Villa Dominica Balbinot, POESIE INEDITE – Un Appunto intorno alla mia visione poetica e un Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa

Gif the limit

Villa Dominica Balbinot di ascendenze emiliano-venete, ha vissuto gli anni fondamentali in Lombardia (provincia Milano) ora vive in duro ambiente rurale, in Emilia.
Maturità classica e Corso di studi universitari in lettere. Ha incominciato a scrivere dal 2006 [un “esordio” da persona matura e improvviso, diciamo ex-abrupto) e cimentandosi inizialmente sui gruppi di scrittura presenti sul web (it.arti.poesia, it.arti.scrivere) e subito dopo creando i propri blog personali, uno di poesia (inconcretifurori.wordpress.com) il secondo di prosa e racconti (dell’idrairacconti), cercando poi di raccogliere il complesso delle proprie produzioni in quello che mano mano dovrà essere sempre più il blog https://villadominicabalbinot.wordpress.com
Sin dal suo primo numero – e fino alla sua chiusura – ha collaborato al lit-blog viadelledonne.wordpress.com. Febbre lessicale è la raccolta d’esordio.
(autoedita attraverso sito ilmiolibro.kataweb.it) e il secondo: Quel luogo delle sabbie.

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foto di Gunnar Smolianski, Stoccolma, 1958

Accenni intorno alla mia visione poetica

Intendo dare espressione a quella che sono arrivata a considerare la assoluta tragicità perenne della condizione umana, di cui azzardo una rappresentazione espressiva, una fredda visione (forse in alcuni punti disagevole, respingente perfino senza sconti comunque per nessuno-compresa me stessa beninteso), divisi come sono – e dalla notte dei tempi – gli esseri umani tra vittime e carnefici in un mondo che davvero può essere desolato.

Mentre scrivo queste puntualizzazioni e mi vado rileggendo mi rendo conto una volta di più che la tematica che mi sono azzardata a voler rappresentare è senz’altro obiettivamente ostica incandescente urticante, magari pure scandalosa, addirittura probabilmente “impoetica” per eccellenza, anche se a mio parere volendo mettersi a parlare della condizione umana, della vita e della morte insomma nulla dovrebbe a priori essere tematicamente escluso e questo anche per non finire a dare una visione falsamente idilliaca [cosa quest’ultima per cui mi dichiaro apertamente “non adatta”, intellettualmente e “midollarmente” non adatta]. Quella che vado espressivamente rappresentando è quella che secondo me è la condizione umana “perenne” al di là del cambio generazionale e al di là dei cambiamenti storici che pur tuttavia gradualmente esistono (e meno male se no ancora peggio direi), io parlando della vita e della morte che sempre si ripete nella sostanza non posso essere contemporanea nel senso più tradizionalistico e forse riduttivistico del termine (come contingente) ma forse forse contemporanea perenne, perennemente attuale in un certo senso.
Io – complessivamente e riassuntivamente mi presenterei così: «astorica» (ma nel senso che ahimè vedo nella storia ripetersi stesse dinamiche di base), perturbante, ontologicamente ribelle,Villa DOMINICA BALBINOT assorta medita sulla “terribilezza”. Ossessionata dalla mortalità che cerca in qualche modo di raggelare per poterne almeno parlare visto la sua tremenda ustionatezza al limite dell’indicibile”.

(V.D.B.)

Villa Dominica Balbinot

Villa Dominica Balbinot

Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa

L’io (moi) non è il soggetto (Je). Il primo, infatti, afferisce alla dimensione immaginaria, il secondo pertiene al piano del simbolico e concerne ciò che Lacan chiama «soggetto dell’inconscio». E l’inconscio è il discorso dell’Altro. L’Altro come Anti-Ego che si oppone all’io. È questo il teatro nel quale avviene l’ipotiposi immaginaria e simbolica della rappresentazione di Villa Dominica Balbinot. Tra io e soggetto si insinua una ostilità, una nemicizia, una lotta; il significante non è più ciò che rappresenta, saussurianamente, una «immagine acustica» del significato, quanto una immagine acustica deformata, infirmata, ferita, una immagine acustica che agisce, di ritorno, sull’io insinuandovi una scissura, una ferita, una diplopia.

Il tempo dell’inconscio, la sua struttura non è altro che la traccia nel soggetto dell’intervento del significante, e dunque dell’Altro come luogo della parola. Un simile intervento, strutturale, ineludibile se non nei termini della psicosi, rappresenta quel dato di evanescenza su cui poggia il desiderio umano, la facoltà desiderante segue lo scivolamento della catena differenziale del significante lungo un pendio senza fine.

«Non sono sicuro, dubito». È per Freud la frase che accende l’attenzione dell’analista allorquando il paziente parla, racconta ad esempio un sogno. E questo perché il dubbio, ci dice Freud, rappresenta una «resistenza»,1] è «il segno della resistenza». Bisogna fare riferimento al capitolo 6) de L’interpretazione dei sogni,2] in particolare al problema dell’«elaborazione secondaria». Quando possiamo pensare di avere accesso all’inconscio, di carpirne almeno in parte la sua presenza, la sua traccia nel discorso, per così dire, cosciente? Quando il soggetto dubita, quando non sa – risponde Freud – quando il soggetto mostra «incertezza» circa quello che ci racconta o ricostruisce, è allora che veniamo a sapere che c’è «resistenza», che qualcosa impedisce, mostra l’accesso a un contenuto diverso da quello manifesto, espresso.

È in quel momento che apprendiamo la via che porta all’inconscio, che qualcosa cioè nel celare mostra quanto cela in base alla dialettica del velo e della traccia, un discorso che possiede i tratti dell’alétheia. Nel sogno, infatti, l’io è ovunque, spezzettato, dissolto, disseminato accanto ad altri personaggi, disperso fra tutti i pensieri che vi sciamano. L’elaborazione diurna, il cosiddetto sogno ad occhi aperti, il sogno in stato di coscienza vigile, ha portato Freud a trovarsi di fronte al «vacillamento», all’impasse; quei buchi di memoria punteggiati di «non so, forse, non sono sicuro», sono tutte forme dubitative, in cui sovente colui che racconta si ritrova, e si perde. In ciò Freud ha visto il tratto saliente del soggetto dell’inconscio, le sue «resistenze» a quanto nel sogno si è manifestato attraverso e oltre la censura. «La via regia» verso l’inconscio non è altro, lo vediamo, che l’intoppo, il blocco, la sincope nel racconto che svela una resistenza, non intenzionale, certo, ma attuale con cui l’io si oppone al manifestarsi di pulsioni inconsce. Si tratta di un vacillamento contemporaneo dello stesso svuotamento del soggetto Ego che ha condotto dal dubbio alla certezza e dalla certezza di nuovo al dubbio; all’enunciato dell’io penso subentra l’io dubito; rimane comunque in questa sospensione della certezza che Freud reperisce il soggetto dell’inconscio, ovvero, l’Altro dell’Io.

Evtusenko Foto di Vladimir Mishukov

foto di Vladimir Mishukov

Ed ecco che il soggetto Ego «puntiforme ed evanescente», come lo chiama Lacan, prende possesso del teatro delle parole: «Incateno allora le parole / al canone impuro di febbre lessicale»; «convoco i miei morti». È la dimensione della «terribilità» dell’inconscio che apre voragini «nel» senso. Ed ecco le entità astratte che si fanno avanti: il «predatorio», l’«insaziabile», il «furor condannatorio», il «convalescenziario», le «ustionanti alleanze», le «scintillanti assolute», la «terribilezza», la «sfrontata sventatezza»; ecco il capovolgimento degli attori dell’inconscio: l’horror vacui delle «denominazioni» del «mondo bluastro», della «substantia vitrea». I fantasmi interni diventano esterni. Ma la débacle del soggetto Ego è sempre dietro la porta; ad ogni angolo, ad ogni svolta dell’esistenza subentra l’incertezza, il dubbio, il timore, tutti apprestamenti difensivi che si capovolgono in aggressione lessicale e imaginale. E di nuovo ha inizio la sempre eguale ipotiposi: «In un corridoio di luce dura»; «tutto tutto era poi un qualcosa di / tormentosamente reale / – di cruentemente esatto».

In questa poesia vediamo chiaramente all’opera la duplice azione della Verdichtung (condensazione) e della Verschiebung (spostamento), istanze che agiscono sotto l’imperio della censura, una vera e propria rappresentazione di un sogno ad occhi aperti. Scrive Lacan:

«L’Entstellung, tradotta trasposizione, in cui Freud mostra la precondizione generale della funzione del sogno, è ciò che sopra abbiamo designato con Sassure come lo scivolamento del significato sotto il significante, sempre in azione (da notare: inconscia) nel discorso.
La Verdichtung, o condensazione: cioè la struttura di sovrapposizione dei significanti in cui prende campo la metafora, e il cui nome, condensando in sé la Dichtung, indica la naturalità di questo meccanismo con la poesia, fino al punto di includere la funzione propriamente tradizionale di quest’ultima.
La Verschiebung, o spostamento: cioè, più vicino al termine tedesco, il viraggio della significazione dimostrato dalla metonimia e che, fin dalla sua apparizione in Freud, è presentato come il mezzo dell’inconscio più adatto a eludere la censura ».3]

1] Cfr. J. Lacan La scienza e la verità, in Scritti II, trad. it. Einaudi, p. 860

2] Cfr. S. Freud, Interpretazione dei sogni, cit., p. 297
3] J. Lacan, L’istanza della lettera nell’inconscio freudiano, in Scritti I, p. 506.

Ashraf Fayadh 4febbre lessicale

Incateno allora le parole
al canone impuro di febbre lessicale,
all’invisibile vaglio
di intendimento sotterraneo.
Poi le inanello
-decerebrate
e affossate come conche-
in nevrosi esangue,
nella rassegnazione contemplativa,
nel quietismo del sermone,
rivelatrici chimiche
di ipotesti congelata.

abbagliante azzardo

Decrittazione
di una sfrontata sventatezza:
venire infine a patti
con l’Inconciliabile
della melmosa inconsistenza…
Estremistica temerarietà:
decifrare poi
senza affanno alcuno
lo scorticamento

– e il furor condannatorio

 

ultimissime poesie 2017

in un corridoio di luce dura

In un corridoio di luce dura
(e superfici fragili)
una stessa ferma aria
risplendeva in tutta la sua fredda forza
nelle città costruite su fiumi sotterranei
luccicanti disperatamente nelle sere
– e tra gli scheletri di anonime piante grigie…
Ci si mise di fronte,
a tutta quella cifra folle
scintillante assoluta
del predatorio dell’insaziabile
delle brevi ustionanti alleanze
– in tutto quel dolce organico odore
(Facciamo finta di essere degli alberi,
noi stessi recisi,
ma a rimarginarsi da quel punto
tra i dubia – e i legami feroci:
io desidero commettere il terribile,
l’atto del toccare,
l’innocenza è proibita qui,
attira il castigo).

(26 gennaio 2017)

Ashraf Fayadh 3oggi i fiori sono più diversi

…Oggi i fiori sono più diversi
più aridi più aperti:
ho già pianto la sua morte,
ma lo farò ancora
– e poi ancora…

Nella mistica speculazione,
nella esasperata desolazione misteriosa
perseguo
la narrazione del sangue,
– convoco i miei morti
(Il cielo è pieno di strumenti esiziali).
E considero tutte le cogitazioni
nella dimensione de la terribilità,
di una resurrettiva esigenza
-di quella formale ultimazione
[…Deve essere bello
Deve essere un inferno
Deve essere un deserto…]

(3 febbraio 2017)

nel freddo rovente

Nel freddo rovente
(in quel rovente vuoto minerale)
il baluginio era feroce
come di sfolgoranti cavi recisi,
– e tutto era malsano
– troppo vicino.
Allora ci si stava come disfatti,
nella desolazione delle gole,
-di quegli altopiani colore di ruggine,
talmente sconfinati
(e-oltre –
l’enorme notte della città,
fredda e illuminata di bianco,
in un mondo bluastro).
Essi si sentivano stratificati
con una intensità quasi organica, come le morte foglie:
in lei,la stessa -leucemica– fragilità
– da convalescenzario,-
davanti a tali denominazioni,
alle tavole attuariali – a tutta quella substantia vitrea…

(28 febbraio 2017)

e alberi che smorivano in un bianco delirio

… E il sole gelido cominciava,
a perdere il suo splendore,
nel profumo lieve
– di una magnificenza trascorsa
(e gli alberi che smorivano
erano un bianco delirio)…

*

E c’è una gioia,
nella sua solitudine all’alba,
nelle strie di quella aurora scarlatta,
e per un momento
(terribile e delirante)
legge il martirologio
– di una scarna e statuaria bellezza,
– di furia fredda.
Nei minuti supremi
di questo eccezionale tragico quotidiano
(durante lo schiodo della salma,
e una schedatura dei patiboli reconditi)
sente una pressione calda
spaventosamente viva:
allora, solo allora
(prima che tutto il rosso e l’oro
dilagassero in fretta
da un ramo all’altro)
i sorbi selvatici
si erano appena tinti
di un cremisi scuro,
e già si trasformavano
in arbusti ardenti di puro carminio.
[Con un tempo di sgelo,
tra dirupi di gemme]

(6 maggio 2017)

nella contratta luce- nel paesaggio arso

Nella contratta luce
(oltre il muro della vicina casa)
vi è un che di recente penoso
inutilmente tetro:
continuava sempre il disgelo,
e radici deformi affondavano nella terra,
come se – e del freddo– le ustioni poi fossero..

Ora è venuta qui
– nel paesaggio arso-
solo per vedere gli alberi,
perché non ci sono più colline deserte.
In quel suo degenerativo stato
(di anormale tensione
di inaudito senso)
prova una affezione singolare:
tra tutti questi rimpianti
e i malsani
(come vento tiepido)
sotterramenti,
(oh tutti tutti quei delitti impossibili!)
al di sopra di violenze, e delle estenuazioni,
– di una qualche probatio diabolica–
le pare di vedere un unico grande stupendo
– e terribilmente statico– albero verde.

30 maggio 2017—

diruppe- allora

… (Diruppe allora,la pioggia
in quel pervertimento:
era il tempo della sparizione…)
La sua era una animazione-
puramente febbrile
in un paesaggio geologico- e silenzioso-
(qui tutto è innaturale
– lei si diceva –
– e poi per tutto quel lungo lunghissimo tempo)
aveva in cuore qualcosa di torbido.
E in quella – sua – relegazione
vi erano certi bagliori lucidi e freddi
e tutto intero quell’impulso selvaggio
In fine poi si disse che
“tutto tutto era poi un qualcosa di tormentosamente reale
– di cruentemente esatto.

(17 giugno 2017)

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32 commenti

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32 risposte a “Villa Dominica Balbinot, POESIE INEDITE – Un Appunto intorno alla mia visione poetica e un Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa

  1. posto qui una poesia di una poetessa molto diversa da Villa Dominica Balbinot, Luigina Bigon, con una sua poesia paesaggistica, en plein air. Non siamo certo all’interno della «nuova ontologia estetica», Luigina è impegnata in una poesia di stampo tradizionale nel migliore senso della parola:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23207
    Luigina Bigon nasce a Padova, dove risiede. Ha svolto attività nell’ambito della progettazione dell’ornato artistico dell’Alta Moda della calzatura femminile. Sue creazioni sono esposte nella Saletta Egizia del Museo della Calzatura d’Autore di Villa Foscarini Rossi di Stra (VE). Ha pubblicato le raccolte “Barattare Sogni”, Clessidra 1989; “Lucenenèra”, Maseratense 1995. “Cercando O”, Panda 2001 e “Diacronicità, ponte Sottomarina / Cina”, Cleup 2009, entrambe tradotte in inglese da Adeodato Piazza Nicolai. Ha ideato e curato “Vajont, Padova e i suoi artisti”, Imprimenda 2003, e altre antologie. È membro direttivo del “Gruppo letterario Formica Nera” e del “Gruppo poeti Ucai” di Padova, di cui è stata fondatrice nel 1989.

    Notturno londinese

    Questa notte Londra è più lugubre del solito
    con quei suoi angeli neri,
    li ho visti volare dappertutto
    poi scendere con il paracadute.
    Le sirene gridano lungo le corsie di sinistra
    le auto saltano sui corpi morti degli sbirri,
    un ton-ton che sferra l’asfalto
    e lo ingrigisce più delle catene.
    È un labbro opaco che si sporge
    una carezza di corvo l’ala
    un gracchio di rana il canto.
    Le auto roteano incurvandosi
    insieme alle bow windows vittoriane
    un barocco quasi quasi cimiteriale
    con i giardinetti pieni di sterpi
    e cose vecchie. Londra dei gentelmen
    riposa sontuosa intorno a Piccadilly Circus
    là dove tutto è massimo fulgore, ma qui
    in questo quartiere riposa il terzo mondo
    che ancora sorride e fa pena.
    Chissà dov’è la verità, forse a Brixton
    insieme agli afro così poveri, ricchi di dignità.
    Anche la mano si è fatta nera, fa paura.
    La testa si sgretola come un vaso di cotto
    il corpo si ritrae istintivamente.
    La notte è lunga.

  2. Molto interessante, la poesia di Luigina Bigon,che ha una forza tellurica, una forza minerale, che annulla secoli di elegia.Va bene così, perchè cerchiamo la verità,che si nasconde dietro le cose, fino a confondersi con esse.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23210
    Il discorso sulla poesia è molto complesso e difficile ad armonizzarsi.Martino lo vuole in un modo,Borghi in un altro, e i poeti della NOE in un altro ancora. Poi ci sono i commentatori assenteisti e quelli dotati di ampio periscopio. Signori, sediamoci ad un tavolo e discutiamo cosa fare. Nell’ultimo resoconto sulla poesia di oggi,un critico si è fermato su Gabriele Frasca e Lello Voce, per non dire su Aldo Nove (?).Ma allora, il problema della invisibilità, a partire da quest’ultimo reportage,lo vogliamo noi? Siamo noi che ci autoescludiamo dai Repertori della poesia contemporanea? Stando così le cose, possiamo solo sperare in un recupero di voci poetiche di cui si sta attualmente occupando Linguaglossa, C’è una decadenza assoluta di stili e di forme che lascia in contumacia qualsiasi progetto innovativo.Ciò che le grandi Case Editrici, da tempo stanno facendo, è la continua repressione poetica, come grande operazione di pulizia etnica, per un fine comune, che è quello della falsificazione. Ora non stiamo qui a storicizzare le fasi dello squadrismo letterario e poetico che hanno caratterizzato tutto il Novecento, perché ciò che importa è creare oggi, una armatura nuova e non essere più inesistenti.

  4. Salvatore Martino

    Non posso che condividere la tua disarmante e desolante disanima caro Gabriele.. Spero che le nostre strade anche se diverse possano coniugare un cammino di poesia, che è poi il tentativo che ciascuno di noi opera sperando di combattere quello che le Grandi Case Editrici(?) propongono in una sorta di azzeramento del dettato poetico.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23213
    C’è una «logica» delle metafore e delle metonimie. Un linguaggio poetico privo di logica è un linguaggio poetico scombiccherato, claudicante, incomprensibile. Per questo un poeta come Valéry parlava della poesia che ha la precisione di una «matematica applicata». Anche nel linguaggio poetico c’è una «logica».
    La logica è la grammatica profonda del linguaggio, al di là della sua grammatica concettuale che ne è la sintassi. È Essa che pone in evidenza le relazioni di senso (che non si dicono in quel che si dice ma che si mostrano, e che ciascuno è in grado di comprendere in quanto semplice utilizzatore di lingua naturale).
    Il linguaggio poetico è la tematizzazione esplicita di ciò che è contenuto nel linguaggio naturale; per cui il secondo viene prima del primo. È un linguaggio in quanto scritto, decontestualizzato, in cui tutto è chiaro, univoco, intelligibile da subito perché costruito per questo scopo. Il prodotto della riflessione del linguaggio su se stesso, l’esplicitazione delle sue strutture di senso soggiacenti alle relazioni dei parlanti immersi nel linguaggio naturale.
    Dal linguaggio relazionale del linguaggio naturale al linguaggio poetico c’è una frattura e un abisso, un salto e un ponte.
    La problematizzazione del linguaggio poetico si esprime (quale suo luogo naturale) in metafore e immagini. Tutto il resto appartiene al demanio discorsivo-assertorio che ha la funzione politica di convincere un uditorio. A rigore, si può sostenere che un linguaggio poetico privo di metafore e immagini non è un linguaggio poetico. E con questo scopriamo l’acqua calda, ma è indispensabile ripeterlo, anche adesso in tempi di semplicismo filosofico-poetico.
    Lo scetticismo – che data da Satura (1971) in giù nella poesia italiana, ha dato i suoi frutti avvelenati: ha ridotto la poesia italiana ad ancella dei mezzi di comunicazione di massa, ad un surrogato di essi; l’ha resa sostanzialmente un linguaggio non differenziato da quello della «comunicazione».
    Rammento che circa alla metà degli anni novanta a Milano venne stilato un «manifesto», stilato, mi sembra da un certo Italo Testa e sottoscritto da personaggi noti, che sollecitava la rivalutazione della «comunicazione» in poesia. All’epoca, ci restai di princisbecco, adesso non mi meraviglio più di nulla.
    Di fatto, da Satura in poi fino ai giorni nostri, non c’è stato nessun poeta italiano degno di stare allo stesso livello di un Tranströmer, questo è un nodo che finora non è stato sciolto dell’Istituzione poesia così come si è solidificata oggi in Italia.
    La poesia che si fa oggi in Italia è un linguaggio ingessato (nel migliore dei casi) e un linguaggio comunicazionale (nel peggiore).

  6. “In un corridoio di luce dura” è quella che ad una prima lettura ho più apprezzato. A volte qualche eccesso lessicale mi pare smorzare un po’ il pathos, facendolo ripiegare in se stesso.
    Manca (a mio parere) la controparte necessaria del dolore. Per renderlo vivo, credibile.
    Però certo un buon verso, una voce fuori dal coro.

  7. gino rago

    La conchiglia spolpata resta vuota
    (pensando a Emilio Villa, Edoardo Cacciatore, Armando Patti,
    tre grandi voci poetiche escluse dai circuiti editoriali nazionali)

    Sei dipinti numerati. Da uno a sei.
    (Sembrano moti di un passo di danza).
    La prima figura è protesa verso l’esterno.
    La seconda verso l’interno.
    Una si schiaccia si può dire a terra.
    L’altra si libra senza peso verso l’alto.
    La quinta si rilassa. La sesta si erge in piedi.

    (…)

    Per anni l’arte ha tentato la stasi.
    Ora cerca di mettere tutto in movimento.
    I sei dipinti ornano i sei pilastri
    della sala da pranzo d’una azienda.
    Figure fluttuanti. Distesa di cielo
    visibile appena dalle finestre alte della sala.

    (…)

    «Siamo tutti coscienti del fatto che…»
    L’amministratore delegato non risponde.
    Ignora l’artista: «Siamo tutti coscienti del fatto
    che se la polpa cade la conchiglia si svuota?
    Chi o cosa riempirà questo vuoto…»
    Emilio, Edoardo, Armando.

    (…)

    Da un angolo della sala aziendale rispondono:
    «Se la polpa fugge la conchiglia resta vuota.
    Quel vuoto può riempirlo la parola nuova del poeta».
    L’amministratore delegato non si scompone.
    Pensa da solo soltanto al profitto.
    La conchiglia spolpata rimane vuota.

    Gino Rago

    • Gino Rago riesce a immettere l’epica, come un’aura sulla Noe. Sono d’accordo con i parere espresso da Chiara Catapano circa le poesie qui pubblicate della Balbinot, anche a me le sue parole suonano altisonanti ma lontane dal referente; anche se può essere una sua caratteristica (del resto abbiamo qui Sagredo, che questo difetto non ce l’ha, anzi, ma anche le sue parole hanno suoni diversi, o che escono dal patrimonio comune della langue), tutto sta nel saper trasformare in oro anche quel che luccica. Molto bella la poesia di Notturno londinese, di Luigina Bigon. Se non è poesia Noe ci manca poco. Ma certo, non può essere solo questo il metro di giudizio. Invece non capisco se Mario Gabriele intendesse dire che dovremmo interagire maggiormente con con le altre realtà, virtuali e non, della poesia in corso d’opera. Penso di sì, e personalmente ci ho anche provato, anche se non al punto di voler pubblicare; d’altra parte io non sento questa frenesia. Tranne che per sostenere un’idea in cui credo e mi riconosco. Ma penso si debba fare.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23235
    La poesia di Villa Dominica Balbinot mi rammenta, per analogia, il primo libro di una poetessa forse affrettatamente dimenticata: Sigillo (1986) di Giovanna Sicari. Anche là c’era un espressionismo portato all’estremo… ma qui, quello che di precipuo c’è in questa poesia non è solo l’espressionismo, ma anche la capacità di deformare le parole, curvarle per renderle più aderenti ai bisogni psicologici ed espressivi dell’autrice. Questa lontananza dal «referente» come giustamente dice Lucio Mayoor Tosi, è un portato necessario in questo genere di poesia che, tra l’altro, non vanta grande seguito in Italia…

  9. MIO INTERVENTO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23248
    Innanzitutto ringrazio davvero tanto Giorgio Linguaglossa, di essersi prontamente dimostrato disponibile a dare visibilità e lettura dei miei testi, pur giungendogli io come autrice da zone in cui lui non credo mi avesse mai incontrato, neppure per coincidenza di articoli sul web in cui ci si imbatte per accumulo di coincidenze pur probabili ma non obbligate.
    E lo ringrazio per avermi dato grande generosa visibilità sul suo blog dove si possono incontrare autori di ogni provenienza , autori da scoprire e riscoprire, arricchendo la conoscenza del magmatico poliedrico mondo poetico, quindi dando possibilità a chi legge e magari interviene di fare esperienze di grande apertura intellettuale partendo sempre da studiosi esperti e impegnati in prima persona.
    Per quanto riguarda il suo COMMENTO PSICOFILOSOFICO ( una novità assoluta di analisi, questa per me) ai miei testi certo sarà di ulteriore motivo di meditazione ( pur ritrovandomi già da adesso in massima parte,in alcuni punti cruciali, tipo nella sua acuta disanima quando GIORGIO LINGUAGLOSSA dice:”L’altro come anti-Ego che si oppone all’io. È questo il teatro nel quale avviene l’ipotiposi immaginaria e simbolica della rappresentazione di Villa Dominica Balbinot. Tra io e soggetto si insinua una ostilità, una nemicizia, una lotta; il significante non è più ciò che rappresenta, saussurianamente, una «immagine acustica» del significato, quanto una immagine acustica deformata, infirmata, ferita, una immagine acustica che agisce, di ritorno, sull’io insinuandovi una scissura, una ferita, una diplopia.” E anche quando si osserva che ”È la dimensione della «terribilità» dell’inconscio che apre voragini «nel» senso. Ed ecco le entità astratte che si fanno avanti: il «predatorio», l’«insaziabile», il «furor condannatorio», il «convalescenziario», le «ustionanti alleanze», le «scintillanti assolute», la «terribilezza», la «sfrontata sventatezza»; ecco il capovolgimento degli attori dell’inconscio: l’horror vacui delle «denominazioni» del «mondo bluastro», della «substantia vitrea». I fantasmi interni diventano esterni. Ma ladébacle del soggetto Ego è sempre dietro la porta; ad ogni angolo, ad ogni svolta dell’esistenza subentra l’incertezza, il dubbio, il timore, tutti apprestamenti difensivi che si capovolgono in aggressione lessicale e imaginale. E di nuovo ha inizio la sempre eguale ipotiposi: «In un corridoio di luce dura»; «tutto tutto era poi un qualcosa di / tormentosamente reale / – di cruentemente esatto».
    [e qui trovo ben elencati punti importanti di sviluppo mia tematica poetica, per ciò ringrazio molto per avere letto con cura il tutto]-
    In sovrappiù sono stata colpita positivamente dalla definizione riassuntiva di “Espressionismo portato all’estremo”, con la ulteriore precisazione ( rispetto a un possibile accostamento da Giorgio Linguaglossa fatto rispetto alla poetessa Giovanna SICARI, che cercherò di approfondire, grazie dell’input)) quello che di precipuo c’è in questa poesia non è solo l’espressionismo, ma anche la capacità di deformare le parole, curvarle per renderle più aderenti ai bisogni psicologici ed espressivi dell’autrice: questa particolare sottolineatura è per me importante, visto che io tengo moltissimo al mio stile e a ogni singola parola usata.

    Conclusivamente, ringrazio tantissimo Giorgio Linguaglossa per avermi letto con pazienza e accuratezza, per avere giudicato i miei testi “meritevoli” di essere letti sul suo blog, per il regalo fattomi-Per quanto riguarda gli altri autorevoli interventi fatti, non mi reputo all’altezza teorica /teoretica di controbattere a tono, mi paiono discorsi di altamente esperti critici/studiosi della materia , epperò io non mi posso definire minimamente addentro a questioni critiche- teoriche di tale spessore.

    L’unica persona a cui posso rispondere è la gentile CATAPANO CHIARA, che, pur notando un eccesso lessicale che a suo parere “smorza un po’ il pathos” (a me ogni tanto viene in mente il termine ESTENUAZIONE, epperò nella accezione positiva[singolarmente per me, per me, piena libertà a chi legge, anzi, così capisco meglio sensazioni e riserve di chi legge), dice conclusivamente che:
    “Però certo un buon verso, una voce fuori dal coro.” affermazione –osservazione di cui la ringrazio tantissimo –

    Un caro saluto a chi è intervenuto, a chi ha letto: grazie a ognuno di voi-

    VILLA DOMINICA BALBINOT

    • Gentile Villa Dominica, certo il mio appunto (giudizio è eccessivo, perché scrivo attraverso la ratio della poetessa e non della critica letteraria – che non sono) è legato alle poche poesie che qui possiamo leggere. Ed è comunque un ritagliare contorni sopra una poesia di una certo matura poetessa (lei). Dunque voglia prendere le mie parole come un dialogo sopra la poesia, così come è bello fare tra gente “della stessa specie”. Apprezzo i suoi versi, estenuati, sì, nel loro rincorrere il fondo vitale, quel luogo buio che con difficoltà si osserva – o più spesso si evita di guardare -. Da parte mia un apprezzamento ancora per la sua voce.

      • ed io, gentile e attenta Catapano Chiara la ringrazio ancora di più per queste sue ulteriori approfondenti ( generose) osservazioni su ciò che ha trovato nei miei testi qui pubblicati, mi fa piacere avere ricevuto in dono tali considerazioni.
        un carissimo saluto, piacere del dialogo possibile.

        Villa Dominica Balbinot

  10. antonio sagredo

    “Espressionismo portato all’estremo” è una “definizione” (non è affatto una definizione) che significa più che “nulla” un errore concettuale; errore prodotto da chi non conosce i manifesti del primo espressionismo e che già datano quasi 100 anni!
    L’ESPRESSIONISMO nacque già come reazione o fatto o manifestazione o come corrente o movimento ecc. di per sé, all’interno dei suoi intenti, come estremismo esteso a tutti i campi dell’arte e delle realtà storiche , allora, in atto. Non era rivolto al futuro poi che il primo futurismo già agonizzava (e il secondo nasceva già amputato dei/dai suoi ideali classici).
    Nasce dunque l’Espressionismo sul corpo sfatto di un Futurismo che invano tirava le cuoia al Tempo futuro e che portava alle “estreme” conseguenze, negli aspetti più raccapriccianti, le realtà putrescenti dei cerebri e dei corpi – basta leggere CERVELLI” del Benn: epopea “estrema” di una bellezza lirica in preda alle decomposizioni dei pensieri e dei corpi.
    Aggiungere dunque le parole falsamente definitorie “portato all’estremo” al termine “espressionismo” è fuorviante e dannoso; ripeto: andate a rileggere i manifesti dell’Espressionismo (purtroppo già) storico e anche fin troppo profetico negli scritti dei suoi rappresentanti più significativi. Lo stesso Kafka allude fortemente ai risultati dell’espressionismo, che quando già quasi esaurito sfocerà nelle manifestazioni orripilanti di un surrealismo dagli scritti e dai grafici già in “estremo disfacimento”…. gli stessi poeti o artisti ne restano coinvolti non sapendo più quali rappresentazioni ancora realizzare.
    grazie

  11. Pingback: ANNOTAZIONI SUI MIEI TESTI sul blog di GIORGIO LINGUAGLOSSA | INCONCRETI FURORI

  12. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23294
    Fermo restando che il termine “espressionismo” indica quel movimento artistico che tutti conosciamo (nato in Germania nei primi decenni del Novecento, poi diffusosi nel resto dell’Europa, come reazione al naturalismo e all’impressionismo, ecc. ecc.), non si può, tuttavia, negarne un uso estensivo, vale a dire un uso che vada oltre il suo significato originario, come già riportato da vari dizionari. Nel Devoto-Oli, alla seconda voce, il termine “espressionismo”, indica, appunto per estensione, «Qualsiasi atteggiamento artistico caratterizzato da una particolare drammaticità espressiva: l’esasperato e. di certe “crocifissioni”». In base a tale definizione, dunque, anche artisti come Matthias Grünewald ed El Greco possono essere riletti come “espressionisti”, pur appartenendo ad epoche ben lontane dal periodo storico in cui l'”espressionismo” nasce come movimento artistico. Proprio in virtù del grande peso culturale che tale movimento ebbe al suo tempo, il termine “espressionismo” fu adottato per indicare, in senso molto generale, qualunque arte in cui prevalga la deformazione di alcuni aspetti della realtà, in modo da accentuarne i valori emozionali ed espressivi. Il termine “espressionismo” assume, dunque, una valenza universale, al pari, ad esempio, del termine “classico”, o del termine “barocco”.
    Detto questo, io credo che Giorgio Linguaglossa, scrivendo “Espressionismo portato all’estremo”, a proposito di Giovanna Sicari, in analogia con la poesia di Villa Dominica Balbinot, abbia voluto usare la definizione nel suo significato estensivo, ovvero per indicare il carattere fortemente drammatico del linguaggio poetico della Balbinot, sottolineandone – come scrive – “la capacità di deformare le parole, curvarle per renderle più aderenti ai bisogni psicologici ed espressivi dell’autrice”. Se la poesia di Villa Dominica Balbinot è questo, mi pare che parlare di “espressionismo” sia più che appropriato. Anche “portato all’estremo” ci sta, inteso quale sua esasperata conseguenza.
    Poi, sì, andare a ripassare l’Espressionismo come movimento artistico – i precursori, lo sviluppo, la diffusione, ecc ecc. – non può farci altro che bene! Per comprenderlo, anzitutto, e per poterne parlare, qualora capitasse l’occasione, con chiari argomenti.
    Grazie per la vostra lettura.
    A presto…

    • letizia leone

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/31/villa-dominica-balbinot-poesie-inedite-un-appunto-intorno-alla-mia-visione-poetica-e-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23308
      Cara Costantina non posso che accogliere in toto le tue osservazioni: la locuzione “espressionismo portato all’estremo” contestualizzato in un discorso di critica stilistica, già in generale presuppone un uso formale e de-storicizzato del termine avulso da correnti letterarie fondative di poetiche o manifesti. Maggiormente qui in riferimento ai testi di Villa Dominica Balbinot l’uso del termine mi pare assolutamente appropriato a circoscriverne lo stile, e inoltre risulta lapalissiano il suo utilizzo. L’esercizio della critica letteraria necessita sia di competenze specialistiche che di una visione ecumenica che forse idealmente coincide con l’esperienza del mondo , ma insieme anche di una “socializzazione” della cultura che piega all’uso la terminologia specialistica o scolastica sul campo di azione. A proposito già Paolo Chiarini nel suo celebre libro sull’Espressionismo tedesco si sofferma ampiamente sulla nozione destorificata dell’espressionismo divenuta pura e semplice qualità espressiva, portando esempi illustri della grande critica letteraria da Leo Spitzer che parlava “del ruolo di flessibile categoria svincolata dagli obblighi anagrafici della sua genesi ideologica” a Gianfranco Contini che individuava un uso metaforico più netto del termine: lo “zelo antiespressionistico del Petrarca”, l’espressionismo (dialettale) veneto dell’ultimo Quattrocento oppure l’“espressionismo naturalistico” di Gadda, pur alludendo a una “linea espressionistica” italiana non indicano per altro differenze di grado all’interno di uno sviluppo unitario, bensì piuttosto connotazioni tendenziali che solo nell’incontro con ciò che non è espressionismo (ma, di volta in volta, altra cosa) ricevono la loro qualifica di predicati significativi.” Per non dimenticare Maria Corti…ecc.ecc Dunque ogni “predicato” andrebbe inglobato in un modello conoscitivo in continua evoluzione. Comunque concordo pienamente nell’efficacia di una rilettura dell’espressionismo storico alla luce dell’ “Orizzonte” (in senso ermeneutico gadameriano) della contemporaneità e alla luce delle rielaborazioni e ricerche che coinvolgono le scritture della NOE. Un saluto a tutti gli amici del blog!

      • letizia leone

        Scusate ma correggo l’uso frettoloso di “avulso” da correnti letterarie fondative (in riferimento all’espressionismo) tutt’altro! Invece si può parlare ovviamente di richiamo e corrispondenze ad esse, in una nuova articolazione interpretativa…grazie

      • ringrazio tanto Letizia Leone per la competenza e la ricchezza di osservazioni sul tema “espressionismo”, tutte notizie che sono di aiuto nell’approfondimento dell’argomento.

    • Un grosso grazie a lei, e un saluto-

      Mi sento in dovere di ringraziare molto Donatella Costantina per l’ulteriore approfondimento / arricchimento da lei qui fatto sulla genesi / la articolazione/ l’uso nel tempo/ la stessa significazione del termine “espressionismo”, anche in riferimento alle tematiche e alla modalità della mia visione/espressione poetica.

  13. Pingback: MIO INTERVENTO sulle ANNOTAZIONI DI GIORGIO LINGUAGLOSSA su alcuni miei recenti testi | VILLA DOMINICA BALBINOT [POESIE-PROSE-QUADRI]

  14. antonio sagredo

    Sono ovviamente d’accordo con tutti gli interventi sull’espressionismo qui pubblicati… credo comunque di essere stato frainteso per ciò che concerne il mio scritto, che avrebbe potuto essere totalmente differente ed egualmente valido… non è una marcia indietro o un ritornare sui propri passi, altrimenti la Poesia non avrebbe potuto bacchettare fortemente il poeta Antonio Sagredo, dandogli dell’imbecille, poi che ha sconfinato nella critica letteraria, quando invece dovrebbe soltanto occuparsi di Poesia.
    Il compito del Poeta è stabilire i confini dei vari «cortili», per questo scrive Boris Pasternak:

    “Miei cari, qual millennio è adesso nel nostro cortile?” (B.P.)

    gli risponde Sagredo contrito e pentito:
    ………………………
    “ma un poema è un dono?”
    No!
    È un sogno!
    “Itineris matutini gratiam capimus”

    Quando i nostri morti faranno dei sogni
    l’estate sarà funesta alla vita
    e, rospo o profeta,
    “Cosmeta masticava pasticche odorose”
    per questo io vengo a cantare!

    La sfinge ha tinto di belletto l’aurora,
    Crudelia, la città, aveva ciglia violette.

    Di mattino, finestre e corvi segreti
    danzavano… uscimmo nel cortile arrossato,
    sottovoce parlammo dei labirinti del cuore,
    ma la rugiada invecchiava di notte,
    vanità delle lune era un antico proverbio.

    Libertà è un inverno e non vi puoi indugiare,
    ma la rinuncia innocente è come un giallo dolore
    e il futuro è una vergine muta.
    Così la parola è distinta dal corpo.

    Il sentiero granato stimolava le orme:
    ah, gli alberi di natale sulle tombe!
    “Ed ecco apparire ad un fischio Dio in persona:
    – Come, anche tu? Và, datti da fare per me,
    il tuo paradiso è per i bisognosi di quiete! ”

    Cosmeta e Crudelius seduti nel parco fissavano
    l’occhio e l’orecchio vicino al delitto:
    allora la vita è spenta, è lieve, è lieve…
    Ranavàlo, la nera regina, così declamava:
    la farsa è un falso poema d’amore…

    Quando i nostri sogni ameranno i morti,
    Aleph sarà funesto alla vita,
    Azoth e Nzame avranno il pallido Schinn.
    Evestrum, Evestrum! – grideranno i corvi.
    Aleph, Aleph! – cani e amorini
    e nell’affanno si scioglieranno.

    Queste strane parole staccate dal corpo
    l’attore barocco – Tarò si chiamava
    e masticava tabacco – seriamente inventava
    fra un pianto corvino e un riso rubino.

    Ma riprendere ora è un sano discorso,
    la sera messapica già sussurra epitaffi
    – la mia terra, il Salento, è già calce di sangue! –
    Poeta, bevi il vino onnisciente, Evestrum
    è il suo nome… ignoto ed oscuro il suo canto!

    Uscimmo e danzeremo nel cortile arrossato,
    e sottovoce parliamo dei labirinti del cuore.
    Crudelia era una triste baccante:
    guardava con occhio di mago e suo
    desiderio era il delirio e l’oblio, un festino
    la giullare illusione, ramarro il suo amante.

    Ah, per me “flores apparuerunt in terra nostra”!
    e l’universo sarà il nostro cibo, la luna
    la nostra cena, e il sole – coronato di donne
    e di veloci cavalli – la nostra pazzia.
    “Mazdà, Mithra, come, anche tu? Và, datti da fare per me,
    il tuo paradiso è per i violenti di quiete”!

    E con le mani di rospo, Cosmeta, che puoi
    se vuoi scoprire la vita, giullare
    illusione il dolore, cornamusa, vino,
    miele, pane e aceto è quotidiana tragedia!
    E ancora, se vuoi, disperata corona è leggenda
    ignorata, vecchiaia è notte canuta!

    Cosmeta, entrerai nella vita, di notte!
    Come inutili sono i rimorsi, come futili le colpe,
    come allegra è l’ignoranza infelice, come ossuto
    è il silenzio e come fatale gioco è la noia!
    Entrerai di nuovo, calpestando la tenerezza
    del passato, udrai il presente dell’estate,
    pazza se amerai il futuro!

    Invano danzeremo nel cortile arrossato,
    parleremo sottovoce tra fiocchi di neve
    – uva epica un antico poeta cantò –
    udrai cristalli franare per il peso dei sogni:
    perle… pietre e ancora pietre… perle!
    ma è lieve
    lieve…

    a. s.
    Praga, 28 febbraio 1977

  15. Marcello Silvestrini

    Come al solito Sagredo ci spiazza tutti: guardate la data: 1977!!!
    Cosa noi tutti facevano in quella data?
    Ma già lui scriveva dei versi mirabili; quelli futuri e più maturi sono semplicemente sublimi! G. Barberi Squarotti fu forse il primo a definirli sublimi: così scrisse in alcune lettere inviate a Sagredo.
    Mi ha telefonato e mi ha detto che questi suoi versi furono dedicati al poeta praghese Vladimir Holan, che aveva incontrato anni prima sull’isola della Kampa, a Praga, dove viveva stabilmente.

    Marcello Silvestrini, slavista

  16. Blue Bossa.

    Dalla sua navicella poteva vedere Central Park
    ma piegando a sinistra un centinaio di film, tutti veri.
    Personaggi che si versano whisky nel bicchiere;
    tutto si è risolto per il meglio e lei se n’è andata.
    Resta da pulire il tavolo dai mozziconi di sigaretta
    e permettere al passato di depositarsi gradualmente
    sul tavolo, o dove cade più lentamente la polvere.
    Il tempo si ferma girando nella stanza che gira.

    E ora poesia con un po’ di musica.

  17. r.m.

    Conosco la scrittura della Villa-Balbinot da molto tempo trovandola affascinante e densa, un saluto e i miei complimenti
    r.m.

  18. Ma che inaspettata visita; sempre attento Roberto Matarazzo: ti sono grata delle tue positive considerazioni , e grazie del tuo intervento qui,un caloroso saluto.

  19. Pingback: RECENSIONI E NOTE CRITICHE SUI MIEI TESTI | VILLA DOMINICA BALBINOT [POESIE-PROSE-QUADRI]

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