La nuova ontologia estetica – Poesie di Anna Ventura, Antonio Sagredo, Gino Rago, Francesca Dono, Lucio Mayoor Tosi, Edith Dzieduszycka, Mariella Colonna, Tomas Tranströmer, Carlo Livia con Commenti di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago – Da dove viene l’inconscio?

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

da sx Giorgio Linguaglossa, Costantina Giancaspero. Franco Di Carlo, Sabino Caronia, 2017

Giorgio Linguaglossa

Nuova Ontologia Estetica significa pensare per fondamenti ontologici.

L’ontologia da economia curtense della poesia post-lirica nelle versioni epigoniche che si sono avute nella tradizione italiana degli ultimi decenni viene sottoposta a critica dalla «nuova ontologia estetica», da una nuova economia del discorso poetico. Non c’è nulla di scandaloso nel pensare l’ontologia dei fondamenti. Ogni poesia riposa su un fondamento di ontologia estetica, anche quella in apparenza più tradizionale, anche quella più ingenua e sussiegosa che rifugge da ogni petizione di poetica che si basa implicitamente su una ontologia (involontaria e immediata) del senso comune. È del tutto naturale che il pensiero estetico pensi le proprie fondamenta ontologiche, chi non riflette sulle fondamenta del proprio pensiero è un pensatore ingenuo, nel migliore dei casi apologetico, nel senso che fa apologia dell’esistente.

Oggi finalmente in Italia si avverte il bisogno di un pensiero che pensi i fondamenti della poesia, e questo lo fa la «nuova ontologia estetica». In fin dei conti, una nuova ontologia dei nomi che noi definiamo estetica perché si applica alla poesia (e non solo) altro non è che un nuovo modo di dare dei «nomi» alle «cose», usare delle «parole» al posto di altre. La scelta delle parole è determinante, ma una scelta la si fa in base a dei criteri, dei principi, che noi definiamo «ontologici» e non legati a mere idiosincrasie soggettive.
Il punto di appoggio per comprendere il «concettuale», scriveva Adorno, è il «non concettuale», ma il «non concettuale» non lo si può comprendere senza far ricorso ad un «nuovo concettuale», altrimenti esso si dissolve in vacuo e vuoto nominalismo.
Una poesia basata sulla coscienza immediata, sulla immediatezza del senso comune, può essere un bisogno corporale legittimo, un anelito, un desiderio di espressione personalistica che è destinato a rimanere sul piano della espressione comune.
Dovremmo chiederci perché mai sorga soltanto oggi nella poesia italiana un nuovo bisogno ontologico, il bisogno di ancorare la «nuova poesia» ad una «nuova ontologia». Il bisogno di una «nuova ontologia» del poetico è oggi diventato una necessità.

Strilli Tranströmer2Strilli Transtromer le posate d'argentoTomas Tranströmer

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

(da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

Anna Ventura
10 ottobre 2017 alle 17.29

La vergine di Norimberga*

La Vergine di Norimberga
non avrebbe voluto straziare
il bel giovane che già stava lì, per terra,
in catene,
ad aspettare la morte. Ma lei
era la Vergine di Norimberga
e doveva ubbidire al suo compito.
Perciò quando immaginò il sangue dell’uomo
scorrere lungo le sue membra ferrate,
immaginò il pallore del suo volto,
gli occhi già rovesciati alla morte,
invocò su se stessa
l’aiuto degli dei, e delle dee,
specialmente di queste ultime:
perché, essendo donne,
avrebbero meglio compresa la sua pena. Ma quelle
avevano altro da pensare.
Fu Cupido, invece,
a raccogliere il pianto della Vergine,
lui così attento
a qualunque sospiro d’amore.
Poiché era un dio,
poteva anche fare un miracolo: fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.
Il che, tuttavia,
non ottenne altro che allungare la pena.
Alla fine, fiori e sangue si mescolarono
sulla terra bruna: un intrigo
non più complicato
di tanti altri.

* notizie storiche sulla Vergine di Norimberga

La Vergine di Norimberga, chiamata anche vergine di ferro, è una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo ed erroneamente ritenuta medioevale, a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees che sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Non esistono prove che tali macchine siano state inventate nel Medioevo né utilizzate per scopi di tortura, nonostante la loro massiccia presenza nella cultura di massa. Sono state invece assemblate nel Settecento da diversi manufatti trovati nei musei, creando così oggetti spettacolari da esibire a scopi commerciali.

La macchina consiste in una specie di armadio metallico a misura d’uomo e di forma vagamente femminile, più o meno grande a seconda dei casi, pieno di lunghi aculei che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.

Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo “sarcofago” e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori. In realtà simile strumento non è stato usato almeno fino al XX secolo (un’apparecchiatura di tale tipo è stata trovata durante un reportage televisivo a casa di Udai Hussein, il figlio maggiore dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein).

Strilli Espmark è stata un'altra per otto anniStrilli RagoCommento di Giorgio Linguaglossa

Questa è una poesia recente di Anna Ventura, se non sbaglio, del 2015. L’andamento colloquiale e il tono di ironico distacco sono i tipici procedimenti impiegati dalla poetessa nel corso di tutta la sua produzione a far luogo da Brillanti di bottiglia del 1972. Una poesia in sottotraccia, understatement, dove il «detto» sembra corrispondere al «voler dire»; c’è invece un interdetto che apre una divaricazione tra il «detto» e il «dire», un po’ alla maniera della Szymborska, del suo minimalismo metafisico. Ebbene, Anna Ventura nel corso del suo tragitto poetico più che quarantennale ha sempre mantenuto ferma la direzione di ricerca: una dizione essenziale, un lessico sobrio, un verso libero, spezzato in modo non convenzionale, tematiche le più varie, che vanno dal quotidiano al metafisico del quotidiano, impiego del traslato, impiego di una metafora direi implicita al discorso poetico senza impiego di retorismi eccentrici e senza dispiegamenti di eccessi linguistici e stilistici. Oserei dire che Anna Ventura in tutti questi anni ha pagato lo scotto della scelta di un tipo di poesia che non consentiva digressioni nel privato o cedimenti alla moda degli oggetti esibiti o cedimenti alle mode poetiche; così ha pagato in tutti questi anni il dazio per una poesia che non è mai scesa a compromessi con le mode della vulgata maggioritaria ed ha anticipato in tempi non sospetti gli esiti e gli elementi di quel tipo di poesia che noi oggi chiamiamo la «nuova ontologia estetica». Oggi noi sappiamo che una riforma linguistica della poesia italiana comporta anche una rottura del modello maggioritario entro il quale è stata edificata negli ultimi decenni un certo tipo di poesia dotata di «immediata riconoscibilità». È un dato di fatto che qualsiasi operazione di «rottura» determini necessariamente una solitudine stilistica e linguistica a chi si avventuri in lidi così perigliosi e fitti di naufragi. Ma, giunti allo stadio zero di «riconoscibilità» della scrittura poetica di moda oggi, una rottura è non solo auspicabile ma necessaria.

Strilli Carlo LiviaStrilli Colonna Passa, è passato, passeràGino Rago

10 ottobre 2017 alle 18.21

«Amate l’esistenza della ‘cosa’ più della cosa stessa. Amate il vostro ‘essere’ più di voi stessi».
E’ il più grandioso direi precetto Mandel’štamiano de« Il mattino dell’acmeismo».
Come dire, usando le parole di Giorgio Linguaglossa nel saggio “L’acmeismo, la prima avanguardia postuma del Novecento” (POIESIS, N. speciale 33, anno 2005) che « (…) la verità della poesia si trova fuori dalla poesia, riposa nell’atteggiamento che il poeta deve avere verso il mondo. La verità della poesia risiede nello sguardo che essa rivolge al mondo…».

«[…] la bellezza non è capriccio da semidio / ma l’occhio avido e preciso di un concreto falegname». Con la costante volontà di superamento delle “idealizzazioni simboliste”, con Mandel’štam sullo sfondo, insieme stiamo costruendo una nuova figura di poeta. Non trova più posto nessuna ispirazione divina nella sua scrittura, che viene per questo ri -considerata, ri-apprezzata secondo un diverso punto di vista. Il poeta è un ”falegname“, o un ”calzolaio“, o un “architetto”, incline a giocare con le parole come se fossero il suo vivo e concreto materiale di lavoro.
La sua è una costruzione che richiede tempo, ingegno, e che ha il suo punto di partenza nell’aspetto fenomenico del reale, nella materialità degli oggetti e degli eventi, senza nulla concedere all’autobiografismo, a quell’Io sconfitto su ogni fronte.
Mi pare che questa prova poetica di Chiara Catapano, ben sostenuta dalla nota di accompagnamento di Letizia Leone, si muova con passo autonomo lungo questo sentiero.
Possente l’immagine “di fiori e sangue” che si mescolano alla punta delle lance nella ‘Vergine di Norimberga’ di Anna Ventura.

Giorgio Linguaglossa

Strilli Talia la somiglianza è un addioDa dove viene l’inconscio?

«Con concetti come quello di traccia o di differenza, si traduce lo scollamento del soggetto dall’enunciato, dal discorso stesso, di cui diventa impensabile che possa essere il padrone… La differenza è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto da parte del soggetto, incessantemente differito nel movimento del discorso rispetto a quello originario. Il soggetto sarà parlato e significato in una catena senza fine di significanti, in una rete che lo dispiega e nello stesso tempo lo allontana. Cosa dirà dunque Lacan, se non precisamente che “il significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante”, espressione celebre che consacra il fossato e la scissione del soggetto da se stesso… Come potrà il soggetto intercalarsi fra l’”io” del suo discorso e se-stesso? Come in Barthes, dove il soggetto non aderisce più al testo, di cui è solo porta-voce e non autore in senso teologico, Lacan fa del soggetto questa presenza assente, questa rottura che fa sì che l’uomo non sia più che segno, con una significanza che si libera dal rapporto fisso al significato, e si sposta al suo luogo. Dovrà così sorgere l’ermeneutica. Il soggetto, altro da sé, avanzerà solo mascherato, stabilendo la sua identità mediante la rimozione dell’altro da sé che egli è. La sua identità si realizza a questo prezzo, e questo prezzo è dunque l’inconscio. In tal modo risulta rimosso lo scarto retorico rispetto a sé, retorico perché l’identità non è più che figurata e non letterale».1]

1] Michel Meyer Problematologia. Pratiche editrice, 1991, p. 183

Alfonso Cataldi

11 ottobre 2017 alle 10.19

Gentile Gino Rago,
le chiedo come si incastra questa esigenza artigiana della poesia che parte dalla materialità degli oggetti con questo estratto di Giorgio Linguaglossa:
“Il discorso poetico abita quel paragrafo dell’ inconscio dove siede il deus absconditus, dove fa ingresso l’Estraneo, l’Innominabile. Giacché, se è inconscio, e quindi segreto, quella è la sua abitazione prediletta. Noi lo sappiamo, l’Estraneo non ama soggiornare nei luoghi illuminati, preferisce l’ombra, in particolare l’ombra delle parole e delle cose, gli angoli bui, i recessi umidi e poco rischiarati.”

Gino Rago

11 ottobre 2017 alle 10.59

http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica40
Gentile Cataldi,
ecco il link ove troverà le Sue soddisfazioni.

“I cavalli zoccolano su divani,
calpestano i cuscini,
incedono sui tappeti.
Stai in sella
e ti senti in tasca
un biglietto d’invito a casa di Tamerlano”.

Questo deve arrivare a scrivere il “poeta” se sprofonda nell’abisso del linguaggio poetico. Altrimenti, resterà un ‘continuatore’ in grado, al più, di scrivere qualche verso ben riuscito. Parlo per me, solo per me, naturalmente.

Strilli VenturaStrilli Talia la somiglianza è un addioGino Rago

10 ottobre 2017 alle 19.17

L’acmeismo, Mandel’štam, Gorodeckij, Gumilëv, Achmatova, la prima avanguardia postuma”
di Giorgio Linguaglossa

[…]
“Nel 1919 viene pubblicato il terzo manifesto dell’acmeismo di Osip Mandel’štam, intitolato Il mattino dell’acmeismo, che tenta di raccogliere le file delle posizioni che si erano profilate e di cementarle in uno zoccolo unitario. Ne riassumo i punti fondamentali:
a) in primo luogo il problema della parola poetica, che si contraddistingue per una straordinaria «densità» e non mero segno, rappresentante di qualcos’altro estraneo, il denotatum; un complesso di molti elementi che non costituisce un «valore» in sé ma che ha senso soltanto nella «architettura» verbale come materiale da costruzione.

  1. b) Il poeta è l’architetto che costruisce un edificio di parole.
  2. c) Come nella cattedrale gotica una pietra, pur conservando la sua specificità, non ha valore se non nell’insieme della totalità architettonica. La parola è la pietra della costruzione architettonica, che entra «in gioiosa interazione con i propri simili».
  3. d) Si costruisce soltanto nel mondo tridimensionale, il quale costituisce «la condizione di qualsiasi architettura». Non è possibile creare un’opera poetica se non nel mondo reale, secondo le regole del tempo e dello spazio. «Costruire significa lottare contro il vuoto… Non c’è uguaglianza, non c’è rivalità, c’è una partecipazione di tutti gli enti alla congiura contro il vuoto e il non essere». L’acmeismo ritorna al concetto di «fisiologia».
  4. e) La formula «a realibus ad realiora» deve essere sostituita con l’equazione A=A; tutti i fenomeni fisici sono equiparabili nella loro comune opposizione al non essere”.

da “Il mattino dell’acmeismo” del 1919 di Osip Mandel’štam, racchiuso in 6 punti, magnificamente sintetizzati e commentati da Giorgio Linguaglossa, ha iniziato a dare i suoi primi passi la «nuova ontologia estetica».

Strilli Gabriele2Giorgio Linguaglossa

11 ottobre alle 11.52

caro Alfonso Cataldi,

100 anni sono trascorsi dalla stesura del 3° Manifesto dell’acmeismo di Osip Mandel’štam e la nuova ontologia estetica. 100 anni è un tragitto lunghissimo durante i quali abbiamo visto il mondo sconvolto da tre guerre mondiali, crisi economiche, crollo di imperi, dissoluzione del cristianesimo, la nascita dei fondamentalismi, l’islamizzazione dell’Occidente… la Cina quale potenza mondiale… La nascita della consapevolezza del quadridimensionalismo è un «portato» di questi avvenimenti macro storici… senza il concetto del quadri dimensionalismo ogni ricerca artistica rischia di rimanere sul piano del kitsch, sul piano di una figuratività  di stampo mimetico del reale… Oggi, e ce lo ha insegnato Tranströmer con quei due versi mirabili che hanno cambiato la poesia europea:

le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero

oggi, dicevo, non si dà poesia moderna senza la consapevolezza della quadri dimensionalità dell’inconscio e che tutta la poesia di qualità di questi ultimi decenni è soltanto quella che pesca in queste abissali profondità…

Secondo l’algebra lacaniana, il fantasma risponde alla formula: $ a, e cioè: soggetto barrato in rapporto all’oggetto a. Sta di fatto che il fantasma, ed è questo l’orizzonte della nostra analisi, accoglie in una sola scena le due facce del linguaggio, la tensione tra dicibile e indicibile.

Il soggetto barrato è nel linguaggio lacaniano il soggetto tout court, il soggetto così come si profila all’interno dell’articolazione del desiderio.
L’oggetto a, è invece il nome che Lacan destina alla Cosa in quanto all’oggetto perduto; rappresenta, ma sarebbe il caso di dire “indica”, allude, al venir meno stesso, alla mancanza costituente e al vuoto lasciato dall’intervento del significante ai danni della Cosa, in ragione cioè dell’azione letale del significante.
Ecco così che il fantasma annuncia una sorta di schibboleth del linguaggio, la scena in cui la rappresentazione viene a toccare la mancanza, «la beanza aperta dall’effetto dei significanti».
È così che il fantasma introduce nel discorso filosofico la questione dell’inconsistenza del soggetto parlante; denuncia che parlare è mancare. Ed è questa è la tesi di fondo della «nuova ontologia estetica». La poesia di Chiara Catapano si volge istintivamente in questa direzione. A mio avviso, non c’è dubbio.

Scrive Freud nella Metapsicologia (1915):

«I processi ideativi, cioè quegli atti di investimento che sono i più lontani dalle percezioni, sono in se stessi privi di qualità e inconsci e acquistano la capacità di diventare coscienti solo connettendosi ai residui delle percezioni verbali».

Quindi, sono i «residui» «delle percezioni verbali» quelli che consentono che una parte dell’inconscio e delle sue rappresentazioni «cieche» affiorino alla superficie del sistema Conscio. Non c’è dubbio che la forma-poesia sia la più idonea a recepire i messaggi «ciechi» provenienti dall’inconscio organizzandoli entro le strutture del discorso pubblico qual è una tradizione letteraria, una petizione di poetica, e, in fin dei conti, una soggettività creatrice.
A questo punto sorge la domanda: che cos’è l’Io?
Nella seconda topica Freud affronta il problema e si chiede se l’io sia veramente solo un nucleo facente parte del sistema percezione-coscienza:

«Ci siamo fatti l’idea che esista nella persona un nucleo organizzato e coerente di processi psichici che chiamiamo l’Io di quella persona. A tale Io era legata la coscienza; esso domina le vie d’accesso alla motilità, ossia alla scarica degli eccitamenti nel mondo esterno; l’Io è quell’istanza psichica che esercita un controllo su tutti i processi parziali, è l’istanza psichica che di notte va a dormire e che anche allora esercita la censura onirica».

La forma-poesia sarebbe una modalità o modo, la più elitaria, che consente la trascrizione di un contenuto inconscio che dormiva nelle abissali profondità («le posate d’argento» transtromeriane) in un linguaggio evoluto al massimo grado di sublimazione e sofisticazione culturale qual è la poesia.

La forma-poesia è un progetto come orizzonte di eventi e di intenzioni che si realizza anche contro e a lato delle aspirazioni e intenzioni umane; il progetto è una apertura dinanzi alla insondabile profondità del linguaggio. Ciò che sta oltre il linguaggio non appartiene al linguaggio. Voglio dire che l’essere che sta al di là del linguaggio è quello stesso essere che condivide il linguaggio al suo interno, per ciò non mi convince l’idea di una separazione netta e assoluta tre essere e linguaggio, la separazione c’è, ma c’è anche un «ponte» che unisce le due sponde (lontanissime), ma questo ponte non potrà essere mai percorso…

La questione è di cruciale importanza. Qual è il rapporto tra essere e linguaggio? Lacan direbbe «nessuno», per Heidegger, basterebbe citare la celebre affermazione secondo cui «il linguaggio è la dimora dell’essere». Eppure, il senso dell’essere, nonostante l’Heidegger della Khere ne abbia accentuato la vicinanza, non passa per il linguaggio, non si definisce per un rapporto interno al linguaggio, bensì per la sua condizione di «trascendens puro e semplice».2] Anzi, sottoposto aristotelicamente alla logica della predicazione, l’essere è quella parola il cui senso resta indeterminato e che non trova collocazione all’interno del linguaggio se non come suo presupposto. Non dunque l’essere presuppone il linguaggio ma il linguaggio presuppone se stesso.

L’essere cioè, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non rientra nel linguaggio nel quale sembra tuttavia anche risiedere. Eppure una simile condizione di fuggevolezza rappresenta allo stesso tempo la sua centralità. È in questo senso che Derrida può dire: «Lo si consideri come essenza o esistenza […] lo si consideri come copula o posizione di esistenza […], l’essere dell’essente non appartiene al campo della predicazione, perché è già implicato in ogni predicazione in generale e la rende possibile».3]

«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di tale dimora» (Lettera sull’«umanismo»)
La poesia è «il linguaggio originario di un popolo», «il fondamento che regge la storia» (Heidegger)

Se ci soffermiamo sul nesso tra essere e linguaggio, l’ontologia diventa ermeneutica, esercizio di interpretazione di enunciati verbali. Ma se l’interpretazione
rappresenta l’unica via per pensare l’essere — e se la storia dei significati di una parola coincide con la storia dell’essere — ne segue che l’etimologia diventa una componente necessaria dell’ontologia. Di qui l’etimologismo heideggeriano, che si sviluppa di preferenza su parole greche e tedesche. L’ermeneutica dell’ascolto di Heidegger si configura come un’ermeneutica «in cammino», che scorge, nell’essere, un appello inesauribile e mai totalmente esplicitabile. Infatti, il filosofo pensa l’interpretazione come Erörterung, come un esercizio di «localizzazione», cioè di porre in un luogo il discorso che, invece di limitarsi a prendere atto di ciò che è stato detto, colloca il detto nel «luogo» (Ort) che gli è proprio, ossia in quel non-detto che lo nutre e lo regge.

1] Freud, L’io e l’es (1920) trad it. Boringhieri, Torino, 1976 p. 476
2] M. Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tubingen 1927; trad. it. a cura di Volpi F., Essere e Tempo, Longanesi, Milano 1990 (2005), p. 69.
3] J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 172

Strilli Talia2Antonio Sagredo
9 ottobre 2017

da “Poesie dell’anno avaro 2017
Misere prove in versi

Dal viottolo se ne veniva la maschera ciondolante di un presagio di cera
che mal recitava un epitaffio mai prescritto e un necrologio non sapeva
cantare.
Te ne stavi come una cariatide dismessa dalla gravità, e dietro una quinta
cartacea le tue dita torcevi e inabile fra i serpenti eri gelosa di Atlante.

L’urlo sbandierato della risacca era lo sberleffo di un acrostico lacustre,
un refrain recitato in falsetto a malincuore da una banderuola disossata.
Miravo per te un tramonto di biacca come fosse una ciambella veneziana,
il bianco marcio di un uovo affettato come ai tempi di Boris.

Mi ricordai dei rigagnoli fetidi della mia città natale, i coriandoli
ossuti dei miei pensieri e i concreti sogni di un banale quotidiano,
come scintille di fatue effimere senz’ali! La marina attonita del mio passo
infantile, le rivoluzioni della Purezza nello stazzo di un cortile.

Mi opprimevano le notturne filologie di parole polari e i fonetici echi
sui lastrici rossastri dei chiassetti, le oscene lingue boreali delle lanterne
s’accasciavano come prostitute in deliquio e le vocali davanti ai suoni stellari
delle consonanti… ero… ero… ero ubriaco di frammenti!

Urlavano gli occhi dei legni stremati nella culla di sesse oleose:
se non c’è da creare più nulla, perché continuare a morire inutilmente!

e il mare ballava il fox-trot coi tacchi appuntiti dei marosi sui moli…

(Roma/Campomarino, giugno-settembre 2017)

Strilli Colonna State a sentire vedete quella torreEdith Dzieduszycka
9 ottobre 2017

A cosa sto pensando
in quel preciso istante
che più non è l’istante
quello che prima

c’era
non lo sarà mai più
e non ancora è
quello che poi verrà

A cosa sto pensando
in quel bivio fugace
che tra due pensieri
non farà mai in tempo

a fermarsi
per chiedere
com’è che sto pensando
a quello a cui penso

tra l’istante di prima
del dopo suo fratello
mi sento assediata
e non so più davvero

se guardare in avanti
trattenere il respiro
chiudere lo sportello
smettere di pensare.

Lucio Mayoor Tosi
                                     @ Mauro Pierno

A pesca sull’Himalaya

Entra nel buio della cucina spenta,
s’accorge di quanto effimera sia la sua presenza,
esce e ci ritorna.
Scrive In un catalogo di stelle e A pesca sull’Himalaya.

Si accorge di una matita pericolante.
La mette al sicuro.
Sottolinea
Il futuro in quella notte soltanto.

Dove non si vedono stelle, riflessa nei vetri
compare la sua sagoma scura del terrestre.
Tutto testa e braccia.

L’isola piena di vento.

L’arsenale delle reliquie.

Il giorno dopo.

E Buddha rispose:

Un guaio dopo l’altro.

*

Tutto l’immaginario sul ballatoio.
Messo alla rinfusa. Davanti al tragico orizzonte.
Scendendo le scale si arriva al cortile
– di casa a ringhiera ristrutturata –
poi all’androne dove non si può uscire.
L’impedisce un portone di legno
alto fino al soffitto. Sempre chiuso.
Eterno e infinito.
Eppure è soltanto una metafora, una meteorite.
Manca il sole, non si vedono uccelli in volo,
nessuna anima viva e nemmeno fantasmi.

I pensieri hanno occhi di luce bianca.
Spariscono quando compare la pupilla.
Mentre penso non posso (imbracciare il fucile).
Penso, quindi penso. E non so, quindi non so.
(Nessun fucile).

Ci sono parole nei libri che vivono clandestine,
in incognito. Merce sottobanco. Sottovoce.
Senza voce.
Si sa di loro che vivono in qualche giardino.
Ci si immagina una selva.
Trasparenti e muti filosofi. A che vale tanta fatica?
Chi sa di pensare può smettere in qualsiasi momento.
Tutti i pensieri hanno inizio e fine.
Quando la loro ultima parola se ne va
di solito lascia inudibile la coda di una vocale
che si allontana.

Dentro il motore del tempo
tra un secondo e l’altro c’è lo stare in eterno.
Non si ha bisogno di cibo e bevande,
non si teme l’inverno. Non si nasce
e nemmeno si muore una volta.
Eternità gioisce se mi preparo del tabacco.
La diverto, si diverte. Mi diverto.
Torno sul ballatoio, metto in ordine.
Guardo l’orizzonte e penso. Scrivo.

Sette rovine di paglia da allineare.
Soli nell’universo. Ricettacoli.
Cose mai scritte.

Strilli dzieduszycka Se fosse lineare decisa evidenteStrilli Cvetaeva perché voi siete malatoCommento di Giorgio Linguaglossa

La tua poesia è l’elenco di un insieme di eventi; vengono esposte delle situazioni che meglio sarebbe chiamarle «eventi». La poesia è questo insieme di eventi narrati in modo oggettivo, impersonale, con una sintassi lineare, con numerosissimi punti di interpunzione, con divisioni nette e marcate.

Cito non un letterato o un filosofo ma uno scienziato, Carlo Rovelli:

«funziona pensare il mondo come rete di eventi. Eventi più semplici ed eventi più complessi che si possono scomporre in combinazioni di eventi più semplici. Qualche esempio: una guerra non è una cosa, è un insieme di eventi. Un temporale non è una cosa, è un insieme di accadimenti. Una nuvola sopra una montagna non è una cosa; è il condensarsi dell’umidità dell’aria man mano che il vento scavalca la montagna. Un’onda non è una cosa, è un muoversi di acqua, l’acqua che la disegna è sempre diversa. Una famiglia non è una cosa, è un insieme di relazioni, di avvenimenti, sentire. E un essere umano? Certo non è una cosa: è un processo complesso, in cui, come nella nuvola sopra la montagna, entrano ed escono aria, cibo, informazioni, luce, parole, e così via… un nodo di nodi in una rete di relazioni sociali, in una rete di processi chimici, in una rete di emozioni scambiate con i propri simili».1]

Strilli Tranströmer 1

Gino Rago

È domenica. Passa un funerale.
Le campane della chiesa protestante hanno un timbro scuro.
Ma il dolore non è nella bara.
L’ipocrisia del dolore circola tra i vivi.
Appare d’un tratto una corona.
Sono rose autunnali.
(…)
Si sente qualcosa in lingua straniera
(forse un discorso in onore del morto?).
Occhi umidi. Sotto i veli un pianto di donne luterane.
Il cocchiere arresta il cavallo.
Un silenzio cade sopra il selciato.
I ferri non consumano le pietre.
Il poeta barba-bianca
fa un balzo sulla scena:
“Ci sono poeti fra i parrocchiani che piangono?
Ricordatevi sempre dell’inconoscibile.
Non sprecate parole nel delirio annebbiato.
Gettate lo sguardo sul paesaggio.
Smarritevi pure nella memoria.
Tre parole. Soltanto tre. Tempo. Spazio. Eternità.
Da Notre-Dame a Santa Sofia passando per San Pietro.
A Roma. Ma per udire sull’Appia la voce dei cesari.”
(…)
Un parrocchiano domanda: “Chi sei?”
Risponde sparendo un fiato nel fumo:
“Mi chiamavano Ubaldo… Ubaldo De Robertis”

Strilli Gabriele Da quando daddy è andato via

Mariella Colonna

L’ autobus 2006

Mi hai mandato un messaggio
dall’autobus che hai preso
un paio d’anni fa
per venire a trovarmi
e ancora non sei sceso.
Distratto come sei, scommetto
che avrai sbagliato autobus:
altro che 26!
E dire che t’avevo avvertito:
attento a non finire
sul 2600, che fa capolinea sulla luna.
Per quei due zeri in più
ti sarai perso nell’universo.
Vuoi un consiglio?
Chiedi un passaggio alla cometa di turno
oppure ad una stella cadente.
Dai, casa mia è a due passi dal cielo,
dai che ti aspetto!
Ti aspetto al solito angolo
di via delle nuvole
e lì finalmente
parleremo di cose leggere.

(stesura precedente alla NOE)

Strilli Martino Doveva essere un braccio di mareFrancesca Dono

hanno tutti un mantello nero
il bruciaprofumi ai lati della bocca. Nell’insieme la calca scomposta.
_ Due fidanzati varcano l’entrata elettrica.
Distrattamente io è a sinistra delle suole di gomma.
_____L’uomo numero 8 non ha la camicia.
Divertente _ dico al figlio del macellaio e all’altro condannato
in corsa per il grande autunno.
Ci sono arance sedute
Fermacapelli- leone tra le maniglie piegate
_____________________Lo speaker ha la voce metallica
una cerchio di spine strizzato sul grembo
_______Alla terza stazione gli schizzi serrano
le palpebre emorragiche. Non un ricordo del metrò .
Le sagome immobili e sciupate. Un libro di poesia nel tunnel
volante. Allora immagino di essere morta con la coda -leopardo
attaccata fino all’altro vagone .
________________Il rimbombo si è arrampicato per
ogni colletto. Aria criminale in movimento.

Strilli Carlo LiviaCarlo Livia

Nella sala della cerimonia vidi: due cavalieri feriti, donne di marmo, un bambino addormentato, una dea in lacrime, un ricordo di giardini e rossori, un peccato, molti sospiri, notti piene di anime, fanciulle d’un tempo, un amore in vesti di glicine, un terrore tinto di corallo, il sogno d’un angelo scomparso, un’aurora malata d’ardesia, una luce eterna, un vento triste con un giuramento, un’assenza con guanti di musica, un sorriso dipinto.

Un silenzio inaudito mi sfioro’ e scomparve.
Qualcuno disse “per sempre”, due volte.
Il tempo s’inondo’ di lacrime.
Una voce, colma di cielo, pronuncio’ il mio nome.

30 commenti

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30 risposte a “La nuova ontologia estetica – Poesie di Anna Ventura, Antonio Sagredo, Gino Rago, Francesca Dono, Lucio Mayoor Tosi, Edith Dzieduszycka, Mariella Colonna, Tomas Tranströmer, Carlo Livia con Commenti di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago – Da dove viene l’inconscio?

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-24994
    Il «reale», quello poetato dai poeti della ontologia del novecento, è un concetto destituito di fondamento filosofico, basta prenderne atto. Tutta l’arte e la poesia fondate sul quel concetto, conduce ad un tipo di arte «mimetica». Tutto qui. La questione è liquidata. La nuova arte, la «nuova ontologia estetica», ha dovuto rottamare questa ingenua concezione del «reale», propria del senso comune, e l’ha sostituita con un concetto adeguato alle conoscenze cui è giunta da tempo la filosofia. Bisognava prenderne atto! Però, non è mai troppo tardi…

  2. londadeltempo

    Una poesia di Mariella Colonna un po’ meno “leggera”

    Ti ho voluto (a mio figlio Stefano)

    Prima che l’evento di un’aurora capovolta
    cambiasse il mio destino.
    E l’universo prese una rivincita sulla mia innocenza.
    Il mare ondeggiante pensieri s’inferociva, quella notte,
    contro la spiaggia di Grenen, là dove s’incontrano due mari
    e più grande ed eroico era il nostro desiderio
    di rincorrere la vita da un’onda all’altra
    come quando volano pensieri da Dostoevskij a Goya
    o sfrecciano dal verde que te quiero verde di Lorca
    al rosso rojo rojo di Neruda.

    Amarillo y cobalto sono i colori dell’impossibile,
    ma io ti amavo “come l’albero di ciliegio ama i suoi fiori”
    e già ti amavo prima che il fiore maturasse in frutto.
    Allora si allineavano costellazioni alla deriva nella notte boreale
    e dopo i sensi ottenebrati dalla luce.
    Perché la luce sa di essere luce
    e ci può rendere ciechi quando folli di desiderio
    ci avventuriamo nei segreti del corpo
    conosciuti solo dall’anima. E’ l’anima che desidera il frutto
    il peccato dell’anima è sete insaziabile di conoscenza
    ma la vita è più forte.
    Un destino di vita e di morte ci unisce al tronco dell’albero
    che, tagliato in croce per il Figlio dell’uomo,
    unisce la direzione delle stelle alla terra
    e l’orizzonte della terra al cielo.

    Per il corpo che muore un cielo di terra
    dove nasce l’anima
    come un fiore.

    Londadeltempo, Mariella

  3. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-24997
    lo sai, che non sono brava in filosofia,ma mi chiedo: che è questo “reale”? e fino a che punto coincide col concreto?
    Dove finisce la parola, e si impone l’azione?Io chiamo reale ciò che tenta di avvicinarsi alla verità,allo sfondamento del carapace che millenni di storia ci hanno imposto,ignorando la pietà.Credo che Madre Teresa lo abbia intuito, lei ,professoressa di lettere sedotta dalla carità.

    • Cara Anna, mi piace questa tua domanda, e mi piace accostarle un pensiero di Elytis (quando fu spinto – perché le sue poesie non fossero preda di sciacalli dell’interpretazione): “Considero la poesia una fonte d’innocenza colma di risorse rivoluzionarie. La mia missione consiste nel dirigere queste forze contro un mondo che la mia coscienza rifiuta di accettare, esattamente in modo da rendere il mondoquel mondo, attraverso continue metamorfosi, più in armonia con i miei sogni. Mi riferisco qui a una sorta di magia contemporaneail cui meccanismo conduce alla scoperta della nostra vera realtà. E’ per questa ragione ch’io ritengo, dal punto di vista dell’idealismo, di muovermi in una direzione che non è mai stata tentata finora. Nella speranza di ottenere una liberazione da ogni costrizione e quella giustizia che si potrebbe identificare con la luce assoluta, io sono un idolatra che, pur senza volerlo, perviene alla santità cristiana”.

      • Carissima Chiara, del pensiero di Elytis, che tu citi con l’esattezza di chi ne ha una profonda conoscenza,mi interessano particolarmente queste parole: “attraverso continue metamorfosi”.Infatti,il pensiero è sempre “in fieri”:Chi ama meditare, e magari anche comunicare agli altri questa meditazione,spesso ha l’umiltà di accettare la forza della metamorfosi, come quella di un grande fiume in cui siamo tutti immersi,”rari nantes”alla ricerca di un approdo,che c’è, per i più fortunati; ma c’è anche per chi non lo raggiunge,resta nel guado dell’attesa,in una tensione verso l’alto che è essa stessa un approdo.

    • londadeltempo

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25015
      Siamo nella cosiddetta “società liquida” in cui non c’è più certezza né di cosa sia realtà concreta (sappiamo che il tavolo che è sotto il nostro pc , a livello di infinitamente piccolo, è attraversato da galassie di neutrini…sappiamo che in laboratorio una particella non si lascia misurare e identificare senza modificarsi: la realtà come la vediamo noi è un’interazione tra le nostre strutture cerebrali, “la cosa in sé” e la luce (i fotoni). Oggi c’è soltanto la speranza che la poesia, come cuore della parola legato al nostro intimo sentire, ci avvicini di nuovo a quella realtà che non può essere considerata senza l’appoggio di una verità, un “logos” che è semplicemente l’unica parola pronunziata da Dio: il Verbo. Questa è una mia convinzione, però si basa su esperienze di sofferenza integrata nella profondità della mia vita. Testimonianza diretta: comunque se abbiamo fiducia nell’uomo (adesso un po’ meno) perché non dovremmo avere fiducia nel “Verbo” di Dio? Mi perdonino i laici, ho grande rispetto per il pensiero laico, quasi sempre più religioso di quello che si autoproclama religioso. Cara Anna, sono d’accordo con te e con Chiara.
      Ma come faccio ad avere la tua mail?
      Mariella

  4. copio e incollo questa poesia inviatami dall’autore alla mia email.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-24999
    Adeodato Piazza Nicolai

    L’atteso cenacolo del nuovo Noè

    Dormiamo beati sull’arca arenata nelle sabbie
    del Tabor
    e dialoghiamo di etica-estetica forse disperse
    fra gli animali. I nostri linguaggi si saranno
    appiccicati fra le piume della famosa colomba
    esploratrice/annunciatrice (dopo il ritiro
    delle acque e l’inattesa riscoperta dei continenti?)
    […]
    Non so se Darwin è rimasto contento dell’alluvione
    universale. Era un mito? La colonna portante
    del Giudaismo e altri monoteismi?
    Nella dimenticata cava della Grecia antica qualche sofista
    si era fidato, incantato dagli dei dell’Olimpo, rinati
    incavolati
    e tanto, troppo gelosi. Ecco perché si scaraventano
    ancora contro noi miseri umani forse salvati
    nel post-moderno
    dalla scienza e dalle ricerche del CERN …
    Cernobbio ancora raduna sapientoni-magoni
    del potere monetario
    che non ci aiuta a sbarcare il lunario.
    Tuttora chi si ricorda di poetare?
    Meglio sublimare con le slot machines,
    alla lotteria, fumare cicche per aiutare introiti statali.
    Altri saranno dei farabutti: ladri, mafiosi, spacciatori,
    politici fossilizzati nelle proprie poltrone.
    Il Vaticano propone ancora sia inferno
    sia paradiso nell’altro pianeta senza profeta?
    Forse ci salverà un N.O.E da poco risuscitato …

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 12 ottobre, ore 11:31

  5. Posto l’Indice di un Progetto NOE di Adeodato Piazza Nicolai:

    Adeodato Piazza Nicolai
    UNA TRAGICOMMEDIA PSEUDO-POST SHAKESPEREANA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25000
    SCENARIO:
    Sull’isola remota che non c’è, Isla de la Libertad de la Nueva Ontologia Estetica. Personaggi-poeti sono coinvolti in un Continuo dialogo aperto, intrecciato fra loro e il pubblico. L’azione inizia all’interno di una Caverna postmoderna, quasi completa-mente buia, illuminata soltanto da un flebile fuoco. Dialoghi, confronti, monologhi ecc. si svilupperanno in vari luoghi del palcoscenico … Sia protagonisti che pubblico si muovono e dialogano nel buio quasi assoluto.

    PERSONAGGI:

    King G. III
    Queen M. IV
    Serena, Dama di Corte
    Cavalier Ginos
    Clown-menestrello di Corte
    Merlino Tosato
    Biancaneve Lucciolina
    Mefistofele (impersonato da chi?)
    Arcangel Gabriel
    Acheronte traghettatore (sul Tevere/Lete)
    El Diablo caido

    ACT I – Incipit: Protagonisti radunati nel fondo della Caverna, intorno al fuoco, dialogano sottovoce delle varie tematiche proposte dal NOE. Il pubblico, nel buio totale, non sente nulla.

    Scena 1.

    – King G. III incomincia con un soliloquio (scritto in versi pseudo shakesperiani).

    – Queen M. IV risponde con i propri argomenti contrastanti.

    – Arcangel Gabriel interviene con alcuni tematicamente appropriati “asides”
    (in versi NOE).

    – La Dama di Corte Serena solfeggia una “tenzone” che alquanto assopisce la tensione creatasi fra i vari personaggi e il pubblico.
    Scena 2.

    – Cavalier Ginos recita un’epica come quella classica dedicata a Hecuba.

    – Mefistofele ribatte a suo modo (storico ironico.)

    – Clown di Corte: narra qualche “joke”, frageggia giocosamente narrando alcune verità.

    Scena 3.

    – King G. III Dialoga di varie cose: libertà creativa, filosofia, nichilismo…

    – Queen M. IV Ribatte a King G. con argomenti pro-vita e aggredisce El Diablo.

    – Merlino Tosato attraverso un dialogo cerca di creare ponti fra i vari personaggi e si rivolge anche al pubblico.

    – Biancaneve Lucciolina recita una favola proto-noeggiante.

    – Entra Hecuba, personaggio-spirito: verseggia sulla Grecia antica legando i suoi versi a quelli di Cavalier Ginos.

    – El Diablo mostra le sue corna e flette la coda mentre emette parole concie.

    ACT II – (la chiatta di Acheronte sul fiume) L’infernale traghettatore, arrabbiato, afferra alcuni protagonisti/attori, insieme a certi membri del pubblico che si sono azzardati a salire sul palcoscenio per arguire con gli attori (inclusi El Diablo e Mefistofele. Li trascina dentro la barca per condurli sulla riva opposta.

    Scena 1.

    – Mefistofele incomincia a ridere a squarciagola, irritando i passeggeri sulla chiatta. Parte un parapiglio verbale, ma senza contatti fisici: dato che attori e spettatori sono spiriti morti.

    – Queen C. IV ingaggia una lotta verbale sia con Mefistofele che con El Diablo. Dopo aver difeso i propri concetti pro-vita, manda ambedue a quel paese spettrale …

    – Re G. III Ribatte coo i suoi argomenti poetici associati al NOE.

    – Arcangel Gabriel poetizza da essere “angelizzato” a tema libero centrato sul bipolarismo Fede / Nulla…

    – Ovviamente rebatte El Diablo luciferino, fin dall’eternità conficcato nel cerchio più profondo dell’Inferno dantesco …

    – Il Clown di Corte saltella, racconta versi alquanto sconci per far ridere la gente.

    – Interviene Bianca Lucciolina che racconta la storia della mela avvelenata (incluso il famoso pomo della discordia).

    Scena 2.

    – King G. III poetizza sul tema della Guerra di Troia – la bella Helena, Ulisse, Ettore, Cassandra (incluso il sacrificio fatto dal Re degli ateniesi per propiziare lo’Olimpo e condurrli alla vittoria contro Troia).

    – Serena, Dama di Corte, crea epica post-moderna parallela a quella di King G.

    – Mefistofele scrive in versi poesia NOE sul tema dell’olocausto moderno…

    – Cavalier Ginos recita alcuni versi da L’Illiade…per creare ponti fra passato-
    – presente-futuro.

    – Ed Diablo caido mette la sua coda fra gli arti poteriori pelosi e si avvia verso l’interno della Cava (platonico-aristotelica?)

    – Arcangel Gabriel sintetizza la Tragicommedia e sia protagonisti che pubblico si avviano verso le uscite. [Exheunt…]
    *
    Proposta di Adeodato Piazza Nicolai,
    Vigo di Cadore, 10-12 ottobre 2017.
    per una TRAGICOMMEDIA in due atti. (Creata e presentata dal gruppo NOE)

  6. Cara Mariella Colonna, i versi sulla torre che non vediamo, sono semplicemente illuminati e illuminanti.

    • londadeltempo

      Chiara! sei riuscita a dire proprio tutto in una riga e mezza! Perché hai pescato la perla nel fondo del mare…(sulle sponde del mediterraneo orientale!). Grazie…sono in partenza con te, ma solo per la Grecia virtuale…quell’aria trasparente e quel mare non li abbandonerò mai.
      Mariella

      • Cara Chiara, ho scritto una mia breve nota al tuo pregevole lavoro, qualche giorno fa; se ti piace leggerla, devi cercarla in qualche angolo dell'”Ombra”di qualche giorno fa; il ritmo è veloce,ed è facile che qualcosa sfugga:Ci tengo a comunicarti non solo un veloce parere critico,ma soprattutto la mia stima e il mio affetto per te.Buon lavoro, e buon viaggio, dovunque tu vada, Anna Ventura

  7. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25010
    Un esempio di ‘metodo mitico per frammenti’ che poi è anche ciò che sostengono Luigina Bigon e Adeodato Piazza Nicolai quando, a un certo punto della loro attraente e ben confezionata TRAGICOMMEDIA, dicono
    “(…) per creare ponti fra passato-presente-futuro”. Il resto lo aggiungono
    le parole di ‘Alla Bellezza…’ e soprattutto il pertinente, dotto e ben articolato commento di Letizia Leone ai miei versi. Tutto per sgretolare quel ‘reale’ trattato da Giorgio Linguaglossa in precedenza per lasciarci alle spalle “il peso cattivo dell’inesistente” (O. Mandel’stam).
    E’ una sostanziosa Antologia quella realizzata su questa pagina dal nostro
    Giorgio Linguaglossa poiché tutte le poesie antoligizzate, da Anna Ventura a Francesca Dono, da Lucio Mayoor Tosi ad Antonio Sagredo (anche qui erede vero di Ripellino),
    da Edith Dzieduszycka a Mariella Colonna, da Carlo Livia ad Adedato Piazza Nicolai, vanno dalla Turris eburnea all’agorà, dal “dentro” al “fuori”,
    anche se nel Cremlino del potere poetico italico per i piccoli Stalin ogni
    morte è una fragola.

    Alla bellezza tutto si perdona

    Chi saprà dire alla Regina d’Ilio
    la nuda verità su Elena di Sparta.
    Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
    la fuga, il rapimento, gli amplessi
    della spartana sul mare verso Troia?
    Prima fra le prime accanto a Menelao.
    Venerata da Paride al pari di una dea.

    Perdonata in patria da servi e da padroni.
    La colpa cancellata,
    il rispetto e l’onore riaffermati:
    festa per Elena presso gli Spartani,
    le donne vinte invece vegliano i cadaveri.
    Noi siamo qui per Ecuba.

    La sposa che mai accetterà gli scorni
    di quelle dee beffarde, gelose
    delle fattezze carnali di fanciulle
    contese dai guerrieri a suon di lame.
    La madre che tutto perde nell’inganno.
    Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
    Le bende strappate.
    I ramoscelli sacri nelle fiamme.
    La freccia lancinante, il dardo vero
    a insanguinare il cuore
    della Regina d’Ilio in mezzo al fuoco?

    È un’idea soltanto. La stessa
    da quando a corte Elena le rubò il trono:
    vinca la cenere, periscano gli eroi.

    Alla bellezza tutto si perdona.

    Gino Rago

    Appunti di Letizia Leone
    ( intorno a “Alla bellezza tutto si perdona “ di Gino Rago )

    “La nuda verità su Elena di Sparta…”, scrive il poeta.
    Attenzione perché questa potrebbe essere storia contemporanea. Cronaca quotidiana dei nostri valori e disvalori, per quanto possa, ormai in tempo di pensiero debole, rivelarsi relativo il concetto di valore. Per quale bellezza dieci anni di sanguinosi massacri? La guerra di Troia che seminò lutti e devastazioni, lanciando attraverso i secoli il suo clangore d’armi, la sua maledizione imperialista, le ceneri calde degli incendi, delle esplosioni che ancora dilaniano le folle nei mercati e nelle metropolitane. Quale ideologia di bellezza può essere l’equivalente di una ideologia di morte?
    Eppure, pensandoci, i fascismi di tutti i tempi hanno sempre esaltato l’idea di forma, di ordine, di decoro, hanno amato le divise lustre, la conquista, tramutando la Forma in formalismo e segregando la vera Bellezza, l’Arte, ai margini della società, fino a impilare i libri per farne roghi, e fino a fare roghi di donne libere (e uomini liberi). Donne e ragazze portatrici del seme della Bellezza ma bruciate come streghe!
    (Eppure erano solo donne curiose, coraggiose e libere, contadine che cercavano le erbe e i fiori, realizzavano infusi per le guarigioni o per un profumo, per la bellezza di un aroma, di una fragranza sul corpo…). La storia è questa.
    La “nuda verità” passa anche per questo olocausto del femminile.
    Questo ci dice Gino Rago, con la sua Ecuba!
    Di quale bellezza ci dice di diffidare il poeta? Le Sirene del materialismo, la seduzione del potere, lo sfruttamento incontrollato delle risorse…
    Elena è una chimera, il nostro Faust, la stella lucifera che abbaglia.
    Gino Rago vuole smascherare una menzogna. Questo è l’unico compito di un artista, colui che si occupa della Bellezza. Smascherare le menzogne, instillare il seme del dubbio e il pensiero critico.
    “Noi siamo qui per Ecuba…” dice il poeta schierandosi dalla parte delle diseredate, delle vittime, delle donne e delle bambine, le nostre vicine schiavizzate, murate vive dentro un sudario nero oppure massacrate dai loro uomini nelle nostre città perché non si lasciano “addomesticare”.
    Quale idea di mondo ci ha lasciato Elena? Una bellezza patologica certo se foriera di tante disavventure, un oltraggio al femminile se la sua immagine è vissuta senza profondità, svilita da un occhio guerriero e conquistatore. La riduzione del femminile al corpo.
    Perché Omero vuol farci credere che una singolare bellezza di quel genere (la donna più bella del mondo) sia portatrice di tale sventura? Semplicemente perché non esiste la donna più bella del mondo. Ma esiste la Bellezza delle donne. Del femminile nel mondo.
    Gino Rago con questa poesia straordinaria canta la bellezza della regina madre, delle donne anziane, che come le antiche foreste incubano la memoria, i semi, le idee. Come l’idea di Madre Terra (la bellezza del mondo dalla quale abbiamo depredato ogni incanto): “la terra scura che brilla di mica, radici nere filamentose e tutta la vita passata, frammentata in un fragrante humus” ( C. Pinkola Estés)
    La bravissima Eleonora Anselmo con la sua voce fa brillare queste antiche figure del mito, fa vibrare le parole della poesia amplificandole in una commovente e coinvolgente elegia musicale.
    E noi restiamo attoniti a riflettere su cosa sia diventata la Bellezza, la sua Idea, oggi nel nostro mondo. (Letizia Leone)

    Gino Rago

    • londadeltempo

      Bravissimi tutti e due, Gino Rago e Letizia Leone, anche loro pescatori di preziosissime perle a bordo della NOE E…come e quando vogliono loro, liberi di spaziare negli oceani della cultura e nelle profondità dell’inconscio…facendo riemergere il tempo vivo della memoria storica.

      Mariella

  8. londadeltempo

    E adesso introduco il l’argomento del mio futuro libro di poesie, ispirato alla tematica su cui Giorgio ha molto insistito citando autorevolissimi esempi e offrendo una nuova “nicchia creativa”, secondo me originale, a tutti i cercatori di Poesia. Dov’è l’originalità? Si domanda qualcuno. Un momento, non possiamo capire e giudicare senza conoscere. Proviamoci da parte di una persona che sta crescendo come a casa sua dentro la “nicchia”.
    Per prima cosa una citazione da Giorgio Linguaglossa che ne fa tante e non è facile per tutti (nemmeno per me) seguirlo fino in fondo, anche se dice cose importantissime. Fermiamoci a queste parole:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25011
    “…La forma-poesia è un progetto come orizzonte di eventi e di intenzioni che si realizza anche contro e a lato delle aspirazioni e intenzioni umane; il progetto è una apertura dinanzi alla insondabile profondità del linguaggio. Ciò che sta oltre il linguaggio non appartiene al linguaggio. Voglio dire che l’essere che sta al di là del linguaggio è quello stesso essere che condivide il linguaggio al suo interno, per ciò non mi convince l’idea di una separazione netta e assoluta tre essere e linguaggio, la separazione c’è, ma c’è anche un «ponte» che unisce le due sponde (lontanissime), ma questo ponte non potrà essere mai percorso…”

    E adesso torniamo al mio libro futuro in cui metto a fuoco l’elemento scatenante la mia curiosità poetica e che viene incontro al discorso di Giorgio sul ponte tra “essere” e “linguaggio”. Il titolo del libro dovrebbe essere.
    “Il fantasma di Lacan”.
    Questo fantasma è un soggetto a me simpaticissimo perché mi aiuta proprio nel lavoro che più mi appassiona: entrare nel mondo del linguaggio, ove ormai giace il mio “io” vittima involontaria dell’ “EGO” che non ha risparmiato nessun poeta in senso assoluto, ma che adesso sembra anche lui esalare l’ultimo respiro. Entrando così radicalmente nel mondo del linguaggio poetico tutto da reinventare (per noi “senza ego”), ho visto la realtà, l’essere delle cose reali, sparire improvvisamente, e porsi in decisa lontananza prospettica , mentre in primo piano parole, immagini metafore analogie lo spazio gli oggetti il tempo da lineare a circolare e così via… si sono affollati intorno a me: il soggetto ex “io” ed ex EGO, venendo a mancare la cosa reale per esaurimento vitale, diviene “vittima di una perdita”. Il reale diviene “oggetto di desiderio”. “Il fantasma di Lacan” interviene allora come elemento di mediazione tra il reale, l’immaginario e il simbolico e senza di lui, quanto più sfuggente e ambiguo abitante dell’inconscio, tanto più incisivamente espressivo nell’atto della scrittura, è impossibile procedere.

    Scrivere è per me , oggi, è inseguire il mistero che si nasconde, o come dice Giorgio “la cosa” che non si vede, senza riuscire ad afferrarli una volta per tutte ma, di volta in volta sfiorando, con gioia indescrivibile, l’appagamento del desiderio di dare nuova vita alla realtà e alla materia inerte delle parole, grazie a ciò che emerge dall’inconscio (essere profondo).
    Qui entra in gioco il fantasma di Lacan con le sue magie, suggestioni, i suoi vuoti e colpi di scena, spezza il tempo, lo trasforma come vuole da lineare a tentacolare: il futuro entra nel passato e viceversa, si integrano, entrano in lotta, fino ad annullarsi nel presente: un presente che tenta di trascinare tutto in primissimo piano, per poi recedere fino ad annullarsi. E non c’è più tempo, sostituito dal sostantivo… ( “il nulla, una rosa (una cosa) al centro dell’essere”?).
    Ormai, senza il mio caro fantasma è sempre con me quando scrivo le poesie. Se lui è triste, le mie immagini e i miei pensieri sono grigi e nuvolosi, se è pieno di rabbia precipitano montagne, la terra è scossa da terremoti, infuria la tempesta. Ma , se è di buon umore, l’aggancio del mistero si fa evidente nella novità delle immagini e nei lampi di luce dei beni preziosi e irraggiungibili custoditi nell’inconscio (insieme ai mostri generati dal sonno della Ragione). Lo psichiatra e filosofo austriaco Victor Frankl, alunno di Freud, sopravvissuto ai campi di concentramento, e fondatore della Logoterapia, ha scritto “Dio nell’inconscio” e altri libri famosi in tutto il mondo.
    Se Dio abiti o no nell’inconscio è un mistero e nessuno può dire senza avere cognizione di causa “sì, è vero, no, non è vero”. Ma certamente l’inconscio è abitato da Entità ragguardevoli, secondo me, nel Bene e nel Male. Il fantasma ne sa più di noi, certo più di me. Mi lascerò guidare dai suoi fantasmagorici colpi di scena, sempre cercando di tenerlo a freno…e andrò avanti curiosa di sapere come andrà a finire questa storia appassionante per me cominciata dall’Arca della NOE e dai suoi originali e da me prediletti coabitanti.
    Ecco di nuovo il “fantasma” di Gi. L. che vuole aggiungere una notazione interessante. Lo lascio parlare:

    “L’essere cioè, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non rientra nel linguaggio nel quale sembra tuttavia anche risiedere. Eppure una simile condizione di fuggevolezza rappresenta allo stesso tempo la sua centralità. È in questo senso che Derrida può dire: «Lo si consideri come essenza o esistenza […] lo si consideri come copula o posizione di esistenza […], l’essere dell’essente non appartiene al campo della predicazione, perché è già implicato in ogni predicazione in generale e la rende possibile».

    Mariella Colonna

  9. L’elaborazione terziaria nella nuova ontologia estetica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25036
    Cara Mariella Colonna,
    quanto dici è molto importante perché mi spinge ad approfondire il discorso che stavamo facendo intorno al ruolo e alla funzione del «fantasma» e delle «maschere» nella poesia che andiamo facendo.
    In ordine al problema del «fantasma» e della fantasticheria ad occhi aperti, così importante per la «nuova ontologia estetica» da ricoprire in essa un ruolo essenziale e centrale, vorrei richiamare l’attenzione sulla parentela tra il sogno ad occhi aperti e il fantasma inconscio.

    Nel lavoro onirico descritto da Freud il fantasma viene collocato alle due estremità del processo. Da un lato, abbiamo un processo che parte “dalle scene e dalle fantasie inconsce al preconscio ” 1], dove incontra «residui diurni» di cui assume in parte il contenuto; dall’altra estremità del sogno, vi è il «processo secondario», e cioè il vero e proprio rimaneggiamento del contenuto onirico, in cui «troviamo la stessa attività che può manifestarsi, senza inibizione da parte di altri fattori, nella creazione dei sogni ad occhi aperti » 2]. L’elaborazione secondaria, in quanto parte del processo onirico, cerca di dare una facciata di coerenza e razionalità alla trama spesso disarticolata del sogno al livello preconscio. Le fantasie sono una manifestazione tanto conscia quanto inconscia dei desideri inconsci rimossi, fungono, come il sogno, come strumenti per l’appagamento del desiderio per via allucinatoria, cosa palesemente osservabile nelle fantasie ad occhi aperti o nelle fantasticherie diurne.

    Non c’è dubbio che nelle poesie di Mario Gabriele, in quelle di Mariella Colonna, di Gino Rago, di Donatella Costantina Giancaspero, nelle mie, in quelle di Antonio Sagredo e in tutti gli autori della nuova poesia etc. sia in atto qualcosa di simile ad un processo di «elaborazione terziaria» affine alla «elaborazione secondaria» di cui discute Freud ne L’interpretazione dei sogni; anche nella poesia della «nuova ontologia estetica» interviene il Fattore F., ovvero, il fattore fantasma, la creazione di «maschere», di personaggi fittizi, di simulacri che agiscono come persone in carne ed ossa nella vita reale. Tra reale e immaginazione si stabilisce così una linea di comunicazione e di contiguità. Infatti, non è un caso che nelle poesie della «nuova ontologia estetica» vi si trovi un tale pullulare di «maschere» e di personaggi, essi sì destituiti di alone simbolico, nel senso che al termine simbolico si dava nella civiltà del simbolismo, epperò dotati di una «risonanza» fantasmatica (anche se non simbolica) nella nuova civiltà del post-simbolismo quale la nostra, per eccellenza fondata sulla produzione seriale di «immagini».

    1] Cfr., S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Boringhieri, p. 519.
    2] Ivi, p. 449.

    • londadeltempo

      Caro Giorgio,
      grazie per questa tua preziosa precisazione che completa in modo sintetico e scientifico il mio discorso ancora sospeso tra pensiero razionale e “sogno ad occhi aperti”. Il simbolismo non va più inteso in senso tradizionale, sono d’accordo, anche se alcuni simboli hanno una tale forza fadicata nell’immaginario che è difficile non compaiano più almeno a livello di inconsapevolezza. Bisognerebbe però chiarire il rapporto tra la ” risonanza”fantasmatica dei personaggi o presenze nelle nostre poesie e la produzione seriale di “immagini” nel post-simbolismo della nostra civiltà. Se la nostra vuol essere poesia credo debba distinguersi per quell’in più che nasce dall’ “inseguimento del desiderio” nella dimensione inconscia…che finisce per collegare intimamente il personaggio al nostro essere profondo, mentre la produzione seriale delle immagini sconfina inevitabilmente nel consumismo delle stesse immagini.
      Vorrei sapere da te, quando ti sarà possibile, se il tuo pensiero ti porta altrove…
      Mariella

  10. londadeltempo

    IMMAGINO

    che la luna e il mare sognante riflessi
    sul vetro della finestra siano nella mia stanza.
    Illusioni. Noi vediamo lontananze infinite
    dove non ci sono che 0,001 millimetri tra me, te
    e il resto del mondo. Siamo tutti lì, in quei 0,001
    millimetri di spazio, che sono nulla (e tutto).

    Illusi di misurare il tempo con un meccanismo
    a lancette che si spostano dall’una alle dodici
    dalle dodici all’una in senso “orario”.

    Sulla strada battuta dal vento, un cavallo
    neroazzurro con una lunga criniera
    rincorre minuti ore giorni anni…
    Li supera e raggiunge il mare.
    In groppa al cavallo una giovane donna
    si volta, mi guarda, sorride…

    Sono io. Ho vent’anni. Corro verso me stessa.

    Grido “fermati!”, ma il cavallo galoppa,
    vola via, scompare.

    Mariella

    • Però cara Mariella,
      iniziare con il verbo alla prima persona singolare significa fare riferimetno ad un “io” che è inutile, scontato, meglio sarebbe eliminare il verbo, eliminare il “che” e anche l’altro verbo: “siano”… il tutto diventerebbe più oggettivo, lapidario… Lo stiamo dicendo ormai da un anno di eliminare i riferimenti all’io quando sono inutili ed encomiastici.. L’io, che cos’è quest’io cui siamo così abbarbicati? Un nulla, un niente…

  11. Cara Mariella,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25040
    io inizierei da:

    la luna, il mare riflessi sul vetro della finestra
    entrano nella stanza…

    togliendo i riferimenti all’io (Immagino) e cancellando qualche aggettivo in eccesso. Così la poesia diventa più oggettiva… Cmq molto bella l’idea…

  12. Ne l’Idiota di Dostoevskij, non si può proprio dire che il Principe Myskin soffrisse di eccesso di fantasia; piuttosto viveva in un mondo parallelo, in un altro sorprendete universo (?). Secondo me dovremmo guardarci dall’attitudine a sognare ad occhi aperti: se poesia non è disvelamento, a che serve ( lo dico proprio io che sono solito saltare da un pianeta all’altro, da una finestra all’altra…)? Piuttosto servircene, e questa sarebbe un’azione perfettamente conscia e consapevole. Voluta e scelta. Altrimenti saremmo nel desiderante, e possiamo saper scrivere benissimo ma sarebbero scemenze.

  13. La sentinella del linguaggio è il silenzio
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25060
    Caro Lucio Mayoor Tosi,

    qui noi stiamo trattanto del «fantasma» in poesia come equivalente di «maschera», di «personaggio» non reale o irreale. Per accedere alle potenze numinose dell’inconscio, per rappresentare il teatro dei pupi dell’inconscio, non possiamo fare a meno di riferirci al «fantasma» e alle sue modalità di comparizione sul palcoscenico della «nuova poesia».
    Inoltre, una caratteristica precipua del «fantasma» è che questi «non parla», appare sulla scena come limite dell’ordine simbolico, al confine tra l’immaginario e il simbolico, in quel sottile limen che mette in azione il simbolico e l’immaginario. Il mutismo del «fantasma» sarebbe necessitato affinché l’inconscio possa invece parlare. È il presupposto che fonda il linguaggio dell’inconscio…

    È bene ricordare che nell’algebra lacaniana il fantasma possiede sì una dimensione «reale», nel senso in cui il «reale» è quanto risiede nell’oggetto a, ossia nel rapporto tra soggetto (barrato) e l’impossibile oggetto del godimento. Il« reale» è in un certo senso rappresentato dall’intera formula del fantasma, ma intesa come
    significazione assoluta, ossia in quanto frase che, letteralmente, (non) significa nulla. E in questo “non” messo tra parentesi c’è tutto il valore
    differenziale di cui il fantasma consiste, nel senso in cui non si può affatto affermare che il fantasma significhi il nulla di das Ding, perché, in quanto
    assioma, significazione assoluta, il fantasma rimane sciolto dal legame di rimando proprio della significazione.

    Il fantasma è un assioma, bisogna intendere che la sua posizione rimane isolata nell’ambito della significazione. Un assioma in logica è un enunciato messo all’inizio, da cui per deduzione deriva ogni altro enunciato. Come tale un assioma è un inizio assoluto, ciò da cui tutto discende.

    «Cos’è un assioma in logica? Essenzialmente è qualcosa di posto all’inizio. In qualunque trattato di logica ci sono definizioni di termini e assiomi; sono enunciati: primo, secondo, terzo, messi lì una volta per tutte, postulati. Non si possono discutere in nessun luogo, perché è a partire da essi che si possono produrre verità e falsità, cioè verifiche. Però prima di essi non c’è niente; sono un punto di partenza e un punto limite». 1]

    Così il fantasma, in quanto nel soggetto viene ad occupare la funzione di una “significazione assoluta ”, ovvero si pone come quel «significante purificato» che chiude la catena significante, che designa un limite oltre il quale non c’è più nulla da significare.

    Il tempo del fantasma è l’istante, l’istantanea presenza del presente.

    Il fantasma è lì dove il linguaggio manca. Pone un termine, un alt alle possibilità del linguaggio, perché è il presupposto affinché vi sia linguaggio.
    Il silenzio è dentro il linguaggio, è contenuto nel linguaggio come suo presupposto, come confine «interno». Se non vi fosse il silenzio, non sorgerebbe neanche il linguaggio. Quindi, il linguaggio non deriva dal silenzio come una nota vulgata vorrebbe farci credere, ma è all’interno del linguaggio. Di conseguenza il «fantasma» sarebbe nient’altro che il commissario rappresentante del silenzio all’interno del linguaggio. La sentinella del linguaggio.

    Il soggetto si risarcisce del fatto «che egli non è» – o meglio, che egli si trova in quel «posto in cui si vocifera che ‘l’universo è un difetto nella purezza
    del Non-Essere’».2]

    Dire che il fantasma è un assioma significa che non vi è una «storia» del fantasma, un’origine a cui sia possibile risalire. Il fantasma, a differenza del sintomo, non ha interpretazione, non mette in atto un lavoro della metafora e della metonimia per significare il desiderio inconscio. Il fantasma si pone come assolutezza, dotato di singolarità in virtù del suo fondamento assiomatico, di mero inizio. Ed è questa la ragione del fatto che Lacan pone il fantasma nel registro del Reale. Il reale è infatti quanto resta fuori-senso, quanto resta fuori dal simbolico. Il reale è il reale della mancanza. Il «reale», afferma Lacan, «è l’ambito di ciò che sussiste fuori dalla simbolizzazione”3]; e ancora: «Se lo si intende, è da un rifiuto che il reale prende esistenza; ciò di cui l’amore fa il suo soggetto è ciò che manca nel reale; ciò a cui il desiderio si arresta, è il sipario dietro cui questa mancanza è figurata nel reale».4]

    Il fantasma non genera significato, non genera significanti, non produce senso, produce soltanto il piacere della contemplazione (onanistica). Abbiamo detto: il «fantasma» è un assioma, nel senso che dietro di lui, attorno a lui non c’è niente.
    Sul piano simbolico il fantasma resta un significante interrotto e, se procura piacere, lo procura la di là delle intenzioni del soggetto, il quale se cerca di andare dentro la «maschera», si accorge che essa è vuota. Il «fantasma» è una maschera che sta di fronte al nulla del soggetto. Sul piano letterario, il fantasma, si presenta come una istanza cieca che si offre alla fruizione contemplativa. Non ha senso in questa sede discettare se esso sia bello o brutto, esso occupa la zona anestetica dell’esistenza, indica quell’al di là del desiderio e del godimento, si offre soltanto alla contemplazione. Come si contempla una maschera nel carnevale di Venezia. Vuole essere soltanto contemplato.

    Non è questione di appropriarsi del fantasma, di afferrarlo, di possederlo, perché esso è in sé anestetico e anestetizzato. Il fantasma si può solo attraversare, come si attraversa la scena di un teatro per andare a vedere dietro le quinte. Lo si può soltanto vivere di riflesso. Infatti, Miller scrive:

    «È come andare dietro le quinte di un teatro per vedere cosa vi succede e che cosa sostiene il suo funzionamento. […] L’attraversamento del fantasma è andare a fare un giro per le quinte, per sapere come questo funzioni” 5].
    Il fantasma è una messa in scena. È tutta la scena. Dietro e intorno a lui non c’è altro, non c’è Altro dell’Altro. C’è il vuoto.

    1] J.-A. Miller, Sintomo e fantasma, in Logiche della vita amorosa, a cura di A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 1997, p. 101
    2] Cfr Si veda, J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, cit., p. 823
    3] J. Lacan, Risposta al commento di Jean Hyppolite sulla Verneigung di Freud, in Scritti, cit., p. 381.
    4] J. Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Scritti, cit., p. 431.
    5] J.-A. Miller, Sintomo e fantasma, in Logiche della vita amorosa, cit., p. 101.

  14. antonio sagredo

    a proposito del Silenzio…. :

    —————————————————————-
    Laverò il sangue di Semiramide!

    Supplicherò la morte recidiva
    o un canto tra le Lacrimarie.

    Veleni, veleni, accorrete!
    Ecco, il silenzio ha nervi viola
    radici immaginarie
    inganni – dei numeri!

    La geografia delle passioni è antiquata.
    Come è ingiallita la carta delle attese e dei capricci!

    La poesia frana sotto i martelletti dei labirinti:
    tutta bianca, corrosa, tutta distrazione!

    antonio sagredo
    Roma, 14 maggio 1979

  15. Caro Antonio Sagredo (alias Alberto di Paola)

    riguardo alla tua poesia, vorrei citare quanto scritto da Adorno nella Teoria estetica su
    la «dialettica della maggiore età»:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25095
    «… per tale età Kant postulava l’emancipazione dalla signoria dell’infanzia e ciò vale sia per la ragione sia per l’arte. La storia dell’arte moderna è una storia di sforzi per raggiungere la maggiore età, cioè la repulsione organizzata, e che aumenta tramandandosi, per l’elemento infantile dell’arte. Naturalmente l’arte diventa infantile solo in base al metro di una razionalità di pragmatica ristrettezza. Non minore però è la ribellione dell’arte nei confronti di questa specie di razionalità stessa, la quale nella relazione fini-mezzi dimentica i fini e feticizza i mezzi a fini. Tale irrazionalità nascosta nel principio di ragione viene smascherata dalla irrazionalità confessata, e nello stesso tempo razionale nei suoi procedimenti, che è quella dell’arte. tale irrazionalità porta alla luce quel che di infantile permane nell’ideale dell’adulto. Minorità conseguente da maggiore età è il prototipo del gioco»
    […]
    «già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione- e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto – e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi. Così si falsifica, allo stesso modo di come si falsifica l’arte (…) il piacere sensoriale conserva qualcosa di infantile quando si presenta nell’arte in maniera letterale, intatta. Solo nel ricordo e nella nostalgia, non come copiato e come effetto immediato, esso viene assorbito dall’arte (…)»
    […]
    «All’ontologia della falsa coscienza appartengono anche quegli aspetti nei quali la borghesia, che tanto liberò lo spirito quanto lo prese alla cavezza, accetta e gode, dello spirito, proprio ciò in cui non riesce completamente a credere – maligna anche contro se stessa. Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».

    «L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata»1].

    Questo per dire che tutta la tua poesia resta impigliata nel groviglio inestricabile di irrazionalità-razionalità, infantilismo/età adulta, esempio fecondo di quella «dialettica della maggiore età» intravista ed analizzata dal filosofo tedesco nella sua Teoria estetica.

    T.W. Adorno Ästhetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, trad. it di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Einaudi, 1975 pp. 21 e segg.

  16. Continuo la riflessione sui concetti di «fantasma» e di «maschera» utili per la decifrazione della poesia della «nuova ontologia estetica».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25115
    Il fantasma non genera significato, non genera significanti, non produce senso, produce soltanto il piacere della contemplazione (onanistica). Abbiamo detto: il «fantasma» è un assioma, nel senso che dietro di lui, attorno a lui non c’è niente.
    Sul piano simbolico il fantasma resta un significante interrotto, e se procura piacere lo procura la di là delle intenzioni del soggetto, il quale se cerca di andare dentro la «maschera», si accorge che essa è vuota. Il «fantasma» è una maschera che sta di fronte al nulla del soggetto. Sul piano letterario, il fantasma, si presenta come una istanza cieca che si offre alla fruizione contemplativa. Non ha senso in questa sede discettare se esso sia bello o brutto, esso occupa la zona anestetica dell’esistenza, indica quell’al di là del desiderio e del godimento, si offre soltanto alla contemplazione. Come si contempla una maschera nel carnevale di Venezia. Vuole essere soltanto contemplato.

    Non è questione di appropriarsi del fantasma, di afferrarlo, di possederlo, perché esso è in sé anestetico e anestetizzato. Il fantasma si può solo attraversare, come si attraversa la scena di un teatro per andare a vedere dietro le quinte. Lo si può soltanto vivere di riflesso. Infatti, Miller scrive:

    «È come andare dietro le quinte di un teatro per vedere cosa vi succede e che cosa sostiene il suo funzionamento. […] L’attraversamento del fantasma è andare a fare un giro per le quinte, per sapere come questo funzioni” 4].
    Il fantasma è una messa in scena, è tutta la scena. Dietro e intorno a lui non c’è altro, non c’è Altro dell’Altro. C’è il vuoto.

    4] J.-A. Miller, Sintomo e fantasma, in Logiche della vita amorosa, cit., p. 101.

  17. londadeltempo

    Certo, è verissimo, Giorgio e lo ripeto citandoti di nuovo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/12/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-antonio-sagredo-gino-rago-francesca-dono-lucio-mayoor-tosi-edith-dzieduszycka-mariella-colonna-tomas-transtromer-con-commenti-di-giorgio-lin/comment-page-1/#comment-25121
    “…Non è questione di appropriarsi del fantasma, di afferrarlo, di possederlo, perché esso è in sé anestetico e anestetizzato. Il fantasma si può solo attraversare, come si attraversa la scena di un teatro per andare a vedere dietro le quinte. Lo si può soltanto vivere di riflesso. Infatti, Miller scrive:

    «È come andare dietro le quinte di un teatro per vedere cosa vi succede e che cosa sostiene il suo funzionamento. […] L’attraversamento del fantasma è andare a fare un giro per le quinte, per sapere come questo funzioni” 4].
    Il fantasma è una messa in scena, è tutta la scena. Dietro e intorno a lui non c’è altro, non c’è Altro dell’Altro. C’è il vuoto.”

    Dietro il fantasma c’è il vuoto, ma è lui che ci guida ovunque sulle strade difficili e impervie attraverso le quali il Desiderio ci trascina a cercare l’essere profondo della realtà dove si nasconde “la cosa” (mistero) e a provare il piacere, perfino un lampo di gioia nel momento in cui crediamo di sfiorarla…
    Altrimenti non varrebbe la pena di correre dietro ai fantasmi!

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