Una ermeneutica psicologica. L’azione letale del significante nel linguaggio poetico di Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967, di Alfredo de Palchi 

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York. Ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a far tradurre e pubblicare in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 pubblica Nihil (Milano, Stampa9).

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Donatella Costantina Giancaspero – Una ermeneutica psicologica

L’azione letale del significante colpisce la struttura sintattica della poesia depalchiana destrutturandone i nessi logico-proposizionali. Questo «intervento» in quanto operazione di divisione del «soggetto» condotto attraverso ciò che Lacan definisce «alienazione significante», si ha come «separazione». Separazione dal campo materno. Separazione dal desiderio materno. Separazione dal linguaggio poetico della tradizione considerato come linguaggio anestetizzato.

C’è stato un tempo remoto nel quale si  è verificata una separazione, un allontanamento:

non so come, da quale mia geologica età
cominciare

Ma, in quale linguaggio esprimere questa Spaltung? Come fare per organizzare il discorso poetico se il significante unario, il primo significante è inattingibile? «in me il vivo / cespuglio che si cela! come dirlo allora».

Con Lacan sappiamo che la «separazione» è un tempo logicamente secondo, essa illustra come il soggetto opera quello che si può definire uno sganciamento dal significante Nella poesia depalchiana si verifica uno sganciamento dal significante del linguaggio poetico della tradizione. Si tratta di un’operazione in cui il soggetto trova la via di ritorno dal vel dell’alienazione significante. Dunque, da una parte abbiamo l’essere, dall’altra il senso. Il soggetto è il risultato dell’azione di allontanamento dal significante della tradizione poetica italiana; ma qui si rivela uno iato del significante dall’essere, luogo dell’Altro «in quanto il primo significante, il significante unario, sorge nel campo dell’Altro, in quanto rappresenta il soggetto per un altro significante, altro significante che ha come effetto l’afanisi del soggetto».1

Ecco un tipico esempio di destrutturazione della sintassi:

— difficile —
dico
tavolo con carta, cenere
di sigaretta, dizionari, penna (o macchina),
scheggia d’albero poggiacarte con corteccia,
pietrificato
— quanti milioni d’anni? —
interessante: la geologia ruga,
è
sulla asimmetria facciate di . . .

Lacan parla di catena significante, il che implica che per un minimo di significazione necessita la presenza di almeno due significanti. Il linguaggio nella sua struttura può essere ridotto alla correlazione di due significanti; è la stessa definizione saussuriana, in quanto il significante è diacritico. Perché vi sia effetto di senso si deve avere la coppia minima di significanti S1-S2, in modo che si avvii la significazione.

Separazione dal desiderio materno significa questo: separazione dal senso, separazione dal linguaggio poetico della tradizione italiana, scissione del linguaggio (non più materno), separazione e scissione dal campo del linguaggio come campo dell’Altro e ingresso nella Storia. Ingresso nel linguaggio della Storia.

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un significante che si impone come luogo della parola

L’Altro non è che questo: un significante che si impone come luogo della parola. Il giovanissimo Alfredo de Palchi si trova situato «altrove» rispetto al luogo in cui egli si trova. Possiamo affermare che la poesia depalchiana corrisponde esemplarmente alla formula lacaniana secondo cui «Un significante rappresenta il soggetto per un altro significante». Il soggetto, infatti, affinché acceda alla significazione, all’ordine simbolico costituito da un minimo di significazione composto dalla coppia di due significanti, deve reperirsi nel campo dell’Altro [il campo materno, il linguaggio poetico della tradizione]. L’io della poesia di de Palchi scrive la separazione dal campo materno e l’ingresso nella Storia. Qui si ha il vacillamento, l’oscillazione del soggetto separato dal campo materno del linguaggio, dal linguaggio dell’innocenza, dal linguaggio della protostoria.

Il soggetto si trova già sempre lì dove incontra un significante che non lo esaurisce, che lo rinvia ad un altro significante, incisione dell’Altro nel linguaggio. È questa l’essenza dell’alienazione introdotta dal significante. La sua rappresentazione è la seguente: l’alienazione traduce l’inscrizione del soggetto nel luogo dell’Altro. Il linguaggio poetico depalchiano in quanto inscrizione dell’alienazione comporta sempre un non-senso, situa il soggetto in una vacillazione dal non-senso al senso, una vacillazione incessante dal non-senso al senso, ma anche dall’essere al senso. La separazione corrisponde alla rimozione originaria («il verbo, vero»); «il verbo» è il discorso dell’Altro, «il gergo inconcluso / attorcigliato, cespuglio vivo di serpi».

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

grafica di Lucio Mayoor Tosi, della serie degli “Strilli”

La poesia depalchiana si inscrive nella collocazione del soggetto rispetto al desiderio materno. L’io depalchiano scopre questo «spostamento» rispetto al linguaggio del campo materno. «È in quanto il suo desiderio [dell’Altro, della madre] è al di là o al di qua di ciò che ella dice e intima, di ciò che fa sorgere proprio come senso, è in quanto il suo desiderio è sconosciuto, è proprio in questo punto di mancanza che si costituisce il desiderio del soggetto».2 Lacan ci dice che se con l’alienazione il soggetto scopre la sua mancanza a essere, la sua vacillazione perché lì dove c’è senso ne va dell’essere, nella «separazione» invece si determina quella operazione che svela che anche l’Altro è mancante, che la mancanza è nell’Altro, che cioè, detto in termini lacaniani, «non c’è Altro dell’Altro», non c’è Altro che possa garantire che l’Altro sia completo, che l’ordine del senso rimandi a quello dell’essere.

Dunque, alla base dello sperimentalismo psicologico e transmentale della poesia di Alfredo de Palchi c’è la scissione dal campo dell’Altro, dal desiderio della madre, dal campo materno.

Adesso possiamo leggere questo drammatico autoritratto, testimonianza della poesia depalchiana tratto da Sessioni con l’analista (1967). Qui c’è il giovanissimo de Palchi «ragazzo timido, chiuso / colmo di vergogne concrete» che sta  lì «nel fosso, dopo che il camion… / (il camion traversa il paese / infila una strada di campagna…»; il giovanissimo de Palchi impugna il fucile «alla mia prima azione guerriera non riuscii… me la feci nei pantaloni kaki / l’acqua mi toccava i ginocchi… “leva la sicurezza bastardo” urlò il sergente Luigi / – fu l’ultimo sparo in ritardo -».

1 J. Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, in Scritti II, 1974. p. 214.

2 Ibidem

Strilli De Palchi Fuori dal giro del poetaAlfredo de Palchi

da Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967

— difficile —
dico
               tavolo con carta, cenere
di sigaretta, dizionari, penna (o macchina),
scheggia d’albero poggiacarte con corteccia,
pietrificato
               — quanti milioni d’anni? —
interessante: la geologia ruga,
è
sulla asimmetria facciate di . . .

                il sole che entra a stecche
dalle persiane, la gomma per fregare
(troppo tardi)
il già scritto da gli inquisitori
dai testimoni non avuti
               — difficile —

non so come, da quale mia geologica età
cominciare: estrarre il magma;
impossibile
comunicare il gergo inconcluso
attorcigliato, cespuglio vivo di serpi

il verbo, vero,
negli occhi che sigillano gli oggetti
i gesti oltre il bianco
la pupilla fiammante d’impudicizia
               — difficile —
               quanto l’esteriore
conforto, il comportamento di eretto,
gelido — in me il vivo
cespuglio che si cela! come dirlo allora,
se non si evolve se non
trasforma un gergo udibile —

Strilli De Palchi La poesia anticomplessa e commerciale3
esempio: ragazzo timido, chiuso
colmo di vergogne concrete
               — si tratta del paese —
considera le provocazioni morbose;
non chiederle a me, direi una reale
storia ma diversa
               — e del coniglio —
sotto la tettoia di zinco
ondulata nel cortile:

lo tolsi dalla gabbia per le zampe
posteriori, il taglio
della mano (debole) colpì;
il suo lamento di bambino chiuso
               — ancora mi è vivo —
evitò la mia fine indecisa;
e mollandolo a terra scappai
sugli argini dell’Adige
               (di marzo ogni anno tra i ghiacci
               del fiume St. Lawrence a migliaia le foche
               sono suggellate a colpi di remo e il belare
               delle spellate vive . . . )
per tre giorni, iniquo
con il coniglio (il suo lamento di bambino chiuso)
negli occhi, sotto la pelle
              — è ancora vivo il lamento —
e ancora, non pace
              “perché”

              non so, o forse so
il perdono del lamento di bambino chiuso
della sua pietà / non riesco alla pace
ma alle crepature
               del cuore in multitudine
              multeplice
              con il suo lamento di coniglio —

Strilli De Palchi non si cancella niente4
strumenti: ben
disegnati precisi numerati
non occorre contarli: hanno già l’osseo colore;
nella cava il paleontologo
scoprirà la scatola blindata di lettere
che dissertano l’uomo, alcuni ossi
su cui sono visibili tracce
delle malefatte — e nel libro
spiegherà che gli strumenti automatici
erano (sono) necessari ai robots primitivi

               “spiega”
lo so, il mio dire
non mi esamina o spiega, eppure . . .
               (la segretaria incrocia le gambe sotto il tavolo
               e vedendomi in occhiali neri
               “interessante”
               commenta “ma ti nascondi”)
è chiaro
               — sono ancora nascosto —
non più per paura benché questa sia . . . per
autopreservazione

“perché” paura, accetta i risultati,
affronta . . . difficile
l’autopreservazione,
capisci? se tu mi avessi visto allora
nel fosso, dopo che il camion . . .

               (il camion traversa il paese
               infila una strada di campagna seminata
               di buche / ai lati fossi filari di olmi /
              addosso alla cabina metallicamente
              riparato pure dai compagni che al niente
              puntano fucili e mitra)
              — capisci che si tratta di strumenti —
              (ho il ’91 tra le gambe)

di colpo spari e io
             — già nel fosso —
alla mia prima azione guerriera non riuscii . . .
me la feci nei pantaloni kaki
l’acqua mi toccava i ginocchi. Sparai quando
“leva la sicurezza bastardo” urlò il sergente Luigi
— fu l’ultimo sparo in ritardo —
dal fosso al cielo di pece
strizzando gli occhi
la faccia altrove — risero:

”sono scappati
hai bucato il culo bucato dei ribelli”

— capisci? se la ridevano —
mentre io non pensavo
no, alla preservazione.
La intuivo nel fosso —

Strilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secolo5
— anni dopo il coniglio (dicembre 1944)
la notte è lucida; nel salone della mensa
si balla al giradischi
               — il fornaio all’uscio, sulla piazza,
               fuma la caporale —
le ragazze ci sono: Adele Clara Lucia: tutte —

nel chiuso dietro una porta picchiano oppure
usano una dinamo a manovella: le grida
d’un malmenato sconnettono la canzone
               ma che tristezza in cor
               mi sento stasera
e la Clara, grassa, “perché”
               notte senza luna notte
               senz’amore

sì, senza amore —
esce, corda al collo, il picchiato:
la faccia maciullata:
inosservato passa in mezzo al ballo
e poi dalla piazza
— a pochi passi dal fornaio —
al raschiare del giradischi
               più non penso a te
si ode lo sparo
— capisci, non c’è “perché” —
ghigno che ride il capitano Carella della ferroviaria
dice divertito al comandante
               — è caduto, si è fatto male —
una macchia stesa
“perché”
bene, Dario che già crivellò nei campi
due ribelli spara una raffica
               — ancora non è morto —
a terra un incubo, sa . . .
               — rantola —
mi chino, il capo ha buchi,
muove le gambe negli stivali; attorno fascisti e ragazze; deciso
Luigi con la pistola a tamburo
gli inchioda la tempia
che tuttora mi assimila con la sua sutura —

Alfredo de Palchi, Gerard Malanga e Rita

da sx Gerard Malanga, Alfredo de Palchi e Rita, foto 2017

6
pago, non per il “perché” ho visto,
per aver ucciso con la mia presenza

(mea culpa, mea culpa
— poiché dicevo la verità fui picchiato,
forzato a tacere, dai fascisti
e poi seviziato dai ribelli —
di non essere rimasto segreto)

dopo
(l’accusa, vendetta dei fascisti
che ammettono la mia testimonianza)
il mio urlare: sì — sì
sotto le sevizie
(scarponi chiodati sui fianchi
cinghiate sul petto e sulla schiena
fogli di giornale in fiamma alle ascelle)
al già scritto e il mio firmare (pistola alla nuca)
con la mano di Nerone Cella
— poi mi vedo nudo sull’assito
morso dal mio sangue e dalla bava —

Costantina Donatella Giancaspero Teatro dell'OperaDonatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.

52 commenti

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52 risposte a “Una ermeneutica psicologica. L’azione letale del significante nel linguaggio poetico di Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967, di Alfredo de Palchi 

  1. interessantissimo articolo di Costantina. Che scrivere ,ancora, a riguardo? Da sempre, l’opera di De Palchi, incanta e lacera i meandri più profondi della mente. Complimenti.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24361
    Forse sarebbe ora che si ammettesse che l’anno 1967, anno di pubblicazione di Sessioni con l’analista di Alfredo de Palchi, segna uno dei pochissimi momenti in cui la poesia italiana del secondo novecento ha tentato di aprire una diversa via di sviluppo per la poesia italiana. La cosa non riuscì e il libro venne dimenticato per circa un quarantennio, salvo qualche sporadica lettura di accademia. Adesso è venuto il momento di dichiarare che quel tentativo è stato proficuo, e la nuova ontologia estetica si incarica di mettere in luce un’opera poetica fondamentale del secondo novecento italiano.

  3. dal 1967 al 2017, sono passati 50 anni, 50 anni dividono il libro di esordio di Alfredo de Palchi da questa poesia di Mario Gabriele (che ho tratto dal suo blog: http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-4/ ). Mezzo secolo per far passare il testimone da un maestro all’altro.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24365
    Mario Gabriele

    Non è proprio una bella giornata, Edmund,
    se oggi il colore bianco è uguale al nero
    e il silenzio è un chiasso nel cielo di settembre.
    Fuggono le Erinni,
    qualcuna resiste sul picco del Matese.
    Ci hanno stancato le braccia, le gambe senza osso.
    Statico è l’occhio di Averna, fisso alla finestra
    a guardare chi è fuori e dentro il tempo.
    Forse un addio dovevamo dirlo a Sullivan
    quando partì per Burkina Faso.
    Se ripenso a Joyce
    torna Molly Bloom,
    donna pretty come in To mother di Lowell
    quando ne fece un quadro underground,
    così pure per Josephine Beaubarnais,
    la femme militaire
    sulla soglia del dolore e della dolce vita.
    Pretty, ma se fosse così anche la morte
    le regaleremmo un vasetto Revitalift
    sulle rughe del viso.
    Con queste vendette del tempo
    non andiamo al di là dell’Ipermercato,
    con i coupons e Postepay a comprare
    tutto il buono del Paese e le valigette
    con colori a cera e acquerelli,
    per dipingere di nuovo il Mondo,
    bianco e senza macchie,
    come il picco alto di Annapurna.

  4. Posto qui una poesia rubata dal sito di Lucio Mayoor Tosi. Sono dei pensieri fotogrammi alla maniera della nuova ontologia estetica, a metà tra l’aforismario e il rimario. Pensieri che pensano le «cose» dal punto di vista delle «cose».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24367
    Tutto è illusione. Poesia.

    L’Io è guardarsi nelle cose.

    Io in tutte le cose, una a una.

    Più sono le cose e più la distanza
    tra presente e passato si assottiglia.

    Le cose si offrono, offrono loro stesse.

    L’esercito dei barattoli
    non perdeva una parola, uno sguardo.

  5. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24368
    mi hai fatto un dono che non aspettavo.Grande è stato il paragone che mi ha portato a sentirmi troppo onorato.Sono anni che pubblico poesie e tutte le volte mi sembra di andare alla ricerca del Vello d’oro, di quel mistero che circonda l’umanità nel ciclo del suo destino. Questo modo di scrivere mi porta ad una definizione che di me fece lo scrittore Domenico Rea nella presentazione del mio volume:”Carte della città segreta”, definendomi un “cantastorie”. Forse è proprio in questo termine che si enuclea tutta la mia poesia che è una sorta di capitoli a puntate che si arricchiscono di eventi nuovi, di fatti, di tracce, di episodi, e di situazioni paradossali, e chi meglio di te ha saputo interpretarne le innumerevoli segnaletiche che si presentano nel corso della lettura dei miei testi poetici; basta andare a rileggere, quanto hai scritto nella presentazione del mio volume “In viaggio con Godot”, ora in corso di stampa. Ma forse il testimone sarebbe dovuto passare a te che scrivi versi non riscontrabili nel panorama di oggi, sempre più alla ricerca di Movida, di piccole cose “di pessimo gusto”, perché l’introiezione del Nulla in ognuno di noi è così presente da preferire lo “sballo”,il pugno assassino,la corruzione, la pedofilia, il fanatismo religioso,l’estravaganza del Potere e l’Onnipotenza su questa terra ormai in declino. E noi, paradossalmente, che facciamo? scriviamo poesie, come”pena assoluta”.Proprio oggi, Mariella Colonna mi ha mandato una e-mail chiedendomi come interpretare il tuo verso: “Il bacio è la tomba di Dio”.Difficile le ho scritto armonizzarsi con il pensiero del poeta, cercare la base che ha prodotto il truciolo diventato mistero nel mistero. Questo credo, debba essere la parte più significativa che deve avere la poesia il cui compito è ricostruire mobili e suppellettili, dare per un attimo un paravento alla pioggia. Grazie.

  6. Posto un’altra poesia di Lucio Mayoor Tosi rubata al suo sito:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24369
    La sagoma scura di tutte le cose
    sta sul fondo specchiato, dentro le cartilagini
    di un nero elettrodomestico.

    E’ vita
    come la potrebbe immaginare
    un vecchio sacerdote che abbia perso la fede.
    E si sentisse, oltretutto, ancora
    in buona salute.

    Dimenticato dagli angeli
    e divorato dalla solitudine
    osserva sui muri il fianco di uno yacht
    dalle dimensioni infinite.

    Il più lussuoso e inutile dei giocattoli
    se ne sta ormeggiato sopra una svogliata
    famigliola di pesci.

    Sono le cinque del mattino.
    Non si vede intorno anima viva.

    Parole di sangue gli scorrono allineate
    dal senso. Danzano come fili della corrente
    visti dal finestrino di un treno lanciato
    sulla pianura.

  7. cari Mario Gabriele e Lucio Tosi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24370
    stamane ho dovuto fronteggiare la sorpresa, la stizza e il piacere di Costantina Donatella Giancaspero che non si aspettava ch’io postassi il suo articolo su de Palchi, in attesa che venisse prima pubblicata sulla rivista Il Mangiaparole nel numero Uno. Però ne valeva la pena, è una analisi del profondo fatta con l’ausilio delle teorie psicanalitiche lacaniane. Del resto, è proprio questo, che non è più possibile, nella analisi della poesia moderna, dirimere certi nodi con il linguaggio critico accademico, in quel modo si andrebbe nel generico e nella benedizione…
    la poesia non ha bisogno di alcuna benedizione.

    Tutte le migliaia di commemorazioni scritte con quel linguaggio finiranno inesorabilmente nella pattumiera del rito. Quel linguaggio critico che cerca un senso nelle poesie di de Palchi o in quelle di Mario o di Lucio, finisce invariabilmente nel ridicolo. Quel senso è diventato il servente della organizzazione globale, è un senso da derubricare. Il fatto è che oggi non abbiamo più un linguaggio critico da impiegare, ce lo dobbiamo inventare ogni volta… con buona pace dell’amico Claudio Borghi che bacchetterebbe senz’altro queste mie affermazioni…

  8. donatellacostantina

    Vorrei aggiungere una piccola annotazione, ovvero
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24373
    le parole che Alfredo de Palchi riporta nella sua nota a “Sessioni con l’analista” (1964 – 1966), in “Paradigma, tutte le poesie: 1947 – 2005” (Mimesis).
    Si tratta di un commento molto breve, ma non per questo meno significativo, poiché ribadisce la necessità di un approccio psicologico ai suoi testi – questi in particolare -, così come ho tentato di fare io nella mia analisi. Ed è stato indispensabile affrontare il discorso da una prospettiva lacaniana, in quanto l’impianto strutturalista della psicoanalisi di Jacques Lacan offre molti utili strumenti per l’indagine e l’interpretazione del testo poetico.

    Queste le parole di Alfredo de Palchi:

    Sessioni con l’analista (1964 – 1966)
    Scritti di getto durante una esperienza malsana nell’estate del 1964 in Bucks County nello stato di Pennsylvania, i 23 testi formati nel presente storico, psicologicamente intercalano le esperienze personali del passato alle attuali. L’intravisto analista è un carattere emblematico e perché tale può essere un oggetto inanimato: la bottiglia, la tavola, la finestra, oppure animato: la mia gatta, la donna, il maiale. Per la cronaca, frequentai un analista dopo la pubblicazione del libro.

    Insomma, qui sembra che proprio l’autore voglia indicarci la via per l’esatta comprensione dei suoi versi. Ci dice: io scrivo questo. E questo non puoi capirlo se sei ancora sottomesso alla struttura del linguaggio (per dirla con Lacan) in uso presso quella critica che tu sai, la critica miope e generica di derivazione accademica.

    • Riprendendo il discorso…

      Ora, vorrei nuovamente citare Alfredo de Palchi, riportando un’altra sua testimonianza molto interessante sul contesto in cui sono nate le “Sessioni con l’analista”. Scrive de Palchi nell’aprile 2014:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24398
      Nel lontano 1964, mi segregai nella bella campagna collinare dello stato di Pennsylvania (azione di sparire per un mese o due dalla città, in luoghi disabitati, e camminare per sentieri traversati da caprioli mucche conigli fagiani etc., oppure sulle spiagge del New Jersey con neve vento e migliaia
      di gabbiani).
      Durante i mesi estivi del 1964, nella mia casa, accompagnato dalla mia gatta parigina Gigi, indisturbato compilai di getto, in pochissimi giorni, le 23 Sessioni con l’analista (lasciate in disparte poi fino al 1966 quando decisi di revisionarle). Non avendo esperienza alcuna del paziente, cominciai a conversare, o confessare, con l’immagine dell’analista che era la mia gatta, quasi sempre sulla scrivania; quando non c’era mi rivolgevo all’albero fuori dalla finestra, e di sera alla bottiglia di vino di fronte. Ovviamente l’analista, ovvero gatta albero e bottiglia, benché mi ascoltassero attentamente, non rispondevano. Ma io continuavo a interpellare il loro muto. . . “perché”, con il mio “perché” e con il “perché” dei vari personaggi sovrapposti, così creando un narrare frammentato da trascorse e attuali situazioni e nello stesso momento da quelle che crescevano attorno, per darne un senso direi complesso. . . senso?––incomunicabile dell’io e del resto. Sicuro, “l’atto della scrittura si è de-soggettivato”.

      Dalla sua riflessione finale si deduce la parola chiave per la comprensione dei testi di “Sessioni”: incomunicabilità, o meglio «(incomunicazione)», così come inizia la seconda poesia della raccolta:

      (incomunicazione)

      frammenti secchi singhiozzi, turbinio
      interno – mi ascolti
      congelando alla parete una stampa
      di olmi fiume e strada
      – che ho perso –
      mentre con sola immaginazione parlo
      al compatto vuoto del soffitto
      che dici, seccamente il tuo “perché”
      frantuma il silenzio dell’ufficio
      – la segretaria al telefono… –
      oltre l’uscio lunedì all’una
      risponde e a me sabato all’una
      il dottore.. incredibile,
      che ne so –
      il “perché” è domanda stupida
      – difficile –
      impossibile estrarlo, rimane una cava
      paleolitica,
      impossibile cauterizzarlo e ancora il tuo “perché”
      non ho colpe,
      altri, i complessi
      del paleolitico superiore –
      “che fa la segretaria”
      si tratta d’isolamento
      incompiutezza –

      (stesura del 1964)

      Ed ecco come commenta questo testo Giorgio Linguaglossa in un paragrafo della sua monografia dedicata alla poesia di Alfredo de Palchi, Quando la biografia diventa mito, Progetto Cultura, 2016, pp. 150 € 12

      “La poesia inizia con il termine «(incomunicazione)» messo tra parentesi e finisce con la parola «incompiutezza», senza parentesi. C’è un dialogo, ma del tutto slogato, dissestato, de-territorializato, che non obbedisce più alla legislazione della sintassi. Qual è l’oggetto?, non si sa, ci sono «frammenti», «singhiozzi», compare un «mi ascolti», ma non sappiamo chi sia l’interlocutore che dovrebbe porsi in posizione di ascolto. Si progredisce nei tre quattro versi seguenti a tentoni, fino ad incontrare: «parlo al compatto vuoto del soffitto». Si cerca un «perché», si va alla ricerca di un «perché» come un commissario va alla ricerca delle tracce del delitto; nella composizione sono inseriti spezzoni di dialoghi, dialoghi espliciti e dialoghi impliciti, proposizioni implicite di un monologo pensato. C’è una «segretaria al telefono», ma non si capisce bene se sia lei ad inserirsi nel dialogo o se stia tentando di «cauterizzarlo», come si cauterizza una escrescenza. Il dialogo (o meglio il monologo) non va alla ricerca del senso, piuttosto lo fugge con tutte le sue forze, vuole divincolarsi dal legame col «senso», vuole liberarsi dalla soggezione del «senso», così come parimenti vuole liberarsi dalla «soggezione della sintassi», dal potere estraneo e impositivo della logica, suprema inerenza della sintassi”.

      • londadeltempo

        Complimenti Donatella Costantina! Stai correndo come un’astronave diretta a Marte! b r a v i s s i m a!

        Mariella

        • donatellacostantina

          Ti ringrazio di cuore, cara Mariella! Grazie per la tua attenta lettura e per i tuoi versi ricchi di spunti originali.
          Buona poesia… A presto!

  9. Pingback: Una ermeneutica psicologica. L’azione letale del significante nel linguaggio poetico di Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967, di Alfredo de Palchi | RIDONDANZE

  10. Azzardo una ipotesi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24377
    forse la poesia di Alfredo de Palchi può essere afferrata se pensiamo ad un filosofo che in quei medesimi anni cinquanta e sessanta e settanta meditava la sua filosofia, Andrea Emo, il quale non pubblicò mai un rigo durante tutta la sua vita.

    «Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?»

    (Andrea Emo, Il Dio negativo, 1986)

    • londadeltempo

      Affascinanti giochi di parole che, d’un tratto diventano richiami struggenti, appelli alla vita così com’è, così come siamo noi. Ma la poesia di de Palchi citata come una tessera nell’elegante mosaico delle parole da Donatella Costantina…ha un senso. Non quello imposto dalle parole della logica aristotelica (diciamolo, geniale ma un po’ antica), è il senso della rivoluzione espressiva, dell’aggancio al vissuto per timore di ricadere pesantemente nel vuoto della vita e della parola: si tratta, secondo me, dell’intramontabile ODI ET AMO del tenero e geniale Catullo: odiamo il significato che ci viene imposto, ci sembra che la Madre voglia maternalmente sostituirsi a noi, ma poi quel significato lo cerchiamo di nuovo proprio nella mancanza di significato, come ritornavamo da nostra madre ad occhi bassi , dopo essere scappati di casa sbattendo la porta perché le sue parole, benché tenere, ci arrivavano come massi su tutte le parti del corpo. Credo che “il nulla” in filosofia sia l’equivalente della madre nella vita: ne abbiamo avuto paura, lo abbiamo anche odiato, ma alla fine siamo tornati da lui (dovrebbe essere femminile, non credete?) lo abbiamo abbracciato, adesso lo amiamo (un mio verso: “il nulla è una rosa”), senza accorgerci che l’amato Nulla coincide e discoincide con il Tutto, cioè con l’Essere. C’è la variante del nome: adesso per noi il Nulla è il nuovo volto dell’Essere. E l’Essere, che ha un notevole senso dell’umorismo, se la ride, si diverte assai. Lui, di paradossi, se ne intende eccome! Proviamo a sostituire, nell’interessante citazione che Giorgio Linguaglossa fa del filosofo Andrea Emo, alla parola Essere la parola Nulla
      («Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?»);
      «Il regno del Nulla è alla fine. Il Nulla non è più considerato una salvezza; il Nulla è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza dell’Essere … L’eternità del Nulla è stanca; il Nulla vuole ritornare ad essere l’eternità
      dell’Essere, unico salvatore. L’Essere è il salvatore crocifisso dalla soperchieria del Nulla?»
      All’Essere non importa se lo chiamano Nulla, il suo essere Essere non cambia…e viceversa.
      De Palchi nella poesia intitolata “incomunicazione” ci comunica forti emozioni, sussulti, anche ricordi personali. si può comunicare anche senza sintassi e perfino senza parole, ma il “senso” resta sempre in agguato e, quello che abbiamo gettato insieme a lui dalla finestra…ci lo fa recapitare a casa dalle Poste italiane, incartato in un elegante pacchetto…

      Mariella

      • londadeltempo

        E ora una mia poesia tra senso e non-senso:

        Berenice non è una regina
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24405
        Sull’azzurro di un mare appena sognato
        si specchiò la bella Berenice.
        E vide sull’acqua l’ultima stella.

        Ma una nuvola scura
        formò un’isola d’ombra su quel mare assolato…
        grandi uccelli senza fissa dimora
        a stormi raggiunsero l’isola e la fanciulla.
        Quattro delfini d’argento formarono
        quattro cerchi di spuma sull’acqua
        per farla danzare, ma gli uccelli feroci
        dilaniarono la sventurata
        non per divorarla, per difendere il territorio,
        quell’ombra che invece era solo un’ombra.

        Giravano intanto le pale dell’antico mulino
        in una città dell’Europa centrale
        e l’acqua scorreva lontano con rumore di pianto
        mentre gli uccelli volavano via senza più memoria.
        Ma nessuno ascoltava, nessuno sapeva
        di quel dolore perduto nello spazio
        infinito, solo il vento.

        Amici del vento, poeti:
        scrivete di Berenice e delle altre vittime,
        scrivete del loro breve inconsapevole esistere
        sotto una volta di stelle accecate di luce,
        schiave del silenzio, che non sanno gridare
        contro la cecità del Fato e dell’uomo.
        Perché il mondo è retto da ingranaggi
        e gli orologi misurano il tempo
        non le ore della vita.
        Ma la vita scorre come il Furens
        lento e mite di verde a Saint Etienne
        come i ricordi che ci dimenticano
        se li dimentichiamo.
        E la forza dei sogni è solo di chi non dorme
        per vigilare sull’ombra dei fiori
        e dei passi fugaci sulla sabbia.

        Se dorme il mare…sogna Berenice.
        E l’orologio segna un tempo diverso.

      • londadeltempo

        errata corrige: non “ci”, ma “ce” lo fa recapitare. (penultima riga dopo i puntini) “Grazie

  11. TRE POESIE
    di Alejandra Alfaro Alfieri in onore di Alfredo de Palchi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24379
    Stagnazione

    Dentro il cortile c’è il sole sparso per terra, spento.
    Intorno al sole spento volava una farfalla bianca
    che circondava il paradiso della sua anima.
    Da lontano si vede come se ne vanno l’illusione,
    i ricordi della spiaggia
    e di come la sabbia invitava ad uscire sempre più verso il mare
    per avvicinarsi al cerchio.
    Ritroveremo nel vento il lamento
    e il dolore nella pioggia del cielo,
    di questa vita immatura e mondana

    *

    L’attesa vestiva i nostri corpi.
    Tu stavi in silenzio – le mie dita, la pelle della tua spalla.
    Non volevo pensare. Che dovevo separare
    la mia illusione dal tuo sguardo obliquo
    I minuti si cercavano alla fine della mia partenza.
    La sua vita tornava lontano da lei.
    Invece, noi ci allontanammo da noi stessi,
    non condividevamo lo stesso spazio.
    La distanza non era più compresa come una misura geográfica o física,
    la distanza non esisteva più.
    Gli specchi non smettevano di osservarmi.
    La parete era piena di quadri appesi alla rinfusa,
    raggruppati secondo la corrente artistica di appartenenza.
    Mi ero concentrata su come si scioglievano le mie cuffie
    sulla vecchia sedia di legno, ma esse non dicevano nulla,
    le canzoni blues si erano stancate di ritornare in scena,
    neanche l’attesa mi chiamava.
    Solo mi ricordai della volta in cui
    mi infilai sotto le coperte.

    *

    Un circolo vizioso

    Questa è la poesia dell’incertezza
    l’anima nascosta
    di chi porta una tigre silenziosa.

    C’e il volto della gioventú nel buio dell’universo.
    Tra le ginocchia l’attesa resta in sospeso.
    Dall’altro lato il tempo si scoglie
    dietro al paradiso, un riflesso nello specchio traguarda.
    Sotto al letto, a bassa voce, una tigre
    mi segnala l’ombra che dalla giungla
    arriva al vuoto sottofondo. Un circolo vizioso.
    Nel deserto soffiavano persi i respiri,
    gli strumenti a fiato dell’attimo.
    Il fiore di primavera, cosí lo ricordo,
    spogliava l’indecenza.

    • londadeltempo

      Poesie “Tra senso e non-senso”, parole colme di vita e scese molto in profondità e…stranissima coincidenza, Alejandra Alfaro: ieri io ho scritto la poesia che ho postato oggi e trovo, nei versi che citerò, analogia di senso e di immagini con alcuni miei versi:

      Ritroveremo nel vento il lamento
      e il dolore nella pioggia del cielo,
      di questa vita immatura e mondana.

      Cito ancora alcuni suoi versi che mi hanno colpito:

      L’attesa vestiva i nostri corpi.
      Tu stavi in silenzio – le mie dita, la pelle della tua spalla.
      Non volevo pensare. Che dovevo separare
      la mia illusione dal tuo sguardo obliquo
      I minuti si cercavano alla fine della mia partenza.
      La sua vita tornava lontano da lei.
      Invece, noi ci allontanammo da noi stessi,
      non condividevamo lo stesso spazio.
      La distanza non era più compresa come una misura geográfica o física,
      la distanza non esisteva più.

      Complimenti, belle poesie che entrano nella mente e sollecitano l’immaginazione!

      Mariella Colonna

  12. Tomas Tranströmer nel 1954 pubblica la sua prima raccolta: 17 poesie, che segna una rivoluzione nella poesia europea, ma in Italia l’alfabeto poetico gira ancora attorno ad una atmosfera culturale che ho riepilogato così nella mia monografia sul poeta di Legnago, Alfredo de Palchi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24388
    GLI ANNI SESSANTA

    Sessioni con l’analista (1948-1966)

    In Italia gli anni Sessanta sono segnati da una tumultuosa creatività che coinvolge anche la poesia. Alfredo de Palchi dopo l’esperienza de La buia danza di scorpione ricomincia a pensare ad una poesia che abbia nella compattezza strutturale il suo perno fondamentale; fa una poesia della durata spezzata, del rallentamento improvviso del verso e delle accelerazioni altrettanto improvvise. Rispetto a La buia danza di scorpione, con Sessioni con l’analista, l’ottica depalchiana acquista in sicurezza di costruzione ciò che perde in immediatezza espressiva. Ma è il processo naturale di crescita della sua poesia. Il decennio degli anni Sessanta brucia uno dopo l’altro le proposte officinesche di Pasolini e compagni di strada al pari delle proposte del neosperimentalismo. Dopo La beltà (1968) di Zanzotto si comincia a non credere più nella poesia delle virtù salvifiche dei significanti, lo sperimentalismo entra in crisi irreversibile e si affacciano nuovi orientamenti: il nuovo «mini canone» della poesia milanese e il minimalismo romano-milanese. È in questi anni che la poesia depalchiana acquisisce uno stigma di assoluta irriconoscibilità ed uscirà dalla scena letteraria italiana.

    La poesia italiana degli anni Settanta e Ottanta rimane ferma al concetto di una poesia dallo svolgimento temporale lineare e a un concetto di tempo cronometrico, il che è quasi incomprensibile in un’epoca come la nostra che ci ha visti passare da un universo newtoniano a uno einsteiniano e poi a uno minkovskiano e adesso a un universo quantistico… È una rivoluzione scientifica senza precedenti nella storia dell’umanità quella che ha avuto inizio negli anni Cinquanta e prosegue fino agli anni Novanta. Per contro, la poesia italiana degli anni Sessanta Settanta rimane al palo, si continua a pensare ad una sintassi lineare che segue le nuove acquisizioni della filosofia del linguaggio di Galvano della Volpe e della linguistica di Sassure interpretata in senso letterale, ad una poesia delle «occasioni», diaristica, in diminuendo, auto ironica, ironica, scettica, a-tematica, privatistica, utilitaristica. Accade a metà degli anni Settanta il fenomeno di una invasiva diffusione dei «poeti di fede» come ironicamente li definisce Alfonso Berardinelli, una miriade di autori privi del bagaglio culturale dei loro «padri», con una spiccata attenzione per le strategie legate alla visibilità e al marchio personale. La poesia viene vista come «marchio» da mettere sul mercato in concorrenza con altri «marchi». Ovviamente, Alfredo de Palchi risulta completamente estraneo a questo contesto social-culturale, il suo è lo sguardo di un uomo che si è auto imposto l’esodo dalla patria. La visibilità della sua poesia ne risulterà condizionata in modo permanente. Nella sua poesia si delineano con chiarezza linee di forza perpendicolari e diagonali che la sottopongono a fortissime tensioni contribuendo in modo significativo a conferirle un aspetto sussultorio e desultorio.
    Leggiamo una poesia di Alfredo de Palchi del 1964:

    Paradigma

    L’occhio della serpe è un qualsiasi dio –
    uragano che scopre fondamenta
    travi chiodi
    e con la spirale centripeta spazza
    il quotidiano lasciando al raso
    il reale più fecondo
    Questa la serpe bella fredda
    testa piatta a triangolo a stemma
    di religione – l’amo perché strisciando
    sibila con sveltezza la lingua
    sulla centrifugazione degli oggetti
    e nell’occhio centra stolidamente
    le emozioni di chi non sa reagire
    Ogni uovo di serpe contiene compatto un uomo
    qualsiasi, l’uragano è la realtà che fabbrica
    il piede: la mano stupenda – il paradigma.

    (1964)

    È incredibile come in questa composizione del giovane Alfredo de Palchi il tempo cronometrico unilineare venga sostituito con un «tempo interno» della memoria; c’è, visto con chiarezza, con quel suo linguaggio metallico e scheggiato, un nuovo concetto di tempo poetico; c’è con chiarezza esibito il nuovo concetto della «centrifugazione degli oggetti» e dell’«uragano» che «è la realtà». Con questa poesia albeggia un nuovo modo di fare poesia che si libera della schiavitù degli oggetti messi ben bene in riga dalla coeva filosofia poetica di Anceschi dell’autonomia e dell’eteronomia della poesia. Qui non è rimasto nulla di quegli «oggetti» riconoscibili della poesia di quel tempo lontano… essi sono stati centrifugati dalla «realtà» ed è sorto un nuovo «paradigma». Ecco la parola chiave della poesia depalchiana: il «paradigma» è qualcosa di simile all’«uragano», «la realtà che fabbrica / il piede: la mano stupenda – il paradigma». Il mondo è cambiato e de Palchi, dalla sua nuova residenza newyorkese, ne prende atto.” 1]

    1] Giorgio Linguaglossa QUANDO LA BIOGRAFIA DIVENTA MITO La poesia di Alfredo de Palchi, Roma, Progetto Cultura, 2016

  13. copio e incollo una poesia da FB
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24390

    -avete visto il mio Fifì?-

    di Fritz Hertz

    Sono andato a cercare nel cassetto poi
    sopra la gruccia chiusa in armadio
    Nessuna traccia
    Neanche l’alone ruffiano di un residuo
    Allora ho pensato fosse per
    strada
    Gli alberi nudi
    La gente al supermarket assiepata tra le corsie
    come un budello liscio e sottile
    Qualcuno rassettava gli uccelli
    nello scaffale di metallo
    Sono entrato
    Ho chiesto a tutti i presenti
    -Avete visto il mio Fifì ?-
    Ma il silenzio era più alto
    del brusio

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24391
    “Il silenzio era più alto del brusio”: un’ espressione potente, che sembra voler racchiudere l’essenza perfida della solitudine attuale,un egoismo becero,dove ognuno afferra tutto quello che può, senza guardarsi intorno, senza nemmeno tentare di capire un frammento di quel brusio che tuttavia lo circonda, e che varrebbe la pena di decifrare,trasformare in un dialogo collettivo.

  15. copio e incollo da FB questa poesia di Mario De Rosa
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24392
    U’ CAFESINHO

    Tra rui furceddri ì ferru
    sup’a’ vrescia,
    jiddra giravi l’abbrusculiaturu,
    chjinu ì cafè cruru r’America
    cu’ tanta pacienzia
    giravi puru n’ura.
    Arrivetu pi’ paccu o pi’ l’amici,
    n’dà nu saccucceddru
    cusutu a tutti ì leti,
    jieri pinzeru fattu cù l’affettu,
    rà figghjiu ,maritu ,o ra nu fretu.
    E jieri chjina a’ chesa ri vicini
    apposta drè pì drì ri Miricheni
    e appena abbrustulutu u’ cafesinhu
    po’ lu facìjnu alla “napulitena”.

    Cu parlatoriu,risa e cacchi lacrima
    ognunu vivìj ca tassa a grazia i Diu ,
    cuntentu jieri mammita ca tassa,
    e a ognirunu li parlavi dri tia

    CAFFE’ DAL BRASILE

    Su due forcelle di ferro
    sulla brace,
    lei girava il tostacaffè,
    pieno di prodotto crudo dall’America
    con tanta pazienza
    anche per ore.
    Giunto per pacco o tramite amici,
    in un sacchettino
    cucito da tutti i lati,
    era un regalo affettuoso :
    di figlio,marito ,o di fratello.

    E la casa si riempiva di vicini
    venuti apposta per sapere degli “americani,”
    appena abbrustolito il “cafesinho”,
    lo preparavano alla napoletana.

    Tra confusione ,risate e qualche lacrima
    ognuno assaggiava quella “grazia di Dio”

    M. De Rosa

  16. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24394
    A proposito di “Quando la biografia diventa mito“, il lavoro critico di Giorgio Linguaglossa dedicato alla poesia di Alfredo de Palchi nel 2016, che potrebbe anche essere interpretato come “Quando la biografia diventa poesia”, mi sembrano esemplari questi versi di de Palchi i quali sembrano nel contempo manifesto e paradigma:

    “Fra le quattro ali di muro
    circolo straniero a pugno
    serrato – non ho amicizie
    non mischio occasionali smanie
    con chi le persiste
    e siccome ognuno impone
    il proprio mondo a chi perde
    non si chieda cosa avviene:

    la parola è nella bocca dei forti”

    Versi che ho sentito a me particolarmente affini tant’è che in uno dei 13
    componimenti del “Ciclo di Troia”, un tentativo di rivisitazione e ri-lettura di un evento storico tragico finalmente, direi, dalla parte dei “vinti” trasformati in inerme bottino di guerra, una reca il titolo:
    “Sempre i vincitori scrivono la Storia…”, idea che a suo tempo de Palchi dichiarò, in tutta la sua forza lacerante, in quell’ultimo verso “la parola è nella bocca dei forti”.
    Ma quasi mai questa parola “nella bocca dei forti” coincide con la parola “giusta”… della Storia.
    (Desidero complimentarmi con tutti i “protagonisti”, autori/autrici di versi e di critica letteraria, presenti in questa pagina, anche se mi sento spinto ad aggiungere una scheggia di ammirazione in più per la nota, davvero ben articolata e densa di novità, di Costantina Donatella Giancaspero…).

    Gino Rago

    • londadeltempo

      Caro Gino: i versi di de Palchi che tu giustamente definisci “manifesto e paradigma” ha un significato profondo che si costruisce da solo con un suo stile secco e vigoroso, una sua sintassi e perfino una scelta originale di “antiche” parole. “muro, circolo straniero, pugno serrato. Bella citazione, grazie a te e Donatella.

  17. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24394
    Ringrazio Giorgio per avermi fatto l’onore di stare in questa pagina con due mie recenti poesie. Ammiro nella poesia di De Palchi la velocità descrittiva, priva di fronzoli e l’incisività del suo linguaggio diretto, che quasi annulla i significanti. Leggere le sue poesie mi fa sentire in viaggio su una strada sconnessa, piena di buche; scossoni che non ti aspetti, ma il viaggio è entusiasmante perché non ti riposi, quindi non t’addormenti. Cerco di entrare nella tecnica. Come un manovale apprendista osservo gli scarti, i cambi di senso, l’agilità che ci vuole… per stare al mondo, quindi, per un poeta, per scrivere, ma fuori dai binari. Perfino il verso libero messo a dura prova. Nessuna fedeltà se non verso se stesso. E’ dura palestra per chi legge, perché è di vita oltre che di scrittura.
    Ma sto dicendo niente, cose per toccare la superficie, quello che potrebbe dire chiunque se incontrasse una forma di vita extraterrestre (così appare nel panorama della poesia italiana). Con meraviglia intuisco che si può partire da qui, ché del lavoro è già stato fatto. Ma ieri su questa rivista c’era Tranströmer, un poeta senza asperità (eh, sono svedesi), che di salti – lui nel nulla – ne fa altrettanti; quindi capisco di stare su un’isola vergine, priva di costruzioni fatiscenti, dove posso parcheggiare anche col mio trabiccolo. Di spazio ce n’è. Con egoismo ringrazio chi non se n’è accorto.

    • londadeltempo

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24408
      Mi piace quello che dici: è coraggioso, sincero e forte. Mi piace quello che dici di de Palchi e di Transtromer (con i 2 puntini che non so mettere), due autori che rispondono al tuo modo di vedere le cose e la vita. Il lavoro è già stato fatto? E quanto ce ne sarà ancora da fare? Il lavoro di chi scrive scavando nella profondità di se stesso non finisce mai!

      Mariella

      • londadeltempo

        Perché non rispondi? C’è scritto qui sopra…sarebbe carino che ognuno rispondesse al suo interlocutore. Certo, se lo considera un interlocutore.
        E daiiii… non farti pregare, poeta! I poeti devono essere generosi di sè…anche accorgendosi degli altri. Non eri tu che lo ricordavi a me…tempo fa? E vabbè…ti perdono perché sei bravo: migliori ogni giorno.
        E allora, quando si crea si è felici…e quando si è felici si ha il dovere di comunicarlo agli altri…che lo sono un po’ meno.

        Mariella

        • Cara Mariella,
          perdona se sono ancora un po’ uomo delle caverne (arredate), se leggo e non restituisco subito e come posso la medesima attenzione.
          Alla domanda, quanto ce ne sarà ancora da fare, di lavoro, non so rispondere. Riconoscersi Cosa tra le Cose – soggetto, oggetto e terzo l’osservante – richiede già un lungo apprendistato esistenziale. Mettiamoci pure qualche “io” in affitto, di derivazione cinematografica o convenzionale, ed ecco profilarsi il significante di un mondo in divenire: il di là da venire, il non ancora accaduto… che però sta accadendo. La nuova poesia ci viene incontro, non la possiamo evitare.

          • londadeltempo

            Caro Lucio, altro che “uomo delle caverne!” Sei ben messo nell'”oggi” e, secondo me, il tuo successo è soltanto all’inizio! Sono contenta che tu mi abbia risposto perché il dialogo bisogna coltivarlo sempre, quando lo si è cominciato. Con alcune persone ancora, per me, non c’è stato modo di dialogare: un po’ perché non riesco a fare tante cose tenendo conto che mi devo anche curare con mostruose e benefiche macchine: e poi, se non c’è l’occasione, è difficile fare amicizia. Comunque con te c’era quel senso di “estraneità” iniziale, forse perché questo mondo ci insegna a non fidarci troppo dell’ “altro”, ma noi siamo riusciti a superare molto bene la difficoltà di comunicazione. Perciò vorrei che non ci fermassimo…e poi c’è sempre molto da imparare gli uni dagli altri! Alla prossima, sempre per la Nuova Poesia!
            Mariella

  18. Ripropongo un dialogo avvenuto nel lontano aprile 2014 tra me e Alfredo de Palchi:

    Alfredo de Palchi
    20 aprile 2014 alle 0:37
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24396
    Ammiro chi, come Giorgio Linguaglossa, sa interpretare le arti usando un bel linguaggio critico. Il mio discorso come sempre, invece è primitivo perché non posseggo un’adeguata preparazione critica. Rispondo alla sua quasi centrata analisi (non sapendo come indicargli la parte del “senso” che sfugge) ammettendo che il “perché”, importante e vario d’intenti, si chiarisce più avanti delle 23 Sessioni con l’analista (Mondadori, 1967).

    Nel lontano 1964 mi segregai nella bella campagna collinare dello stato di Pennsylvania (azione di sparire per un mese o due dalla città e in luoghi disabitati, e camminare per sentieri traversati da caprioli mucche conigli fagiani etc., oppure sulle spiagge del New Jersey con neve vento e migliaia
    di gabbiani).

    Durante i mesi estivi del 1964 nella mia casa, accompagnato dalla mia gatta parigina Gigi, indisturbato compilai di getto in pochissimi giorni le 23 Sessioni con l’analista (lasciate in disparte poi fino al 1966 quando decisi di revisionarle). Non avendo esperienza alcuna del paziente cominciai a conversare, o confessare, con l’immagine dell’analista che era la mia gatt quasi sempre sulla scrivania, quando non c’era mi rivolgevo all’albero fuori dalla finestra, e di sera alla bottiglio di vino di fronte. Ovviamente l’analista, gatta albero e bottiglia benché mi ascoltassero attentmente, non rispondeva. Ma io continuavo a interpellare il loro muto. . . “perché”, con il mio “perché” e con il “perché” dei vari personaggi sovrapposti, così creando un narrare frammentato da trascorse e attuali situazioni e nello stesso momento da quelle che crescevano attorno per darne un senso direi complesso. . . senso?––incomunicabile dell’io e del resto. Sicuro, “l’atto della scrittura si è de-soggettivato”.

    19 aprile 2014

    giorgio linguaglossa
    20 aprile 2014 alle 9:49

    … quanto ai «personaggi sovrapposti» di cui parla Alfredo De Palchi «la gatta, la scrivania, la bottiglia» impossibilitati ovviamente a «rispondere», ecco queste sono notizie che io non potevo sapere ma che avvalorano la mia lettura della poesia depalchiana. De Palchi fa, come dire, in poesia, un discorso secondo che rivela la apocriticità del discorso primo. Voglio dire che De palchi scopre per intuito (l’intuito della genialità) che il discorso primo non può più essere sostenuto. O meglio, che occorre una nuova formulazione del linguaggio poetico. L’incomunicabilità è il vero tema di questa poesia (e di tutta la raccolta “Sessioni con l’analista”), è il tema anche dei romanzi di Moravia degli anni Sessanta, ma in poesia il primo (e l’unico poeta che adotta questa problematica in Italia, pardon in Pennsylvania) è proprio De Palchi. Quella che avrebbe dovuto essere la tematica base della neoavanguardia la fa invece un poeta isolato come De Palchi. E non è un caso. Che cosa significa «apocriticità»?, vuol dire che per De Palchi non si può più scrivere come si era fatto prima di lui, che occorre un nuovo approccio, una nuova tematica, un nuovo linguaggio, una nuova sensibilità. È questa, a mio avviso, la potente novità della raccolta depalchiana, che anticipa un libro significativo come Il disperso di Maurizio Cucchi che, con altri presupposti culturali, nel 1976 sarà capace di affrontare l’argomento.
    Sessioni con l’analista è stato, in sostanza, un libro fuori contesto, dico fuori del contesto culturale italiano. Nessuno negli anni Sessanta e Settanta è stato capace di individuare la vera novità di quella poesia. Questo è un fatto..

  19. l’amico Fritz ringrazia. Scrive far parte di questa pagina, dedicata alla grande poesia di Alfredo De Palchi, è un onore. Da parte mia, invece, rinnovo per l’ennesima volta i complimenti a tutti per le interessanti letture. Saluti circolari.

    • londadeltempo

      Cara Francesca, non ti smentisci mai! Tutti parlano, tu ascolti tutti. e conservi, elabori…per esprimerti poi in poche parole che però vanno diritte al centro delle cose. Grazie per la tua presenza tra noi!!

      Mariella

      • Cara Mariella, ti ringrazio. Vale la stessa cosa nei tuoi confronti . Le tue poesie hanno il pregio di sembrare squarci di viaggi in più mondi fluttuanti. La verità è che non amo scrivere molto di me e neanche fare critica . Non ne sono capace.Anzi non mi piace , il che è diverso . La lascio volentieri a chi di competenza. Ho poco tempo e devo fare in fretta. Un caro saluto.

  20. Una nota di stilistica, quanto mai opportuna per la comprensione della poesia di Alfredo de Palchi.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24402
    Cito da La vita delle parole studiata nei loro significati di Arsène Darmester, 1886.

    Così, nella formazione del nome che da oggettivo passa allo stato di sostantivo; nelle restrizioni di significato che assorbono il determinante nel determinato: nelle metonimie, che trasferiscono il nome da un oggetto a un oggetto vicino unito al precedente da un rapporto costante; nelle estensioni e nelle metafore che fanno sì che si dia il nome di un primo oggetto, ben presto perso di vista, a un secondo oggetto che può essere della stessa natura ma, più generalmente di natura diversa; ovunque, condizione del cambiamento è il fatto che la mente oblia un primo termine e non considera più che il secondo.
    A questo oblio i grammatici hanno dato il nome di “catacresi”, vale a dire “abuso”…

  21. gino rago

    Sei poeta
    (a chi, consuma se stesso nella lotta quotidiana fra parole inutili e morte
    e parole vive, parole necessarie)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24404
    Strappare l’inutile da ogni manifesto.
    Sfarinare il marmo in più per svelare La Pietà.
    Stanare nel contesto le parole superflue.
    Così se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.
    Se esisti tu esiste il mondo intero.
    Se dici: “Sboccia” il fiore sboccerà.
    Se dici: “Maturi ogni frutto”
    per te i frutti lanceranno fiamme
    nel deserto. Sul mare. Nella giungla.
    (…)
    Sei poeta. Gira la chiave nella porta del mondo.
    Il mondo si aprirà all’alba che ritorna
    come tempesta in una conchiglia.
    (…)
    Sei poeta. Ti tocca tornare.
    Sei l’eco d’una tempesta nel destino di dolore
    d’ogni terra coperta dalla neve.
    Scava te stesso come fossi una zolla.
    Strappa le parole necessarie.
    E dalla estremità del tuo mignolo scorrerà un fiume.
    Gonfio di “verde acqua profonda”.

    Gino Rago

    • Che fierezza.
      Poterlo dire a tutti, che sono tutti poeti!

    • londadeltempo

      GINO RAGO! Questa è la tua stagione felice!
      Sento il bisogno di citarti subito:

      “Strappare l’inutile da ogni manifesto.
      Sfarinare il marmo in più per svelare La Pietà.
      Stanare nel contesto le parole superflue.
      Così se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.
      Se esisti tu esiste il mondo intero.
      Se dici: “Sboccia” il fiore sboccerà.
      Se dici: “Maturi ogni frutto”
      per te i frutti lanceranno fiamme
      nel deserto. Sul mare. Nella giungla.”

      E’ trascinante la tua poesia! Tu fai venire voglia di scrivere a chi, come me, già ne ha tanta!
      “Così se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.
      se esisti tu esiste il mondo intero.
      Se dici “sboccia” il fiore sboccerà”

      Bravissimo , stai raggiungendo la sintesi! è superato il nulla che si riversa nel tutto per asfissia: siamo di nuovo sulla cresta dell’onda, vediamo la luce!
      Dovrebbe essere, questa tua poesia, la parte iniziale di un Manifesto rivolti ai singoli poeti. Grazie per le parole e l’entusiasmo!

      Mariella

      • gino rago

        Mariella, la pagina de L’Ombra è dedicata a de Palchi. Io sono un intruso.
        Ma non ho resistito. Grazie, Mary; ma fallo sapere alla Regina, fallo sapere anche al Re: Ghiannis Ritsos avea ragione. Dal mignolo dei poeti scorre
        un fiume, se il poeta è poeta…
        Gino

        • londadeltempo

          Ben detto, benedetto instancabile Poeta! Perché non ti pronunci sulla mia poesia: “Berenice non è una regina”? Vorrei sapere se anche io sono poeta…nessuno ha detto niente, sigh.
          Ancora complimenti! Dovremo festeggiarti con la corona d’alloro
          Mariella

  22. gino rago

    Sei Poeta

    Strappare l’inutile da ogni manifesto.
    Sfarinare il marmo in più per svelare La Pietà.
    Stanare nel contesto le parole superflue.
    Così se scrivi un verso scrivi tutto il mondo.
    Se esisti tu esiste il mondo intero.
    Se dici: “Sboccia” il fiore sboccerà.
    Se dici: “Maturi ogni frutto”
    per te i frutti lanceranno fiamme
    nel deserto. Sul mare. Nella giungla.
    (…)
    Sei poeta. Gira la chiave nella porta del mondo.
    Il mondo si aprirà all’alba che ritorna
    come buriana in una conchiglia.
    (…)
    Sei poeta. Ti tocca tornare.
    Sei l’eco d’una tempesta nel destino di dolore
    d’ogni terra coperta dalla neve.
    Scava te stesso come fossi una zolla.
    Strappa le parole necessarie.
    E dalla estremità del tuo mignolo scorrerà un fiume.
    Gonfio di “verde acqua profonda”.

    Gino Rago

    (Dedico questi miei versi, che giudico in forma definitiva, a chi consuma se stesso nella quotidiana lotta fra le parole inutili, e morte, e le parole “necessarie”, le parole vive, si parva licet componere magnis ).

    Gino Rago

  23. se vedete errori non fateci caso, non ce la faccio a correggere qui nel blog
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24443
    Questa volta L’Ombra mi sorprende con una incursione analitica nel libro del 1967, Sessioni con l’analista. Cinquant’anni di silenzio critico, e di cretineria degli addetti ai lavori, si sono rivelati preziosi durante gli anni recenti con scritti di Luigi Fontanella, di Roberto Bertoldo, e Giorgio Linguaglossa a cui Roberto m’indicò. Mai dubitai dell’originalità dell’opera perché sapevo che il confessionale del prete sarebbe scaduto con la chiacchiera pseudo psicologica di P.P. Pasolini. In quell’epoca, la scelta ideologica in auge indusse la cretineria del premio Viareggio a premiare l’opera prima in combutta fino alla fine con “Sessioni con l’analista” inviata a mia insaputa da Vittorio Sereni. L’opera prima vincente era già defunta come poesia. Non per i cretini che anche al premio Prato bocciarono Sessioni con l’analista nonostante l’opera fosse sostenuta da Giorgio Caproni. In più lessi su La Nazione e La Fiera Letteraria, ridendo, una recensione che scannava il mio libro e quello vincente al Viareggio. Quando incontrai l’autore della recensione, Silvio Ramat, lo ringraziai perché era una recensione, non la presi come offesa, tanto che Ramat ed io siamo amici. Trent’anni dopo capì che la mia Grazie per il l’insolito Paganini, bellissimo.poesia non era come l’aveva analizzata.Succede. Dunque, ora che vedo un interesse più adeguato per analizzare e sostenere il lavoro d’un poeta, ho la soddisfazione che mi mancava. Allora, come complimentare e ringraziare l’intelligente e sensitiva Donatella Costantina Giancaspero. Non so come a parole. Per l’insolito Paganini, bellissimo pezzo, ricambio con un dono pitocco ma ricchissimo di “effetti collaterali” che per anni mi hanno ispirato a scrivere tanta poesia. Per me è la migliore interpretazione del quinto concerto per pianoforte di Luigi de Beethoven. E grazie a Giorgio Linguaglossa, e a coloro che commentano anche con entusiasmo. Grazie, ma sono stufo di ringraziare, meglio che vi abbracci dandovi un bacio sulla fronte––anche ad Anna Ventura, guai che menzioni il mio nome invano. . .

    • donatellacostantina

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24455
      Caro Alfredo de Palchi,
      è stato un grande piacere per me poter scrivere della sua poesia. E più di tutto sono contenta di averle fatto cosa gradita. L’attenzione che Lei ha rivolto qui alle parole, le mie, quelle degli amici – nonostante l’enorme disagio della lettura – questa sua attenzione è il ringraziamento più grande che potevamo ricevere. Questo solo basta e l’abbraccio, che tutti noi ricambiamo con affetto, impegnandoci a continuare il dialogo con Lei e con la sua poesia. In questo intento ci sostiene il desiderio, la volontà, di poter colmare quei “cinquant’anni di silenzio critico, e di cretineria degli addetti ai lavori” per risarcire infine la sua vita dai tanti torti subiti, fin dalla giovinezza.

      Il dialogo continua, domani e sempre, all’insegna della Poesia.
      Festeggiamolo qui con la musica, la grande Musica, ascoltando tutti insieme quel Concerto n. 5 di Beethoven di cui lei ci fa dono gradito.

      Ho scelto una versione particolarissima, tutta italiana: l’orchestra sinfonica della Rai (quando c’era ancora, bei tempi!), diretta da un promettente (ah ah, altro che promettente!!) ragazzo, Claudio Abbado, insieme a un pianista altrettanto giovane e promettente: Maurizio Pollini.
      Guarda caso, correva l’anno 1967… l’anno di pubblicazione delle “Sessioni con l’analista” di Alfredo de Palchi.

      Buon ascolto!

  24. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24470
    Volevo dire una cosa che mi è venuta in mente adesso: che in tutto il Novecento forse non c’è nessun poeta che abbia un immaginario più povero di quello di Alfredo de Palchi. Pensateci un attimo. Tutta la sua poesia gira da più di sessant’anni attorno ad un nucleo, sempre e solo quello. Per l’inconscio non vige il tempo lineare che regna nel sistema Conscio, per l’inconscio tutto ruota attorno ad un buco, ad un punto. Tutta la trama immaginativa di de Palchi ruota attorno a questo punto, tutto il resto è inessenziale, viene espulso dal suo sistema simbolico.
    L’immaginario è sempre in lotta contro l’oblio, perché non vuole essere annientato. È forse il prodotto più alto e nobile dell’homo sapiens.

  25. Gentile Donatella Costantina,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/29/una-ermeneutica-psicologica-lazione-letale-del-significante-nel-linguaggio-poetico-di-sessioni-con-lanalista-1964-1966-opera-edita-nel-1967-di-alfredo-de-palchi/comment-page-1/#comment-24479
    quanta emozione, persino epidermica, guardando due giovani maestri del 1967, Claudio Abbado e Maurizio Pollini, dare la loro interpretazione di questo piano concerto ( che ascolto mentre le scrivo) che per la mia assoluta personale sensibilità è il big bang della creazione pianistica.
    Che fortuna guardare e ascoltare la loro eguale esperienza musicale di cinquant’anni fa. Quanto colleghi si trovano insieme giovani di grande talento. Proprio in questo momento scrivo senza vedere neanche un pochino perché l’emozione mi copre gli occhi. Invece di invidiare con odio il talento perché non riconoscerlo e amarlo. Dov’era de Palchi nel 1967? Avessi incontrato Abbado e Pollini avrebbero apprezzato la mia musicalità poetica. Non dubito. Però è importante che io abbia apprezzato loro anni prima di abbracciarli durante questo scossone che ha pensato di darmi Donatella Costantina. Il mio è del 1962. Arriverà a Roma presso Giorgio perché il mio computer non riceve CD. Da ragazzo credevo ed ero convinto che i poeti fossero anche bellissimi di volto. Cominciai a scrivere qualcosa da buttare quando mi accorsi che i cosiddetti poeti colmi di livore erano e sono quelli che non hanno nessuna qualità di bellezza. Si ascolti musica mentre si pretende di fare poesia. Piano piano Giorgio mette in vista le mie nobili debolezze; per ciò vorrei che la chiave nella serratura girasse per aprire. . .

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