Ennio Contini (1914-2006) UNDICI POESIE  da Viaggio nel buio / Journey into the dark (1969) da Chelsea Editions di New York (2017) pp. 286 $ 20 – Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ennio Contini cover

Lo si consideri come essenza o esistenza […]
lo si consideri come copula o posizione di esistenza […],
l’essere dell’essente non appartiene al campo della predicazione,
perché è già implicato in ogni predicazione in generale
e la rende possibile

(J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 172)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo

È stato pubblicato da Chelsea Editions di New York il volume Journey into the dark di Ennio Contini a cura della ricercatrice Francesca Bergadano, la quale scrive in premessa al libro: «Mi sono occupata dell’archivio Contini per la mia tesi di dottorato, interamente dedicata a questa dimenticata figura di letterato». Nato ad Oristano nel 1914 ma subito trasferitosi con la famiglia a Savona, sin da giovanissimo Contini maturò l’amore per la poesia. Dopo il diploma intraprese una serie di viaggi che lo portarono più volte in Ungheria, a Parigi e Londra. Scoperto dal critico Aldo Capasso, Contini ebbe contatti con Ezra Pound, Farfa, Quasimodo, Sbarbaro, Alfredo de Palchi. Partito volontario per la guerra d’Albania, Contini al ritorno in patria dove affrontare l’esperienza del carcere, dal quale esce nel 1953. Negli anni che seguono si trasferisce in Val Bormida dove rimane sino alla morte, nel 2006 con la famiglia, lavorando allo stabilimento 3M di Ferrania: qui pubblica altre raccolte poetiche e, nel 1995, un romanzo.

Nel 1947 mentre era rinchiuso nel carcere di Procida, Contini incontra il detenuto ventenne Alfredo de Palchi, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio che non aveva commesso, accusa dalla quale fu prosciolto con formula piena dopo sei anni di detenzione preventiva perché non aveva commesso il fatto. il trentacinquenne Contini introduce il giovane de Palchi alla conoscenza della più alta cultura europea: alle opere di Villon, Kafka, Faulkner e alla migliore poesia italiana.

Pubblica in tutto quattro libri di poesia: Magnolia (1939), L’Alleluia (con Ezra Pound nel 1952), Schegge d’anima (1962)  e Viaggio nel buio (1969).

Ennio contini poeta

a sx, Ennio Contini con Alfredo de Palchi a dx

Contini aveva tre anni quando la sua famiglia si stabilisce a Savona dove il giovanissimo poeta muove i primi passi nell’ambiente letterario. La prima infatuazione è per la poesia di Ungaretti, ma il giovane poeta viaggia in lungo e in largo per le città d’Europa: Londra, Parigi e Budapest dove fa la conoscenza di Franz Körmendi, fa incetta di esperienze culturali disparate. Nel libro di esordio, Magnolia, sono riconoscibili le influenze e i prestiti (Ungaretti, D’Annunzio, il ligure Barile, Sbarbaro, Montale). Contini si arruola nell’esercito e frequenta l’Accademia ufficiali di Salerno e si stabilisce con il 41 reggimento di fanteria ad Imperia con il grado di tenente. Viene in contatto in quegli anni con Quasimodo, Bonaventura Tecchi e Adriano Grande. Spedito in Albania il giovane tenente conosce l’orrore della guerra. Ferito in battaglia, Contini passa un lungo periodo di convalescenza tra Savona e Genova. In questo periodo ritorna alla sua amata letteratura, approfondisce Eliot, Joyce, Pound, Gide, Mauriac. A causa di un incidente incorso a causa delle sue funzioni di tenente dell’esercito italiano, viene arrestato e processato come criminale di guerra. Condannato a morte in primo grado, la pena viene commutata in prigione a vita e, infine, ridotta a nove anni di detenzione nel carcere di Savona, Procida e Civitavecchia. Durante la detenzione nel carcere di Civitavecchia (19951-1953) Contini intrattiene corrispondenza con Ezra Pound relegato  al manicomio criminale di Sant’Elisabeth in Washington, e da questo breve scambio epistolare nasce l’idea di pubblicare i primi dieci Canti di Pound. Nel 1952 il volume è pronto e vede la luce il 25 aprile di quell’anno e viene accolto con grande interesse. Siamo negli anni Cinquanta, anni di febbrile attività culturale: cinema, arti figurative, romanzo e poesia, tutti i generi vengono contagiati da una forte carica di rinnovamento linguistico, si passa dal linguaggio neorelista e a quello neosperimentale, l’Italia si avvia verso il boom economico, i contrasti sono violenti, il paese passa da una economia a prevalenza agricola ad una economia industriale. Possiamo dire che, ad uno sguardo retrospettivo, la poesia di Ennio Contini pur percorsa da concitati movimenti tendenti al rinnovamento linguistico non riesce ad agganciare gli spunti di rivoluzione del linguaggio poetico che attraversavano la poesia italiana di quegli anni, rimane a metà strada tra suggestioni tardo ermetiche e intimismo lirico, pur con una propria cifra squisitamente personale, squisita e nobilmente impaludata attorno all’io lirico. È in quegli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta che la poesia di Contini perde colpi, resta indietro rispetto alle correnti e alle tensioni letterarie della sua epoca, non riesce a trovare una propria via di sviluppo stilistico e di rinnovamento linguistico pur restando un poeta significativo della linea post ermetica più aggiornata.

Erano gli anni della rivista “Officina” di Pier Paolo Pasolini e della costituenda neoavanguardia.

Ripercorriamo quegli anni con le parole di Umberto Eco: «La cosiddetta neo-avanguardia del Gruppo 63 irritava la cultura che allora si diceva impegnata fondata, lo abbiamo visto, su un connubio tra poetica del realismo socialista e marx-crocianesimo, ircocervo, a pensarci bene oggi, assai curioso, una sorta di Casa delle Libertà culturale in cui potevano convivere fieri reazionari (almeno dal punto di vista letterario) e impegnati socialisti, paleo-idealisti e materialisti vuoi storici che dialettici. Il Gruppo 63 non pareva credere al gesto rivoluzionario, fosse pure quello dei futuristi che scandalizzavano i buoni borghesi al Salone Margherita, aveva ormai capito che i gesti rivoluzionari, nella nuova società dei consumi, andavano a colpire una conservazione così duttile e smaliziata da far proprio ogni elemento di disturbo, e fagocitare ogni proposta di eversione immettendola in un circolo dell’accettazione e della mercificazione. L’eversione artistica non poteva più assimilarsi all’eversione politica. E quindi la neo-avanguardia, ponendosi come progetto di eversione dal di dentro, tentava di aggiustare il tiro, di spostare la polemica su obiettivi più radicali, difficilmente immunizzabili, di cambiare i tempi e le tecniche di guerra e soprattutto di anticipare o provocare, attraverso le soluzioni dell’arte, una visione diversa della società in cui si muoveva».1]

1] da Prolusione tenuta a Bologna da Umberto Eco per il quarantennale del Gruppo 63, l’8 maggio 2003 da http://www.umbertoeco.it

Ennio Contini

da L’ALLELUJA (1952)
THE ALLELUIA (1952)

da the long poem Un dono troppo caro / A Gift Too Dear

V
O giorno, effimera coscienza di noi!
Non sappiamo altro.
Solo questo cielo senza gridi, eterno.
Tu, ala gravida di gioie,
batti sullo stagno
vibrandolo d’interminabili echi
ancestrali: un profumo di nubi
e alberi
e, di pupilla in pupilla, ad acquitrini
ove algida sboccia
un’antica speranza di giorni . . .
Frangere il velo taciturno
che di noi conchiude l’esistenza
in una gelida ira!
Le sublimi orchidee sfrondi
ed iridi fugaci
esprimi in sillabe, ma il sonno,
ov’alitano i miti, è sempre
al di là del tuo esilio, o giorno,
giorno delle colline brulle
invano irrigate dal pianto di Prometeo,
giorno verde nel fango della strada!

V
O day, ephemeral consciousness for us!
We don’t know any other.
Only this sky without a cry, eternal.
You, wing pregnant with joys,
beat upon the pond
making it vibrate with interminable
ancestral echoes: a perfume of clouds
and trees
and, from pupil to pupil, to the marshes
where cold as ice
there blossoms an old-fashioned hope of days . . .
Oh, to shatter the taciturn veil
that brings existence to an end for us
in an icy rage!
You strip the sublime orchids of their leaves
and express the fleeting
irises in syllables, but sleep,
where the myths breathe, is always
beyond your banishment, O day,
day of the barren hills
watered in vain by the tears of Prometheus,
a green day in the mud of the roadway!

Strilli Sagredo2

Strilli Sagredo1Sardegna

Altra pena non ho che di trovarmi
straniero ad ogni terra. Essere
il biondo turista che conosce
ogni scalo di mondo e, in ogni porto,
consuma nell’abbraccio un fantasma
e di sè cerca radici
morendo ogni giorno.
Mi dissero di querci immobili,
di mare sonnolento:
un’isola prosciugata dagli anni.
Mi dissero d’un’isola . . . – Signore,
ch’io non sia disperso!
– alla sua proda io tornerò
come un messaggio
sballottato dalle correnti.
Crescerà il mio sonno
sotto le arse mura dei nuraghi.
Sardinia

My sole affliction is to find myself
a stranger in every land. To be
the fairhaired tourist who knows the world’s
every stopover and, in every port,
wears away a ghost in his embrace
and searches for his roots
dying every day.
They told me about the immobile oaks,
about the somnolent sea:
an island that’s been dried up by the years.
They told me about an island . . . -Lord,
let me not be lost-!
I’ll come back to its shore
like a message
bobbed and bandied by the currents.
My sleep will be deep
under the sunbaked walls of the nuraghes.

Strilli Talia1Strilli Talia2

da POESIE INEDITE (1960-1979)
UNCOLLECTED POEMS (1960-1979)

O voi, fanciulle che sul lido andate
– e il mare si prostra a vellicarvi i piedi
– ridendo e serie e spinte da una forza
ineluttabile: io vi guardo passare, me,
vecchio Tiresia, che so il destino cui andate
incontro, la ferocia dei giorni
che vi attende
e i sogni.
Chiaro di luna
salivi a grado a grado
sul Tirso
e andava già coi flutti
al mare
sotto il trepido e irridente
sguardo di Sileno
andavo
chiaro di luna
a grado a grado
con la mia pena
d’essere
e il Tirso
piangeva già la mia sorte
d’esiliato.

*

O you, young girls who go out on the beach
-and the sea prostrates itself to tickle your feet
-laughing and serious and urged by a force
that is ineluctable: I watch you pass, me,
old Tiresias, knowing the destiny
you’re going to meet, the fierceness of the days
waiting for you
and the dreams.
Moonlight
grew gradually
on the Tirso
and went with the flow
to the sea
under the anxious and derisive
gaze of Silenus
moonlight went
gradually
with my
torment
of being
and the Tirso
mourned for my exile’s
destiny.

Strilli Ventura

Strilli Ragoda Viaggio nel buio (1969)

A un tratto sviai

A un tratto sviai per una strada di campagna,
primo: l’erba
falciata s’assiepava come
per un finale di giovinezza.

Il sole era enorme,
enorme la memoria. A mezza costa,
e per le bacche rosse dei pruni
il dono punse nel costato,,
tolsi le scarpe e,
sbadigliando,,
fornicai col nulla.

*

Quando t’incontrai,, o Sileno,
sulle rive del Tirso
abbassai lo sguardo:
sapevi quanta pena
m’avrebbe accompagnato
nella vita.

 

Cielo vivo

Amo gli occhi giulivi
dei bambini, coli
di chiarità, ed i corpi
flessuosi di chi urge
sul ramo della vita
come l’adolescente;,
ed i petti virili ove s’annida
l’impeto della specie;
e i tremuli fiori dei meli
vibranti nell’aria d’aprile
e questo cielo vuoto di nubi
così dilatato sul mondo –
che grida – lo sento – che grida
presenze divine.

 

Chi ci salverà?

È l’ora in cui,, delusi, invochiamo
un mezzo che ci riporti a casa.
Al crocevia
volteggiando angeli di nebbia
e il tram non giunge. Solo
qualche platano dà vita
alle prime ombre della sera.
Nel fondo,, alla foschia, una luce
rossastra occhieggia e il cuore
ha trasalimenti nel vuoto dell’attesa.

Poi ti avvedi
a uno stridere di denti sulla curva
che non era il tram. Sgomenti
attendiamo il presagio: Chi
ci salverà?

*

O voi fanciulle che sul lido andate
– e il mare si prostra a vellicarvi i piedi
– ridendo e serie e spinte da una forza
ineluttabile: io vi guardo passare, me,,
vecchio Tiresia,, che so il destino cui andate
incontro, la ferocia dei giorni
che vi attende
e i sogni.

Chiaro di luna
salivi a grado a grado
sul Tirso
e andava già coi flutti
al mare

sotto il trepido e irridente
sguardo di Sileno

andavo
chiaro di luna
a grado a grado
con la mia pena
d’essere
e il tirso
piangeva già la mia sorte
d’esiliato.

Strilli TosiStrilli Leone

Un giorno di dicembre

I gigli sono appassiti.
Le cavalle pregne galoppano
nella brughiera nitrendo
all’incombere lampotonante delle nuvi.

Formeranno il Governo? chiedono
attorno sfogliando l’ultime
cronache della sera.
Lo formeranno?
i gigli appassiranno ancora.
Ancora le torbide cavalle
alte nitrendo galopperanno
nella squallida brughiera
incontro alle nubi basse.

Poi interverrà l’Onorevole saccente:
fiutando le acque dell’autunno
proporrà la crisi
come un caso di coscienza.

Laetificabat iuventutem meam
e potrò dire: Introibo? Tu
occhi verdi allungati fino
alle mura di Nabucodonosor,
tu molle adagiata sul divano
tenera alla fiamma
chiusa alla speranza
appassita coi gigli
contro la mia titubanza.
Tu, eva, accetterai un sorso
dirai che sei stanca,
dirai: Ho vagato tutto il giorno
peri negozi del centro, in galleria,
in un cinema dalle mani attaccaticce,
a una tavola calda
respirando le caprine voci dei maschi.
Ora, qui, m’intenerisco ai gigli che si sfanno
e nel sangue ho come un nitrire di cavalle
selvatiche in cerca d’un rifugio
ove partorire in pace.

L’onorevole saccente scuote il capo
volto il dorso al caminetto
pensa se non è il caso di sciogliere
il dilemma con un compromesso.
La causa, dice, ha i suoi diritti;
un uomo è un uomo…
Ahimé, quante realtà che appaiono già nostre
si stemperano poi nella palude
dell’indecisione!
Prendete questi gigli, ad esempio, o me,
soffocato dalle nubi basse,
implorante una luce che mi assista
per il lungo viaggio nel buio.e viva

*

Ahimè, Signore, sono stanco di lottare contro l’ipocrisia
di combattere contro me stesso
stanco di questo levarsi del sole
di questo morire ogni sera
stanco di udire
di capire di dolermi e di ridere
di vivere e dormire
stanco della primavera dell’estate dell’autunno
e dell’inverno
dei germogli
e delle foglie che scivolano per terra.
Stanco dell’odio e dell’amore.
Come Leopold Bloom vorrei sedermi sul water
a leggere la cronaca cittadina
poi tirarmi su le brache
e andare.

*

Le mie bambine

Due betulle tremule
nel sole
amore chiama
all’alba
col grido fugace delle rondini.

Gli occhi già presi dalla vita
attendono l’evento
le mani fragili materne
cullano la bambola.

da quali remote plaghe
siete giunte
irreali
a queste rive dolenti?
È un sole il vostro vivere
che abbaglia:
mi sento dilungare
come un fiume.

Nuovi tormenti mi prendono
ma dolci
ch’esplodono nel ridere
a volte mi stringono la gola
con un pianto fresco
che porta in Paradiso.

Alta consolazione è questa
avervi
lungo il cammino
amiche.

Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Golish La coppia di nani

Nel sangue odo a notte
fruscio d’ali
uccelli migratori passano e passano
verso approdi d’avventura

Sgomento mi prende nel sonno
e penso ai figli
alle prossime partenze
che faranno solitudine più acuta

I loro giochi di ora conosco
prove e riprove al giorno in cui
salperanno come aironi ai cieli
azzurri del sogno

Il passato lo sconto
in queste ore d’attesa
minuto per minuto
e ha sapore di secoli il travaglio
rivivendo una seconda vita.

*

Come pesca la ciminiera
com’è lunga e larga
da casa la vedo
al mattino e alla sera
con il pennacchio da carabiniere
succhia sangue e nafta
come un fungo atomico
mi possiede
e fa grigio il cielo
anche d’estate
al vento e alla pioggia
essa presiede.

Strilli Busacca è troppo tardiStrilli Busacca Vedo la vampa

Un giorno mi chiuderete gli occhi

Ogni sera
augurandomi la buona notte
girate l’interruttore della luce.
Così un giorno mi chiuderete gli occhi.

e più non udrò l’allegro scampanellio
delle vostre voci
non vedrò la folgore del riso
illuminarvi gli occhi
non sentirò il tepore del vostro sonno
scaldarmi il cuore dopo i giuochi
del giorno.

Oh so che dietro la pesante porta
dell’addio troverò il Signore,
ma Egli è come un severo generale
e chissà quanto tempo dovrò stare
sugli attenti
prima che mi conceda il riposo!
e non sarò più il padre che si diletta
coi figli, ma un figlio
che ascolta la predica del padre
– come un ritorno all’infanzia.
La mia
innocenza allora
vi seguirà come un consiglio
e come il capo della rondine sotto l’ala
fino a quando, adulte, mi darete il volo.
Così ogni sera
quando girate l’interruttore della luce.

 

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11 commenti

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11 risposte a “Ennio Contini (1914-2006) UNDICI POESIE  da Viaggio nel buio / Journey into the dark (1969) da Chelsea Editions di New York (2017) pp. 286 $ 20 – Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Pingback: Ennio Contini (1914-2006) UNDICI POESIE  da Viaggio nel buio / Journey into the dark (1969) da Chelsea Editions di New York (2017) pp. 286 $ 20 – Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo – Commento impolitico di Gi

  2. A proposito di cosa è poesia e cosa non lo è. Le cose non stanno come le pensava il Croce
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/18/ennio-contini-1914-2006-undici-poesie-da-viaggio-nel-buio-journey-into-the-dark-1969-da-chelsea-editions-di-new-york-2017-pp-286-20-tra-i-postumi-del-neorealismo-e-gli-spunti/comment-page-1/#comment-23976
    A proposito di una poesia di Steven Grieco Rathgeb, tempo fa, scrivevo:

    “È viva in Steven Grieco Rathgeb l’esigenza di liberarsi dalle convenzioni relative ai metri, agli spazi e ai tempi della poesia tonale lineare per rivolgersi alla poesia atonale, circolare. Le parole diventano suoni atonali, sono morceaux per pianoforte: parole enigmi che si susseguono ad altre parole o che sfuggono ad altre parole, come per restare in uno sfondo, un secondo piano mnestico, quasi fossero tappezzeria, arredamento della memoria che evanesce.

    Da quando Cage ha stabilito che tutto è musica, i rumori sono diventati significativi, e con essi le immagini, i frammenti. I rumori sono frammenti di suoni un tempo forse nobili, e i frammenti sono nient’altro che rumori ricchi di un senso perduto, di echi, di tracce smarrite.

    Dunque, ad un poeta del nostro tempo resta il compito di ascoltare e far «suonare» il «rumore» delle parole con le parole. In fin dei conti. «La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire», «La poesia è sempre la stessa». Il mondo, diventato un «acquitrinoso labirinto di lingue», non richiede più da tempo alcuna rappresentazione lineare o prospettica, l’unica struttura formale consentita è la raffigurazione a-prospettica e multiprospettica, la sovversione delle strutture temporali, un tempo ritenute stabili, la elusione di qualsiasi convenzione dei movimenti frastici impressi sul pentagramma convenzionale; il pentagramma della nuova poesia bisogna scoprirlo da soli, immaginarselo; possono sopravvivere soltanto la durata e l’intensità di ogni singola parola; come nella musica per pianoforte e archi di Morton Feldman; sopravvivono le immagini che si presentano alla memoria trascendentale come tessere di un mosaico che non sta al poeta disporre ma soltanto comporre.

    In tal senso la «Felice notte O Bon», è un augurio di buonanotte, l’augurio di entrare nel regno delle ombre, un mondo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del senso perduto, scevro di qualsivoglia notazione simbolica, iconica, politica o religiosa.”

    Dunque, considero importante questo passaggio perché mi dà l’occasione di ricordare e ribadire, ancora una volta, che cosa è poesia e cosa non lo è. Le cose non stanno come le pensava il Croce, qui non c’entra nulla l’intuizione lirica, qui c’entra il tempo, il nunc e lo spazio l’hic, colti nell’apparire di un Evento, anzi, mi correggo, l’apparire è sempre un apparire di un evento, altrimenti non sarebbe un apparire… Possiamo quindi dedurre in modo definitivo che tutta la «poesia» che è descrizione o commento o parafrasi di altre cose non è poesia ma altro, che non ci interessa. Poesia è soltanto l’apparizione di un evento (Ereignis) in un particolarissimo e irripetibile spazio-tempo.

  3. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/18/ennio-contini-1914-2006-undici-poesie-da-viaggio-nel-buio-journey-into-the-dark-1969-da-chelsea-editions-di-new-york-2017-pp-286-20-tra-i-postumi-del-neorealismo-e-gli-spunti/comment-page-1/#comment-23980
    “(…) il linguaggio dei poeti, anche di alcuni grandi poeti, tradisce una non complementarietà tra il narratum e l’intenzione narrante.
    La lingua in poesia è tutto.
    Il poeta deve scegliere una lingua, è la lingua prescelta che gli detterà ciò che dovrà dire.
    Molti poeti vanno in giro a cercare cose da dire, magari si pensa che questo debba essere il compito del poeta.
    E invece no.Il compito del poeta è giungere ad un linguaggio.”

    Parole dirompenti, laceranti nella loro verità assoluta, queste di
    Costantina Donatella Giancaspero che “rubo” dal suo commento di ieri
    sulla pagina dedicata ad Adeodato Piazza Nicolai e ripropongo, qui e ora,
    nel caso dei versi di Ennio Contini, a rafforzamento dell’idea linguaglossiana
    a me e non soltanto a me assai nota secondo cui “Poesia è soltanto
    l’apparizione di un evento in uno spazio-tempo particolarissimo e
    irripetibile.”

    Parole da non dimenticare.

    Vorrei poter conoscere le posizioni dei frequentatori de L’Ombra delle Parole
    su di esse, in particolare quelle di Sabino Caronia, di Antonio Sagredo, di
    Luigi Celi, ma anche quelle di Salvatore Martino, il quale, nei suoi recentissimi versi, qua e là efficacemente ritoccati da Giorgio Linguaglossa,
    ha impresso nuove spinte direi ascensionali al suo far poetico, mostrando
    d’essere a una attraente svolta nella sua poesia.

    Gino Rago

  4. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/18/ennio-contini-1914-2006-undici-poesie-da-viaggio-nel-buio-journey-into-the-dark-1969-da-chelsea-editions-di-new-york-2017-pp-286-20-tra-i-postumi-del-neorealismo-e-gli-spunti/comment-page-1/#comment-23982
    …e non soltanto “giungere ad un linguaggio”, ma realizzarlo costruendolo quotidianamente, come dire che il Poeta giunto ad un punto zero, può cominciare una nuova e diversa numerazione: mai tentata prima!
    Un linguaggio che deve spazzare via tutti i precedenti linguaggi: in ciò la spietatezza e la crudeltà, e aggiungo la (mia) mostruosità della Poesia!
    Quando Adorno affermò che dopo gli stermini nazisti non si poteva più scrivere Poesia, fece un gravissimo errore (il suo più grande orrore critico!)…
    Adorno non sapeva (o non voleva?) che la Poesia era più mostruosa degli stermini: natura della Poesia è soltanto questa, fin dalla sua nascita, quando ancora non esisteva la parola, ma esisteva il puro suono e poi il Canto!, ecc.

  5. Giuseppe Talia

    Galeotta fu Procida e la poesia che in quel luogo ebbe principio e rango elevato.

  6. Articolo e commenti. . .
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/18/ennio-contini-1914-2006-undici-poesie-da-viaggio-nel-buio-journey-into-the-dark-1969-da-chelsea-editions-di-new-york-2017-pp-286-20-tra-i-postumi-del-neorealismo-e-gli-spunti/comment-page-1/#comment-24021
    apparentemente Ennio Contini poeta non interessa. Ed è colui che nel 1947 mi mise la penna in mano. Scrivi poesia, disse. Chelsea Editions ha pubblicato gratis 30 poeti italiani e 3 francesi. Una sola recensione di un solo volume mi avrebbe spinto a scrivere un articolo di omaggi al recensore. In vece, due recensioni, Giorgio Caproni e Amelia Rosselli, apparvero su Times Literary Supplement in Inghilterra. È stata una battaglia costante contro l’indifferenza americana verso le poetiche d’altri continenti. Comunque, nonostante brividi di indignazione e professori d’italianistica disinteressati (eccetto di proporre un loro inedito) ho continuato a fare la carità alla poesia italiana. Ennio Contini, amico maestro poeta, era nella mia mente come inizio e fine, il poeta che nel 2017 doveva terminare la serie in bellezza e genosità. Per cui ringrazio con gioia Giorgio Linguaglossa, reeazione, lettori, e me stesso, alfredo de ioralch

  7. Caro Alfredo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/18/ennio-contini-1914-2006-undici-poesie-da-viaggio-nel-buio-journey-into-the-dark-1969-da-chelsea-editions-di-new-york-2017-pp-286-20-tra-i-postumi-del-neorealismo-e-gli-spunti/comment-page-1/#comment-24029
    sicuramente Ennio Contini ha un merito indiscusso: quello di averti messo la penna in mano e averti spinto a scrivere poesia.
    Per quanto riguarda l’interesse dei letterati italiani verso la poesia di Ennio Contini, sicuramente qui in Italia la poesia di Contini non interessa, ma non interessa non tanto per il varore o disvalore della sua poesia in sé quanto per il conformismo e per il protagonismo individualistico dei letterati italiani a cui sta a cuore soltanto la propria vicenda personale e quella dei propri sodali. Oggi non c’è nessuna critica qui in Italia che abbia un aspetto di decenza, si fa soltanto critica augurale, di accompagnamento nel migliore dei casi. Il livello medio della poesia italiana lo puoi misurare dal livello delle poesia che Poesia di Crocetti pubblica ogni mese, quello è il livello medio. Ed è davvero basso.

    Per tornare a Contini, le poesie qui pubblicate sono del 1969, anno micidiale in Italia perché segna l’inizio della rivolta studentesca che qui in Italia è stata una rivolta politica ed esistenziale contro un sistema di potere e di organizazione della vita civile; siamo nel bel mezzo della contestazione giovanile; c’era la neoavanguardia, un motore ben oliato che comunque andava a pieno ritmo, c’era la rivista “Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi, c’erano i nuovi poeti come Amelia Rosselli e Dario Bellezza; Montale stava per dare alle stampe il libro che segnerà, nel bene e nel male, un momento di svolta nella poesia italiana a venire: Satura (1971), poi c’erano i milanesi organizzati attorno a Raboni, la crisi del centro sinistra, la crisi economica intervenuta dopo il boom… Ecco, di tutto questo non c’è traccia nella poesia di Ennio Contini, lui era e continuerà a restare un emarginato nella poesia italiana, la sua crisi poetica esistenziale ed identitaria non riuscì mai ad attingere il piano della universalità. La sua poesia è rimasta una poesia della crisi esistenziale individualistica dell’io privato, ma questo «io privato» non ha mai attinto il piano della universalità, non è mai diventato un «io pubblico». I suoi versi di quegli anni lo dicono chiaramente:

    Ogni sera
    augurandomi la buona notte
    girate l’interruttore della luce.
    Così un giorno mi chiuderete gli occhi.

    Il suo linguaggio poetico è ancora, in quegli anni, un linguaggio individualistico-privato. È stato questo il suo limite, credo.

  8. Ennio Contini, dopo Magnolia (1939), la giovanile silloge a la Ungaretti, attese almeno dieci anni prima di ricominciare a scrivere poesia. A Civitavecchia ne una scrittura progredita in un linguaggio più largo, Allelua! (1952), ma inadeguato alla realtà in cui ancora si trovava. Dal 1953 in poi credo sentisse poesia senza urgenza smaniosa. Come centinaia e centinaia di poeti si tirano indietro senza una spiegazione, forse Ennio Contini, cosciente della propria forza in famiglia con due figlie, non l’aveva in poesia, o anche in poesia.

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