Edoardo Maspero Nero catrame (Gremese editore, 2016), romanzo, La generazione tumblir dei ventenni di oggi – Estratti del romanzo e Sinossi

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Edoardo Maspero ha 22 anni e studia linguaggi dei Media all’università Cattolica del Sacro cuore di Milano.

Un ritratto brutale e vero della realtà giovanile contemporanea, noiosa e annoiata da un nichilismo perverso e distruttivo alimentato da alcol e droghe varie. L’opera di Edoardo Maspero fotografa senza ipocrisie la decadenza interminata d’una generazione eternamente rinchiusa nelle gabbie dell’adolescenza.

(Roberta Barone – 12 ottobre 2016)

La generazione tumblir dei ventenni di oggi, il buco nero di instagram, twitter, FB, I like, gif, emoj, il successo, la ricchezza, il vuoto

Sinossi
Nero catrame è il racconto di una generazione ossessionata dall’apparenza. Un’ apparenza plasmata dall’approvazione dell’altro, unica garante della costruzione del Sé. La storia di Adam, il diciannovenne protagonista del romanzo, si delinea tra serate, soldi, prostituzione minorile e ostentazione necessaria del proprio benessere quale status symbol del successo. Adam è intrappolato in un mondo del quale non si sente parte, ma dal quale gli sembra impossibile uscire. Un mondo scandito dalla noia, dal pettegolezzo, dalla televisione quale unico sbocco salvifico per i ragazzi, e dall’invidia reciproca quale unico punto di contatto tra i suoi coetanei. L’idea fasulla che i ragazzi protagonisti del romanzo devono dare di loro stessi, la necessità di apparire, il vizio, il lusso, l’arrivismo a qualunque costo sono la cornice che colora il grido disperato quanto silenzioso del protagonista, immerso nel perimetro di un microcosmo dal quale non riesce ad allontanarsi. Il libro di una parte di generazione che è quel che è, inglobata dall’ammirazione cieca per modelle anoressiche, per la moda che è moda e mai gusto, e per la chiacchiera superficiale degli acquisti fatti dal rapper di turno.
Cocaina che corrode le radici, la storia di Instagram da mille visualizzazioni che desta sollievo, bullismo virtuale e non.
Più che un libro generazionale è un libro sul desiderio di scomparire, come succede ad Adam, che è sereno solo quando chiude gli occhi e si rifugia in un passato che non c’è più e che teme di dimenticare, in cui suo nonno gli insegnava ad andare in bicicletta o il suo migliore amico gli parlava in un parchetto baciato dal bagliore lunare.
Adam chiude gli occhi perché come Said alla fine di “La Haine”, di fronte ad un mondo che viene naturale aberrare e che non si può cambiare, tra i rigogli di una falsità partecipativa al carattere, non si può far altro che rifugiarsi nel buio e ripetersi “Io non sono qui. Io non sono qui”.

Roma ma quale futuro

1

Tanti piccoli occhi che brillano nell’oscurità.
È questa la prima immagine che mi viene in mente guardando fuori dal finestrino dell’aereo. Tanti piccoli occhi che brillano nell’oscurità. Ti guardano come se ti conoscessero; come se sapessero ogni segreto del tuo passato, presente e futuro. Scrutano lentamente ogni parete della tua anima fino a ricercarne la più acuta e sincera debolezza, e una volta scovatala sembra che questa emerga dall’intestino fino a strozzartisi in gola, come un urlo disperato che nessuno ascolterà mai.
Questi piccoli occhi mi guardano perché sanno che sto tornando da loro, nonostante mi fossi promesso di non tornarci mai più.
Sanno che non posso più scappare da loro.
Il signore seduto alla mia destra sta leggendo un giornale, del quale intravedo la pagina di sinistra.
È una pagina pubblicitaria di un libro. Leggo il titolo: “ IL CASO GIULIA MANDOLFINI: VERITA’ E ORRORE NASCOSTO’’.
Giulia Mandolfini era una ragazza che è stata prima violentata e poi assassinata.
Questo lo so perché mentre ero via ogni tanto compravo qualche giornale italiano e c’erano sempre un paio di articoli su questa ragazza.
Ora ne hanno pubblicato un libro.
Il signore alla mia destra ferma una hostess e le chiede una sprite.
Verità e orrore.
Le parole del libro mi rimangono impresse nella testa, quasi me le avessero innestate nel cervello e tatuate sulla pelle.
Ora i piccoli occhi sembra che stiano parlando. Immobili nell’oscurità continuano a ripetere : “Verità e orrore, verità e orrore, verità e orrore’’.
Lo gridano squarciando la notte.
La hostess torna con la sprite e il signore la ringrazia, poi si sistema gli occhiali, gira la pagina del giornale e continua a leggere.
Il capitano annuncia che fra dieci minuti atterreremo a Milano Malpensa.
Le hostess ci fanno segno di allacciare le cinture.
Io me le allaccio e penso a come sarà tornare a casa, come sarà rivedere Arianna, la mia amica che mi deve venir a prendere all’aeroporto, e come sarà rincontrare tutti gli altri.
Continuo a pensare alle parole Verità e orrore.
Mi accorgo che la manovra di atterraggio sta per iniziare. Guardo per l’ultima volta fuori dal finestrino e poi… chiudo gli occhi.

Roma giovani

Quando vedo Arianna mi abbraccia. Mi dice che le sono mancato e incomincia a chiedermi com’è andato il viaggio.
Le dico che è andato tutto bene, e sorrido.
Indossa una canottiera dalla quale le si scorge il top e un paio di jeans attillati, ai piedi porta un paio di All Star nere basse, con delle piccole borchie ai lati.
La trovo uguale a quando l’avevo salutata sei mesi fa.
Gli occhi marroni sono uguali a sempre, ma non so perché non mi siano mai mancati. I capelli le cadono lisci sulle spalle, con quel colore castano chiaro che sembra danzare nell’aria.
Mi prende per mano e mi bacia la guancia, abbracciandomi di nuovo.
Sento il suo corpo contro il mio e avverto una sorta di peso sinistro addosso, ma non le dico niente.
Ripete che le sono mancato, e io sono costretto a risponderle: “Anche tu’’.
-Mi dovrai, cioè…ci dovrai raccontare un sacco di cose immagino!-dice.
-Nemmeno cosi tante…-rispondo.
-Non si hanno avute più tue notizie, perché non hai messo foto del viaggio su Facebook?-chiede, sorridendo perplessa.
-Boh…cosi-rispondo, scrollando le spalle.
-Ma Adam, cosi nessuno saprà che sei andato via!-ribatte lei, scuotendo la testa.
Scrollo di nuovo le spalle e non rispondo.
Mi tiene ancora per mano, e io continuo a camminare seguendola.
-Gli altri non vedono l’ora di rivederti- mi sussurra.
Le rispondo che anche io voglio vederli, chiedendomi se stia dicendo la verità o no.
Fuori dall’aereoporto una lunga scia di taxi. Le loro insegne illuminate trafiggono l’oscurità della notte. Davanti a noi un signore sulla cinquantina, a fianco di una donna decisamente più giovane di lui dall’ accento sud- americano che indossa un vestitino verde, gambe lunghe. Due taxisti, al suo passaggio, si scambiano un’occhiata furtiva e una risata.
-Bene, bene, abbiamo parlato molto di te! –riprende Arianna.
-Mi fa piacere-rispondo, sapendo che sta mentendo.
-E poi, insomma, sei stato via tanto, non ti è proprio mancato niente?
-Qualche cosa.
Usciamo dal parcheggio dell’ aeroporto e lei apre la macchina. Audi Q5 Bianca.
-Salta su- dice, spalancando la portiera.
Metto le mie valigie nel bagagliaio ed entro, sedendomi davanti, vicino a lei.
-Sai Adam- dice, accendendo la macchina- Ti trovo un po’ freddo…
-No, è solo il fuso orario.- rispondo.
Lei non replica, si sistema i capelli e partiamo.
E per tutto il viaggio, in attesa di imboccare la strada per tornare nel centro di Milano, Arianna continua a parlare e io annuisco ripetutamente ; a volte cerco di fingermi sorpreso e lei riesce anche a credere a qualche mia falsa quanto improvvisata risata.
Poi mentre mi accendo una sigaretta guardo fuori dal finestrino e penso che su una cosa abbia ragione: mi sento freddo.
Alla radio passano “come as you are’’ dei Nirvana.

Ascolto le parole:

Take your time, hurry up
The choice is yours, don’t be late.
Take a rest, as a friend, as an old memoria

Edoardo Maspero nero_catrame_1Aspiro due boccate di sigaretta ma non mi va, quindi la passo ad Arianna che fa gli ultimi due tiri e la butta fuori dal finestrino. Guardo lo specchietto e vedo la luce della sigaretta spegnersi sull’asfalto e scomparire nella notte, dietro di noi.

Quando arriviamo a casa mia Arianna si congeda con un bacio sulla guancia e mi informa che domani sera ci sarà una festa a casa di Francesca.
-Non puoi mancare, ci saranno tutti! –dice, sorridendo.
-Si, si può fare- rispondo.
-Mi raccomando; vestiti bene, come ai vecchi tempi!-precisa, facendomi l’occhiolino.
-Sarà fatto…
Poi mi sorride e si avvicina, baciandomi nuovamente.
-Ora riposati cucciolo – sussurra.
Sale in macchina, fa manovra, suona il clacson per darmi l’ultimo saluto e scompare.
Dallo spiazzo della discesa in cui mi ha lasciato vedo casa mia e immagino, non so perché, che sia vuota.
Arrivato alla porta la trovo chiusa e suonando il campanello nessuno mi apre.
Mi accendo una sigaretta e ricordo che mia madre prima di partire mi aveva scritto per dirmi che se non ci fosse stata mi avrebbe lasciato le chiavi sotto lo zerbino del garage.
Apro il garage e trovo le chiavi.
Apro la porta, la richiudo e guardo la casa.
Non è cambiato niente.
Vado in camera mia e anche li è tutto come prima che partissi.
C’è il poster di “taxi driver’’ disteso sul pavimento. Lo raccolgo, scocciandolo di nuovo al muro.
De Niro cammina da solo lungo una strada, mani in tasca e sguardo confuso, disilluso, abbattuto. La scritta che campeggia sotto i suoi piedi recita: “ Un uomo solo e dimenticato che prova disperatamente ad essere vivo.’’
Mi corico sul letto e chiudo gli occhi.
Accendo lo stereo e metto su “Speaking in Togues’’ dei Talking heads.
Mi guardo allo specchio e noto che sono dimagrito, mi pettino leggermente i capelli e scendo verso il soggiorno; più precisamente verso la dispensa degli alcolici. Li scruto attentamente.
Diversi tipi di Vodka e Gin.
Scelgo il secondo e me ne verso un bicchiere piuttosto generoso, lo mischio con della Lemon che ho trovato in frigo e mentre il drink è pronto torno in camera per controllare che la Marijuana che avevo lasciato nel cassetto prima di partire ci sia ancora.
Fortunatamente la trovo e faccio su una canna in poco tempo, esco sul bancone e la accendo.
Le stelle brillano nel cielo, e sembra che stiano respirando silenziosamente.
Cerco di ascoltarle ma ho ancora in mente le parole lette in aereo.
“Verità e orrore.’’
Fumo lentamente la canna, assaporando lo scricchiolio dell’erba che brucia. Non è granché, ma non è nemmeno da buttar via.
Sorseggio il drink mentre i Talking heads dallo stereo cantano “ Burning down the house ‘’. Mi chiedo cosa succederebbe se lo facessi ;immagino un grande falò nel cuore della notte, che divampa fino a inghiottire ogni palazzo circostante.
Forse lo dovrei fare.
Ci penso per un po’, anche abbastanza seriamente, ma alla fine convengo che forse non è la cosa più appropriata da fare, quindi non la faccio.

Mi sveglio sul divano e mi guardo intorno. Nel posacenere sul tavolino di cristallo ci sono i mozziconi delle sigarette che mi sono fumato oggi.
Guardo l’orologio e noto che sono le ventuno e trentadue.
Ho mezz’ora di tempo per prepararmi prima che Arianna mi passi a prendere.
Il mio primo giorno a casa l’ho passato perlopiù a fumare e dormire, ed è già arrivata l’ora di andare alla festa.
La colf filippina, dopo essersi presentata, mi ha chiesto se desiderassi qualcosa da mangiare ma le ho detto che ero a posto cosi.
Poi ho ordinato una pizza e ne ho mangiata metà, dopodiché mi sono addormentato sul divano.
-Forse è meglio farsi una doccia -penso.
Vado in bagno e mi rado attentamente, poi in doccia. Quando esco mi spruzzo Calvin klein come dopobarba.
Mi metto una camicia bianca, una giacca Blu Burberry, un paio di pantaloni beige jackerson e mocassini, mi guardo allo specchio, che sembra quasi oscurato, ed esco di casa.
Guardo l’Iphone per la prima volta nella giornata e noto che sono stato aggiunto in un gruppo Whatsapp dal nome “ Ricchezza’’. Nel gruppo Blanc, Coco, Ferrari, Arianna, Francesca e una serie di numeri che non conosco. Coco ha inviato un’ immagine di una ragazzina nuda, sui quindici anni, che si sta fotografando nello specchio del bagno con il suo Iphone. Rimetto il telefono in tasca, chiedendomi chi sia quella ragazza.
Camminando verso lo spiazzo in fondo alla discesa vedo Arianna che mi aspetta.
-Come siamo carini!- dice, sbuffando fuori il fumo della sua sigaretta.
-Grazie, anche tu stai bene- le dico.
-Allora eccitato per il tuo ritorno?- mi chiede.
Alzo le spalle e bisbiglio un “abbastanza’’ poco credibile.
-O Adam, devi essere sempre cosi misterioso!- dice, accarezzandomi la guancia.
Sorrido.
-È da un sacco che non vediamo l’ora di vederti e tu te ne stai li tutto incazzato!
-Tranquilla Ari, sto bene- le dico, con un tono di voce apparentemente calmo, cercando di rassicurarla.
-Si va be’, comunque alla festa c’è tutto l’occorrente per divertirsi, basta chiedere! I soldi ce li hai, vero?
-Si- rispondo.
-Quanto?
-Duecento penso.
-Bene bene, bravo pulcino- bisbiglia, aprendomi la portiera.
-Salta su!
Salgo in macchina e partiamo.
-Sai, -incomincia Arianna- Hai presente Robi, il tossico, te lo ricordi?
-Si- rispondo- Si, so chi è, faceva le elementari con me…
-Be’- continua Arianna- Ha avuto un po’ di problemi di droga… eroina -precisa – Non ricordo se rosa o cobret, e insomma i suoi genitori devono averlo scoperto e lui deve aver alzato le mani con sua madre o cose del genere…
-Si?- chiedo.
-Si, deve averla presa per il collo e spinta contro il muro, o minacciata con un coltello, non ricordo.
-Ne sei certa?-le domando.
-Cosi si dice, sarà vero- conferma Arianna, sicura.
-Mi dispiace…-dico a bassa voce.
-Si, ci dispiace un po’ a tutti,- concorda Arianna- E poi, -continua, mentre inserisce la quarta- Prima che si incominciasse a bucare ogni tanto portava la sua roba e non era niente male.
-E adesso dov’è?-le chiedo.
-In una comunità in qualche parte della Liguria, il padre lo deve aver spedito li; era stanco del fatto che fosse diventato cosi aggressivo e che si, insomma, si bucasse, ma chi non fa qualche peccatuccio a volte?-chiede, con tono innocente.
-Già -rispondo.
Le macchine fuori dal finestrino sfrecciano sulla strada.
-E comunque se n’è andato, mi dispiace… di; invece sai che Victoria è diventata lesbica?
-No, questo non lo sapevo-rispondo.
-Chi è Victoria?-mi chiedo.
-E si, al the Club una volta era talmente strafatta e ubriaca che ha incominciato a dire che aveva voglia di…. Va be’, hai capito, no? E che le donne a differenza degli uomini sanno dove andare a toccare, sue testuali parole, e diceva che non raggiungeva orgasmi cosi da, be’, non sapeva nemmeno lei dire da quando.
-Capisco…-rispondo.
-Si, e poi infatti è uscita con Matilde poco dopo, e hanno fatto una cosa a quattro con Simo e Ale, quei due p.r. del Club Haus… ma ti ripeto, cosi dicono, te lo racconteranno meglio stasera alla festa.
Annuisco.
-Di un po’ -continua Arianna,-Ma là dove sei stato come si stava a droghe?
-Non male, il prezzo era buono e non ci si doveva impegnare più di tanto per rimediarla; come dappertutto.
-Capisco capisco-annuisce lei- E il fascino dell’italiano? Ha fatto colpo?- mi chiede sorridendo.
Incomincio a ridere e non so cosa rispondere. Ho conosciuto una ragazza francese, ma non ho voglia di raccontarglielo. Molto probabilmente incomincerebbe a far domande e daremmo il via ad una discussione su com’era di faccia, di culo, di tette e roba simile, cosi penso che sia meglio liquidare la questione con un “ Abbastanza’’.
Lei mi guarda e mi sfiora la spalla, dicendomi: “Sei sempre di molte parole’’
Annuisco.
-Già- le dico.
E poi sto zitto, per i restanti dieci minuti di viaggio, mentre Arianna parla, ma non la ascolto.

Arriviamo alla villa di Francesca, fuori Milano, a Bellagio, per le undici e trentadue, e la musica si sente da fuori. Il gran cancello che delimita l’inizio della sua abitazione è ben visibile e saldo al terreno. Intravedo il lago, baciato da un fioco bagliore lunare; sfiorato da una calma disturbante.
Arianna mi dice di scendere e di aspettarla mentre va a parcheggiare.
Scendo e fisso il cancello.
Non so se sia per l’effetto della marijuana che ho ancora addosso ma sembra enorme, imponente e senza via d’uscita.
Sento la musica prorompere con causticità mordente, e accendendomi una sigaretta ho come un tremore alle mani, lo sguardo continua a cadermi sulle sbarre d’acciaio e sulle punte affilate del cancello.
-Tutto bene?- mi chiede Arianna.
Io annuisco e lei suona il campanello; diciamo i nostri nomi ed entriamo.

*

La villa occupa un perimetro di settecento metri quadrati, con un giardino che si estende per un paio di chilometri oltre le stalle dei cavalli di Francesca. La piscina è lunga circa ottanta metri con una profondità massima di due e dieci; la maggior parte della gente le balla intorno e il dj è posizionato lontano circa cinquanta metri dall’inizio della vasca. Mi sembra di vedere gente che conosco ma non voglio andare a salutarli da solo, cosi aspetto che Arianna faccia la prima mossa.
Il giardino sembra infinito, e nonostante ci siano consistenti spazi vuoti è pieno di persone che come fiori marci sembrano nascere dalla terra. Più o meno sono tutti vestiti molto eleganti, con completi di qualche stilista rinomato del quale non ricordo il nome e alcune ragazze sono in abito, ognuno di un diverso colore, e ai piedi portano Jeffrey Campbell. Sembrano oscurare il prato come un eclissi nera e assassina. Senza preoccupazioni o problemi si sfiorano i capelli, a volte tenendoli tra le mani e innalzandoli verso l’aria, fulminandosi con lo sguardo e tentando di imporsi con una ferocia recondita nell’epicentro della festa.
La casa è di un bianco immacolato, dal quale spuntano diverse finestre che dominano la scena, come occhi colmi di lacrime costretti ad osservare uno spettacolo che hanno già visto milioni di volte.
Mi tornano in mente gli occhi che avevo visto dall’aereo.
Il dj sta suonando una canzone che non conosco.
Arianna è vicino a me ed osserva anche lei la situazione scuotendo la testa a ritmo di musica, quando improvvisamente arriva Francesca che le si getta addosso abbracciandola, dopodiché abbraccia me.
– Ma eccovi! Dov’eravate finiti?-ci chiede.
Arianna alza le spalle e sorride.
-E tu? Perché non ti sei mai fatto sentire?-mi chiede Francesca, abbracciandomi di nuovo.
-Hai ragione, ero impegnato -le rispondo, ricambiando l’abbraccio.
Francesca mi guarda e si consuma in una risata acerba.
-Mi racconterai, sono curiosissima! Gli altri, tutti quelli della compagnia, ti aspettano dentro!-dice, indicandomi la casa.- O forse sono fuori seduti ad un tavolino, non so!- ride.
Indossa un vestito corto scuro Versace, che le fa una generosa scollatura dalla quale si intravede il seno. Ai piedi Jeffrey Campbell.
-Sentite, prendete da bere, vicino alla piscina c’è il bar! Ovviamente è tutto pagato ma se volete, ecco… altre cosucce, basta chiedere a Tim. Lo trovate dentro casa, non fatevi problemi, ditegli solamente che vi manda Francesca, ok?-aggiunge.
Annuisco e ringrazio.
Cosi fa anche Arianna, che le da un bacio sulla guancia.
Poi Francesca ci saluta, mi fa l’occhiolino e si congeda con un: “Divertitevi!’’
Arianna continua a scuotere la testa e muovere la gambe e quando si accorge che la sto fissando sorride e mi dice di andare dagli altri.
-I genitori di Francesca dove sono?-chiedo ad Arianna.
-Il padre alle Maldive, e la madre a Saint Moritz credo… Ma come mai questa domanda?-mi chiede, stupita.
-Cosi,- rispondo.
-Va be’ dai, andiamo dagli altri – conclude, prendendomi la mano.
Lo stomaco incomincia a pesarmi e mi rendo conto che avverto un leggero senso di nausea. Arianna mi tiene stretta la mano mentre ci dirigiamo verso l’ingresso della casa e noto che fuori ci sono diversi tavoli e, seduto ad uno di quelli, vedo Blanc.
-Hei Adam, allora?- dice, stringendomi vigorosamente la mano.
-Tutto bene, tu?- dico io.
-Oh si cavallo, si… Quando sei atterrato?- mi chiede, mentre si sistema i capelli corti e mori, scalati ai lati. Indossa una camicia bianca aperta sul petto, scolpito e abbronzato.
-Ieri sera.
-Oh, ieri sera?
-Mi è passata a prendere Arianna.
Noto che è piuttosto fatto e continua a mescolare il suo Mojito.
-Ne vuoi un goccio?- mi domanda, passandomelo.
-Si, – faccio io.
Lui fa un sorrisetto strano e poi si tira indietro nuovamente i capelli.
-Oh, la sai l’ultima?- dice, entusiasta.
-Quale?
– Sarò su una pagina di Vogue Italia, non è il massimo?
-Oh Complimenti- faccio io, mentre mi fisso su dei coriandoli per terra, impiastrati di alcool e cenere.
-Grazie- fa lui- Mi sono dato da fare in quella palestra, quella palestra vicino a corso Aires, hai presente? Fit Exclusive, hai presente?- dice, scandendo le parole.
-No a dir la verità no- replico io. Lo sguardo mi cade sulla piscina, dove un ragazzo che mi sembra di conoscere ha buttato una tipa, senza reggiseno, in acqua. La ragazza schiamazza coprendosi il seno e un po’ di ragazzi, cinque o sei credo, stanno filmando la scena con il loro Iphone.
-Oh, dovresti andarci, mi sembri un po’ ingrassato- dice, squadrandomi da testa a piedi.
-Si?
-Non tanto, ma credo che un po’ di palestra ti farebbe bene, ci si può andare insieme, che ne dici?
-Si va bene, va bene- annuisco io.
-Oh si- continua lui- Ci sta anche un sacco di gente famosa li, sai?
-Tipo?
-Oh, tipo…- si ferma, pensandoci su- Oh, gente che conta, importante, della tv.- mi assicura, sorridendo.
C’è un momento di silenzio, e Blanc finisce il suo Mojito gettando il bicchiere per terra.
-L’altro giorno mi sono tagliato, robe da pazzi- riprende.
-Cioè?
-Guarda- dice, mostrandomi il braccio; un taglio piuttosto profondo dal quale spuntano dei filetti grigi, metallici, che si intrecciano tra le vene.
-Che hai fatto?
-Hanno messo dei poveri al tavolo di fianco al nostro al Wknd, ed è partita la rissa- spiega lui.
-E com’è finita?
Blanc mi fa l’occhiolino e ridacchia : “ Male per loro bello, male per loro’’.
-Ferrari come sta?
-Alla grande, è al bar con Sonia, una schizzata mica male, vallo a salutare- dice, indicandomi il bancone bar.
Vado al bar, passando vicino a un tavolo sul quale dei ragazzi stanno giocando a beer pong e parlando di un tavolo da fare a un festival di musica, Nameless, un tavolo da fare lontano dai plebei e dai poveri- dice uno, piuttosto alto, canottiera scollata e rolex.
Al bar becco Ferrari.
-Hei Adam, allora siamo tornati?- dice, con una mano intorno alla spalla di Sonia, una ragazza piuttosto carina, bionda, occhi azzurri, un top nero che le innalza il seno e collant e gonna corta e Jeffrey Campbell.
-Ieri- rispondo io.
-Bene bene- fa lui- Lei è Sonia- dice, presentandomi la tipa.
-Ciao ciao- civetta Sonia, sorridente- Mio padre è sempre via per lavoro sai?
-Che lavoro fa?- le chiedo.
-Oh un lavoro importante- dice, lentamente, drammaticamente, – Ha diverse aziende, si, ma non so di cosa di preciso…ma… belle aziende- dice, ridacchiando. Si sistema il seno e poi sbuffa sonorosamente, indicandomi la sua mano- Ma è possibile che questi cazzo di timbri delle discoteche non vanno mai via?
Le guardo le mani, piccole, curate, e il timbro sulla pelle.
Ferrari la bacia, e poi dice: “ Andiamo a salutare Coco’’.
Torniamo verso i tavoli e noto che, in piscina, la ragazza in topless sta pregando i suoi amici di farla uscire e continua a ripetere: “ Fatemi uscire, non è più divertente’’ e le parole, non so perché, mi fanno un certo effetto e mi viene in mente un articolo letto su un giornale di questa ragazzina che venne gettata, molto ubriaca, in piscina e più cercava di uscire più le persone, posizionandosi ai vari lati della vasca, la rigettavano dentro. Il gioco andò avanti per ore e la gente si dava il cambio per non farla uscire finché la ragazza, già di per sé strafatta, ci annegò dentro. Tutti si accorsero solo alla fine della festa, quando il corpo era con il viso rivolto verso l’acqua, che era affogata. Giro lo sguardo verso la ragazza in piscina e me la immagino inghiottire cloro e soffocare lentamente, mentre l’acqua le affoga i polmoni.
Coco, seduto su un divanetto di pelle nera con due ragazze, mi vede e mi da una pacca sulla spalla.
-Eccolo- dice, sorridendo.
– Eccoci- faccio io.
-Come stai? Com’è andata?
-Si, tutto bene- rispondo io- Voi che avete fatto?
-Ibiza, seratone, mare; Cala Comte, un sacco di tavoli al Circo Loco, Ibiza global radio, Tipic, Destino, e closing party al Pacha… Ti sei perso un bel po’ di serate- dice, toccandosi le narici, molto probabilmente intasate per via della coca. –Si, belle serate- ripete, questa volta annuendo- Loro sono Jade e Samantha- dice poi, indicandomi le due ragazze sedute sul divanetto.
Loro sorridono e poi tornano al loro Iphone, dal quale stanno ascoltando una registrazione audio di una tipa.
Dal rumore disturbato dell ‘Iphone esce una voce confusa, acuta, che farfuglia : “ Ero davvero tirata scema piccole ieri sera, non so cos’ho fatto’’. Le ragazze ridono. Una mora, l’altra bionda, vestito corto, parigine e Jeffrey Campbell. Coco le guarda sorridendomi, come a dirmi se me le voglia fare e io faccio spallucce.
Blanc torna verso di noi e io mi accorgo che davvero a stare in mezzo a tutti sobrio non ci riesco, cosi gli chiedo se ha un po’ di coca da allungarmi.
-Ma certo- fa lui- Quando vuoi.
-Ora.
-Andiamo- esclama, toccandosi le tasche dei Dondup.
Entriamo in casa e passando per la cucina e il salotto, nel quale un televisore da circa novanta pollici domina la scena, andiamo in bagno e Blanc prende uno specchietto da un cassetto e dalla tasca dei pantaloni tira fuori una bustina di coca. Incomincia a tagliarla con una lametta e la sistema in quattro strisce perfette, poi se ne sniffa un paio.
La sua testa schizza in aria e dopo aver preso fiato si strofina il naso con le dita.
Io mi faccio le altre due e le mani incominciano a tremarmi e sento che la coca è arrivata dritta al cervello. Il lieve brivido che ti accarezza la nuca. Ogni parte del corpo è attiva e reattiva, come se la sentissi palpitare per la prima volta nella mia vita: ogni arto, muscolo e goccia di sangue è in preda ad un estasi impagabile, ma lucida.
Il cuore incomincia a battermi velocemente, sottomesso all’adrenalina che mi pulsa nelle vene.
-Questa è ottima- dice Blanc, pulendosi il naso allo specchio. La luce abbagliante gli illumina il volto abbronzato.
-Ultimamente in giro trovi coca mischiata a levamisolo o altra merda che ti distrugge tutto, devi stare attento cocco- fa Blanc, pettinandosi, mentre fa due respiri profondi.
-Come ti senti?
Il cuore pulsa violentemente, ma il resto del corpo palpita di sicurezza, di calma, di profonda tranquillità. Una positività maestosa, euforica, che garantisce una leggera distensione nei confronti di ogni situazione; infallibilità.
Deglutisco tre volte, schiarendomi la voce, cercando di gestire questa adrenalinica calma. Era da un paio di mesi che non mi facevo.
Usciamo dal bagno, e da una stanza vicino alla cucina sbuca un ragazzo moro, sui vent’anni, come noi, a petto nudo, catenella d’argento al collo e braccialetto con dei teschi al polso, in mutande che saluta Blanc e mi sorride.
Si chiama Marc e dev’essere anche lui un modello, credo.
-Come va?- chiede a Blanc.
Blanc alza le spalle e butta fuori un “ Bene’, muovendo forse un po’ troppo la mascella.- Tu Marc?
-Oh si -fa lui- Non entrare in quella stanza- dice, ridendo.
-Perché? – chiede Blanc.
-C’è Sonia che sta scopando con Ferrari e Alessandro. Io ho finito ora con quella troia.
-Ok- fa Blanc.
Usciamo dalla casa e ci sediamo con Coco, Arianna e Francesca, ad un tavolo. Sul tavolo drink finiti, con sigarette non ancora spente che affogano nel ghiaccio sfuso e pacchetti di Marlboro light vuoti.
Al tavolo arriva anche Tamira, una tipa di Porta magenta amica di Coco. Vestitino semi trasparente, rossetto leggermente sbavato. Capisco che si è appena fatta di coca, ed è una cosa automatica. Chi tira di coca capisce chi tira di coca.
-Ciao Adam!- squittisce, sedendosi maldestramente su una sedia.
-Ciao Tamira- faccio io.
-E’ da un po’che non ti si vede in giro!
-Ero via.
-Ah si?
-Si.
-Oh be’- sbotta, accendendosi una sigaretta. – Ma è vera questa storia che Fred ha fatto una festa sul suo yatch a Porto Cervo?- chiede, ad alta voce. Si piega per avvicinarsi al posacenere e dal suo vestitino scollato le si intravede il seno, quasi scheletrico. E’ dimagrita moltissimo dall’ultima volta che l’ho vista.
-Ma lo chiami yatch quello?- sbuffa Coco.
– Ma è vero o no?- insiste Tamira.
-Si- fa Blanc – Ce lo aveva anche scritto nel gruppo su whtsapp, ma col cazzo che ci vado da quel pezzente.
-E perché a me nessuno me l’ha detto?- domanda Tamira, mentre si rifa il trucco.
-Oh te l’aveva detto ieri, ma eri conciata persa- le dice Francesca, ridendo.
-Oh si- ghigna Tamira- Mi hanno venduto coca ammoniacata di certo, oppure me l’hanno tagliata con troppa novocaina, sicuro.
Blanc mi guarda di getto, come a dire “ Cosa ti avevo detto?’’
-Perché?- fa Ferrari.
-Niente niente- ride Tamira, facendo l’occhiolino a Francesca. –Comunque vado a farmi un altro drink, ciao belli- dice, e se ne va.
– Che ha fatto la sballata?- chiede Ferrari a Francesca.
-Oh, lascia stare- sbuffa Francesca,- E’ svenuta e l’abbiamo portata in ospedale in taxi.
-Ah si?
-Si, ma il bello è che nel taxi si è pisciata addosso- ride Francesca, portandosi una mano alla bocca.
Tutti ridono.
-Ma davvero?
-Si, vuoi vedere il video?- domanda Francesca, estraendo l’ Iphone dalla borsetta.
Tamira ritorna e Francesca nasconde L’ Iphone.
-Eh comunque, se qualcuno vede Fred, gli dica che ce l’ha piccolo, e che se mi vuole sbattere ancora almeno che abbia la decenza di invitarmi alle sue feste!- esclama, ridendo da sola, poi se ne va via di nuovo.
Francesca prende L’Iphone e fa partire il video.
Io mi alzo e decido di andare a farmi un drink per tranquillizzarmi perché sono piuttosto agitato. Al bancone ,dopo aver preso un negroni, vedo Sonia, la ragazza che stava scopando con Ferrari e Alessandro, da sola. Mi indica un paio di volte, cercando di dire qualcosa, poi smette. Abbassa lo sguardo e si siede per terra, con le mani intorno alle ginocchia. La gente le passa vicino senza farci caso.
Io alzo lo sguardo e rimango risucchiato per un attimo dalla notte, una sfera opaca infinita.
Quando riabbasso la testa, non so come mai, ho un vuoto allo stomaco.
Arriva Arianna e mi chiede se mi va di andar via, annuisco, bevo il drink alla goccia e andiamo a salutare gli altri.
-Domani aperitivo all’ Armani, ok?- mi chiede Coco.
-Va bene…- rispondo io.
Stringo la mano a tutti e me ne vado con Arianna, che mi chiede se mi sono fatto di coca e io sbotto un “Si’’.
Lei dice che Blanc ha sempre roba buona e io dico “ Sempre’’ e poco prima di salire in macchina mi viene in mente che non ho chiesto a Coco chi fosse la ragazzina nuda della foto che ha inviato nel gruppo.

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Siamo alla festa di Tiffany, verso Porta Garibaldi.
Coco mi indica un paio di ragazze che ridono vicino al bancone dei drink. Sorseggiano un Malibu-Ananas mentre sorridono in modo annoiato. Una è alta e bionda, l’altra ha i capelli rossi e occhi azzurri.
Coco mi dice che le conosce e che se ho voglia me le può presentare. Gli dico che sto bene cosi.
Mi indica una delle due ragazze; quella alta e bionda. Ha una minigonna e un top giallo, il tutto reso più provocante dai collant neri e tacchi alti.
Le si scorge l’ombelico e la pancia completamente asciutta.
– Quella è Alexis , è una modella, ed è una modella anoressica-dice, indicandomela di nuovo.
-E come fai a saperlo?- gli chiedo.
-Lavora con Blanc e cosucce del genere, e la vuoi sapere una cosa divertente?-mi chiede mentre si abbottona e si sbottona la camicia bianca Prada.
-Si -rispondo.
-Si fa anche lei, come tutti, di coca. Ma sai come?
-No, come?-gli domando, mentre osservo le gambe scheletriche di Alessia.
-Lei è una modella in pratica, no? Quindi non vuole sputtanarsi il naso o cose cosi; insomma, non vuole che si veda che tiri di coca, allora cosa fa? –si interrompe, cercando di soffocare una risata-Va in farmacia e si prende delle supposte; le svuota, ci infila dentro la coca e poi se le infila su per il culo, e… voilà! Poi è completamente strafatta; Completamente!
-Ma sei sicuro?- gli chiedo.
-Ci puoi giurare!- ghigna Coco, mentre si strofina le dita contro le gengive.
-E l’altra che fa invece?- chiedo, con lo sguardo rivolto alla rossa.
-La rossa si chiama Laura. Ed è una fashion blogger.
-E che cosa fa una fashion blogger?
– Be’- incomincia Coco-Ti dà tipo dei consigli su come vestirti e cose cosi, mette le sue foto mentre indossa nuovi capi d’abbigliamento e dice alla gente cosa è figo mettere o cosa non lo è; semplice.
-E perché lo fa? Ha lavorato in qualche settore della moda?
-Ma che cazzo dici? No!- risponde sbigottito Coco. – Che cazzo di domande fai?
-E allora perché dice come ci si deve vestire?
– Perché lei è figa e si veste bene. Conta qualcos’altro?- ridacchia Coco- Non dirmi che pensavi davvero che avesse fatto uno stage da qualche parte o che avesse lavorato non so dove-continua a ridere- Va be’, comunque adesso te le presento- esclama, facendo un cenno alla fashion blogger, che si avvicina insieme ad Alexis.
Si siedono al nostro tavolo e la modella anoressica si accende una sigaretta.
Il terrazzo di Tiffany è pieno di gente che schiamazza nella notte, mentre al piano di sotto, il dj continua a suonare, e la gente balla.
-Ciao sono Laura-si presenta la fashion blogger, porgendomi la mano.- Discepola di Chiara Ferragni.
-Adam -rispondo, stringendogliela.
La modella sta zitta ed in viso è molto pallida. Noto delle piccole borse sotto gli occhi coperte dal trucco.
Coco e la fashion blogger incominciano a parlare di una sfilata di moda e poi di un tavolo che si deve fare in una discoteca di Milano o Como.
-A Milano riuscireste a fare dodici Dom perignon?- chiede la Fashion blogger.
-Direi di si,-risponde Coco.
-E a Como?
-Forse quindici, dipende…-dice Coco, togliendosi gli occhiali da sole.
-Perfetto!-esclama Laura.
La modella dice che deve andare in bagno e mentre la guardo andarsene mi chiedo se stia andando a infilarsi la bamba nel culo.
Mi accendo una sigaretta mentre Coco e la fashion Blogger continuano a parlare della serata a Milano.
-Guarda; -dice Coco- L’ultima serata abbiamo fatto dieci Dompe in dieci, quindi ne avevamo in pratica uno a testa e poi abbiamo mandato anche un paio di Belvedere in più, cosi le ragazze potevano scegliere tra champagne o Vodka… Quindi, fidati che vi divertirete.
-Bene bene- risponde la fashion blogger, sorseggiando il suo Malibu-ananas.
-Riguardo la sfilata invece,- riprende Laura- Si farà nel grand hotel Grimagli, ed è una preparazione per la Milano vogue fashion night, quindi vestitevi eleganti; ci sarà anche la Ferragni!
-Noi ci vestiamo sempre eleganti- sentenzia Coco, stringendomi la spalla. –Ma ci saranno comunque le modelle che poi andranno anche alla vogue fashion night?-le chiede.
-Be’ ovvio!- risponde la fashion blogger- Non sai che casini ho dovuto fare per farmi prescrivere quella quantità industriale di pillole dimagranti per le ragazze, pensa che si sono presentate più di mille tipe e, non ne hai idea guarda!-sbuffa la fashion blogger- E alcune pesavano più di 40 kili, e non capisco cosa vieni a fare se sei…- esita un attimo- Cosa vieni a fare se sei…cosi grassottella?-dice, schifata.
Poi finisce il drink e sta li a mordicchiare la cannuccia, per una decina di secondi, senza dire niente.
– E comunque erano davvero in tantissime-continua Laura, sistemandosi la frangetta.
-Posso immaginare, -dice Coco, accendendosi una sigaretta- Comunque noi adesso andiamo di sotto dagli altri, allora rimaniamo d’accordo che ci vediamo alla sfilata, ok?
-Perfect!-conclude la fashion blogger, che ci stampa due baci sulla guancia a testa e poi se ne va.
Scendiamo dal terrazzo, il quale, circondato da tavoli con bottiglie di champagne ,è affollato di ragazzi e ragazze che siedono sorseggiando Crystal e tirando di coca mentre parlano male di qualcuno. Scendiamo verso il salotto e andiamo da Ferrari e gli altri.
Blanc sta parlando con una ragazza bionda, Ferrari è seduto al tavolo con Ben e stanno discutendo riguardo a dove andare a far serata.
Al tavolo c’è un ragazzo alto con un accenno di barba. Indossa una maglia scollata, raffigurante una donna nuda la cui fica è coperta da un Dom perignon, jackerson e churc.
Ci sediamo e Ferrari me lo presenta. Mi dice che è un dj famosissimo e si chiama Kar.
Suona in una discoteca di Milano, quella in cui dovremmo andare a far serata.
-E’ una stella emergente- mi dice Coco, stringendogli la mano.
Kar si accende un joint e sorride.
-Ha un ritmo innovativo, un sound rivoluzionario e cazzo, lo devi sentire. Doveva suonare questa sera, ma alla fine è venuto Dani.- aggiunge Ferrari.
Io annuisco e dico che sono curioso di sentirlo, anche se non mi importa, e Kar mi ringrazia e dice che magari dopo darà il cambio a Dani, poi, sbuffando, aggiunge che Dani non è capace di suonare; che è un’ idiota e che una sera al Notox Dani suonava prima di lui e tutti continuavano a fischiarlo perché volevano che smettesse, cosi da lasciargli il posto, e solo quando tutti hanno incominciato a gridargli “scemo’’ l’ha capita.
–Cazzo non riusciva a capire che era me che la gente voleva sentire!- aggiunge Kar.
-E Fred? Di lui che te ne pare?- gli chiede Ferrari.
-Fred è un altro coglione che non sa suonare. Lo si riesce ad ascoltare solo se sei strafatto di MD- risponde Kar.
-Sai chi è bravo secondo me?-interviene Coco- Pit. Pit non è male.
-Pit è un incapace cosmico; gli ho insegnato tutto io e non è stato in grado di imparare un cazzo.- ribatte Kar, spegnendo il joint.
-Boh…per me è bravo-conclude Coco.
-E comunque- mi dice Ferrari- Adesso magari lo sentirai suonare per un attimo, ma sabato a Como ci sei vero?
-Si, penso di si-dico.
-Bravo- esclama Ferrari, facendomi l’occhiolino.- E comunque forse Kar l’hai già sentito l’estate scorsa, ti ricordi?- mi chiede, dopo un po’.
-No- rispondo.
Kar continua a parlare per un po’ con Coco , finché si alza e va dal dj che sta suonando alla festa, Dani, gli stringe la mano e lo abbraccia. Si abbracciano come se fossero migliori amici e mi chiedo se Dani sospetti della merda che Kar gli tira alle spalle. E penso che sia una situazione abbastanza strana e divertente quando le persone fingono di rispettarsi mentre in realtà si odiano reciprocamente. Pensandoci, cerchiamo continuamente di comportarci in modo educato con persone che odiamo. Diciamo piacere di conoscerla a persone che non abbiamo piacere di conoscere. Forse è una cosa triste, ma è una cosa cosi ciclica che è anche inutile farci caso.
Alzo lo sguardo perché Blanc è tornato al tavolo, e un tizio ci ha portato un Gin-lemon a testa.
Guardo Kar che ora sta suonando e ha un’aria scazzata. Penso che con quell’aria voglia dire una cosa del tipo: “ Suono in modo scazzato, perché anche se suono cosi sono il migliore’’. Povero coglione.
-Ci sta, no?- mi chiede Ferrari.
-Si…abbastanza-rispondo.
-Allora è ok se sabato lo andiamo a sentire?
– Si, va bene.- rispondo.
-Sai, su Facebook ha più di Tremila fan, e riceve un sacco di Tweet al giorno-continua Ferrari, che ora sta tagliando una striscia di coca.
-Diecimila?-chiedo.
-Diecimilatrecentocinquantadue- precisa.
-Boh…è bravo, ma non mi sembra cosi bravo -dico perplesso.
-Adam…se uno ha più di tremila fan su un Social Network vuol dire che è bravo- risponde serio Ferrari, sgranando gli occhi, come se avesse proclamato un’indiscutibile verità.
Annuisco e faccio un sorso del mio gin lemon, dopodichè guardo Kar che suona.
-Cazzo, non vedo l’ora di sentirlo suonare, di la verità, anche tu vero?-mi chiede Ferrari.
-Si, diciamo di si…-acconsento mentendo.
Alzo lo sguardo verso la piscina e vedo Arianna e Francesca che vengono verso il nostro tavolo con un’altra ragazza che non conosco.
-Chi è quella?-chiedo a Coco, mentre le ragazze si avvicinano sempre di più al nostro tavolo.
– Lei è Martina- risponde Coco, facendo un cenno alle ragazze con il bicchiere di Champagne che ha in mano- E’ una in gamba, è sveglia…fa la fashion blogger!

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Estate scorsa. Le cose che ricordo dell’estate scorsa. Ragazze con cappelli Borsalino, collant neri e Jeffrey Campbell sedute ai soliti bar ad indicare altre ragazze vestite male. Famiglie che si squagliavano sotto il sole in fila davanti ad Abercrombie per far foto con i modelli del negozio, e certe storie che correvano tra alcuni ragazzi e che giunsero anche a me, come quella di quel ragazzo che accoltellò trentadue volte un suo amico perché questi aveva caricato una sua foto su Facebook nella quale non era venuto bene. Una dozzina di coltellate tra le costole e il fegato. Si parlava di questo genere di cose l’estate scorsa.
Si, seduti in qualche bar a sorseggiare Spritz ghiacciati mentre si era acciecati dal sole. E Faceva caldo. Caldo.
Le vecchiette uscivano dal Duomo con l’ombrellino per ripararsi dal sole, schivando i negri che chiedevan loro l’elemosina.
E si, il caldo.
E poi Betty, si Betty. Betty era una ragazza di otto anni che venne molestata da un prete. E Betty, da quello che raccontarono i giornali, ogni volta dopo catechismo veniva riaccompagnata a casa da Don P. , che prima di riportarla a casa la portava nel suo confessionale dove la accarezzava e la baciava. La leccava. Cosi disse la bambina; mi leccava.
Disse che Don P., mentre lei lo toccava li, le ripeteva gemendo che sarebbe morta all’inferno, che sarebbe bruciata tra le fiamme, che se avesse raccontato qualcosa a qualcuno tutta la sua famiglia sarebbe morta e le sue guance sarebbero state sfregiate dal fuoco e che le sue manine si sarebbero sciolte nella lava bollente. Le disse di continuare a toccarlo li, sempre più velocemente, che le avrebbe tagliato le labbra della sua vagina, che le avrebbe inchiodato le mani al muro e che l’ avrebbe affogata nell’acqua santa per purificarla. E Alla fine, Don P, leccava la fronte e le mani di Betty, tutte appiccicose e unte, e le diceva che era salva.
Si, erano tutte storie che mi facevano venire, insieme al caldo appicicoso, un gran mal di testa.
Ricordo anche bambole nude, senza testa, appese lungo il fil di ferro quando passavo in macchina lungo via Edmondo de Amicis.
Una romena incinta seduta su un’ altalena che beveva una birra da 66cl.
Un nero con un vestito da donna in paillettes che andò a letto con Blanc dopo una serata a Le Banque e una ragazza mora, frangetta corta, una sera all’ Olympia, che disse, tremendamente contenta, che un tale le aveva detto che se la sfiorava da dietro poteva sentirle addirittura le costole tanto era magra.
In un post serata, a casa di chi non ricordo, qualcuno aveva gettato nella vasca da bagno dei tamponi e degli assorbenti usati e l’acqua si era tinta di rosso, come una pozza scura color porpora.
E questo era l’estate scorsa. E c’erano anche ragazzini sui marciapiedi che vomitavano con un Absolut comprata dieci minuti prima al supermercato e ragazzine con gonna corta. Gonna davvero corta. E gambe limpide. E i flash dei Selfie nella notte. E a nessuno importava niente, e tutto andava bene, e tutti toccavano il loro Iphone, e faceva caldo, molto caldo l’estate scorsa.
Si, faceva caldo.

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4

Sono in macchina con Blanc e stiamo andando a rimediare un po’ di coca da Marco, uno spacciatore del posto che ha diversi appartamenti tra Via della spiga e via Montenapoleone.
C’è un sole piuttosto forte che picchia sulla strada, e la Porsche di Blanc spara l’aria condizionata al massimo anche se entrambi abbiamo il finestrino abbassato.
Siamo in fila prima di un semaforo e guardo la macchina vicino a noi e c’è un tizio che tiene stretto il volante con entrambe le mani e quando si accorge che lo sto guardando mi tira un’occhiataccia. Mi metto su i miei Rayban e sto li a guardarmi le mani mentre Blanc ogni tanto sbuffa bestemmiando.
All’improvviso la radio cambia frequenza e finisce su una stazione religiosa e si sente un tizio che piange, che chiede aiuto. Dice che sua figlia di cinque anni è stata investita da un camion, e che lui non riesce più a vivere. Dice che il camionista si è accorto solo dopo cinquecento metri di aver investito la sua bambina perché era convinto di aver tirato sotto un sacco dell’immondizia o qualcos’altro. -Si è trascinato tra le ruote per cinquecento metri il corpo distrutto della mia bambina- dice il tizio. – Quando l’hanno trovata la mia bambina era ridotta a un ammasso di carne nera irriconoscibile. Non aveva gambe, non aveva mani… non aveva occhi.
Le erano rimasti addosso solo i capelli sciolti dal motore, che cadevano unti e scuri sopra il cranio sfigurato e schiacciato dalle gomme, Che ne sarà di me?- chiede il tizio piangendo, al conduttore della radio.
-Devi avere fiducia in Dio- risponde quello della radio. – E’ il disegno di Dio- dice, sospirando.
Spengo la radio e mi accendo una sigaretta, ma non riesco a togliermi dalla testa l’immagine del corpo della bambina maciullato dalle ruote del camion, che si scioglie a contatto con il motore e che si dilegua sull’asfalto.
-Siamo arrivati- dice Blanc, mentre parcheggia il Porsche.
Scendiamo ed entriamo in un condominio in via Montenapoleone.
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5

Apericena al Caveau, zona Navigli. Dieci di sera, e sono tutti abbastanza in preserata per il Divina e ad un tavolo poco distante dal nostro c’è un calciatore piuttosto famoso del quale non ricordo il nome; sorseggia champagne con vicino due ragazze mentre parla al telefono. Blanc mi dice che è una sega, e che non riuscirebbe a buttare la palla dentro neanche a morire. Al bancone del locale le Belvedere brillano e gli Champagne sono fosforescenti, e il posto è pieno. Un dj, posizionato in fondo al locale spara la sua musica abbastanza alta, e alcune tipe civettano con lui ballando sensualmente. Due signori sulla cinquantina in giacca e cravatta con capelli tirati all’indietro stanno parlando con Francesca e Arianna vicino all’entrata. Le ragazze stanno ridendo, si accarezzano i capelli e ogni tanto sfiorano la spalla di uno dei due uomini. Mi pare che uno dei due lavori per un programma televisivo. Coco si è appena fatto una striscia e si strofina le gengive con le dita mentre Ferrari sta dicendo che se fai un lavoro dove sei costretto a portare una targhetta con su scritto il tuo nome a nessuno frega un cazzo di come ti chiami, e che spera che lo prendano per quel nuovo film che devono girare.
-E chi ti ha fatto fare il provino?- gli chiede Blanc.
-Qualcuno- risponde Ferrari.- Qualcuno.
Ben sta guardando il telefono e ad un certo punto interrompe Blanc e mette il telefono al centro del tavolo.
-Oh! Guardate la piscina del Borsi, ha appena messo la foto su Instagram!-dice, indicando il telefono.
Al tavolo di fianco al nostro noto che nessuno sta parlando; hanno tutti lo sguardo risucchiato dal telefono e stanno avendo una conversazione più o meno simile alla nostra; tanto che una ragazza con gonna leopardata, collant e Doctor martins se ne esce con :“ Mi prenderei anche io milleduecento trentaquattro like se mi facessi le foto nuda’’.
Il ragazzo di fronte a lei, con camicia bianca Prada e capello biondo tirato all’indietro le dice che dovrebbe farlo, che sarebbe il caso che mettesse le sue foto seminude su Facebook o Instagram per prendersi un po’ di fan, perché lui nella vita ha concluso qualcosa solo grazie a Instagram. È grazie a Instagram che è stato selezionato per Uomini e donne.
-Non è granché sta piscina- risponde Blanc a Ben.

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6

La sfilata di moda in preparazione alla Vogue Fashion Night out di Milano si tiene nei pressi di dell’Hotel cinque stelle Grimagli. Siamo arrivati qui da poco e Coco sta continuando a ripetere che è un onore essere qui, che finalmente non ci saranno pezzenti a destra e sinistra e che le modelle sono quasi tutte star internazionali o emergenti. Il palcoscenico e la passerella sono stati allestiti nel giardino dell’Hotel, ai limiti della quale degli inservienti in smokin stanno servendo aperitivi e champagne su un lungo Buffet. Blanc e Ferrari sono seduti a un tavolo insieme ad altri ragazzi; tutti in abito firmato e Churc ai piedi. Le ragazze sfilano sulla passerella, mentre una signora completamente rifatta impartisce loro ordini su come si devono atteggiare. Dice che devono essere provocanti, che devono affascinare.
-Sai che bello fare il reclutatore di queste qua?- mi chiede Coco, mentre sorseggia il suo Spritz.
-Di queste modelle?- chiedo io, con lo sguardo rivolto alla ventina di ragazze che sta sul palco seminude.
-Ma sai che Flavio se l’è fatto succhiare da tutte queste? E anche da quelle figa!- esclama Coco, indicandomi una ragazza dal vestito azzurro, notevolmente magra, che si scorge tra le modelle.
Una signora sui cinquant’anni vicino a noi, con le labbra rifatte e vestito Chanel, sta dicendo a un’altra signora sui cinquant’anni, con il seno rifatto, che suo figlio, il suo Dani, fa la scuola privata di Design, e l’altra, sorridendo, risponde che il suo Pier invece ora è in America per via delle sue capacità astrattistiche nel disegnare abiti, e che un rinomato stilista americano gli ha chiesto di lavorare per lui. –L’ha quasi obbligato per via del suo talento!- shignazza, la signora.
-Quella con il vestito azzurro?- chiedo conferma a Coco.
-Si, quella è una vacca anomala; è una drogata di pillole dimagranti, tipo sinefrina mischiata a Valium, per tranquillizzarsi, e Xanax e cose di questo genere, come tutte queste tipe, che non appena si fanno un boccone in più lo rigurgitano nel bagno, ma me la chiaverei che non hai idea- sentenzia Coco, spegnendo la sigaretta che stava fumando sotto la suola del suo mocassino.
Mi metto gli occhiali da sole e guardo le modelle.
Una ragazza vicino a noi, che Coco dice essere una delle principali organizzatrici dell’evento, Chiara Ferragni, sta rilasciando un’intervista; indossa un giacchino di pelle e un top nero. La ragazza mastica una cicca e parla sbiascicando :- Cioè in questo settore la vita è dura, bisogna reinventare sempre qualcosa di nuovo… cioè io spero che i giovani possano ispirarsi a noi e ciò che facciamo, cioè non è difficile, o meglio, cioè è difficile, solo che….-si ferma un attimo, sbuffa- Cioè è solo che… nel senso, cioè, cioè noi non lavoriamo in fabbrica ma ti posso assicurare che è molto più dura la vita per noi…Cioè, sempre sotto i riflettori, cioè devi avere anche una buona…una buona, si insomma, una buona capacità psicologica, no? Cioè, è cosi…
Giro lo sguardo, e noto che l’ambiente pullula di fotomodelli, blogger, fotografi e designer.
Un giornalista chiede a un fotografo cosa ne pensa della questione ucraina e lui alza la mano in segno di sdegno e incomincia : -Guarda lascia stare, io spero che finisca presto e con la pace, perché io devo andare in Cina for travelling, e ci devo passare dall’Ucraina!
Lo stesso giornalista dopo si avvicina auna fashion blogger e le chiede cosa ne pensa della diffusione dell’ Ebola. Lei si guarda allo specchio, e avvicinandosi al giornalista gli dice nell’orecchio, ma ad alta voce : Guarda penso che non mi piaccia proprio, un po’ come i tacchi di quella!- esclama, indicando un paio di tacchi dodici di una modella.
Mi rigiro verso le modelle, e ora il dj spara un po’ di musica per rilassare l’ambiente.
-Senti-chiedo a Coco- ma queste come hanno fatto ad essere prese?
-Perché mi fai sempre queste domande del cazzo?-sbotta lui- O hanno conoscenze, o pesano meno di quarantacinque chili o schinottano alla grande!- spiega, sparandosi un tocco di coca tra le narici.
Annuisco e gli dico che vado un attimo al cesso.
-Tranquillo- fa lui.
Passo vicino al bancone sul quale è servito il rinfresco e la signora con le labbra rifatte e vestito Chanel che avevo visto prima ora sta parlando male del figlio della signora con il seno rifatto con un’altra signora completamente rifatta. Io vado in bagno e mi faccio un paio di strisce.
Il bagno è completamente in marmo, e i lavandini sono rivestiti in oro. Sto tagliando la coca quando sento dei rumori strani nel cesso di fianco, e capisco che qualcuno sta vomitando. Poi un tonfo. Come se fosse caduto qualcosa.
Esco dal mio bagno, apro la porta dell’altro e vedo che c’è una ragazza distesa per terra. Nel wc ci sono degli schizzi di vomito, che la ragazza deve aver appena rigettato. La guardo; è priva di sensi. Deve essere svenuta. In mano ha una boccetta di pillole Daparox e altre di un colore trasparente, che non ho mai visto. Indossa un vestitino corto che ora le svela il seno, e le gambe. C’è un odore fetido e disgustoso, che intasa tutta la toilette.
Guardo la ragazza per una decina di secondi e il cuore incomincia a battermi velocemente e alla fine decido di alzarla per portarla fuori e chiamare qualcuno, ma mentre la sollevo noto che lungo gambe, scheletriche e minute, sono presenti delle feci umide. Mi stacco di getto, portandomi le mani alla bocca per evitare di vomitare, e la fisso di nuovo.

Roma Attentato Londra cinque morti e quaranta feriti Ucciso il terrorista Si chiamava Khalid Masood era noto agli 007 inglesi L'Isis rivendica l'attentato

Londra, scena dell’attentato, 4 morti

-Devo chiamare qualcuno- mi dico tra me e me, ma non appena lo penso ecco che nel bagno entra un uomo sui trent’anni con una calzamaglia nera e un cappello a bombetta.
-ODDIO! – grida scioccato, portandosi le mani alla bocca.
-Io non c’entro niente! – dico istintivamente, allontanandomi dalla ragazza.
-Non ti preoccupare- fa lui- ma ora esci, perfavore!- mi ordina. Poi prende il telefono e incomincia a sbraitare : JASON, NE ABBIAMO UN’ALTRA! MUOVITI! TE L’AVEVO DETTO CHE QUESTE PILLOLE NON ANDAVANO BENE, MUOVITI! CI SERVE UN’INIEZIONE!
Io non so di cosa stiano parlando e incomincio a sudare freddo, finché l’uomo in calzamaglia incomincia a schiaffeggiare la ragazza, e rigirandosi verso di me mi ringhia addosso : VADA VIA PERFAVORE!
Esco dal bagno e nel corridoio vedo arrivare un uomo in completo con una siringa in mano, che una volta entrato nel bagno chiude la porta a chiave.
Sento l’uomo in calzamaglia urlare : LA VENA! LA VENA MI RACCOMANDO! ALTRIMENTI SUCCEDE COME L’ULTIMA VOLTA!
Mi allontano verso il giardino e mi rendo conto che sto ancora sudando freddo. Vado verso il bancone dell’aperitivo e ordino un negroni. Una signora rifatta sta dicendo che ormai la moda è da reinventare e che gli artisti e le modelle di un tempo non ci sono più. Che ormai tutte sono troppe- esita un attimo- portandosi una mano davanti alla bocca- volgari.
Mi accendo una sigaretta, e sto li ad aspirare il fumo lentamente, con le mani tremanti. Vedo Coco che mi chiama e sto per avvicinarmi verso di lui ma un giornalista sta chiedendo a un designer cosa ne pensa del governo Renzi, allora mi fermo in attesa della risposta. Il designer, scuotendo la testa, risponde :- Io ti dico questo, in confidenza…che secondo me con ottanta euro in più non cambia niente, cioè, che cosa te ne fai degli ottanta euro?- esclama, allargando le braccia.
Arrivo da Coco che mi indica una ragazza, con dei tacchi alti neri un vestito bianco e orecchini pendenti. –Quella è il top!- dice, serio.
-Chi è?
-Si chiama Nasti, è una fashion blogger, e ha quindici anni- spiega lui, entusiasta.
-Ha quindici anni?-chiedo, dubbioso. Ne dimostra, non so se per i tacchi o per il trucco, almeno una ventina.
– Quindici, e rilascia di continuo interviste!- Vieni, te la presento!-fa lui.
Ci avviciniamo e un giornalista sta chiedendo a Clara quando ha scoperto la sua vocazione.
-Be’- inizia lei ,sorridendo- A tredici anni i miei mi hanno regalato una Louis Vitton da quattromilatrecentotredici euro, e da quel giorno ho incominciato sempre di più a fotografarmi! Cioè tipo in bagno, a scuola, con la borsa, senza borsa, cioè, bellissimo… e da li, cioè, ho capito che avrei potuto cambiare il mondo, cioè, che avrei potuto davvero aiutare le persone a vestirsi bene!- sgrana gli occhi annuendo, e riprende seria- Cioè, c’è gente che a quarant’anni non sa ancora come vestirsi! Che non sa come vivere bene! È uno scandalo….
Il giornalista le chiede se si interessa anche di attualità.
-Be’ si- fa lei, – Per esempio la cosa dell’ebola! Cioè, non è mica bella: non capisco proprio! A me questi immigrati hanno rotto un po’… E non si vestono nemmeno bene!-esclama, riassumendo il tutto.
-Senti, vado a prendere da bere- dico a Coco, serio, nascondendo le mani che continuano a tremarmi.
-Massi, ti accompagno, tanto la Nasti è impegnata- fa lui.
Andiamo di nuovo verso il bancone del buffet senza parlare, finché Coco tira fuori il suo Iphone dalla giacca.
-Ohhhhh il nostro Adam! – esclama, pizzicandomi una guancia.
-Cosa?- gli chiedo secco.
-Leggi qua cavallo –mi fa, passandomi il suo Iphone.
C’è un messaggio di Ferrari che recita : “ Camilla vuole scoparsi Adam.’’
Annuisco ostentando un sorriso.
-E allora andiamo- esulta Coco, prendendomi per il braccio.
Lo seguo, con ancora le mani tremanti. Ci avviciniamo a un tavolo nel mezzo del giardino dove Ferrari e Blanc sono seduti insieme ad altre quattro ragazze, tutte vestite bene e piuttosto carine.
-Eccoli!- fa Ferrari, indicandoci.
-Ci siamo, ci siamo- risponde Coco, abbracciando Blanc e Ferrari.
Le ragazze fumano mentre sorseggiano i loro drink e una sta dicendo che a volte fare la stylist è un qualcosa di pacchiano.
Una di loro si avvicina a Coco e salutandolo lo bacia sulla guancia, e lui ricambia.
-Lei è Camilla!- dice, presentandomela.
Camilla è bionda, occhi verdi, e tutto ciò che vedo nei suoi occhi è il riflesso sbiadito di quelli di Liza, anch’essi verdi, che continuano a tormentarmi. Quegli occhi, attraverso i quali, per un attimo, intravidi la possibilità di scappare, evadere, salvarmi. Gli occhi teneri della fanciullezza; un mondo plasmato su cristalli di brina che cade e si rialza di fronte all’imperturbabile mistero della bellezza. Ciò che potrei essere, ciò che potrei diventare, ciò che potrei solo vagamente vaneggiare nel desiderio di un cielo bagnato dalla speranza e di un domani che non esiste. Ciò che vorrei per rinascere, è solo negli occhi di Liza.
-Camilla- dice la ragazza, porgendomi la mano.
-Adam- rispondo, stringendogliela.
-Lo so- risponde lei, sorridendomi, e voltando lo sguardo si avvicina a Coco. Gli sussurra qualcosa all’orecchio, lui annuisce facendogli l’occhiolino, e la ragazza si congeda.
-Che ti ha detto?- gli chiedo.
-Se scopate- risponde lui secco, soffocando una risata.
-Si?
-Si, ha detto che ti scriverà lei dopo, non è un problema per te?
-Non penso-mormoro.
-Cosi ti voglio!- esclama Coco.- Ora beviamo qualcosa-dice, sedendosi al tavolo.
Mi siedo e guardo Camilla, che sta parlando con una modella, si gira e mi sorride. E’ una bellissima ragazza.
Mi accendo una sigaretta e cerco di capire di cosa le ragazze, sedute al nostro tavolo, stiano parlando con Blanc e Ferrari. Una dice che durante la loro gita scolastica si sono scattate una foto al Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino e che hanno preso più di cinquecento mi piace.
Mette l’Iphone in mezzo al tavolo, e tutti guardiamo la foto.
Le tre ragazze ridono dietro alle lapidi commemorative mentre fanno le linguacce, e una sta paspando il seno ad un’altra.
Cinquecentosettantadue “mi piace’’.

 

 

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3 risposte a “Edoardo Maspero Nero catrame (Gremese editore, 2016), romanzo, La generazione tumblir dei ventenni di oggi – Estratti del romanzo e Sinossi

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/02/edoardo-maspero-nero-catrame-gremese-editore-2016-romanzo-la-generazione-tumblir-dei-ventenni-di-oggi-estratti-del-romanzo-e-sinossi/comment-page-1/#comment-23273
    Edoardo Maspero è giovanissimo, acuto, intelligente, maneggia molto bene il semplicissimo grimaldello della narrativa: soggetto-predicato-complemento oggetto; così, martellante per tutto il libro. Pochissimi gli aggettivi (pericolosissimi sia in poesia che in prosa), sintassi breve e brevissima, ridotta all’essenziale. Edoardo racconta quello che sa: della sua generazione, la generazione dei tumblir l’ho chiamata, la generazione che vive e prospera con i soldi di papà. Discoteche, sniffate, amoreggiamenti, disimpegno. Una generazione schiacciata sotto il peso della stagnazione economica (lasciamo stare quella spirituale che non è il caso qui di trattarla).

    Che dovrebbero fare i giovani ventenni di oggi? Se non comportarsi proprio come è scritto in questo romanzo gradevole e spietato. E sì, perché occorrono centinaia, migliaia di I like per emergere. È questo l’universo dove si muovono i giovanissimi. Spietato e miserabile.

    Non c’è dubbio che qualche domanda i padri se la dovrebbero porre se i figli sono usciti così dalla penna spietata e acuta di Edoardo Maspero. Ma è che i padri, i cinquantenni di oggi, probabilmente non avevano nulla da insegnare ai figli, nulla che non fosse volgarità e superficie e mascalzonaggine, nulla altro che la fame di successo e di soldi, la vetrina di FB, di twitter e degli osso buchi al ristorante conditi con cozze al posto delle ostriche (troppo esose!).

    È un romanzo che ci lascia pensosi, che ci fa pensare. E io penso a come saranno i figli di questi giovanissimi ventenni tra venti, trenta anni… alla mediocrità dei padri e dei figli che verranno…

    Che cosa posso dire a Edoardo? Posso solo dire: caro Edoardo devi avere il coraggio di essere diverso, di essere come sei, di non modellarti sui tuoi coetanei, sono troppo mediocri… lasciali stare e vai per la tua strada… lasciali andare al loro destino di mediocrità…

  2. Poniamo che Edoardo Maspero, anzi che essere “solo”un “fantastico” scrittore, sia davvero cresciuto in quell’ambiente: vorrebbe dire che quando la storia iniziò, grosso modo, ai “tempi di Craxi”, quando io ancora facevo il pubblicitario e lavoravo per la campagna pubblicitaria “Milanodabere” – che allora mi sembrò una cosa super-intelligente – non era ancora bebè; quindi ci è nato dentro. Ma è nelle migliori tradizioni che qualcuno, perché intelligente, si renda conto che ci deve essere altro nella vita.
    Il fatto è che se togliamo gli abiti griffati, per quanto riguarda il resto, perfino dove abito – un paesino sperduto tra le risaie – molti ragazzi si fanno da mattina a sera (magari, ma per via della pochezza delle risorse, almeno di giorno stando attenti a dosare). A saperlo, che tutto il mondo è paese e via dicendo, i fighetti di via Montenapo ci resterebbero male. Ne va dell’élite. Ma penso che Edoardo sia proprio un bravo scrittore, con ritmo naturale da “Grande bellezza” e forse anche con un po’ di intelligenza in più rispetto a Sorrentino; il quale spesso, pare a me, inizia bene ma poi non sa dove andare a parare.
    Ho appena terminato di leggere e Wow, che baraonda ho ancora nella testa! Come nel film della Coppola. O comunque come in un film. O in una cosa che non sai più se è un film oppure realtà. Bravo, davvero bravo. Ovvio che data l’età non posso che guardare dagli spalti – dove non ci sono specchi, sono rari o non dovrebbero essercene – ma potercisi specchiare, in questo libro, deve essere tutta salute. Chissà da che viaggio era tornato il protagonista… Mah. L’importante è picconare, far deviare il movimento delle meningi. Non che le meningi si possano spostare, come da destra a sinistra o viceversa, ma per capirci. A volte può bastare un po’ di silenzio, come quello del ragazzo protagonista del racconto.

  3. Washo in cerca dei sui discepoli.

    Quel giorno– era fine agosto – Washo uscì di casa
    come al solito per recarsi al bar del paese: una compressa
    col campanile, nei secoli mai dissolta, tra le Langhe
    e la pianura Padana. Lungo il tragitto si divertì
    a fare abbaiare i cani segregati dietro i cancelli delle case;
    anche se quella mattina, perché era di mattina, Doly
    quasi non si avvide del suo passaggio. Anzi,
    proprio non gli rivolse neppure lo sguardo.
    «Doly! » disse con voce alta Washo voltandosi indietro
    dopo che fu passato. E quella finalmente abbaiò.
    Cane sentimentale, pensò Washo.
    «A cosa stavi pensando?»

    Più avanti toccò al dobermann. Ma anche questi si limitò
    a guardarlo da sotto i ferri del suo cancello; il lungo muso
    sembrava quello della BMW del suo padrone, solo con gli occhi
    più mansueti. Ma nemmeno il dobermann abbaiò. Giusto
    un abbaio in risposta a Doly che nel frattempo si era svegliata.
    E più avanti il meticcio; che, sì, era tanto bruttarello
    ma aveva un bel cortile da sorvegliare. Il meticcio erano mesi
    che aveva smesso di abbaiare al passaggio di Washo.
    Ah, pensò Washo, la prossima vita ti prenderò io. Perché siamo
    oramai amici e ti ricorderai di me.

    Al bar si va per ordinare un caffè. E se ce la si fa
    per leggere il Corriere dello sport. Caffè? chiese la signora
    del bar. Sì grazie. Ma subito Washo si accorse che il grazie
    era di troppo, almeno per l’uomo che vuole mantenersi rude
    come stesse in famiglia. E c’era un altro avventore.
    Quindi Washo provvide a mettersi coi gomiti bene appoggiati
    sul banco, con il bagliore dei muscoli in vista per dare prova
    di sicurezza interiore. Quindi pensò: ecco, che lo si sappia o meno
    questo è l’istante fuggevole della meditazione. Il tempo
    che la signora impiega per caricare il caffè dentro il filtro
    della Faema ed erogare nella tazzina.
    Zucchero di canna.

    by Mayoor – sett 2017

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