Alfredo Rienzi Scelta di poesie e una Riflessione sulla nuova ontologia estetica con una risposta di Giorgio Linguaglossa

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Alfredo Rienzi

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

“Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…”.
(Giorgio Linguaglossa Ombra delle Parole, 29 ago 2017)

Caro Giorgio,
come sai seguo da tempo il tuo lavoro, di sentinella e di timoniere, fin dai tempi della Nuova Poesia Metafisica e di Poiesis. Ora, con interesse, ripagato come lettore con preziosi stimoli e molte sollecitazioni, seguo il dibattito sulla Nuova Ontologia Estetica.
Conosci bene anche il mio lavoro “appartato” che mi ha tenuto e mi tiene sempre poco incline a tuffarmi in correnti, scuole, manifesti e ad aderire profondamente e con costanza ad un modello stilistico o estetico (consapevolmente, almeno).
Ciò non mi impedisce, anzi, mi pare possa funzionare da lente neutra, di osservare lo sviluppo di rivoli, torrenti (e pozze e pozzanghere e paludi) nella poesia contemporanea, pur con i miei invalicati limiti di tempo e competenza. Così facendo, devo laicamente (come si usa adesso dire) confessare che alcuni dei testi più stimolanti li ho potuti cogliere in questo ambito. Dico di quelli di Steven Grieco-Rathgeb, di Mario Gabriele, degli ultimi tuoi e mi fermo qui per non fare obliante torto a nessuno. Testi nei quali mi appaiono chiari e netti molti di quegli aspetti che hai, per ultimi, didascalicamente e con (molto) ampio spettro, riassunto in uno degli ultimi articoli su L’Ombra. (Dove per altro ritrovo altri testi veramente pregevoli, come Le case di Anna Ventura, nei quali però mi pare meno netto il divario – anche contenutistico –con una poesia più lineare e perfino lirico-onirica).

Strilli Busacca è troppo tardiStrilli Lucio Ho nel cervelloNon sempre mi sono ritrovato d’accordo sulla, se ho ben compreso, sterilizzazione emozionale dei testi, ritenendo (e cercando di praticare), piuttosto, una domiciliazione distopica (anche un elenco telefonico può generare emozioni, forse anche commozione: provare per credere!).
E, ancora, le mie lotte nello svincolarmi da un dettato a fondo ritmico imparisillabico mi rendono affascinato dagli esiti di un verso libero e fratto, ma sostanzialmente incapace a praticarlo.

Mi pare un arricchimento del testo, per finire, quella mobilità linguistica e di registro stilistico nel singolo testo, perfino necessitante come sostiene un poeta appartatissimo e finissimo come il mio concittadino Franco Trinchero.
Ma veniamo allo specchio, che rimanda immagini interrogative più che assertive. Una riflessione auto-critica (quindi parzialissima) che chiede confronto. Nulla più.
Mi pare, volgendo lo sguardo ad alcuni dei miei lavori, sempre afflitti da un’ansia stilistica che mi ha finora impedito di riposare su un prodotto finito (e, un attimo dopo, credo moribondo…) che alcune o molte delle caratteristiche che citi le abbia spesso utilizzate, senza avere coscienza chiara di quanto fosse residuo epigonico neo o post-avanguardistico o quanto si ispirasse a una ricerca di un “nuovo estetico” (cui, invero, tu hai spesso accennato, senza che io ne cogliessi decentemente il senso), utilizzando ciò che ho variamente inteso come frammento, scarto temporale, inserti e lacerti metalinguistici e citazionali, ecc.. Molto è restato confinato in testi inediti o in una delle diverse produzioni minori o collaterali, ma talora è affiorato, anche nel recente Notizie dal 72° parallelo.

Più che offrire, quindi, un qualche reale contributo alla discussione sulla Nuova Ontologia Estetica, oltre queste poche righe, ti invio alcuni testi, interroganti. Non so quanto e come smarginino in o si infondano di quelle caratteristiche che eleggi a fisiognomica neo-ontologica. Sono, però, testi datati, scritti senza nessuna attuale (ri)taratura. Chiaro che non mi somministrerei mai un’emulazione scolastica, un esercizio “direzionato”, credo però che certe spore (suggestioni, influenze, appropriamenti) possano diffondersi, senza magari neanche tener conto, dello scorrere ordinato di cause ed effetti. Forse l’intera realtà in divenire somiglia più al caos spaziotemporale di certi testi della “nuova ontologia estetica” che all’ordinato racconto che ci illudiamo di governare.
Un caro saluto.
Alfredo Rienzi

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Leone
Commento-replica di Giorgio Linguaglossa

caro Alfredo Rienzi,
è interessante questa tua testimonianza, la pubblicheremo senz’altro, con le poesie annesse… Ci tengo a dirti è che la NOE non è un salotto di letterati oziosi, non è un grimaldello che può aprire tutte le serrature, nel senso che se uno non ha talento è inutile che segua le «prescrizioni» NOE. Io preferirei piuttosto parlare di «piattaforma NOE», una «Cosa» in continua evoluzione, in continuo assemblaggio. Un fatto è dirimente, da lì non si può tornare indietro: bisogna decidere di abbandonare definitivamente il novecento con i suoi annessi e connessi. Il novecento italiano e, soprattutto, gli ultimi cinquanta anni di mediocre poesia italiana devono essere posti tra parentesi.

Se si prende coscienza di questa petizione di principio, allora si capirà meglio quello che i naviganti NOE stanno dicendo e facendo; se non si prende coscienza di questo «fatto», allora è inutile seguire i «precetti», anche perché di «precetti» validi per tutti non ce ne sono nella «nuova ontologia estetica»; quello che nella NOE invece c’è, è un nuovo modo di essere in poesia, è una rivoluzione copernicana rispetto alla poesia italiana degli ultimi cinquanta anni, tutta minoritaria (in Europa). Mi spiace dover essere così categorico, davvero, credimi, mi spiace dover irritare i letterati spocchiosi che scrivono «poesie» oggi in Italia, ma questa è la pre-condizione per accedere alla «piattaforma NOE» e pensare di scrivere come del resto scrivono i maggiori poeti europei di queste ultime decadi, quei poeti europei che abbiamo pubblicato nell’Ombra delle Parole…

Non ti nascondo che nutro qualche perplessità sulle poesie da te proposte, tranne la prima composizione, esse non lasciano presagire una nuova direzione di ricerca, che invece era presente nel tuo ultimo libro Notizie dal 72° parallelo (Joker, 2016), come mai? Tranne la prima, che prosegue il tracciato stilistico del tuo ultimo libro, le altre sono delle scritture diligentemente assemblate ma che non fuoriescono dalla cortina di nebbia della letteratura poetica oggi in vigore in Italia. Il problema, credo, è nello «sguardo», nelle poesie qui di seguito postate lo «sguardo» è frontale, cosa che produce «accecamento» della vista.

Strilli Linguaglossa Tre finestreStrilli RagoScrive sul tema Lucio Mayoor Tosi:

A proposito del guardare «di sbieco» [della poesia di Donatella Costantina Giancaspero]:
Ho notato che nei sogni non esiste prospettiva, o meglio non esiste la nostra partecipazione alla profondità prospettica. Se ad esempio in un sogno ci trovassimo nel mezzo di una strada trafficata, non vedremmo le cose mutare camminando ma assisteremmo solo al cambio di immagini, cose e persone. Qualsiasi azione vorremmo compiere ci metterebbe a disagio, anche parlare. Al primo gesto cosciente che vorremmo compiere è assai probabile che ci sveglieremmo.
In effetti, anche nella realtà di tutti i giorni noi non percepiamo altro che la mutazione delle immagini; è come se non avessimo una percezione naturale della prospettiva, tanto meno della profondità e della lontananza.

Va ricordato che la prospettiva geometrica è stata inventata agli inizi del Rinascimento, quando ancora poche persone sapevano cosa fosse. Per molti si trattò di una specie di risveglio, un vero cambio di mentalità. Ma anche oggi, se viaggiando in automobile lungo l’autostrada fossimo coscienti di percorrere lo spazio in prospettiva, è probabile che andremmo a sbattere: sarebbe come assistere a quelle riprese televisive nelle gare di motociclismo o di Formula 1, dove la telecamera è montata sul veicolo. Tanto emozionanti.
Quello che ho scritto era nelle mie note di qualche giorno fa. Penso inoltre che ci sia un collegamento tra prospettiva (rinascimentale) e scrittura lineare. La scrittura lineare svolge lo stesso artifizio: è prospettica. Quindi sul piano della pura percezione, falsa. Il Rinascimento, al pari con il Barocco, è la base fondante della cultura e della mentalità italiana.
La NOE stabilisce altri criteri di percezione, spesso simili agli stacchi cinematografici. Trovo che questa modalità sia vicina alla percezione naturale di tutte le persone.

Strilli Golish La coppia di naniStrilli Carlo LiviaPoesie inedite di Alfredo Rienzi

(SUL LASTRICATO ZOCCOLI…)

Sul lastricato zoccoli. A San Savino
calessi agghindati.
Vieni.
Vieni in me, tra nuclei ed elettroni
ho distese di vuoti
che avrebbero reso folle
il chierico di Montbéliard dai capelli arruffati
prima ancora delle tenebre di Abcasia.

Una Giustizia dalle vesti rosse
e blu, la bilancia incerta, con spada
argentina e obliqua intaglia nicchie
tabernacoli, nidi di neri capelli.
Lì, vieni
scura colomba, riposa,
dall’artiglio salva.

(2004-2006, inedita, esclusa nella versione edita di Custodi ed invasori)

(RICORDO SERE. USCIVI DAL CENTRO)

Ricordo sere. Uscivi dal centro
interculturale e c’erano padri
in attesa di cogliere la goccia
tiepida delle labbra
biancheggianti di promesse

Il poeta è un fingitore diceva
il noto portoghese che fingeva
per due terzi per davvero, o forse
era vero così, tutto compreso.

Primi freddi dell’inverno:
tu correvi veloce per difesa

Una mano incerta un tizio incappucciato
ha biancamente scritto sull’asfalto

TI AMO COCCINELLA

con le O non chiuse bene,
ma si sa, il cerchio è opera ardua
(è il segno che distingue l’artista dal cialtrone
e l’amore è opera d’eterno apprendistato)
l’equidistanza è pura teoria,
pura teoria la coincidenza dell’inizio
e della fine.

Ora qui Astrifiammante gorgheggia
da un hi-fi di qualità scadente
è evasa dalla notte e dal rosso
cupo dei sipari, sopravvissuta
ai rulli ed ai vinili e vivrà oltre
i discoidi in resina termoplastica
dal cuore laminare di metallo,
i pits e i lands, le fitte conseguenze
del primo teorema di Nyquist-Shannon.

Esisterà nelle materie quasi immateriali

(2006, inedita)

Strilli Gabriele2Strilli Talia2

INCISO SUL CALZOLAIO DI GÖRLITZ

Era un’estate bianca e caldissima
da far venir male e male alle orecchie

(ma avevamo tutti da bere, al termine della nostra fatica…)

aspri riecheggiavano da lontani relativi
urla e sirene, boati troppo forti
battaglie senza vinti, morti senza guerre

di lì a poco prima il calzolaio di Görlitz
avrebbe appena enunciato la centosettantasettesima questione teosofica
con voce bassa ma ferma, da muovere i fiori ad aprirsi
la legna a prender fuoco, per le falene grigie

(…e tutti, decisamente, troppo da mangiare)

un’altra volta ancora iniziavamo
a morire, immobili come cembri,
fermi al bivio della sesta lama.

(2006/2008, in Notizie dal 72° parallelo, Joker, 2015)

SUL DESERTO DEL GOBI

Fu concepito durante l’unica fioritura di quegli anni.
Aperto uno stretto varco nel tempo,
l’artemisia absinthium accondiscese:
un punto deserto e imprecisato
(tra il meridione del Kherlen e le feroci distese
verso Sajandhulaan), ne accolse il fiato.

Poi non se ne seppe più nulla.

Amavamo affidarci a György Ligeti
Lux Aeterna ci univa
un poco, un poco solamente, sempre
troppo poco. Sono forse i bisbigli
i gemiti più sofferti, le voci
di un piccolo dolore che vuole essere
che vuole esistere oltre ogni possibile
medicamento che si fanno corda.

Anche di noi, dopo,
non se ne seppe più nulla,
ma dimmi
(tra il certo e il verosimile, tra il vero e l’incerto, tra il dogma
e quel minimo sorriso che non produce suoni):
se hai stretto tra le dita una costante,
l’aurea cifra, lo zero trascendente
tra il granello e il bambino delle stelle…

Io no, è evidente: starei qui, con una te qualsiasi
e immaginaria e Arvo Pärt e i suoi tintinnabuli
e google maps con cui sorvolo il Gobi
e quel dubbio, irrisolvibile e atroce
che neppure sa darsi forma e voce?

(2016/2017, inedita, in progress)

Giorgio Linguaglossa e Alfredo rienzi Accettura, 13 agosto 2017

Alfredo Rienzi in piedi e Giorgio Linguaglossa, Accettura, 13 agosto 2017

Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Nel 1993 ha pubblicato Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, 1993); i successivi volumi sono Oltrelinee (Dell’Orso, 1994) e Simmetrie, Pref. di F. Pappalardo La Rosa, (Joker, 2000), entrambi segnalati al Premio Montale sez. Editi, e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005). I volumi citati sono in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, pubblicata da Puntoacapo Ed., Novi L., 2011, in quanto opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia (con pref. di G. Linguaglossa e postfazione di M. Marchisio)

L’ultimo volume in versi è Notizie dal 72° parallelo (Joker Ed., 2015, con pref. di D. Gigli e postfazione di S. Montalto). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia della poesia italiana contemporanea a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016).

È presente in numerose antologie e riviste letterarie, con testi poetici e contributi critici; ed è inserito in varie Antologie critiche sulla poesia contemporanea (tra cui: G. Linguaglossa, La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, 2002, e La nuova poesia modernista italiana, EdiLet, Roma, 2010; S. Montalto, Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, 2008; L. Benassi, Rivi strozzati – Poeti italiani negli Anni Duemila, 2010; G. Lucini, Poeti e poetiche-I, 2012).

Ha partecipato alla traduzione di OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004, a cura di A. Emina. Come saggista ha pubblicato Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Dell’Orso, 2011.

10 commenti

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10 risposte a “Alfredo Rienzi Scelta di poesie e una Riflessione sulla nuova ontologia estetica con una risposta di Giorgio Linguaglossa

  1. SU GENTILE RICHIESTA DELL’AUTORE,
    DUE POESIE DI SABINO CARONIA alla maniera della nuova ontologia estetica in romanesco
    :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/24/alfredo-rienzi-scelta-di-poesie-e-una-riflessione-sulla-nuova-ontologia-estetica-con-una-risposta-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24176
    Er momoriale

    A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio,
    svejete da dormì, brutto portrone,
    Sor Alfredo t’ha ddato lo spadone
    p’annà a rifà le bbucce a sto monnaccio.

    Duncue, a tte, ffoco ar pezzo, arza quer braccio
    Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
    dì lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
    serreje er tu Parnaso a catenaccio.

    Mostra li denti, caccia fora l’ogne,
    sfodera n’anatema universale
    da falli inverminì come carogne.

    A n’omo come noi de carne e d’osso
    te l’arivorti tutto, tale e cquale.
    Coraggio, amico mio, taja ch’è rosso!

    Na bona nova

    Se sa, er sor Coso se la lega ar dito
    ma mo, dice, se so pacificati.
    Che casino! Ma mo’ tutto è finito,
    mille scuse, e se so puro abbracciati.

    Tra tante delusioni e fallimenti
    sta bona nova proprio me consola.
    Me dispiaceva ch’arestasse sola
    sta pora fija a soffrì pene e stenti.

    Dice, però, che prima de fa pace
    l’amico nostro j’ha fatto l’esame
    pe’ vede’ se sta donna era verace.

    Dice che ne lo scritto è annata male
    però va mormoranno quarche infame
    che s’è sarvata co la prova orale.


  2. UNA POESIA DI EDITH DZIEDUSZYCKA
    alla maniera della nuova ontologia estetica

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/24/alfredo-rienzi-scelta-di-poesie-e-una-riflessione-sulla-nuova-ontologia-estetica-con-una-risposta-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24177
    Caro signor Raggiro,
    tra rosa fra le dita e fetido concime,
    tra brandelli e stracci,
    ma con il cuor in mano,
    la schiena curva dall’artrite sotto il vestito nuovo,
    quello che concia per la festa,

    mi dica, signor Raggiro,
    quanti siamo, scongelati,
    con tacchi a spillo o luride ciabatte,
    a chiedere… a chi?
    a quale meccanico di quale Quartiere Generale,
    dove, quando andremo nel paese del Dopo?
    Credo siamo in tanti.

    Caro signor Raggiro,
    però, mi dica,
    ha notato una cosa che trovo io ben strana?
    Mi dica Lei, questa cosa
    se mai ci ha pensato,
    è che nessuno, salvo pochi eletti,
    mai si chiedono:
    del Dopo sì, va bene,
    ma noi, cibo da vermi,
    inquinati frammenti,
    che facevamo alla bassa marea
    nel paese del Prima?

    (E.D. 23.9.2017)

  3. Adorno nella Teoria estetica, mette in luce il concetto secondo cui nelle società di massa anche il bisogno di arte non è poi così certo come può apparire, anzi, per il filosofo tedesco il bisogno di arte sembra essere stato abolito, o comunque sostituito con l’arte di massa, ovvero, con il kitsch.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/21/ewa-lipska-da-locchio-incrinato-del-tempo-titolo-originale-droga-pani-schubert-cara-signora-schubert-2012-a-cura-di-marina-ciccarini-armando-2014-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguag/comment-page-1/#comment-24093

    Del resto il problema è lontano, anche Baudelaire nella stesura de Les fleurs du mal (1857) ha tenuto presente queste implicazioni ed ha fornito il paradigma di un tipo di poesia che internalizzava il kitsch, la merce, il disvalore, nonché il valore delle merci… Nei suoi appunti critici sull’arte questa problematica è ben evidente; questa «discesa verso il basso» tipica di tutta l’arte moderna è un portato dello sviluppo della società delle merci. Ewa Lipska tiene ben presente questa problematica, anzi, l’ha internalizzata nei suoi strumenti espressivi.

    Oggi un’arte che disdegni la «discesa verso il basso», come la poesia di Claudio Borghi, rischia di periclitare precipitevolissimevolmente verso il basso del kitsch malgrado le nobili intenzioni del suo autore…

    Direi anche che un’arte che disdegni di «salire verso l’alto», rischia egualmente di periclitare con i suoi tacchi a spillo verso il baratro del kitsch malgrado le migliori intenzioni dell’autore.

    Così, certe parole sono già «raffreddate» nella lingua di relazione che non c’è nemmeno bisogno di «raffreddarle» ulteriormente. Nel raffreddamento universale dell’economia globalizzata parlare di «riscaldamento» di esse parole può apparire sommamente disdicevole.

    È questo stare nel mezzo che bisogna attuare, stare nel mezzo e toccare i vertici dell’alto e del basso…

    Oggi, davvero, non è assolutamente certo che vi sia un bisogno di arte, c’è invece un bisogno assoluto di kitsch. E allora, se non si capisce che oggi il kitsch è il vero orizzonte degli eventi con cui si dà l’arte, non si può fare nulla di artistico. L’arte è oggi propriamente la figura con cui si dà il kitsch.

    Come scrive con competenza la Levati, la nuova ontologia estetica predilige l’antifrasi e la peritropè, cioè il discorso capovolto, il discorso a contrario. È una procedura retorica pochissimo attuata nella poesia italiana del secondo Novecento (con l’eccezione di Giorgio Caproni) che la nuova ontologia estetica invece rimette in primo piano. Scrive la Levati «un po’ come accade nei giochi linguistici della “teologia negativa” di Caproni, dove il mondo capovolto richiede un linguaggio capovolto».

    Un altro spunto di riflessione che vorrei mettere in luce è la forma di missiva adottata da Ewa Lipska e da Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa. Ebbene, questa forma predilige il «parlato» e tutti gli episodi retorici tipici e propri del «parlato» ragionato. Da notare l’abilità della Dzieduszycka in questo tipo di scrittura:

    mi dica, signor Raggiro,
    quanti siamo, scongelati,
    con tacchi a spillo o luride ciabatte,
    a chiedere… a chi?
    a quale meccanico di quale Quartiere Generale,
    dove, quando andremo nel paese del Dopo?
    Credo siamo in tanti.

  4. gino rago

    Caro Gino Rago,

    non dirmi che non mi lasci in pace nemmeno di domenica perchè in realtà ogni tua notizia mi è gradita, e anzi il fatto che tu mi mandi questi versi in anteprima è un grande immeritato onore per me!

    In questi giorni ho letto alcune cose che tu e altri poeti avete scritto su “L’ombra delle Parole” a proposito di Ewa Lipska. Mi sono venute in mente alcune cose e se non ti dispiace te le giro.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/24/alfredo-rienzi-scelta-di-poesie-e-una-riflessione-sulla-nuova-ontologia-estetica-con-una-risposta-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24183
    Questo è ciò che mi è venuto in mente invece a proposito dei “rifacimenti alla Lipska” che ho letto:

    (dalla prima “Cara signora Schubert” (Il labirinto) rivolta a Gino Rago, a Giorgio Linguaglossa, a Mario Gabriele, a Lucio Mayoor Tosi):

    “NON MI ATTENDO DA VOI NESSUNA RISPOSTA
    NON VI HO DATO PER QUESTO IL MIO INDIRIZZO”

    Leggendo il tuo rifacimento de “Il labirinto” di Ewa Lipska, o meglio la tua riscrittura “come avresti voluto riceverla”, sono stata colpita da questi due versi che hai posto a conclusione della poesia , sempre immaginando che questi due versi sarebbero stati aggiunti dall’autrice come saluto finale ai destinatari.
    Non ho potuto non pensare al senso contrario di questi enunciati, nel senso che dire “Non mi attendo nessuna risposta” significa in realtà attenderla, e “Non vi ho dato il mio indirizzo” significa invece rendersi raggiungibili, attendere una risposta di ritorno e fare di tutto perché questa arrivi e perché continui, anche se negato, il “gioco” della comunicazione; un po’ come accade nei giochi linguistici della “teologia negativa” di Caproni, dove il mondo capovolto richiede un linguaggio capovolto ma per tornare al senso vero delle espressioni , delle attese e del desiderio dell’uomo/poeta bisognerebbe sopprimere tutte le negazioni, in fondo come si fa in matematica quando si semplificano le espressioni numeriche elidendo gli opposti; ho provato a ritornare alle provocazioni linguistiche, che mi son sembrate simili alle tue, di Caproni quando dice nel
    “Biglietto lasciato prima di non andare via”:

    “Se non dovessi tornare,
    sappiate che non sono mai partito.
    Il mio viaggiare
    è stato tutto un restare
    qua, dove non fui mai.”

    O ancora, nel “Testo della confessione”, con il suo esordio da capogiro:

    “Sapevo che non l’avrei trovato
    a casa, quel giorno.
    Per questo avevo scelto quel giorno
    per andarlo a trovare.(…)

    Non c’era. Avevo ragione.
    Così, venne lui in persona
    ad aprirmi. Il viso
    gli tremava. Un viso,
    mio Dio. E forse
    (forse) è solo per quel viso
    (forse) che l’ho ucciso.(…)”

    E ancora,
    “Ritorno”:

    “Sono tornato là
    dove non ero mai stato.
    Nulla, da come non fu, è mutato.
    Sul tavolo (sull’incerato
    a quadretti) ammezzato
    ho ritrovato il bicchiere
    mai riempito. Tutto
    è ancora rimasto quale
    mai l’avevo lasciato.”

    Fammi sapere però il tuo giudizio: è un accostamento stupido quello che mi è venuto in mente o ha un senso?
    Negare l’attesa e perfino il bisogno della risposta è davvero una finzione verbale, da intendere in senso antifrastico? Perché se davvero non ci si attendesse risposta non ci sarebbe nemmeno l’inizio della comunicazione, né il bisogno di dirlo, ma solo il silenzio; quindi, per dare consistenza a un desiderio che si vorrebbe avverato, non si può che affermare il suo contrario….
    Infatti vedo che Giorgio Linguaglossa ha concluso il suo componimento “alla Lipska” esattamente al contrario del tuo: “Sì, mi attendo da voi una risposta. Per questo vi do il mio indirizzo”.
    Intanto comincio a riconoscere i tuoi “scampoli”, purtroppo sempre nel poco tempo che ho per leggere (questa settimana ho ritagliato qualche ora): ho riconosciuto Yehuda Amichai, che hai citato proprio tu (l’ho imparato da te!) con la sua descrizione di Dio accostato a un verso della Lipska:
    “la vita è un negozio di ferramenta.
    E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.”

    E altri scampoli della Lipska, di Linguaglossa, della Giancaspero che definisce i poeti dell’Ombra delle parole come poeti “senza tacchi a spillo”! Spero di migliorare in futuro….

    Come sempre, ti mando i miei saluti più cari.
    Rossana (Levati)

    (Le sue riflessioni Rossana Levati me le ha inviate sulla mia e-mail.
    Ho pensato di renderle pubbliche perché le ho trovate penetranti e pertinenti
    con il piano d’azione in divenire della NOE. Rossana Levati non è quel che si dice “critico militante” ma ci ha ormai abituati a prove di critica letteraria
    raffinate e pungenti, risultati che possono essere colti a forza di
    “cultura” e di continuo esercizio di etica lettura degli altrui lavori poetici.
    Non è un caso che fra le allieve e gli allievi del Liceo Classico
    “Vittorio Alfieri ” di Asti Rossana Levati è stata ed è ciò che di solito si
    dice di un docente amato dagli allunni: “un Mito”.
    Chiedo a Giorgio Linguaglossa, quale responsabile de L’Ombra delle
    Parole, la dovuta comprensione se ho pubblicato le riflessioni di Rossana
    Levati senza consultarlo preventivamente… Ma sento come occasione di
    arricchimento questo commento levatiano or ora postato).

    Il “gioco poetico” di EDITH DZIEDUSZYCKA, che Giorgio Linguaglossa ha
    postato, e ha fatto benissimo, a “tambour battant”, è tutt’altro che un gioco,
    con quella domanda tagliente e problematica che Edith pone, rispondendo
    al “Dopo” della Lipska, sul “Prima” della condizione umana.
    Il signor Raggiro, costruito con “scampoli” e “stracci” qua e là prelevati con fine gusto poetico da qualche mia poesia ospitata su L’Ombra, vuoi vedere che sono Io?
    Dopo la importante prova poetica di “LORO”, scoperta e diffusa dal “nostro”
    Giorgio Linguaglossa, Edith DZIEDUSZYCKA sta spingendo la sua poesia
    verso risultati e mete davvero ragguardevoli ed è perciò un colonna portante
    del nuovo corso della nostra poesia, corso avviato da L’Ombra delle Parole.

    Per Alfredo Rienzi confesso d’essere sempre in imbarazzo quando leggo suoi lavori. L’imbarazzo discende dal fatto che non so mai decidermi
    se egli è più grande come poeta o come interprete della poesia dei nostri
    giorni. Ma non voglio dedidere e dico che Alfredo Rienzi tocca sempre alti
    risultati sia come poeta, sia come “critico”.
    Sabino Caronia, infine, rispetto ai tanti pretini e ai tanti curati di campagna che adottano il sonetto del Belli, è davvero un Vescovo in odor di Cardinale
    per l’impareggiabile bravura poetica che mostra di possedere.
    Giorgio Linguaglossa ed io ne abbiamo parlato, in agosto, a Castel di Sorci e ben lo vedremmo come Vescovo di Anagni…

    Gino Rago

  5. Queste poesie di Alfredo Rienzi sono un parlar tra morti. A me questo sembra evidente. E’ NOE la dislocazione temporale, il luogo altro del pensare, cogliere nomi per significare come fossero grappoli d’uva.
    Il suo è un parlare disinvolto ma leggero, distopico nei riscontri reali, vicino all’evanescenza. L’uso del frammento potrebbe potenziare l’osservazione, anche se ci sono frame “Una mano incerta un tizio incappucciato / ha biancamente scritto sull’asfalto” che stanno a indicare una netta preferenza per la metafora, pur tuttavia secondo me imprecisi. Appunto, evanescenti. Per questo dico che il suo è un parlare tra morti. Ma posso anche dire dove meglio lo si capisce:
    Vieni.
    Vieni in me, tra nuclei ed elettroni
    *
    Lì, vieni
    scura colomba, riposa,
    dall’artiglio salva.
    *
    Primi freddi dell’inverno:
    tu correvi veloce per difesa

    Una mano incerta un tizio incappucciato
    ha biancamente scritto sull’asfalto
    *
    l’equidistanza è pura teoria,
    pura teoria la coincidenza dell’inizio
    e della fine.
    *
    Esisterà nelle materie quasi immateriali
    *
    urla e sirene, boati troppo forti
    battaglie senza vinti, morti senza guerre
    *
    un’altra volta ancora iniziavamo
    a morire, immobili come cembri,
    *
    quel minimo sorriso che non produce suoni

    Sono alcuni esempi.
    A me il parlar tra morti piace: morti perché poeti del millennio e morti perché lo siamo anche in vita naturale.
    Invece le poesie di Sabino Caronia e di Edith Dzieduszycka hanno in comune la schiettezza, che è e sarà sempre una dote assai apprezzabile.

  6. Condivido quanto scritto da Lucio Mayoor Tosi, quella di Alfredo Rienzi è una scrittura «da e per morti», è una scrittura «postuma». E però la scrittura poetica di Rienzi acquista valorizzazione estetica tutte le volte che procede per «frammenti», à random. Prova evidente ne è questa strofe:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/24/alfredo-rienzi-scelta-di-poesie-e-una-riflessione-sulla-nuova-ontologia-estetica-con-una-risposta-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24190
    Sul lastricato zoccoli. A San Savino
    calessi agghindati.
    Vieni.
    Vieni in me, tra nuclei ed elettroni
    ho distese di vuoti
    che avrebbero reso folle
    il chierico di Montbéliard dai capelli arruffati
    prima ancora delle tenebre di Abcasia.

  7. La metafora può essere un problema, caro Giorgio? Voglio dire: la M. tridimensionale, quella che va da Mandel’stam a Tranströmer per capirci, produce lampi di immagine e accadimenti, ma quella tradizionale – al posto di, o come questo o quello – sembra fatta apposta per non dire, per sfumare, impreziosire, demandare; a volte fa virtuosismo…
    Non sto pensando alla poesia di Alfredo Rienzi, ché le sue sono efficaci ( Lì, vieni / scura colomba, riposa, / dall’artiglio salva) dico così, in generale. Però, considerata la propensione di Alfredo per la metafora, forse sta anche qui un aspetto centrale della nuova espressività…

  8. donatellacostantina

    caro Lucio Mayoor Tosi,
    la metafora tridimensionale di Mandel’stam in Italia nel novecento non ha avuto seguito, è rimasta nubile, inoltre, la metafora è stata considerata nel novecento italiano come madre di tutte le sventure e foriera di orpellismo e di medaglioni splendenti e di kitsch. Concetto errato e fuorviante senza dubbio. Ma così è stato. Intanto molta acqua è passata sotto i ponti e siamo ritornati al punto di partenza. Però, però, nulla ci vieta di adottare la figura retorica della metafora infilata in quell’altra figura retorica della peritropè nella quale era maestra la Cvetaeva. Ma per far questo occorrono dei veri poeti e non dei semplici letterati. E si sa che i poeti in un secolo sono pochi, anzi, pochissimi.
    Io sono del parere che una scrittura poetica che si articola su vari piani, spaziali e temporali, di per sé richiede la adozione della perifrasi, della procedura antifrastica e della peritropè. E’ qui che si misura e si misurerà la capacità della nuova ontologia estetica di “rompere” il linguaggio poetico monocorde e unidirezionale della poesia italiana che va di moda oggi. E’ su questo punto che bisogna insistere.
    LEGGIAMO QUESTE RIGHE DELLA DZIEDUSZYCKA, che mi sembrano un esempio calzante di come la procedura del parlato e dell’iperbole possa andare d’accordo con la nuova ontologia estetica :

    a quale meccanico di quale Quartiere Generale,
    dove, quando andremo nel paese del Dopo?
    Credo siamo in tanti.

  9. Alfredo Rienzi

    Ringrazio tutti per le attenzioni, scusandomi per il ritardo.

    Caro Giorgio Linguaglossa
    innanzitutto ti ringrazio per avere accolto le mie brevi osservazioni e dato visibilità a qualche testo, come ebbi a dirti, marginale (di uno dei miei vari margini) o laterale. Tutti, tranne quello inserito in Notizie dal 72° parallelo, (Inciso sul calzolaio di Goerlitz), giacevano o avrebbero giaciuto tra le scritture inedite o ineditabili. Nella libertà espressiva di questa rivista, lo stimolo ad un confronto “estetico” mi ha mosso a (ri)spolverarle. Trovi quindi subito la risposta alla domanda che mi poni: come mai questi testi non lascino presagire una nuova direzione di ricerca, presente invece in Notizie dal 72° parallelo: forse per il semplice fatto che sono anteriori o inserite nella raccolta e che l’ultima, scritta in effetti di recente, può essere considerata una prova (e qui posso interrogarmi, in realtà, su quanto sia riuscita o quanto riscrivibile.) Trovo comunque molto stimolante questo territorio di lettura e confronto, al netto delle mia naturale refratterietà all’emulazione acritica, alla prescrittività stilistica e al rigore definitorio di Una Poesia (**) Ma è evidente che non è questo il luogo in cui temere rintanamenti o steccati: anzi, mi pare possa essere esempio di ampiezza e apertura. Basta leggere!
    (** un mio breve pensiero pubblicato non molto tempo fa sul sito La Recherche:
    “Il cantuccio delle nostre sicurezze vuole avere confini certi, tassonomie ordinate e definizioni chiare. Non sfugge all’ansia moderna e postmoderna il desiderio di sancire cosa sia poesia e cosa non lo sia. Illusorio! Non riusciamo a definire precisamente l’intelligenza, l’amore, la salute e la malattia, la terza e la quarta età. E neppure la vita e la morte. Figuriamoci la poesia! Accontentiamoci di farlo per una sedia, un piatto, un ago, una pietra, un cespuglio. Il che potrebbe non essere poi così scontato e comunque non è cosa di poco conto.)

    A Sabino Caronia, del suo gustabile sonetto, causa la mia scarsa comprensione idiomatica, mi piacerebbe aver più chiaro il senso di questi due versi
    Sor Alfredo t’ha dato lo spadone
    p’annà a rifà le bbucce a sto monnaccio.

    Caro Gino Rago, sei sempre troppo buono. Lascerei stare la parola “critico”, che poco mi appartiene e non per falsa modestia, ma per consapevolezza e attitudine. Consapevolezza che esigerebbe anche il mio scrivere versi.
    Corrono aforismi del tipo “non è lo scultore che scolpisce, ma la scultura che chiama lo scultore” o similari. Ecco, vedi, io potrei dire che “ogni tanto la scrittura mi scrive, ma non sa cosa vuole dirmi!!”. Avrei voluto commentare un po’ meglio la tua “poesia degli stracci”, ma il tempo è sempre poco…

    Sulla metafora, il discorso è complesso; ha amato metafore e macrometafore. Intere sezioni delle mie raccolte si sono sostanziate su macrometafore (ascesi, catabasi, evasione-liberazione) ma sono preziose le osservazioni di Donatella Costantina.
    Il tizio incappucciato che scrive sull’asfalto, purtroppo, non fu metafora ma precisa biografia: e la O di coccinella mi venne male davvero!! Ma forse questo non avrei dovuto dirlo…

    Mi piace molto, e mi fa riflettere, il parlare di e tra morti che la plurisensorialità di Lucio Mayoor Tosi ha saputo cogliere. Vero. Sono spesso sul confine. Spesso ho le soglie aperte. Forse sono inqualche modo realmente già morto. “Io sono Lazzaro e vengo dal regno dei morti” diceva J. Alfred Prufrock: un verso che mi ha posseduto negli ultimi tempi, che ho dovuto fagocitarlo perché lo volevo mio. Forse sono talmente morto che le questioni sulla poesia che resterà, che verrà spazzata via, che sarà fuori o dentro parentesi, alla fine mi interessano veramente poco rispetto al quotidiano amplesso con la parola, alla fatica e alla meraviglia del dicibile.

    • londadeltempo

      Non vorrei che “Il parlare di e tra i morti” diventasse una sorta di moda letteraria: le mode appartengono a tutta la società ma soltanto alle élites e alle mogli o figlie dei “capitali” è dato seguirle. Far parlare i morti con i vivi è molto intenso, drammatizza, esclude-include il vissuto e il nulla, fa apparire i Fantasmi dell’io di cui parla Giorgio Linguaglossa nelle poesie, con o senza metafore, con o senza epitropi.
      Mariella

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