Emilia Barbato Poesie Scelte da Capogatto (puntoacapo, 2016), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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«siamo in una poesia del possibile e sperimentiamo l’assenza di peso»

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971. Laureata in Economia ha pubblicato le raccolte di poesia Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo, 2016) È presente in diverse antologie.

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«il cuore non devi praticarlo, ha sentieri irrimediabili, carichi di mine»

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aspetto che mi ha attratto verso la poesia di Emilia Barbato è questa percezione dei luoghi, il saper inserire l’esistenza, il destino dei personaggi protagonisti delle sue poesie entro le coordinate spazio-temporali; saper «chiudere» i luoghi e il tempo dell’esistenza; saper affidarsi ai cenni, agli invii, agli indizi…

In una nota esplicativa Emilia Barbato ci spiega il significato della parola “capogatto”: «L’espressione ‘far capogatto’ è impiegata in agronomia per indicare la tecnica di riproduzione delle piante a rami rigidi e inflessibili con cui si conduce un ramo della pianta madre nella terra allo scopo di utilizzare la sua capacità di emettere radici dall’apice».

Io tradurrei questo concetto di Emilia Barbato nel senso del capovolgimento, ovvero, impiegare una frase all’incontrario per ottenere un effetto insolito. Di frequente, nei suoi momenti migliori, la poesia della Barbato parte da un punto lontano per arrivare, tramite una denegazione, a quello più vicino: si ha così un fare spazio (making room) per giungere alla «parola» del suo discorso poetico.

Scrive l’autrice: «siamo in una poesia del possibile» in un «tempo che precede la lacerazione», una sorta di «inverno minore» dove

… il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine.

Siamo in uno «spazio», o meglio, nel «suo principio», dove avviene «l’espansione originaria della parola / che dimentica la sua condizione / di nucleo primordiale, la sua fragilità. / Questa entità o relazione di entità…

che è lo spazio
di una dimensione dove abbiamo respiro.
Questa sua origine di vuoto
che lentamente si occupa
che è lo spazio di una stanza
dove noi iniziamo.

Apprezzo in particolare in queste poesie l’intelligenza dell’autrice nel fornire quasi una pneumologia e una topologia dello «spazio» e del «tempo», i due attanti-agenti della malattia del nostro modo di vivere. Il mal de vivre montaliano è diventato un «male» prosasticizzato ed elasticizzato, globalizzato, a portata di tutte le tasche e di tutte le generazioni, una malattia dello spirito talmente diffusa ed invasiva che non ci facciamo più caso. È proprio di questo argomento ciò di cui parla il libro, «l’aggressiva / decadenza delle cose, delle case, dei muri, / il progressivo franare dei margini delle strade»; il franamento, la dissoluzione delle «cose» viaggia ormai ad una velocità incontrovertibile… non c’è più nulla a cui poggiarsi, non c’è alcun corrimano, nessuna certezza che duri più di un minuto, la parola diventa un «passaparola», il «vuoto» «è lo spazio di una stanza dove noi iniziamo». La poesia finisce con la parola «iniziamo», ma potrebbe essere anche il contrario, ormai l’esistenza è «un film bianco», dove «non c’è scampo», né un attimo di «tregua», nel quale «scopriamo di essere un volo parabolico», di parlare «con voce adultera», di passare il tempo a guardare film alla televisione: «Guardiamo un film in tv, uno dei pochi sopravvissuti ai canali a pagamento».

Esilaranti sono anche certe descrizioni del nostro mondo:

C’è questo studio e una troupe che gira un film per i camerini,
le luci, gli specchi, i pennelli, i rossetti, i profumi,
le parrucche, i vestiti e tutto è pervaso da una presenza
femminile assente

Qui sembra che non avvenga nulla di veramente importante, tutto appare precario e tutto è precariamente «possibile»; qui sembra di stare in un sogno come dentro la «scatola nera» della tv che emette bianchi fotogrammi in sequenza dove c’è un misterioso personaggio che

 

Si alza dalla poltrona, fruga nella madia, le mani si
spostano freneticamente, i gesti si fanno silenziosi, sequenze
mute di mani tra le tazze, un dejà vu di mani
convulse, mani che finiscono e poi riprendono, movimenti
imprecisi, come quelli di sua madre.

Sono questi i momenti nei quali la poesia di Emilia Barbato riesce indubbiamente efficace. Altro problema è quello della direzione della ricerca della Barbato, di dare uno sviluppo tematico e stilistico alla sua poesia. Prima o poi i nodi verranno al pettine. Farà la Barbato una poesia del Dopo Montale?, sarà capace di tirare le conseguenze dalla situazione della poesia italiana che giustamente è stata definita «post-montaliana»?
Leggiamo quello che scrive un critico «in posizione di terzietà», Romano Luperini:

«La centralità dell’esperienza montaliana nella nostra poesia e persino nella nostra cultura ha contribuito in modo decisivo a determinare i caratteri della poesia lirica italiana del nostro secolo, differenziandola da quella tedesca e soprattutto da quella francese (altra storia ha avuto quella inglese, più vicina alla nostra; e anche qui ha giocato la linea Eliot-Montale). Al posto di Char o di Jabès abbiamo avuto il Sereni di Gli strumenti umani o il Luzi di Nel magma o lo Zanzotto di La Beltà, o, per altra via, l’allegorismo civile di Fortini. Occorrerà attendere gli anni Settanta e Ottanta per trovare una generazione di poeti italiani – quelli della cosiddetta «parola innamorata» – che abbia cercato di ricollegarsi – con scarsi risultati, peraltro – al simbolismo francese e tedesco scavalcando mezzo secolo di storia della lirica italiana e recuperando, al di là di esso, la poetica dell’ermetismo e, ancora più indietro, D’Annunzio, il Campana «orfico» e alcuni aspetti del primissimo Montale (quello di Riviere).

E oggi? Si può parlare ancora di una centralità di Montale? La domanda, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, sarebbe apparsa persino retorica. Montale era infatti considerato il punto d’arrivo di una linea simbolista o ermetica o metafisica, senza che spesso si distinguesse bene fra queste diverse tendenze.

Cerchiamo di rispondere muovendo in prima istanza da una constatazione persino ovvia. La centralità di Montale è intanto quella di un autore che non appare mai bloccato su un’unica linea di sviluppo e si presenta invece sempre disponibile a infinite correzioni, ripensamenti, ritorni all’indietro, contaminazioni di esperienze diverse. Senza essere mai eclettico, e anzi mantenendo sempre un timbro suo inconfondibile, Montale è in qualche modo compartecipe di tutte le tendenze fondamentali del nostro secolo: sembra avvicinarsi alla grande tradizione orfica del simbolismo e subito la controbilancia in direzione prosastica ed espressionista; condivide la cifra ardua e chiusa della poesia ermetica, ma respinge sempre la poesia pura e analogica; approda a un classicismo che intende tutelare la nobiltà e la decenza della forma e immediatamente lo interpreta in senso “modernista”; opta per un realismo basso e comico che presenta diversi punti di contatto con la ricerca delle neoavanguardie degli anni Sessanta e nello stesso tempo lo orienta verso esiti – niente affatto eversivi bensì ironicamente lucidi e citazionisti – che saranno propri delle poetiche postmoderniste.

foto Le biglie

«Si potrebbe prendere un aereo selezionando attentamente gli oggetti da portare»

Questa duttilità va messa sul conto della grande capacità di Montale di confrontarsi apertamente con la storia del suo tempo, riflettendola nella propria poesia e talora persino anticipandola. Per i suoi contemporanei essa ha costituito, soprattutto a partire da un certo momento, un problema critico aperto e persino spinoso. Dopo l’uscita di Satura, infatti, il profilo dell’ autore, e in qualche misura anche la sua stessa identità poetica, sono apparsi alterati o modificati. Le diverse, e per certi versi opposte, stroncature di Fortini e di Pasolini nascono anche dallo sconcerto di lettori che vedono deluse le loro aspettative e che non riconoscono il loro autore».1]

Ecco il punto. Io credo, e mi auguro di sbagliare (e qui condivido il parere di Romano Luperini), che oggi la poesia italiana sia ancora imbrigliata all’interno del quadro di una «poesia post-montaliana», quella narrativizzazione che resiste alla deriva prosastica, come asseriva Montale. Il problema era ed è sempre quello: come si esce da questa pendenza verso la narrativizzazione nutrita di scetticismo e di privatismo? La «nuova ontologia estetica» di cui siamo noi dell’Ombra delle Parole i propugnatori vuole tentare di uscire da questa impasse, emigrare finalmente dalla forma-poesia ereditata dal Montale della seconda serie.

1] https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/11/antonio-riccardi-poesie-scelte-da-gli-impianti-del-dovere-e-della-guerra-garzanti-2004-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23724

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Emilia Barbato

Poesie di Emilia Barbato

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Inverno minore

Il tempo che precede la lacerazione
è una bestia docile che tira
fuori la lingua in un inverno minore,
il fiato corto dei minuti condensa,
schiuma paure, il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine.

 

Assedio

L’assedio
è un rosaio intricato
di pensieri, il turbamento
di un umido equivoco nella bocca.

 

Making room

Lo spazio, il suo principio,
l’espansione originaria della parola
che dimentica la sua condizione
di nucleo primordiale, la sua fragilità.
Questa entità o relazione di entità
se preferisci, questa cosa
che è lo spazio
di una dimensione dove abbiamo respiro.
Questa sua origine di vuoto
che lentamente si occupa
che è lo spazio di una stanza
dove noi iniziamo.

 

Possibile

Si potrebbe prendere un aereo selezionando
attentamente gli oggetti da portare,
sistemarci sulle teste il bagaglio,
evitando di perdere
dettagli, alloggiare in cabina
e sorridere alle improvvise perdite di quota,
non c’è da temere,
siamo in una poesia del possibile,
al massimo potremmo registrare brevi
cadute di oggetti,
dalla mia borsa per esempio parole,
su questa versione
modificata scopriamo
di essere un volo parabolico, subiamo
l’accelerazione di guardarci negli occhi
e restare in silenzio, schiacciati
contro i sedili, scriviamo un sorriso interminabile,
dopotutto,
siamo in una poesia del possibile
e sperimentiamo l’assenza di peso fluttuando
nei pensieri, potremmo chiudere
gli occhi e tenerci per mano,
osare,
tenere il calore nel reciproco incavo,
su questa versione
è credibile
persino il salvataggio
di una stella o di un sogno aprendo
le mani, del resto,
un minimo corpo livido,
una particola azzurra, cos’è
se non l’inizio di una poesia in una poesia possibile.

foto casa in disordine

«dopotutto non è mio, dovrei restituirlo»

Da un montaggio

C’è questo studio e una troupe che gira un film per i camerini,
le luci, gli specchi, i pennelli, i rossetti, i profumi,
le parrucche, i vestiti e tutto è pervaso da una presenza
femminile assente. Un’aura suggestiva e nudi bellissimi,
curve bianche, morbide, senza testa. Le modelle
non vogliono farsi riprendere e la troupe fuma troppe
sigarette, beve tazze spropositate di caffè. Lui è con
Sandra ma lei lo lascia ancora, fuggendo da una fuga,
un’uscita laterale dello studio le permette di tornare
sempre con la sua lunga camicia da notte bianca, rioccupando
lo spazio di una foto o il verso di una poesia
che lui le scrive. Il resto della storia è un cambiamento
di natura dei sogni, piccolissimi, duri, lo studio è una
stanza e i nudi delle modelle sono tele bianche, la foto
di Sandra è sullo scaffale più alto, un ricordo da guardare
in segreto, un momento privatissimo.

 

Arrêter le vent

I
C’è un inverno che gira molti silenzi
in un film bianco,
il vento tra gli abeti cambia voce
e mani, non si prevede alcuna tregua,
il respiro del taglialegna
trema in tutta la pellicola, non c’è scampo,
la foresta crepita, è un serio passaparola,
nessun uomo può arrestare il vento.

II
La neve avvolge tutta la foresta
e la bocca aperta
dei pochi personaggi,
dissolve il calore dei corpi,
è un passaparola il silenzio,
freddo come l’inverno che
ingoia pellicola
e personaggi.

III
Lei canta di come il cielo
baci silenziosamente la terra,
ma non è più come prima la voce,
i boschi stormiscono sommessi.

IV
L’inverno è una temibile assenza,
le braccia e il respiro affannato
di lei rompono il silenzio, le increspature
delle acque li dividono perfino nei ricordi.

 

Mai nata

Ho riletto alcune pagine chiedendomi che fare del libro,
l’ho riposto con cura,
dopotutto non è mio, dovrei restituirlo
invece di tenerlo tra le cose e mandarlo a memoria
con voce adultera, l’ho riposto tra gli altri libri
sperando di dimenticarlo, ma continua a provocare piccoli
terremoti, fini frane di parole, smottamenti incontenibili,
faglie che propagano sogni.
Non è mio, si dovrebbe bandirlo, scomunicarlo,
tacciarlo di stregoneria, organizzarne un rogo,
assiepare la paglia, smettere: la tentazione,
la voglia di toccarlo, sentirne l’odore,
impararne la lingua. Dovrei restituirlo.
Trincerarmi dietro un silenzio,
due,
scrivere un inverno dentro un film bianco,
cancellare la primavera dell’ultima scena
che fiorisce nel guizzo
degli occhi di lei, mentre dicendogli “ti amo”
sconfigge la morte eccetera eccetera,
invece che mandarlo a memoria
con voce adultera,
bisognerebbe spegnere
lo sguardo febbricitante,
svuotare il corpo che lo contiene,
saturare la pelle,
infibulare gli organi,
radiare il pensiero e le sue cellule
– alea iacta est – mandare a memoria
le tue fattezze affollate
di silenzio e ripeterle
nei gesti delle tue parole.

 

Da un’immagine

Guardiamo un film in tv, uno dei pochi sopravvissuti ai
canali a pagamento, è da tempo che non si accendeva la
scatola, è incalcolabile la sparizione di tutti i film per
mano di pochi, volgari, assassini camuffati da conduttori,
certamente la scatola nera registra i nostri giorni,
evidentemente guardiamo un film senza pretese, di
quelli che fanno un po’ ridere, un film impossibile. C’è
una sorprendente fonte di felicità nell’alternanza delle
immagini, da quelle con una regia fasulla (una rappresentazione
della storia è già un primo indizio dei fatti) a
quelle pure (i gesti semiautomatici di lei).
Si alza dalla poltrona, fruga nella madia, le mani si
spostano freneticamente, i gesti si fanno silenziosi, sequenze
mute di mani tra le tazze, un dejà vu di mani
convulse, mani che finiscono e poi riprendono, movimenti
imprecisi, come quelli di sua madre.
I vecchi cercano. C’è sempre un vecchio intento a
frugare nella storia e le immagini che li restituiscono interi
sono pure.
Poetiche inspiegabili, nessuna regia, nessuna volontà
di chiarimento, il cielo si nasconde dietro le nuvole, i
vecchi frugano, le onde si ripetono, il cuore trema, il
tempo si consuma lentamente come le mani scheletriche
dei vecchi, i colori del sole, la memoria della spuma
sulla sabbia. Si registrano fatti, senza desiderarne la ragione,
poetica di dolore-amore degli occhi.

foto il vuoto della folla

Deve esserci un’ulteriore inversione nel cromosoma, una frattura nascosta della catena

Sette

Deve esserci un’ulteriore inversione
nel cromosoma, una frattura
nascosta della catena
in cui nessun enzima riesce a penetrare,
una rottura irreparabile,
un filamento che continua a strapparsi
orientandomi verso l’abbandono,
generando una cisposa
difesa negli occhi,
l’assenza feroce di una risposta,
deve trattarsi
necessariamente di una perdita,
una fuga progressiva
della materia, dei ricordi,
degli sguardi, del tono
caldo della voce.
Dove sei?
padre, uomo,
amico, mentore,
su quale sedia elettrica
ti condannano?
Morirai nuovamente
tu ultimo dei giusti?
Mi lascerai ancora
sola, ansante
a guadare queste acque?
I gorghi freddi
che scherzando battezzammo giorni,
una ressa senza te
mi avvince,
lasciandomi disattesa,
conclusa.

 

Santuario

Ti offro miserie, il dolore dei lacci, l’ex-voto
di questo cuore, preghiere, ancora preghiere di supplica,
ti prego, ti prego fammi mantenere un cammino
[irreprensibile,
seguire la ragione, i giorni, le prescrizioni.
Costringimi alla disciplina, al rispetto delle cure,
agli orari, al rigore di questa stanza vuota, rinuncio
alla sua bocca, alle mani, al corpo,
perché il suo corpo mi consuma come una maledizione,
la sua assenza mi salva e danna in una forma vuota,
senza ragione, irregolare, come nuvole che scorrono
[negli occhi,
occhi liquidi, occhi freddi, come la morte che ho
[nel cuore,
la morte dei fili strappati tra le mani,
lontano, fuori da queste mura, lontano, stormisce
la foresta e i miei pensieri, avvampano i roghi della voce,
bestemmia la sua lingua,
un’unica bestemmia folle nella mia bocca,
ripeto suppliche d’intercessione, ti prego, ti imploro,
dammi la forza di continuare a tenere
pulito il santuario, di restare, concedimi una grazia,
occhi ciechi, orecchie sorde, mani monche,
mai più terra sotto le unghie, nessuno,
mai più polpastrelli per toccare, preghiere, solo
[preghiere,
necessarie come l’acqua per le piante, ormai niente
ha più senso se non le preghiere, ho distrutto tutto.
Per te il passato, le costrizioni della camicia,
l’ex-voto di questi arti lividi, preghiere, ancora preghiere
di supplica, ti prego, ti prego dammi una condotta
irreprensibile, la misura delle ore.
Evitami di tornare sullo stesso pensiero
come mura che girano all’infinito
intorno all’albero che muore,
governa la mia salute mentale,
sono la lingua tumida di terra
su cui si eleva scheletrico l’arbusto
della malattia bianca,
di questo centro di salute io sono il vuoto,
l’assenza della umana ragione,
ripeto suppliche d’intercessione, ti prego,
ti imploro, concedimi la grazia
di non cadere sotto i mortai dei suoi baci,
i colpi, i fili d’erba tra le mani, mai più passione,
preghiere, solo preghiere,
offerte con sangue e corpo nel sacrificio,
niente ha più senso, ho distrutto tutto.

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15 commenti

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15 risposte a “Emilia Barbato Poesie Scelte da Capogatto (puntoacapo, 2016), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24423
    “Preghiera” ,”santuario”;parole, queste di Emilia Barbato, che mostrano una sincera ascesa verso le plaghe dello spirito, sempre più assediate dalle bassure della terra, terra che tuttavia trova un riscatto nelle sua naturale bellezza (i boschi, le acque,il vento). Le passioni umane sono dure a morire,ma possono diventare simili a un “calore di fiamma lontana”, come pensava Didimo Chierico.

  2. «La lingua marcia al passo dei carnefici. / Perciò dobbiamo cercarci una lingua nuova» (T.Tranströmer)

    Quelle tre generazioni che hanno «derubricato» la poesia italiana
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24424
    Condivido il pensiero di Anna Ventura, Emilia Barbato cerca una via di uscita dalle secche della poesia del post-minimalismo.
    È chiaro il mio riferimento bellicistico agli epigoni degli epigoni, alla poesia degli epigoni in diminuendo del Montale di Satura: i milanesi del circolo del mini canone e i romani con Zeichen, Patrizia Cavalli, Magrelli ed epigoni secondari e terziari… è chiaro, dicevo, che quelle due tre generazioni la cui data di nascita è individuabile dal finire degli anni cinquanta fino agli anni settanta, quelle tre generazioni, di quei tre decenni, hanno «derubricato» la poesia italiana a poesia goliardica, cinico-scettica, poesia in diminuendo e intransitiva che parlava dell’io e del corpo e dei suoi accidenti, dei luoghi e degli affari privati… tutta quella poesia affetta dal virus del panlogismo e del «privatismo», quella poesia lì, era una poesia minoritaria. E tale è rimasta se osserviamo le cose da un altro angolo visuale, dall’angolo visuale del nostro mondo che è entrato nella «stagnazione permanente» e nell’economia dei blocchi continentali, della gigantesca concorrenza tra blocchi continentali dove non c’è proprio nulla da ridere…

    «UNA POESIA CHE APPARENTEMENTE TENDE ALLA PROSA E NELLO STESSO TEMPO LA RIFIUTA», ebbe a dire Montale in una intervista su Satura. In modo paradossale e meta ironico Montale ci dà una chiave di interpretazione del suo libro e della «nuova poesia» che stava imperversando già in quegli anni (vedi le prove del primo Raboni e il linguaggio seriale della neoavanguardia). Quel libro, nella considerazione delle generazioni che verranno dopo, venne equivocato ed interpretato come un lasciapassare per la poesia che apriva alla «prosa» e ai temi del diario e delle occasioni; non venne recepita quella notazione, quel «rifiuta» con il quale il poeta ligure avvertiva della necessità vitale per la poesia di creare un contromovimento rispetto alla «prosa»…

    Il fatto è che la poesia del Dopo Montale del minimalismo e del post-minimalismo

    (Lamarque, Patrizia Cavalli, Zeichen, Magrelli ed epigoni milanesi) si è affidata ad una s-problematizzazione della forma-poesia, riducendo tutte le questioni al minimo comun denominatore della poesia-commento, della poesia descrittiva. Ha operato da «riduttore» stilistico, e le conseguenze di questa impostazione inconscia sono state la narrativizzazione sospinta all’estremo e la poesia come accompagnamento di un discorso laterale: discorso diaristico, occasionale, rapsodico, ludico, di intrattenimento.

    Quando la S-problematizzazione

    investe non solo il soggetto ma anche e soprattutto l’oggetto, ciò determina un duplice impasse narratologico, con la conseguenza della recessione del dicibile nella sfera dell’indicibile e la recessione di interi generi a kitsch. Mai forse come nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile: una grande parte dell’esperienza significativa della vita di tutti i giorni è oggi preclusa alla poesia, per aderire al genere romanzesco della narratività. Direi che l’ordinamento delle istituzioni poetiche con il suo semplice prescrivere il dicibile, bandisce tutto ciò che non è immediatamente dicibile nei termini della sua sintassi e del suo lessico. L’indicibile è ciò che non è più raggiungibile e possibile. Ecco spiegata la ragione del trionfo del minimalismo come cannibalismo della comunicazione.

    Oggi i poeti non presentano più una «esperienza significativa»,

    si limitano a comunicare il comunicabile, non fanno altro che fagocitare la tautologia. C’è oggi un’oggettiva difficoltà ad affrontare, in poesia, la problematica di un’«esperienza significativa». Che cos’è una esperienza significativa? Che cosa è un Evento?. La «scrittura poetica» contemporanea propone una sorta di registrazione del quotidiano o del passato del quotidiano o del passato della cronaca con l’impudenza della propria imprudenza. Conseguenza inevitabile dell’impasse in cui è caduta questa cosa chiamata poesia è che si parla molto più del «soggetto», dei suoi ruoli e del suo luogo, che dell’«oggetto», perché il soggetto ha cessato di funzionare come principio, come principio regolatore; per contro, si parla molto meno dell’«oggetto» che del «soggetto», così che il discorso poetico si dissolve in una miriade di appercezioni soggettive, in una fenomenologia delle sensazioni del «soggetto». Si scrive secondo un logos sproblematizzato, di conseguenza, i modi di espressione della soggettività vengono falsati, il logos subisce il tabù della nominazione.

    La poesia dell’«esperienza»

    A pensarci bene, è paradossale ma vero: la poesia dell’«esperienza» ha bisogno di un universo simbolico nel quale prendere dimora e di un rapporto di inferenza tra il piano simbolico e l’iconico; in mancanza di questi presupposti la poesia dell’io esperiente cessa di esperire alcunché e diventa qualcosa di terribilmente autocentrico ed egolalico, diventa la carnevalizzazione del soggetto, esternazione del dicibile sul piano del dicibile: ovvero, tautologia.

    Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia dei «poeti nuovi» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel Novecento.

    • londadeltempo

      Evviva!!! Caro Giorgio, è proprio questo che volevo sentirti dire!

      “Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia dei «poeti nuovi» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante.”

      e meglio di così non potevi dire. Sono in pieno totale accordo con queste tue parole:
      “Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato.” E…NOI POETI NUOVI (mi ci metto anche io chiedendo scusa per l’ardire)
      abbiamo il compito di “ricostruire una relazione tra significante e significato”. E’ tutto qui il nostro lavoro: ma senza condannare le tracce del migliore 900 che inevitabilmente ci seguiranno come le nostre ombre. “Il futuro ha un cuore antico che non è necessario clonare, basta sentirne ogni tanto la nostalgia, il solo profumo di quello che non c’è più a volte ci penetra come una freccia nel cuore. Senza passato, senza radici…non sarà possibile costruire un nuovo rapporto tra significante e significato.
      Un passato come “dejà vu”, come “les jours d’antan”, come quello che si trova nel corpo a corpo con le tue poesie, Maestro Giorgio, quando ci racconti le storie di antichi personaggi, per esempio un vecchio che ha perduto la lingua e la capacità di esprimersi e, dopo la disperazione del suo stato, caparbiamente e quasi disumanamente, con sforzi innenarrabili riesce a reinventare la parola e a parlare di nuovo. Con parole materiche e piene di corporeità hai descritto un miracolo simile a quelli che faceva Il Nazareno: ridare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la vita ai morti. Tu, da calzolaio della parola, hai ridato la parola ad un muto deformato nel corpo e nell’anima. Questo è il senso che va ritrovato, il nuovo che demolisce il vecchio con un gesto creativo, ma non lo annulla.
      Tu sei riuscito a far scrivere a me che su queste pagine ho combattuto contro il nichilismo come ultimo approdo, una poesia che termina così:

      “…A me resta soltanto
      la silenziosa carezza
      del nulla,
      ma dal nulla fiorisce l’universo.

      Il nulla
      è una rosa.”

      L’ho scritta ed è nata dal profondo, ho compreso che il nulla può essere tutto se è un punto d’inizio, il momento per rialzarci dalle cadute e riprendere il cammino che sarà all’inizio tra le rovine, ma forse passa anche in mezzo ai fiori di campo. Se non abbiamo vissuto fino in fondo il senso della fragilità di cui siamo impastati, del nulla da cui ci divide un millesimo di millimetro…non potremo mai tornale all'”essere”, cioè fare un volo dal nulla al tutto.
      Perciò sono felice che tu abbia scritto su queste pagine quello che io avevo dentro e non sapevo esprimere. Le tue parole che ho citato prima
      per me sono una pietra miliare. Grazie.
      Le poesie della Barbato hanno un’energia di linguaggio, una corporeità scultorea, una forza vitale che può trasformarsi prestissimo in grande poesia (già lo è, ma la potenzialità di Emilia supera se stessa).
      Grazie a tutti VOI,

      Mariella

  3. Una poesia del caro amico scritta ieri.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24429
    Adeodato Piazza Nicolai

    L’erba si piega

    Forse una preghiera diventa
    l’erba che preme. Questa
    la vera durata della natura:

    l’epos che fa crescere un’etica.
    Non è la roccia erosa pian piano,
    è l’attimo maturato nel lampo

    dello sfogo del temporale che
    graffia l’evento filminante, come
    vento violento rapace, inatteso …

    La durata da l’illusione dell’immanenza
    vitale, essenziale purtroppo effimera; un
    sogno segnalato e cancellato dalla mente.

    Nell’acqua stà la permanenza? Scorre
    saltella, scroscia, esonda … scoppia
    come una bomba; distrugge persone,
    pianure, perfino interi paesi …
    Ù
    Il cielo s’annebbia, ruggisce, nuvole
    s’abbracciano come tigri infuriate.
    Non saranno pecorelle a segnalare
    la tregua breve dopo la tempesta …

    E’ forse duratura la resistenza alla morte
    certa, falce che taglia il nostro filo di Arianna.
    Per questo cammino nel bosco, non dirò mai
    quando né dove né quanto. Passeggio e basta
    verso i miei indelineati confini.

    Una sana natura non sarà mai cinepresa;
    le strofe della foresta suonano la musica
    delle stelle. Siamo i prigionieri del tempo-
    spazio, ma dobbiamo sentirci sazi del dono
    dell’essere senza l’avere, senza un dovere …

    Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 30 settembe, ore 6:03

  4. Cari Signori interlocutori e amici, vi debbo informare che ho apportato sensibili modifiche ad una poesia che avevo in cantiere. Ve la propongo. (Il Signor K. è, ovviamente, un dèmone che si reca a far visita ad un membro della nuova ontologia estetica).
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24431
    Il saluto del Signor K.
    (alla maniera di Ewa Lipska)

    «Cari Signori Gino Rago, Giorgio Linguaglossa,
    Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi e compagnia varia…
    Vi porgo i miei saluti
    dal Labirinto, quel luogo dal quale non è più
    possibile trovarsi, dove non c’è neanche bisogno
    di cercare le scaturigini di alcunché.
    Le parole, egregio Signor Linguaglossa,
    in questo luogo sono del tutto fuori posto.
    Mi perdoni questa ovvietà,
    ma lei, mi dicono, è un poeta!
    Vede? Cado anch’io a volte nella trappola della geometria euclidea.
    Che vuole, mi piacciono i triangoli scaleni,
    gli eptaedri, i vertici acuti, i numeri primi.
    Tutto ciò che ci ha amato,
    cari Rago e Linguaglossa, cari Gabriele e Tosi,
    e quanti altri della nuova ontologia estetica
    non ha più ragion d’essere…»

    Il lestofante aprì la confezione di pasticcini ripieni di crema e bignè al cognac. Arietta di Offenbach. Sorrise. La bocca zeppa di denti d’oro che brillavano. «Professione?», «Sì, intagliatore di diamanti», rispose. Poi si chinò per arraffare qualcosa dalla tasca interna della giacca di velluto. Cravatta blu a pallini gialli. Farfugliò qualcosa sul pianoforte a coda. «Non siamo parenti – mi disse – però, in un certo qual modo, siamo prossimi… No, no, non parlo di voi, caro amico… parlo d’altro…».

    «Sì, mi attendo da Voi una risposta. Una sola, però,
    intorno alla decoincisione dell’essere dal nulla. E sì,
    anche intorno all’Assoluto.
    Per questo vi dò il mio indirizzo:
    Quartier Generale dell’Aldilà
    dove scorre il fiume dell’aldiquà
    al numero civico 777 piano terzo scala D,
    attigua alla abitazione di Dio, perbacco!».

  5. Alfonso Cataldi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24432
    Particolarmente colpito dal testo “da un’immagine”. La poltrona che fa da spartiacque tra la prima e la seconda metà. Se inizialmente è la televisione a fungere da scatola nera che immagazzina lei le nostre vite, poi è l’esterno, sono le onde che passano e ripassano come una spola a trattenere le immagini degli anni. Tutto, apparentemente, senza una regia cosciente.
    Una poesia che evita “di tornare sullo stesso pensiero
    come mura che girano all’infinito
    intorno all’albero che muore…”, secondo me in modo molto efficace.

  6. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24434
    Caro Signor K e, per conoscenza,
    cari signori Rago, Linguaglossa, Tosi, Gabriele.
    Cara Signora Schubert e, per conoscenza,
    care Signore Barbato e Ventura, Dzieduszycka e Giancaspero,
    Dono, Mellace, Colonna e Levati, Catapano e Leone,
    Vi scrivo dal confine svizzero. Fra Como e Lugano.
    Da questo posto non mi sono più allontanata. Qui ho lasciato l’anima.
    Qui sono stata tradita dai “passatori”. Qui mi hanno arrestata.
    Il 1° maggio 1944. Liberata a Theresienstadt nel 1945.
    Era di maggio. Per tutti fui la “sopravvisuta”. Scampata al fumo dai forni.
    Da Fossoli ad Auschwitz fino all’ultimo campo
    fino al 7 del mese di maggio del ’45 sono stata meno di un’ombra.
    Sono stata senza Parole. Vissi nell’Ombra delle Parole.
    Vissi di Parole che non facevano ombra.
    Perché mi rivolgo a Voi? Perché volete ridare la carne a nuove Parole.
    Perché nuove saranno le parole che ripartono
    da ciò che l’Armata Rossa trovò nei vagoni e nei magazzini
    la mattina del 24 gennaio dell’anno 1945.
    840.000 capi di abbigliamento femminile. 44.000 paia di scarpe.
    400 arti artificiali. 7 tonnellate di capelli rasati compresi i miei.
    Montagne di occhiali, denti, spazzolini, giocattoli.
    Cenci di pigiami a strisce con la stella gialla nel fango…
    (…)
    Caro Signor K, cari Signori Rago e Linguaglossa, Tosi e Gabriele.
    Cara Signora Schubert, care Signore Barbato e Ventura,
    Dzieduszycka e Giancaspero, Dono, Mellace, Colonna e Levati,
    Catapano e Leone,
    la sopravvissuta di Theresienstadt amò parole che non riuscì a dire.
    Ditele voi. Pronunciatele voi per me. Nella nuova poesia.
    Parole di quei cenci nel fango di pigiami con la stella gialla.
    Parole nuove da quegli stracci che ospitarono uomini.
    (Che un tempo furono anch’essi uomini vivi).
    Dal confine svizzero non mi sono più allontanata…

    Gino Rago

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24436
    Caro signor Raggiro,
    tra rosa fra le dita e fetido concime,
    tra brandelli e stracci ma con il cuore in mano,
    la schiena curva dall’artrite
    sotto l’abito nuovo,
    quello che concia per la festa,

    mi dica, signor Raggiro,
    quanti siamo, scongelati,
    con tacchi a spille o luride ciabatte,
    a chiedere… a chi?
    a quale meccanico
    di quale Quartiere Generale,
    dove, quando andremo nel paese del Dopo?
    Credo siamo in tanti.

    Caro signo
    r Raggiro,
    però, mi dica,
    ha notato una cosa che trovo io ben strana?
    Mi dica Lei, questa cosa
    se mai ci ha pensato,
    è che nessuno, salvo pochi eletti,
    mai si chiedono:
    del Dopo sì, va bene,
    ma noi, cibo da vermi,
    inquinati frammenti,
    che facevamo alla bassa marea
    nel paese del Prima?

  8. gino rago

    Grazie, Edith.
    E’ morto Pierluigi Cappello. Chi manderà a dire all’Imperatore che quando
    muore un poeta si accorcia la luce negli occhi del mondo?
    G.R.

  9. caro Gino Rago,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24438
    lascia che ti dica che questa tua è una composizione pluristilistica, variometrica, multilessicale, multitemporale, è una composizione da vero reporter della nuova ontologia estetica, una composizione di nuovo conio oserei dire, nuovo conio rispetto a tutta la tua precedente produzione. Ciò significa che la nuova piattaforma concettuale della NOE dà dei risultati oltre le nostre aspettative e la nostra immaginazione. Abbiamo abbandonato e per sempre il post-Satura, la poesia del post-montalismo. Abbiamo aperto un nuovo indirizzo all’anagrafe tributaria della poesia italiana. Questa forma della missiva, questo dialogo tra membri della nuova ontologia estetica che va avanti a scanso degli impedimenti e della manifesta ostilità della poesia ufficiale, questa forma-missiva, sta dando dei risultati eccellenti. Finalmente in Italia si ritorna a scrivere poesia con la libertà e l’estro che la poesia italiana aveva nei primi anni dieci del novecento. E che poi ha perduto irrimediabilmente con l’avvento del cardarellismo e della poesia del neorealismo del dopo guerra.

    Anche la poesia di Emilia Barbato, la nostra ospite di oggi, ospite di riguardo, è una autrice di indubbie qualità, tiene bene il discorso poetico sul piano della quantità di cose e di oggetti (come ci ha insegnato una certa scuola) ma poi quando viene il momento di cambiare registro linguistico e stilistico, ecco, dicevo, che la Barbato perde di vista l’obiettivo, è costretta ad inseguire i rivoli e i rigagnoli di quell’accumulo di cose e di oggetti venendo sospinta verso la narrativizzazione ad oltranza… proprio quando invece avrebbe bisogno di cambiare marcia, procedere per vie laterali, per lateralizzazioni del discorso, per salti temporali e spaziali…

    Della poesia di Pierluigi Cappello dirò in un prossimo post. Il suo problema (ed i suoi limiti), come quello della poesia narratologica che si è fatta in Italia in questi ultimi cinquanta anni, è quello a cui si riferiva Pasolini quando pochi mesi prima del suo assassinio (siamo nel 15 gennaio 1975) confidò a Franco Di Carlo la sua volontà di ritornare a scrivere poesia secondo un modello pluristilistico e multilessicale…. quella via che poi la sua morte prematura rese impossibile. Il danno per la poesia italiana dei decenni successivi è stato incalcolabile, perché si è continuato a scrivere poesia prosastica con uno strumento espressivo monostilistico e monolinguistico, fino a giungere ai giorni nostri… come quello usato da Pierluigi Cappello…

  10. Ringrazio Giorgio e tutti voi per l’attenzione e la lettura

  11. Pingback: Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa | L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

  12. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24447
    Ricevute sulla mia e-mail, queste riflessioni di Rossana Levati, che non ha più bisogno di presentazioni, sono una magistrale interpretazione di poesia.
    Alla mia lettura, esse le ho sentite come occasione di arricchimento per la mia ricerca recente di poesia. Così ho pensato di proporle, postandole sulla
    odierna pagina de L’Ombra, al palato poetico fine del nostro pubblico.
    Le meditazioni di Rossana Levati vanno, a mio giudizio, a intersecare organicamente il commento di Giorgio Linguaglossa.
    Commento nel quale, per vastità di dottrina e capacità di entrare nella energia interna delle mie parole, e non soltanto delle mie, Giorgio Linguaglossa si conferma come interprete insostituibile del nuovo corso
    della nostra poesia, ove per “nostra” intendo la poesia che sta sbocciando intorno al lavoro di rinnovamento intrapreso da L’Ombra delle Parole senza risparmio di energie…

    “Caro Gino Rago,
    (…)
    Tra le parole che elencano gli oggetti-cenci mi ha colpito soprattutto lo spazzolino e ti dico perchè. Mi ha fatto pensare a Ritsos perchè in un suo racconto, Crisotemi, la figlia ricorda lo spazzolino come emblema della madre Clitemnestra, ormai morta, e lo descrive come avesse vita propria:

    ‘E il suo spazzolino da denti, quando entrai nel bagno,
    s’ingrandiva, s’ingrandiva, riempiva tutto lo specchio. Passando dalla porta
    mi graffiò il ginocchio. Ebbi paura che mi afferrasse per il vestito
    e mi tenesse chiusa in bagno, a guardare nell’angolo il retino
    del fratello con cui da piccolo cacciava le farfalle. Allora
    mi avvicinai allo specchio e provai, per la prima volta, a tingermi le labbra,
    con quel rossettto segreto e sacro di mia madre. Sulle labbra
    mi si stese un bel tramonto pieno di rimorsi – un triste bagliore rosso.

    Soltanto allora riuscii a piangere – felice di poterlo fare.
    E lo spazzolino da denti ridivenne piccolo – più piccolo di prima. E piansi
    per mia madre, per il suo amante, per suo marito(…)’

    Così gli oggetti sono sostituti delle persone, come dici tu nella tua poesia; sono dotati di vita propria e su essi si condensano e convogliano le colpe e i rimorsi; restano lì, inamovibili, come un monito per tutti; e le parole sono la vita, nient’altro che un modo di esprimere la vita, anche quella non vissuta, anche quella degli altri. E a te, poeta, il compito di parlare per gli altri, di vivere la vita degli altri, di non poter tacere, di scavare nell’ombra e riportare alla luce anche i cenci.

    La scorsa settimana ho letto la tua poesia “Piazza dei Martiri è colma di gente”. Mi è piaciuta davvero tanto, con quella rivendicazione della libertà del poeta che sta oltre tutte le cose.
    Grazie ancora.
    Rossana (Levati)

    Ho inserito la Barbato fra le destinatarie della lettera aperta della
    “sopravvissuta” di Auschwitz-Theresienstadt perché tra i suoi versi letti
    su L’Ombra ho sentito l’incanto dei “petits poèmes en prose”.

    Gino Rago

  13. vincenzo petronelli

    Spero non me ne voglia Emilia Barbato se intervengo in quest’articolo non per commentare le sue poesie; peraltro le ho trovate molto interessanti (in particolare “da un’immagine” e “santuario”), ma ancora da metabolizzare per averle scorse troppo velocemente perché probabilmente devo sviscerarne più approfonditamente la componente stilistico-espressiva in relazione agli aspetti evidenziati anche da Giorgio, ma ripeto: è davvero poesia di alto lignaggio. Intervengo invece in modo più diretto per elogiare Gino Rago per la sua poesia che ho trovato semplicemente stre-pi-to-sa. Brano meraviglioso, di grande potenza evocativa, magnetica nei canoni linguistico-espressivi e direi anche supportata da una giusta, equilibrata percentuale di accenno lirico: quanto basta per innestare nelle nostre vene la giusta dose di emotività nel verso. Sei riuscito caro Gino a lasciarmi senza parole e chiunque mi conosca, sa quanto sia impresa difficile.Buona serata cari amici.

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