Alfredo de Palchi: Sfida in sintesi alla poesia italiana del novecento e contemporanea, con una missiva di Giorgio Linguaglossa

 

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Carissimo Alfredo,

il tuo «pezzo» è fortissimo, metà prosa e metà poesia (di ciò che resta della poesia). È una invettiva come non se ne fanno più in Italia da almeno 50 anni. Meno male che ci sei tu. In ogni caso io ribadisco che sei il più grande poeta italiano vivente. Vediamo che ne dicono in giro, voglio proprio vedere se qualcuno si permette di negare l’evidenza. Mi piace moltissimo poi quella messa in risalto di quel… poco-di-buono della poesia italiana: quel Franco Buffoni che ha fatto una «antologia» di 40 «poeti» italiani dicendo che il «criterio» da lui adottato è stato quello di evitare di pubblicare i «premorti», cioè di coloro che avevano più di 60 anni.

Quanto a quel personaggio che ti ha detto al telefono che io sarei un autore di «sottobosco», ho apprezzato la tua signorile reticenza nel  rifiutarti di dirmi chi è quel povero personaggio. Chi lui sia non ha per me alcuna importanza, e neanche mi interessa conoscere la sua identità, mi basta la consapevolezza che chi volesse ragguagliarsi intorno alla migliore poesia che oggi si fa in Italia dovrà leggere la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com e i poeti che ci pubblicano.

Che dio salvi l’Italia e ti mantenga in vita.

(Giorgio Linguaglossa)

*

alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi
Sfida in sintesi alla poesia italiana del
novecento e contemporanea

(New York, 8–9, luglio 2017)

1

la morte d’un poeta consola la mia fragilità… vent’anni prima lo incontro a  Manhattan con colleghi italiani… poi mai  più udito il suo sarcastico cinico umorismo… d’improvviso voci amichevoli del  defunto si scambiano mails che ricevo per conoscenza… fuori dal giro del poeta di quartiere non vive motivo  che io  ghiacciaio mi schianti… le voci si dichiarano costernate e tristi… dall’antica civiltà delle isole greche rinunciano alla rituale camera ardente…  la polverizzazione del poeta nel quartiere non scomoda lontane  amicizie né sconvolge il sangue a nessuno… nome  insignificante del poeta in mostra è “ch” ?… non hai notorietà… soltanto gente che si scalmana a sparlare degli assenti fino al litigio alla bara… la verità non ti sospetta più…

2

il  terracqueo porta inferi di qualsiasi poeta, giustifica l’inedita  verità sulla cronaca poetica italiana del Novecento… poeti d’ogni città e paese per principio di supremazia si definiscono  “sottobosco” a vicenda… lontano migliaia di miglia e per formazione mentale trovo normale che dal Nord al Sud l’Italia poeticamente provinciale si insulti… e  puerilmente si autonomini “migliore”… dagli anni 1940 di ogni collana di poesia si stabilisce  l’importanza dal nome degli editori: Vallecchi Mondadori Einaudi più che dal nome dei direttori di collana… iniziano con maestri già pubblicati altrove anni prima… raramente collaudano un libro vivo… il macero giustizia opere superiori e inferiori d’arte abbondantemente invendute… seguitando a produrre rischi simili a quelli sconsacrati… rare vedettes e dozzinali apparenze e non un grande… versi sfiatati mal stampati su carta pitocca a prezzi esagerati… ora due collane sussistono per inferiorità stilistica a quelle di piccola editoria… se  il commerciale negato alla poesia conteggia il direttore propone stracci invece di dimettersi…  la poesia anticomplessa e commerciale di marchio editoriale di terzo grado ha la gravità autentica del “sottobosco”. . .

3

inservienti spolveratori spolverano e qualificano di primo grado autori di secondo e terzo grado… antologie imbarazzano di spolverati inquilini… il primo quarto del Novecento invita i lettori a spianzottare con Corazzini e a ridere con i Futuristi… il secondo   quarto spalanca gli occhi su grandi autori di nuove opere di suprema poesia… il terzo quarto abbraccia un numero di poeti di primo grado  della generazione anni 1920 e di avanguardie impotenti… il quarto riusa rimasugli del recente trascorso fino al deterioramento… panorami di rari nomi strausati… in questo limite mi metto a lapidare “stop” sulla lapide del poeta defunto simbolo d’ogni altro  pateticamente sbalzato nel “neant”… termine cruciale quanto la vertebra color fiamma… cruciale per il correttore di canoni didattici imposti da secoli a schemi moderni… intimazione terminale ai cucitori di poetiche ripetenti sullo schematismo del poeta che scavare dal fondo… mai superando il maestro delle dolci fresche acque… il bruciante raggio di sorteggio imparzialmente giustifica il messaggio… quando si valutano i grandi emarginati da mestieranti…

4

ingaggia la smoderata energia di chi invidia con tremulo labbro invelenato… autori della generazione anni 1920 stupiscono con poesie magistrali più delle mie… inedito non confesso che la mia poetica è creativa originale  ostica e autentica sin dagli albori del 1947… mai mi sento inferiore perché gli  amici mi stimano come poeta senza deturparmi con l’ostracismo…  non si cancella niente andando per il mondo col mistero di fermarmi con la valigia di poeti… così ostica  cresce scrittura e scelta. . . fuori strada…  “stop”...  nessuna concessione di abbagli… imparzialmente i designati sfilano all’“Inferno terracqueo”… al “Purgatorio”… al “Paradisiaco neant”…

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l’“Inferno terracqueo” ricco di nomi grandiosi del Novecento ospita due poeti più essenziali di primo grado e totalmente differenti… Dino Campana,  assoluto lirico emarginato senza campanelle imitatrici… per decenni amato quasi soltanto dal critico Enrico Falqui e dal 1946 da me a Procida nutrendomi di brodaglia a mezzogiorno e  di pane benzoino a sera  e a stomaco vuoto di pagine esaltate di linguaggio mai udito… pagine evitate perse riscoperte riscritte  tuttora disinteressate dai direttori di collane… antologizzate stanno al  margine della conturbante  curiosità… che dire di  Eugenio Montale poeta… stilisticamente all’opposto con centurie di imitatori mi raggiunge dopo le cotte per Vincenzo Cardarelli, il primo Giuseppe Ungaretti e  il primo Salvatore Quasimodo… passionalmente per me  poeta più  essenziale e completo del Novecento. . .

6

in “Purgatorio” poeti semi grandi vanitosi e presuntuosi espiano la smisurata valutazione poco attendibile…  il simbolo della categoria Mario Luzi  inibito lascia in secca “La barca”… corre  all’ultimo vagone del treno merci che di straforo da Civitavecchia trasporta a Milano una  borsa  di poesia psicologica audace disinvolta e autentica… si appropria dello stile del giovane ignoto e pubblica pesanti opere recensite che l‘autore appare maestro di uno stile nuovo…  “Mosca” con me presume Luzi grande quanto Montale… mai… decenni dopo il peggio è la sua annuale  sfacciata cafoneria di pretendere pubblicamente in tivu il Premio Nobel… il giorno prima dell’ultimo Nobel a un autore comico  italiano, all’amico Andrea Zanzotto, sdegnato del ringhioso Luzi in tivu, raccomando di riferirgli che il Nobel  lo pretende anche De Palchi…                                                                                                    

7

corruttori gelosi invidiosi mascalzoni ruffiani traditori… e di buona tendenza verso animali bambini famiglia e sentimentali verso tutto e tutti… blocchi mercantili del “sottobosco” di terzo grado… Franco Buffoni perfetto simbolo indignato  circola nel “Paradisiaco neant”… semplice asserzione

 8

poesia regolare composta nel 21mo secolo manca di contemporaneità…  stile tono e contenuto ripetono quelli dei decenni trascorsi… basi  per fornire opere trascurabili ma sicure… in particolare  per collane di Mondadori di Einaudi e simili piccoli editori… poesia dei trascorsi decenni trascritta dico in bella calligrafia…  alla mia età di ”il più grande poeta vivente” che nel mio parlato grande significa pure anziano vecchio e alto non tremo… sorrido angoscia a  Roberto Mussapi che ancora non sa cosa penso dei suoi due libri stampati da Mondadori  e Stampa2009… esempi della deficienza vocabolarizzata  in statica cascata…  altre qualità poetiche finalmente contemporanee su L’Ombra delle Parole – Rivista Letteraria Internazionale, blog tra i più noti e seguiti… la redazione presenta poesia tradotta d’ogni nazionalità… e di autori italiani neanche tanto giovani che operano nella nuova poesia ontologica… si noti l’importante antologia redazionale, Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, pubblicata nella collana “Il dado e la clessidra, Edizioni Progetto Cultura (Roma, 2016)… 

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Alfredo De Palchi

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York. Ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a far tradurre e pubblicare in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 pubblica Nihil (Milano, Stampa9).

61 commenti

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61 risposte a “Alfredo de Palchi: Sfida in sintesi alla poesia italiana del novecento e contemporanea, con una missiva di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    Last will (against the NO inside mooing)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24209
    The beatiful post-cubist painting?
    Oil, the noble medium?
    Perhaps the worst phrases would remain
    Against the NO inside mooing
    (…)
    New images from new materials
    Heterogeneous materials. Poor materials.
    The poet of the new paradigm
    Leave bad welded metal sheets as last will.
    Burnt wood. Rags.
    The signs of love (or affinity) for remote times.
    Ephemeral materials. Rough materials.
    The other words.
    (…)
    The words that deny
    Feelings and ideas of eternal life.
    Old clothes and rags. Glazes.
    Doughs. Shadings. “Merzbild”.
    Empty bags. But fuller than empty men.
    (…)
    The return “an den Sachen selbst”of the new poet
    Leaves the art of the No freed at last
    Against the forced YES of Ferramonti and Belsen.
    In an unfinished journey. A bitter smile.
    With Milton screemin from the Paradise Lost: «It’s “inferno”.
    Wherever I go is “inferno”. I myself am “inferno” ».

    Gino Rago

    © 2017 American translation by Carlo Cremisini of the poem “Testamento” by Gino Rago.
    All Rights Reserved.

    (Per Alfredo De Palchi, per Giorgio Linguaglossa, per i poeti e le poetesse
    della Nuova Poesia battezzata, incoraggiata, sostenuta e diffusa da
    L’ombra delle Parole, Mario Gabriele, Steven Grieco-Rathgeb,Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Letizia Leone, Donatella Costantina Giancaspero, Edith Dzieduszycka, Francesca Dono, Mariella Colonna, Anna Ventura,
    Chiara Catapano et alia che, come Roberto Bertoldo e Salvatore Martino, verso il “frammentismo” poetico stanno seriamente guardando con lavori in corso).

    G. R.

  2. Nella raccolta L’ospite ingrato di Franco Fortini si trova il celeberrimo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24211
    «Carlo Bo. / No».

    Considerato che «Carlo Bo» è il titolo, si può dire che «No» è il testo poetico più breve, e più cattivo, che sia mai stato scritto.
    Fortini nutriva qualcosa di acido verso Carlo Bo, da lui considerato la quintessenza del critico istituzionale e conformista. Ecco un altro epigramma a lui rivolto:

    «A Carlo Bo non piacciono i miei versi. / Ai miei versi non piace Carlo Bo».

    Io, per parte mia, proverò ad imitare il celeberrimo epigramma di Fortini:

    «Poesia italiana?/ No».

    Credo di essere stato sintetico.

    È stato scritto, non da me ma da Luigi Ballerini:

    «Il pubblico della poesia (esperto, curioso ed eccitabile come dovrebbe essere), che da tempo si va pericolosamente assottigliando, sta avvicinandosi all’estinzione. Se la situazione non è delle più rosee per la poesia lirica […], per l’invettiva, scelta come manifestazione emblematica di una poesia socialmente responsabile, essa è addirittura catastrofica. Il rumore ha sostituito il senso». Cfr. L. Ballerini, Il mondo non è un cavallo. Osservazioni sull’inadeguatezza dell’invettiva contemporanea e sulla necessità di una nuova strategia programmatica, in «Il Verri», 54, febbraio 2014, pp. 24-49: la citazione è a p. 44. Questo intervento riprende quello presentato dallo stesso Ballerini al convegno Savage Words. Invective as a literary
    genre
    , University of Los Angeles, 5-7 febbraio 2009».

    Non c’è dubbio che l’assottigliarsi dell’invettiva nel tardo novecento e in questi ultimi anni va di pari passo con l’assottigliarsi del contenuto culturale del genere poesia e la sua sostituzione con contenuti velleitaristici propri di una minuscola corporazione che non ha nulla di significativo da dire ai contemporanei tranne il proprio ininfluente narcisismo. L’assottigliamento dell’invettiva è quindi la spia di un profondo disagio e di una crisi di rappresentatività del genere poesia: non c’è più nulla di significativo da prendere ad oggetto dell’invettiva, non c’è più un contenuto da criticare…

    Poi c’è il genere dell’invettiva al popolo e all’Italia, come quella pubblicata da Pasolini il 14 novembre 1974 sul “Corriere della sera”:

    Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato «golpe» […].
    Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei
    primi mesi del 1974.
    Io so i nomi del «vertice» che ha manovrato […].
    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti […].
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire
    tutto ciò che succede […]

    ma questo è ormai un genere defunto, defunto proprio con Pasolini. Dopo di lui la realtà, quella cosa chiamata Italia sembra essere evaporata nell’indistinto, come del resto la sua poesia, tanto che non c’è più neanche bisogno di alcuna invettiva o epigramma nei confronti di una «cosa» che non c’è più…

  3. ricevo da Adeodato Piazza Nicolai e pubblico:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24212
    Fernando Pessoa
    Trippa alla maniera di Oporto

    Un giorno in un ristorante fuori del tempo e dello spazio,
    mi servirono l’amore come trippa fredda.
    Dissi delicatamente al missionario della cucina
    che la preferivo calda,
    che la trippa (ed era alla maniera di Oporto) non si mangia fredda.

    Si irritarono con me.
    Non si può mai avere ragione, nemmeno al ristorante.
    Non mangiai, non chiesi altro, pagai il conto,
    e me ne andai a passeggio per l’intera strada.

    Chi lo sa cosa vuol dire questo?
    Io non lo so, ed è capitato a me…

    (So benissimo che nell’infanzia di ognuno c’è stato un giardino,
    privato o pubblico, o del vicino.
    So benissimo che il fatto di giocarci era il padrone del giardino.
    E che la tristezza è di oggi).

    So questo molte volte,
    ma, se io chiesi amore, perché mi portano
    trippa alla maniera di Oporto fredda?
    Non è un piatto che si possa mangiare freddo,
    ma me lo portarono freddo,
    non si può mai mangiare freddo, ma arrivò freddo.

    Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, 1993 Biblioteca Adelphi p. 279

  4. non importa sotto quali eteronimi Pessoa poetava (forse anche deuteronomie?) Rimane un poeta essenziale !!!

  5. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24214
    Che cosa stabilisce la forza di un testo, se non la sua capacità di penetrare nella coscienza di chi legge, di colpirla di netto, con la precisione di un proiettile. Questo fa il brano di Alfredo de Palchi che compare oggi sulla nostra rivista: la sua “Sfida in sintesi alla poesia italiana del
    novecento e contemporanea” s’impone alla coscienza di ciascuno di noi con parole potenti, decretando, colpo su colpo, un giudizio che non ammette appello. È un flusso di riflessioni, di ricostruzioni, di flashes, in perfetta sintonia con quello che noi amiamo definire “scrittura per frammenti”. Sono parole di indignazione, di protesta; parole che esprimono rancore e rammarico e, forse per questo, a tratti cercano il supporto della poesia, di quella poesia inconfondibilmente depalchiana, che ben conosciamo.
    E che cosa fa grande il poeta, se non la forza espressiva di cui questi è capace. L’urto verbale, l’impatto che ne scaturisce. Ora, le parole di Alfredo de Palchi non perdono un colpo. Ed è inutile dire che siamo di fronte al più vero, autentico poeta che abbraccia due secoli, perché lo dicono per noi le sue parole. Perciò, cari lettori, darò a loro la parola, anche se due sole poesie, prese dal lavoro di una vita – decenni e decenni di scrittura -, non possono restituirci il poeta a tutto tondo. Eppure, anche in questi pochi versi, c’è molto. Facciamolo dire a loro chi è Alfredo de Palchi. Il nostro poeta. Il nostro Nemo profeta in patria.

    da “Reportage” (New York 1957)

    8.

    sul filo di ragno
    mi equilibrio mi fingo allocco
    e l’azzardo offre ogni caduta vizio
    l’esperienza di mille vite
    e non rimpiango
    chi mi batte la mano
    fredda sulle spalle
    può sbilanciarmi

    fiero di operare alzo
    costruzioni sintetiche,
    con fiuto e lotta viaggio, vendo
    e mi vendo anch’io ricco
    di sconosciuti in attesa
    che sulla mappa delle usurpazioni perda le rotte
    – seguito la via di finzione,
    del mio zelo,
    dell’ansia perché, chi vigila, agguati
    come ragno ogni sorta di pasto;
    in bocca la saliva è sale
    la cicca morsicata
    rancore –

    ***

    da “Le viziose avversioni” (1951 – 1996)

    La camera: inquadratura di finestre
    al terzo piano
    sulle pareti piaghe di muffa
    stracci sul cortile presi dai fili
    la pioggia che picchia i tubi
    di zinco il condotto di terracotta
    della latrina, la vetrata del pianterreno:

    a quest’ora
    (un rombo picchia giù
    dal cortile quadrato, dai tubi
    dal condotto e si scarica dentro
    la mia testa e il corpo pieno come un tubo
    di scarico)
    vorrei la pioggia mi picchiasse
    si gettasse addosso con la furia di questa
    pantegana qui alla gola che morde
    morde sino a scoprirmi
    la carotide, nella camera
    sul letto su lei
    che guizza e sibila
    una pena di essere dentro il rombo
    che picchia con la pioggia nel tubo
    di scarico che è il mio corpo.

    ***
    N.B. Purtroppo in alcuni versi non è stato possibile mantenere la spaziatura come nell’originale. Me ne scuso con l’autore.

  6. Ricevo e pubblico da Cristina Annino questo contributo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24216
    Il mio cmp si ostina a funzionare male, manca la fibra. Commenterò brevemente perché molto colpita dall’ottava “collera” di Alfredo. Il discorso è molto vecchio, almeno quanto la sezione poetica di grandi case editrici, rappresentata da autori arcinoti, quindi non riproponibili o riproponibili, certo, se anche si fa contemporaneamente un lavoro di ricerca. Si propone del nuovo.
    Lo strano è che, in tutto questo lungo tempo, si sia data la colpa ai “commerciali”, come non si sapesse tutti che il mercantilismo, l’utile, ecc, riguarda la parte narrativa di ogni sistema editoriale. Su sa tutto, si dice tutto, si opera al contrario.
    Anche la critica a questa gestione di “piccolo” potere, gestione che è uno schiaffo al mondo della cultura italiana, è una critica che sa di vecchia muffa. E’ come dire “l’arte è morta” “Dio salvi la regina”, si cade nello slogan, tanto il mondo è stato dato in mano a chi lo può distruggere, l’uomo, quindi anche la salute della poesia, a chi può interessare tutelarla?
    Se i guardiani preposti hanno i loro volumi stampati, ristampati, sono in pensione fin dalla nascita… allora perché, chiedo, dovrebbero preoccuparsi, in modo suicida, del valore di altri promuovendoli? Santo cielo! Non di loro si tratta,! Va bene gli amici, ma gli altri, oddio! Avete visto passare di qui un tale chiamato “Talento”?” Io no, me lo perdo sempre. E in questo modo si stampa, ristampa, tanto la gente compra volentieri i surgelati, la gente compra tutto!

    Molto forte e coraggiosa la Collera di De Palchi, uomo che fa, sa, conosce, generosamente sempre promuove, salva, toglie le muffe…Peccato per tante cose!

  7. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24219
    Piazza dei Martiri è colma di gente.
    Il sole pigro non vuole tramontare.
    A destra una parte del popolo in festa
    A perdifiato urla:«Dio salvi il Re…»
    Dal lato sinistro si leva
    Un altro grido che sembra di guerra:«Dio salvi la Regina…»
    Il centro della piazza non si lascia intimorire.
    Altro urlo:«Dio salvi il Re e la Regina…»
    In lontananza il boia lucida i legni dell’impianto
    Con la palla di grasso ottenuto dai cani.
    La corda con il cappio pende luccicante.
    Al sole del crepuscolo sembra più splendente.

    Un urlo soltanto unisce la piazza
    Da destra a sinistra passando
    Per il centro:«Muoia il Re. E muoia la Regina».
    Ma rimane strozzato in tutte le forre.

    Passano cesti con pane bianco.
    La botte con il vino sembra una fontana.
    Il cappio in lontananza risplende più di prima.
    «Dio salvi il Re… Viva la Regina».

    Soltanto il poeta lascia Piazza dei Martiri.
    Non desidera il pane d’altri. Rifiuta anche il vino.
    Non vuole il Re. Non vuole la Regina.
    Cento usignoli nel suo petto si destano. si destano.
    Alzano il canto della sua libertà.

    (pensando alla gente della Annino, alla gente che compra tutto, anche
    certi libri e certi surgelati).
    Gino Rago

  8. Roberto Bertoldo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24220
    Sulla forza – “potenza” come intitolai la raccolta di saggi d’autori vari su Alfredo – “della poesia” di de Palchi non ho dubbi, circa il superlativo relativo di grandezza tra i viventi secondo l’affermazione di Francesca Dono non mi esprimo non possedendo io quella virtù divina che Galileo chiamava “conoscenza estensiva”, ma concordo con lei se prendo in considerazione i poeti italiani di cui conosco le poesie. Tuttavia non è importante qui chi sia il più grande o che i poeti italiani in genere valgano molto o poco, la poesia non è un’attività agonistica, per fortuna, ed ognuno è libero di scriverla come gli pare, la teoria dei generi letterari è utile per la classificazione non certo per la composizione. Tutto ha a che fare con il gusto ed ogni gusto, se veritiero, vale almeno per sé. Quindi in discussione, mi pare di capire, è l’onestà di scrittura e di giudizio, ossia l’imparzialità, il non guardare al proprio utile e l’essere esenti, possibilmente, da ”vanità” e “presunzione” (via de Palchi, Luzi docet). E qui casca l’asino. Fermo restando che nessuno, seppure in buona fede, può essere immune da un qualche interesse, più o meno nobile, almeno lo sforzo dell’imparzialità sarebbe fondamentale. Purtroppo non sono pochi quelli che esaltano lo scrittore potente nella speranza di attingere dal suo potere un qualche salvacondotto oppure che lo criticano solo per rivalsa. Smascherabilissimi questi furbetti che cinque anni prima affossano un poeta e cinque anni dopo lo elogiano o viceversa. Ecco, credo sia questo che spinge de Palchi a disprezzare il mondo letterario, questo “fare” che, al di là dell’aspetto morale, è causa dello spaesamento critico odierno. Alfredo de Palchi è prima di tutto un uomo vero, incapace di compromessi, dotato di un’ironia sferzante che gli permette di prendere le distanze dalle sue stesse sfuriate, lo vedo qui come Arrigo Boito vede «Iddio» che «dal suo ciel guatandoci / rise alla pazza scena / e un dì a distrar la noia / della sua lunga gioia / ci schiaccerà col pie’». Quindi sa leggere il mondo letterario. E sa trovare al proprio gusto la via del giudizio, giudizio personale, in sintonia con la propria creatività. De Palchi non ha mai amato il petrarchismo e neppure gli sperimentalismi puramente formali, lui che è stato negli anni Cinquanta (non si guardi l’anno di pubblicazione ma di scrittura) un poeta che smontava la staticità di un certo ermetismo, un poeta che faceva della sua rabbia lo stile (lo stile, non semplicemente la forma) dissacratorio della poesia imbelle dei postermetici e delle sedicenti avanguardie. Oggi, de Palchi vede che la storia della poesia italiana non contempla appieno tutti i suoi poeti e neppure lui che sta a pari, ma questo è un mio semplice giudizio di gusto e parzialmente di estetica, con loro, anzi li sopravanza, perché, come si può dedurre anche solo dai pochi versi depalchiani degli anni Cinquanta che Donatella Costantina con acume cita, apporta alla poesia lirica italiana una costruzione che definirei tragica e che mi pare manchi dai tempi di Alfieri.

  9. Non ho alcun dubbio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24221
    Alfredo de Palchi è il migliore poeta tuttora attivo in una miriade di attività letterarie, culturali eccetera. Ha sempre fatto da “padre” guida a tanti giovani e bravi poeti. Vorrei considerarmi uno di loro, ma non sono più così giovane. Grazie a Linguaglossa e a tutti i poeti del NOE (e altri) che continuano ad apprezzare il virtuosismo depalchiano.

  10. Non ho dubbi:
    per dirla con Ewa Lipska:

    «Cara signora Schubert, l’onda d’urto dell’Oscurità è sei volte più rapida della pallottola sparata da una pistola».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24223
    L’onda d’urto dell’oscurità, ovvero, dell’oblio, seppellirà presto, in un sol colpo, tutta la pseudo poesia di questi ultimi cinquanta sessanta anni. Rimarranno forse due o tre poeti.

  11. Antonella Zagaroli

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24224
    ALFREDO è Grande e questo suo ultimo scritto è un autentica Invettiva come in Italia non se ne leggeva da secoli. Il richiamo alle Invettive dei poeti latini mi viene poi naturale.

  12. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24225
    non condivido pienamente il tuo pessimismo; come le foglie della Sibilla, le poesie appartengono al vento,che le porterà dove vuole,forse su un tavolo da lavoro, dove un oscuro cultore della bellezza le accoglierà con gioia, le salverà nel suo quaderno, ne farà un suo personale tesoro. Perchè niente si perde, se merita di restare.

  13. Cara Poetessa Anna Ventura,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24226
    sì c’è il vento anche di tramontana, ma alcune “correnti” poetico/letterarie sono a mio umile avviso, passè … Se il tempo è galantuomo chissà risorgerà dalle ceneri come una phoenice…

  14. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24227
    Condivido e apprezzo i contributi di Francesca Dono, di Costantina Donatella Giancaspero, di Giorgio Linguaglossa – cui vanno ammirazione e plauso per la pagina coraggiosa e vera di oggi da leggere come un altro frammento della lunga battaglia che L’Ombra delle parole ha ingaggiato,insieme con tutta la sua Redazione, a favore di una “poesia nuova” – di Adeodato Piazza Nicolai, di Cristina Annino, di Roberto Bertoldo autore di una meditazione
    bene articolata e icasticamente proposta, su Alfredo De Palchi, sulla sua poesia, sulla sua presenza nella nostra civiltà poetica.
    Ma sento di dover aggiungere un dato, scaturente dalla mia ri-lettura di
    ‘Viaggio a Montevideo’,’ Dualismo ‘ e ‘Genova’ di Dino Campana.
    Semplicemente il dato è questo: stabilite le differenze di storia, di geografia, di biografia fra i due poeti, la vicenda lirica di Alfredo De Palchi la sento assai simile a quella che subì anche Campana: Alfredo De Palchi con la sua
    “poesia totale” tendeva a infrangere “il quadro ordinato – fin troppo
    ordinato – della esperienza poetica italiana del Novecento tutta imperniata
    sulle ‘tre corone’ Saba-Ungaretti-Montale” (Alberto Asor Rosa su Canti
    Orfici), i quali Saba-Ungaretti-Montale fanno la figura, confrontati con
    gli esperimenti di Campana, prima, e di De Palchi,poi, di quieti
    “continuatori” della, pur migliore, tradizione classica italiana. Continuatori…
    E da certa critica, com’è stato con Campana, anche Alfredo
    De Palchi è stato forse più “tollerato” che amato perché con il suo linguaggio
    scuoteva il tranquillo vivere anche dei nipotini delle ” tre corone”.
    Certe Case Editrici hanno fatto il resto.
    Queste sono in breve le mie riflessioni sul “caso” De Palchi. Che, forse, potrebbero andare a integrare le acute meditazioni racchiuse nei commenti
    già ricordati e che hanno preceduto il mio.

    Gino Rago

  15. donatellacostantina

    Ecco una famosa invettiva di Osip Mandel’stam indirizzata al dittatore russo Stalin, che gli costò la vita. In seguito a ciò il poeta fu fatto alloggiare nella residenza invernale in Siberia dove muore a fine dicembre del 1938 nel gulag di Vtoraja Rečka, un campo di transito presso Vladivostok.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24229
    A STALIN

    Viviamo senza fiutare il paese sotto di noi,
    i nostri discorsi non si sentono a dieci passi
    e dove c’è spazio per un mezzo discorso
    là ricordano il montanaro caucasico.
    Le sue dita tozze sono grasse come vermi
    e le parole , del peso di un pud, sono veritiere,
    ridono i baffetti da scarafaggio
    e brillano i suoi gambali.
    E intorno a lui una marmaglia di capetti dal collo sottile,
    si diletta dei servigi di mezzi uomini,
    chi fischia, chi miagola, chi frigna
    appena apre bocca e alza un dito.
    Come ferri di cavallo forgia decreti su decreti –
    a chi da’ nell’inguine, a chi sulla fronte, a chi nelle sopracciglia, a chi negli occhi
    ogni morte è per lui una cuccagna
    e l’ampio petto di osseiano.

    (novembre 1933)

  16. Giuseppe Talia

    Che dire? Dire che Alfredo è un Padre nobile. Io che ho l’onore di parlargli al telefono, di confrontarmi, di raccogliere la sua memoria
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24230
    che mi lascia, di leggerlo, ma soprattutto di viverlo, non solo attraverso le chiacchierate che spesso abbiamo occasione di intrattenere, come anche attraverso l’importante testimonianza critica e letteraria che, nonostante l’ostracismo, trova le vie giuste per emergere, Fontanella, Linguaglossa, Bertoldo, ognuno per propria parte… e come dice un proverbio calabrese, “cielu e terra prestaru congiura, ciò chi si faci ‘nta Terra s’appura”. (Non credo ci sia bisogno di traduzione).
    Quante volte Alfredo mi ha incitato a cantargliele a Tutti. Ed io l’ho preso in parola: “Io non canto. Io ve la canto”, perché con Alfredo ho consolidato un grande dono, “la verità al di là di tutto, al di là di se stesso”.
    Preferisco l’Inferno al “Paradisiaco neant”, ecco perché ho scritto un intero libro dedicato ai così detti maggioritari (?) e al così detto sottobosco (che significa sottobosco? Chi lo decide? Chi lo parametra? Il sottobosco così pieno di vita, brulicante di vita e di arte).

    Una viva testimonianza (telefonica).
    “L’incontro con la poesia, probabilmente , avviene, dopo le lezioni di musica, violino in particolar modo, che de Palchi prende dall’età di sei anni fino ai quattordici anni, alla scuola di gentiliana memoria, articolata e popolare, con l’abbecedario di cui il Nostro ricorda le poesie del ligure Angiolo Silvio Novaro o del più conosciuto fratello Mario Novario. L’infanzia e l’adolescenza di Alfredo trascorrono tranquillamente: bimbo amato e curato a cui non manca nulla, de Palchi cresce in quei “territori acquatici” mostrando fin da piccolo una personalità particolare, “ingenua, insolente, perbene, scomoda, scontrosa e timida fanciullezza e adolescenza”, ed è proprio quella “ingenua e insolente” al tempo stesso caratteristica naturale di de Palchi a metterlo sempre nei guai, come nell’episodio narrato dallo stesso autore dei due fratellini che lo costringono a “stringere un filo elettrico vivo di scosse”.

    GT

  17. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24236
    Alfredo mi inebria di vitalità e di schiettezza. Rido – amaramente rido annuendo al neant.
    Ma mi dico anche che io voglio andare avanti, che le zavorre hanno da restare sul fondo, sciolte, sperdute, che la Poesia vive nonostante i poeti.
    Perchè non saranno i poeti, un giorno, a giudicare il novecento e il duemila – gli scritti contemporanei, da lontano.
    I nomi delle case editrici di oggi non significheranno nulla, le antologie di carta saranno quasi tutte marcite, i nomi dimenticati, le conventicole superate, i seni avvizziti, le ossa polvere; le polemiche saranno confinate a dati storici d’archivio.
    Resteranno nella viva memoria pochi versi, e quelli – solo quelli – conteranno, fino alla fine del tempo di questa civiltà:
    “Nel giorno della disfatta cerco la verità
    sono il campo vinto
    ragazzo armato di ferite
    il suolo calpestato
    idolo d’argilla
    il pane della discordia
    la trave nell’occhio
    la fionda che punta il mondo
    scroscio d’oro del gallo
    nel giorno della disfatta trovo la verità”
    (ADP)

  18. antonio sagredo

    Malerisch
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24239
    Siamo nati prima di qualsiasi Dio…

    per questo ce lo siamo inventato – vivo
    e anche morto –
    come se un Dio potesse morire!
    e addirittura vivere!
    è…
    è tra noi come un azzardo o un assurdo!

    Noi, Uomini?
    Ma se siamo gli avanzi di noi stessi!

    Noi, Umani?
    Ma se siamo nati come disavanzi disumani!

    a. s

    Vermicino, 18 gennaio 2007

    • londadeltempo

      Pessimismo assurdo. Ognuno parli secondo le sue esperienze. E nessuno può permettersi di stabilire quello che Dio (che sia quello cattolico, buddista o di altra religione) può fare o non fare. E’ una presunzione inaccettabile per chi la pensa diversamente e preferisce tacere contemplando ciò che esiste, nel bene e nel male, per poi decidere in silenzio e nell’ambito della propria coscienza perché e come esiste questo mondo in cui il bene e il male sono intrecciati e, a volte, legati da nodi spesso insolubili. Dico alla Pascal: “siamo polvere, ma polvere che pensa”.

      Mariella Colonna

      • Cara Mary, non credo che il pessimismo sia assurdo, come non lo è il nichilismo…Condivido e rispetto il tuo cattolicesimo schietto ed onesto ma non credo proprio che De Palchi sia presuntuoso. Lo conosco da tanti anni: è una persona impegnbata, gentile, onesta e schietta…

  19. Crethienne de la Vega

    Liberi da forzature, liberi da pratiche innaturali, liberi da logiche produttive ingiuste. Il Sottobosco è soprattutto etica, rispetto e passione. Da questi presupposti iniziamo a coltivare: sogni, frutti, storie.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24240
    Costituiscono generalmente il sottobosco tutte quelle specie vegetali che vanno dai muschi fino agli arbusti ma non mancano anche appartenenti a generi arborei che, per l’assenza di spazio e luce, rimangono ad uno stato di alberello finché una grande pianta non cade abbattuta per un fenomeno naturale (fulmine o vento), per mano dell’uomo (disboscamento) o per morte naturale aprendo un varco nella copertura sovrastante permettendone lo sviluppo.
    I muschi si sviluppano su ogni supporto, sia esso un tronco d’albero morto, una roccia, un muro, e possono creare sul terreno veri e propri tappeti verdi, soffici e spessi diversi centrimetri, come fa la borracina. Costituenti del sottobosco molto noti sono i funghi, che richiedono in genere un ambiente umido per potersi sviluppare. Tra i funghi più famosi abbiamo il porcino, il chiodino, l’ovulo, la mazza di tamburo, le russule, i prataioli, le vescie, il pinaroli
    Tipiche piante del sottobosco sono tutta quella serie di piante i cui frutti vanno solitamente sotto il nome di frutti di bosco: i ribes, i lamponi, i mirtilli, i rovi, le fragole di bosco.
    Crescendo di dimensioni, troviamo nel sottobosco l’asparago selvatico, la rosa canina, il pungitopo ed arbusti quali il biancospino, il ginepro, l’agrifoglio, l’alloro, il corbezzolo, il prugnolo.

    Il sottobosco è un habitat ideale per molte specie animali, che in esso trovano riparo e da esso traggono nutrimento: uccelli di piccole dimensioni quali il merlo, il tordo, lo scricciolo, le cince, il fringuello, il pettirosso, il frosone, ma anche rapaci come il falco, la civetta, il gufo; mammiferi carnivori di piccole dimensioni quali la volpe e la martora; spazzini del sottobosco come gli onnivori cinghiali; i caprioli, che amano vivere nel sottobosco più fitto; piccoli roditori come il quercino, il ghiro e gli scoiattoli; serpenti come la biscia e la vipera.

    • donatellacostantina

      Gentile Crethienne de la Vega,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24249
      grazie per la interessante citazione da Wikipedia, che illustra il significato del termine “sottobosco”. Però, nella frase di de Palchi (2a sezione), «poeti d’ogni città e paese per principio di supremazia si definiscono “sottobosco” a vicenda…» (ma anche alla fine: «la poesia anticomplessa e commerciale di marchio editoriale di terzo grado ha la gravità autentica del “sottobosco”…»), ho l’impressione che tale termine vada inteso in senso metaforico negativo, quale sinonimo di dilettantismo. Molti critici e commentatori si sono occupati di questo aspetto del nostro panorama poetico. A tale proposito, vorrei riportare le parole dello scrittore Matteo Marchesini, citato, a sua volta, da Roberto Batisti in “Memorie dal sottobosco (poetico)”, Critica impura, 2016: «”la foresta editoriale della poesia italiana” è ormai un “groviglio di piante parassitarie senza più stacchi tra bosco e sottobosco”». E, continua Batisti, «oggi il terreno più fertile per queste piante è il web, per sua natura ancor più consono (rispetto a plaquette e rivistine e aperitivi-reading) alla pratica selvaggia d’una scrittura anarcoide aperta alle velleità di chiunque».

      In conclusione, riprendendo le parole di Wikipedia, se ne deduce che «il sottobosco poetico è un habitat ideale per molte specie [di “poeti”] che in esso trovano riparo e da esso traggono nutrimento».

      Cordiali saluti

  20. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24241
    Si prende esempio, non per imitare ma per trovare conferma e maggiore forza in chi, forse per primo, ha scritto versi che sono continui arrivi e ripartenze. In questa abilità, che dev’essergli naturale per come pensa e vive, Alfredo De Palchi è maestro. La poesia NOE è fatta in gran parte di ripartenze, ma c’è modo e modo. In queste nuove poesie, che sono di ragionamento e invettiva, De Palchi rinuncia all’a capo ma trova la maniera per restare nella frammentazione. Eppure tutto scorre. Così, vuoi anche per come dice le cose, il suo linguaggio e il carattere, chi conosce anche solo un po’ la sua poesia quasi non si risente della novità. De Palchi è ancora lì, avanti un passo.
    Faccio i miei migliori auguri ad Alfredo di buona vita e salute. Qui gli si vuol bene e non sono pochi quelli che l’hanno compreso, molto apprezzato e anche di più.

  21. Letizia Leone

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24242
    Grazie di cuore ad Alfredo De Palchi e ai suoi esegeti. Un pensiero poetico lucido e tagliente di un grande maestro e “padre nobile” non conforme, “fuori norma”, della poesia italiana. La ripresa dell’Invettiva contro un sistema di società letteraria a compartimenti stagni che pratica l’apartheid ( anche con la qualificazione “sottobosco” da appuntare come stella gialla sul petto del “nemico”, di chi non si allinea al coro omologato e oppone in alternativa un pensare e un “fare”critico aperto alla dialettica). E poi sappiamo che ad ogni microsistema fa capo un macrosistema (l’ultima buona notizia è lo scoperchiamento del sepolcro dei nepotismi e delle corruttele del clero accademico all’Università di Firenze)…i burocrati della cultura d’altra parte non hanno nessun vantaggio ad opporsi e contrastare un sistema che li premia e beneficia, ed esercitano una rappresentanza “politicamente corretta” con elevate dosi di cinismo e opportunismo: che bella poesia di occasioni umanitarie…Dunque grande lezione di civiltà e poesia l’invettiva in prosa poetica di Alfredo De Palchi.
    Con l’occasione ricordo anche alcune invettive eretiche di Pasolini di disarmante attualità, significa che tutto è immobile, stagnante:

    Ai letterati contemporanei

    Vi vedo: esistete, continuiamo a essere amici,
    felici di vederci e salutarci, in qualche caffè,
    nelle case delle ironiche signore romane…
    Ma i nostri saluti, i sorrisi, le comuni passioni,
    sono atti di una terra di nessuno: una…waste land,
    per voi: un margine, per me, tra una storia e l’altra.
    Non possiamo più realmente essere d’accordo: ne tremo,
    ma è in noi che il mondo è nemico al mondo.

    A Luzi

    Questi servi (neanche pagati) che ti circondano,
    chi sono? A che vera necessità rispondono?
    tu taci dietro a loro, con la faccia di chi fa poesie:
    ma essi sono i tuoi apostoli, sono le tue spie.

  22. Riprendo qui un pensiero espresso di recente:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24243
    giorgio linguaglossa
    16 marzo 2017 alle 16:36

    Il monito di Franco Fortini
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18725
    Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962: «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi. La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».

    Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

    Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

    In Italia si è smesso di pensare sulla poesia

    Vogliamo dirlo? Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo.
    Però, però, bisogna anche dire dei limiti di Pasolini e di Fortini, e bisogna spezzare una lancia in favore di Vittorio Sereni che volle pubblicare il primo libro di Alfredo de Palchi nella nuova collana della Mondadori dedicata ai «poeti nuovi» nel 1967: Sessioni con l’analista, che riunisce le poesie scritte nel decennio precedente.
    A rileggere oggi le poesie di de Palchi risalta la modernità del suo linguaggio poetico. Forse nessun altro linguaggio poetico degli anni sessanta ha l’immediatezza e l’incisività quasi brutale del linguaggio di de Palchi, al cui confronto sbiadiscono anche gli esperimenti linguistici dei “novissimi”.

    Però, però…

    sono cinquanta anni che in Italia si è smesso di pensare sulla poesia, i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia, di Mito, di mini canoni… etc, in realtà ciascuno si faceva i fatti propri con il proprio corteo privato di sostenitori e apprendisti, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico, inesistente, inconsistente.

    La «nuova ontologia estetica» vuole essere questo. Per chi ancora non l’ha ben compreso, vuole rimettere in moto il pensiero critico, vuole rimettere in moto il linguaggio poetico…
    Il limite della impostazione culturale della critica di Fortini e di Pasolini alla poesia del loro tempo è che guardano il reale con occhiali ideologici, vedono il problema poesia in termini di linguaggio, in termini di interventismo sul linguaggio, come se il poeta fosse «fuori» del linguaggio e fosse possibile operare una manipolazione, un intervento sul linguaggio dal di «fuori». quando invece il poeta si trova «sempre» «dentro il linguaggio» e che non è possibile alcuna «manipolazione o interventismo» sul linguaggio per chi si trova già «dentro» il linguaggio.
    È questa la novità concettuale introdotta dalla «nuova ontologia estetica», la consapevolezza che noi siamo sempre e comunque «dentro il linguaggio» e non possiamo uscirne mai e per nessuna ragione.

    E comunque, noi della «nuova ontologia estetica» riteniamo ancora valido il principio espresso da Fortini negli anni sessanta:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

    Jurij Tynianov si opponeva a una concezione evolutiva della letteraturaa

    che procede per salti e per spostamenti piuttosto che secondo uno sviluppo uniforme. In ogni genere, osservato a un dato momento, si distinguono tratti fondamentali e tratti secondari. E sono proprio i tratti secondari, i risultati e le deviazioni «casuali», anche gli errori che producono nella storia dei generi mutamenti più cospicui da annullarne in certa misura la continuità. Si può parlare di continuità per la nozione di «estensione», che oppone le «grandi forme» (romanzo, poema, racconto lungo) alle piccole (racconto breve, poesia), e di continuità per i «fattori costruttivi» (per esempio, il ritmo nella poesia e la coerenza semantica – trama – nella prosa) o per i materiali; ciò che cambia è ben più importante per la individualità del genere: è il principio costruttivo che fa utilizzare in modi sempre nuovi i fattori costitutivi e i materiali.

    Gli spostamenti e le mutazioni all’interno di uno stesso genere,

    mettiamo, la poesia, sono molto importanti per comprendere come a volte delle piccole novità conseguite in periferia (il caso Alfredo de Palchi con Sessioni con l’analista è manifesto) o presso delle riviste sconosciute (“Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi e ci metto anche “L’Ombra delle Parole”) possano avere ripercussioni, per vie sotterranee, sulle linee maggioritarie della poesia del secondo Novecento, espressioni delle due più grandi città italiane: Roma e Milano. Ecco allora che la spinta al rinnovamento avviene spesso, anzi, quasi sempre, per il concorso di circostanze anche fortuite: tipo una rivista (oggi telematica) che riunisce intelligenze di varia provenienza come L’Ombra delle Parole.

    • Riporto una osservazione di George Steiner:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24250
      «ritengo supremamente difficile parlare sensatamente di un dipinto di Jackson Pollock o di una composizione di Stockhausen […] Il mondo delle parole si è contratto. Non si può parlare dei numeri transfiniti se non in termini matematici; non si dovrebbe, propone Wittgenstein, parlare di etica o di estetica nell’ambito delle categorie attualmente disponibili del discorso […] Vasti settori del significato e della prassi appartengono oggi a linguaggi non verbali quali la matematica, la logica simbolica e le formule della chimica o della relazione elettronica. Altri settori appartengono ai sottolinguaggi o antilinguaggi dell’arte non oggettiva e della musique concrète. Il mondo delle parole si è contratto. Non si può parlare dei numeri transfiniti se non in termini matematici…».1]

      George Steiner Linguaggio e silenzio 1958 trad. it. 1972, Rizzoli, p. 40

      • George Steiner ha scritto:
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24251
        «il fatto che l’immagine del mondo si stia sottraendo alla presa comunicativa della parola – ha avuto la sua influenza sulla qualità del linguaggio. A mano a mano che la coscienza occidentale si è resa più indipendente dalle risorse del linguaggio per ordinare l’esperienza e dirigere il lavoro della mente, le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità. So bene che questo è un concetto controverso. Presume che il linguaggio abbia una “vita” sua in un senso che va oltre la metafora…».1] La poesia deve albergare nei sobborghi della «zona oscura», dell’impronunciabile, avendo cura di mantenere la distanza, abitare la distanza e la lontananza, custodirle come il più intimo dei segreti.

        Steiner vuole dire un concetto molto importante: l’immagine del mondo nel linguaggio si è indebolita, il mondo si sta sottraendo al linguaggio, il linguaggio non rappresenta e non può più rappresentare tutta la complessità e variabilità del mondo…di qui all’oblio della memoria che il linguaggio avrebbe di sé il passo non è poi molto lungo… ma il discorso poetico, proprio perché libero dall’utile, ha la capacità di mantenersi a giusta distanza dei sobborghi del «segreto» dell’ente, quel «segreto» che non può essere avvicinato dalla lingua di relazione ma che la lingua di relazione contiene in sé come possibilità inespressa, che diventa espressa nell’evento della forma-poesia, in quell’atto di compromissione senza compromessi che contraddistingue la dizione poetica.

        Potremmo dire così, che la dizione poetica è quel tipo di linguaggio che ci avvicina di più all’extra linguistico, al non tematizzabile linguisticamente, a ciò che resta di una esperienza che sta fuori dall’ambito linguistico. Con le parole di Derrida: «Perché io condivida qualcosa, perché comunichi, oggettivi, tematizzi, la condizione è che ci sia del non-tematizzabile, del non-oggettivabile. Ed è un segreto assoluto, è l’absolutum stesso nel senso etimologico del termine, ossia ciò che è rescisso dal legame,, staccato, e che non si può legare; è la condizione del legame sociale, ma non lo si può legare: se c’è dell’assoluto, è segreto».2]

        1] George Steiner Linguaggio e silenzio (1958), Rizzoli, 1972 p. 41
        2] Jacques Derrida, Ho il gusto del segreto, in Jacques Derrida e Maurizio Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza, Bari, 1977 p. 51

  23. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24244
    Forse
    io vedo
    nella vita
    tutto un qualcosa
    di profondamente bislacco
    come una palude percorsa
    da stupidi
    martiri
    e santi.

    Il nuovo
    come una batosta
    da attaccare
    la vita al muro
    il linguaggio ad altro polo.
    Dove le parole
    e gli oggetti
    e i sogni
    struggono il poeta
    il letterato saccente
    trova annoso
    finalmente
    critico sputo fendente.

    E la rima
    che fatica!
    rimare è trovare
    scavare
    il linguaggio più duro del faggio
    saperlo come si dovrebbe
    almeno usare
    ci vuole coraggio
    a volte come un saggio
    si rivela pedante
    accademico scolastico
    perciò bisogna rivoltarlo
    e violentarlo
    stanare il fondamento
    scacciare la ripetizione
    sfogliare
    ricacciare la sintassi
    ripudiare i sacrosanti passi.

    Poema (di un) idiota – 1977/78
    ————————————————-
    perché idiota?
    sapevo che la storiella era antichissima, e che non serviva a nulla denunciare, ma è necessario, purtroppo!)…
    e4 oggi più che mai

  24. Caro Talia, la mia risposta alle tue acute affermazioni è sul blog, in data 25 settembre.

    • Cara Ventura, non esistono i soldatini liberi. Un soldato non è mai libero. Esistono gli uomini liberi ( ma esistono davvero?) e le donne libere ( esistono davvero?). Forse nella vita reale esistono piccole licenze, trattative, punti d’incontro che, però, sono lontani dalla libertà, pura utopia.
      In poesia, credo, si possa raggiungere quella libertà che ci viene solitamente negata per troppe convenzioni. Ma anche in questo caso, la poesia, bisogna vedere, è un discorso complesso.
      Tra le estensioni del verbo “volere” c’è anche desiderare, avere l’intenzione di… In latino, poi, è un verbo anomalo: volo, quaero, postulo, opto, fino a flagito (nel senso di pretendere).
      Perché mai eliminarlo?
      Io, invece, credo che ” veritas odium parit” e per dire la verità bisogna volerla.

  25. Ascoltiamo questo pezzo geniale di Salvatore Sciarrino. Ascoltiamo queste voci singhiozzate.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24247
    Questi singhiozzi ci parlano molto da vicino, sono dei punteruoli nelle nostre carni… chi non riesce ad apprezzare questi singhiozzi sciarriniani non può neanche apprezzare una poesia della scuola della nuova ontologia estetica. Io percepisco la musica di Sciarrino molto ma molto vicina alla poesia che andiamo facendo noi, e bene ha fatto Costantina Donatella Giancaspero a darcene un assaggio. Quei silenzi, o meglio, quei vuoti tra una parola e un singhiozzo ci parlano in modo eloquente della nostra condizione spirituale ed esistenziale, sono i nostri singhiozzi, le nostre parole, quelle che dobbiamo cercare di tradurre in poesia. Chi non è capace di percepire la forza dirompente del «vuoto» che aleggia tra un singhiozzo e l’altro, non potrà che fare della letteratura, della onesta e scadente letteratura come i versetti di Filippo Strumia che oggi ho letto distrattamente mentre bevevo un tè, scritti in pessimo italiano, con una scadente sintassi e uno scadente senso dell’udito…

  26. gino rago

    Un nuovo “linguaggio critico” per la Nuova Poesia Italiana del frammentismo, anche del “frammentismo” al metodo mitico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24248
    Irrompendo nella storia dell’arte i Capogrossi, gli Hartung, i Mathieu, gli Scanavino (arte segnica e gestuale, nella pittura contemporanea) e poi
    i Burri (pittura materica), i Pollock, i de Kooning, i Francis (pittura d’azione),
    senza dimenticare i Fontana e gli Scialoia (pittura spaziale) e i Dorazio
    (pittura neoconcreta e arte cinetica), se niente hanno fatto, hanno costretto
    la cosiddetta ‘critica d’arte’ a rivoluzionare quanto meno il lessico nel nuovo gergo critico, e non tutti i critici d’arte furono trovati pronti…

    Perché si comprese ob torto collo che non si potevano applicare alla pittura
    contemporanea gli schemi, i paradigmi, le misure che si usavano per quella
    ‘antica’ usando espressioni, anche abusate, come “bella materia”, “ricco
    impasto”, “variopinta tavolozza…”, “agili pennellate”, “delicati arabeschi”
    di fronte a cenci raggrumati, lamiere contorte, tele tagliate.

    Eppure a lungo, errando clamorosamente, alcuni interpreti d’arte non furono
    inclini ad abbandonare quel “linguaggio critico” che se si addiceva ancora
    all’arte di ieri, inadatto appariva a quella contemporanea…

    Temo che la “critica letteraria” abbia lo stesso problema oggi di fronte alla
    nuova poesia che viaggia, con un suo moto interno inarrestabile verso un nuovo baricentro, sotto la sigla di poesia della NOE, con tutti i nomi già
    precedentemente elencati cui va aggiunto quello di Giuseppe Talìa.

    E’ come se il critico d’arte si attardasse a parlare ancora
    di “accordi di colore” di fronte a un’opera di Klein tutta azzurra o dinnanzi
    a “una superficie irsuta di chiodi o seminata di fori e di tagli inflitti alla tela”
    (Dorfles) d’un Lucio Fontana….

    Estemporaneamente ho steso queste mie meditazioni stimolato dalle riflessioni di Giorgio Linguaglossa sulla “Vergine degli stracci” di Michelangelo Pistoletto
    (1967) a proposito dei versi miei di ‘Collage (Poesia fatta con gli scampoli)”,
    proposti alla lettura dei colti e fedeli frequentatori de L’Ombra delle Parole
    qualche giorno addietro.
    E se da un lato mi rincuora la con-divisione dichiarata da Giorgio Linguaglossa nel suo commento di allora,, dall’altro (ahinoi) tale condivisione conferma i miei timori su una critica letteraria non in grado d’attrezzarsi del giusto ed efficace armamentario interpretativo fondato su un nuovo, appropriato “linguaggio critico”.

    Lo segnalarono assai criticamente ( anche in forma risentita) alcuni
    Maestri di Estetica negli anni ’60 del Novecento, fra cui Gillo Dorfles, riferendosi alla incapacità di certa critica di cogliere i segni del nuovo gusto estetico contemporaneo.

    E proprio Dorfles, in un suo memorabile pezzo, poi ospitato
    in “Ultime tendenze dell’arte oggi”, così si espresse:«Queste opere come il Cancello di Mirko alle Fosse Ardeatine, certe grandi plastiche di Franco Garelli a Torino, di Berto Lardera a Rho, di Barbara Hepworth dinnanzi a Staten House di Londra, gli immensi graffiti e rilievi di Costantino Nivola a Chicago e Boston, la pareta metallica intagliata da Lassaw in una banca di Skidmore a New York, ormai ben note, sono le nostre “Stanze del Vaticano”, le nostre “statue-colonne” di Chartres…»

    Gino Rago,

  27. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24252
    Giorgio Linguaglossa esprime bene il senso profondo delle ricerca della NOE quando dice:”rimettere in moto”.Perchè il peggiore pericolo, nell’arte, è la stagnazione, il conformismo pedante,l’ossequio al padrone del momento; ciò non toglie che, tuttavia, si possa dare luogo a una sorta di “scuola”,senza registri per assegnare voti ,senza lavagne per separare i buoni dai cattivi.Ho insegnato per quaranta anni, ma non mi sono mai seduta in cattedra;anche venti centimetri di legno possono segnare una distanza.

  28. Montale scrive in Satura (1971) appena 4 anni dopo l’uscita del primo libro di Alfredo de Palchi Sessioni con l’analista (1967), queste parole:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24254
    «Incespicare, incepparsi / è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore. / Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure. Così / bisogna rassegnarsi / a un mezzo parlare»…

    Montale scrive una «poesia del dormiveglia», cinico-scettica come è stata battezzata ma con l’animus di chi ha perduto la fede nel suo dio («La mia Musa è lontana», è uno «spaventacchio»):

    La mia Musa è lontana: si direbbe
    (è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
    Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
    alzato a malapena su una scacchiera di viti.
    Sventola come può; ha resistito a monsoni
    restando ritta, solo un po’ ingobbita.
    Se il vento cala sa agitarsi ancora
    quasi a dirmi cammina non temere,
    finché potrò vederti ti darò vita.
    La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
    di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
    chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
    di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
    e con quella dirige un suo quartetto
    di cannucce. È la sola musica che sopporto.[5]

    Noi vogliamo rimettere in piedi la poesia italiana del Dopo Satura. Riprendiamo il filo del discorso che si è spezzato dal 1967 anno di pubblicazione del libro d’esordio di de Palchi. L’obiettivo della Nuova Ontologia Estetica è questo per chi non l’abbia ancora compreso: rimettere in piedi la poesia italiana, Noi non siamo i sacerdoti della sacra Musa, fare i sacerdoti non è il nostro mestiere,

  29. In onore di Alfredo de Palchi pubblico qui questa mia invettiva:
    Giorgio Linguaglossa
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24257
    LA VOSTRA GENERAZIONE SFORTUNATA

    à la maniére di Trasumanar e organizzar (1971)

    Cara generazione sfortunata dei poetini di vent’anni,
    di trent’anni, di quarant’anni e di cinquant’anni…
    Vi scrivo questa lettera.
    Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti
    vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,
    leghisti, sfigati, banali, balneari…

    Che tristezza vedo nelle vostre facce,
    che ambiguità, che feroce vanità, che feroce mediocrità:
    CL, PD, PDL 5Stelle, Casa Pound, destra, sinistra,
    immigrati, emigrati referenziati con laurea, senza laurea,
    con diplomi raccattati, rattoppati,
    infilati nel Sole 24 ore, settore cultura, nella Stampa
    a scrivere le schedine editoriali degli amici,
    nelle case editrici che non contano più nulla,
    siete sordidi, stolidi, non ve ne accorgete?

    Guardatevi allo specchio! Siete dei Buffoni, dei malmostosi!
    Che tristezza vedere questa italia defraudata,
    derubata, ex cattocomunista…
    Voi, Voi, Voi soltanto siete responsabili
    della vostra inaffondabile mediocrità,
    e non chiamate in causa la circostanza della mediocrità altrui,
    della medietà generalizzata,
    la responsabilità è personale ai sensi del codice penale
    e del codice civile…

    Voi, unicamente Voi siete i responsabili
    della vostra insipienza e goffaggine intellettuale…
    Che tristezza: non avete niente da dire, niente da fare,
    disoccupati dello spirito e disoccupati
    della stagnazione universale permanente che vi ha ridotto
    a mostri di banalità con i vostri pensierini
    paludosi e vanitosi alla ricerca di un grammo di visibilità
    nei network, nei social, con il vostro sito di leccaculi e di paraculi,
    svenduti senza compratori…
    Che tristezza vedervi tutti abbottonati, educati e impresentabili
    in fila dinanzi agli uffici stampa degli editori
    a maggior diffusione nazionale!
    Che tristezza nazionale!

    Caro Pier Paolo, quel giorno di novembre del 1975
    io ero a Roma scendevo alla fermata del bus 36
    (catacombe di Sant’Agnese) per andare a via Lanciani
    al negozio di scarpe di mio padre quando seppi del tuo assassinio…
    Capii allora che un mondo si era definitivamente chiuso,
    che sarebbero arrivati i corvi e i leccapiedi
    e i leccaculo, i mediocri, i portaborse…

    Lo capii allora scendendo dal bus la mattina,
    erano le ore 8 del mattino o giù di lì,
    e capii che era finita per la mia generazione e per quelle a venire…
    Lo ricordo ancora adesso. È un lampo di ricordo.

  30. Una Poesia di
    Adeodato Piazza Nicolai Dedicata ad Alfredo de Palchi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24264
    SENZA TITOLO / UNTITLED

    Giovanissimo hai dialogato con l’ombra
    dello scorpione, ascoltato innumerevoli
    scarafaggi (anche a due gambe) poi sei
    passato oltreoceano a scoprire altri
    personaggi ignoti e noti, ciarlatani, poeti
    e qualche raro individuo: umile, onesto
    ignorato dai grandi studiosi. Invidiosi
    delle tue visioni, ti hanno accantonato
    come un accattone ignorato peggio
    dei senzatetto senza linguaggio … …
    Sei stato affamato dell’affabulazione,
    dell’agnizione violenta, improvvisa, senza
    i sorrisi dei leccapiedi. Hai scalato i barlumi
    della grande mela (e anche dei falloidi
    grattacieli). Quanti grattacapi hai dovuto
    tollerare a malavoglia, poi hai scoperto
    l’anima gemella, procellaria dei tuoi sorvoli
    e tutto è cambiato. Ah, grazie pure della tua
    acrida freddezza contro vigliacchi, pagliacci
    e bugiardi lestofanti. Ti voglio tanto bene …

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 26 settembre, ore 16:02

  31. Gentili Signore, Gentili Signori,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24275
    ho inviato a Giorgio Linguaglossa la mia “Sfida. . .” scritta nello stesso stile deglii ultimi lavori editi e inediti, dicendogli che è pseudo poesia, e che la pubblichi su L’Ombra delle Parole soltanto se la percepisci interessante. La scrissi di getto l’8 luglio e la corressi il giorno dopo, però l’idea l’avevo da tempo e la notizia del poeta morto mi ha dato il via. Non l’ho riletta sul blog come non ho letto articoli e commenti perché la mia vista non ce la fa (cercherò di stamparne una copia per poter legere sotto il riflettore di un apparecchio per quasi ciechi). Comunque vdendo una parola qui e una quà
    ho capito che si parla di me e d’altro che non accetto a braccia aperte. Infatti mi disturba parecchio di sentirmi considerato il più grande poeta italiano vivente. Avessi 50 anni io stesso mi prenderei in giro presentandomi come tale per almeno 30 40 anni. Ma alla mia età? Non pensavo a poesie in omaggio e commenti innocui. Perché non si discute del problema che la mia ‘Sfida” suggerisce? La quale io l’ho scrita non come invettiva ma come problema della categoria poesia. Ringrazio dicendo però che non sono d’accordo. La mia libertà di accusare non di inveire me la sono guadagnata seguendo un criterio presuntuoso: mai proporre miei scritti a riviste cartacee, premi letterari, grandi e piccoli editori; nessun dirigente ha ricevuto del mio materiale. Tre piccoli editori hanno visto perché me l’hanno chiesto, e uno dei tre non mi ha presentato una fattura. Dico che saranno pochissimi coloro che si comportano da offesi come me. Eppure qualcuno legge le mie cose. Per il numero di settembre il tema di “Versante Ripido” mi fece inviare senza prima chiedere un mio scritto; fino adesso il numero di visitatori che si sono fermati a leggere, spero, erano circa 200; bene, al 2% (4 lettori) il pezzo insolito di poesia in prosa insolita è piaciuto; ed io considero il 2% un successo di stima. .
    Cordiali saluti

  32. Come sempre umile schietto e onesto, da vero uomo libero!

  33. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24279
    “…mi disturba parecchio di sentirmi considerato il più grande poeta italiano vivente. ”
    Davvero, è così, e non ha senso.
    Anche perché le limitazioni geografiche non hanno nulla a che fare con la Poesia.
    ———————————————————————————————-
    a Alfredo De Palchi

    Da un martirio all’altro detesti il mio carapace e il supplizio
    del trionfo e la giostra dei piaceri inattuali… la carne ricucita
    accusa le cicatrici dell’armonia per un atto mio blasfemo
    che genera una eresia carnale e circoncisa.

    Non hai che strumenti in avaria e un’orchestra che registra
    suoni mai uditi – Non hai nemmeno la lingua, una parola,
    un senso che rifiuta il cicaleccio infame di chi in quel giorno
    d’aprile di 84 anni fa uno sparo deviò la destinazione.

    È la natura che corrompe la nostra intelligenza, e empietà
    e oltraggio non servono ad un “indovino segretato che non sostiene
    più il morso” e sul tenero rogo quel grido gigliaceo “Cari amici, andiamo
    a morire allegramente”… la sua cenere fu più che una pluralità di mondi!

    Non so se nel tragitto equino, Alfredo, il calvario s’era già compiuto in apnea,
    se il pesce crudo della nostra mente fu geloso del crematorio, ma dove il tuo
    cuore di medusa inquisì l’abbecedario della conversione c’è un obitorio!

    Perfino Saul sa che a Damasco non successe nulla, e che le fandonie
    sono il sale dei tribunali di un qualsiasi, purissimo, Torquemada!

    Antonio Sagredo

    (marzo 2014)

  34. caro Alfredo de Palchi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24282
    le tue parole sono il tuo ritratto fedele, le puoi dire perché vivi da sessanta anni in America, del costume italiano, dei suoi aspetti culinari, ortofrutticoli e mafiosi non c’è nulla in te… vedi, di tutti gli autori che tu hai pubblicato in America con Chelsea Editions non ha scritto quasi nessuno. Il perché è evidente: hanno paura di esporsi, preferiscono stare nell’ombra. Abituati ed educati al cattocomunismo prima e al mediocrismo di questi anni poi, se ne stanno in silenzio a farsi gli affari propri. Dici bene tu quando scrivi:

    «corruttori gelosi invidiosi mascalzoni ruffiani traditori…»

    Hai adoperato le parole giuste. E poi hai fatto un nome che vale per tutti: Franco Buffoni. Un tipico esemplare della medietà generalizzata degli addetti ai lavori poetici del nostro disgraziato paese.
    Scrivi bene tu:

    «inservienti spolveratori spolverano e qualificano di primo grado autori di secondo e terzo grado… antologie imbarazzano di spolverati inquilini…».

    E finisco col ribadire: per me (e per i molti poeti che qui hanno scritto) tu sei il più grande poeta italiano vivente. E comunque lo sei perché parlano per te, oltre i tuoi versi, la tua magnanimità, la tua libertà, la tua generosità, la tua schiettezza, la tua assoluta mancanza di prudenza politicamente corretta.

  35. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24285
    “mai proporre miei scritti a riviste cartacee, premi letterari, grandi e piccoli editori; nessun dirigente ha ricevuto del mio materiale”.
    La coscienza di scrivere in modo diverso, distante dalle tendenze in corso, può essere un ragionevole freno a voler partecipare a concorsi: sarebbe inutile; come se io, pittore astrattista, mi proponessi a un gallerista che vende arte figurativa. Tempo perso. Perché dovrebbe essere diverso per il De Palchi giovane e il “giovane” di oggi che ha coscienza di scrivere fuori dalle righe? Tempo perso. Ho ceduto questa estate per L’albero di rose ( secondo classificato) e non lo dissi che ero sorpreso: ma come, vi ho mandato una poesia senza capo né coda e voi la premiate? Il più sorpreso ero io. Non è diverso, caro Alfredo, se uno ha coscienza critica, non dico dei propri limiti ma di come sente onestamente di voler scrivere. Forse le cose, dal punto di vista dei poeti, non sono mai cambiate, oggi come cinquant’anni fa.

  36. Caro Giorgio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24290
    giustamente sottolinei che, nel discorso poetico di De Palchi, mancano gli “aspetti culinari, ortofrutticoli e mafiosi”che connotano tanti settori di ogni nostra espressione artistica(non solo poetica).Purtroppo, è sempre stato così,dai tempi dell'”exul immeritus” allo squallore attuale.Bisogna resistere, aspettare che il nostro orticello francescano produca qualche lattughina, da mangiare insieme,col bricchetto di coccio pieno di acqua fresca.

  37. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24291
    ….sono più di 50 anni, per quel che ne so sono 55 che la Poesia italiana languisce. Riporto un trattino dell’intervista che mi fecero a proposito di A. M. Ripellino, regista teatrale ecc., nel 2003, dove dicevo….

    *
    domanda : Eravate molti studenti a seguire questo corso?

    mia risposta : Quando cominciò questo corso (1975/76) mi ero già laureato; ma dopo il lavoro mi ‘fiondavo’ all’Istituto di Filologia Slava per seguire i suoi corsi, anche perché i rapporti tra noi dovevano continuare… Quando arrivai, nel 1968, da Lecce, già conoscevo Ripellino… mi ci volle un anno per capire che direzione volevo dare alla mia vita.
    Solo un anno dopo decisi di frequentare l’università.
    All’età di quattordici anni mi piaceva leggere poesia: la capivo più facilmente della prosa. Dopo due/tre anni ebbi un po’ a noia – asfissia – la poesia italiana (tranne Campana, e qualche altro ingiustamente sconosciuto come Villa), anche quando leggevo la critica italiana su di essa (gli studi del Getto su Leopardi, spacciati per innovatori mi lasciavano indifferente, per esempio). Siamo intorno agli anni 1962-1964… il fatto dei Novissimi non mi colpì più di tanto: allora mi sembravano gogliardate i loro attacchi al lirismo, comunque qualcosa si muoveva, era ora! Mi capitò un giorno, credo il 1963, d’autunno, a Lecce, tra le mani un libro di poesia, Nuovi poeti sovietici ; ne lessi la prefazione, non conoscevo questi poeti, e allora dissi: “ecco, così si trattano i poeti!” Non conoscevo chi l’avesse scritta: era Ripellino. Avevo sedici anni, e già a Roma c’era stato l’incontro tra Ripellino e Carmelo Bene (nel 1961, al tempo del 1° Amleto e poi durante uno dei due spettacoli su Majakovskij, il 2° nel 1962 e il 3° nel 1963); ma la prima delle sue cinque – o più? – edizioni del poeta russo è del 1960. Il poema La nuvola in calzoni, pubblicato da Guanda nel 1954.]

    domanda:Qual è il primissimo ricordo che hai di Ripellino? ]
    …………………….

    e l’intervista continua come testimonianza della fine degli anni ’60 e dei primissimi anni ’70.

    —————————————————————————————
    mi piacerebbe pubblicarla sulla rivista ” Il Mangiaparole “, a puntate ovviamente.
    ————————————————————————————–
    ….la risposta di Linguaglossa a de Palchi denuncia una passione e una devozione per il Poeta di New York, e non può dire altro perché infine sono sempre i versi a “dettare”come stanno le cose.
    I miei versi dedicati a de Palchi, comprendo che non sono affatto di facile lettura, ma non è la lettura che desidero da parte del lettore attonito, quanto lo sprofondarsi nei vari sensi che i versi nascondono… sono un caleidoscopio di specchi e non-specchi e i riflessi sono reali o fittizi, e allora sta al lettore se mi vuole accettare o rifiutare: il problema dunque non è mio… più o meno è la medesima cosa con alcuni versi di de Palchi e di altro Poeta atipico.
    In fin dei conti la Poesia è una decostruzione di ciò che si è costruito, sia mentalmente che sulla carta; il Poeta non è più un tramite perché non esistono più conflittualità, nemmeno tra significante e significato, che a me pare non sono mai esistiti per la Poesia e spero per alcuni Poeti da me benvoluti.
    ——————————————————————-
    la Poesia di de Palchi (su cui scrissi un saggetto) si pone sullo stesso mio piano (non lo conoscevo affatto e ringrazio Linguaglossa, anche per altri Poeti, specie alcune “ poetesse”);
    ma le sue parole: “La quale io l’ho scritta non come invettiva ma come problema della categoria poesia. Ringrazio dicendo però che non sono d’accordo. La mia libertà di accusare non di inveire me la sono guadagnata seguendo un criterio presuntuoso: mai proporre miei scritti a riviste cartacee, premi letterari, grandi e piccoli editori; nessun dirigente ha ricevuto del mio materiale.“ ….testimoniano la sua esperienza di vita, e pur io senza alcuna esperienza lacerante (ma vissute altre esperienze estreme) pensai e realizzai quanto lui or ora ho riportato.
    ….mi sono avvicinato all’Ombra per caso e senza alcun preavviso, complice una mostra di pitture di un pittore siciliano (la sicilianità mi perseguita!).
    Ma non sono pochi i Poeti che hanno preso questa direzione e ognuno coi propri limiti e historie.
    —-
    Il Poeta de Palchi può ancora dire come stanno esattamente le “cose poetiche” di casa nostra e fuori della soglia di questa modesta casa, e come lui e qualche altro possiamo ancora dire;
    …. viene citato il nome di Buffoni a proposito e come simbolo della mediocrità imperante: va bene così: si vede che questa è la loro via, e lasciandomi andare con tutti i nugoli di mie creature spaventose che li inseguono fino al loro assassinio!

    grazie

  38. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24292
    Della bella poesia di Adeodato, mi commuove il finale:”Ti voglio tanto bene”.Da troppo tempo accettiamo perifrasi complesse per dire cose semplici e vere.Chi dice più”Ti amo?”Nemmeno il bigliettino dei cioccolatini perugina.

  39. antonio sagredo

    Carissima Anna,
    (se è riferito a me)
    i miei versi sono semplicissimi, perché come le cose semplici sono difficili a comprendere.
    Quanto alla Sacra Ostia ho scritto tanto da risultare blasfemo, a mia insaputa; ma un mio antico amico il filosofo-poeta Andrzej Nowicki scrisse sulla Eucarestia il migliore dei libri possibili su questo argomento, ma non è tradotto ancora in italiano.
    —————————————————

  40. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/25/alfredo-de-palchi-sfida-in-sintesi-alla-poesia-italiana-del-novecento-e-contemporanea/comment-page-1/#comment-24353
    Gentili Signore, Gentili Signori,
    chiudo la mia vicenda su L’Ombra delle Parole.
    Questa mttina, 28 settembre sono riuscito a stampare il blog che ci ospita, e terminato adesso parecchie ore di lettura . A parte la mia “Sfida” . .“ accantonata, dico emozionato dalla vostra generosità grazie e grazie per le posie e i commenti sulla mia personalità e sulla mia poetica. Che si apprezzi o no, non mi preoccupo. Inoltre, da settant’anni ripeto “io e la mia arte non abbiamo fretta”. E ammetto, per chi mi dubita, di non essere religioso, ma che la mia spiritualità naturale non è ipocrita e non assomiglia a quella religiosamente ipocrita.
    Ancora grazie e abbiate tanta salute.

    Alfredo de Palchi

  41. vincenzo petronelli

    L’incontro con la poesia di Alfredo De Palchi ha costituito senza dubbio per me un enorme choc. Lettore onnivoro di poesia dagli anni dell’adolescenza, abituato a navigare al di fuori degli schemi costituiti e dei meccanismi dei potentati editoriali e ad orientarmi tra le più disparate tradizioni poetiche del mondo, sono rimasto totalmente disorientato dalla constatazione oggettiva di non conoscere una delle espressioni poetiche più alte del XX sec. e di questa prima parte del XXI; peraltro e senza ombra di dubbio la più elevata voce poetica italiana vivente (giudizio che sottoscrivo senza alcun indugio, avendo poi avuto modo di approfondirne l’enorme spessore). E’ stato sicuramente uno degli episodi “epifanici” che ha segnato la mia folgorazione per la poesia proposta dalla NOE che ha arricchito e precisato l’evoluzione del mio percorso di evoluzione poetica. Tutto ciò in un contesto già di per sé di suprema qualità poetica ed artistica qual’è la NOE, ma con la differenza che per me De Palchi è stata una scoperta assoluta. La poesia di De Palchi ha una forza, una consistenza, un respiro epico, la capacità di testimoniare un intera epoca, come ormai sempre più raramente capita di incontrare nella poesia odierna, imbavagliata da meccanismi editoriali attenti a schermare le voci irriducibili ai propri schemi. Credo che la poesia di De Palchi ed in generale la poesia della NOE, appartenga a quella poesia potenzialmente eterna, destinata ad essere letta imperituramente, (perché estranea del tutto alle mode del momento ed in grado di tratteggiare gli elementi universali della condizione esistenziale umana) se l’opera meritoria di Giorgio e di altri critici resistenti al “mainstream” riuscirà a rompere le possenti barriere all’ingresso che si contrappongono alla sua diffusione.
    Trovo straordinaria la forza dirompente della parola “de palchiana”, la sua irriverenza, la sua causticità, la sua corrosività condotta dalla sua ironia; la sento devastante come la poesia di Celan, accomunate dall’estremità del disagio esistenziale, del dolore e della solitudine estrema provato nel loro percorso (per quanto diversissime siano state nello specifico le rispettive esperienze, ma intersecantesi nella parabola degli sconquassi della seconda guerra mondiale), ma ho la sensazione che a differenza di Celan, De Palchi sia riuscito “chiarire la situazione” ed a trovare nei suoi versi una capacità di catarsi, apotropaica ed a suo modo soteriologica, a mio parere più di quanto non si ravvisi nell’opera del grande poeta romeno.Faccio i miei complimenti anche a Giorgio per il suo componimento che da par suo (del resto siamo ai livelli di vertice della poesia italiana) riesce a dipingere mirabilmente un affresco che veleggiando con maestria fra memoria personale e collettiva e con una scrittura che – come dice Luigina Bigon – toglie letteralmente il fiato per il suo incedere incalzante, ritrae perfettamente e senza alcun intervento lessicale superfluo (esempio lampante di struttura poetica della Nuova Ontologia Estetica) riesce a testimoniare cinquant’anni della nostra storia. Si respira l’aria pura delle alte vette della poesia

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