Cristina Annino Poesie inedite da Le perle di Loch Ness – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Gif-cool-occhiali

Era alto, oh! aperto a valanghe nei polsi

Cristina Annino – laurea in Lettere e Filosofia- nata Arezzo, vive a Milano.
1969, Non me lo dire non posso crederci, Tèchne, Firenze (ancora con il cognome Fratini)
1977, Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli.
1979, Boiter (romanzo) con Forum, Forlì.
1980, Il Cane dei miracoli, editore Bastogi, Foggia.
1984, Nuovi Poeti Italiani n°3, Einaudi, Torino, a cura di Walter Siti.
1987, Madrid, Corpo 10, Milano; libro riedito per le Ed. della Stampa 2009, Varese, 2013.
2002, Gemello carnivoro, I Quaderni del Circolo degli Artisti, Faenza.
2002, Macrolotto, Canopo Edizioni, Prato.
2008, Casa d’Aquila Levante Editore, Bari.
2009, Magnificat, raccolta antologica di tutta la sua produzione, PuntoaCapo editore.
2012, Chanson Turca, LietoColle editore, Como.
2013, Poco prima di notte, plaquette, Arca felice.
2014, Céline, EDB Edizoni, Milano
2014 Chronic Hearing. Selected Poems 1977-2012, Bilingual Edicion, Celsea, New York
2016, Anatomie in fuga, Donzelli Edizioni, Roma
È in corso di pubblicazione il romanzo Connivenza Amorosa, per le edizioni Greco&Greco.
Da alcuni anni si occupa saltuariamente anche di pittura.

Gif scale e donna

Certe sere, Carina, rimette il pasto

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 La poesia di Cristina Annino «vuole» essere il racconto di un linguaggio nel quale le parole dicano qualcosa di più o di meno e di diverso da quello che avrebbero voluto dire, da quello consegnato ai vocabolari, da quello che si vorrebbe dire agli interlocutori del futuro (già, i posteri!). Il mutamento dei significati delle parole presuppone sempre una dimenticanza del loro primo significato. La poesia moderna più evoluta  si situa in questa zona d’ombra, in questa zona di mezzo, in questo chiaroscuro semantico in cui il significato antico sbiadisce mentre sta per  venire alla luce il nuovo significato. La poesia  è questo significato nuovo che viene alla luce, o meglio, che vorrebbe venire alla luce, ma di frequente non ci riesce perché una forza oscura lo spinge indietro, di lato, lo disperde, lo assottiglia, lo dissolve. La poesia racconta questo mutamento di significato, questo travaglio, questa entropia, e quindi racconta la propria impotenza, la propria incomprensibilità, l’incapacità delle parole a comunicare nient’altro che il comunicabile.

Che significa, per esempio: «Fu ottava al citofono, noia di campanelli», o «bottoni tirati sugli occhi», o «un calore di penne»… sono sintagmi nominali che elencano la propria incomprensibilità incomunicabilità, la propria insignificanza, o meglio, il trasloco del significato da un punto ad un altro, l’incapacità della lingua telematica di oggi a comunicare qualcosa di veramente essenziale, una esperienza significativa. Di qui lo zoppicamento, l’andamento claudicante della dizione della Annino.

La poesia si sviluppa sulla base della consapevolezza della propria caducità, è costretta a fare dei propri limiti il proprio punto di forza.

Credo che bisogna leggere la poesia moderna (e anche il romanzo moderno, per quel poco che se ne scrive di decente) come il racconto stenografico di una intenzione significante. Forse soltanto entro questi termini ha senso fare una critica della poesia oggi: andare a scoprire con lo stetoscopio le intenzioni significanti, gli scacchi, le perdite, le sconfitte delle intenzioni significanti. Già il

linguaggio della critica era impreparato e inidoneo cinquanta anni fa, figurarsi oggi dinanzi alla prolificità e alla moltiplicazione dei linguaggi mediatici. Questa catacresi, che non è volgarmente un «abuso del linguaggio», ma il suo vero motore interno e segreto, quella forza invisibile, quella forza oscura che tende a piegare il linguaggio per adattarlo alle nuove esigenze, questa catacresi, dicevo, non è soltanto una figura retorica ma una categoria, anzi, è la categoria fondamentale che registra il movimento e il sommovimento dei linguaggi.

Nella poesia della Annino, la catacresi si sviluppa sul piano della catena sinonimica più che su quello della catena metaforica, il che unito al discorso interruptus produce quel sintomatico e peculiarissimo movimento lessicale irto di micro fratture semantiche.

Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo scrive:

«Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…».

Così, avviene in grandissima parte della poesia italiana di oggi e di ieri, che si situa il «privato» in primo piano, ma il «privato» è uno «pseudo-luogo», da esso non può zampillare nemmeno una stilla di «poesia» ma soltanto «chiacchiera» posticcia e insignificante se non viene trattato mediante il «non-privato», se non viene sottoposto alla cura dimagrante delle categorie retoriche. Chiediamoci: quanta poesia del secondo Novecento corrisponde alla «chiacchiera» di cui stiamo discorrendo? Il «privato» è per eccellenza il luogo della menzogna deputata alla ipocrisia del sociale, e non potrebbe essere diversamente. L’opera d’arte compie un prodigio: converte l’inautenticità del «privato» nella rappresentazione del significativo, dell’autenticamente alienato. E ciò facendo diventa essa stessa inautenticamente «autentica».

Gif Corridoio

Non li ricordo più fino / in fondo, i nomi scorrono dal rubinetto

 

Icaro

Un calore di penne,
d’elevazione, lo mette mezzo
corpo nella rosa dei venti e non
staccherebbe per niente
dalla
pelle, la cera. Respira
fermo; poi lo spacca l’idea
che prenderà
i fulmini in mano; e la mente
siede salda sul braccio.

*

Se casco casco va bene. Ma
staranno
le stelle a guardare che mi
alzo fisicamente, io, più
immenso di me.

*

Abbiamo
mietuto nel tempo grano, parole
con pugno di grasso merciaio
raso terra anche amando
o da soli; ma mai lasciato
un minuto, che oltraggio
diventasse pensiero.

L’ebbro Errante

Era alto, oh! aperto a valanghe nei polsi,
forte quanto ginocchia
abbracciate, era
un sogno per materassi. Poi
fu piccino, fuoco
di paglia di damigiane per chi
ci cascò dentro con parole
dolci. Un cerino brillò
negli occhi ed era
folle, sì! Capovolse
le frasi come coltri sgangherate
di colpi. Se le mise
addosso coll’intonaco
di pianoforti, più vapore
delle persiane, ed oltre. Fu
un’altra persona.

*

Baudelaire_SpleenMa lo stesso l’amò, era felice
dove e quando le diceva di farlo. Fu
ottava al citofono, noia
di campanelli, bottoni tirati
sugli occhi. Un essere
ebbro è di più, è lo scalpo
di vivi, non finge non cambia;
con cerniere dei visi
allargate ai ginocchi. Gli chiese
di portarla nella gabbia
davanti, per guardarlo
mentre stringe le curve. Ricuciva
lembi della strada, dritto
sembrava, e agli
orecchi le luci del camion; poi
dietro, a letto, quei salti! Sonno, mai.
Dialetto,
tradotto, vocabolario. E Padre
Nostro le mani! Benedette le preci
di questo mondo, per l’infinitamente poco
che abbaglia. Lo ringraziava
d’essere compari, che battessero
ferro insieme, come due
secchi.

*

Grossa pena fu
alla fine della bobina, la sua
mente accesa poi spenta: il walzer
delle ruote a petrolio
(le annusò), non fecero più
luce
nell’abitacolo, né sfogo.
Ecco, lo vide
cadere pesante e parole
fuori come benzina.

*

Un miracolo
segue l’altro, e parlò male come lui,
bevve come lui, divenne strabica
d’un amore fatto così ed ebbe
in vena la sua emicrania.

Cristina Annino

Cristina Annino

L’amico della volpe

Trecento triste, gli amici!
Spalancano porte nelle ore
che sono in orario. Cattivi né
buoni col fermo del sorriso a metà
e frasi di pallottole
per la caccia; convinti
che parlare sia umano, il silenzio
meno. Fugge ogni senso. Poi
frullando il bicchiere della staffa,
a piombo le scale fino al
mento, ridanno al monaco l’abito
che lo fa. Mai
puntare il mondo su un cavallo solo.

*

Non li ricordo più fino
in fondo, i nomi scorrono dal rubinetto.
Uno solo guizzò tra le sedie colpito
dal fulmine; baloccava le frasi. Era un gioco
col tele comando, magari finzione; però
zitto fissava il piancito come fa
l’ universo cavo. Quasi uno sparo
gli salisse le scale interne sopra
il menisco. Svaniva piano
la sua faccia a velo nel sibilo delle mani
su un corno. Avvisò
la volpe dei cani, forse, scacciando
morte da quelle frasi, perché
poi si torse così, di fronte: è troppa
carne per il mio spirito!

*

Uova da gabbia

Nel calvario invisibile dell’alba,
l’Ammiraglio guarda l’albero, taglia
schegge, non pensa
bene, né parla, niente. Fuma il legno, e
mette ghette sempre
pipando, bolina le vele. Un’afflizione
lo stende in sé come fosse
due barche.

*

Certe sere, Carina, rimette il pasto;
baratta di nuovo
per lenticchie il suo spirito
enorme. (Mal di mare per chi ci crede, pulisce
memorie, lucida il ponte e altre
paturnie da bere)

*

Ma ancora stanno insieme, forse
per le mute frattaglie amorose e
l’unto di cucinare, le menti
diverse. In fondo ogni cretino sa
mettere la mano dove deve!

*

Gif Moda

Una sul bidè, l’altra per le/ carezze. Quell’amore la tira/ in giù sulle gambe

, sa di
crosta terrestre, uso territoriale
ed esproprio; tutt’insieme. Lei
dopo,
vorrebbe parole. Dio, questa umanità!

*

Amore che trabocca senza
coperchio, duro da lasciare, cuoce,
ribolle, s’attacca alla
padella, anche scempio
non stanca, strofina il dito fino
in gola, poi casca tutto
pesce del cervello. Salato per salato, purché
il mare tenga… se ogni servitù
è futuro di padronanza… La consola
l’albero tenorile sedendole in grembo.

*

Le perle di Loch Ness

Storia complessa, sa
di frodo; ma il creato in lui fece
nido, nell’incredibile
credo del mondo ragazzo. Nuota
ad aquila, torna su, senza gabbia, poi
dice: Ognuno di noi, per dio! siamo geni.
Ma senza memoria
così, alla fine lo Spazio
cancella. Scrollandosi
acqua dalle narici. Fuori dalla
coscienza, finirete sul molo di Nessuno.
Grande serva,
è la tecnica! Il padrone
chi è? In apnea rivà
giù, fermi tutti sul caso di quanto
offenda.

*

Se cavi o no la perla di tasca.
Sembra
cialtrone, fuso com’è col cosmo: il sole
splende ma sente
tremare la terra. (Povero in canna, marito
ideale; chi lo capisce? scopiazzati
tutti, lui vero.) Ci sono storie così
solenni sotto il cielo che solo
le bestie sanno, coi fari. Lui a pelo
d’acqua spalanca Rodine, illumina
branchie con lampo radente, poi
siede al fondo. Dio salvi
l’anima ai pesci, canta come si
sente, che in voi la salute ha spento
il pensiero!

Giaculatoria

In ospedali senza elicottero né
ali; tutti spariti, tutti senza corrente,
remissivi, folli, che ognuno
porta acqua alla propria fonte.
Ti levano
dal letto, lo rifanno e rificcano lì.
Aspettando io in piedi nelle
fredde stature di me, senza più
fogli di sigarette, canne al vento
né radio; un siluro di gas invade
l’impiantito del mio cane dentro.
Dove
dormirò, stanotte a manciate
con i fagotti, crollando nella tromba
del muro di scale, e la metratura
enorme di Dog; il suo pelo indice
di patimento per me!

Colosseo

Una gran voglia
di disubbidire; in sogno
ce l’ha nella carne, massa
di spirito voglio dire. Battendo
quel fracasso, quel ben di dio, quel marrone
cuoio. Folgorazione
d’ un quadro (sempre
libri di mezzo; mezzo scaffale
pesa quanto
un morto medio, un’età, l’essenza
morale di un uomo).

*

Senza fine si uccide. Anche dormendo sente
metà corpo di uno, già via dal torace pensieri,
immagini sacre. In due parti sempre si divide un
uomo: frasario vero quel viso che ancora parla
semivivo per terra, poi cede. “Così fanno ai cavalli!”
grida in sonno: “Crollo di macelli! quegli
occhi che fissano i cristiani!” Ma nessuno c’è,
ché raccatta una cicca e si fuma le dita.

*

 

Dormendo, certo, la sete
dei colletti bagna il cortile, coi vegetali
libri che battono le mani
come al circo: stessi verbi, vocali, scioccherie,
e sorriso di lingue sopra i coni. Allora scende
e risale: Colosseo! urla alle scale, tanto per
dare in viso la colpa della specie.

*

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Si gira e prende i nei con la mano, poi il braccio / destro come fosse suo

Si gira e prende i nei con la mano, poi il braccio
destro come fosse suo; scala il letto strafuso
nel colletto di luce. E’ in piedi. Ma quei
sogni lo spezzano lì, lo crollano a colpi di
cristiani; falsi davanti dietro come farisei.

*

Bernini impura beatitudine

Quell’anima che sta sopra e rapina
di brutto, quel sasso caduto in corpo
più della neve che inclina
velocemente la schiena, tutto asfalto
insieme, poi
ponte di godimento. Quel solitario
atto, quell’abside di traverso sopra
tele di marmo, ovunque sia
il desiderio. E’ cieco
piacere misericordioso fraterno,
non odora di niente, di vene forse
immense come una pala di chiese
con rapimenti unici e anche
preghiere nelle dita scosse per
conto loro.

Incontro al buio

Non sono nato ieri, perdio! Lei
si sbuccia cadendo
sull’impiantito. Lei rossastra
cambia odore; gira
qualcosa di sinistro, destro,
ondoso, di sudaticcio. Farò
sul divano un
capolavoro, lo sento, persino
il legno si spezza; e mi stendo
com’ un bucato di lino. Il lavoro
è in corso; capirai!
Che è
il NON vero?” grido; ma
la fabbrica s’apre e infilo
il corpo sedendomi
sulla brace, poi l’insetto
divora l’orto.
Io faccio
l’amore da cieco, io spengo
la lampadina e cammino; ho
marciato fin qui. Col tatto
solo. Il mondo atroce girando
l’onnivoro
collo nostro. Ecco, con
stupore lei sta per
essere quel che è, la pelle non
ubbidisce alle mani, le va
di traverso il pollo di Freud. DIO!!!
grazie
per tutto quello che non ci dai.

Morti amanti

Sono
lontane le cene delle nostre
carezze. Ora io vedo lei
correndo che salta
sul lampadario, neanche
mi sente se grido“incendio!”.
Casca
poi senza farsi male.
Mi uccide un ciclone così
senza vento, il niente
della bilancia, che in due non
facciamo un grammo di
sale. Nessuna
voce rompe questa barbarie.

*

Consegnò il foglio
al conducente che non
lo vide nemmeno. Poi
scese, forse. Poi risero
insieme quando si lesse
che lui crollò. Gran
povertà terrestre! il bus se
la filava e i claxon fumandogli
dietro. Esagerata
estate … Che allora il Vento
spaccò il vetro davanti e
piovve; scrosciò dentro
una pezza di cielo, un cencio,
un asciugamano e quell’Astro
freddo, saltato fin lì dal
lampadario, fu un enorme
incendio di Voce. Poi
sparì. Tutto si ricompose: ai morti
almeno si dia un alibi!

gif-porte

Beve una tazza di tè, pensa / a quando non amò mai, non ne
era capace

L’erba voglio del re nudo I

Beve una tazza di tè, pensa
a quando non amò mai, non ne
era capace; nessuna qualità tale
da mettersi sullo spiedo. Così
passa di frasca in frasca e vede
fuori il mondo fatale, sono
pronto, dice, a friggermi sul palo. Ora
voglio! Gran Verbo regale,
ghigliottinato, giardino
del re nudo! Gli esplode tra
le gote e la testa fa pluf.

*

Scende così col suo spiedo, l’asfalto
colpisce un rene, uno no. Poi sente
gracidare le rane; allora
salta il fosso, il bene, poi il male, poi
avanti sarà solo carne. Lei gli
ricala in corpo come il fiato
d’un cane, conta gli ossi e la carne, lo
stira al vapore, l’ingoia, poi
risale infedele all’aperto dalla
cruna dei polsi. Si lava le mani. Neanche
un saluto, non sa che farne. Lo rimanda
a Pilato.

La prospettiva è inversa

II

A casa, il desiderio
dilagò: lì dentro
la musica ebbe un tango
diverso. Gli s’ aprì il
corpo nelle stanze come
acqua corrente e la mente
galleggiava su, un
sacchetto gonfio: prendiamo
le cose per quelle che sono… Non
capiva niente; allora corse
in bagno com’avesse
bevuto piombo.

*

Con immisurabile
pietà appoggiò una
spalla al muro; arrancava
in salita per un
sentimento! Certo. Ma
in effetti non c’è più
tempo per la narrativa, scrittura, misura
acustico visiva della carne. L’uomo perde
identità, senza
moltiplicazione dei piani, bisogna
starci dentro insieme: i caroselli per
esempio, li vedi? dice lo stuoino
alla porta, l’aria persino
gli morde la nuca. Ma lui
niente… risente in corpo
il fiato di lei, come colpo
ai reni. ( Ballando le scarpe coi
ferretti nelle stanze del Grande
Credo. )

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30 commenti

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30 risposte a “Cristina Annino Poesie inedite da Le perle di Loch Ness – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Ritengo utile riportare alcuni brevi stralci della presentazione di Elio Pagliarani per il GEMELLO CARNIVORO, testo dell’Annino del 2002, in quanto li ritengo assai pertinenti e ancora attuali.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25098
    “… a differenza dei surrealisti, qui non si tratta di un mondo onirico, quanto piuttosto di un delirio, una fantasia realistica…non parole aeree e sognanti ma camion di strada e spazzatura di bicamera con servizi… il tutto con una velocità disinvolta che non rimanda semplicemente all’asintattismo della poesia informale, quanto piuttosto a un’action poetry, come corrispettivo dell’action painting.”
    La mobilità temporale, la semovenza del contesto, l’indefesso decentramento della forma dal senso, la catena metonimica, l’accelerazione sintattica che accende sorpresa offrono una mutevole e cangiante giostra di specchi.
    E ancora: “La scrittura dell’Annino produce calore per la fissione che opera sul common sense, nel cuore della langue” E. Miccini .

  2. mi sembra che
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25100
    l’oscurità di Annino non sia di radice simbolista/metaforica (e quindi che riporti l’esperienza della lirica a un privato che diventa impossibile da decifrare; es: gli sciacalli di Montale) ma piuttosto riferisca ad uno sguardo metonimico, che decentra il lettore ma anche il soggetto che dice io nel testo. In questo senso la poesia dice l’impossibilità di un dire piano, centrato, entro un mondo che ha perso l’orizzonte di riferimento: Non solamente la polis è morta, ma anche lo stato nazionale e, con loro, i valori in cui il soggetto potesse riconoscerci. Questa, credo, è una condizione inevitabile della modernità, che la scrittura di Annino registra nei suoi moti tellurici.

  3. Una poesia con video di Massimiliano Marrani
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25102
    di chi è il mio viso?
    con tutto quel vetro
    che si assottiglia
    contro l’acciaio
    della porta girevole
    e diventa l’aria
    che respiro salendo
    le scale mobili della collina
    dove i padri incrementano
    la loro fiaccola
    e bruciano gli orli
    della luna imperturbabile;
    quanto vorrei
    non smettesse mai,
    che questa catena di percezioni
    non finisse stretta nella morsa
    della chiave con la quale
    ho aperto porte
    tutte uguali
    tutte sbagliate
    e trovarmi al cospetto
    di una nuova casa
    senza sentirne il crollo
    contenuto nei muri
    e spartire da subito
    lo stesso vino rosso
    che i molti inverni
    mi hanno insegnato
    a decifrare,
    senza il momento dopo
    che ci riduce in sabbia
    la sabbia che resta
    dopo l’estate e prolifera
    nelle cave immaginarie
    lungo i corsi d’acqua acida
    dove mi sono riflesso
    troppe volte,
    ma lo stesso
    chino sul loro fondo
    ho pescato pianeti
    da distruggere insieme
    per un’alleanza
    più complessa,
    e gioie più sottili
    di questa fetta di pane
    seccato sul bancone del bar
    di Milano Centrale

  4. L’ISPIRAZIONE MI CREDE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25123
    dico perdiana che capolavoro: la poesia
    arancione, quella fatta di taglio, con codine, arriva
    dove arriva ed è pingue. Finché
    ci sarò non mi
    laverà, con orrendo sapone, gli occhi. Non ci stringo
    patti d’una sola parola. Chiedetelo pure in giro.

    Fatto davvero strano; comanda
    la vita come la notte. Ma l’Altra, scusate, mi
    giunge da laggiù, parla; può darsi bianca più
    della polvere. Me lo dice puntando l’indice, che
    prende un corpo soltanto in mano, del benedetto, il mio. E al
    galoppo, esagonale, se lo porta lontano.

    Cristina Annino-MAGNIFICAT POESIE 1969-2009- FORMAT puntoacapo

    https://ridondanze.wordpress.com/2017/09/15/ridondanze-102/

  5. L’elemento connettivo paradossale della scrittura di Annino, come in gran parte della poesia di maggiore risultanza icastica, è
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25127
    la disconnessione logica, l’infrazione dei codici razionali. Da dove emerga tale diffusa volontà o necessità decompositiva e disgregante del pensiero e linguaggio convenzionale è oggetto di decennali diatribe fra critici, filosofi, ermeneuti, con esiti divergenti.
    Una delle ipotesi più accreditate vi legge un’ansia di riconfigurazione delle strutture del soggetto, come emerge anche dalla avvincente composizione di Linguaglossa. Logica e ontologia sono separate dall’abisso che divide la materia della lingua dallo spirito del pensiero e dell’emozione, unificarli imprigionando la trascendenza della dimensione spirituale nel determinismo dei simboli linguistici è la mistificazione compiuta dall’idealismo, smascherato da Nietzsche.
    Per Heidegger il poeta è il pastore dell’Essere, custodisce e preserva la purezza e fecondità della lingua, unico elemento in cui l’Essere può rivelarsi, ma non il padrone, non dispone degli elementi causativi della rivelazione della verità, solo l’Essere decide, all’uomo resta la disponibilità all’ascolto.La disgregazione simbolica, catacretica, l’ineluttabile connotazione apofatica della poesia discende dal suo materializzarsi in questa trascendenza, per Jung inconscio collettivo, dove incontrare il sacro, “gli Dei fuggiti nella notte del mondo” ( Holderlin ).
    Un fondamento negativo unisce linguaggio e rappresentazione dell’Essere, la coscienza della morte. Proprio perché dispone di linguaggio e coscienza, l’uomo è consapevole del suo “essere per la morte”: “La relazione essenziale fra morte e linguaggio appare come in un lampo, ma è ancora impensata” (Heidegger )
    Qui si rivela l’aspetto mistico messianico del pensiero del filosofo, che non ha voluto o potuto approfondire, anche per non cadere in un atteggiamento tipico della cultura giudaica che certo non gli si ad diceva!
    Ma che poeti come Annino assumano questo involontario accento anagogico e soteriologico, forzando il confine intrascendibile del pensiero, riconducendo ad unità soggetto ed Essere, finito e infinito, mi sembra auspicabile tentativo di liberazione e riscatto da una cultura dominata dal potere dell’artificio e dell’effimero.
    Mi permetto di dedicarle un testo il cui scenario emozionale spero trovi in sintonia con la sua ricerca

    La madre mutata in malinconia

    Il cielo – pazzo furioso – accarezza macigni di dolore
    come spose o segreti

    Dalla tomba – teleschermo l’incessante addio d’incenso
    genera un arco di lune lancinanti

    Nella città corpi di cristallo di universi lontani
    cercano un istante da cui risalire l’errore

    Agli angoli il tempo finto
    e le belle forme del peccato

    Inviolabili creature mentali
    appaiono nella luce terrificante dello specchio
    dove hanno sepolto la morte

  6. (…)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25129
    mai lasciato
    un minuto, che oltraggio
    diventasse pensiero.

    Di oltraggio si trova il significato arcaico in Cristina Annino, ovvero il superamento di un limite, ma mai un eccesso di pensiero, dunque. Mai, per un minuto, ché il tempo di un lettore-visitatore della sua poesia si trasforma – dato che ha a che fare/vedere-sentire con un altra forma di tempo.
    Potremmo anche dire, più ‘verso’ un vivere con i sensi staccati e ancora a ‘cavallo’, accesi, e semmai eccessivamente presenti nel tono e modo di aderire all’altera possibilità di stare al mondo (sarebbe l’unica, probabilmente). Ma non vi sono probabilmente, né assolutismi in questo spazio così a metà fra essere e sentire – che forse non è: nessuno dei ‘due’.

    (…)
    Aspettando io in piedi nelle
    fredde stature di me, senza più
    fogli di sigarette, canne al vento
    né radio; un siluro di gas invade
    l’impiantito del mio cane dentro.
    (…)
    è più un orecchio-battito – un ritmo-ritmo – dovremmo parlare del suono in questa poesia ‘Col tatto
    solo’?
    No, non è una domanda, ché a fine lettura ci si sente dentro una capriola, dentro a una capriola. Almeno questo, il resto non chiede e non dà spiegazioni, basta.

    Un saluto e grazie per l’offerta sì ricca.
    Giampaolo De Pietro

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25132
    Felicissimo di vedere nome e cognome di una mia stimata poeta amica. Non potendo leggere nessun scritto in piccolo alfabeto, pretendo di indovinare che la poesia di Cristina Annino riceva positive reazioni. L’originalità di un poeta, soprattutto femminile, è ritenuta sospetta se giudicata da critici poeti e editori che apprezzano opere normali, familiari da secoli. Per carita! mostriamoci tutti e tutte uguali, allo stesso livello creativo. Beh, personalmente, pochissimi maschi, e in maggioranza poete (intendo donne) siamo giu/stamente fuoristrada. Complimente a Cristina Annino.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25183

    Elio Pagliarani parlava di «un’action poetry, come corrispettivo dell’action painting» a proposito della poesia di Cristina Annino. Notazione acuta. E certo nell’action paintings si ha a che fare con gli eccessi di colori, con l’astrattismo e il decostruzionismo figurativo, le macchie irregolari e casuali, le irregolarità che, nella poesia della Annino diventavano dissesti semantici, irregolarità dell’ordito grammaticale, un tipo di distassia e di dismetria fondato su una emozionalità instabile, come terremotata. Insomma, qui, nella Annino,abbiamo a che fare con uno degli esiti più vistosi (almeno per la poesia italiana degli ultimi decenni) di defondamentalizzazione del soggetto e del discorso poetico, quel processo che ha avuto inizio qui da noi con gli esiti dei novissimi proseguito poi con le poesie contenute ne Il disperso di Maurizio Cucchi, scritte dal 1971 al 1975 e pubblicate da Guanda nel 1976 [rectius, Mondadori].

    Però, poi quella stagione creativa non ha portato, in Italia, ad ulteriori esiti e sviluppi per varie ragioni storiche ed estetiche che non sto qui ad indicare; possiamo dire, sommariamente, che quel processo di de-fondamentalizzazione del soggetto era un processo epocale che coinvolgeva tutta la poesia europea, e italiana in particolare, ma quel processo aveva le proprie origini causative in un processo più grande, direi continentale, di decostruzione della forma-poesia europea che portò, ad esempio, Tomas Tranströmer agli esiti di una poesia di tipo nuovo con la raccolta 17 poesie pubblicata in Svezia nel 1954.

    Oserei dire che in Italia negli anni settanta e ottanta e seguenti non c’è stata nessuna operazione poetica (dei poeti di nuova generazione, intendo) in grado di intercettare le grandi novità che allignavano in quella gigantesca problematica che attraversava, come un sottomarino invisibile, il transatlantico della poesia europea. Infatti, per quello che mi ricordo, vado a memoria, nella poesia dell’Annino degli anni settanta c’era qualcosa di questo processo, qualcosa si intravvedeva, ma è significativo che soltanto con la produzione di questi ultimi anni la Annino abbia preso, come dire, confidenza con questo suo metodo di lavoro e con questa problematica portando ad esiti ulteriori la sua ricerca…

    Vorrei adesso postare una poesia di Tomas Tranströmer tratta dalla prima raccolta del 1954, per mostrare una cosa evidentissima: chi in Italia in quegli anni e nei seguenti scriveva una poesia del genere? La risposta è semplice: Nessuno. In questa poesia si apre un nuovo orizzonte, si dischiude un nuovo mondo. La poesia è cambiata di 180 gradi. Radicalmente capovolta. Adesso il protagonista della nuova poesia è l’inconscio…

    Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
    Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
    sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

    (da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

    • Emma Ogliari

      Non si vuole entrare nel merito della discussione. Si vuole solo correggere l’informazione editoriale relativa a Maurizio Cucchi:
      Il disperso è stato pubblicato nella collana “Lo Specchio” Mondadori nel marzo 1976. Presso Guanda è stata pubblicata una nuova edizione, rivista dall’autore, nel 1994. (vedi Bibliografia delle Opere, in Maurizio Cucchi, Poesie1963-2015, Mondadori 2016.

  9. E non dimentichiamo la presenza di Cristina Annino, insieme a Emma Pretti e Michele Nigro, anche nella plaquette “La Vita in Prosa” edita da Puntoacapo Editrice – Collana narrativa “Passi”.

  10. Tomas Tranströmer
    da 17 poesie (1954)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25190

    Nel sogno nuotavo tra due isole in un mare notturno.
    Davanti c’era l’isola illuminata. Alle mie spalle l’isola oscurata.
    Nuotavo rabbiosamente…

  11. valentina onofri

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25220
    Dissento dai giudizi positivi, specie di De Palchi; sono concorde con quello di M.M. Gabriele: non egocentriche, ma addirittura pseudo-centriche! Qui in questi versi c’è solo una sorta di passione descrittiva, come in tanti autori qui presentati, che non decolla affatto in qualcosa di più alto, e non dico Canto (sarebbe troppo!).

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25317
    La disparità di giudizi qui postati credo dipenda da una disparità di visione che alcuni poeti hanno dell’oggetto poesia. Si potrebbe scrivere un saggio così titolato: Dalla de-fondamentalizzazione del soggetto alla retorizzazione del soggetto alla nuova ontologia estetica, che mettesse in evidenza il percorso, ovvero, la parabola entro la quale si può inscrivere la poesia italiana dagli anni settanta del novecento fino ad oggi. Io, per parte ma, mi sforzo di indicare, in ogni occasione, l’indirizzo di questa parabola. È qui che si nasconde il problema, credo.
    La poesia di Cristina Annino non si inscrive in una nuova ontologia estetica, (non può inscrivervisi visto il periodo della maturazione stilistica della poetessa: anni settanta, ottanta e novanta…), detto questo, va anche riconosciuto che in questo sviluppo della poesia italiana degli anni post-settanta fino ad oggi, la poesia della Annino spicca per convinzione dei propri mezzi espressivi e per maturità stilistica.

    La Nuova Ontologia Estetica significa pensare per fondamenti ontologici la questione-poesia, nasce in questi ultimissimi anni ad opera di alcuni poeti, nasce da una presa di distanza dalla precedente ontologia della immediatezza espressiva che ha caratterizzato la poesia italiana dei decenni appena trascorsi: di qui il minimalismo ed il post-minimalismo… Ma questo è un altro discorso…

    L’ontologia da economia curtense della poesia post-lirica nelle versioni epigoniche che si sono avute nella tradizione italiana degli ultimi decenni viene sottoposta a critica dalla «nuova ontologia estetica», da una nuova economia della parola poetica. Non c’è nulla di scandaloso nel pensare l’ontologia dei fondamenti. Ogni poesia riposa su un fondamento di ontologia estetica, anche quella in apparenza più tradizionale, anche quella più ingenua o sussiegosa che rifugge da una petizione di poetica che si basa implicitamente su una ontologia (involontaria e immediata) del senso comune. È del tutto naturale che il pensiero estetico pensi le proprie fondamenta ontologiche, chi non riflette sulle fondamenta del proprio pensiero è un pensatore ingenuo, nel migliore dei casi apologetico, nel senso che fa apologia dell’esistente.

    Oggi in Italia si avverte il bisogno di un pensiero che pensi i fondamenti della poesia, e questo lo fa la «nuova ontologia estetica». In fin dei conti, una nuova ontologia dei nomi che noi definiamo estetica perché si applica alla poesia (e non solo) altro non è che un nuovo modo di dare dei «nomi» alle «cose», usare delle «parole» al posto di altre. La scelta delle parole è determinante, ma una scelta la si fa in base a dei criteri, dei principi, che noi definiamo «ontologici» e non legati a mere idiosincrasie soggettive.
    Il punto di appoggio per comprendere il «concettuale», scriveva Adorno, è il «non concettuale», ma il «non concettuale» non lo si può comprendere senza far ricorso ad un «nuovo concettuale», altrimenti esso si dissolve in vacuo e vuoto nominalismo.

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25361
    “Che significa, per esempio: «Fu ottava al citofono, noia di campanelli», o «bottoni tirati sugli occhi», o «un calore di penne»… sono sintagmi nominali che elencano la propria incomprensibilità incomunicabilità, la propria insignificanza, o meglio, il trasloco del significato da un punto ad un altro, l’incapacità della lingua telematica di oggi a comunicare qualcosa di veramente essenziale, una esperienza significativa.”

    Io non sono d’accordo. Mai in questo poeta manca il senso, ne’ il lettore se vuole assaporare questa poesia deve rinunciare a capire. Direi quindi che questi testi sono esempio fulgido di una lingua che comunica proprio perche’ rifugge la lingua telematica di oggi. Il che non e’ la stessa cosa che dice Linguaglossa.

    Per esempio, nel testo con l’ottava al citofono, la noia di campanelli, etc., il testo dice che:

    “Ma lo stesso l’amò, era felice
    dove e quando le diceva di farlo. Fu
    ottava al citofono, noia
    di campanelli, bottoni tirati
    sugli occhi.”

    Ovvero il poeta obbedisce all’amato e lo ama dove e quando lui voglia, non risponde al citofono, lascia suonare piu’ volte il campanello (il plurale del nome veicola la pluralita’ delle occasioni) per quanto dia noia. Quanto ai bottoni tirati sugli occhi, vanno assieme alle cerniere dei visi, allo strabismo indotto dall’amato.

    Insomma prima di essere materiale critico – questi sono testi. Scritti. Da leggere. Sarebbe un peccato che chi ne scriva criticamente se ne dimenticasse. Su questo autore consiglio il lavoro critico di Davide Castiglione.

    • Gentile Pietro,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25374
      lei mi addebita una interpretazione riduttiva della poesia della Annino che forza non poco la mia tesi, e allora ripropongo il pezzo intero, con la protasi e l’apodosi che completano il mio discorso forse non di semplice interpretazione. Come vede, non ho affatto voluto dimidiare la poesia della Annino, semmai ho inteso porre a stridente contrasto il linguaggio poetico della Annino con quello tele mediatico di oggi (invalso anche presso la poesia che va di moda oggi), infatti impiego la frase «La poesia moderna più evoluta», intendendo implicitamente inserire quella della Annino nella categoria testè citata. E poi quando chioso: «La poesia racconta questo mutamento di significato, questo travaglio, questa entropia, e quindi racconta la propria impotenza, la propria incomprensibilità, l’incapacità delle parole a comunicare nient’altro che il comunicabile», qui bisogna leggere attentamente quanto scrivo, perché qui si situa la problematica della «impotenza» della poesia contemporanea intesa come «genere» e non come fattispecie della Annino. Mi scusi ma prima di addebitarmi una interpretazione riduttiva la prego di leggere attentamente ciò che scrivo, forse non di agevole significazione, lo ammetto, perché un pensiero complesso e problematico contiene in sé vari pensieri che concorrono in una direzione privilegiata. Un pensiero «piano» nella intepretazione della poesia contemporanea «più evoluta» non può essere espresso con un linguaggio semplice e unidirezionato perché richiede un linguaggio critico evoluto anch’esso e anche contraddittorio, in quanto è contraddittoria la realtà ed essa non può essere compresa da un pensiero critico, diciamo, che si muove in pianura… Ecco il mio pezzo tutto intero:

      “La poesia moderna più evoluta si situa in questa zona d’ombra, in questa zona di mezzo, in questo chiaroscuro semantico in cui il significato antico sbiadisce mentre sta per venire alla luce il nuovo significato. La poesia è questo significato nuovo che viene alla luce, o meglio, che vorrebbe venire alla luce, ma di frequente non ci riesce perché una forza oscura lo spinge indietro, di lato, lo disperde, lo assottiglia, lo dissolve. La poesia racconta questo mutamento di significato, questo travaglio, questa entropia, e quindi racconta la propria impotenza, la propria incomprensibilità, l’incapacità delle parole a comunicare nient’altro che il comunicabile.

      Che significa, per esempio: «Fu ottava al citofono, noia di campanelli», o «bottoni tirati sugli occhi», o «un calore di penne»… sono sintagmi nominali che elencano la propria incomprensibilità incomunicabilità, la propria insignificanza, o meglio, il trasloco del significato da un punto ad un altro, l’incapacità della lingua telematica di oggi a comunicare qualcosa di veramente essenziale, una esperienza significativa. Di qui lo zoppicamento, l’andamento claudicante della dizione della Annino.

      La poesia si sviluppa sulla base della consapevolezza della propria caducità, è costretta a fare dei propri limiti il proprio punto di forza.”

      Quanto alla affermazione di un intervenuto il quale sostiene che certe locuzioni della Annino sono riprese da fraseologie di marca futurista, questa asserzione, a mio avviso, anche quando fosse veritiera, non può valere né come momento negativo né come momento positivo della poesia in argomento. In tutta la poesia del novecento da quella di eliot a quella di Mandel’stam si trovano espressioni di poeti precedenti, ma questo non significa granché né pro né contro.

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25368
    Straordinaria poetessa, l’Annino. E grande narratrice. Istanti di vita scritti con stile personalissimo, che a ben vedere è quello in uso nella NOE.
    Dove stiano le differenze non so dire; se penso alla poesia di Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa, forse in questi vi è una maggiore frantumazione, distonie, scarti improvvisi di visione nello spazio-tempo, separazione tra senso e significato. Ma Cristina Annino andrebbe annoverata tra i poeti di riferimento della NOE, accanto ad Alfredo De Palchi e Maria Rosaria Madonna.

  15. valentina onofri

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25369
    Quanto “ai bottoni tirati sugli occhi” e similari immagini-deformazioni, penso che già i poeti futuristi europei fossero maestri, poi passarono il testimone ai surrealisti, che di queste deformazioni e simili ne scrissero a migliaia. Dunque non vedo una novità assoluta, anzi una ripetizione inutile e fuori tempo. Si sente lo sforzo di essere originali, perciò la poetessa Annino cade nella banalità. L’entusiasmo (come quello degli altri intervenuti) del Mayoor Tosi è inspiegabile, e il raffronto con i due poeti che menziona denota superficialità (non me ne voglia, ma purtroppo è così e non può essere altrimenti)… non è specialista nella poesia “comparata” come tanti, quindi cade e scade del tutto. Il raffronto con la poetessa Rosaria Madonna è offensivo. Con De Palchi non sta né in cielo né in terra!

    • Ho definito Cristina Annino anche “grande narratrice” non a caso. Perché a mio avviso solo un poeta può stringere la narrazione prosastica fino a raggiungere questi esiti. Quanto al resto, si legga attentamente nel periodo breve e si faccia caso all’uso della punteggiatura. Senza contare l’intelligente ironia e i taglienti exploit, forse non all’altezza vertiginosa di Maria Rosaria Madonna, ma a me l’hanno fatta ricordare.

  16. Mi fa sempre specie ritrovare la poesia di Cristina, sempre viva, sempre intelligente e icastica, sempre “fuori linea” e sempre fedele a se stessa, e a quella ricerca che porta avanti da tanti decenni con passione e tensione. L’originalità di Cristina risiede nel suo soggettivare l’oggetto in una concentrazione frenetica del linguaggio, ma risiede anche nel decentrare il tema e capovolgere le prospettive, fondendo lo svolgimento tra intonazione e riflessione, tra immagine e disperdimento. Una fusion alchemica riuscita e felice, che rende la Annino figura originale e autentica dell’attuale poesia contemporanea italiana.

    Complimenti e in bocca al lupo per questa nuova avventura

  17. Se la questione di fondo, su cui trovo giusto riflettere, è ontologica – forse la stessa che porta Gabriele a parlare di “plastificazione della parola” ?– allora rimando a questi versi, che andrebbero in corsivo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25373
    (…) Ma
    in effetti non c’è più
    tempo per la narrativa, scrittura, misura
    acustico visiva della carne. L’uomo perde
    identità, senza
    moltiplicazione dei piani, bisogna
    starci dentro insieme: i caroselli per
    esempio, li vedi? dice lo stuoino
    alla porta

    Trovo che Alfredo De Palchi abbia fatto bene a porre l’accento su femminile e giudizio maschile.

  18. Ritengo opportuno postare questa email di Claudio Di Scalzo perché narra un aneddoto che riguarda il disarmo intellettuale del più grande poeta del novecento, Eugenio Montale, lui sì grande responsabile della linea discendente ed epigonica della poesia italiana post-Satura (1971). Come sapete, la «nuova ontologia estetica» ne ha preso atto ed ha deciso di invertire la rotta della rottamazione della poesia statuita da Montale.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25383
    [ giorgio linguaglossa
    17 aprile 2017 alle 9:55
    Cari Amici,
    stabilisco, dopo accuratissima ricerca e meditazione, la data di nascita della NOE, cioè della Nuova Ontologia Estetica, il 2016, 45 ANNI DOPO la pubblicazione della poesia di Iosif Brodskij Odisseo a Telemaco, un documento stilistico e spirituale dove c’è già, in nuce, la diagnosi della nostra epoca: L’oblio della Memoria.]

    Claudio Libertario Di Scalzo
    26 marzo alle ore 15:23

    “Cara Donatella Costantina Giancaspero,

    ho letto la tua intervista che parte dal Montale di Satura ai due autori Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco-Rathgeb. Mi par di capire che la proposta della Nuova Ontologia Poetica venga dal primo. Mostra alta coerenza. A Vecchiano ho numeri della sua Rivista “Poiesis” e in uno mappa la poesia degli anni Novanta. Circolava in casa Marcheschi. Con la quale allora facevo delle scampagnate alla Fondazione Collodi per scegliere testi e riversarli nel Meridiano Mondadori. Se lo ricorda in calce alla prefazione. Ma ancor più mi ricordo del Montale di Satura. Allora andammo col suo critico, rivale di Contini, e mio docente all’università, Silvio Guarnieri a trovarlo a Forte dei marmi. Fece una scenata cupa e nervosa delle sue sulla poesia che non serve più a nulla. Poi aveva deciso di affidarsi a Contini. Era esilarante nella sua serietà. Con la giacchetta abbottonata a giugno. Un caldo bestia. Ci ripeté che lui aveva la Terza media. Che era giornalista. E bibliotecario, sulla poesia se la vedessero i critici. Era crudelissimo. Guarnieri tra poco sviene. Io guardavo i suoi disegni fatti coi fondi del caffè. “Ne vuole uno giovanotto?” – Sì. –E allora non glielo do, se aveva detto no glielo davo. Anche Gozzano avrebbe fatto lo stesso giochetto maestro. E lui proruppe in una grassa risata. Sveglio il tuo studente Silvio. Tienine di conto. Al ritorno fui io a tener di conto al Guarnieri. Andando a 50 allora sull’autostrada. Sennò non reggeva il mal d’auto. In realtà non reggeva la perdita dello stile nella Bufera e Altro. Addio impegno montaliano per la cultura italiana a corto d’ossigeno tra i poeti marxisti!
    […]
    Vi auguro ogni bene e fortuna, perché nella pianura-web che è orizzontale e che della poesia niente le importa come del resto l’acquoreo-web. Parlo per esperienza. Anche se parto da porto e porti diversi. Neppure della rivoluzione nei segni corsara a nessuno importa nulla. E per questo, svolto il compito di sostegno a Boine, forse disalbero il veliero, e me ne vo a Bocca di Serchio a pescare orate, a fare le ultime nuotate verso le boe, a buttare la rete all’alba con i miei amici pescatori. Con simpatia, Claudio Di Scalzo detto Accio. Libertario era il nome del partigiano mio padre. Se capitassi a Roma, magari andiamo a cercare la poesia di qualche bella pastasciutta.

    *
    L’aneddoto di Montale, oltre ad essere curioso e divertente, è molto indicativo del suo disimpegno intellettuale. Sì, purtroppo: a un certo punto, il poeta s’era messo a fare disegnini con i fondi di caffè e anche barchette di carta (in proposito, ci sono altri aneddoti documentati)… Ma noi abbiamo la Nuova Ontologia Estetica (NOE): già c’è ed è manifesta in alcuni autori, certo pochi, perché, in ogni epoca, di poeti veri non ce ne sono poi tanti. Con loro speriamo di risvegliare la poesia che in Italia s’è assopita per ben 50 anni! E soltanto adesso ce ne stiamo rendendo conto. Ciao, Claudio!! Grazie per gli auguri… Quanto ai bucatini… beh, penso che potrebbero rivelarsi molto poetici se ben cucinati 😉 .
    Alla prossima…”

  19. antonio sagredo

    barchette di carta in presenza di Carmelo Bene, che era andato a trovarlo e lo mandò al diavolo. di quale ‘900 il più grande? NON CERTO IL MIO!

  20. Simone Carunchio

    Circuito dell’anima

    Viaggiammo per millenni tra gli splagi
    giù giù nei criptoporni stranidiosi,
    lontano sforforivano gli Arcagi
    o i Monti teloprènici e quidiosi.
    Aiuto, orrore! I gàstrìci, gli smèbri
    s’aggrécciano sugli énfani druniti,
    o calano bustrènici gli affèbri
    coi fòrnici viturpi ed allupiti…
    Fuggiamo, via! ammòrfido l’encastro
    sbaveggia una sughèfida melissi,
    ovunque drogo accàncrena lo sfatro.
    Eppure – ahi meraviglia – tra gli spissi
    gramosi e blastifèmi, sul bovatro
    svettiscono zirgendo gli acrolissi.

    Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole

  21. “…Ho spalle
    di tritato aglio più ancora di
    salvezza ch’è dolore guardiano.”
    da Lina, Gemello carnivoro-Cristina Annino

    (ed è presenza dellerrore
    che fu pure arroganza
    quando a tratti sposti
    lattenzione)

    PRECURSORA DELLA LETTERATURA
    TOUCH-SCREEN.

    Salutamus poetarum

  22. posto qui il commento di Davide Castiglione:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/14/cristina-annino-poesie-inedite-da-le-perle-di-loch-ness-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-25464
    Già molto è stato detto e scritto, e non posso che compiacermi per questa attenzione decentrata (nel senso – fuori dai circuiti ufficiali dominanti, oggi troppo schiacciati sull’anemia imperante per rischiare di scottarsi con questa materia incandescente) nei confronti della poesia di Annino.

    Avendo scritto abbastanza diffusamente sulla sua opera altrove, qui mi limito a rinnovare la qualità ‘magnetica’ della scrittura che obbliga il lettore con un corpo a corpo vitale-vitalistico con la lingua, ma non solo con la lingua: con quella “intenzione significante” che cita Linguaglossa e che per me separa lo sperimentalismo anniniano dalle varie neo-neo-avanguardie. Perché qui non c’è ricerca di anaffettività, di distacco, di taglio chirurgico, ma al contrario un’esuberanza nel cui superomismo rifonda, paradossalmente, una collettività, perché l’idiosincrasia è tale da trascendere la sfera privata, psicologica, ma trattendendo una umanità diffusa, quasi indistinta dall’animale gioioso-giocoso. Una specie di mitologia autistica, ma mitologia e dunque (come dice Pietro) piena di senso anche contro i vuoti semantici di cui sa costellarsi.

    Infine, segnalo questo bel saggio recente di Michele Ortore sulla poetessa: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_128.html

    Davide Castiglione

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