Petr Král POESIE traduzioni di Antonio Parente, con una Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

Laboratorio gezim e altri

Laboratorio 5 zagaroli

Quando dietro la silhouette maturata del passante avanzi un po’ fino alle Zattere

 Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

Se in Internet cerchiamo Petr Král, ovvero uno dei maggiori esponenti della letteratura ceca contemporanea, verifichiamo un dato che ci rattrista e ci rallegra al tempo stesso: solo la nostra rivista telematica, L’Ombra delle Parole, gli ha dedicato ampio spazio. Pochi altri blog si sono limitati a pubblicarne due o tre poesie, al massimo, insieme a qualche breve cenno biografico, senza altro commento.

Però, l’altro giorno, cercando appunto in Internet Petr Král, mi sono imbattuta in una bella notizia: a Torino, nell’ambito della III edizione dello “Slavika Festival” (dal 18 al 25 marzo), è stata presentata l’edizione italiana di Nozioni di base (Miraggi Edizioni), un centinaio di brevi prose dello scrittore ceco, tradotte da Laura Angeloni. Precedente a questa pubblicazione, è l’eccellente antologia Tutto sul crepuscolo, che raccoglie la produzione poetica più rappresentativa di Král, realizzata con grande cura da Antonio Parente, per Mimesis (2014): lo stesso editore che, già nel 2005, aveva riunito, nel volume Sembra che qui la chiamassero neve, una pregevole selezione della poesia ceca contemporanea. Tra gli autori, il nostro Petr Král.

Nonostante questo, è sempre troppo poco per conoscere un poeta, prosatore, traduttore, saggista, autore di opere sulla storia del cinema; un grande intellettuale, insomma, che guarda la realtà con occhi “spesso piuttosto perfidamente obliqui”, come Král dichiara ironicamente nella nota introduttiva alla sua antologia Tutto sul crepuscolo.

Onto Petr Kral

Petr Král, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Ma chi è Petr Král?

Petr Král nasce a Praga il 4 settembre 1941, in una famiglia di medici. Dal 1960 al ’65 studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU. Nell’agosto del 1968 trova impiego come redattore presso la casa editrice Orbis. Ma, con l’invasione sovietica, è costretto ad emigrare a Parigi, la sua seconda città per più di trent’anni. Qui, Král si unisce al gruppo surrealista, che darà un indirizzo importante alla sua poesia. Svolge varie attività: lavora in una galleria, poi in un negozio fotografico, anche come insegnante, interprete, traduttore, sceneggiatore, critico, collaborando a numerose riviste. In particolare, scrive recensioni letterarie su Le Monde e cinematografiche su L’Express. Dal 1988 insegna per tre anni presso l’Ecole de Paris Hautes Études en Sciences Sociales e dal ’90 al ’91 è consigliere dell’Ambasciata ceca a Parigi. Risiede nuovamente a Praga dal 2006.

Petr Král ha ricevuto numerosi riconoscimenti: dal premio Claude Serneta nel 1986, per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985), al più recente “Premio di Stato per la Letteratura” (Praga, 2016).

Tra le numerose raccolte poetiche, ricordiamo Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). Autore anche di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese (ad esempio, l’Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002, per l’editore Gallimard, 2002), è attivo come critico letterario, cinematografico e d’arte. Ha collaborato con la famosa rivista Positif e pubblicato due volumi sulle comiche mute.

La creazione poetica di Petr Král è segnata, come abbiamo detto, dall’incontro con il surrealismo. Il tema centrale è il rapporto tra realtà e immaginario. Un rapporto che, durante gli anni Settanta, diventa via via più articolato e conduce il poeta ceco verso esiti espressivi e formali di particolare interesse: la sua poesia si configura quasi come una sorta di commento della realtà, che mescola le esperienze quotidiane più banali, gli oggetti di uso comune, con l’istantanea psicologica dei personaggi, avvolti da un alone di vuoto. I luoghi descrivono gli interni domestici, dove va in scena la vita quotidiana, oppure appartengono al paesaggio urbano: strade, piazze, autobus, lampioni, treni, stazioni avanzano sulla pagina, e, spesso, un interlocutore muto condivide il colpo d‟occhio e le riflessioni che ne scaturiscono, gli interrogativi sul significato dei gesti, sul senso di un’affannosa, quanto frustrante, esistenza. Il tutto reso in modo tale da evitare il pur minimo ristagno nel cliché del patetico. In questo contesto, l’angolo visuale dal quale si osservano le cose risulta, per così dire, “spostato” rispetto alla prospettiva consueta, quella frontale, da cui ci affaccia da decenni la nostra poesia tradizionale. Viceversa, la prospettiva di Petr Král è resa di scorcio. Per questo motivo, il discorso che ne deriva non è diretto, esplicativo, ma rimane nel non-detto, è sottinteso, mascherato, indirizzato su percorsi periferici, inconsueti. Un certo ispessimento, o indurimento di espressione, e, ancora di più, il suo contrario, ovvero quel senso di ironia e auto-ironia, peculiare di talune poesie, possono essere interpretati come una reazione difensiva contro la transitorietà del mondo, contro il nulla. E l’effetto di mascheramento che l’ironia produce, quell’apparente alleggerimento della parola, rende, al contrario, più manifesta la sofferenza esistenziale e la malinconia che l’accompagna, il dramma che la suggella.

Petr Král

Appiè di fanfara

                                                                                  a Claude Courtot

Di tutti i mezzi espressivi, la musica è quello che, probabilmente, ci delude meno. Soltanto l’ascolto di alcuni dischi fonografici, quali le prime registrazioni “giunglesche” dell’orchestra di Ellington, è capace di placare almeno un po’ quella fame interiore ed indefinibile che regolarmente si impossessa di me nel periodo pre-natalizio, nelle giornate insoddisfacentemente brevi di inizio inverno e scorcio anno. Soltanto con quei suoni preziosi e soprattutto, naturalmente, con i toni leggendari della cornetta di Armstrong di fine anni Venti, riesco a venire a patti con la malinconia che mi assale nelle serate estive e di fine primavera, quando la vita rivela in maniera così opprimente tutta la sua vana bellezza.

   La musica non lascia in bocca lo sgradevole sapore della disillusione, poiché è sempre pienamente presente e si concede alla nostra solitudine senza riserve, proprio quelle per le quali altrimenti, volenti o nolenti, deprechiamo – almeno in ultima istanza – ogni altra forma di messaggio poetico, inclusi i testi o le immagini, il cui linguaggio ci pare più confidenziale. Come mezzo di espressione assoluto – e “lingua in se stessa” – la musica non conosce aneddoti di pensieri  nascosti e significati segreti; a chi è disposto ad ascoltare, rivela tutto d’un colpo. Proprio lei, in altre parole, di tutte le arti è quella che meno tenta di fingere che “sotto il reale esistano strati, sepolti o soppressi, di significati, percezioni, realtà o verità”; di dissimulare “che tutto, in particolar modo ciò che vi è di fondamentale, è sempre stato a portata di mano e in superficie”[1]. La profonda veridicità delle relazioni che i toni allacciano con chi li ascolta, nell’istante in cui riempiono d’un tratto l’intero orizzonte acustico, si fonda senza dubbio anche nella congenita amnesia della musica – nel fatto che ogni volta sia di nuovo senza passato, senza futuro e “senza dimora”. La musica esiste soltanto nell’attimo in cui risuona ed è ascoltata; soltanto lì dove risuona e per colui che l’ascolta. In definitiva, ciò  è vero anche per la realtà; tutto ciò che vi è di fondamentale è non solo “a portata di mano e in superficie”, ma è sempre presente proprio ora e qui. O cavalli che galoppate verso l’incendio, siete voi stessi quelle fiamme inquiete, la cui lucentezza avete premura di vedere  sulla vostra pelle umida.

  Ed inoltre, come la più “insussistente” forma di soliloquio umano, la musica ha un effetto tanto irrevocabile soprattutto perché la vertigine che evoca si sazia di se stessa: il soggetto, fonte originaria e supremo ricettore di luce che l’essere umano convoglia con la sua presenza nell’oscurità dell’universo, avverte se stesso, come in nessun altro luogo, in tutta la sua futilità e ingiustificabilità, come limpido, infondato amor proprio dell’io e – attraverso quello – di tutto ciò che esiste.  Se è scaturito il bisogno di cantare, parallelamente al risveglio della coscienza umana, senza dubbio la musica – tutta la musica – offre anche una prova assiomatica del fatto che la stessa vertigine provocata dall’esistenza è qualcosa di innato nell’essere umano, e che è stata soltanto soppressa dopo aver presunto di non poter concedersi a lei senza motivazione: non ne trova ragione intorno a sé in ciò che nella natura, nella società e nell’universo vi è di esteriore. Di tutte le certezze che qui all’occasione ha rinvenuto, è dovuto prima o poi rimanere nulla più della cenere della disillusione; l’intero piacere per il dono, che è la vita, si fonda sul fatto che lei stessa è sufficiente motivo e giustificazione. Gioia oltre la speranza e senza la speranza, che non è epiteto occasionale dell’esistenza, ma sua forma essenziale: continuamente presente, vuol essere soltanto invocata dal silenzio, come melodia con la quale acquista voce il respiro umano[2].

 E nel caso qualcuno non avesse capito, intendo dire che anche nella musica dell’Internazionale possono essere fonte di gioia i semplici suoni, senza riguardo del programma che devono propagandare.

[1]    Antonin Artaud, lettera ad André Breton, 28 febbraio 1947.

[2]   La costante presenza della musica è dimostrata in modo particolare anche da alcune registrazioni jazzistiche degli ultimi anni (un esempio per tutti: Forest Flower di Charles Lloyd); quelle nelle quali la modulazione del motivo ricorrente, invece che incidere violentemente la composizione nel silenzio, lascia piuttosto che essa emerga in superficie dal suo profondo.

Strilli Lucio Ho nel cervello

(M. Ajvaz e T. Tranströmer – «vi chiedete con cosa riempire gli intervalli inevitabili»)

Petr Kral POESIE traduzioni di Antonio Parente

Tranne l’ultima poesia, “È qui”, le altre sono presenti nell’antologia Sembra che qui la chiamassero neve e in Tutto sul crepuscolo (Milano, Mimesis Hebenon, 2015).

Ora

E uno zeffiro rimescola l’oblio nelle pagine del libro
Con i brividi dello sterpeto circostante ci tiene senza fine
in guardia

(Per l’angelo, 2000)

 

Campagna

Il pugno del meriggio
Immagini di palpare in cerca delle cupe viscere del cespuglio
e di trovare il bubbone dell’antica umana cupidigia
Gronda dalle cicale Il bestiame impastato col candido caolino locale
immoto sotto gli alberi lappa l’ombra

(Per l’angelo, 2000)

 

Visita

Aspettate la visita di un amico; l’anticipate immaginando la stazione
e i suoi gesti, la loro improvvisa vicinanza estranea
sullo sfondo della giornata vuota. Avete in programma una passeggiata e il pranzo,
vi chiedete con cosa riempire gli intervalli inevitabili.
Anzitempo vi inquietano i capricci del vostro amico, la questione del tempo,
fin quando d’un tratto – tempo nuvoloso ma senza pioggia – arriva l’attesa giornata
ed ecco il vostro amico, lontano, in fondo al binario. Cortesie appena sufficienti
aprono il dialogo: sul viaggio passato, su immaginari antichi meriti
di una regione non particolarmente brillante. E, ma guardate un po’, all’improvviso l’amico è
in cucina, fuma e annusa, giocherella quasi, il suo cappotto appeso nell’ingresso accanto
al vostro.
Alla luce della sua visita il giorno successivo sembra più angusto, chiuso senza riporto
attorno. Per un attimo, mentre si mangia, quando non si sa più cosa dire,
d’un tratto il tovagliolo sul tavolo sembra essere più vicino dell’amico.
Più tardi, al caffè, lo guardate da lontano mentre osserva il giardino
e ridete dei suoi sguardi timorosi sulle vostre aiuole,
che comunque grazie a lui sembrano essere più misteriose, loro
stesse come se meno sonoramente disposte ai suoi piedi.
La passeggiata sotto al sole che si allunga attraverso i prati è chissà perché
quasi inebriante, lo spazio così sovrasta in ogni direzione i volti vivi, vicini e rossastri,
nessuno sconosciuto né familiare, tutti esistono
sullo sfondo di solchi fiammeggianti nell’erba.
Vi sorprendete quasi, quando vi accorgete che è già il momento di pensare al treno
e di far ritorno alla stazione. Con sollievo però chiudete tutto, salutate con rapidi cenni
al finestrino
che il vostro amico, già dentro, ha fatto in tempo ad aprire – prima di accorgervi che con la
sua partenza in treno
d’un tratto l’intero mondo si ritira a margine.

(Massiccio e crepacci, 2004)

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Transtromer Ho sognato che avevo

Ampi boulevard

                                              Ad Alain e Nicole

Il lastrico in un lungo sbaglio; contro sole a volte
la V capovolta di due gambe sotto la gonna
e poi ancora soltanto asfalto, niente degno di menzione, silenzio.

Da qualche altra parte, sotto la minaccia del crepuscolo,
il Museo Britannico, sigaro di sangue nero (pioggia bigia nelle ossa),
Il suo giornale, Sir Alfred.

E così via, il tempo tiepido scorre tutt’intorno, lambisce il marciapiede,
via così, reliquie, automobili, piogge di capelli,
cifre segrete sigillate nella polvere.
Terrazze di ristoranti: al fragile fuoco dei ficus
mani distinte accennano un fremito sulla soglia della grotta, tra gli spifferi del cimitero,
sarò lì, troneggiante, nel discreto brusio dei trench, cadute di remoti anelli
piuttosto in fondo, nella notte macchiata –-
Sul margine delle terrazze avvenenti burattini, carezzati senza fretta
dalla vellutata dimenticanza del mondo.

(La vacuità del mondo, 1986)

 

Con gli anni

Attecchisce sempre più sporco tra le unghie erpeti
nell’intaglio della bocca Alla vigilia di un secolo straniero
il tè nella cuccuma si raffredda dissenziente fino sul fondo

(Il continente rinnovato, 1997)

 

È qui

Buoni a nulla
e battifiacca, ah,
è qui il giorno,
getta su di noi il suo sguardo.

Il giorno odierno, non chiede
nulla,
è qui, raccoglie il bucato,
aduna i resti della famiglia.

Dimenticate il pudore
e le pretese, è qui,
veglia
ai piedi delle vie.

È qui il giorno,
mi conosce
quanto voi, apre in noi
gli stipiti,

scrive sulla nostra pelle
messaggi per altri.
Il giorno,
è qui più di noi,

fa luce in noi
da lontano, guardatevi
pure intorno,
travi, pennoni abbattuti;

alzatevi,
è giunto il giorno,
sdraiatevi,
è qui,

scarica la luce
sul marciapiede,
in piedi, lui stesso chiede
del giorno,

incede
senza vanto,
sale d’attesa, prestiti,
recessi,

capannelli vari,
grassi.
È qui il giorno,
avvicinatevi adagio,

senza lampada
e impacco,
passate
accanto agli attrezzi,

voltatevi
di spalle;
è ovunque,
ovunque gemono

i cardini, stagnano
le acque accresciute,
siete dappertutto inastati
nel giorno,

issate la bandiera, deponete
le valige,
vuoti e pervasi
dal giorno.

(Accogliere il lunedì, 2013)

Strilli Colonna Passa, è passato, passeràStrilli Martino Doveva essere un braccio di mare

Sono qui

Quando dietro la silhouette maturata del passante avanzi un po’
fino alle Zattere
tra le panchine di pietra e gli alberi come in un vecchio dipinto
tremolante
– le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre
sparse leggere lungo la riva
tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie – ti ritroverai di nuovo lì
oggi,
e te ne pentirai. Le vecchie signore sono qui come sempre, odierne
e sicure,
è oggi, la pulsazione che riempie fino all’orlo i corpi e la cornice
del quadro, soltanto chi è morto
manca. Il vapore umidiccio della stiratura di vecchie flanelle,
come trattengono sibili
penetra nelle fessure del giorno che si restringono, è presente come
i becconi delle gru
che si profilano minacciosi lì dietro la cala. – Di sicuro non
dimenticano nemmeno di rimpiangere nulla,
di guardare fuori dalla cornice verso il passato e scavare un po’
il quadro
col rimpianto per ciò che fu; nessuna di loro però a casa toglie
la mano davanti alla massa ringhiosa del frigorifero
e davanti al freddo dell’inverno a venire. Sono qui oggi come noi,
nessuno è in ritardo; solo il giorno d’oggi, il pulsare, pietra colma
di pietra
fino al gelido midollo, l’alzare la polvere della luce e il disegno
oscurante degli alberi, delle nostre silhouette
senza un altro strato a parte la profondità della fenditura, della
percezione
e del suo pronunciamento.

(da Massiccio e crepacci)

 

Corsa

                                    A Standa

 Quando, dopo aver pedalato alacremente, raggiungemmo la cima e ci lanciammo in bici giù per il pendio, allo stridore di sollievo della ruota libera, sperimentammo anche l’altra faccia della corsa: non era soltanto dovere ma anche vertigine, ricambiava la sfacchinata della pedalata con uno stato di grazia, come sua verità nascosta e reale traguardo, e solo allora acquistava significato. Quando Hodges porta alle labbra il suo sassofono contralto e inizia l’assolo, non l’affretta, si fa portare dalle sue onde sfuggenti e lascia che di loro risuoni soltanto la vertigine della corsa. Anche Mozart è pura grazia, una graziosa discesa per le scale che basta a far salire fino al soffitto il brusio sottostante della sala, i suoi pizzi e spume. La vertigine è tanto più grande in quanto entrambi, come noi in bicicletta, già calano all’unisono, invece dell’entrata trionfale nell’arena, lentamente ma inesorabilmente vi discendono.

Onto Giancaspero 1Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

40 commenti

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40 risposte a “Petr Král POESIE traduzioni di Antonio Parente, con una Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25420
    Petr Kral è senza dubbio uno dei maggiori poeti europei, più lo leggo e più me ne convinco. Certo, la sua poesia è lontanissima dalle corde foniche della poesia italiana di questi ultimi decenni, ma questo dimostra semmai il valore della poesia di Kral, non altro… del resto, ricordo che il poeta praghese in una sua noticina avverte il lettore italiano che si troverà davanti una poesia dissimile, molto, da quella a cui è stato abituato… Innanzitutto, la ricchezza fenomenica della poesia di Kral è tale perché sta in equilibrio instabilissimo tra la verosimiglianza e l’inverosimile, certi accorgimenti retorici come la sineciosi e la peritropè (il capovolgimento), il deragliamento (controllato) delle sue perifrasi, le deviazioni, l’entanglement sono gli elementi base sui quali si basa la sua poesia, che ha il privilegio di godere dei vantaggi che il surrealismo presta ai suoi seguaci fautori, ma un surrealismo innervato nella storia e nella lingua dell’autore ceco. Oggi, probabilmente, non si può scrivere, in Europa, una poesia veramente moderna, senza in qualche modo fare riferimento al retaggio del surrealismo. Il surrealismo è l’allontanamento consapevole del referente e dal referente. In Italia, nella tradizione poetica di questi ultimi decenni (con l’ottima eccezione della poesia di Ripellino e di Maria Rosaria Madonna, a parte ovviamente gli autori della nuova ontologia estetica), non c’è davvero molto del surrealismo, siamo ancora invischiati e raffreddati dentro un concetto di verosimiglianza con il «reale» che ha finito per impoverire la gamma espressiva della poesia italiana.
    Che altro dire? Un ringraziamento ad Antonio Parente per aver reso in mirabile italiano la poesia di questo ostico poeta e un ringraziamento all’editore Mimesis Hebenon che con queste pubblicazioni fornisce una sponda importantissima a quanto andiamo scrivendo intorno alla nuova poesia europea.
    Il segreto è in quel concetto di «continuamente presente» di cui parla Kral, una poesia che non contempla la «memoria» che, al pari della «musica», è incoglibile se non come assolutamente presente, unicamente presente. «Presente» come manifestazione paradossale dell’Assoluto, assoluto contro-senso, assoluto paradosso, assoluta incoglibilità del paradosso. Quel «presente» che rimane sempre incoglibile. Alla luce di questa impostazione kraliana, tutti i presenti si equivalgono, tutti sono compossibili e tutti assurdi, assoluti e, quindi, inconsistenti, incoglibili se non attraverso esso «presente». È questo il fulcro della concezione della vita e dell’arte di Petr Kral. Ed è questa, senza ombra di dubbio, la linea di ricerca della «nuova ontologia estetica».

  2. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25423
    Di Petr Král, a parte le poesie, che apprezzo sempre di più a ogni rilettura, mi ha colpito in modo particolare questo scritto sulla musica, “Appiè di fanfara”. A mio parere, le riflessioni di Král esprimono l’essenza profonda della musica, ad esempio là dove si evidenzia la sua assoluta “veridicità” nel relazionarsi con l’ascoltatore. Per questa caratteristica fondamentale, “Di tutti i mezzi espressivi – egli scrive -, la musica è quello che, probabilmente, ci delude meno”. In sostanza, il poeta riconosce alla musica quel primato su tutte le altre arti che già molti scrittori e filosofi avevano sottolineato. Ad esempio, Arthur Schopenhauer. Per il filosofo, la musica è l’unica tra le arti che va oltre la materia: non esprime semplicemente un’idea, ma è l’essenza stessa del pensiero, come si legge nella sua opera più famosa, Il mondo come volontà e rappresentazione.

    «La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari. La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività: perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.(…) [La musica] esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo, che noi, partendo dalla sua più limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà, e l’esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e verità; del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è nient’altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell’essenza del mondo, in concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di tutta quell’essenza; chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe cosí la vera filosofia

  3. Sapete se sia uscito qualcosa di suo, in italiano?

  4. antonio sagredo

    Gentilissimi lettori,
    qui son da chiarire troppo cose… Petr Kral discende dal surrealismo”?: Ma quale surrealismo?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25427
    Poiché i “surrealismi cechi” furono due: il primo surrealismo finisce nel 1938 con una lettera “indirizzata ai giornali” dal fondatore del “gruppo surrealista”, cioè dal poeta praghese Vitezslav Nezval. Il secondo, i primissimi anni ’50 (1951), dopo vari surrealismi “eccentrici” con vari nomi e gruppi e tanti artisti noti e pochissimo noti, si giunge a una svolta per una nascita ufficiale di un secondo surrealismo con tratti completamenti diversi dal primo, anche se da quest’ultimo sono conservati alcuni dettami, temi, aspetti.
    Tutto il processo di formazione del secondo, come del primo, è chiarito dal puntiglioso e straordinario saggio di Giuseppe Dierna “Maghi meravigliosi”, ed. Voland dell’ottobre 2012. Non si comprende nulla dei due surrealismi cechi (a parte lo studio di A. M. Ripellino, “Storia della poesia ceca contemporanea” del 1950.) se non si legge la ricerca del Dierna, che va molto più a fondo nelle varie vicende che caratterizzarono i due surrealismi; e di conseguenza nulla si saprebbe della evoluzione artistica di Petr Kral.

  5. Sorry, avevo letto solo i testi e non ancora gli scritti in cima che mi rispondono… Cancellate pure le mie domande frettolose!

    • donatellacostantina

      Sì, infatti, caro Andrea Margiotta: nella mia scheda è citato tutto quello che finora è stato tradotto di Petr Král. Speriamo in qualche prossima traduzione!

  6. Come ho già scritto,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25429
    personalmente considero il surrealismo una dimensione spirituale ed espressiva eterna ed universale, a cui Breton e compagni hanno tentato di attribuire presupposti scientifici e valenze politiche, auspicando una liberazione e mutazione antropologica ricomponendo la frattura fra conscio e inconscio indagata da Freud. In realtà istanze e icone preconsce o oniriche strutturano da sempre tutte le mitologie religiose e popolari, ogni cultura tenta di tradurle in sintagmi già accreditati. L’ipoteca più ardua è posta dalla definizione di scrittura automatica proposta da Breton:”espressione del reale funzionamento del pensiero emancipata dal dominio della ragione, da ogni norma letteraria, etica, estetica,ecc…” Ma cos’è il pensiero libero dalle leggi razionali? Emozione che tenta di creare un proprio codice metamorfico, segreto, sommerso, infrangendo nessi e relazioni convenzionali, da cui l ‘infinita messe di metafore composte di elementi semanticamente incompatibili ma segretamente corrispondenti, che compone l’opera di tutti i post-surrealisti dove il verbo dei francesi ha dilagato, con poche eccezioni, fra cui l’Italia, dove fu neutralizzato da futurismo e fascismo, almeno fino alle neo-avanguardie.
    Ritengo che il vero inventore fu Rimbaud, che per primo osò infrangere l’unica sacralità sopravvissuta al furore iconoclasta di Baudelaire, l’armonia e lo splendore della forma metrica, la cui pregnanza emozionale viene fatta penetrare all’interno della lingua metricamente decomposta, in una indefinibile, inafferrabile corrispondenza fra elementi subliminali, incongrui e forzatamente fusi con effetti onirici e visionari. Valutarne la risultanza estetica è quanto mai difficile, non solo perché mancano codici assiologici affermati, ma anche perché ognuno deve decodificarli secondo norme assolutamente inconsce e irrazionali, traducendone la musica, ” algebra dell’anima ” ( Leibniz).
    Per quanto riguarda i testi qui proposti, trovo piuttosto significativi i primi due, in seguito mi sembra che la suggestione delle metafore si sfaldi e attenui, lo scenario si depotenzi di mistero, magia, incanto.

  7. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25432
    “Se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva – una possibilità per l’eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quello che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed è finita.”
    Jacques Derrida, ‘Il gusto del segreto’

    E’ una importante pagina di poesia, di commenti e note critiche questa odierna. La riflessione di Derrida può prestarsi a qualche meditazione ulteriore rispetto a quelle già peraltro ben definite di Costantina Donatella Giancaspero, di Giorgio Linguaglossa ( specie in riferimento ad
    A. M. Ripellino e a M. R. Madonna), di Antonio Sagredo e di Carlo Livia?

    Gino Rago

  8. antonio sagredo

    caro Claudio Margiotta,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25434
    ho già indicato due libri: quello del Ripellino, che è introvabile (inutile cercarlo), e quello del Dierna del 2102 che si può ordinare. È con questo studio che si hanno chiari gli intrecci dei vari surrealismi europei; in specie il raffronto fra quello francese e quello ceco: i surrealismi più importanti; quest’ultimo si attiene da principio a quello francese, per poi affiancarlo e più volte superarlo nei risultati; in ultimo, vi è il conflitto e la fine.

    • caro Antonio, comprendo il surrealismo e il lapsus freudiano… Ma io mi chiamo Andrea, o, se preferisci, Andrej… Quanto al libro di Ripellino che citi, si trova in varie biblioteche anche romane (alla Nazionale e in altre), sia nell’edizione d’Argo del ’50 che in quella per le edizioni e/o del 1981…

  9. Giorgio Linguaglossa: Lettura comparata di due poesie di Gian Mario Villalta e di Petr Král dal punto di vista della «nuova ontologia estetica»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25440
    Faccio seguito all’intervento di Carlo Livia che ha posto nel giusto binario la nostra discussione. Che Petr Král appartenga al secondo o al terzo surrealismo praghese, è una questione storico filologica che a noi, qui, interessa fino a un certo punto. Quello che a noi interessa è la percezione, il concetto e la procedura della poesia che Král persegue e consegue con la sua opera poetica. Quello che a me appare maggiormente interessante è la portata rivoluzionaria della poesia Králiana, rivoluzionaria almeno per noi lettori italiani abituati alla lettura della poesia italiana di questi ultimi decenni.

    È ovvio che, dal punto di vista della poesia italiana degli ultimi decenni la poesia di Král riesca di problematica identificazione, quasi incomprensibile. Invece, dal punto di vista della «nuova ontologia estetica» la poesia Králiana diventa pienamente intelligibile. Com’è possibile, come può essere avvenuto questo fenomeno? La risposta a questo interrogativo è già in nuce nelle riflessioni di Gino Rago, Carlo Livia, negli appunti di Donatella Costantina Giancaspero e, credo, anche nel mio commento. Quello che noi stiamo dicendo e facendo da tempo è dire che una nuova poesia sorge sempre e soltanto quando si profila un nuovo modo di concepire il linguaggio poetico.

    Ad esempio, negli autori della «nuova ontologia estetica» si verifica un uso di alcune categorie retoriche piuttosto che di altre, innanzitutto la categoria retorica fondamentale (che poi non è una categoria retorica ma concerne il modo stesso con il quale si concepisce l’essenza e la funzione del linguaggio poetico): il concetto di verosimiglianza tra il «linguaggio» e il «reale». Negli autori della «nuova ontologia estetica» non si dà alcuna corrispondenza equivalente e/o mimetica tra la «parola» e l’«oggetto» del reale, non si dà «corrispondenza» affatto, non si dà alcuna «riconoscibilità» a priori, in quanto la «riconoscibilità» deve essere scoperta volta per volta nell’ambito del dispiegamento del discorso poetico, deve essere «ricostruita» ogni volta di nuovo.

    Faccio un esempio di un tipo di poesia tipicamente italiana nella quale le parole «vedono» da vicino l’oggetto del «reale» in modo riconoscibile e condiviso. Prendo in esame un autore italiano molto noto, Gian Mario Villalta, da Telepatia (LietoColle, 2016). Leggiamo:

    Dove scola l’acqua nera tra i cocci di tegole
    e i ciuffi di sorgo matto invadono le soglie
    sotto i festoni di viticciòli, nell’ombra del vischio annidato sui pioppi,
    una vita nuova d’insetti, di infime vittime e di minuscoli assassini feroci,
    in agguato perenne tra i tubi, nei crolli dei muri, nelle canalette
    interrate, ha conquistato il regno della ruggine.

    Altrove viviamo noi, con i nostri propositi, le sconfitte
    nella lotta col frigorifero, l’inferno tiepido delle bollette
    e delle mollette per stendere, altrove noi siamo inerti
    e violenti a parole, con il termo a 21, la paura di perdere
    la cena fuori di sabato, e qualcosa di moda, anche poco, o l’amicizia
    con un nickname, abbiamo paura, soprattutto, per la sicurezza.

    Nel regno della ruggine c’è un edificio riattato
    oggi vuoto di uomini soli, gentili per forza
    quando arrivava il cibo.
    Di loro neppure più il sorriso, di chi nel sonno stringe
    il nostro paradiso.

    Qui il discorso poetico è immediatamente «riconoscibile», non c’è alcuna «ridondanza», non ci sono procedure di entanglement, catene sinonimiche, metafore, non ci sono deviazioni, deragliamenti, salti temporali e spaziali, insomma, ci muoviamo in un tipico concetto di poesia come adesione della «parola» al «reale riconoscibile».
    Leggiamo invece una poesia di Petr Král:

    Sono qui

    Quando dietro la silhouette maturata del passante
    avanzi un po’ fino alle Zattere
    tra le panchine di pietra e gli alberi come in un vecchio dipinto tremolante
    – le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre
    sparse leggere lungo la riva
    tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie – ti ritroverai di nuovo lì oggi,
    e te ne pentirai. Le vecchie signore sono qui come sempre, odierne e sicure,
    è oggi, la pulsazione che riempie fino all’orlo i corpi e la cornice
    del quadro, soltanto chi è morto
    manca. Il vapore umidiccio della stiratura di vecchie flanelle, come trattengono sibili
    penetra nelle fessure del giorno che si restringono, è presente come
    i becconi delle gru
    che si profilano minacciosi lì dietro la cala. – Di sicuro non
    dimenticano nemmeno di rimpiangere nulla,
    di guardare fuori dalla cornice verso il passato e scavare un po’ il quadro
    col rimpianto per ciò che fu; nessuna di loro però a casa toglie
    la mano davanti alla massa ringhiosa del frigorifero
    e davanti al freddo dell’inverno a venire. Sono qui oggi come noi,
    nessuno è in ritardo; solo il giorno d’oggi, il pulsare, pietra colma di pietra
    fino al gelido midollo, l’alzare la polvere della luce e il disegno
    oscurante degli alberi, delle nostre silhouette
    senza un altro strato a parte la profondità della fenditura, della
    percezione
    e del suo pronunciamento.

    (da Massiccio e crepacci, 2004)

    Dalla poesia di Gian Mario Villalta si evince che il linguaggio impiegato è pensato in quanto funzionale alla «riconoscibilità mimetica» del «reale». Nella poesia di Petr Král no, il linguaggio impiegato viene utilizzato per una «ricostruzione» non più «mimetica» del reale.
    È ovvio che la «nuova ontologia estetica» guardi con molto interesse alla poesia di Petr Král piuttosto che a quella di Gian Mario Villalta, ma non per partito presto, quanto perché nella poesia kraliana c’è un modo di intendere il «reale» in una accezione non più «mimetica» come è stato in auge nella tradizione poetica italiana maggioritaria di questi ultimi decenni, ma in una accezione diversa, più complessa e problematica.
    Mi fermo qui.

    Scrive Lacan: «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
    È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
    Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
    Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
    Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
    Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.
    Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

    1] J. Lacan Ecrits, 1966,Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

  10. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25441
    Il discorso di Giorgio Linguaglossa è molto chiaro. Qui non si tratta di esprimere una valutazione di ordine estetico su due differenti modelli di poesia (quello di Gian Mario Villalta e quello di Petr Král), ma di comprendere il motivo della loro diversità, in primo luogo analizzando l’uso che ciascuno fa del linguaggio. Il riferimento a Lacan è quanto mai chiarificatore. Per chi volesse approfondire l’argomento, propongo la lettura di alcune pagine degli “Scritti” (Volume I) di J. Lacan, al seguente indirizzo link:

    https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwih29up4v7WAhULsBQKHYV2A5sQFggpMAE&url=http%3A%2F%2Fwww.differenzadesaussure.istitutosvizzero.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2013%2F03%2FLacan-J.pdf&usg=AOvVaw2FVAaJtAfdQaV286nJ8x7s

  11. Per quanto riguarda l’impiego in poesia dei «frammenti», così frequenti nella poesia della «nuova ontologia estetica», ecco quanto scrive Mario Praz in ordine all’opera di esordio di Eliot:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25443
    «Nel 1922, in The Waste Land, Eliot aveva dato espressione al consapevole disorientamento di un’epoca che, iniziatasi colla prima guerra mondiale, può dirsi duri tuttora e non si saprebbe meglio definire che col titolo di un volume dell’Auden, The Age of Anxiety, l’epoca dell’ansia. The Waste Land chiudeva il suo barbarico edificio con alcuni frammenti di poeti del passato, vestigia di una nobile e secolare tradizione di cultura, e con la dichiarazione: “Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine“. The Waste Land voleva essere insomma un edificio di bassa epoca deliberatamente eretto sull’Ultima Thule del pensiero europeo, proprio al limite della desolazione incombente che minacciava di travolgere ogni traccia d’una cultura secolare».

    Nel mondo post-metafisico dell’“organizzazione totale” fondata sulla tecnica, ogni cosa ha un posto definito, coincidente con la funzione strumentale assolta all’interno del sistema. Anche il linguaggio assolve questo compito, tecnicizzandosi. L’uomo interroga gli enti come oggetti esterni da cui determinare il senso dell’essere: il loro e il proprio. Ma la metafisica, così intesa, conduce all’oblio dell’essere, che si nasconde anziché rivelarsi, e all’utilizzo strumentale degli enti nell’orizzonte del mondo tecnicizzato. Anche l’uomo, segue la stessa sorte, diventa “ente”, oggetto, cosa, strumento. Il pensiero si riduce a servizio del sistema: strumento fra gli altri per la soluzione di problemi interni alla “totalità strumentale” in atto nelle società contemporanee. Occorre dunque ripristinare il contatto con le sorgenti dell’essere.

  12. Ecco una poesia di un autore che sta tesaurizzando le cose che scriviamo, Antonello Airò:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25444
    Solitudine

    (avvertenze)

    Tenere fuori dalla portata dei bambini
    Conservare in luogo riparato
    Usare con cautela
    L’uso eccessivo può provocare assuefazione
    Può creare pazzia o saggezza
    Non va sponsorizzata o tantomeno regalata
    Può essere conservata per usi successivi
    Consigli:
    Integrarla con vita sociale
    Evitare persone negative e narcisiste
    Controllare la propria autostima
    Svolgere periodicamente attività di volontariato
    Curare la propria persona e gli affetti

  13. donatellacostantina

    E, in merito alle differenze, sappiamo che
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25445
    Petr Král era del tutto consapevole della distanza che divide la propria poesia da quella italiana. Lo dichiara esplicitamente nella nota introduttiva all’antologia “Tutto sul crepuscolo”:

    «Di sicuro la mia poesia è necessariamente un po’ lontana dalla tradizione poetica italiana; nonostante il mio amore per l’Italia (e le poesie di questa raccolta che vi si sono ispirate direttamente) provengo da altri luoghi, da altri orizzonti, e non tutto quello che offro può risultare allettante ed eloquente per il lettore italiano. Perciò è anche possibile che vi sia uno scontro tra le mie e le sue abitudini e preferenze; laddove nella poesia italiana prevale la fluidità del canto, i miei sguardi alla realtà, spesso piuttosto perfidamente obliqui, possono anche suscitare un minimo di disturbo. Tuttavia, voglio credere che nemmeno in questo caso il mio confronto con il lettore italiano sia vano, e che ne risulti almeno qualcosa di benefico per entrambe le parti».

    Petr Král ci avverte anche che, per questa antologia tradotta in italiano (da Antonio Parente), ha selezionato in primo luogo le poesie ispirate all’Italia. Evidentemente, volendo così omaggiare il nostro Paese. Ma, come puntualizza nella sua nota:

    «Ogni selezione di testi dal corpo poetico di un autore è necessariamente una semplificazione, mette in risalto alcuni aspetti dell’opera, e ne esclude altri che ne costituiscono un supplemento di precisazione e arricchimento – o persino un contrappeso necessario. Ciò è vero anche quando – come nel caso di questo volume – la scelta è opera dell’autore. Nemmeno lui – fortunatamente – sa tutto della sua opera, può anch’egli trascurare aspetti importanti così come sottolinearne in maniera un po’ eccessiva (ossessiva) altri. Io stesso mi sono accorto soltanto dopo aver selezionato i testi che queste poesie in maggior parte “hanno luogo” fuori, all’aria aperta, e soltanto a tratti mettono in relazione questa loro estensione con lo spazio interno. Può darsi che questa scelta sia derivata – senza esserne stato precedentemente consapevole – proprio dalla mia idea dell’Italia come di uno spazio ideale per la libertà umana; ad ogni modo, non ho cambiato nulla della mia scelta, nella speranza che sarà il tempo stesso a rivelarne il suo significato nascosto».

    Ogni selezione – dice Král – è una semplificazione. Perciò, credo che non possiamo conoscere in pieno l’autore ceco dalle poche poesie tradotte qui e altrove. Dovremmo poter leggere almeno due o tre opere intere… Insomma, vorremmo saperne di più, vorremmo conoscere meglio questo poeta, accolto con tanto interesse e, direi, entusiasmo, dalla «nuova ontologia estetica».

  14. A proposito di una poesia scritta a 6 mani
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25446
    Qualche tempo fa, sulle pagine dei Commenti di questa rivista è stato fatto un esperimento molto interessante, è stata creata una poesia a sei mani a partire da un verso lasciato lì per caso da un commentatore. Ecco, io vorrei sottolineare questo evento perché ne è uscita fuori una poesia non riconoscibile. Imprevista e imprevedibile. Finalmente, è stato creato un qualcosa che nessuno di noi si aspettava.
    Ecco la poesia composta da frammenti a 6 mani, da Ubaldo De Robertis, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppina Di Leo. Beh, che ve ne pare? Non sarà una «bella poesia» nel senso tradizionale del termine, ma almeno c’è della elettricità dentro. Qualcosa che vibra.
    .
    Come la luce passerà su quel vetro o si rifletterà.
    M’è dolce leggere ascoltando e vedendo.
    Mi raccomando: acqua in bocca!
    glu glu glu
    In principio non sembrò un problema.
    Betta cavalcava la pinna dello squalo
    sembrando compiaciuta.
    Tre squali bianchi nuotano nella vasca.
    Brillano i bambini sul vetro dei bicchieri.
    Manca sempre l’oliva, disse lo squalo.
    Ignari
    suonano con tutte le acque

  15. antonio sagredo

    è inutile un ulteriore mio commento.

    • è qui siamo, qui restiamo.
      questo è l’attimo presente.
      che non deturpo.
      si fa simile alla speme, la speranza.

      proposta: lasagne al pesto a Portofino, la
      citazione: estemporanea di poesia del NOE.

      O c’è gia stata?

  16. donatellacostantina

    Duke Ellington (1899 – 1974)

    • …estemporanea con street band…🙌🙌🙌

      • donatellacostantina

        Il grande Duke Ellington registrò Il brano “Jubilee Stomp” nel 1928 (pensate!) insieme alla sua band jazz, la Cotton Club Orchestra. L’ho inserito qui, perché Petr Král, nelle sue riflessioni intorno alla musica, in “Appiè di fanfara”, cita appunto le prime registrazioni dell’orchestra di Ellington. Queste, insieme ai “toni leggendari della cornetta di Armstrong di fine anni Venti” (come scrive), hanno il potere di allontanare da lui la malinconia – forse una sorta di “spleen”-, che sopraggiunge in varie occasioni, in alcuni periodi dell’anno.
        Non so se Král leggerà mai il nostro post. In ogni caso, dedico il brano a lui. Ma anche a tutti i lettori e i visitatori della rivista, come sempre faccio con la musica che pubblico qui. E allora…

        Buon ascolto!!

        • donatellacostantina

          Ed ecco un altro brano, “Take the A train”. Beh, questo è davvero famoso! E divertente!
          Lo compose un amico e collaboratore di Ellington, Billy Strayhorn, nel 1938. Come dice il titolo, il brano è ispirato alla linea “A” della metropolitana di New York, che in quegli anni andava dall’estremo est di Brooklyn fino ad Harlem e all’estremo nord di Manhattan, collegando i più popolosi quartieri di colore.
          Nel video il brano è eseguito da Duke Ellington e la sua orchestra in una scena del film Reveille with Beverly del 1943, diretto da Charles Barton.

          Buon ascolto!!

          • donatellacostantina

            Petr Král e Chopin
            https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25567
            TEMPO DI SONATE

            Qua e là risuona ancora Chopin, si sbriciolano toni madreperla,
            incerta si ravviva la morbida penombra dei saloni; le signore si
            inturgidiscono e ondeggiano, singhiozzano bluastre
            nel fazzolettino. Nonostante gli ammassi fumanti di morte
            ammucchiati oltre le aie
            dell’autunno è ancora possibile che tu, come un eroe vivo,
            passi anche col treno fino alla stazione al centro di una provincia
            senza nome,
            spalanchi la porta, in una saettata d’occhio balzi giù sul binario,
            ti precipiti alla festa da ballo e dopo un ballo lento risuoni nell’alcova
            gli inaspettati sospiri bluastri di qualcuna. E tra i sospiri, oltre
            le tende rigonfie,
            scorgi dalla finestra la steppa come una distesa intera e nuovamente
            fresca – All’orizzonte il bosco intanto continua a scongiurare
            l’indifferente cima, scuro collare di castoro,
            dal fumo delle nostre trine, nel deserto circostante e nelle oscure
            coulisse
            si muove, respira soltanto il tempo fuggente.
            E sale da solo in salotto lungo le rigide figlie del padrone di casa,
            lungo la piccola nudità di alabastro
            sul pianoforte fino agli ornamenti scalcinati del soffitto –

            (Petr Král, dall’Antologia Tutto sul crepuscolo</em, ed. Mimesis. Traduzione di Antonio Parente)
            ***

  17. LA CARTOGRAFIA DELLA POESIA ITALIANA DEL 900
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25456
    ”Osservando il panorama editoriale contemporaneo ci troviamo di fronte alla situazione paradossale di poeti ottimi pubblicati da case editrici minori, o addirittura invisibili, e autori di scarso interesse che escono in Case Editrici molto accreditate, con una precedente tradizione, come Einaudi, Mondadori o Garzanti. Ne deriva una situazione di profondo sconcerto che coincide con l’eclisse della critica della poesia.”

    (Alfonso Berardinelli).

  18. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25467
    A – Per costruire bene si deve anzitutto nutrire un sentimento di sincera
    devozione per le dimensioni dello spazio.
    B – Accettare il limite e come gesto poetico, unico ed inderogabile, per superarlo.

    C- Come un architetto, dunque, anche il poeta deve porsi il problema di come eludere il vuoto a partire dalle singole pietre della parola.

    D – Costruire significa combattere contro il vuoto, significa ipnotizzare lo spazio.

    E – Solo l’esito del gesto poetante, (l’opera d’arte in sé), permette in conclusione di raggiungere la vera essenza della poesia, nella consapevolezza che tutti i fenomeni hanno pari importanza, e che ogni unità, (ogni frammento) è singolare e senza tempo di per sé perché compiuta.

    Soprattutto in “16 ottobre 1943”, e precedentemente nel metodo mitico
    per frammenti del ‘ciclo troiano’, ho adottato i punti A, B, C, D, E come fari,
    sulla scia della martellante idea di Giorgio Linguaglossa ( ribadita, riproposta
    in svariate pagine de L’Ombra delle Parole e in convegni poetici e nel
    Laboratorio Poesia, ecc,) che è: “Dimmi che uso fai dello spazio e del
    tempo e ti dirò che poesia potrai fare”.
    E a tale idea linguaglossiana, che affianco sempre all’altra dello Spazio Espressivo Integrale, per una poesia totale, sono rimasto e sono fedele.
    Gli esiti raggiunti per queste vie non spetta a me dirlo. ma tant’è.

    Gino Rago

    • l’interno
      del silenzio
      ha le
      pareti
      forate
      ed intorno
      il rumore
      ha soltanto
      una visibile
      cornice
      di tempo,
      l’azzurro
      del cielo
      anch’esso
      è retto
      agli estremi
      da due
      lunghissime
      pertiche:
      in bilico
      una nuvola
      sta cadendo.

  19. Bertolt Brecht & Kurt Weill – Alabama Song

  20. Bertolt Brecht – Das Lied von der Unzulänglichkeit des menschlichen Strebens

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25488
    Sag mir, wo die Blumen sind,
    Wo sind sie geblieben?
    Sag mir, wo die Blumen sind,
    Was ist geschehen?
    Sag mir, wo die Blumen sind,
    Mädchen pflückten sie geschwind.

    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

    Sag mir, wo die Mädchen sind,
    wo sind sie geblieben.
    Sag mir, wo die Mädchen sind,
    was ist geschehen?
    Sag mir, wo die Mädchen sind,
    Männer nahmen sie geschwind.
    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

    Sag mir, wo die Männer sind
    Wo sind sie geblieben?
    Sag mir, wo die Männer sind
    was ist geschehen?
    Sag mir, wo die Männer sind,
    zogen fort, der Krieg beginnt.

    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

    Und sag, wo die Soldaten sind
    Wo sind sie geblieben?
    Sag, wo die Soldaten sind
    was ist geschehen?
    Sag, wo die Soldaten sind
    über Gräbern weht der Wind.
    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

    Sag mir, wo die Gräber sind,
    wo sind sie geblieben?
    Sag mir, wo die Gräber sind
    was ist geschehen?
    Sag mir, wo die Gräber sind,
    Blumen blühen im Sommerwind
    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

    Und sag mir wo die Blumen sind
    wo sind sie geblieben?
    Sag mir wo die Blumen sind
    was ist geschehen?
    Sag mir wo die Blumen sind,
    Mädchen pflückten sie geschwind
    Wann wird man je verstehen,
    wann wird man je verstehen?

  22. strascichi primaverili
    attorno alle tue labbra
    e nel tempo
    conficcati
    appena
    lungo i fianchi
    e lungo i viali
    come
    aculei di luce
    infranta
    che pigola
    esausta
    ai bordi
    del mondo.

  23. Caro Mauro,
    prova ad allargare il verso. Così è troppo spezzettato, alla fine diventa prevedibile. Uno dei segreti della poesia moderna è proprio questo: l’alternanza del verso breve con il verso lungo o lunghissimo, questa alternanza conferisce dinamicità alla poesia. Faccio un gioco, se me lo permetti. Io la tua poesia la vedrei così:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25599
    strascichi primaverili
    sulle tue labbra e nel tempo
    conficcati appena lungo i fianchi e lungo i viali
    come aculei di luce
    infranta che pigola esausta ai bordi
    del mondo.

    Però, il primo verso, così com’è: “strascichi primaverili” da solo è troppo detto, è privo di risonanza. Io lo complicherei un po’… Petr Kral docet…

  24. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25608
    La tenuta dei fiati intonava una nota tenebrosa per voce bianca,
    dai timbri raffiche di carne danzavano su un patetico registro.
    Il trillo di una scala leggero come la grazia di un miserere
    giocava d’agilità e tenerezza come l’epifania della metafora.

    Ma quale estensione e dolcezza non sapevamo dei tasti ?
    Se dalle corde d’amore di una viola d’amore dettata era
    la sua voce, mentre i codici in rovina i misteri sulle dita
    invano battevano in fuga gli occhi musicali fra le lacrime!

    Lei era tutto quello che nei miei versi è scritto e non dettato.
    Perché dovrei dividere col mondo la mia nascita dalle parole?
    Cosa nasconde il mio cervello che io non debba mai sapere?
    E perché quella materia che mi oscura si tiene all’ombra?

    Ed io che avevo scritto di Eleusina senza sapere di Emilio… e lui che
    mi urlava: Guarda che siamo di Eleusi. Torniamo a Eleusi: sotto, sotto, sotto…
    E lei, Marina, col rosario di una corda intorno al collo :
    Io che non so quel che vivo, io non so quel che muoio,
    quel deperire lento che è l’essere svegli dormendo!

    Celebravo questo mondo coi versi miei, ma non è eguale a me! – mi dicevo.
    La tua voce, Farinelli, che sapeva l’inchino e il pianto delle stelle mi confortava
    sui gradini come un accattone, e con un miserere ti hanno scannato come
    un angelo recidivo, proprio Tu che giocavi ai miracoli – sui patiboli!

    Antonio Sagredo

    Roma, 28 marzo 2015

  25. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25698

    So bene quanto sia difficile comprendere la poesia di Petr Kral, nella tradizione italiana non abbiamo nessun equivalente (in poesia intendo) che ci possa aiutare. E però quello che noi stiamo tentando di far capire parlando della «nuova ontologia estetica» è qualcosa che molti grandi poeti europei hanno già fatto e che oggi scrivono… una poesia che si muove secondo altri canoni, altre regole da quelle cui ci ha abituato la tradizione della poesia italiana di questi ultimi decenni.
    Se leggiamo alcuni versi di Kral ci rendiamo conto della distanza che separa questa poesia dalla contemporanea poesia italiana (almeno quella precedente la «nuova ontologia estetica»).

    Ora

    E uno zeffiro rimescola l’oblio nelle pagine del libro
    Con i brividi dello sterpeto circostante ci tiene senza fine
    in guardia

    (Per l’angelo, 2000)

    Per quello che possiamo capire dalla traduzione di Antonio Parente, qui abbiamo la esemplificazione di una scrittura che si muove tra gli spiragli e le fessure del referente, anzi, dei referenti; una scrittura che sembra spostare di lato i referenti; per esempio, leggiamo soltanto il primo verso. Che cosa significa dire: lo «zeffiro» agisce sull’«oblio» per agire (di rimando) «nelle pagine del libro»?. Davvero, un bizzarro assemblaggio di attanti. Davvero bizzarro è che lo «zeffiro» agisca per interposta persona per poter agire «nelle pagine del libro»! Questo è davvero un impiego insolito (almeno per noi abituati ad una scrittura lineare e ad un concetto lineare e corrispondentista delle parole rispetto ai loro referenti) delle parole, le quali sono trattate con una libertà fantastica inusitata e sfrenata. la parola (lo «zeffiro») agisce quasi autonomamente, di propria iniziativa, sganciata da qualsiasi azione umana. Il soggetto non c’è più, qui è uno «zeffiro» che agisce motu proprio e prende l’iniziativa della significazione poetica. La poesia diventa così una macchinazione significatizionista, una macchinazione di significati scentrati, ellittici, fuori centro, lateralizzati. La significazione procede e agisce per contraccolpi e per rispondenze indirette certo non obbedienti al codice a cui siamo abituati nella lingua di relazione: Parole=referente. Qui, alle parole corrisponde un referente «spostato», «lateralizzato». La macchinazione significativa della poesia si sposta di clinamen in clinamen fino a lateralizzarsi in continuazione…

    Il linguaggio della poesia comunica e nasconde. Parlando produciamo inconscio e non solo intenti razionali e lineari. Il linguaggio agisce ma è soprattutto agito da una parte di noi che rimane sconosciuta. Mentre utilizziamo la parola per dire il nostro voler dire, per prescrivere il giusto, il consono nella parola si insinua sempre qualcosa che la scardina, che le fa dire qualcos’altro, che le impedisce di ancorarsi saldamente ad un significato, qualcosa dell’ordine della mancanza, qualcosa che distorce la nostra intenzione significante. Se l’inconscio freudiano parla, è perché ha qualcosa da dire, e questo qualcosa si colloca a livello del non sapere: l’individuo parlante non sa cosa dice. Si può dire con Lacan che nella catena significante il senso insiste, ma non consiste.

    La parola poetica è detta in funzione della comunicazione con altri, per i quali la parola diventa a sua volta una cosa, un significato che ha bisogno d’essere afferrato attraverso un significante, cioè un’altra parola. Questa può anche essere la medesima della prima, ma con questa entra in un rapporto di indeterminazione indistinta analogo a quello che legava la prima parola alla cosa significata. In altri termini, il linguaggio umano è una gamma di innumerevoli spazi intermedi, di comprensioni incerte, di fiducia carente, di equivoci, di menzogne, di inganni, di sospetti inevitabili.

    Dal punto di vista linguistico, la «metonimia-spostamento-cut-up» indica la combinazione tra un significante ed un altro, mentre la «metafora-condensazione-fold-in» si costituisce come un movimento di sostituzione nel quale un significante prende il posto di un altro significante producendo un effetto di significazione, un dipiù di senso. La metonimia produce una fuga del senso, un suo scorrimento resistente alla significazione (una parte significante per il tutto, che scivola di significante in significante per definire sempre lo stesso tutto sfuggente). Direi che la poesia di Petr Kral obbedisce alla legge della catena significante.

  26. Boris Leonidovič Pasternak (Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) traduzione di Paolo Statuti

    Definizione della poesia
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25699
    È il fischio sparso all’improvviso,
    Il crepitìo dei ghiaccioli,
    La notte che gela la foglia,
    Il duello di due usignoli.
    È il pisello inselvatichito,
    Il pianto del cielo nei baccelli,
    Figaro dai leggii e dai flauti
    Che sulle aiole cade a granelli.
    È tutto ciò che alla notte importa
    Trovare nei fondali profondi,
    E una stella portare nel vivaio
    Sui palmi bagnati e tremebondi.
    Più piatta d’una tavola è l’afa,
    Il firmamento è sommerso di ontano,
    Alle stelle si addice ridere,
    Ma l’universo è sordo e lontano.
    1917

    • donatellacostantina

      Un secolo esatto è passato da questa poesia di Boris Pasternak che, nonostante il tempo, ci appare di grande modernità. È un fatto, questo, che deve far riflettere tutti noi che leggiamo e scriviamo poesia.

  27. Scrive Alessandro Alfieri sul n. 28 della rivista Aperture del 2012:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25703
    «Il frammento può venire compreso come la cifra caratteristica della modernità; il mondo moderno, infatti, si pone sotto il segno della dispersione, della deflagrazione del senso, della moltiplicazione delle prospettive… differenti modi per riferirsi alla secolarizzazione e alla laicizzazione della vita sociale avvenuta nella cultura occidentale compiutasi nel XIX secolo, e che ha trovato nella filosofia di Friedrich Nietzsche la più piena espressione. La morte di Dio, e la fine della visione platonico cristiana, è difatti la scomparsa del centro, la decadenza della verità assoluta, l’impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad un’unità di senso.
    Il prospettivismo nietzschiano può venire interpretato come una promozione della frammentarietà di contro alle tesi di ordine metafisico, che rivendicano di venire recepite in una loro presunta verità indiscutibile e dogmatica. Infatti, è a partire proprio dalla filosofia di Nietzsche che, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del Novecento, alcuni autori svilupparono determinate e peculiari “filosofie del frammento” in grado di restituire dignità alle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno.
    […]
    (Per Walter Benjamin) il filosofo, o come era solito dire lui, lo “storico materialista”, il critico o anche l’artista, deve puntare il suo sguardo su oggetti apparentemente non degni di attenzione, deve farsi “pescatore di perle” per concentrarsi però sugli stracci, sugli elementi trascurati dagli accademismi ufficiali, sui frammenti dispersi e abbandonati ai margini delle strade e cacciati dalle teorie rigorose. Benjamin interpreta perciò frammenti, e il luogo privilegiato dove a dominare sono frammenti è proprio la metropoli moderna, con le vetrine dei suoi passages e le sue luci a gas, capaci di investire il passante con choc percettivi continui.

    Le nostre metropoli, che proprio negli anni in cui scrive Benjamin stavano assumendo la fisionomia e l’assetto di quelle che sono diventate oggi, si caratterizzano per la velocizzazione inaudita dei ritmi di vita, dove a venire sacrificata è l’esperienza effettiva di ognuno di noi può fare del mondo, della realtà e dell’altro. Il mondo moderno è un mondo di frammenti impazziti, che alla “contemplazione” ha sostituito la “fruizione distratta” (…) Tale dimensione è in Benjamin sinonimo di rivoluzione: possibilità di riscatto da parte delle masse […]
    In Benjamin distrazione e attività non sono in contraddizione: i fenomeni che sembrano costringere ciascuno, per volontà del capitalismo, all’omogeneizzazione e alla passività generalizzata, sono gli stessi che possono condurre l’uomo alla sua tanto sospirata rivincita e affermazione. I frammenti sono perciò da un lato prodotti della cultura del consumo, della moda, della meccanizzazione dell’agire, ma su un altro livello sono anche promessa di futuro, possibilità offerta agli uomini di scardinare la storia dei vincitori e il tempo mitico del sempre-uguale.

    La frammentarietà che caratterizza il mondo moderno, oltre ad essere il contenuto ovvero il tema di gran parte della produzione benjaminiana, è al contempo anche fondamento formale e stilistico; Benjamin non ha più alcuna fiducia per il trattato esauriente e per il sistema, ed è la sua stessa produzione a essere espressione della medesima frammentarietà di cui parla, prediligendo per esempio la struttura saggistica su determinati argomenti e autori. Ma è soprattutto nella sua ultima grande opera, rimasta incompiuta, che tale frammentarietà assurge alla sua più piena espressione, ovvero i Passages, un “montaggio” di impressioni, idee, citazioni, riferimenti, “stracci” appunto, che nel loro accostarsi fanno emergere significati inediti, elementi che contribuiscono a sconfiggere quella fantasmagoria seduttiva in grado di anestetizzare il pensiero critico.

    Qui assume un ruolo essenziale il concetto di “immagine dialettica” dominante proprio nei Passages; l’immagine dialettica, che si oppone all’epochè fenomenologica, vive del suo perpetuo relazionarsi all’altro da sé. Non v’è possibile ontologia dell’immagine nell’assenza di relazione, anzi, è la stessa immagine che, affinché possa sopravvivere, pretende di essere messa in rapporto ad altro. È nell’immagine dialettica che temporalità ed eternità si fondono insieme, passato e presente si amalgamano:

    “Non è che il presente getti la sua luce sul passato, ma l’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo in cui le si incontra è il linguaggio”.1]

    Cogliere nel turbinio incessante e frenetico della modernità dei momenti di stasi improvvisi, delle “epifanie di senso”, capaci di illuminare di una luce differente ciò che invece ci sfugge repentinamente nella vita quotidiana dominata dalle regole del consumo: questo è il compito del filosofo dialettico e del critico della cultura; fissare lo sguardo sui frammenti per farne delle immagini dialettiche che rivelino i processi che li hanno determinati, le loro intenzionalità profonde, i loro valori allegorici e le opportunità che da esse si sprigionano.
    […]
    Ontologicamente, ed anche da un punto di vista logico-semantico, l’immagine può dire qualcosa, ha un senso e può comunicare con noi solo perché è da subito a contatto con altre immagini, in rapporto di identità o differenza con esse. D’altronde, è la conoscenza stessa che opera in questa maniera, affidandosi alla “relazione” e non alla “cosa in sé”. Per comprendere questo punto, torniamo a Nietzsche: “Le proprietà di una cosa sono effetti su altre ‘cose’; se si immagina di eliminare le altre ‘cose’, una cosa non ha più proprietà; ossia: non c’è una cosa senza altre cose, ossia: non c’è alcuna ‘cosa in sé’”.2]
    L’immagine rinvia continuamente a ciò che è altro da sé, slitta il suo senso ad un’altra immagine che rimanda a sua volta ad altre innumerevoli immagini. In questo terreno multiforme e frammentato, in assenza di un punto centrale e statico, la riflessione è demandata continuamente al suo passo successivo; questo processo consente al pensiero di vivere, di non esaurirsi in una risposta conclusiva, e di tenersi aperto all’indeterminato.

    1] W. Benjamin, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino, 2007, p. 516
    2] F. Nietzsche La volontà di potenza Bompiani, Milano, 2005, p. 308

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