La Nuova Ontologia Estetica: Poesie di Anna Ventura, Raymond Carver, Michal Ajvaz, Petr Král, con Commenti di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

Gif hair pop art

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico

Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 14.29

Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 15.54

caro Mario,
contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

“Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -“. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

1] T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 17.50

Ecco la chiave di lettura per meglio comprendere certe posizioni artistiche fra soggetto poetico vecchio e nuovo. Determinante è l’intuizione di Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro, né in forma, né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento». E non è certo un’avventura, ma la fase aurorale su stagioni di oscuramento mentale e di parassitismo linguistico, perché tutto resti come una crema a lunga conservazione.

Anna Ventura

Le case

Ho amato molte case
e due moltissimo. La prima
era nel vecchio quartiere della città,
partiva da terra ma poi si capiva
che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
La componeva
una serie di stanze minuscole
bianche di luce e calce-casa
di astronomo,
o di marinaio –
In fondo, l’altana coperta
di travi decrepite,
gonfia d’aria e di sole.
Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
la loro vita miseranda brulicante da basso.
Non piacque a mia madre,
anzi, le fece paura. Io invece
ne rimasi ferita a morte,
col tempo mi ammalai di nostalgia.
L’altra è la casa del vento,
tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
solo gli spiriti dell’aria
che di giorno e di notte
bussano ai vetri con le loro manine.
Neanche questa casa piace.
E perché dovrebbe?
Solo che intanto io ho imparato
A mettere il bavaglio ai miei sogni,
accettato l’assioma
che la realtà rifiuterà di abbracciarli
nel suo concretissimo giro ma io
me li terrò lo stesso,
nel giro infingardo
della mia verità.*

* da Aria sulla quarta corda, 1985 (I° edizione), 1987 (II° edizione), FORUM, di Giampaolo Piccari Forlì

Straordinaria poesia di Anna Ventura, che racconta come in sogno le due case della sua vita, la casa degli «straccivendoli» e «la casa del vento». C’è tutto il pudore dell’autrice, la delicatezza del tocco elegiaco e la spezzatura degli inserti prosodici a correggere l’inclinazione elegiaca. (g.l.)

Gif the limit

Lucio Mayoor Tosi
18 giugno 2017 alle 16.23

Il biografismo che caratterizza la poesia di Carver è davvero leggero e sopportabile. Il suo “io” è per così dire, interattivo – certo, favorito com’è dalla cultura americana da sempre votata all’estroversione –. Spesso da noi si fatica a risalire alle cause di uno stato d’animo, di una comprensione improvvisa, forse perché assuefatti all’effetto stupefacente delle metafore.
La problematica dell’”io” sarebbe da archiviare nella strumentazione, accanto a significato e significante, perché ho notato che nelle poesie NOE capita spesso di imbattersi in forme dal significato aperto… se non perfino suicida e al contempo deridente come nel caso di Mario Gabriele, oppure, come in Linguaglossa, in forma d’enigma, ma lo si potrebbe dire anche di Steven Grieco. Gino Rago no, lui è il mastice che unisce, e ricompone. In tutti i casi si assiste allo spezzettamento del senso, la qual cosa non sembra avere precedenti.

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 18.16

… e questa poesia di Raymond Carver, non è poesia ontologica?

DORMIRE

Ha dormito sulle proprie mani.
Su una pietra.
In piedi.
Sui piedi di qualcun altro.
Ha dormito su autobus, treni, aerei.
Ha dormito sul lavoro.
Ha dormito per la strada.
Ha dormito su un sacco pieno di mele.
Ha dormito in una latrina a pagamento.
In un fienile.
Nel Super Dome.
Ha dormito in una Jaguar e sul retro d’un furgoncino.
Ha dormito a teatro.
In galera.
In barca.
Ha dormito in cassetti ferroviari e, una volta, in un castello.
Ha dormito sotto la pioggia.
Sotto il sole rovente, ha dormito.
A cavallo.
Ha dormito su sedie, banchi di chiesa e alberghi alla moda.
Ha dormito sotto strani tetti tutta la vita.
E adesso dorme sottoterra.
Dorme, dorme e non si sveglia mai.
Come un vecchio re.

Gif Heisenberg from Breaking Bad in pop art
Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 18.18

… e questa? Sempre di Raymond Carver. Questo sì che è un quotidiano forte, robusto…

LA CABINA TELEFONICA

La donna s’accascia nella cabina, singhiozzando
al telefono. Chiede un paio di cose
e singhiozza ancora più forte.
Il suo compagno, un anziano tutto
in jeans, sta lì vicino in attesa
che tocchi a lui parlare, e piangere.
Lei gli porge la cornetta.
Per un attimo restano insieme dentro
la minuscola cabina, mescolando
le loro lacrime. Poi
lei va ad appoggiarsi al parafango
della loro berlina. E ascolta
mentre lui prende accordi.
Osservo tutto questo dalla mia macchina.
Neanch’io ho il telefono in casa.
Resto seduto al volante
e fumo, in attesa di prendere
anch’io accordi. Ben presto
lui riaggancia. Esce e si asciuga il volto.
Salgono in macchina e restano
dentro con i finestrini chiusi.
I vetri s’appannano sempre più
mentre lei gli si appoggia e lui
le cinge le spalle con un braccio.
I gesti meccanici di conforto in quell’angusto luogo pubblico.
Vado con le mie monetine
verso la cabina e m’infilo dentro.
Però lascio la porta aperta, perché
si sta così stretti qui. La cornetta è ancora calda.
Non mi piace per niente usare un telefono
che ha appena portato notizie di morte.
Ma non ho scelta, perché è l’unico telefono
nel raggio di miglia e Sto arrivando! ascoltare
senza schierarsi da nessuna parte.
Inserisco le monete e aspetto.
Anche quei due nell’auto restano in attesa.
Lui accende il motore ma poi lo spegne.
Da che parte andare? Nessuno di noi
è in grado di dirlo. Non sapendo
dove cadrà il prossimo colpo,
né perché. Gli squilli dall’altro capo
cessano quando lei alza la cornetta.
Prima che io possa dire due parole, il telefono
si mette a gridare: “T’ho detto che è tutto finito!
Finito! Puoi anche andare
all’inferno, per quanto mi riguarda!”
Abbasso la cornetta e mi passo una mano
sulla faccia. Chiudo riapro la porta.
I due nella berlina tirano
giù i finestrini e mi guardano,
le loro lacrime bloccate per un attimo
di fronte a questa distrazione.
Poi tirano su i finestrini
e restano seduti dietro ai vetri. Per un po’
non andiamo da nessuna parte.
Ma poi andiamo.

Gif Malika Favre

Gif Malika Favre

Ecco una poesia del poeta ceco Michal Ajvaz (1949) che sicuramente getteremmo nella spazzatura se fosse italiano…

[è scrittore, saggista e traduttore. Studiò boemistica ed estetica all’Università di Praga e, dalla metà degli anni ΄70, alternò una serie di professioni, tra cui portiere, guardia notturna, buttafuori e redattore del Giornale letterario (Literární noviny). Nel 1994 ha iniziato la carriera di libero professionista e collaboratore esterno, e suoi contributi sono stati pubblicati su riviste e giornali, quali Forma (Tvar), Rivista filosofica (Filozofický časopis), Spazio (Prostor) e altri. È autore di un’unica raccolta di poesie, Assassinio all’hotel Intercontinental (Vražda v hotelu Intercontinental, 1989), dove si alternano raffigurazioni grottesche e aforismi filosofici, il tutto accompagnato da un sottile tono parodico e da giochi linguistici. Alcune delle poesie che qui presentiamo sono apparse come inediti nell’antologia E i ligli tarri, (Lepě svihlí tlové, 2002), che prende il nome dal primo verso della poesia dello Giabervocco in Attraverso lo specchio di Lewis Carroll].

Turisti

Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
che quando la mattina mi svegliavo
c’era nella stanza un gruppo di turisti.
Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
Spiegava tutto con professionalità.
I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
e fotografavano e toccavano tutto.
I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
il terrore della prima notte, quando fui svegliato
da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
tra gli sciami apocalittici delle scintille.
Ora che vivo nei boschi e la città
è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
interrotta da tronchi neri
che guardo prima di addormentarmi
su un mucchio di foglie bagnate, so già
come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
I tronchi tribali selvatici
di quest’autunno passano per gli ingressi.

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

Giorgio Linguaglossa
19 giugno 2017 alle 13.18

Ecco un altro poeta ceco che potrebbe essere acquisito nella «nuova ontologia estetica»:

Petr Král (1942)

Caduta in giugno
Del giorno restano brandelli
Nulla se non cenere
L’odore di benzina sussurra basso di bruciature lontane
I segnali degli uccelli già pieni della notte
sfregano nel rivolo
I lampadari vanno accendendo nelle finestre le nostre visioni nascoste
I testimoni si disperdono per le stradine Qua e là la massa bianca
della luna o della schiena
si accinge ad illuminare nel grigiore orfano
I lampi scivolano nell’oblio vellutato Tiriamo fuori con un sorriso
subdolo i coltelli e le forchette
Il naufragio dell’uccello La bancarotta del lampadario
La crepa della schiena impigliata nella polvere dei ficus
La mano terrorizzata nella cenere del corpo
Le gonne nel mormorio al limite del crepuscolo sfiorano
le ortiche
Le fresche bellezze sul balcone splendente erette sotto una sottile
pioggia di fuliggine
pazientemente aspettano che le vengano a prendere

(da Lampi radenti, 1981)

[Petr Král (1942) è uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca. Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi. Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985). Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002). Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte; è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute].

38 commenti

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38 risposte a “La Nuova Ontologia Estetica: Poesie di Anna Ventura, Raymond Carver, Michal Ajvaz, Petr Král, con Commenti di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23153
    H.G. Gadamer (1900-2002): «Il mistero dell’attimo è il mistero della nostra presenza psichica e spirituale che racchiude e sostiene in sé tutte le differenze». Pensiero a partire da un passo di Platone di Parmenide. Fu per primo il filosofo danese Soren Kierkegaard nel suo “Il concetto dell’angoscia” a mettere in evidenza questo passo che ci parla dell’istante senza tempo, impossibile da misurare e perciò estraneo all’alternativa tra quiete e movimento.

    Fu Kierkegaard, infatti, ci dice Gadamer, a mostrare che l’essenza dell’attimo è il mistero della nostra presenza psichica e spirituale che racchiude in sé tutte le differenze.

    http://www.filosofia.rai.it/articoli/gadamer-il-parmenide-di-platone/13890/default.aspx

  2. Ringrazio Giorgio per aver proposto la mi poesia”Le case”,nelle quale si nasconde tutto un mio universo di sogni e di illusioni,un rapporto con le realtà che solo qualche volta riesco ad esprimere.Questa “proposta” vale più di un saggio critico, è la prova di come,talvolta, si possa essere toccati dalla grazia di una comprensione profonda, quasi medianica, che ci riscatta da tante sordità, da tanti fraintendimenti.Grazie, Anna Ventura

    • londadeltempo

      Anna Ventura, tu sai commuovere con le semplici parole della grande poesia che si fa …dimenticando se stessi nel dono di se stessi. Grazie per come sei e per quello che ci dai con le tue parole evocatrici di mondi…quotidiani.Mondi possibili che ci aiutano a vivere in questo mondo impossibile. Grazie.
      Mariella Colonna

      • Cara Mariella, il tuo giudizio critico lusinghiero mi inorgoglisce e mi conforta.Riuscire a parlarsi con affetto, con semplicità, con chiarezza, è uno dono di cui, talvolta, non si apprezza il valore, che invece è grandissimo,Apprezzo il tuo lavoro , e ti sprono a scrivere sempre di più; nella scrittura incontriamo anche noi stessi,scopriamo verità che non sempre riusciamo a portare a livello di coscienza.Grazie per l’amicizia, che ricambio pienamente.
        Anna Ventura

        • londadeltempo

          Io sento nelle tue poesie una grande aderenza alla realtà, una forte spiritualità e, soprattutto, sento che l’entusasmo e la gioia della scrittura ti vengono dal dono che fai di te stessa: questo è bellissimo e raro: spesso i poeti si autoincensano con le parole, non curandosi affatto del lettore (non parlo dei nostri amici, assolutamente!). Ti ripeto: leggerti è una gioia.
          Mariella

    • clara di stefano

      cara Anna, mi ha intenerito la grazia , quasi pudica della tua poesia, non solo per quel modo che hai di “raccontare” cose e vissuti, ma anche perché quella tua prima casa, a due passi dalla mia, mi rinnova lo strazio della perdita e la speranza di poterci tornare al più presto. Ti saluto amica cara , mi manchi come mi manca quella rete di amicizie, di fare cultura e poesia che faceva della nostra città un posto meraviglioso e vivo: ora siamo tutti dispersi , di tanto in tanto ci si ritrova, ma sempre qualcuno manca ed è una ferita aperta nel cuore.
      claradistefano

      • Carissima Clara, la tua amicizia, la tua gentilezza mi allietano e mi commuovono; non sono anni facili, quelli che sto vivendo qui, a Montesilvano, anche se mi sono congeniali sia il clima dolcissimo, sia la schietta onestà della gente.Scrivo sempre, anche perchè sono inserita in vari gruppi di lavoro, me l’età e i problemi di salute incominciano a farsi sentire,Ma non si cambia il corso delle cose,che camminano sempre per conto loro.Ti abbraccio con tanto affetto,grata per l tua amicizi che sfida l’ostilità della natura,e il passare del tempo. Un abbraccio affettuoso, Anna

  3. Salvatore Martino

    Certo sarebbe un grande onore accorpare un poeta straordinario come Petr Kral alla NOE. A me appare così lontano dai dettami categorici della nuova
    ontologia estetica»:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23158
    Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico.

    Confesso che in questo turbinio di indicazioni la mia mente sbarella e mi chiedo come i poeti della NOE possano ottemperare a tutte queste pressanti indicazioni. Io personalmente in questa temporalità intemporalità multitemporalità investimenti linguistici-libidici etc. perdo totalmente la bussola e rinuncio a capire.. Credo che la costruzione poetica sia per me molto più semplice e aliena da questi sofismi intellettualistici. Ma forse io sono un “antico” legato ad un versificare desueto e trapassato. Così auguro ai poeti di questo nuovo camino una strada larga e positiva, una renovatio della poesia italiana. Per quanto mi riguarda continuerò a seguire la mia strada, con i rinnovamenti che dal profondo mi vengono proposti, dato che malgrado l’età e la già sovrabbondante produzione, continuo ossessivamente a scrivere.

  4. londadeltempo

    Caro Salvatore,
    è giusto che tu segua la tua strada che è profondamente connessa al tuo modo di essere poeta e che è spesso travolgente più di quella dei poeti della NOE, tra cui sono anche io. Ma vedi: Giorgio e Mario Gabriele hanno un temperamento gelo-fuoco e nella poesia, nell’aprire strade nuove il loro gelido fuoco si trasforma in un incendio (glaciale) che non risparmia nulla: ma non distrugge, crea, trasforma alchemicamente i metalli nell’oro dell’ondata poetica: e gli oggetti diventano cose legate all’essere più intimo dei poeti. La poesia, quando è creazione, può anche sbagliare, ma è un errore creativo che trascina nel gioco l’intelligenza, il cuore l’anima. Allora non accade soltanto che i metalli “ignobili” diventino oro, ma che anche l'”ignobile” scarpa vecchia, lo straccio, i residuati bellici, le tarme, insieme ai fiori e al vento diventano parte della nostra vita… e perciò poesia. Tu non lo sai, ma è proprio restando te stesso che tu sarai parte della NOE. La NOE è una formula magica per restare uniti e giocare le nostre vite con le parole: se vinceremo o perderemo… non si sa. L’importante è che ci siamo messi in gioco. Ti voglio con noi, caro amico!
    Mariella Colonna

  5. Grazie, cara Mariella, per la tua attenzione criticamente ineccepibile, e anche affettuosa, che mi fa indovinare ,anche, una coincidenza umana,un’amicizia: uno degli approdi ancora possibili,in un mondo la cui minaccia peggiore è la solitudine.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23169
    Ci sono poeti fedeli alle proprie risonanze magnetiche, contrari a qualsiasi progetto alternativo, anche se le nano- particelle oggi sembrano quelle più avanzate (come la NOE per la poesia) a curare i mali estremi. Eppure, anche questo nostro viaggio, per piani e valli, fra 50 anni non sarà come oggi, superato da altre categorie semiologiche. Che senso ha rimanere attaccati alle proprie scialuppe di salvataggio, se il tempo annulla ogni cosa? E’ una questione di etica? Allora lo stesso discorso può valere anche per i sostenitori della NOE, che stanno producendo un sistema di calibratura del verso dai risultati costanti e apprezzabili, al di là se vi siano discorsi spirituali, paranormali, metafisici o quantistici.

  7. Posto qui una poesia di una giovane poetessa di Roma:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23182
    Lié Larousse
    volevo abbassare le armi e invece dovrò spararmi.

    .della confusione mentale
    te che ne sai?
    quando credi d’aver messo tutto in ordine
    nella testa, e invece una stilettata di follia
    e la sua vertigine, e il cervello si disordina
    disorientato
    non capisci più nulla, del nulla
    te che ne sai?
    quando è così vuoto da riempirti fino all’orlo
    e poi quello trabocca
    come il bicchiere di troppo
    in una finita nottataccia di troppo
    sveglio invischiato da troppo
    ed è davvero tutto, troppo
    troppo più grande di te
    come tutte le botte, i calci, le rese, le risa, le risse,
    tutto accaduto per tutto e per niente, e del tutto e del niente
    te che ne sai?
    E poi volevo
    credimi, lasciarmi stare
    e invece no
    “chi muore senza lasciar alcun segno è come se non fosse nato”.

    L.L.

  8. Lucio Toma, scrittore, poeta e giornalista, si è laureato in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, insegna nelle scuole superiori. Ha pubblicato nel 1999 Zigrinature e nel 2006 A Gonfie Vene.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23184
    Poesie inedite

    W.C.

    A giorni più o meno regolari
    uno spasmo bussa ai battenti del basso
    ventre reclamando la mia attenzione.
    Ma non mi piego e non mi spezzo,
    piuttosto mi lascio prendere per i fondelli
    di una tazza firmata Pozzi Ginori!
    Manco fossi in pausa caffè…

    Senza darmi troppe arie
    vadano pure al diavolo gli umori,
    magari nella bolgia degli stitici così che
    prima ancora di riconsiderare ciò che sono
    pigio in tutta fretta il pulsante
    discensionale
    per la mia redenzione corporale.

    A proposito di w.c….

    c’è chi da una vita la fa fuori
    e la fa franca. E a nulla serve
    l’avviso ironico dell’addetto
    alle pulizie…”si prega gentilmente
    di far centro”. A seconda di come
    gira il vento è a sinistra o a destra
    del pavimento che si dovrà guardare.
    Schifati comunque, come sempre.

    Ultima notte con mia madre che mi dorme accanto

    un cuscino di ricordi i tempi
    della mia infanzia, anni di piombo ignari
    dei soldatini di plastica e spari
    a salve quando sempre spuntava
    dalle sue mani una coperta
    che non può più rimboccarmi
    perché troppo corta per le sue braccia
    e per queste gambe.
    Ma non importa,
    anche se fa freddo e c’è un dannato vento
    stasera che sembra voglia strapparti
    l’anima di dosso e la speranza dal pianto
    lento di una flebo.
    Non importa, perché
    tu sei qui con me nella fede cieca e folle
    che solo chi lotta fino alla fine conosce.

    Perciò riposa, madre, come l’Imperatrice
    di tutte le storie mai scritte, addolorate
    e pure che non sanno e non dicono
    tutta la vita portata dentro mani sudate
    ogni giorno screpolate, macchiate,
    piccole e indaffarate: altro che politica!
    E così le hai elargite in faccia
    al mondo con la gentilezza brusca
    della favella-pronta come un piatto
    per l’ospite inaspettato. Sempre
    senza mezzi termini e misure,
    sfumature e grigi di sorta,
    ma a colori netti e buone strette.

    E se adesso stringi i denti e serri i pugni
    di nascosto io scrivo in memoria
    della tua voce che piano s’acquieta
    fino a tacere e non voglio
    -respiro che brucia nelle mie parole –
    mi sorprenda il silenzio
    prima di domani.

    Agios Leon

    Poche case forse non bastano
    a farne una località su Google maps,
    perché Agios Leon non è in fondo
    che è il ricordo di un volto sbucato
    dal vento dentro i miei occhi
    di passaggio che nessun satellite
    ha mai scovato.
    Agios Leon resta
    l’ago di un dito che punta
    a cucire la distanza dal passato
    alla strada di quel turista
    in cerca della rotta giusta
    prima di finire in mare
    a Porto Limnionas.

    Nessun vestito da Zara*

    Nessun vestito da Zara, neppure
    lo svolazzo di una gonna in saldo
    ti stava bene quanto il colore
    di quel soprabito (lo ricordo nero
    a grandi linee e bottoni smaltati)
    che si offriva in dono al tuo corpo
    e faceva gemme dei tuoi occhi.

    Per te lo specchio mi parlava

    In via Indipendenza, sotto i portici,
    dentro il negozio dove più di una maglia
    ha indossato la tua pelle
    e misurato il calore del tuo sangue,
    non hanno colpa le mani
    dello stilista che ti ha immaginato
    se per una quarantaquattro di taglia
    mancante non ti ho portato
    all’altare della cassa.

    * ZARA è una catena di negozi di abbigliamento.

    • Lucio

      Grazie per l’attenzione accordatami. Saluti.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23201
        E’ del tutto manifesto da queste poesie presentate che i due giovani poeti: Liè Larousse e Lucio Toma si esprimono “naturalmente” in un linguaggio immediato, vicino, anzi, vicinissimo al parlato. Da notare le forme pseudo gergali presenti in entrambi gli autori. Ebbene, il tratto distintivo di questi giovani poeti è che loro utilizzano il linguaggio di plastica del parlato del quotidiano di oggi; dirò di più, il linguaggio di plastica ha evidentemente rimpiazzato il linguaggio del quotidiano, croce e delizia di un Vittorio Sereni. Ma ormai quel tempo lontano, quegli anni sessanta del novecento sono lontani, la storia è andata avanti e la lingua di seguito, e tutti quei problemi dell’abbassamento del lessico medio della poesia italiana sono stati derubricati e sorpassati dai tempi. Oggi è con la lingua di plastica che bisogna fare i conti.
        Però, oggi la lingua di plastica da sola non basta più, bisogna, ogni tanto usare lo scotch, la colla, gli acidi, magari i chiodi… insomma, bisogna correggere i limiti e i difetti del linguaggio di plastica…. i tempi cambiano, e anche la poesia cambia. Tutto ciò mi sembra senz’altro normale…

        • londadeltempo

          Cara Donatella, trovo molto singolare la tua critica ai due giovani poeti: hai colto l’aspetto linguistico emergente e questo ti fa onore perché non sei rimasta arenata nelle polemiche sulle divergenti filosofie e psicanalisi, ma hai affrontato il problema di fondo:il linguaggio che, quotidiano o poetico, inevitabilmente si rinnova. Mi trovi molto vicina a questo tipo di critica perché, con lo strutturalismo, mi sono abituata ad esaminare la poesia nel suo insieme e parola per parola, significante e significato: ed è bellissimo constatare come una parola acquista significato poetico se accostata ad un’altra parola (solo ad una) e così via per ogni parola della frase poetica: c’è quasi un ordine prestabilito, come tra pianeti del sistema solare intorno al sole. Comunque tu, con estrema libertà, hai parlato in metafora di tutti gli oggetti che bisogna introdurre se vogliamo ottenere la magia della “cosa” che ci sta intorno, ci interroga, ci osserva, non sempre silenziosamente. Brava Donatella! Mariella Colonna

        • Lucio

          Gentile Donatella, grazie per il tuo intervento. “Il linguaggio di plastica” di cui a ragione parli per la mia poesia (e non solo), ha una forma (che poi è sostanza nella sua artificiosa materialità) attraverso cui sembra voglia racchiudere e contenere (mi ricorda una bottiglia!) il senso (e quindi i liquidi, per richiamarmi a Bauman) di una realtà in continuo disfacimento…

    • Giuseppe Talìa

      Mi piace la poesia di Luciano Toma (cognome importante) e concordo con l’analisi di Donatella Costantina “Oggi è con la lingua di plastica che bisogna fare i conti.”

  9. Nella poesia di Czeslaw Miłosz, (Ars poetica, 1957) che presentiamo nella traduzione iin inglese di Adeodato Piazza Nicolai e di Pietro Marchesani in italiano che seguono, abbiamo la esemplificazione della ricerca del “Fantasma”.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23186
    Orfeo si muove nell’ambito del «realismo ingenuo», si reca nell’Ade per recuperare la sua amata Euridice. Orfeo è l’antesignano dell’Esserci moderno. Come l’Esserci di Heidegger è imprigionato nell’inautenticità e non può sortirne che attraverso la decisione anticipatrice della morte, così Orfeo è un eroe dotato di autenticità, scende nella terra, fino alle foci dell’Ade per strappare agli Inferi la sua amata, simbolo della bellezza, e riportarla in vita sulla terra, alla piena luce del sole. Orfeo lotta per la vita, vuole la vita. Ma, appunto, la Euridice che lui vede è soltanto un simbolo, un eidolon del “reale”, non il “reale”, perché Euridice è morta, ed il linguaggio poetico è impotente, non può riportarla in vita, può solo raffigurare la sua immagine fatta di nebbia e di non-vita. Il “reale” è irraggiungibile anche per la poesia, e non può nulla Orfeo con la sua lira a nove corde dinanzi al «Limite» costituito dalla «Morte». Per il pensiero mitico greco, l’esserci di Orfeo è avventura, azione, rivoluzione del Empireo e degli Inferi. Orfeo è l’eroe autentico che si batte contro la morte, per la vita, per riportare in vita l’amata Euridice.

    Czesław Miłosz

    Ars Poetica – Czesław Miłosz, 1957

    Ho sempre aspirato a una forma più capace,
    che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
    e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
    né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
    Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
    sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
    sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
    ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
    Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
    benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
    È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
    se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
    Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
    che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
    e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
    cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
    Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
    qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
    o abbia trovato un altro modo ancora
    per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
    C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
    che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
    Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
    opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
    Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
    e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
    La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
    conquistando così la stima di parenti e vicini.
    L’utilità della poesia sta nel ricordarci
    quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
    perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
    e ospiti invisibili entrano ed escono.
    Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
    perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
    spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
    che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

    (Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani)

    SIXTY YEARS AGO, Czeslaw Milosz, in his Ars Poetica, had proposed “a more capable form … neither too much poetry nor too much prose”capable of being understood “without exposing anyone, neither author nor reader, to extreme suffering…” In the very essence of poetry, he had said, “there is something indecent: from each one of us there arises something we didn’t know what it would be; we thus blinked our eyes as if it a tiger had jumped up, motionless in the light, whipping its tail on its flanks.” Therefore it is justly claimed that poetry is dictated by a daimon although it is exaggerated to sustain it could be an angel. It is hard to understand from where such pride of the poets has originated, if they often are ashamed that it might seem to be their own weakness. What reasonable man would like to be dominated by
    demons who behave inside of him as if they lived in his own house, speaking in many tongues and, not satisfied of stealing his lips and his hand try, for their own comfort, to change destiny? Because the morbous is appreciated these days, someone could think that I am just joking or might have discovered another way of praising Art by means of irony. There was a time when only wise volumes were read to help us support pain and unhappiness. Nonetheless it is not the same as leafing through thousands of work pieces directly coming from a psychiatric clinic. And yet the world is different from what it seems and we are different from our own whimsies. And so people preserve a mute honesty, conquering in this way the esteem of relatives and neighbors. The utility of poetry lies in our remembering how hard it is to remain the same person, “because our home is open, the door without key and invisible guests who enter and leave.” What I am talking about is not poetry, I agree, since it is permitted to write verses both seldomly and against wishes, pushed by an unsupportable constriction and solely in the hope that benign not evil spirits, make us their instrument.

    From Ceslaw Milosz, POESIE, Adelphi, Milan, 1983, translated by Pietro Marchesani

    © 2017 by Adeodato Piazza Nicolai for the liberal transposition, in American, of the poem entitled in Italian “Ars Poetica”. All Rights Reserved. Vigo di Cadore, 23 August 2027, at 16: 12 p.m. Adapted from L’OMBRA DELLE PAROLE RIVISTA LETTERARIA INTERNAZIONALE, “Intervista sulla poesia a Giorgio Linguaglossa” by Ambra Simeone, May 4 2014. All Rights Reserved.

  10. Salvatore Martino

    Quando si dice il mistero, la profondità della poesia, il pensiero che circola nei versi, trasmessi dal dàimon che invade l’anima e il cervello, l’ebbrezza di quello che scorre tra le maglie dell’imponderabile.. Grazie Statuti che ci traduce questo grande e grazie Linguaglosssa che ce lo propone.

    • londadeltempo

      Caro Salvatore, sono d’accordo, salvo per alcuni passaggi molto prosastici: però i messaggi e la consapevolezza del valor della parola poetica, benché ispirata da un daimon socratico. Ma tu, Salvatore, perché non scrivi di più e non inserisci qualche tua poesia? Ora si fa così: le poesie spesso si inseriscono nello spazio dei commenti: e questo mi piace molto! Mariella Colonna

  11. antonio sagredo

    Orfeo e Euridice

    (prima stazione)

    Ritornava a casa…
    e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice,
    i vortici delle foglie non avevano nulla di geometrico candore,
    né un sognato giuramento o un qualsiasi invito a una danza,
    ma lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi
    avvizziti dal freddo e dal gelo…
    mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!

    Le sue tasche erano rattoppate e gonfie per i fallimenti della storia.
    Raccoglieva in buste di plastichina,
    come dopo un omicidio o uno sterminio,
    avanzi di candelabri, croci e scimitarre.
    Ovunque un pus epatico precedeva il suo cammino!

    Ma quali i suoi pensieri, in un attimo, nel suo cervello arcaico
    dopo tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso?
    O erano soltanto gli ultimi lamenti di rancidi tramonti,
    o gli amori pagani dell’ippocampo esplosi
    con gioia irripetibile in emozioni da leggenda inavvertita,
    prima che il dolore della cognizione generasse muraglie
    di coscienze e di credenze per fermare una evoluzione?

    E con lei ritornavo da un martirio di gesti non compresi,
    mano nella mano, immobili!
    E su tutto la maledizione terrestre… che ci univa!

    Ritornavamo verso le nostre orme,
    calchi di fango, marce foglie e torbidi liquami ci guidavano,
    ma gli alti concetti sulla spugnosa creazione
    ci lasciavano interdetti e, per noi, splendidi eretici,
    da tempo erano caduti in prescrizione le esistenze di un dio qualsiasi
    e di un nulla in quei giorni della fatale Pentecoste…
    e lei, la compagna già infedele,
    corrosa dall’ansietà dei miei sguardi si era indispettita,
    come un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine.

    (seconda stazione)

    Ritornava, in versi, a casa…
    non cantava più in versi
    e, a occhi aperti, lungo il viale dei platani
    dopo aver visto il secolo trascorso in un istante,
    come accade prima di morire…
    per quel poco di vissuto ch’era rimasto
    e per il resto dei suoi limpidi pensieri aveva già bruciato
    gli avanzi di tre fedi passate in giudicato,
    ma le scarpe erano già corrose come le sue parole dal salmastro.

    E con lei ritornavo dal supplizio di parole non comprese,
    mano nella mano, ammutoliti!
    e su tutto la maledizione pagana… che ci univa!

    Ritornava, e già spargeva le ceneri di generazioni non nate,
    proclami e parole intorno alle rauche medaglie delle foglie…
    dove appuntarle se non nel vuoto o sul nulla
    se non c’erano né corpi e bare, alberi, case e altari?!

    La sua lira stonava le note estreme di un requiem non scritto ancora!
    Lacrimosa…
    Lui, rovinato, dalle sue lacrime!
    Lacrimosa…
    E danzava Euridice il suo canto di tarantola,
    imitava il suo stesso oblio,
    mimava la nostalgia di quello sguardo che ancora non giungeva
    dai suoi occhi!

    Non si stancava di ridere.
    Non si stancava di morire.
    Non si stancava di morire del rider ch’io feci!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19/20/23 febbraio 2009

    ………………………………………………………………..

    Non ho mai desiderato una forma perfetta
    che fosse soltanto poesia e prosa insieme
    per un non comprendersi rivolto a tutti
    con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

    La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
    da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
    gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
    senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

    È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
    umilmente si crede che siano dei demoni.
    L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
    la loro superbia è possanza della consapevolezza.

    Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
    che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
    E che felici e gioiosi donano labbra e dita
    per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

    Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
    tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
    poi che invano ho cercato una maniera
    per odiare l’Arte con estrema severità.

    Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
    per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
    È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
    di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

    Antonio Sagredo

    marzo 2016

  12. Copio e incollo qui anche una poesia di Serenella Menichetti. Qui si vede che l’influenza della nuova ontologia estetica ha portato a degli ottimi sviluppi!!!
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23215
    INCORNICIATA IN UN QUADRO di MAGRITTE

    L’intonaco danneggiato evidenzia il grigio.
    Spegne le luci della ribalta.
    La mancanza di colore ti cola addosso.
    Ti spinge sulla sedia di un cinema di periferia.
    immagini in bianco e nero scorrono.
    Volti antichi senza effetti speciali passano.
    A tratti una torcia trafigge gli occhi
    Il volto di Anna Magnani è maschera d’angoscia.
    che colpisce la bocca dello stomaco.

    L’immobilità delle persone sedute
    ti fa sentire intrappolata
    in un quadro di Magritte.
    -Preferisco Dalì!- Vorresti gridare.
    Vorresti muoverti- vorresti uscire.
    Con gambe di piombo
    rimani in un’immobilità senza confini.

    Sospesa.
    Lo spazio- il tempo- la vita
    si annullano fino a scomparire.
    Resti incorniciata.
    Appesa alla parete
    di una stanza senza finestre.

    (Serenella Menichetti, da La scialuppa di Pegaso in FB)

  13. londadeltempo

    La poesia è forte, con quel finale che, anche se anticipato dal titolo (e forse sarebbe meglio non anticiparlo sarebbe più sorprendente il finale), è davvero un’idea nuova e molto originale. Io però preferirei restare incorniciata in un quadro di Magritte, magari dentro uno dei suoi cieli con le nuvolette e le terre o pietre sospese su un cielo d’intenso azzurro, piuttosto che in un quadro di Dalì.
    Comunque complimenti davvero!
    Mariella Colonna

  14. antonio sagredo

    meglio in un affresco pompeiano….

  15. Caro Giorgio, anche io penso questo:che la NOE incominci a dare frutti, i frutti di un insegnamento discreto (socratico) in cui non si danno regole a cui ubbidire, ma buoni esempi da meditare.

  16. Cara Anna Ventura,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/29/la-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-anna-ventura-raymond-carver-michal-ajvaz-petr-kral-con-commenti-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23491
    ovviamente tra di noi non c’è nessuna regola, la nostra non è una piattaforma normativa quanto una piattaforma di riflessione sulle poetiche del novecento così come si sono costituite in Italia, e riflettendo abbiamo scoperto che la poesia italiana di questi ultimi cinquanta anni si è infilata in un tortuoso tunnel minoritario. In Italia si è scritta una poesia minoritaria con alcune sparute eccezioni, la tua per esempio, quella di Ripellino, di Helle Busacca, di Maria Rosaria Madonna, Roberto Bertoldo… Non è affatto un caso che poeti disparati che non si conoscevano neanche l’un l’altro (Mario Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi, Letizia leone, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Giuseppe Talia, Antonio Sagredo, Edith Dzieduszycka, Stefanie Golisch, Mariella Colonna, Alfonso Cataldi, Vincenzo Petronelli e altri) abbiano intrapreso, in proprio, una strada in risalita dalle poetiche epigoniche del tardo novecento verso una poesia di tipo nuovo e diverso. Del resto in Europa questa poesia esisteva già da decenni, solo che in Italia si è conituato a fare (salvo sparutissime eccezioni) poesia epigonica e minoritaria. ecco, per esempio, una poetessa bulgara, Ekaterina Josifova, che da decenni scrive una poesia che potremmo ascrivere, todo modo, alla nuova ontologia estetica.

    Scrivevo qualche tempo fa sulla Josifova:

    “La Josifova dice il silenzio che sottintende il linguaggio, riempie il simbolismo vuoto che marca il tempo morto del testo, il linguaggio, è la rottura stessa della totalità. Ciò che la lettera dice è nell’involgersi su di sé del linguaggio, che è nel vuoto che il linguaggio ottiene la possibilità di essere significante.
    L’«evento» nella scrittura della poetessa bulgara è uno spazio bianco dove qualcosa potrebbe biforcarsi in più direzioni, o non avvenire affatto, dove tutto è sospeso nell’aleatorio. Direi che la scrittura è uno spazio di morte che ci informa su quel pianeta lontano e sconosciuto dove abbiamo ben saldi i piedi. Fare poesia con il metro libero è simile a camminare su una corda a 100 metri dal pavimento. La Josifova ci riesce con una naturalezza sorprendente, cammina sul filo senza ricorrere ad appoggi (a zeppe, ai facili tropi), sta qui la classe di una poesia, che sa camminare con le proprie gambe senza avere la supponenza di voler pronunciare parole o sentenze definitive, senza voler apparire gnomica o aforismatica, dice cose assolutamente normali, con una voce assolutamente normale, non alza mai il tono, non carica mai il lessico, non alza mai la voce. È la poesia di un eccellente poeta, inoltre, non è poesia né maschile né femminile (come va di moda presso il sottobosco italiano), non pretende di disvelare verità sbalorditive o transmentali. Sì, è vero, non usa la metafora perché la Josifova preferisce la fedeltà alla parola referente, è una scelta di posizione, una opzione estetica. E poi lo straordinario coraggio di pronunciare una vocale e andare subito dopo a capo. A me sembra di una audacia straordinaria, quanti poeti possono permettersi una simile disinvoltura? ”

    Tre poesie di Ekaterina Josifova
    traduzione a cura di Alessandra Bertuccelli

    Mi metto in una posizione comoda

    Sul divano, il cuscino, la coperta morbida,
    i libri.
    Anche l’illuminazione è buona.
    Non viene nessuno,
    ma non perdo la speranza
    che entri e che dica
    in tono di rimprovero:
    e anche questo governo è caduto
    e tu leggi Lao Tsu.
    Al che rispondo:
    esattamente.

    Doni

    Hai una scure e un’isola.
    L’isola ha un albero.
    Proprio quanto basta per scavare una piroga.
    Sali nella barca.
    Ti stacchi dalla riva puntandovi il ramo più dritto dell’ex albero.
    La corrente giusta afferra la barca.
    La ferma sulla costa del continente.
    Ti metti a vivere lì. No, non sulla riva, in città.
    La barca è marcita da tempo.
    Non sai il nome – non lo chiedi -di quell’isola.
    Né di quell’albero.

    Coercizione

    Ti chiede lei, nel caso ideale, in una cella singola
    con uno strumento, ad esempio un violino
    e ti dice: esci di qui quando saprai suonare.
    O in una cella con un cinese:
    uscirai quando inizierai a parlare il cinese.
    Non hai mai voluto che scrivessi una poesia.
    Ma è utile:
    posso aggiustare il fornello.
    Posso smontare la serratura.

  17. E’ giusto, caro Giorgio, che tu ci proponga la poesia delle Josifova come coerente allo spirito della NOE:la forte attenzione alla realtà,ma anche la percezione di qualcosa che sta “oltre”; non nell’Empireo, ma già qui, sulla terra:: tra i nostri oggetti, i nostri palpiti del cuore,le parole che ci permettono di esprimere le nostre illusioni e le nostre intrepide speranze; la nostra innocenza.

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