Ai frantumi della Lanterna che corteggiano la mente
Al pugnale d’amore fra le labbra celestiali
Ai cadaveri degli angeli nelle soffitte di Kafka
Al pazzo diamante che perseguita l’ombra di Dio
Alle nostalgie svenute nei corridoi delle madrine di Chopin
Al ragno universale che è il pensiero visto dal Paradiso
Al terrore di donna nuda che illumina le sagrestie
Agli Dei infelici che non sanno di sognarci

Madre solitudine

Le sacre capigliature di flauto sono sfinite
Non dovremo aspettare ancora per molto

I lavatoi celesti
Sono completamente vuoti
E senza speranza
Anche se molti ammirano
Il meraviglioso color pervinca
Di queste nuvole così vicine
Ai camerini di Dio

Se rivedrai quel volto
Non dartene pensiero
Continua a fingere una ragione
Mentre attraversi i prati di plastica vermiglia

Fra lontane finestre malinconiche
O ti addormenti nella tua antica prigione

Ormai il Paradiso è così facile
Da raggiungere o da dimenticare

Strilli Carlo Livia

Insufficienza spirituale

I malati d’amore sognano per sempre
La donna che vive lassù
E sorride fra i cespugli
Fra le angeliche fonti
Incantando i serpenti nel cuore
Delle dolci padrone del cristallo
La voce fuggita dai colonnati
Che giungono fino al mare
La capigliatura d’alba
Che tinge il vento di speranza
E trattiene il respiro celeste
Sulla fuga d’uno stormo di campanili

 

Sette apparizioni dell’Enigma in un appartamento vuoto

La dolce inesistenza si specchia nuda in ogni preghiera

Gli amori scomparsi indossano l’eternità delle nubi

La tempesta ormonale delle belle prospettive dei sobborghi contrasta
l’avvenire del crepuscolo

L’estasi delle sagrestie si perde in congetture

Il silenzio che chiude il passaggio di Dio è più duro e prezioso del diamante

Le strade dell’esilio sono tracciate a colpi di coltello sui corpi degli angeli sconosciuti

L’ultimo addio sogna su un guanciale di frasi fatte

Strilli dzieduszycka Se fosse lineare decisa evidente

Ospiti

Le tre signore d’ombra che governano l’universo con il pensiero sono ancora in giardino, a contemplare l’ultima alterazione del silenzio.
Ai loro colli risplendono le gemme ultracelesti dell’Eterno.

La quiete della casa viene regolarmente turbata dai gemiti degli amanti, dalle carezze della luna e dal sorriso del mistero.

Nel salone c’è un’attesa viola con una ferita spirituale, un terrore di marmo e una sera nuda che piange.
Nella stanza da letto c’è un davanzale di spettri che salutano, uno specchio colmo d’infinito e un bisogno d’amore che uccide anime e simulacri.
Nel bagno sono rinchiusi sette serpenti di tenebra e un idolo folle.

Ogni domenica gli ospiti vengono gentilmente accolti davanti all’altare adorno di lacrime e frammenti d’infinito, a celebrare l’eterna eclissi universale.

 

Inquadrature della famosa assenza

Il profumo dell’abisso ha fatto impazzire i muri e le luci del santuario.
L’antica promessa, spezzata in due da una risata, è ricoperta di donne scarlatte.
La notte ha venduto il suo sesso più profondo e si aggira scalza in cerca dei miei pensieri.
Il giorno, accecato dal vento di corallo, distrugge gli altari di nostalgia celeste.
La grande pausa di flauto nasconde il pianto delle vergini sonnambule.
L’amore è una fontana sepolta che si pettina in una prigione di palpiti d’angelo.
L’ombra del male dice il vero.
La fine non è…

 

La nostalgia fra i suoi gioielli

In fondo al viale degli elefanti di sonno
Vedo muoversi gli scheletri delle stanze celesti

La donna dai pensieri recisi
Scruta l’orizzonte rinchiuso in un altro destino

Il suo padrone ha una stella canuta in braccio
E uccide col pensiero
Le donne oltraggiate dalla notte

Il fiore del valzer non sorride più
Da quando ha visto il tavolo dei defunti
Aspettare da sempre la sua coppa d’eternità

Perché il teatro del tempo
Ha lasciato morire i suoi tristi guardiani

Regnano le immense lune dei folli
Con ventagli di sonno e portali di sesso

Ma la pausa di senso
Ha ucciso le due eternità
Che aveva sedotto

E un cielo completamente solo
È apparso sette volte
Nel mio ripostiglio

Strilli Rago

Torre del silenzio

Al centro della città
Si vede un istante lungo e pallido
Coricato sull’asfalto come un ubriaco
Così pesante che nessuno riesce a muoverlo
“Forse è il vuoto dell’universo che cade a frammenti”
Dicono i passanti spaventati
“ No è la mancanza d’amore che abita nel mondo “
Dice una signora dalle vesti romantiche
Che ama sognare nuda al chiaro di luna
“ È il silenzio di Dio che ha ucciso il tempo “
Dice un vecchio che ha letto tutti i libri
Ma non c’è niente da temere dal silenzio
È la sorgente della nostalgia celeste
La neve che scende sull’ultima parola
La traccia lasciata dagli Dei sepolti nel vento dell’est
L’anello che unisce l’amplesso e l’addio
Che le anime rinchiuse nelle soffitte invocano all’alba
In un dolore di cristallo purissimo
Che riflette il falso sorriso dell’Enigma sterminatore
No non abbiamo niente da temere dal silenzio
Anche se cancella i nostri nomi le nostre vite
Alla fine ci renderà chiari e lievi
Come nuvole nel plenilunio o arcobaleni nel crepuscolo
Capaci di comprendere tutto lo stupore
Di esistere per sempre

 

Ipogeo

– Rostri di terrore sul calesse del sogno… E si uccide
– Pensieri inerpicati sui margini dell’assenza
– La donna ammaestrata scardina l’azzurro
– Illibata follia del Regno alle carezze vegetali
– Frantumato l’amore del nulla vacilla sull’argine tempestato
– Domani eclissato nel tiepido tumulto
– Scagionando l’ombra dell’essere
l’Ultradio verga il peccato…O si destina
– Ma quale specchio resiste sul sentiero del Nirvana
– Illividita bellezza premio dell’addio
– Nostalgia distillata nelle prigioni del Paradiso
– Profumo d’infinito o persuasione delle piogge ferite
– Apocalissi bionde occhieggiano sullo spartiacque
– Affamando le stelle il silenzio che recide mari
– Vento solare in attesa nell’estasi dei campanili
– Terribile perfezione delle felci dell’attesa
– Lacrima del dissenso quando ci eternerai?

Lo sguardo di Orfeo

                                Per Maria Grazia Calandrone

Si sapeva che un’ala dell’universo era spezzata.
Il precipizio si chiamava “musica per anime pallide” e accarezzava.
La notte era un guanto dell’Enigma, ricoperto di lontananze preziose.
Le creature del diluvio sospiravano e si aggiravano intorno ai pozzi,
aspettando il loro Dio.
Due eternità diverse si congiunsero, generando cattedrali di vento
e immensi peccati mortali.
La padrona del tempo attraversò lentamente l’eclissi del pensiero,
separando tutte le parole,
e ci donò un delizioso silenzio verde e una notte sconfinata.
Il mio amore serrò le porte sull’istante tempestoso.
Volevo raggiungerlo, ma era solo un addio che chiamava, chiamava…

 

Intimità del senso

Lo spettro insonne pensa: perché oggi il silenzio celeste è più duro del dolore dei bambini?
Nessuno risponde, tranne la romantica luna di maggio, tante volte violata dai poeti ubriachi, che ha una voce folle con cui ripete sempre le meraviglie del paradiso: tutte le donne suonano lunghi violini azzurri; le macchine sono vegetariane e vanno nude per la strada, tenendo al guinzaglio i loro autisti; la morte è un frammento di nulla, rinchiuso in una luce di diamante; intorno alle fontane di nostalgia blu si riuniscono i sogni che non sono mai esistiti; l’eternità è una torre di uccelli muti e l’amore un oceano di lampi.
E Dio è un risveglio di menti perdute che rischiara i nascondigli del tempo.
Ma le stelle più antiche, che hanno attraversato le regioni del mistero, sanno che la luce è impossibile; e giunte nell’ultima sala si spogliano del loro candore ed entrano cantando nel grande specchio dell’Essere, che con dita abissali intreccia i nomi del tempo, dell’inizio, della fine.

 

Meditazione sull’argine

L’uomo gira intorno alla cupola
il tempo s’inginocchia e chiede ancora musica
l’altissima signora raggiunge il cielo più folle
e si ferma a contemplare il rosso del peccato
l’attimo avvinto all’amore reciso viola l’eternità del sogno
l’anima ferita a morte distrugge le parole dell’addio
e una vita intera scivola nell’ombra

21 commenti

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21 risposte a “Carlo Livia – Poesie inedite – Luci del desiderio , con una  Dichiarazione di intenti dell’autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25740
    Carlo Livia in queste odierne prove poetiche sembra oscillante tra un meccanicismo materialista e una sorta di personalismo cristiano che vuole l’uomo-poeta come portatore sano di valori trascendenti.
    Un uomo-poeta, Carlo Livia, che, lavorando su un suo linguaggio, come di Cattafi riuscì a dire Vittorio Sereni, “vede il non detto e dice il non visto”. E così tenta di dischiudere il vuoto del nostro vedere per riempirlo di segni. Una poesia visiva volta a farsi visionaria, come in altro modo nota e dice
    Giorgio Linguaglossa negli appunti che accompagnano gli inediti di Carlo Livia.
    Altro dirti no vò, caro Livia; ma la tua festa poetica piena ch’anco tardi a venir
    non ti sia grave…
    Gino Rago

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25743
    Poesie di Eeva Liisa Manner (1921-1995)
    da Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, a c. Antonio Parente e Viola Parente-Capkova, Milano, Asefi 2002
    [tra i maggiore esponenti della poesia modernista finlandese]

    Bach

    È corrente,
    pietre che si affastellano in ponti,
    i draghi cesellati sott’acqua dormono dorati
    scale che salgono verso molte case bianche,
    riposo e libertà in una giottesca profondità di bistro.

    Il tempo sospeso
    costruisce una città,
    al suo interno un’altra città,
    ponti con all’interno altri ponti,
    cavalli candidi come la neve e per carrozze di luce,
    scale, echi, porte di spazio moltiplicate:

    e porte si aprono aprono –
    Si aprono becchi purpurei, sono variazione e flauto,
    si aprono ali lanciate, in crescendo, sono una fuga,
    le torri gorgogliano, l’erba scorrente
    intreccia musica da luce e acqua.

    Mosaico di notte, e fogli illuminati

  3. raffaella

    Un linguaggio di visioni oniriche veramente intenso e particolare

  4. gino rago

    Intorno a un pensiero di Derrida.
    Un botta e risposta a distanza tra Gino Rago e Rossana Levati
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25745
    “Se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva – una possibilità per l’eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quello che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed è finita.”
    Jacques Derrida, ‘Il gusto del segreto’

    (dalla e-mail ricevuta il 21 ottobre 2017)
    Caro Gino Rago,

    ci tenevo a darti la “mia risposta” a quella tua domanda di qualche giorno fa a proposito di una bellissima frase di Derrida che hai citato, concludendo la tua osservazione con la domanda se questa frase ‘ poteva prestarsi a qualche meditazione ulteriore rispetto agli interventi già registrati’.
    (Solo che la mia meditazione non va verso il presente, ma verso il passato, però te la giro lo stesso…). Eccola:

    ” Questa notazione di Derrida mi da’ ragione della difficoltà di leggere molti autori contemporanei, diciamo del senso di vuoto che rimane dopo tante letture.
    Credo che invece stia alla base di tutto ciò che è “il mondo mitico”, che rimane aperto e disponibile alla creazione appunto di nuovi contesti comunicativi proprio in virtù di quella “allusività” e incompletezza che lo contraddistingue.
    Penso a Omero e a quella raffinata arte dell’omissione di cui parla per esempio Pietro Citati ne “La mente colorata”: sistematicamente Omero omette la conclusione di certi passaggi mitici (la fine dei Feaci, la conquista di Troia, il nuovo viaggio di Odisseo, i pensieri di Nausicaa per lui e di lui per lei, i pensieri di Penelope ecc.) ma in questo modo ha lasciato aperto e comunicativo il canale che proietta personaggi e situazioni verso di noi, come se cioè avesse messo nelle nostre mani la possibilità di “caricare” ulteriormente personaggi e vicende di significati “nostri”, ricavati proprio in quegli angoli, in quegli spazi vuoti, in quel “non-detto” che certamente casuale non è.
    Quindi il linguaggio di Omero, che sa anche essere estremamente realistico, non è poi come erroneamente si crede “mimetico” (certo sembrerebbe tale quando leggiamo la descrizione degli scudi degli eroi per esempio; solo che le scene raffigurate su questi non sono pienamente realistiche ma alludono quasi sempre ad un altrove – un mondo di pace o di amicizia, un legame familiare, un altro mito – che “disloca” le vicende in un altro tempo a cui rinvia), ma anzi evocativo per queste caratteristiche di costruzione della storia innanzi tutto, e poi di allusività e incompletezza anche quando, banalmente, sembrerebbe raffigurare tutto in un apparente realismo (allusive e “aperte” sono per esempio le sue similitudini, e questo lo sapeva bene Saffo quando rielaborava i notturni di Omero).
    Tuttavia questa zona di misconoscimento è ravvisabile sempre nel pensiero mitico, anche in altri materiali mitici, mai conclusi una volta per tutte: penso alle centinaia di nuove storie di Medea, Edipo, Antigone, Elettra e altri personaggi mitici che sopravvivono nelle pieghe del tempo, si insinuano nei circuiti comunicativi della modernità, a volte ci sorprendono con la loro vitalità inesausta, tanto che sempre rimane nel lettore la sensazione che non tutto su di loro sia stato detto, che ancora si possa dire qualcosa, come se la parola definitiva insomma su queste vicende non sia ancora stata pronunciata, forse perché lo spazio non è ancora stato riempito…
    Un edificio in costruzione dunque cui ognuno può dare il suo contributo, quasi una “Sagrada Familia” le cui pietre avranno misure, colori, angolazioni diverse; e questo non per caso ma proprio perché fin dall’inizio il “progetto” costruttivo era aperto e il linguaggio dei poeti non ha definito e scandito ma appunto lasciato una riserva e una possibilità eccessiva…”

    Un caro saluto
    Rossana Levati
    Asti, 21. 10. 2017

    Le acute osservazioni di Rossana Levati e gli spunti colti e succulenti che
    sdipanano le sue parole sono da con-dividere, non da ingabbiare nel chiuso
    di un archivio, sì, personale ma anche inevitabilmente “mortale” se in esso
    messe a dormire. (Un intervistatore chiede a un poeta: ” Perché la poesia oggi? Cosa c’entra la poesia oggi?” E il poeta, non risentito,
    ma quasi: “Io la cambierei, la domanda: cosa c’entra l’oggi, con la poesia,
    un oggi siffatto…”

    Gino Rago

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25749
    UN GIORNO UN SIGNORE CHIESE A UMBERTO ECO: «CHE COSA DEVE SCRIVERE UNO SCRITTORE PER RESTARE NELLA MEMORIA DELLA LETTERATURA?».
    ECO RISPOSE: «DEVE COSTRUIRE UN MITO, UNA STORIA CHE VENGA TRAMANDATA COME MITO –

    Quanto sopra forse è la migliore e più duratura stroncatura della poesia e dei romanzi scritti scialbamente oggidì, perché nessuno di essi ed esse hanno costruito un mito ma si sono limitate/limitati a raccontare delle chiacchiere.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25760
    Per Vattimo
    «si può dire probabilmente che l’esperienza post-moderna (e cioè, heideggerianamente, post-metafisica) della verità è un’esperienza estetica e retorica (…) riconoscere nell’esperienza estetica il modello dell’esperienza della verità significa anche accettare che questa ha a che fare con qualcosa di più che il puro e semplice senso comune, con dei “grumi” di senso più intensi dai quali soltanto può partire un discorso che non si limiti a duplicare l’esistente ma ritenga anche di poterlo criticare».1

    Mi sembra chiaro che la poesia di Carlo Livia (lasciamo da parte per il momento il giudizio di merito) è una operazione estetica che non si limita a duplicare l’esistente come fa la poesia neorealistica di marca lombardo-friulana ma che è impegnata in una linea di ricerca che chiamerei di estetica ultronea, fantasmagorico-immaginifica.

    1 G. Vattimo, La fine della modernità,Milano, Garzanti, 1985, p. 114 .

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25762
    Se alla visione surrealista si tolgono i risvolti psicologici, l’assurdo, il controsenso e il paradosso, cosa resta? Una scrittura floreale a perdita d’occhio; la quale scrittura avrebbe il vantaggio di coprire le tracce, abbellendole, anche dove traspare – e traspare sempre – l’angoscia. Carlo Livia pare a me un giardiniere, sempre pronto a coprire le cose con parole d’irrealtà, in modo che tutto abbia quel profumo e quel sapore. Carlo Livia ha gli occhi di un pavone.

  8. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25776
    L’intervistatore, alla risposta-domanda del poeta A, notò in un angolo dello studio un altro poeta, diciamo B, che chiuso in un’aria meditabonda e soltanto in apparenza distaccata, alzò per un attimo lo sguardo e incrociò quello dell’intervistatore. Il quale, da esperto conduttore radiotelevisivo, colse
    al volo l’occasione e anche al poeta B pose la stessa domanda: ” Lo chiedo
    anche a Lei. Perché la poesia oggi? Cosa c’entra la poesia oggi?”
    Il poeta B, come nell’antica forma del dialogo platonico, rispose: ” Io direi
    questo: che nonostante l’epoca sia nera, così nera, e difficile, piena di falsi
    teologhi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto né il suo valore,
    né la sua efficacia… Forse l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno illusivamente – un ultimo miracolo che
    ci resta – è forse la poesia, anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di sapere e poter abbracciare diverse cose insieme…
    Questo suo dono della analogia, della metafora, larga, che abbraccia
    l’universo.
    Ora, in un universo che tende a restringersi nella miseria e nel nulla
    la poesia è appunto questa unica meraviglia che cerca di abbracciarlo,
    di rendere viva l’unità del mondo, di tenere,diciamo… a bada la morte…”

    Gino Rago

    • E aggiungerei, caro Gino, finché c’è vita! Anche se un giorno avremo macchine parlanti e sonanti a meraviglia, quel giorno servirà comunque un poeta direttore d’orchestra. A meno che non si voglia divertire il parco macchine, mandare in fibrillazione le caffettiere elettriche. Walt Disney sarebbe d’accordo. Pensare che Fantasia, uno dei suoi film più riusciti, è stato creato nel 1940, quando l’umanità stava nel peggiore dei suoi mali.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25777

    Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
    Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
    sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

    (da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

    Rivivo un sogno. Che io sto in un cimitero
    da solo. Tutt’intorno splende l’erica
    a perdita d’occhio. Chi aspetto? Un amico. Perché
    non viene? È già qui.

    *

    Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da dentro, una viene da fuori
    e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stessi.

    *

    La strada non finisce mai. L’orizzonte corre in avanti…

    *
    Sono versi di Tranströmer. Come si vede, la tematica principe della sua poesia è l’INCONSCIO. È in quell’immenso serbatoio che il poeta svedese pesca le sue perle migliori.
    Non è un caso che la tematica principe anche della nuova ontologia estetica sia l’INCONSCIO e, di conseguenza, il SOGNO, perché il primo si rivela soltanto nel secondo.
    La poesia di Carlo Livia è innervata in questa tematica, ma in lui le parti sono invertite: Prima viene il SOGNO, subito dopo, l’INCONSCIO.
    Anche la poesia di Antonio Sagredo, nei suoi momenti galvanici, deriva dai sogni ad occhi aperti, quasi da allucinazioni ipnagogiche…

    Penso che Carlo Livia può migliorare le sue poesie, che deve ancora lavorare sulle sue immagini cercando di assimilare la lezione di Tranströmer.
    Ecco dei versi dello svedese:

    Ho fatto un giro attorno alla vita e sono ritornato al punto di partenza: una stanza vuota.

    *
    E ora: la distesa dell’acqua, senza porte, il confine aperto
    che si allarga sempre di più
    quanto più ci si inoltra.
    […]
    … dove i confini si aprono
    o piuttosto
    dove tutto diventa confine.
    *
    Circondata da un flusso in movimento: la tenda della quiete
    *
    Nella prua spumeggiante c’è la quiete.
    *
    L’impermeabile FORSE
    *
    …Una fessura
    attraverso la quale i morti
    passano clandestinamente il confine.

    *
    Non c’è un passaggio
    ma c’è una piccola apertura che a volte si dischiude
    e una luce singolare che filtra direttamente dai troll
    *
    Un passaggio segreto per la festa vera che è segreta come la morte.
    *
    Breve raccoglimento quando sopra di noi si apre un lucernaio
    e una debole luce ne scende.
    Guardiamo verso l’alto: il cielo stellato attraverso la grata del tombino.
    *
    Tutte le azioni della superficie si rovesciano verso l’interno.
    Lui viene scomposto, lui viene ricomposto.
    *
    La verità non ha bisogno di mobili.
    *
    Fai attenzione ai labirinti laterali!
    *
    C’è un incrocio dentro a ogni attimo.
    La musica delle distanze è confluita
    *
    Lasciare
    l’abito dell’io su questa spiaggia,
    dove l’onda batte e si ritira, batte

    e si ritira.

    *

    Talvolta si spalanca un abisso tra il martedì e il mercoledì ma ventisei anni possono passare in un attimo. il tempo non è un segmento lineare quanto poiuttosto un labirinto, e se ci si appoggia alla parete nel punto giusto si possono udire i passi frettolosi e le voci, si può udire se stessi passare di là dall’altro lato.

    *

    Che cosa sono io? Talvolta molto tempo fa
    per qualche secondo mi sono veramente avvicinato
    a quello che IO sono, quello che IO sono, quello che IO sono.

    Ma non appena sono riuscito a vedere IO
    IO è scomparso e si è aperto un varco
    e io ci sono cascato dentro come Alice

    *

    L’oblio totale. È una specie di esame
    che si fa nel silenzio: passare oltre il confine e nessuno
    se ne accorge…

    *

    Si sente un suono vuoto, un tamburo distratto. Un oggetto che il vento ancora e ancora fa battere contro qualcosa che la terra trattiene. Se la notte non è soltanto assenza di luce, se la notte è davvero qualcosa, allora essa è questo suono. Il suono di uno stetoscopio che proviene da un cuore pacato, batte, tace un momento, ritorna. Come se l’essere andasse zigzagando sul Confine. Oppure qualcuno che bussa a una parete, qualcuno che appartiene all’altro mondo… L’altro mondo è anche questo mondo.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25795
      Rivivo un sogno. Che io sto in un cimitero
      da solo. Tutt’intorno splende l’erica
      a perdita d’occhio. Chi aspetto? Un amico. Perché
      non viene? È già qui.

      *

      Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da dentro, una viene da fuori
      e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stessi.

      *

      La strada non finisce mai. L’orizzonte corre in avanti…

      *
      Sono versi di Tranströmer. Come si vede, la tematica principe della sua poesia è l’INCONSCIO. È in quell’immenso serbatoio che il poeta svedese pesca le sue perle migliori.
      Non è un caso che la tematica principe anche della nuova ontologia estetica sia l’INCONSCIO e, di conseguenza, il SOGNO, perché il primo si rivela soltanto nel secondo.
      La poesia di Carlo Livia è innervata in questa tematica, ma in lui le parti sono invertite: Prima viene il SOGNO, subito dopo, l’INCONSCIO.
      Anche la poesia di Antonio Sagredo, nei suoi momenti galvanici, deriva dai sogni ad occhi aperti, quasi da allucinazioni ipnagogiche…

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25816
        Il fantasma incanta l’io e articola il linguaggio nelle sue insondabili profondità. In Tranströmer, come anche in Carlo Livia, i fantasmi agitano il linguaggio. Introducendosi nel desiderio come realtà ultima del linguaggio il fantasma agisce come porta voce dell’inconscio nel linguaggio. Come il Bello ha un carattere immaginario, è lo schermo, la superficie sulla quale desiderio e parola si articolano; il fantasma svela la sua natura simbolica, significante, il suo essere senz’altro residuo della Cosa del linguaggio per eccellenza, il luogo in cui il soggetto nomina a sua insaputa, sperimenta il proprio vacillamento, la ricerca di un oggetto, dell’oggetto mancante. Il fantasma, come il bello, acceca. Ma non si limita, nietzschianamente, come fa il bello a rendere sopportabile la vita: il fantasma resta la formula “scritta”, enunciata, della mancanza.

        «La vita è questo – una deviazione, un’ostinata deviazione, per se stessa caduca e sprovvista di senso.
        Perché, in quel punto delle sue manifestazioni che si chiama l’uomo, si produce qualcosa che insiste durante questa vita, che si chiama un senso? Lo chiamiamo umano ma è poi così sicuro? È forse così umano questo senso? Un senso è un ordine, cioè un sorgere. Un senso è un ordine che sorge. Una vita insiste per entrarvi, ma esso esprime forse qualcosa di completamente al di là di questa vita, e dietro il dramma del passaggio
        all’esistenza, non troviamo nient’altro che la vita congiunta alla morte. È qui che ci porta la dialettica freudiana […]. La vita non vuole guarire […] La vita
        non pensa che a morire».1]
        .

        1] J. Lacan, Seminario II. L’io nella teoria di Freud e nella
        tecnica della psicoanalisi, cit., pp. 295-6.

  10. antonio sagredo

    Le origini dei suoni

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25794
    Io, per te, sono orfano di bestia fossile,
    strati di parole allucinate,
    spina che dà luce agli universi.
    Sono cenere le visioni di infanzie trapassate.

    L’ignoto mi ha generato parassita astrale
    e mi rigiro tra suoni lunari e sibillini,
    come fossi un balocco di gesso infestato dalle stelle,
    un Dio incornato da comete insanguinate.

    Mi giro e mi rigiro come un’essenza infame,
    come se lo spazio fosse solo carne putrefatta,
    e tra rami secchi e alberi deformi ascolto
    di creta un profondo rombo di parole
    – di dove son nate? – mi chiedo… e grido
    se la materia muore su una mappa antelucana.

    Io, per te, sono orfano di fossile bestia
    e suono le stagioni con le dita della mente:
    la tua nascita è nascita bastarda!
    la tua morte è morte d’impiccato!

    Verdi pensieri e glorie sono vietati ai morti.
    Algide dita, ombre antelucane, deserti di rugiada,
    incolori filari di pupille, sembianti, orbite di ghiaccio!
    – chissà, se i mondi albeggiano ribelli in forme inconsuete?

    La terra ossigena paziente i corpi disossati.
    C’è un gioco di sistemi ingialliti… e un verso
    di cornacchia – cadrà cadrà – sulla carogna
    di un umano oblio… e i suoi ricordi!

    A. S.
    1969

  11. londadeltempo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25817
    “La vita non vuole guarire” (…) La vita
    non pensa che a morire.”
    E’ sano “vivere per morire” almeno quanto lo è
    “Morire per vivere”! Vita e morte sono così intimamente legate che non si può considerare l’una senza l’altra nella vita come nella poesia.
    Credo che Carlo Livia abbia saputo creare un originale mix tra vita e morte vissute in una sorta di “trans” psichedelico dove fantasie e realtà si inseguono alla ricerca di un nuovo tipo di comunicazione e…alla sana ricerca della “vita” nella morte, anche se di tipo totalmente “altro” rispetto a quella intrauterina che stiamo adesso vivendo!

    “È il silenzio di Dio che ha ucciso il tempo “
    Dice un vecchio che ha letto tutti i libri
    Ma non c’è niente da temere dal silenzio
    È la sorgente della nostalgia celeste
    La neve che scende sull’ultima parola
    La traccia lasciata dagli Dei sepolti nel vento dell’est
    L’anello che unisce l’amplesso e l’addio
    Che le anime rinchiuse nelle soffitte invocano all’alba
    In un dolore di cristallo purissimo
    Che riflette il falso sorriso dell’Enigma sterminatore
    No non abbiamo niente da temere dal silenzio
    Anche se cancella i nostri nomi le nostre vite
    Alla fine ci renderà chiari e lievi
    Come nuvole nel plenilunio o arcobaleni nel crepuscolo
    Capaci di comprendere tutto lo stupore
    Di esistere per sempre.”

  12. londadeltempo

    Sono d’accordo con Livia:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25818
    “Ma non c’è niente da temere dal silenzio
    È la sorgente della nostalgia celeste
    La neve che scende sull’ultima parola…”

    Il silenzio è anche parola e tacere è dire sì alla Vita, alla Morte, alla Poesia che le unisce intimamente e, forse, per sempre.

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25821
    Ringrazio sinceramente Giorgio e gli altri intervenuti per l’attenzione e il tempo che mi hanno dedicato, ma il confronto con un Nobel, che effettivamente è uno dei miei modelli, mi sembra veramente troppo!
    Se ho saputo intendere la nota critica – più o meno garbatamente dissimulata – in alcuni commenti, è di formalismo estetizzante ma vacuo, intriso d’illusoria entelechia religiosa.
    In generale l’accusa è legittima, ma non ha presa nel clima espressivo post-simbolista, in cui forma e contenuto tendono a coincidere. Baudelaire, influenzato da Poe, giudica prioritaria nell’ispirazione l’intuizione di un’idea formale, a cui successivamente, in subordine, viene adattato il contenuto.
    Si tratta di capire quale valore noetico assume questa sostituzione, in cui la semantizzazione è affidata a un codice simbolico sensoriale ( aistesis )
    ed emozionale.
    Un processo analogo avviene nel surrealismo, in cui si tenta di scandagliare l’inconscio, “desiderio tradotto in linguaggio”( Lacan), e trasferirne le anomalie, difformità e incongruenze (trasposizioni, condensazioni, proiezioni, sostituzioni ) negli iperbati, ellissi, metafore, metonimie, catacresi, ecc. che imperversano e connotano i suoi testi.
    In termini junghiani l’inconscio impersonale non è quella sorta di ripostiglio di impulsi censurati dall ‘istanza morale che intendeva Freud, ma la dimensione universale, eterna che unisce individui e culture, prima di essere imprigionati nelle strutture psico-linguistiche del soggetto post -mitico, che ha compiuto la svolta o involuzione verso la razionalità socratica illustrata da Parmenide nel suo poema.
    Il rischio maggiore in questa traduzione linguistica è di riprodurre stereotipie ritmiche e sintagmatiche, tipiche degli automatsti verbali, che non riescono a rispettare il codice dinamico, metamorfico, polisemantico dell’inconscio. Il valore dei poeti si misura in gran parte qui, Eluard e Lorca, ad esempio, sono maestri nell’emanciparsi costantemente dalle proprie invenzioni e strategie, anche Sagredo ci riesce spesso, grazie alla perentorieta’ e violenza dissacrante del suo gesto espressivo.
    Da parte mia ci ho provato…

  14. antonio sagredo

    Caro Carlo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25834
    sei sempre stato pieno di elogi nei miei riguardi, e questo è un bene per la Poesia, non per me. Addirittura Tu fai i nomi di due poeti, e specie il secondo è incomparabile e a cui devo molto come passione e sangue!
    Ai Tuoi versi ho risposto coi miei, e secondo me resta la migliore risposta che posso dare a un poeta.
    Non amo le esagerazioni, e talvolta qui abbondano, anche se sono a fin di bene, in buona fede dunque, e sono dovute alle passioni di ciascuno di noi che, talvolta, non si riescono a controllare.

  15. caro Carlo Livia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/25/carlo-livia-poesie-inedite-luci-del-desiderio-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-
    mi sorprendi quando tu scrivi delle nostre note critiche verso la tua poesia e le intendi come «formalismo estetizzante ma vacuo, intriso d’illusoria entelechia religiosa»… Forse non hai seguito ormai gli ultimi 100 post nei quali ci siamo occupati della nuova ontologia estetica (NOE), che altro non è, ridotta all’osso, che la volontà di cambiare la direzione di marcia della poesia italiana, che la poesia italiana ha seguito dagli anni sessanta del novecento fino ad oggi.
    Non so a cosa alludi con il sintagma «entelechia religiosa», magari se vuoi essere più preciso mi daresti la possibilità di spiegare la mia (nostra) posizione più nel merito. Così com’è stata scritta non posso replicare se non dicendotti che sono un materialista convinto avulso da qualsiasi credo religioso sotto qualsiasi forma esso si presenti.
    Fermo restando comunque la mia stima verso poeti credenti (ad esempio Laura Canciani, Paolo Valesio, Mariella Colonna) che fanno buona poesia.
    Quando noi indichiamo alcuni grandi poeti europei come direzioni di ricerca da seguire, vogliamo implicitamente dire che le direzioni di ricerca intraprese dai poeti italiani in questi ultimi 50 anni non ci convincono affatto. Quando noi indichiamo la poesia di Tranströmer, di Kjell Espmark, di Petr Kral (per fare alcuni nomi) quali direzioni di ricerca che collimano con la nuova ontologia estetica e che riteniamo interessanti e foriere di nuovi sviluppi, facciamo, credo, una cosa utile alla poesia italiana, intendo quella viva, non quella maggioritaria, sospesa tra il talqualismo, il post minimalismo ed espressioni di un neorealismo mimetico del privato e dell’io… tutte direzioni acritiche e acriliche fondate su un ingenuo concetto di immediatezza della poesia.
    Credo che il post odierno, che riepiloga alcuni interventi significativi del 20 agosto 2017, possano essere utili a posizionare il pensiero critico intorno alla nuova ontologia estetica.
    Infine, questo è il senso di chiedere ai poeti che pubblicano, una dichiarazione di intenti, perché è proprio da una dichiarazione di poetica che si può capire meglio la direzione di ricerca di ciascun poeta.

  16. carlo livia

    Caro Giorgio, entelechia è un termine filosofico, aristotelico, con cui si intende un fine immanente alla natura dell’ente, nel mio caso una prospettiva trascendente, eterna, metafisica, che giustifica e da’ senso all’essere.
    Il formalismo estetizzante non è un carattere negativo che ho voluto attribuire alle tue riflessioni, ma una critica velata, subliminale, che mi è sembrato di cogliere ( forse sbagliando ) in alcuni commenti nei riguardi della mia poesia. Mi spiace se la mia scarsa chiarezza ha dato luogo ad equivoci.

  17. Caro Giorgio,il fatto di dichiararti” avulso da qualunque credo religioso ,sotto qualsiasi forma esso si presenti”ti espone facilmente a critiche becere, mentre ti sottrae ai tuoi meriti veri, che sono le ricerca della conoscenza e della bellezza, la generosità nel tentare di insegnarle e di diffonderle.

  18. antonio sagredo

    Navigazione costiera

    Credetemi
    fu la visione di occhi cantori
    e raffiche di suoni, e di boschi, e mari,
    e rive agonizzanti, e dissonanze di luci…

    Storditi da rifrazioni di mattini insidiosi
    ascoltavo sulle pietre salate
    i lamenti dei remi, e i tramonti in fuga,
    e dalle città-necropoli i polmoni slacciati
    a perdifiato…

    Gesti di tufo, e parole di gesso crollarono
    come muraglie, i miei passi di cartapesta
    sui crocicchi, e tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    Disinvolto viandante stampavo i ricordi
    di zucchero, e maschere di deserti in fiamme,
    e non un verso in dono, ma il Canto degli Occhi!

    a.s.

    Roma, dicembre 1969-gennaio 1970
    (rev. 1986)

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