Paolo Valesio STORIE DEL TESTIMONE E DELL’IDIOTA (poesie inedite) con una interpretazione di Giorgio Linguaglossa

 

foto Le biglie [Paolo Valesio nasce nel 1939 a Bologna. É Giuseppe Ungaretti Professor Emeritus in Italian Literature all’Università di Columbia a New York e presidente del “Centro Studi Sara Valesio” a Bologna. Oltre a libri di critica letteraria e di critica narrativa, a numerosi saggi in riviste e volume collettivi, e a vari articoli in periodici, ha pubblicato: Prose in poesia, 1979, La rosa verde, 1987, Dialogo del falco e dell’avvoltoio, 1987, Le isole del lago, 1990, La campagna dell’Ottantasette, 1990, Analogia del mondo, 1992, Nightchant, 1995, Sonetos profanos y sacros, 1996, Avventure dell’Uomo e del Figlio, 1996, Anniversari, 1999, Piazza delle preghiere massacrate, 1999, Dardi 2000, Every Afternoon Can Make the World Stand Still /Ogni meriggio può arrestare il mondo, 2002, Volano in cento, 2002, Il cuore del girasole, 2006, Il volto quasi umano, 2009 e La mezzanotte di Spoleto, 2013. È autore di due romanzi: L’ospedale di Manhattan, 1978, e Il regno doloroso, 1983; di racconti: S’incontrano gli amanti, 1993; di una novella, Tradimenti, 1994, e di un poema drammatico, Figlio dell’Uomo a Corcovado, rappresentato a San Miniato nel 1993 e a Salerno nel 1997]

Premessa di  Paolo Valesio

  Approfitto della generosa ospitalità per presentare una breve sequenza di poesie tratte da una delle mie raccolte inedite (quella più vicina al completamento), il cui titolo per il momento è Esploratrici solitarie. Non è certo insolito il fenomeno per cui uno scrittore evoca l’apparizione improvvisa, fuori di ogni sua volontà e calcolo, di uno o più personaggi già essenzialmente formati. (È vero che queste apparizioni hanno luogo prevalentemente nei momenti genetici di opere narrative e teatrali —ma forse ciò accade perché l’idea del personaggio ha senso soprattutto in quei generi letterari; d’altra parte, per me come per altri poeti, una raccolta di versi comincia a prendere forma accettabile solo quando si struttura come un vero e proprio libro, cioè quando emerge in essa qualche cosa di affine al dramma o alla narrazione: dei personaggi dunque, e una trama; o anche solo l’uno o l’altro di questi elementi.)

 I due personaggi di questo libro non s’incontrano mai. (Se questo significhi che l’uno sia il “doppio” dell’altro, non so; ma so che questa idea mi ispira un sottile senso di paura.) I due sono apparsi lentamente (emergendo da una sorta di nebbia in cui è immersa la poesia che apre la serie, e il cui sottotitolo inglese non è gratuito: la sintassi di “dream poem” lascia ambiguo il legame fra i due sostantivi — sogno/poesia, poesia sorta in sogno, sogno di una poesia?). I personaggi sono venuti fuori da quella nebbia così lentamente e timidamente, che all’inizio sono stati respinti; ma essi hanno insistito, con parole sempre più chiaramente udibili, con caratteristiche sempre più riconoscibili nelle loro differenze, fino a rendere abituale, e in effetti indispensabile, la loro presenza.

 Per quel che posso giudicare, il Testimone è dei due il più austero e intenso, mentre l‘Idiota è più indifeso, poroso — più portato a esaltarsi in modo quasi ingenuo. Un paio di lettori del manoscritto in corso mi avevano esortato a lasciar perdere questo appellativo di “Idiota”, che troppo facilmente avrebbe potuto ritorcersi contro l’autore. Risposi che effettivamente all’inizio avevo sentito un certo disagio; ma con questo nome lui sì era presentato, e non mi sentivo di cambiarglielo per forza. Forse l’Idiota si aspettava che io riconoscessi in lui una genealogia letteraria — il personaggio che dà il titolo al grande romanzo di Dostoevskij (letto nell’adolescenza, esso influì sulla mia visione della vita, ma non lo rilessi più); dubito comunque, dato il suo temperamento, che egli abbia voluto coinvolgermi in qualche gioco letterario. Un altro lettore preliminare ha opinato che Idiota si riferisca piuttosto al suo etimo greco: l’uomo “privato”, singolo, semplice in opposizione all’uomo socialmente rilevante e agguerrito. E potrebbe anche darsi; ma tali speculazioni hanno senso solo fino a un certo punto. Il fatto è che queste due persone si chiamano così come si sono presentate, sono quello che sono, e si muovono a loro imprevedibile piacimento fra (per il momento) New Haven, New York e Bologna — le città del mio destino.

foto Il_settimo_sigillo

 Interpretazione di Giorgio Linguaglossa

  Nell’aforisma 30 del 1954, Andrea Emo scrive:

«Nessun principio è definibile e oggettivabile»1.

Il pensiero non può cogliere il principio, pena porlo come non-posto, dissolto nell’infinita catena delle mediazioni. L’Inizio è l’immediato. La dialettica paradossale e aporetica di Emo mostra l’inconcepibilità dell’Assoluto tramite le categorie logico-ontologiche non-contraddittorie, ma è anche una «chiave» che consente l’accesso ad un pensiero metafisico in grado di cogliere l’Assoluto attraverso il paradosso. L’Assoluto non è ponibile perché qualsiasi posizione di esso lo capovolge istantaneamente in altro, secondo una dialettica contraddittoria che può avere un antecedente significativo nella peritropè («capovolgimento» o «inversione») damasciana.2 Nel Principio, che Emo denomina anche «atto», o «attualità», tutto è identico perché tutto è Nulla: «nell’attualità l’essere e il nulla coincidono assolutamente»,3 nel senso che sono non soltanto simultaneamente uno, ma anche simultaneamente non-uno; si identificano, sono uno e non-uno, e,  in questo stesso atto, si distinguono e si oppongono.

Nel Nulla è il principio in quanto il principio è il Nulla che appare e si fa figura.

Il mondo per Emo «non è che il risultato dell’autonegarsi dell’Assoluto»;4 il quale, poi, a considerarlo più profondamente, si scopre anch’esso come un auto-negarsi nel suo stesso porsi, e come un porsi nel suo stesso negarsi.

Ecco un tratto nichilistico di Andrea Emo:

«Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?».5

  Per la visione teologica cristiana invece il mondo

 è il risultato di un inverarsi dell’Assoluto, e la storia ha un senso, pur se occulto e nascosto, che si dispiega nel tempo lineare. Ed è qui che si situa la sorprendente interrogazione della poesia valesiana.

Per Paolo Valesio, un evento accade all’improvviso: un «testimone» e un «idiota» dialogano ciascuno sepolto nella propria solitudine. Una manifestazione che sorprende, che scuote, che appare «altra»; un evento oscuro, che fa subito luce. Ciò che fa intensamente pensare all’azione di una «potenza», di un «numinoso» . Ognuno di noi ne ha fatto esperienza e ne fa continuamente nell’ambito della vita quotidiana, ognuno di noi può testimoniarlo.

 Il Dio cristiano ha sostituito la tyche-dèa dei pagani, intesa come evento che rimanda sempre ad «altro». Il Dio cristiano è un evento che rimanda a sé. Nella concezione cristiana l’evento non è nudo ma ha il vestito che Dio gli ha consegnato. Scopo del poeta è quello di scoprire il vestito di Dio per il tramite del linguaggio umano. Particolarità e contingenza sono inscritte nell’evento per eccellenza che ha dato la svolta alla storia degli uomini: la crocifissione del Cristo e la sua resurrezione.

 Con il che il tempo ciclico si è aperto per introdurre l’uomo nella prospettiva escatologica e messianica dell’avvento del regno di Dio. Direi che entro questa cornice soteriologica si svolge il pensiero poetico di Paolo Valesio.  

Luigi Fontanella, Paolo Valesio Adriano Spatola

Primo piano, da sx, Adriano Spatola, Paolo Valesio, Luigi Fontanella anni Settanta

 Nel pensiero poetico di Valesio

 la facoltà discorsiva della poesia celebra il suo rito stilistico: nuda scarnificazione della frase e della parola e sfiducia nelle qualità estetiche della retorica.

L’unico modo per sfuggire a questa pesante ipoteca che inficia il pensiero discorsivo è che esso si faccia portavoce del mistero e del supplizio degli uomini, l’esistenza dei quali si inscrive tra la nascita, la morte e la resurrezione, dove la morte è bandita dal decreto individuale della fede.

 È entro questo quadro teologico-salvifico che si situa la poesia di Valesio. Il viaggio dell’uomo contemporaneo dunque non può essere altro che quello del «testimone e dell’idiota», con la «e» disgiunzione e congiunzione, «anello» debole della creazione tra il Tutto e il Nulla, il Nulla e il Tutto, essendo il nulla nient’altro che una labile intercapedine del Tutto.

 Perché il dio bambino, di cui il Mediterraneo aveva favoleggiato fin dalle origini, il figlio della madre, è nato da una madre di carne, esso stesso carne, ed ha abitato tra gli uomini, ed è morto tra gli uomini. E risorto. È dentro questo mistero della carne e dello Spirito, che si svolge e si involge il pensiero poetico di Paolo Valesio. Ha senso la storia degli uomini dal punto di vista della escatologia? La risposta di Valesio, piena di dubbi, non ha dubbi, è sì, la storia ha senso, sta agli uomini scoprirlo.

 Valesio è un semplice poeta pellegrino, anzi, poeta-testimone

Per la gran solitudine in cui vive
il Testimone è un fantasma.

che va alla ricerca di questa esile parola-traccia, di questa «cortina di perline / tintinnabulante» che accompagna la storia rissosa e sanguinaria degli uomini. La versificazione, più che libera, appare legata, imbavagliata dalla parola dominante che rimane impronunciata, incatenata con dei tiranti, tra versi lunghissimi e versi brevissimi, che si alternano per dire l’impossibile… Spezzata, frantumata. In questo pentagramma infranto la parola poetica valesiana acquista in detonazione quello che perde in denotazione, essa vive in questo universo infranto, è un suo prodotto.
All’improvviso, parla una voce che sembra sortita da un sogno:

Non devi preoccuparti più di tanto —
la tua voce comunque è inaudibile
e tale resterà fino alla fine.
Continua a camminare capo-chino
stringendo con la punta delle dita
il lembo del cappotto e non preoccuparti
se è lo stile della rondine o quello
del pipistrello.

1 La voce dice che il «testimone» e l’«idiota» sono la stessa persona.1. Cfr. Andrea Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989 p. 18

2. Il neoplatonico Damascio, nell’opera Dubitationes et solutiones de primis principiis, Paris 1899, sostiene che il Principio Ineffabile (tò apòrretos) del tutto non coincide con l’Uno e si trova epékeina tou henòs, al di là dell’Uno (quest’ultimo denominato da lui, talvolta, «indicibile», arrètos, ma mai «ineffabile»). Il Meta-Principio, insomma, non è identificabile con niente, e non è definibile in nessun modo, neanche come indefinibile: «Infatti, noi non lo [l’Ineffabile] diciamo neppure ‘totalmente inconoscibile’, in modo che esso, essendo qualcos’altra cosa, possieda per natura l’inconoscibilità; ma non lo diciamo né ‘ente’, né ‘uno’, né ‘tutto’, né ‘principio del tutto’, né ‘al di là del tutto’; noi riteniamo di non predicare di esso assolutamente nulla. Dunque, neppure questi predicati costituiscono la natura di esso e neppure ‘il nulla’» (cfr. Damascio, De Princ. I, p. 13.17-21). In tal modo, il paradosso auto-referenziale è lo sbocco aporetico necessario di qualsiasi discorso sull’Assoluto, del quale si può parlare soltanto attraverso continui «capovolgimenti» o «inversioni» del logos; infatti, afferma Damascio, «se invece è necessario dare qualche indicazione [del Principio], bisogna allora servirsi delle negazioni di questi predicati; dire che non è né uno né molti, né generatore né non generatore, né causa né non causa. Bisogna per l’appunto servirsi di queste negazioni che, non so come, si capovolgono [peritrépesthaitotalmente  all’infinito» (cfr. Damascio, De Princ. I 22, 15-19 e I 26, 3-5, corsivo mio). 

3. Cfr. A. Emo, Il Dio negativo ecc., cit., p. 52 (corsivo mio). 

4. Ibidem

5   Ivi, p. 75

Paolo Valesio

Poesie inedite di Paolo Valesio

IN PROVVIDA MENTE (A DREAM POEM)

               Improvvido,
il braccio nudo di Gesù improvviso. Punta dove? E un’indicizzazione
o una bene – male – dizione? Assorto dal bruno della pelle, dall’atletica scarnirà
gli sembra vedere
una fila di anelli di rame,
semplici cerchi spogli eppure magici — quella piccola
magia selvaggia
che era nelle spoglie del Battista: pelli
e denti d’osso in asole di cuoio e il legno polito,
fino alla translucenza,
del suo bastone e ciotola
dove il miele è oramai tutto leccato.
               Anelli che agganciano sottili in spire
anche i Samaritani, i Siro-Fenici, quelli delle frontiere, gli idolàtri, i tantissimi che lasciano
negli occhi altrui
la perplessità dello sguardo —anelli che abbracciano
con amore-corrosione
consumatrice di ogni distinzione fino alla in-differenza.

               Ma il braccio di Gesú rimane nudo, e quegli anelli debbono esser stati
illusione dell’aria:
granulata e rutilante
cortina di perline
tintinnabulante
in tanti “clang” silenziosi
che si travedono come
gioielli-essudazioni del calore. 

(New Haven-New York 1998-2012)

 

COSTRIZIONE

On se relève tombé, on ne se relève pas pulvérisé”

(Victor Hugo, L’homme qui rit)

La voce dal soffitto
è un subitaneo grido:
“Schiacciatelo, l’infame!”
e il Testimone viene strascinato, sulla scia di quell’eco,
a un breve e convulso pensiero: `Tu, Peccato-Vita, mi schiacci —spero solo che non calpesterai
in me un infame, e calcherai piuttosto uno già predisposto, un penitente’.

(Bologna)

 

gif-maniglia

APPARIZIONI DISPARIZIONI

Figlia nella mattina
si aggira in cucina —
“Ma è presente soltanto nello spirito!” si esclama sottovoce il Testimone. Allora l’altra voce bassofonda,
quella del forum animale
(del buco dell’anima), ribatte: `Vero, e questo significa
che lei non è un fantasma mentre tu sempre sotto il basto curvato
del tuo inqualificabile passato
               (per cui devi ripetere a ogni alba,
               come lo scolaro
               trattenuto in classe che scrive cento volte sulla lavagna:
               Il peccato è scarlatto
               Il peccato è scarlatto
               Il peccato è scarlatto …), tu così ammantellato
dalle tue stesse braccia a scudo
per rintuzzare l’assedio del rimorso: sei tu che stai sull’orlo
di metamorfosarti e fantasmarti’.
Caffetteria cjoe”

(Riverside Drive, Manhattan)

 

NON DA QUEL DOVE

Il Testimone è desto e vestito e sta ritto davanti alla finestra lunga della sua camera da letto
regge in mano una tazza di caffè (scudo per affrontare la giornata) dunque resta in stupore
quando ode parole
che non (come di solito gli accade) spiovono dal soffitto
mentre sotto egli giace
ancora nel veglia-e-dormi;
no, queste
sorgono dal fiume
là sotto in fondo:

“Guarda, anche se non vedi: Lui sopra giunge rapido
e silente come la luce —è la nube della luce,
non quella della tenebra che Lo involge

(Riverside Drive, Manhattan 12 ottobre 2014)

 

AL FUORI-DENTRO MARGINE

A volte nei momenti
in cui galoppano gli scrupoli il Testimone osa
rivolgersi all’Altissimo:
“Si possono pregare
preghiere che suonino stonate rispetto a quelle
che il Vescovo di Roma predica? E poi: come posso continuare
a essere la voce roca e fioca
                     (ogni giorno m’illudo
                     che forte e chiara possa ritornare
                     e a ogni nuova giornata la ritrovo debole, incurabilmente)
che è fuori dal coro?”
Nessuna, naturalmente, risposta si fa udire; solamente parole non venienti
dall’alto e dall’Alto
ma striscianti fuori da un sogno
dove non si comprende chi è che parli:
“Non devi preoccuparti più di tanto —
la tua voce comunque è inaudibile
e tale resterà fino alla fine.
Continua a camminare capo-chino stringendo con la punta delle dita
il lembo del cappotto e non preoccuparti

se è lo stile della rondine o quello
del pipistrello”.
Poi il sogno comincia a evaporare
e lui era sul punto di dire: “Ma — non c’è altro?” quando ode le ultime parole
prima dello svanimento che preclude il sogno
e prelude al risveglio:
“Non importa se sei fuori dal coro
ma bada a non scivolare nel sottocuore”.

(Bologna 15-18 gennaio, 2015)

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NUOVI MONDI STANNO SEMPRE APRENDO QUANDO NON LORO CI ASPETTIAMO

Dice bene l’amico americano (o l’amica? Non c’è firma e la cartolina di Miami — non conosce nessuno a Miami —
contiene solamente questa frase:
“Nuovi mondi stanno sempre aprendo quando non loro ci aspettiamo”),
pensa l’Idiota mentre la rilegge. Dice bene perché questo aforisma roseo e modesto,
intriso di senso comune,
che l’amico fantasma (o l’amica che resterà per sempre misteriosa) deve aver messo dentro il tritacarne di un traduttore automatico, quando esce così rimescolato
e discombobulato
ha già una scintilla acquistato di elettrica originalità:
il madrelingua legge
la sua materna lingua riscoperta in forma un poco estranea —
come un corpo tutt’altro che materno
che si riveli improvvidamente nel fru-fru delle vesti arrovesciate e nell’imminente
incresparsi delle lenzuola.

(Bologna, 1 febbraio, 2015)

 

L’ESERCITO INFINITO DEGLI ESTRANEI

Per la gran solitudine in cui vive il Testimone è un fantasma.
Una volta lui era
un fantasma cattivo:
non agli altri ma a sé — un captivus della sua ombra e colore oscuro;
la faccia della sua melancolia
era una taciturna amaritudine.
Ma adesso il Testimone sta mutandosi in quasi-buono fantasma:
melancolia placata
e sfociata
in elegia di vita.

Di fronte all’infinito esercito di estranei
che sciama lungo le avenues
il Testimone è ormai libero
da timore
e da (con punta d’invidia) disagio.
Semplicemente, è curioso:
con un sorriso lieve e la fronte spianata, camminando o seduto su una panca.
Venerabili padri hanno detto:
Curiositas è peccato. Ma lui la sente
come una porta al bello e un timido primo gradino alla caritas.

(Bologna – verso New York – 3 febbraio, 2015)

 

DIFFICOLTÀ DELLA GLORIOSITÀ

Ogni luogo ogni marchio sul paesaggio
è una condanna per il Testimone
(corridoi di occasioni perdute
lacune di visite e viste che avrebbero potuto divenire visioni)
ma ogni luogo ogni marca di paesaggio
ogni scorcio (sghembo, angusto, tagliente)
di quella che lui osa sotto voce ancora chiamare “bellezza”
è una concessione gloriosa al suo tempo di vita.
Il ritmo inevitabile di questo su-e-giù del cuore lo lascia stordito più ancora che stupito.

(Riverside Drive, Manhattan 8 febbraio, 2015)

 

LA PICCOLA ORESTIADE

Il Testimone quando si sente di svenire
lotta-contro, sospinto dalla sottocorrente paura che questo sia il preludio del suo svanire.
Così i suoi occhi grandi-aperti
per via delle sue notti troppo bianche,
e i suoi capelli rizzati, trasmettono agli estranei e agli scarsi amici —
                    quando gli amici sentono scarsezza
                    tendono a divenire trasparenti
                   e questo può stranirli —l’apparenza ingannevole
di un forte, di un vitale.
Ma il pavor nocturnus et diurnus
che si annida nel fondo del suo occhio
                 (e che si trova
anche in alcune foto di suo padre)
lo marca fuggitivo, inseguito da un muto furore
e da una muta di furie solo per lui visibili.

(Riverside Drive, Manhattan 25 febbraio, 2015)

 

RICORDI 1

L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti malcurati, sorriso accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo che sono esistiti e che lui
è ancora 11 a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenii,
come i surrogati
della Resurrezione.

(Treno New York-New Haven 2 marzo, 2015)

 

RICORDI 2

Il Testimone, quando un ricordo lo colpisce diretto, geme
                     (breve lamento, e subito
                     si volta in giro per verificare che non l’abbiano udito):
è il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere dì essere
                    (ma il gemito è forse riscattato come seme di pentimento).

(Treno New Haven-New York 2 marzo, 2015)

 

MADRIGALE

Eterna giovinezza fin che dura dell’Idiota:
alle volte c’è il tormento,
alle volte non c’è più.

Quandunque il tormento
per un poco scompare di sollievo
e la svolta buona fiorisce l’Idiota ci ricasca e si illude
che la sua vita sia ridivenuta nuova. Misericordiosamente
non saprà forse mai
se questa è l’illusione che sfocia
nel triste viso (o addirittura ghigno) dell’ultimo congedo
oppure sia l’unica forma
di immortalità per lui possibile..

(Cineteca di Bologna)

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35 risposte a “Paolo Valesio STORIE DEL TESTIMONE E DELL’IDIOTA (poesie inedite) con una interpretazione di Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23828
    Resoconto poetico della moderna incomunicabilità, credo che queste poesie siano un’esemplare prova di poesia metafisica. Inchiodano il lettore alle sue responsabilità di fruitore della parola poetica come strumento di conoscenza e tentativo di arbitrio fra Essere e Nulla.

  2. Una poesia in romanesco di
    Franco Cimarelli:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23832
    Er poeta de giudizio che
    nun sa più a chi declamà le sue poesie.
    E co mì moje no, che so boccacce,
    e co li fiji? Peggio c’annà de notte,
    cor vicinato si, ma poi te sfotte,
    me so rimaste solo ste bestiacce.
    Tu a cuccia qua, perchè sinnò so botte,
    e tu nun me ringhià, fa pippa e stacce,
    e a voi, si dico a voi brutte cagnacce,
    ve fo sortì co tutte l’ossa rotte.
    Ma varda se un poeta, e che poeta,
    se deve da riduce a fa ste lotte.
    E appett’a che, perché, pe quale mèta?
    Quinni ho deciso, e poi l’impone er caso:
    visto ste Odi mia che so ridotte,
    d’annammene affanculo sur Parnaso.

    (Tebro, per questo sonetto, ovvero 14 versi tutti concatenati tra di loro e tutti in endecasillabo)
    nessun diritto riservato

  3. Quella di Paolo Valesio è una poesia difficile, impegnativa. Ecco da FB (La scialuppa di Pegaso) una autrice che scrive in modo “normale”. Si sente molto l’icona di Patrizia Cavalli… Che ne dite?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23833

    Antonietta Fragnito

    Negli anni settanta
    avevo un poncho e i pantaloni a zampa.
    Di notte mi decoloravo capelli
    perché in classe ci stava uno
    che mi piaceva.
    Sul tram, invece, un altro mi fissava
    tutto il tragitto
    E se pioveva
    si faceva prestare l’ombrello,
    ambiva ad accompagnarmi a scuola
    Ma a me piaceva
    quello del terzo banco.
    Ma lui niente
    E il professore di filosofia mi urlava di non distrarmi
    e io pensavo al suo “panta rei”
    E quello di latino mi diceva:
    “Le ho messo due
    così impara a stare sempre con la testa da un’altra parte”
    Intanto
    quello del terzo banco mi guardava.
    Io pure lo guardavo
    e lui mi riguardava
    con la sua sprezzante bellezza..
    Sapevo che si vantava con gli amici
    che io lo amavo.

  4. posto qui un’altra poesia di un giovane da FB La scialuppa di Pegaso.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23834
    Flavio Malaspina
    10 settembre alle ore 12:50

    Album

    La mia vita fino ad oggi
    È tutta su di una mensola della libreria
    Il tempo è diviso in colori tonalità e dimensioni
    Diciassette per dieci
    Venti per dieci
    Venticinque per quattordici
    Diciotto per dodici
    A destra il colore è seppia un po’ sbiadito
    Poi via via verso sinistra si schiarisce
    La tonalità si fa più chiara
    Azzurro cielo
    Celeste
    Bianco
    Poi è la luce che decide
    Del resto è quello che fa il tempo
    Consuma e ci consuma
    Fotogrammi d’anima
    Istantanee
    Atomi fissati sullo carta
    Che esistono solo se li osservo
    Altrimenti
    Solo carta politenata
    Luce bianca di eternità

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23835
    La grande problematicità, oggi, di fare poesia metafisica sta nella «metafisica». Parlare di metafisica oggi, nell’età della post-metafisica è, in sé, una contradictio in adiecto.

    È essa metafisica la più grande violenza che sia stata fatta all’uomo: averlo convinto che ci sia un contenuto di verità nella metafisica e averlo imposto agli uomini. Questa im-posizione è stata ed è una delle innumerevoli facce con cui si dà e si è data la volontà di potenza nella storia degli uomini.

    Fare poesia metafisica oggi, che si sia credenti o non credenti non importa, implica sciogliere questa aporia. Nel lontano 1995 avevo stilato un “Manifesto della nuova poesia metafisica” e lo avevo pubblicato sul n. 7 del quadrimestrale di letteratura “Poiesis”. Ovviamente, era fuori luogo e fuori tempo già allora. Oggi sarebbe ancora di più fuori luogo e fuori tempo. Per l’appunto, lo considero attualissimo.

    Ma, appunto, la poesia è sempre qualcosa che si presenta fuori luogo e fuori tempo, altrimenti appartiene al genere chiassoso della «chiacchiera» che si fabbrica oggi in miliardi di esemplari e di immagini…

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23836
    Per Derrida, «Scrivere significa ritirarsi. Ma non nella tenda per scrivere,
    ma dalla scrittura stessa. arenarsi lontano dal proprio linguaggio,
    emanciparlo o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni
    scorta. Lasciare la parola. Essere poeta significa saper lasciare la parola.
    Lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto […] una
    poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun
    valore senza questo rischio».

    Scrive Nietzsche: «Noi lo abbiamo ucciso – voi e io!… Chi ci ha dato
    la spugna per cancellare l’intero orizzonte?… Dove ci muoviamo? Non
    cadiamo forse continuamente?… Indietro, e di lato, e in avanti – da
    tutte le parti?».

    Scrive Adorno: «Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza
    lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente
    si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».1]

    Ecco, il problema io lo porrei così: ogni qual volta che la metafisica viene fatta sloggiare dalla vita degli uomini, o si crede di averla espunta dalla vita degli uomini, ecco che essa nella veste di falsa metafisica o di metafisica religiosa, ovvero, di metafisica posticcia, si attacca come un francobollo alla vita degli uomini e alla loro produzione artistica. Ritengo perniciosi i tentativi di espungere la metafisica da ogni atto della vita degli uomini. Quando lo pseudo marxismo leninista ci ha provato, le conseguenze sono state terribili. La filosofia che parla di falsa metafisica e di metafisica posticcia e l’arte che la dice, ogni volta che ci hanno provato hanno fatto cilecca, hanno dimostrato la loro corta gittata, il loro lato cortigiano, e spettrale.

    Scrivevo poco tempo fa nella Prefazione al libro di Francesca Dono, Fondamenta per lo specchio (Progetto Cultura, 2017):

    La gran parte della odierna poesia, una sorta di sub-derivazione del minimalismo, con tanto di sublime o di anti sublime nel sub-jectum,scrive in quel super latino della comunità internazionale qual è diventato il gergo poetico in occidente, di cui l’italiano è una sub componente gergale. Ma, è ovvio, qui siamo ancora e sempre sul vascello di una poesia leggera, che va a gonfie vele sopra la superficie dei linguaggi liofilizzati del Dopo il Moderno: srotolando questo linguaggio come un tappeto ci si accorge che ci sono cibi precotti, già confezionati, da esportazione: non c’è profondità, non c’è spessore, non ci sono più limiti. Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. Siamo in una democrazia demagogica, una democritura leggera: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso una nuova arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso uno stile aforistico; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi liofilizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.

    1] T.W. Adorno Teoria Estetica, Einaudi 1975 p. 85

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23839
    Felice d’incontrare l’amico Paolo Valesio su L’Ombra delle Parole. Sono riuscito a leggere soltanto le parole in grassetto. Ma conosco alcuni testi da Storie del Testimone e dell’Idiota, bellissimi, e non so se sono gli stessi che er modo di dire ho visto qui. Grazie al direttore Giorgio Linguaglossa, L’Ombra delle Parole è aperta ad autori noti poco noti e sconosciuti perché la sua critica è aperta. Mi scuso, adesso non vedo più le mie parole.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23841
    La testimonianza di Alfredo De Palchi vale più di qualunque altro commento; ci mostra come la poesia possa costituire un ponte che unisce tutte le anime che la scelgono come una fede, come possa andare oltre i limiti fisici che, prima o poi,la natura ci impone.

  9. Salvatore Martino

    Una mia poesia recentissima che fa parte di un work in progress, “Manoscritto trovato nella sabbia” ancora una volta come afferma Tosi in piena New Age. Profonda, difficile, stimolante la poesia di Valesio. Tornerò a leggere con più dilatazione temporale.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23846
    “Dove non volano le cicogne” *

    Il volo era partito verso un confine
    dove le nuvole devastano la luce
    e il pericolo di tuoni e di tempeste
    avevano avvisato la carlinga
    d’imminente pericolo
    di un cambio possibile di rotta

    Ma dove affondare il tuo mistero?
    Se questo viaggio risulta imposto
    da un comando che nessuno conosce
    se i cavalli del sole
    hanno sciolto le redini all’auriga
    e nel cielo divenuto cremisi
    impazzano comete e venti
    il segno di una predetta maledizione?

    Leggo nell’ala di sinistra
    il nome della Compagnia
    non è lo stesso letto all’aeroporto
    quindi chi mi aveva imbarcato
    era maestro d’inganni
    carte e parametri diversamente trascritti
    per farmi rotolare in un’avventura
    che non contempla uscita

    Quando il discorso si farà crudele
    e le parole diventeranno
    simili a gomma sfilacciata
    potrai discendere nella tua miniera
    a raccogliere pietre e stratagemmi
    ma non risulteranno utili
    a tracciare una sorta di sentiero
    dove cospargere di luce il tuo destino
    e consentirti ancora di sperare

    Il punto dell’inizio
    quasi in cerchio cammina
    a congiungersi
    in quella discendenza dell’inutile
    spalmata sulle mani

    Conoscerai stritolata dal tempo la tua casa
    quello che fu l’incedere dei passi
    le voci che toccarono il tuo cielo
    fedele all’acqua che ossifica il sorriso

    Il comandante annuncia l’avaria di un motore
    le hostess si affannano a calmare
    l’agitazione di donne e di bambini
    un uomo corpulento al mio fianco
    si è alzato minaccioso
    e profetizza sciagure
    Mi aggrappo quasi disperato
    all’unica soluzione possibile
    l’ebbrezza della fine
    il dolce procedere a ritroso

    Il sonno ha invaso la tua dimora
    la casa che ti appresti a visitare
    cenere e tempio
    perturbamento bianco nella calce
    squarcio acuminato
    tra numero e memoria

    * Ricordando un film russo del disgelo 1957
    “Quando volano le cicogne”
    di Michail Kalatozov Palma d’oro a Cannes 1958

  10. Caro Martino,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23848
    questa tua poesia si indirizza verso un nuovo cammino. Si decentralizza da uno statuto linguistico già omologato, e fa en plein di eventi, e nuove occasioni tematiche; ma è soprattutto la rifondazione di una “storia” quella che diventa “centrum” di un discorso che ti avvicina ai poeti della NOE. Se sbaglio fammelo sapere. Vai avanti. Ciao.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Mario credo che tu abbia ragione circa la strada nuova che mi pare di aver intrapreso, con una scelta partita non da un impulso razionale di rinnovamento diciamo che me la sono trovata tra le mani con altri testi , e numerosi, partiti da alcuni anni, lontani quindi dall’ultima produzione pubblicata.Può darsi tu abbia ragione anche nella vicinanza con la NOE, anche se non cercata. Nell’aria corrono progetti, pensieri,camminamenti che magari senza volerlo vengono intrecciati..
      Ti ringrazio per la tua profonda attenzione

  11. carissimo Salvatore, critico spietato della NOE, visto che la poesia è ancora in progress, mi permetto di suggerirti queste modifiche in sintonia con la sensibilità della NOE:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23850
    Il volo era partito verso il confine.
    Le nuvole devastano la luce, tuoni e tempeste
    avvisano la carlinga d’imminente pericolo.
    Un cambio possibile di rotta?

    Ma dove affondare il tuo mistero?
    Se questo viaggio è imposto
    da un comando che nessuno conosce,
    se il sole che va a cavallo ha sciolto le redini all’auriga
    e nel cielo divenuto cremisi impazzano comete
    e venti, segno di una predetta maledizione?

    Leggo nell’ala di sinistra il nome della Compagnia.
    Non è lo stesso letto all’aeroporto, quindi chi mi aveva imbarcato
    era maestro d’inganni, carte e parametri diversamente
    trascritti per farmi rotolare in un’avventura
    che non contempla via d’uscita…

    Il discorso si fa crudele, le parole diventano
    gomma sfilacciata, tu potrai discendere nella miniera
    a raccogliere pietre e stratagemmi,
    ma non risulteranno utili a tracciare il sentiero
    dove cospargere di luce il tuo destino.

    Il punto dell’inizio, quasi in cerchio cammina
    a congiungersi
    in quella discendenza dell’inutile spalmata sulle mani

    Conoscerai stritolata dal tempo la tua casa,
    quello che fu l’incedere dei passi, le voci che toccarono il cielo
    fedele all’acqua che ossifica il sorriso

    Il comandante annuncia l’avaria di un motore.
    Le hostess si affannano a calmare l’agitazione di donne e di bambini.
    Un uomo corpulento al mio fianco si è alzato minaccioso,
    profetizza sciagure.
    Mi aggrappo disperato all’unica soluzione possibile
    l’ebbrezza della fine, il procedere a ritroso

    Il sonno ha invaso la tua dimora. La casa che ti appresti a visitare
    cenere e tempio
    perturbamento bianco nella calce,
    squarcio acuminato
    tra numero e memoria.

    • Salvatore Martino

      Ti ringrazio carissimo Giorgio per i tuoi suggerimenti che accolgo con vivo interesse. Come tu dici si tratta di un work in progress e oltre ai tuoi preziosi inviti aggiungerò altri tagli, necessari a snellire il dettato. Come ben sai un testo viene visitato più e più volte, come una scultura, togliere è sempre operazione benefica.. Ancora grazie per avermi sospinto verso un miglioramento.di questo mio testo

      • londadeltempo

        Complimenti , Salvatore!
        a parte la sinergia con la NOE che, PER NOI, è importante, la tua poesia mi avvince la mente e mi fa sognare! La versione di Giorgio poi, con alcuni tocchi ben piazzati, mette in evidenza l’organica perfezione del vissuto che si trasforma in evento mediatico, nel senso che media , attraverso il linguaggio, contenuti assai originali e personali, tuoi fino in fondo: non scandalizzarti per l’espressione “evento mediatico” che potrebbe rimandare a media che hanno tutt’altre funzioni e sistemi comunicativi: ho voluto usare questa espressione per indicare lattualità della tua poesia, che, per capacità di agganciare il pubblico d’oggi, mi sembra pari ai media di cui ci serviamo per l’informazione. Ma per la profondità dello scavo e la libertà del volo…siamo in un altro universo.
        Nei versi che seguono, connotati da nitido fulgore, leggo l’inizio di un drammatico viaggio, metafora, o meglio allegoria della vita, immune da retorica:

        “Il volo era partito verso il confine.
        Le nuvole devastano la luce, tuoni e tempeste
        avvisano la carlinga d’imminente pericolo.
        Un cambio possibile di rotta?

        Ma dove affondare il tuo mistero?
        Se questo viaggio è imposto
        da un comando che nessuno conosce,
        se il sole che va a cavallo ha sciolto le redini all’auriga
        e nel cielo divenuto cremisi impazzano comete
        e venti, segno di una predetta maledizione?”

        Però io parlerei, di una “benedizione” in questi versi! E’ giovane il tuo ricominciare da capo e aprirti all’avventura della parola ancora una volta e con la passione di un ventenne!
        A presto, Salvatore, con la simpatia e l’affetto di noi tutti.
        Mariella

  12. Bene i ritocchi che ne ha fatto Giorgio, il buon Maestro! Ecco il segreto che non ti dovrebbe spaventare, caro Martino, Segui attentamente le rimozioni e i tagli. Poi, fermati e rileggi il testo modificato,.senza allarmismi.

  13. il tempo dell'onda

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23863
    Ora, dunque, una cosa è la descrizione poetica; l’altra è la Poesia.
    Molti “poeti” che cadono in questo equivoco letale, non sono poeti, o meglio per essere buoni, sono degli “aspiranti”. Certo, se la descrizione poetica è realizzata in maniera eccellente, si può dire che la linea di confine è davvero sottile, tanto che si può affermare che la “descrizione poetica” è Poesia.
    Posso umilmente affermare che moltissimi autori che qui pubblicano i loro versi sono degli eccellenti “descrittori poetici”, e dunque, per quanto detto sopra, sono dei poeti.
    La Poesia è prima di tutto costruzione continua che porta alla realizzazione dei versi, tenendo ben presente tutti – tutti! – gli altri componenti. Il poeta russo-georgiano Majakovskij ha scritto un libretto dal titolo “Come far versi” che ancora oggi è utilissimo, e consiglio di leggerlo.
    Non posso che plaudire ai progetti che questo blog realizza e realizzerà.
    Insomma, questo blog è davvero una palestra interessante: gli atleti-poeti fanno a gara coi poeti-atleti e ne vengono fuori utilissimi risultati. Auguri e continuate…
    iltempodell’onda

    • londadeltempo

      MISTERIOSO TEMPO DELL’ONDA…il mio nome poetico donatomi dal caso si fonde con chiasmica armonia al tuo, anche molto bello!. Spero che anche tu riveli chi si nasconde dietro la suggestiva immagine: sarebbe interessante e divertente un dialogo sulla poesia tra LONDADELTEMPO e IL TEMPO DELL’ONDA! a presto e benvenuto-a tra noi!

      Mariella Colonna

  14. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23865
    Ma giungiamo con passo maculato da leopardo ai versi di Paolo Valesio che stando almeno a quelli qui pubblicati risentono molto lontanamente della “poesia americana” della seconda metà del secolo trascorso, e questo è un bene, poiché la “descrizione poetica” è eccellente quando ai paesaggi si mescolano gli stati d’animo del poetare. Valesio è atipico e per questo motivo Alfredo de Palchi plaude sia l’amico che il poeta: entrambi atipici.
    I versi di Valesio avanzano per associazioni che si controllano a vicenda e le figure per questo sono nitide, talvolta forse troppo spiegazzate; i concetti vanno a sbalzi secondo i capricci della visione, siano essi metropolitani o puramente interiori. Il destino di questi poeti – dei loro versi – è sempre stato di natura circense, cioè quello dell’equilibrista sulla corda più o meno tesa della scrittura poetica o dell’acrobata o del clown a cui bisogna strappare le lacrime…. oscillanti, sanno ben vedere diverse culture e il disincanto è salutare.

  15. il caro Salvatore Martino
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23867
    mi scuserà per la licenza che mi sono preso sui suoi versi, ma è questo lo spirito dell’Ombra, uno spirito di servizio, una «officina», una «bottega» dove si fabbrica la poesia, come si faceva un tempo lontanissimo e che oggi si è dimenticato. Del resto anche io mi sono preso la briga di sottoporre dei miei versi nella rivista, versi ancora non nella loro forma definitiva, e l’ho fatto nella speranza non di ricevere lodi, quelle le lascio alle decine di migliaia di bellimbusti che fanno poesia domenicale, ma di ricevere critiche e suggerimenti. Questo è lo spirito di servizio che ci accomuna un po’ tutti, credo.
    Ai cari Borghi e Inchierchia, noi diciamo che non siamo dei professorini letterati che discettano sul bello e sul brutto e su altre questioni edificanti o meno, noi diciamo loro che questa è una officina, una bottega nella quale si fabrica poesia, ma senza indossare abiti talari e sacerdotali.

    Quanto ai poeti postati poco sopra, è ovvio che dinanzi alla poesia di Paolo Valesio siamo su un altro pianeta, sia per caratura intellettuale (il peso specifico delle parole), sia per il piano della letterarietà (la consapevolezza delle parole), quello di Paolo Valesio è infinitamente superiore rispetto agli altri proprio per la consapevolezza che lo muove di fare una poesia di «pensiero». E qui mi rivolgo ad Inchierchia, qui, intendo nella poesia di Paolo Valesio, non c’è alcuna «liturgia della parola», c’è un evento traumatico, che esplode all’improvviso in un linguaggio letterariamente molto pensato e combusto…

  16. L’aver cercato tra diverse poesie qualcosa che andasse bene per ricavarne gli “strilli”, che poi ho consegnato a Giorgio per la rivista,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23867
    mi ha dotato di nuova vista, diciamo così, lenticolare: che ingrandisce il verso, lo isola e (se permettete) lo innalza al rango nuovo del frammento.
    Leggendo queste poesie di Paolo Valesio sono rimasto colpito dall’agilità con la quale riesce a sfuggire a questo esame ( che di certo non è nulla di nuovo, ma è nuovo per me che mi diverta): l’ingrandimento non ha prodotto risultati di rilievo – a volte avrei stretto su qualche precisazione, non superflua ma che dice troppo – eppure conto di riuscirci. Magari in seguito, perché ho notato delle felici invenzioni e questo lo considero di buon auspicio. Mi ha anche molto interessato questo sdoppiamento nel testimone: ci si chiede dove sia l’autentico sé. E anche molto bella e originale l’idea-visione del braccio di Cristo. Acuta osservazione di dentro e fuori. Molti dettagli. Di fondo, non fosse per l’iconografia, ho avvertito una religiosità che potrei definire laica; o anche autentica, che andrebbe bene se non si prestasse a troppe interpretazioni. Poesia godibile alla lettura. Anche performante. Impegnativa, ma solo, credo, per chi condivide questa ricerca: i raffronti con verità acquisite da altri, il desiderio di sperimentare in sé, nell’altro, ecc.
    Molto divertente il titolo, e azzeccato.

  17. gino rago

    Ho avvertito qua e là nei versi di Valesio l’orma indimenticabile del
    concretismo poetico di Adriano Spatola.

    Gino Rago

  18. Big Bang addio: l’universo è emerso da un iper-buco nero?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23908
    Secondo una nuova teoria il nostro universo potrebbe essere il prodotto del collasso di una stella di almeno quattro dimensioni spaziali.

    Avete presente un foglio di carta? Fondamentalmente bastano due dimensioni per descriverlo: altezza e larghezza. Ma il foglio di carta fa parte di un universo con tre dimensioni spaziali (la terza è la profondità, troppo piccola nel foglio per essere apprezzabile). Se disegniamo un omino sul foglio di carta, e immaginiamo che sia vivo, avremo un omino a due dimensioni che vive in un universo a due dimensioni. È l’idea alla base di un famoso romanzo fantastico della fine del XIX secolo, Flatlandia di Edwin Abbott. Oggi potreste trovare quel romanzo nelle librerie di molti fisici e cosmologi in tutto il mondo. Il perché è presto detto: anche il nostro universo potrebbe essere un foglio di carta a tre dimensioni all’interno di un universo con più dimensioni. L’idea non è nuova, soprattutto tra coloro che si occupano di teoria delle stringhe. Ma ora è stata ripescata per spiegare anche la nascita stessa del nostro universo, facendo a meno del Big Bang. Un universo a quattro dimensioni (spaziali) Secondo una teoria messa a punto da Razieh Pourhasan, Niayesh Afshordi e Robert Mann del Perimeter Institute in Canada – centro di ricerca d’eccellenza per la fisica teorica e la cosmologia – il Big Bang sarebbe solo un “miraggio”: l’erronea interpretazione di un fenomeno molto diverso dalla singolarità da cui tutto ha avuto origine secondo l’ipotesi corrente. Immaginiamo che esista un universo con quattro dimensioni spaziali. Sì, è difficile immaginarselo, forse è impossibile. Però lo si può descrivere matematicamente attraverso le equazioni. In un tale universo, le stelle avranno anch’esse quattro dimensioni, ma si comporteranno in modo simile alle nostre. Una stella di massa molto grande, giunta alla fine della sua esistenza, espelle gli strati esterni in una violenta esplosione – la supernova – dopodiché il suo nucleo collassa sotto il peso dell’enorme massa, “bucando” lo spazio-tempo. Nasce così un buco nero. in foto: Un’ipersfera, ossia una sfera a quattro dimensioni.

    Ma il buco nero nell’universo quadrimensionale è diverso da quello che esiste nel nostro universo tridimensionale. Qui infatti il contorno del buco nero è costituito da una superficie sferica, l’orizzonte degli eventi (così detto perché al di là di esso nemmeno la luce può uscire, quindi non è possibile prevedere cosa avvenga), che possiede tre dimensioni. Nell’universo quadrimensionale, l’orizzonte degli eventi è un’ipersfera, ossia una sfera a quattro dimensioni. Secondo il modello sviluppato dal team di ricercatori, da un simile orizzonte degli eventi può emergere una brana a 3 dimensioni. Una brana è una “fetta” di universo che possiede un numero di dimensioni inferiore a quello del più ampio universo di cui fa parte: esattamente come un foglio di carta a due dimensioni nel nostro universo tridimensionale. Vivere su un foglio di carta L’universo in cui viviamo non sarebbe altro, dunque, che un brana emersa da un iper-buco nero, prodotto del collasso di una stella a 4 dimensioni.

    Niente Big Bang, dunque.

    L’espansione dell’universo a partire da una singolarità iniziale avvenuta 13,7 miliardi di anni fa sarebbe “un miraggio”, come spiega Niayesh Afshordi: in realtà l’espansione apparente del cosmo altro non è che la crescita della brana in cui viviamo. Il modello così ipotizzato è in grado di spiegare l’uniformità dell’universo facendo a meno della teoria dell’inflazione. in foto: Il nostro universo sarebbe così: una brana tridimensionale che fluttua in un multiverso a quattro dimensioni o più. Com’è noto, l’universo oggi possiede una temperatura uniforme che non potrebbe avere se tutte le parti che lo compongono non fossero state in contatto tra loro agli inizi dell’universo. L’inflazione spiega che subito dopo il Big Bang una porzione del nostro universo ha subito un’accelerazione “inflazionaria”, sotto la spinta di un campo di forza non ancora scoperto, che l’ha espansa fino a dimensioni molto superiori. Questa porzione è l’universo visibile in cui viviamo. La nuova ipotesi spiega invece che la nostra 3D-brana ha “ereditato” l’uniformità dell’universo quadrimensionale, frutto a sua volta del tempo lunghissimo – forte eterno – con cui tale universo ha raggiunto l’equilibrio tra le sue diverse parti. I dati recentemente resi pubblici dal satellite Planck per l’osservazione del fondo cosmico a microonde – l’eco del Big Bang – forniscono tuttavia un quadro che differirebbe di circa il 4% rispetto ai valori calcolati nel modello dell’iper-buco nero. Il gruppo di ricerca sta ora lavorando per cercare di spiegare questa discrepanza, in grado di dimostrare che l’espansione dell’universo non è il prodotto né dell’inflazione né, allo stato attuale, di una misteriosa energia oscura, ma solo della “crescita” della 3D-brana in cui viviamo all’interno di un universo più vasto.

    continua su: http://scienze.fanpage.it/big-bang-addio-l-universo-e-emerso-da-un-iper-buco-nero/
    http://scienze.fanpage.it/

  19. Una nuova teoria sostiene che l’universo in origine era come un liquido amorfo, poi solidificatosi in modo simile all’acqua quando congela.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23909
    Prendiamo in considerazione un liquido, per esempio l’acqua. A un certo punto, quando la temperatura ambientale scende al di sotto di 0°, l’acqua si congela diventando ghiaccio. I fisici chiamano questo fenomeno “passaggio di stato” o “transizione di fase”, e ora qualche fisico teorico visionario sostiene che anche il nostro universo abbia subito una simile transizione. L’origine dell’universo, cioè, consisterebbe nel passaggio da uno stato liquido a uno stato di congelamento in cui le quattro dimensioni in cui viviamo – tre spaziali e una temporale – si sono improvvisamente cristallizzate. Niente Big Bang, in altre parole, ma un “Big Freeze”, un grande congelamento, all’origine di tutto.

    L’universo congelato

    Negli ultimi decenni sono state avanzate numerosissime teorie alternative rispetto al modello del Big Bang. Dato per certo che il nostro universo ebbe inizio 13,7 miliardi di anni fa o giù di lì da un punto estremamente concentrato di materia – perché così indicano le osservazioni, secondo cui il nostro universo è in espansione – resta da chiedersi cosa sia questo Big Bang e cosa ci sia stato prima. La teoria classica di matrice einsteiniana prevede che il Big Bang sia un punto di dimensioni quasi nulle ma di densità infinita, una “singolarità”, come quella al centro dei buchi neri. Lo spazio e il tempo, che Einstein dimostrò essere strettamente legate, sarebbero nate con il Big Bang (come molti ricorderanno, però, Einstein accettò solo tardivamente il concetto di Big Bang e di universo in espansione, perché inizialmente non credeva alle stesse conseguenze delle sue equazioni, e sosteneva l’idea di un universo eterno e immutabile).

    Il principale autore di questa nuova teoria, James Quach, dell’Università di Melbourne, in Australia (di prossima pubblicazione su Physical Review D), ritiene che sia anche possibile dimostrarla attraverso particolari osservazioni astrofisiche e cosmologiche. Se l’universo è passato da una fase amorfa, come quella di un liquido, a una fase più ordinata, come quella del ghiaccio cristallizzato, ci si dovrebbe aspettare di osservare delle rotture, delle spaccature come le crepe che si formano nel ghiaccio quando l’acqua si congela. Queste crepe potrebbero essere individuate con gli attuali strumenti di osservazione, perché verrebbero evidenziate dalla luce o da altre particelle quando vi passano attraverso nel loro viaggio nel cosmo. Giunte sulla Terra, fotoni o altre particelle mostrerebbero qualcosa che non va, qualche difetto nella struttura dello spazio-tempo.

    I mattoncini dello spazio-tempo

    La prima versione di questa teoria è stata elaborata nel 2006 da alcuni studiosi di frontiera del Perimeter Institute, in Canada, particolarmente devoto ai nuovi approcci nell’ambito della fisica fondamentale, opposti a quelli oggi di moda ricadenti nell’ambito della teoria delle stringhe.

    L’idea è che la geometria dello spazio-tempo a quattro dimensioni scoperta da Albert Einstein non sia fondamentale, ma che lo spazio-tempo sia piuttosto costituito da “mattoncini”, unità discrete come i quanti. Così come la materia ci appare un tutt’uno, ma è invece composta da atomi, allo stesso modo lo spazio-tempo sarebbe solo apparentemente continuo, ma in realtà composto da mattoncini come i Lego. Questi ultimi sarebbero stati inizialmente “fusi” in uno stato simile all’acqua liquida, privi cioè di struttura. Il momento del Big Bang sarebbe rappresentato allora da una loro cristallizzazione, il cui frutto sarebbe stato poi l’emergere della geometria quadrimensionale dello spazio-tempo che conosciamo. L’idea che lo spazio-tempo sia costituito da unità discrete non è nuova, ed è parte di alcune teorie che cercano di applicare la fisica quantistica alla teoria della gravità, notoriamente refrattaria a questa “quantizzazione”. Sono stati proposti diversi esperimenti per verificare questo assunto, ma finora nessuno di essi ha avuto successo. Secondo James Quach, ciò dipende dal fatto che i mattoncini fondamentali dell’universo sono così piccoli da non essere individuabili direttamente. Tuttavia, alcune aree di questo universo primordiale potrebbero essere entrate in collisione tra loro creando crepe nello spazio-tempo. Se queste crepe siano microscopiche o estese per diversi anni-luce, non lo sappiamo. Ma il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di stabilirlo, per poter così suggerire ai fisici sperimentali cosa andare a cercare per verificare se la loro teoria sia vera o meno.

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  20. Prima del Big Bang? Un altro universo identico: la teoria di Roger Penrose divide i cosmologi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23911
    Il fisico teorico di Oxford, Sir Roger Penrose, a Genova per una lectio magistralis, presenta nel suo ultimo libro “Dal Big Bang all’eternità” la sua cosmologia ciclica conforme. E assicura: “Ci sono prove schiaccianti”.

    Negli anni ’50 i cosmologi erano più felici di oggi. Dominava, all’epoca, una teoria sull’universo molto elegante e facile da capire: l’universo era eterno, non aveva avuto inizio né avrebbe avuto fine, e la sua espansione – osservata già decenni prima – sarebbe stata compensata dalla nascita spontanea di nuova materia dal nulla, al ritmo di appena un atomo di idrogeno per ogni metro quadro ogni miliardo di anni, sufficiente a far sì che la materia totale dell’universo rimanesse sempre uguale, senza diradarsi per effetto dell’accelerazione. Non ci sarebbe stato il bisogno di scomodare quello che Fred Hoyle aveva definito, sarcasticamente, un “Big Bang”, una grande esplosione da cui l’universo avrebbe avuto inizio. Né scervellarsi sul problema di cosa ci fosse stato prima del Big Bang e di come avrebbe avuto fine l’universo. Hoyle, insieme a Herman Bondi e Thomas Gold, fu il principale artefice di questa teoria cosmologica dello “stato stazionario”.

    Ma in quegli anni, all’università di Cambridge, dove Hoyle, Bondi e un altro eminente fisico teorico, Dennis Sciama, insegnavano e allo stesso tempo perfezionavano il modello dello stato stazionario, giunsero due nuovi allievi. Uno si chiamava Stephen Hawking, l’altro Roger Penrose. Geni ribelli: la nuova cosmologia di Hawking e Penrose Oggi, nel 2011, Hawking e Penrose hanno preso il posto che fu dei loro maestri, riscrivendo completamente la fisica e la cosmologia a cui essi erano legati. La teoria dello stato stazionario fu abbondata nella metà degli anni ’60 quando due radioastronomi, Arno Penzias e Robert Wilson, quasi per caso, s’imbatterono nella prova inconfutabile che l’universo aveva avuto davvero origine con un Big Bang: la radiazione cosmica di fondo a microonde da loro scoperta è in effetti l’eco termico di quel Big Bang da cui l’universo ha avuto inizio quasi 14 miliardi di anni fa. E i teorici dello stato stazionario, da buoni scienziati quali erano, ammisero di essersi sbagliati. Ma, da allora, i problemi sono diventati davvero difficili da risolvere. Cosa c’era prima del Big Bang? E come finirà l’universo? Queste due grandi domande che la teoria dello stato stazionario aveva chiuso in un cassetto non fanno dormire di notte i cosmologi. Ma ora, Sir Roger Penrose – diventato nel frattempo baronetto e professore emerito a Oxford – crede di aver trovato la soluzione, che suona molto simile a quella dei suoi vecchi maestri. L’universo non ha avuto un inizio e non avrà una fine. E noi viviamo solo in un capitolo di questa storia infinita.

    Questa clamorosa teoria è stata presentata nel 2010 in Cycles of Time,

    pubblicato questo mese in Italia da Rizzoli con il titolo Dal Big Bang all’eternità (che parafrasa il celebre best-seller di Stephen Hawking Dal Big Bang ai buchi neri). Penrose la chiama CCC, “cosmologia ciclica conforme”, ed essenzialmente ricorda il principio filosofico dell’eterno ritorno dell’uguale. Prima del nostro eone – ossia della fase dell’universo in cui viviamo – ne esisteva uno uguale, e al termine ne nascerà uno identico. Questa teoria non è in contrasto con le osservazioni: parte dalla constatazione che il Big Bang abbia effettivamente avuto luogo e che l’universo si stia espandendo e probabilmente continuerà a farlo fino a che quasi tutta la materia sarà scomparsa. Ma qui viene il bello. Perché quel poco di materia rimasta sarà anche la stessa che, attraverso un nuovo Big Bang, darà vita a un nuovo eone, una nuova fase dell’universo ciclico ed eterno.

    Il segreto è nell’entropia.

    Per capire come funziona la CCC è necessario capire cos’è l’entropia. È un concetto molto semplice: pensiamo, come fa Penrose, a un barattolo di vernice bianca. Versiamoci dentro un po’ di rosso e, dopo un po’, avremo un barattolo di vernice rosa. Siamo passati da un sistema ordinato – tutto bianco – a uno disordinato – una fusione tra bianco e rosso. Per rimettere ordine, separando di nuovo il bianco dal rosso, sarà necessario impiegare energia esterna. Potremmo pensare che, facendo uso di un’energia esterna, si possa sempre rimettere ordine in qualunque sistema caotico. Siamo sempre in grado di rimettere ordine in una stanza che, lasciata a se stessa, tende a diventare caotica – aumento dell’entropia – facendo uso della nostra forza lavoro, che richiede energia. Ma l’universo è un sistema chiuso che non ha nulla al di fuori di esso.

    Per mettere ordine nell’universo avremmo bisogno di energia dall’esterno, ma se l’esterno non esiste non c’è che una possibilità: che l’entropia aumenti sempre di più. Questo concetto è matematicamente stabilito dal Secondo principio della termodinamica, il quale, applicato all’universo, sostiene infatti che l’entropia aumenterà sempre più nel tempo. Viceversa, le osservazioni della radiazione cosmica di fondo a microonde – l’eco del Big Bang, che per semplicità chiamiamo CMB (cosmic microwave background) – mostrano che l’uovo cosmico da cui tutto ha avuto inizio aveva una bassissima entropia. È esattamente come un uovo sull’orlo del tavolo: l’uovo, integro, è un sistema ordinato, a bassa entropia. Ma quando, cadendo dal tavolo, si rompe, quell’ordine viene meno, e l’entropia aumenta. Così è avvenuto al nostro universo: all’inizio la sua entropia per barione (le particelle-base della materia) era di 1.000.000.000, mentre oggi è già a 1.000.000.000.000.000.000.000, ed aumenterà nel tempo.

    Dunque, il destino dell’universo è quello di vedere il caos rappresentato dall’entropia aumentare sempre di più: le stelle moriranno, e tutto verrà lentamente, molto lentamente, inghiottito dai buchi neri, che aumentano di massa ogni qualvolta qualcosa ci cade dentro, e che pertanto finiranno prima o poi per inghiottire tutta la materia residua dell’universo.

    L’entropia dei buchi neri

    Una prospettiva desolante, che avverrà tra non meno di 100 miliardi di anni, ma che avverrà. Tuttavia, sembrerebbe esserci un paradosso. Nel 1974 Stephen Hawking dimostrò che i buchi neri non dovrebbero essere eterni, ma a causa di effetti quantistici il loro destino è quello di evaporare producendo una radiazione termica, detta perciò Radiazione di Hawking. Inizialmente, Hawking sostenne che la radiazione emessa dal buco nero durante la sua lenta evaporazione non producesse ma sottraesse entropia. I buchi neri sono degli enormi contenitori di entropia, essendo sistemi estremamente caotici costituiti da tutto ciò che hanno divorato nella loro vita. Tuttavia, se la teoria di Hawking era corretta, la radiazione da loro emessa non avrebbe permesso di ricostruire il grado di entropia del buco nero e di ciò che contiene al suo interno, di fatto portando a una perdita di entropia e quindi a una violazione della Seconda legge della termodinamica.

    Nel 2004, Hawking ha cambiato idea

    sostenendo, a parer suo, che in realtà la radiazione termica conterebbe informazioni sul buco nero che la emette, salvando capra e cavoli. Penrose non era della stessa idea allora e non lo è oggi. Secondo la sua teoria, Hawking aveva ragione quando sosteneva che, una volta evaporato, il buco nero non lascia tracce di sé. E questo significa che l’enorme entropia accumulata dall’universo finirà per ridursi a un livello bassissimo quando tutti i buchi neri saranno evaporati. Ebbene, la bassa entropia degli ultimi istanti dell’universo sarebbe allora la stessa di quella del Big Bang, cioè dello stadio iniziale dell’universo. Coincidenze? Non secondo Penrose. Le due estremità coinciderebbero: la fine dell’universo coincide con l’inizio di uno nuovo; o, per esprimersi nei termini di Penrose, alla fine di un eone ne nasce uno nuovo.

    Noi non vivremmo che in uno degli infiniti eoni che costituiscono un universo eterno. Non solo: ogni eone sarebbe identico al precedente e, per quanto Penrose non si spinga in queste elucubrazioni, nulla impedisce che ogni eone produca un giorno la vita intelligente, magari nella stessa forma che sperimentiamo oggi. La teoria della CCC non è solo un grande omaggio ai maestri dello stato stazionario, perché riesce a ipotizzare un universo ciclico ed eterno, senza inizio né fine, facendo a meno del problema di cosa c’era prima e di cosa ci sarà dopo. È anche una teoria che fa delle predizioni che possono essere provate. E Penrose ritiene di aver trovato una prova più che convincente.

    La prova nella radiazione cosmica di fondo

    Nel 2001 la NASA lanciò il satellite WMAP, che è riuscito a realizzare un’accurata mappa della radiazione cosmica di fondo e delle sue anisotropie, cioè le sue infinitesimali disomogeneità. In effetti, la CMB sembra essere estremamente isotropa, cioè omogenea, fatta eccezione per alcune piccole fluttuazioni che sarebbero del tutto casuali e che, secondo le teorie, avrebbero poi dato origine alle galassie e a ciò che contengono.

    Penrose è andato a osservare la mappa della CMB realizzata dal satellite WMAP e ha trovato, con sua stessa sorpresa, delle regolarità nella distribuzione delle anisotropie. In quella mappa, Penrose ha osservato che queste variazioni si distribuiscono lungo cerchi concentrici. Essi sarebbero, secondo la CCC, il prodotto di uno scontro tra buchi neri supermassicci, che nel collidere avrebbero provocato imponenti onde gravitazionali, i cui effetti si sarebbero “impressi” nella CMB. Esattamente come le onde prodotte da un sasso caduto in uno stagno. Considerando la posizione di questi cerchi concentrici nella mappa della CMB, Penrose e Vahe Gurzadyan dell’Università statale di Yerevan, in Armenia, hanno calcolato che questo grande scontro sarebbe avvenuto prima del Big Bang. Dunque, il nostro eone conserverebbe qualche “memoria” dell’eone precedente, dimostrando che c’era qualcosa prima del Big Bang.

    E quel qualcosa era, appunto, nientemeno che un universo (eone) identico al nostro. Quanto durerebbe ogni eone? Non meno del tempo necessario perché tutti i buchi neri evaporino: 10100 anni, cioè un 1 seguito da cento zeri! I fisici e i cosmologi ci vanno cauti. È vero, affermano, quegli strani cerchi nella mappa della CMB ci sono, ma non è detto che siano spiegabili con la teoria di Penrose. Anche perché la CCC fa un’altra predizione, fondamentale per dimostrare la sua veridicità: e che cioè tutta la materia, ne lunghissimo periodo, finisce per decadere e perdere la propria massa. È vero che molte particelle sono prive di massa e molte altre possono decadere, perdendola. Ma non è stato dimostrato – e secondo i fisici è estremamente improbabile dimostrarlo – che particelle di massa infinitesimale ma pur sempre esistente, come gli elettroni, la perdano. Tuttavia, la cosmologia ciclica conforme è una teoria che, nella sua complessità, semplifica parecchio la vita. Ai cosmologi, certo, ma anche a noi comuni mortali, che non possiamo fare a meno di domandarci, come loro, da dove veniamo e dove stiamo andando.

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  21. Oltre il Big Bang: 5 ipotesi su com’è nato l’universo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/14/paolo-valesio-storie-del-testimone-e-dellidiota-poesie-inedite-con-una-interpretazione-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23912
    Nei prossimi anni l’analisi della radiazione di fondo cosmica potrebbe permettere di scoprire quale modello cosmologico risponde al vero.

    Quando, nel 1964, due radioastronomi americani s’imbatterono per la prima volta in quella che divenne subito nota come la radiazione cosmica di fondo dell’universo, i giochi sembrarono chiusi. Predetta almeno vent’anni prima dal fisico George Gamow, la cosiddetta “eco” del Big Bang metteva la parola fine a decenni di accese dispute sull’origine dell’universo, confermando quello che oggi è noto come il modello standard cosmologico secondo cui il nostro universo è nato circa 13,7 miliardi di anni fa da un minuscolo “atomo primordiale” che, attraverso una rapidissima espansione, ancora oggi in corso, ha fatto sì che ci fosse qualcosa anziché il nulla. Ma l’idea di una creazione dal nulla continua a non piacere a molti scienziati. C’era forse qualcosa prima del Big Bang? Questa domanda, una volta risolta con semplici ragionamenti riguardo l’inesistenza di un “prima”, che rispecchiava la risposta di Sant’Agostino alla domanda su cosa facesse Dio prima di creare il mondo, ha dato vita a nuove eccitanti ipotesi cosmologiche che potrebbero presto uscire dal ristretto ambito della pura teoria per essere sottoposte alla verifica sperimentale. Ecco i cinque paradigmi più “quotati”.

    1. L’universo che rimbalza

    Secondo Martin Bojowald della Pennsylvania University il Big Bang potrebbe essere stato piuttosto un “Big Bounce”, un grande rimbalzo. Secondo la teoria della relatività, applicata da Stephen Hawking e Roger Penrose allo studio dell’origine dell’universo, quel punto di dimensioni infinitesimali da cui ha avuto inizio tutto quanto è identico al punto al centro di un buco nero: una “singolarità”, un punto cioè in cui le leggi della fisica classica cessano di essere applicabili. Ma applicando la meccanica quantistica allo studio della relatività, si potrebbe riuscire a dimostrare che la singolarità all’inizio dell’universo non è realmente tale. La teoria detta della gravità quantistica a loop, una delle tante proposte per conciliare relatività e meccanica quantistica, suggerisce che prima del nostro universo un precedente universo in contrazione si è ridotto fino alle dimensioni di un punto minuscolo.

    Ma prima che si giunga alla singolarità, gli effetti quantistici della gravitazione impediscono il collasso dell’universo dando un vero e proprio calcio, che porta il cosmo a rimbalzare e ad espandersi nuovamente. Presentata per la prima volta nel 2007 su Nature Physics, questa tesi è stata proprio in questi giorni ampliata in un articolo su Physical Review Letter dimostrando che ben si concilia con le prove dell’inflazione cosmica, quel momento cioè che seguì il Big Bang di poche frazioni di secondo e che comportò un’espansione dello spaziotempo a un tasso accelerato. Se fino a oggi la teoria dell’inflazione è stata considerata un’ottima prova del modello standard cosmologico, ora potrebbe dimostrarsi non necessariamente collegata all’idea dell’origine dell’universo con il Big Bang, ma conciliarsi piuttosto con l’idea di un Big Bounce.

    2. Effetto tunnel

    Una delle cose più curiose che la fisica quantistica permette è il cosiddetto “effetto tunnel”: abbiamo imparato a scuola che un elettrone non può passare nell’orbitale superiore se non acquista energia, ma per la meccanica quantistica ciò può avvenire senza problemi. Detta altrimenti, una particella può superare una barriera apparentemente insormontabile senza alcun apporto di energia. E ciò perché, nel mondo probabilistico dei quanti, c’è una possibilità, per quanto minima, ma esistente, che un simile fenomeno possa avvenire.

    E di fatto avviene: gli scienziati lo hanno osservato e hanno applicato questo effetto tunnel a diversi ritrovati informatici come le memorie flash. Ora, se estendiamo l’effetto tunnel all’universo, nulla ci impedisce di credere che l’universo possa essere nato da un effetto tunnel spontaneo dal nulla, ossia senza bisogno di un input di energia. Esattamente quanto sembra avvenuto con il Big Bang. Quando ci chiediamo “da dove ha avuto origine” il Big Bang, un fisico come Alexander Vilenkin risponderebbe “dal nulla” senza problemi, perché a differenza della teoria della relatività, che prevede una singolarità, una sospensione delle leggi della fisica, l’effetto tunnel rende possibile questa sorta di “pasto gratis”.

    Inflazione caotica eterna Parlavamo d’inflazione.

    La teoria fu proposta nel 1979 da un allora giovane ricercatore americano, Alan Guth, conquistando rapidamente il favore dei cosmologi. L’inflazione risolve molti problemi riguardo i primi istanti dell’universo e sembra prossima alla sua definitiva conferma sperimentale, come vedremo tra poco. In quegli stessi anni, il sovietico Andrej Linde approfondì l’ipotesi e giunse alla conclusione che l’inflazione potrebbe non arrestarsi mai: il nostro universo sarebbe solo una bolla in cui l’inflazione si è arrestata, ma altre bolle di un grande e apparentemente infinito multiverso sarebbero continuamente sottoposte alla crescita inflazionaria. E chi ci dice che tra un po’ anche la nostra bolla non riprenda improvvisamente a espandersi a un tasso inflazionario? Nel 2003, però, Vilenkin e Guth si resero conto che l’inflazione caotica potrebbe non essere eterna: lo spaziotempo non si estende per sempre nel passato, ma deve aver avuto un’origine.
    Quindi, anche se il Big Bang potrebbe essere solo il punto d’inizio del nostro universo, dev’esserci stato un altro momento d’inizio di un più ampio multiverso che però non è eterno.

    4. Universi-brana

    La teoria delle stringhe va a braccetto con l’ipotesi del multiverso, perciò si trova piuttosto a disagio con la teoria classica del Big Bang. Secondo l’ipotesi dell’universo ciclico di Neil Turok e Paul Steinhardt esposta al grande pubblico nel 2007 nel bestseller Universo senza fine. Oltre il Big Bang, il nostro universo è solo una brana a quattro dimensioni in una realtà a molte dimensioni. Una brana è un po’ come una fetta di pane che svolazza all’interno di un’ipotetica quinta dimensione. Ce ne sono infinite, forse, o comunque una buona quantità, che ogni tanto collidono tra loro. Quando il nostro universo-brana si scontra con un altro, si libera un’energia enorme e si verifica una sorta di Big Bang che dà vita a un nuovo universo-brana. Non è escluso che questo scontro possa avere gran brutti effetti su una brana come quella in cui viviamo, ma è presto per farsi prendere dal panico. Si tratta infatti di un’ipotesi lontana dall’essere confermata.

    5. Universo emergente

    Quest’ultima proposta è abbastanza semplice perché rientra tutta nell’ambito della fisica “classica”, dove per classica qui intendiamo quella descritta dalla relatività generale. L’idea è che l’universo è esistito per un tempo indefinito – e forse infinito – in uno stato stazionario come per primo aveva proposto Einstein, per poi diventare instabile a un certo punto innescando il fenomeno inflativo che ha dato origine al nostro attuale universo in espansione. Secondo i proponenti di questo paradigma, Gorge Ellis dell’Università di Cape Town e Roy Maartens dell’Università di Portsmouth, questo universo stazionario era di dimensioni minuscole ma comunque superiori a quelle di Planck per cui i fenomeni quantistici non si applicano e l’universo può rimanere in questo stato per lungo tempo grazie a un’energia del vuoto di tipo negativo che controbilancia la forza di gravità, ed è identica alla cosiddetta energia oscura che oggi espande l’universo.

    E le prove?

    La domanda a questo punto è: resteremo sempre nell’ambito delle teorie matematicamente ben costruite ma non verificabili? Non è detto. Tutti questi modelli avanzano infatti delle previsioni. E qui torna in gioco la radiazione cosmica di fondo, che risale a quando l’universo aveva appena 350mila anni o giù di lì. Questo fondo a microonde permette di ricostruire la distribuzione della materia in quel periodo in cui non esistevano ancora stelle o galassie, e i cosmologi ritengono che la radiazione cosmica sia una sorta di mappa che permetterebbe, leggendola attentamente, di capire cosa c’era all’origine dell’universo e forse addirittura prima del Big Bang. Potremmo cioè trovare degli effetti previsti dalle teorie degli universi-brane, sotto forma di onde gravitazionali prodotte dagli scontri tra universi, o prove di un universo precedente, o di un’inflazione che può essere in corso in altre bolle del multiverso. Dopo essere stata indagata dai satelliti della NASA Cobe e Wmap, la radiazione cosmica di fondo è oggi analizzata dall’osservatorio spaziale Planck dell’ESA lanciato nel 2009, in cerca di queste prove, tra cui la “pistola fumante” che confermerebbe l’inflazione e varrebbe ad Alan Guth e Andrej Linde il sospirato e meritato Nobel per la fisica. Entro la metà del 2013 avremo i primi risultati di interesse cosmologico. Allora, chissà, scopriremo se c’è stato qualcosa prima del Big Bang.

    continua su: http://scienze.fanpage.it/oltre-il-big-bang-5-ipotesi-su-com-e-nato-l-universo/
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  22. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Per approfondire le teorie sull’luniverso

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