La nuova ontologia estetica, Miscellanea di poesie e riflessioni di Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Gabriella Cinti, Alfredo de Palchi, Alfonso Cataldi

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Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017

L’Es e l’inconscio non obbediscono alla struttura lineare del tempo della nostra vita quotidiana: «passato-presente-futuro», essi si esprimono in un super linguaggio isomorfico che congloba tutte e tre le dimensioni temporali della vita quotidiana in una super dimensione: quella del presente complesso. Ed è nella dimensione del presente complesso che si muove la poesia di Donatella Costantina Giancaspero e, in genere, quella della «nuova ontologia estetica». Ma per far questo, per rappresentare questo presente complesso la forma-poesia deve assumere una nuova modalità di esistenza che contempla, simultaneamente, presente, passato e futuro in una sola dimensione che è il super presente. È da questa necessità che nascono le importanti differenze formali e strutturali della «nuova ontologia estetica» e le sue differenze grammaticali e sintattiche. I poeti della «nuova ontologia estetica» pensano il presente complesso o super presente e a tal scopo adattano le categorie grammaticali e sintattiche del linguaggio per rappresentare qualcosa che con le tradizionali categorie grammaticali e sintattiche non può essere rappresentato.

Scrive Carlo Rovelli:

«La grammatica di molte lingue moderne declina i verbi in “presente”, “passato” e “futuro”. Non è adatta per parlare della struttura temporale reale del mondo, che è più complessa. La grammatica si è formata dalla nostra esperienza limitata, prima che ci accorgessimo della sua imprecisione nel cogliere la ricca struttura dle mondo.
Quello che ci confonde, quando cerchiamo di mettere ordine nella scoperta che non esiste un presente oggettivo universale, è solo il fatto che la nostra grammatica è organizzata intorno a una distinzione assoluta “passato-presente-futuro”, che invece è adatta soltanto parzialmente, qui vicino a noi. La struttura della realtà non è quella che questa grammatica presuppone. Diciamo che un evento “è”, oppure “è stato”, oppure “sarà”. Non abbiamo una grammatica adatta per dire che un evento “è stato” rispetto a me, ma “è” rispetto a te.
Non dobbiamo lasciarci confondere da una grammatica inadeguata».1]

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 pp. 98-99

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Francesca Dono

19 agosto 2017

elogio fuori collana

dietro c’è uno stormo di uccelli e
più sotto una sottile striscia rossa.
Anche gli elefanti filtrano
dove le scatole occupano un foglio A4.
Tu immergi ad uno ad uno certi scafi impermeabili.
Scrupolose ombre.
Lo scontrino al centro della tovaglia.
Metto in fila i miei vecchi indigeni.
Uno ha il simbolo dell’erbio forgiato sul torso.
L’altro e’ un guardabuoi sotto una pianta velenosa.
Serenamente tutti si uccidono.

Lucio Mayoor Tosi

19 agosto 2017

Continuiamo il gioco delle poesie estive:

Eros

Eros si lascia carezzare. Nel viale alberato anche tra i sassi.
Una romantica passeggiata. Nuvolosa in fondo, tra le gambe
musica attutita da ricami: uliveti, seta notturna. Estate.

Poi si rifà lo stesso percorso ma al contrario. Ora ci sono altre
donne. Alate, sfuggenti. In fila indiana escono dalle porte degli
alberi. Ci vedono appena. Siamo stati disegnati in un punto

per fare da contraltare alla luna. Luna anche qui, in terra ferma.
– Benvenute!

Ragazzi di colore giocano a pallacanestro. Alcuni si muovono
come ballando, timidi e strafottenti. Quando passano le ninfe
smettono di giocare, ridono e guardano la luna.

Il fine ultimo dell’uomo è quello di poter assecondare l’impulso
che attraversa lo sguardo. Ho visto le ninfe passare
un istante fa. Quando volterò lo sguardo cesseranno di esistere.

Il principale assolto corse dalla sua amante; la quale,
mentre si mordeva le unghie, si ritrovò con una mano sul sedere.
Ti andrebbero un po’ di volgarità? Una carezza controverso
sul collo del cigno. Ho voglia di stringerti.
Fluttuazioni lunari.

L’anima del parcheggio è gonfia di vento.

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Gif Mark Geoffrey Kirshner

Lucio Mayoor Tosi

22 agosto 2017 alle 19.43

In qualche modo, l’aver letto queste poesie di Wallace Stevens ha condizionato nella forma il mio tentativo di stamane. Ma ci sta che sul finire di agosto si scriva con un diverso ritmo interiore, calmo, quasi rassegnato, sui bordi della metrica.

Lucio Mayoor Tosi

Apocalisse.

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano
i volti.

Sillabazione mattiniera, nella compostezza
un po’ come aggiustarsi le vesti nell’ordinario
di una ramaglia sul bordo della statale. In confine.
Passeggiare lungo le strisce bianche per Vercelli
o Alessandria.

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.
Tanto vicino che la sua mancanza d’aria si è fatta sentire.
Un lampo simile allo spegnimento, al giornale chiuso
sull’ultima pagina. – Non conosco i nomi delle stelle.

Francesca dice “Buongiorno poeta”, qui è presto-tardi.
Sulle guance piccolissime gocce di sangue. Lamenti.
Un vento contrario scalfisce le strade per canali
nuovi corsi d’acqua. I Dominanti s’aggiustano
su poltrone riservate. Sulla scacchiera tante ruspe.

Da sobrio non saprei come cavare un grammo di lattice
stellare dal brefotrofio Divino. Forse una mangusta
amica, due paesani in gabbia. Non un chicco di grano.
Così s’accende il passato: una sterminata pietraia.
L’orizzonte in alto, sul finire delle stelle al tramonto.
Come bere un bicchiere d’acqua, frizzante e salata.
In piedi

sulle Birkenstock.

Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017

LA LEGGE DELL’ENTROPIA DELLA FORMA-POESIA DI LUCIO MAYOOR TOSI

Lucio Mayoor Tosi in questa poesia prende atto dell’inquietudine dell’universo, dello sgretolamento progressivo dell’universo come impulso vitale di esso stesso universo; questa moltiplicazione all’infinito della trasformazione della materia dell’universo porta con sé anche la trasformazione della forma-poesia, dell’entropia della forma-poesia che la disgrega dal suo interno e che, disgregandola, produce nuove forme, nuove modalità di esistenza della forma-poesia. Quello di Lucio Mayoor Tosi è lo sguardo stupefatto e meraviglioso di un bambino che osserva il mutare delle cose. E si chiede con una ingenuità disarmante:

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?

Una domanda senza senso, direi, in quanto domanda piena di senso, essa domanda ha finito col perdere alcun senso, nel senso che non è ragionevole e, come tutte le domande dei bambini non procede con il principio di non contraddizione perché tutte le cose si contraddicono e precipitano nell’imbuto della trasformazione dell’energia e dell’entropia.
Ad esempio, che significa questo verso?

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.

Io credo che il suo significato vada oltre il significato grammaticale, direi che è un significato di un universo post-simbolico, Lucio Mayoor ha perduto definitivamente i «simboli», non li riconosce più, epperò non può non procedere che per simbolizzazioni, perché la corteccia cerebrale dell’homo sapiens non può che produrre a getto continuo simbolizzazioni… la simbolizzazione è una funzione del cervello umano. Lucio Mayoor Tosi procede per simbolizzazioni progressive in accordo con la seconda legge della termodinamica che ha individuato nell’entropia la legge fondamentale di organizzazione e trasformazione dell’universo. La sua poesia obbedisce a questa legge dell’entropia, adatta la forma-poesia alle nuove organizzazioni entropiche che vanno da stati di bassa entropia a stati ad alta entropia.

Carlo Rovelli scrive: «L’intera storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia. Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di bassa entropia… fino a che qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a crescere».1]

Francesca dice “Buongiorno poeta”.

Chi è Francesca? Non lo sappiamo e il poeta non si perita a dircelo. Chi sia Francesca è senza alcuna importanza, può essere nessuno o qualcuno, la cosa non cambierebbe ai fini della poesia. La poesia non si preoccupa di «illustrare», di «rappresentare», di fornire una «spiegazione», non si occupa né di significanti né di significati (come la poesia dello sperimentalismo), non si preoccupa di «simboli», ma semmai di surrogati, di emblemi, di icone vuote… siamo ormai in un universo post-simbolico, e chi non l’ha capito continua a scrivere come se ci fosse davanti a noi un universo di simboli simbolici. Il neo-realismo dei lirici e degli anti lirici della stragrande poesia che si fa oggi in Italia e in Occidente, la poesia da toponomastica, è semplicemente fuori tempo, non ci parla di noi…

1] C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 140

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Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017 alle 10.18

copio e incollo la poesia scritta da un giovane autore, Alfonso Cataldi, ispirato dalla filosofia della composizione della nuova ontologia estetica. Mi sembra un esperimento molto interessante che Cataldi ha fatto con i suoi mattoni, le sue parole e la sua sensibilità; ci sono «lesioni, frammenti, anticorpi distratti», vi si trovano nomi-icone (Maddalena, Donatello, Ivan Ilicič, Gerasim), simboli de-simbolizzati, lessemi denaturati di senso, c’è una «geometria vuota» che pervade ogni cosa, si avverte uno smarrimento del tutto anti elegiaco, direi oggettivo.

Varcata la soglia: l’idea

risale da ogni metro quadro
un manicomio circoscritto
a sudori acidi vertiginosi.
Di qua si esce frontespizi inzaccherati
traghettando le cogitazioni riflesse
sul corpo: lesioni, frammenti
anticorpi distratti da coppe gelato.
La pigrizia prevale sui gesti commissionati
restano pilastri da inventare. In una geometria vuota.

Le gambe penzoloni e smagrite di Ivan Il’ič
raccolte dalle spalle di Gerasim
non reggono il peso di risposte mancanti.
Le gambe nodose e smagrite di Maria Maddalena
radicate a terra da Donatello, attendono il cielo.

Le fondamenta raccolgono l’eternità del vizio
praline allineate sulla lama dei bagordi

fronte mare
l’antidoto.

Giorgio Linguaglossa

21 agosto 2017

È noto che con la dizione «cambiamento di paradigma» si intende un cambiamento rivoluzionario di visione del mondo. L’espressione è stata coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Anche nella storia della letteratura, i nuovi paradigmi non piovono semplicemente dal cielo. Il nuovo che voglia imporsi deve distaccarsi necessariamente dal vecchio «paradigma» per legittimarsi di fronte alla tradizione, così che, mediante un nuovo modo di vedere l’oggetto, noi accediamo anche ad una nuova visione del mondo. I più importanti mutamenti di paradigma nella storia della poesia italiana avvengono a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta; in questa accezione Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi è un libro chiave e in anticipo sui tempi, tanto che l’opera non venne recepita dai contemporanei in Italia. Il titolo che Alfredo de Palchi nel 2006 darà alla edizione italiana di tutte le sue poesie (tranne Foemina tellus) è Paradigma; la versione in inglese che comprende anche Foemina tellus sarà Paradigm (2013), ad indicare e rimarcare quella idea di unicità e di esemplarità della sua poesia rispetto alla poesia italiana del secondo Novecento.

Nessuna certezza
dalla spiritualità arcaica del mare–
gesticolo le braccia al cielo che affonda
sbilanciato nei verdi avvallamenti
mutazione cosciente
vescica rovesciata metamorfosi
per un abisso d’alghe e pesci,
non mi differenzio-sono
l’escrescenza che si lavora in questa
epoca
e dovunque bocche di pesci
aguzze su altri pesci
il mare un vasto cratere
e fissi al remoto I pesci graffiti
non guizzano dove sradicato
il gabbiano è l’unica dimensione
conscia
dell’inarrivabile bagliore.

scritta nei primi anni del 1960, da Sessioni con l’analista (1948 – 1966), 1967

Gino Rago

19 agosto 2017

Contro il no che mugghia dentro

La bella pittura postcubista.
Il nobile medium dell’olio.
No. Ma nuove immagini da materiali nuovi.
Materiali eterocliti. Materiali poveri.
Il poeta del nuovo paradigma
Lascia in eredità lamiere malamente saldate,
legni combusti, cenci.
I segni d’amore o d’affinità per epoche remote.
I materiali effimeri. I materiali rozzi.
Le altre parole.
(…)

Le parole che negano
Sensazioni e idee della durata eterna.
I cenci e gli stracci. Le velature.
Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.
Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.

Milton urla dal Paradiso Perduto: «È l’Inferno.

Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

 

Oggi le condizioni per proporre un «nuovo paradigma» per la poesia italiana si sono ricostituite. Accade che un «nuovo paradigma» interviene quando gli artisti creativi si trovano davanti una tradizione «muta», un vuoto di tradizione, allora, come d’incanto, risorgono all’improvviso quelle forze interne, quelle tendenze che spingono verso il «nuovo» di cui la poesia postata da Gino Rago è un esempio calzante:

Nuove immagini da materiali nuovi.
Materiali eterocliti. Materiali poveri.
Il poeta del nuovo paradigma
Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
Legni combusti. Cenci.

La «nuova ontologia estetica» è questo: il risultato di forze telluriche che oggettivamente erompono dalla pellicola statica della tradizione, una tradizione che non parla più, che non è in grado di parlare ai contemporanei, che ha perso il testimone nell’avvicendarsi delle generazioni. So che dicendo questo mi attirerò la repulsione e la riprovazione di moltissimi letterati e in particolare di coloro i quali ci stanno bene dentro questa situazione di stasi, ma si tratta di un fatto auto evidente che io devo soltanto mostrare. Una poesia come questa di Gino Rago, fatta di stracci e di cenci è la migliore prova di una tradizione esausta che la nuova ontologia estetica ha il dovere di rinnovare e ripercorrere.

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Gabriella Cinti

21 agosto 2017

Mattino d’origine

Savana d’aria,
l’alba di oggi esplosa
come nel Cambriano,
l’ossigeno degli dèi
per i trilobiti, coloni della vita,
i primi occhi del mondo,
e per me, bipede sognante.

Il tempo del mito mi cinge
ad anello, polverizzate
le gerarchie di memorie.

La cerimonia del respiro
simula il ritmo del volo a bordo
di nubi, per raggiungerti.

Nutro la parola di danze rosse,
corniole di suoni
per sillabare l’origine.

Alle sette del mattino,
il caolino del sogno
mi imbianca per rito.

Navigo la famiglia dei vivi
per intermittenze,
lampi d’acqua
per il trasmigrare sacro
all’inizio dell’universo.

Aspersa di primordi,
nuoto il tempo
tra totem liquidi
ed estasi di antichi oceani,
fruscianti dei primi sacri sussulti.

Trascendere a ritroso,
in Tuffo cosmogonico
nel cuore paleozoico dell’abisso,

a dirompere l’origine
nel prodigio supremo della forma.

Gabriella Cinti – Venezia – 2017

N.B.
Lo spirito di servizio a favore dei poeti e della poesia mi spinge senza remore
verso il desiderio di condividere con i lettori de L’Ombra delle Parole anche questi versi di Gabriella Cinti, giacenti silenziosamente nella mia e-mail.
Mi pare che in questa composizione Gabriella Cinti abbia ben chiare le idee di “forma” e di “evento” secondo Carlo Diano e che spinga i suoi versi nella direzione d’un nuovo paradigma assai prossimo alla NOE, specialmente se questi versi sono interpretati secondo lo spirito dello «Spazio Espressivo Integrale», spazio nel quale, invece, fluttuano in tutto il loro splendore i versi di Donatella Costantina Giancaspero, magnificamente criticati da Giorgio Linguaglossa, e quelli recenti di Chiara Catapano e di Francesca Dono, senza dimenticare la grande prova di “LORO” di Edith Dzieduszycka., né quella recentissima di Mary Colonna.

(Gino Rago)

 

 

28 commenti

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28 risposte a “La nuova ontologia estetica, Miscellanea di poesie e riflessioni di Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Gabriella Cinti, Alfredo de Palchi, Alfonso Cataldi

  1. Mario M. Gabriele
    Un inedito

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22957

    da http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-2/#comment-26

    Evelyn non svelò mai l’ultima carta,
    e chi le chiese della sua vita rispose:
    -everybody cries,
    (tutti piangono)
    -everybody hurts, sometimes-,
    (tutti soffrono qualche volta).
    Mancando il bersaglio per accecare la vita,
    la Signora Timberlaine credeva che standomi accanto,
    tornasse il sole. –Come Here!-,
    disse Miss.Swedenborg, la principessa dei sogni.
    -Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
    -Ho timore, Madame, che tutto questo non basti-.
    Settantasette volte sette fummo abbattuti dal vento.
    Oh come è lontana la giada di Dalia!
    L’eclissi copre New York,
    aggiunge nero al nero su Edmund Wilson
    chiuso nel suo sonno eterno.
    Carolina ha cambiato epitaffio
    da quando ha letto Spoon River.
    E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i woodoo
    Il dottor Caronte traghetta con il Targin le anime
    disabituate alla vita.
    Profumi esalano dai comignoli.
    Welcome agli anni che vengono e vanno
    in questa Long Island di ricordi:
    delicatissimo plumage nel sonno di primo rem,
    quando come su un volo charter resti a metà respiro
    e ti racchiudi nel sedile e bye bye,
    si scende nel profondo, si va in libero volo
    tra paure recidive e aritmie
    e giù, giù, lo starter è pronto per l’ultimo embarquement.
    Parigi dall’alto della torre Eiffel è vertigine e incanto.
    À la maison de madame Gachet c’è l’Art Nouveau
    con clocks, zodiac, calendar prints,
    un berretto della rivoluzione d’ottobre,
    vicino all’edizione di Fetes galantes di Pauvre Lilian
    pubblicata da Lemerre, e poi pintores y escultores,
    impressionist masterpieces
    e un pezzo di Muro della Berlino di Willy Brandt.
    Parigi è uno specchio del mondo:
    un lungo racconto da Boule de suif di Maupassant.
    Ma se passa di sera Margot,
    t’accorgi che è un profumo di fresca fontana
    dai boulevards a Saint –Martin-des Champs
    .

    *
    Un giorno mi farò coraggio e chiederò a Mario Gabriele come inizi di solito una sua poesia. Sono convinto che lui proceda a random, come usava fare Mallarmé. Del resto, Mallarmé – confidò Valéry a Scherer – usava iniziare alcune poesie gettando delle parole sulla carta, qua e là, come il pittore getta dei tocchi sulla tela. Mallarmé in sostanza isolava una serie di parole-chiave sulle quali apprestava una sovrapposizione di messaggi semantici tali da fondere insieme il grammaticale, il sintattico, il lato metafisico, e perfino l’aspetto tipografico che assumeva, a volte, un ruolo determinante.
    Nella poesia di Mario Gabriele le immagini sostituiscono le parole-chiave di Mallarmé, in quanto le immagini sono già delle «tavolozze» iconiche e semantiche già pronte all’uso e perché permettono una quasi infinita possibilità di giustapposizioni e di sovrapposizioni. Le immagini diventano così metafore, le quali garantiscono una semantica senza il bisogno di ricorrere ai giochi di rime e agli accoppiamenti fonosimbolici. In questo modo, la poesia diventa una serie continua di immagini-metafore dotate di intrinseca capacità semantica e fonologica, sono insomma dei significanti che consentono la «inserzione in una catena significante di un altro significante, per mezzo del quale quello ch’esso soppianta cade nel rango di significato, e come significante latente vi perpetua l’intervallo in cui un’altra catena significante può esservi innestata».1]

    In tal modo, nella poesia di Gabriele si manifestano e si intrecciano due piani semantici, uno latente ed uno evidente, che entrano in competizione reciproca. Si manifesta, insomma, una vera e propria sintassi delle immagini, o delle serie di immagini, in competizione tra di loro con un andamento ondulatorio che vede ora il prevalere di una serie di immagini, ora il prevalere di un’altra serie, generando nel lettore un effetto continuo di sorpresa e di straniamento, una sorta di perpetua mobilità semantica delle icone allo stadio zero della significazione in quanto la sovra determinazione che si innesta sulle continue sovrapposizioni iconiche genera sul lettore un effetto moltiplicato…

    Una poesia-tipo di Mario Gabriele, si presenta come una ininterrotta sequenza cinematografica di immagini che ingenerano nel lettore un sorprendente effetto labirinto, di sospensione e di interrogazione sul senso complessivo della poesia e del mondo. Sono le sfaccettature, i riflessi delle sfaccettature di quei polinomi iconici, i fuochi ellittici delle immagini che costituiscono il motore nevralgico della poesia di Gabriele che, condensata all’estremo, diventa un luogo di intersezione, giustapposizione e sovra determinazione di catene significanti, di fonemi, di sensi interrotti, di ritmi sincopati e deviati; vi si ritrova anche la dislocazione di metafora in metafora, altro procedimento tipico del linguaggio dell’inconscio, la sostituzione dei sostantivi ai verbi, lo spostamento del soggetto, la moltiplicazione dei soggetti, l’ellissi, passaggio dal fonologico al semantico, repentini cambi di marcia e di immagini etc. Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi.

    Linguaggio dei comics, tumblir, gif, pinterest, foto di scena di dive, spari di gangster, lacerti strappati e violentati della cultura alta e fotogrammi di fotoromanzi da telemarket, tutto commisto in una fantasmagoria del nulla e del vuoto della nostra civiltà…

    È qui in azione il linguaggio dell’inconscio, se prendiamo per vero che la composizione della psiche umana è un qualcosa di stratificato, la poesia di Gabriele è una sorta di sonda immersa tra questi piani del linguaggio del subconscio e dell’inconscio. I compromessi, le collisioni iconiche e i paradossi sono tutti giocati sugli effetti a sorpresa, le ellissi, le elisioni, le omissioni, tutte spie di una grammatica dell’inconscio: un vero e proprio inventario inesauribile. La poesia di Gabriele è arte del tempo, ma di un tempo senza direzione, il tempo dell’attualità, il tempo del presente esteso che agisce però in un modo differente dal tempo della poesia di Donatella Costantina Giancaspero, diversissime sono le procedure, ma entrambe si dirigono verso la cancellazione del verbo, l’azione verbale viene delegata ad un aggettivo con funzione verbale o ad un avverbio. Il participio svolge qui un ruolo importantissimo perché insieme al presente viene come spogliato del passato e ricondotto ad una modalità del presente…

    «La funzione poetica proietta il principio d’equivalenza dall’asse della selezione sull’asse della combinazione», dirà Jakobson.2] La poesia diventa diplopia di identità, reiterazioni, contrasti, riflessi iconici, entanglement, si sposterà dall’asse della metaforizzazione a quello della metonimia, tutti indizi retorici di un procedimento che sostituisce il tempo lineare unidirezionale della poesia italiana con un tempo che abita l’estensione del presente esteso, la durata dell’effimero, il tempo dell’attualità pura, il tempo dell’inconscio. Sarà la Persona dell’inconscio che «parla», non più un soggetto governatore e ordinatore del tempo. Gabriele tratta il significante come tratta il sogno o il motto di spirito o le sue metafore, come zattere che consentono lo scorrimento delle icone a velocità supersonica: il messaggio non figura, non si trova in nessuna «icona» ma in tutte quante messe assieme, suggerisce che non c’è messaggio, in primo luogo perché il messaggio si assottiglia e scompare lungo la via di fuga della catena significante, e poi perché la questione del messaggio è stata derubricata dal pensiero critico del novecento a semantema sospeso nel vuoto tra un significante e l’altro, quel vuoto occupato dal soggetto.

    Il poeta con quel suo gioco alle tessere del mosaico in perenne costruzione, ci riconduce a quel luogo mitico, fuori della storia, dove nacque il linguaggio, in cui gli elementi significanti dis-connessi, diventano suscettibili di interventi modificatori seguendo la legge di condensazione e di dislocazione che abita nel preconscio…

    1] J. Lacan Scritti, I Einaudi, 1974 p. 431
    R. Jakobson, Saggio di linguistica generale trad. it. Einaudi, p.220

    • Caro Giorgio,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22968
      il vuoto poetico si placa solo recuperando i frammenti linguistici e fonosillabici, con tutti i “vari deragliamenti di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi”, che si aggregano e si annullano, come giustamente fai notare tu.Non è compito facile: è l’estrema risorsa per ridare alla parola un momento di riflessione e di ricostruzione, anche se alla fine la poesia è un’arte verbale in continuo movimento. Proprio oggi, con la pubblicazione della poesia dall’incipit Evelyn, apparsa qui su l’Ombra e su Altervista, assieme alla tua nota e al mio riscontro, ho voluto inserire alcuni testi di poesia civile, che sembrano spariti dai negozi linguistici, troppo affollati di iperplasia fonocellulare. Questo perché non si può dimenticare il passato nei suoi eventi storici, tanto da far dire a Claudio Magris e a Barbara Spinelli che il Novecento è stato il secolo ”ammalato di amnesia” e, che ha portato nel campo della poesia allo svilimento dei valori e alla parcellizzazione dei linguaggi, a uso e consumo dell’IO. Ci sono tanti motivi nazionali ed extranazionali che stanno veramente rivoluzionando il mondo e che possono essere presi ad esempio, senza fare retorica, anche con un linguaggio nuovo.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22966
    Evelyn: qui siamo alla maestria. Si riconoscono le campate dei versi, nati antichi ma come vintage. E la critica: abbiamo un bel dire che servirebbero altri criteri, ma intanto una cosa sappiamo: che la critica NOE può nascere solo all’interno della NOE. Può sembrare un estremismo, eppure com’è che ci capiamo anche nelle cose più complesse, nelle ricerche più azzardate, scientifiche e filosofiche? E’ una malia, un assoggettamento? No, basta notare l’ingresso di una poesia di Mario Gabriele; e sembra di essere in un bar, altro che in un salotto letterario! Un caffè? e la giornata scorre nel lungo inizio.

  3. londadeltempo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22970
    Mario Gabriele: una vera rivoluzione espressiva compiuta con “passo felpato”, con andamenti eleganti da felino del linguaggio, sempre con l’abituale classe dello stile mitteleuropeo con sfumature di american style!
    Grande Mario Gabriele , hai ispirato un pezzo di critica a Giorgio altrettanto grande!!! Siete fantasmagorici, cari maestri di NOE, MERAVIGLIOSAMENTE DENTRO LE VOSTRE IDEE! Non posso non riscrivere la poesia di Mario, commentandola, mi ha emozionato perché, nella sua eleganza equilibrata e incandescente, da parola a parola, riesce a velare le emozioni attingendo a quella che chiamerei “la vera classe nel fare poesia”, creando con le parole una sorta di imprevedibile fiore cosmico: (e la stessa cosa penso del commento critico di Giorgio a Mario Gabriele, poi ne parlerò).
    Quindi:

    “Evelyn non svelò mai l’ultima carta,
    e chi le chiese della sua vita rispose:
    -everybody cries,
    (tutti piangono)
    -everybody hurts, sometimes-,
    (tutti soffrono qualche volta).
    Mancando il bersaglio per accecare la vita,
    la Signora Tiimberlaine credeva che standomi accanto,
    tornasse il sole. –Come Here!-,
    disse Miss.Swedenborg, la principessa dei sogni.
    -Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
    -Ho timore, Madame, che tutto questo non basti-.
    Settantasette volte sette fummo abbattuti dal vento.”

    ECCO due splendidi ritratti di signore e uno visto sullo sfondo: Evelyn pallida, vestita in grigio pallido, che non rivela indirettamente il proprio doloroso sentire (il poeta prova tenera ironia), ma teneramente vuol essere compatita e lo è, ironicamente; Miss Swedenborg (come si sente la cultura vasta e ben assimilata nella scelta dei nomi!) “principessa dei sogni” (come fai, Mario, a realizzare questi perfetti MIX di tenerezza e ironia?. ..la principessa dei sogni traccia rapida il ritratto sullo sfondo: quello della signora Timberlaine, che sente, nella solare Miss Swedenborg, un’energia vitale capace di riscaldarla, di farla rinvenire da uno stato di tedio e di malinconia, ma lei, la principessa, pensa alle notti di luna (e continua a sognare).
    Purtroppo un impeccabile freddo cavaliere la risveglia alla realtà: il vento abbatte i sogni con una percentuale di probabilità alta, la cui misura è tratta dal linguaggio del Vangelo.
    Poi si legge di tutto, con una progressione “meteorica” e post-emblematica che va dall’ “eclissi sopra New York” a “Parigi specchio del mondo…con il profumo serale di fresca fontana quando passa di sera Margot. C’è Carolina che cambia epitaffio da quando a letto l’Antologia di Spoon River, Caronte che traghetta le anime “disabituate alla vita”, il poeta dà il benvenuto agli anni che vengonoevanno come in un volo charter quando restiametàrespiroeti racchiudintestesso e byebyesiscendenelprofondo. Il volo pindarico (ehi…è Mario Gabriele!) passa dal volo charter alla Torre Eiffel, da dove Perigi è vertigineincanto. Rileggete: una vera meraviglia di sequenzesensazionievocazionieventipercezioni!

    “Oh come è lontana la giada di Dalia!
    L’eclissi copre New York,
    aggiunge nero al nero su Edmund Wilson
    chiuso nel suo sonno eterno.
    Carolina ha cambiato epitaffio
    da quando ha letto Spoon River.
    E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i woodoo
    Il dottor Caronte traghetta con il Targin le anime
    disabituate alla vita.
    Profumi esalano dai comignoli.
    Welcome agli anni che vengono e vanno
    in questa Long Island di ricordi:
    delicatissimo plumage nel sonno di primo rem,
    quando come su un volo charter resti a metà respiro
    e ti racchiudi nel sedile e bye bye,
    si scende nel profondo, si va in libero volo
    tra paure recidive e aritmie
    e giù, giù, lo starter è pronto per l’ultimo embarquement.
    Parigi dall’alto della torre Eiffel è vertigine e incanto.
    À la maison de madame Gachet c’è l’Art Nouveau
    con clocks, zodiac, calendar prints,
    un berretto della rivoluzione d’ottobre,
    vicino all’edizione di Fetes galantes di Pauvre Lilian
    pubblicata da Lemerre, e poi pintores y escultores,
    impressionist masterpieces
    e un pezzo di Muro della Berlino di Willy Brandt.
    Parigi è uno specchio del mondo:
    un lungo racconto da Boule de suif di Maupassant.
    Ma se passa di sera Margot,
    t’accorgi che è un profumo di fresca fontana
    dai boulevards a Saint –Martin-des Champs.”

    E adesso una parola sul commento di Giorgio Linguaglossa, vero capolavoro d’interpretazione creativa di un testo altrettanto sorprendente. Non posso aggiungere una parola in più a quanto ha detto Giorgio L., forse avrei fatto meglio a tacere, ma l’entusiasmo è stato travolgente. Risentiamolo:
    “Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi.

    Linguaggio dei comics, tumblir, gif, pinterest, foto di scena di dive, spari di gangster, lacerti strappati e violentati della cultura alta e fotogrammi di fotoromanzi da telemarket, tutto commisto in una fantasmagoria del nulla e del vuoto della nostra civiltà…” Tanto di cappello.

    Anche gli altri poeti che oggi hanno pubblicato: il postmoderno e originalissimo Gino Rago:
    !e parole che negano
    “…Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci e gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
    I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.
    Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
    Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.”

    E in Lucio Mayoor Tosi
    “l’inquietudine dell’universo-leggedell’entropia” come dice Linguaglossa?:
    nell’ “Apocalisse” di Lucio Mayoor Tosi?:
    Apocalisse.

    Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
    Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
    Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
    le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
    tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
    su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
    quando passa l’onda sui frammenti. E mancano i volti.

    Il tempo precipita nelle cave su Andromeda: poesia del futuro.
    “Segnali di luce, mattini come perle
    quando passa l’onda sui frammenti”: poesia dell’anima, di sempre.
    Complimenti, Lucio!

    Molto intensa e nuova anche “Mattino d’origine” di Gabriella Cinti!!!!

    Un abbraccio a tutti,
    Mariella Colonna

    • Carissima Mariella,
      conoscevo il tuo carotaggio critico sul mio testo “La casa degli anni Quaranta”, dove hai esposto, rigo dopo rigo,il percorso poetico. Ora con la mia Evelyn hai raggiunto l’Everest, come lo sherpa Giorgio Linguaglossa che conosce vette vicine all’ecosfera. Mi piace il termine che usi, ossia l’American Style, corpo e anima dei miei testi, dove la onomastica, già citata da Letizia Leone, recensendo “L’erba di Stonehenge”, e la toponomastica, sono riferibili ad un trapianto linguistico di tipo anglosassone, con la semiologia della ritrattistica di altre culture negli ambiti extraletterari: scultura, pittura, cinema e tante altre scheggiature del nostro tempo.Tu sai scardinare dalla metafora le figure femminili dando il giusto transfert, e lo fai con l’acquisizione di estrazioni psichiche tipo Freud e Jung. Ma ciò che mi sorprende è la costanza nello scavare a fondo la traccia occulta di ogni poeta.Noto con piacere che anche tu hai un tempo anglosassone e uno legato alle tue esperienze esistenziali. E questo è già un dono,una proiezione del divenire poetico, che certamente avrà un ruolo nella NOE. Con l’occasione, ringrazio anche Lucio, sempre sulle corde critiche di ampio sound.

    • londadeltempo

      Ho dimenticato di citare queste parole dal commento di Giorgio Linguaglossa
      “…In tal modo, nella poesia di Gabriele si manifestano e si intrecciano due piani semantici, uno latente ed uno evidente, che entrano in competizione reciproca. Si manifesta, insomma, una vera e propria sintassi delle immagini, o delle serie di immagini, in competizione tra di loro con un andamento ondulatorio che vede ora il prevalere di una serie di immagini, ora il prevalere di un’altra serie…”
      I due piani semantici “uno latente ed uno evidente” racchiudono il segreto di ogni poesia che sia poesia: è dal gioco dei due piani che si sviluppano metafore, allegorie, analogie, contraddizioni segniche, effetti-specchio, costellazioni di significati: ed è l’ambiguità della parola a permettere questo magico gioco che afferra frammenti e schegge di realtà ancora sconosciuta e ci avvince nella ricerca e scoperta degli universi della parola.. Grazie Giorgio!
      Mariella

    • cara Mariella,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23002
      mi fa piacere che tu apprezzi le mie interpretazioni, ma è che io seguo il momento, la scintilla del momento della lettura… Nella poesia di Mario Gabriele lui non si limita a operare con il livello fonologico (come fanno tutti i poeti nella loro totalità, tranne i poeti della NOE): omofonie, allitterazioni, assonanze, paronomasie, richiami fonetici… questo lo hanno già fatto i poeti del novecento, quello che fa della poesia di Mario Gabriele un unicum nel panorama della poesia italiana è che lui introduce le equivalenze tramite l’impiego di metafore, catene sinonimiche, identificazioni, parallelismi ma lo fa con una inventiva senza eguali e un giudizio semantico irripetibile…

  4. londadeltempo

    E adesso tocca a me:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22972
    Luce bambina sulle colonne del tempio
    e cielo azzurro come gli occhi di Dio.
    Questa è la patria del poeta.
    Mille cavalli neri nel deserto d’ambra.
    E un cavallo bianco per me,
    voglio tornare all’infanzia.
    Questa è la patria del poeta!
    Einstein passeggia sopra una nuvola rosa
    il mio cuore galoppa insieme ai cavalli
    ma invece del deserto ora c’è il mare.
    Il cavallo bianco esce dalla finestra:
    (sullo sfondo c’è il mare)
    Evelyn, personaggio di Mario Gabriele
    adesso entra nella mia poesia
    “perché” dice “non è opportuno
    che una signorina resti sola nella poesia di un uomo…
    sì, sola, io a tu per tu con il cuore di un poeta!
    Miss Swedenborg e “la principessa dei sogni” mi hanno lasciato
    sola, sono andate…ad un concerto di Vasco Rossi!”
    poi si rivolge a me: “Mario ci ha presentate
    nella sua ultima creazione poetica, ricorda?”
    “Sì, certo! E’ un vero piacere, Evelyn, io sono Mary”
    “Grazie…però senti…preferivo entrare
    in quella poesia di Giorgio Linguaglossa
    dalla finestra aperta…quella poesia
    Mi piace di più della tua…e poi
    questa volta voglio essere io il corvo!”
    “Ma sì, vai…sei libera!” “Allora vado”
    Evelyn tace, volta le spalle, apre le ali nere,
    esce dalla finestra. “Sono contenta che Evelyn sia volata via”
    dice una sopravvenuta bella donna
    vestita cn una tunica bianca. Prendo io il suo posto”
    “Ma prego, entra pure, entrate tutti: questa è casa vostra!”
    “Hai ragione, questa è casa mia!”
    Ma tu chi sei?” le chiedo. Non risponde.
    Denuda i turgidi seni. “Nutriti qui”
    Si avvicina, mi attacco ad un capezzolo.
    “Ambrosia è il tuo nutrimento, Poesia!”

    Sotto un candido arco, leggera, passa una nave bianca.

    Questa è l’Arca della NOE, la patria dei poeti!

    gridano Gino Rago e Lucio Mayoor Tosi.

    Sulla nave c’è tutto quello che resta del passato:
    reperti archeologici, rovine di Roma antica, Aristotele
    “I promessi sposi” e la scatoletta di Manzoni
    gli stracci e i pneumatici usati.

    Questa, oggi, è la Patria deI poeta,
    in versi liberi! E io sono tornata bambina.
    (sullo sfondo c’è il mare)

    Mariella Colonna

    • londadeltempo

      chissà se qualcuno dirà qualcosa su questa NOEpoesia…ci sono cosette da correggere…ma non fateci caso. i poeti quando scrivono inseguono l’immaginazione e non hanno occhi per la perfezione ortografica: eppure è così bella una pagina pulita, senza errori…M.

      • E’ una poesia piena di omaggi e fantasia, cara Mariella. E’ vero che la poesia NOE assembla immagini nell’inedito tentativo di costruire senso, o di ulteriormente disintegrarlo a seconda dei casi – se prevale la gioia del procedimento – ma resta poesia, quindi la maniera dovrebbe mantenersi in subordine. E tuttavia arriva questa tua gioia di ritrovata infanzia, e riesci a trasmetterla. Alla fine riesci a farmi piacere quel “Il cavallo bianco (che) esce dalla finestra” – per me un po’ troppo favolistico, preferisco porre l’àncora sulle “cose” – ma dipende da quel mare che hai messo tra parentesi… infatti sul finire lo riprendi. Il mare è una cosa. Sulle cose non può esserci discussione.

        • londadeltempo

          Caro Lucio,
          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23009
          la mia poesia non è “piena di omaggi”, ma è dentro il crogiolo dei poeti della NOE e alcune poesie dei Maestri mi colpiscono così a fondo che finiscono per entrare nelle mie. D’altra parte lo fai anche tu: quando hai scritto un tuo verso a completamento di due versi di Giorgio sottolineando l’unità espressiva dell’insieme io ho apprezzato questo “evento” perché ho sentito tra voi la presenza di un forte scambio “interpoetico”, una sinergia creativa che dimostra l’effettiva unità e partecipazione che c’è tra noi (e soprattutto tra alcuni di noi). E’ bene e umano che sia così : quello che non è giusto è interpretare superficialmente le poesie e i commenti, magari in basi a precedenti convinzioni radicate in noi. Tu sai che io sono un’entusiasta e che apprezzo tutto il bello e il buono che c’è nei miei amici poeti: non pensare cose assurde che offendono (sai bene che i fuorusciti cantano questa canzoncina da tempo…e non solo per me!). Così sia chiaro una volta per tutte: per me il valore ASSOLUTO qui è LA POESIA, non la fama e il successo o adulare gli amici poeti per ottenerli. fama e successo sono cose passeggere…quello che resta è la convinzione di aver scritto qualcosa di valido, in cui mi riconosco. Perciò apprezzo i tuoi commenti, ma non mi lanciare frecciatine su questo tema perché sono totalmente fuori luogo e coinvolgerebbero tutti quelli che parlano bene di qualche amico poeta o sua poesia: chi non l’ha fatto tra noi e che male c’è? Vabbè, non parliamone più. A presto e bravo per la tua poesia lanciata nel futuro e ..stretta al presente. Mariella

    • Cara Mariella,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23014
      leggevo questi tuoi versi:

      Evelyn, personaggio di Mario Gabriele
      adesso entra nella mia poesia
      “perché” dice “non è opportuno
      che una signorina resti sola nella poesia di un uomo…

      E poi questi altri che rivelano una forza fantastica straordinaria:

      “Mario ci ha presentate
      nella sua ultima creazione poetica, ricorda?”
      “Sì, certo! E’ un vero piacere, Evelyn, io sono Mary”
      “Grazie…però senti…preferivo entrare
      in quella poesia di Giorgio Linguaglossa
      dalla finestra aperta…quella poesia
      Mi piace di più della tua…e poi
      questa volta voglio essere io il corvo!”

      Qui di straordinario c’è che tu «confondi» personaggi reali (io, Mario, tu) con i personaggi delle loro poesie (Evelyn, Miss Swedenborg, il «corvo»), con certe situazioni che si trovano in altre poesie («la finestra aperta»), a generare un senso di comunanza fratellanza e anche di coappartenenza, tu prendi tutto da tutti perché hai una dote rarissima: quella di non pavoneggiarti mai nel narcisismo dell’io e nella sostenutezza dei poeti letterati i quali sono notoriamente stitici ed alieni dall’ ammirare le opere altrui. Tu, invece, hai questa dimestichezza con la leggerezza e un altruismo che ti rende poeta unica. Nella tua poesia c’è aria di libertà, una sfrenata libertà, la leggerezza della ingenuità (solo i veri ingegni sono ingenui!), c’è quella ironia che non vuole canzonare nessuno, che non si ammanta di un’aria di superiorità ma che vuole accompagnare il teatro del mondo con tutte le sue commedie, risibili e grottesche e tragiche…

  5. copio e incollo questa poesia scritta questa mattina da Adeodato Piazza Nicolai:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-22988
    Adeodato Piazza Nicolai
    COHELET e VERMEER

    Oh, la nera bellezza del tuo cantare, Qohelet!
    Piove e piove ininterrottamente da giorni
    e questa è una notte ancora più cupa,
    tutto inghiottito da compatta tenebra:
    annuncio e figura dell’altra Notte che viene
    ? [1]

    Mostro della luce, Vermeer, sempre nella stessa stanza
    dove invita le sue modelle, le posiziona, mette a fuoco
    la luce che filtra dalle tre finestre, poi dipinge, dipinge.
    Il pennello fotografa soggetti, i suoi occhi accarezzano
    gli altri occhi, la pelle ruvida, rosata, incarnadina. Oggetti
    e soggetti con sfondi creati dalla sua mente. Non mente
    il pennello. Guarda, apprezza, riscopre se stesso nei suoi
    personaggi riconosciuti da altre vite, da vecchie e cancellate
    forse sublimate situazioni. Vermeer, jazzista di luci e colori
    sfiorati nel ghetto e depositati con tenera-ruvida bellezza
    sulle ragnatele del tempo/non tempo ora sbiadito. Ecco
    la sua folle magia. Qualche critico moderno ha dichiarato
    che i suoi dipinti peccano di staticità. Forse intendeva
    di elettricità: ogni scatto fissato su tela, su carta su cera
    pecca di staticità, mio caro signore! Nei suoi ritratti
    le donne fanno le cose quotidiane e lui le dipinge, dipinge.
    Passano gli anni, lui se ne va nell’oltranza forse mai prima
    svelata o dipinta. Negli atelier, musei, pinacoteche, nelle
    stanze private dei collezionisti vivono ancora le sue colorate visioni.
    Qual è il segreto,
    il suo mistero? Indescrivibile, irriproducibile la qualità di
    quella luce. Fotografi e pittori moderni hanno tentato, cercato
    sognato di riprodurla ma senza fortuna. La luna resta sempre
    la luna: lo scatto matto non la ricrea, la copia solamente.
    “La ragazza con gli orecchini di perla” e quella con il cappellino
    rosso forse con lui hanno affossato una relazione amorosa?
    Nessuno lo saprà. Amore sbocciato con la prima pennellata…
    Lei guarda un po’ persa fuori dalla finestra, lui entra dentro
    quegli occhi grigio-verdi e lì ci resta assopito per tanto tempo,
    possibilmente per sempre.
    Luce è vita raccolta su tela anche se fuori sfarfalla la neve …

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 24-5 agosto.

    NOTA [1] – David Maria Turoldo, da IL GRANDE LIBRO, © Edizioni San Paolo s.r.l., 2000, p. 56.

    • Complimenti, un bell’articolo per le pagine culturali di qualsiasi quotidiano. Alle sportive: un po’ di emozione per la traversa colpita all’ultimo verso, ma l’arbitro fischia. E’ 0 a 0.
      Non sempre il linguaggio naturale paga. Pasolini aveva fuoco.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23012
    Non posso che associarmi a quanto hanno egregiamente detto Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Lucio Mayoor Tosi sul testo di Mario Gabriele, che, a mio parere, rappresenta un importante esempio di scrittura per tutti noi. Difatti – come rileva Giorgio – in questi versi “Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi”. Mario Gabriele adopera le tecniche usuali in maniera estremamente innovativa, “con una inventiva senza eguali e un giudizio semantico irripetibile”. A volte, c’è da restare sbalorditi di fronte a tanta (invidiabile) perizia.
    Ora, entrando nel merito del testo in senso stretto, vorrei esprimere una mia piccola opinione: può darsi che non sia necessario tradurre i versi “everybody cries” e “everybody hurts, sometimes”… Io credo che stiano bene solo in inglese. Ad ogni modo, sarà l’autore a decidere.
    Grazie a tutti per i commenti!! A presto…

    • Cara Donatella Costantina,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23016
      ho letto con molto piacere il tuo commento, ma non per sentirmi sull’altare. Hai recuperato dalla lettura di Evelyn ciò che nasconde e propone il sottofondo della mia scrittura, assorbita con Ritratto di Signora, L’erba di Stonehenge, e con molte altre geografie poetiche da Le finestre di Magritte. I versi “Everybody cries” e “every hurts, sometimes”, possono stare bene anche da soli. Ma lasciandoli così, i lettori non vi si riconoscono con “tutti piangono” e “tutti soffrono qualche volta”. Certamente mi sarebbe piaciuto, come ho fatto in altri testi, lasciarli nella lingua inglese.Ma qui ho voluto dare un tocco umano più istantaneo. Linguaglossa nel suo ampio commento critico scrive:”Un giorno mi farò coraggio e chiederò a Mario Gabriele come inizi di solito una sua poesia”. Bene! Non mi propongo di esercitare il copyright e tenere il mio segreto;
      tutto sta (e qui mi avvicino a quanto successivamente scrive Giorgio, ad una procedura a random. Il primo verso deve avere una struttura ad effetto. Poi mi capita di lasciare il tutto e girare per la casa. Stare sul balcone osservando l’esterno, mentre passano le sirene dell’autoambulanza e un down fa fatica a manovrare la carrozzella. Memorizzo. Ritorno al computer, rileggo il primo verso.Lo arricchisco di nuovi strati, tra tempo presente e passato, immagini, resurrezioni di fantasmi La mente poi si ferma. Allora leggo il giornale.E se poi nulla trasale spengo il computer, per riaccenderlo subito dopo per chissà quale oscura manovra da parte dell’ inconscio.E qui, una volta che divento sua pedina, trascrivo e riporto ciò che ho imparato dopo 44 anni di esercizio poetico. Non è tutto, anche perché gli strumenti operativi sono moltissimi e di diversa provenienza.Non so se sono stato esauriente, ma la tecnica credo sia questa. Un cordiale saluto e buon lavoro dentro l’Ombra e nei Caffè letterari.

      • da un post 18 maggio 2015 riprendo parte di una recensione ad un libro di Filippo La Porta È un problema tuo (Gaffi, 2015). Mi interessa riflettere e invitare alla riflessione tutti i lettori sulla contraddizione (apparente?) tra lo stato squallido dell’italiano parlato e lo stato squallido dell’italiano scritto (romanzo e poesia), ovviamente, con la nobile eccezione della «nuova ontologia estetica» in poesia:
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23017
        … nel 2009, Filippo La Porta aveva intavolato la discussione, con il suo agile e divertente È un problema tuo (Gaffi editore). Su questo libro intendo soffermarmi in modo particolare. Si tratta di un excursus ironico attraverso i territori dell’omologazione linguistica, del conformismo che risuona, come un ronzio corale, all’interno delle fraseologie standardizzate nella koinè semplificante della middle class. Naturalmente La Porta tiene conto del cambio di registro che generalmente avviene nel passaggio dalla langue alla parole, cioè dalla convenzione linguistica istituzionale alla prassi comunicativa, legata quest’ultima al contesto, al luogo, al tempo, agli attori implicati, a ciò che di volta in volta si dice, performando certe parole, veicolandole a certi tratti paralinguistici, etc. La lingua quotidiana, così, è da sempre intessuta di stereotipi, intercalari, espressioni gergali, modi convenzionali, zeppe, imperfezioni, opacità. Però – e qui sta il punto: mai come oggi.

        Affrancato dai ceppi dell’ideologia e dalle sue precettistiche, talora ancorate alla retorica di un vero e proprio dogmatismo espressivo, pieno di slogan e frasi fatte, il gergo verboso o afasico del Sessantotto si è trasmutato nell’amalgama informe di una lingua media banalmente rimasticata, che dà voce alla middle class alfabetizzata a livello mondiale. Una lingua ancor più infarcita di tic, luoghi comuni, metafore stantie, repertori pronti all’uso e al consumo (dall’eponimo “è un problema tuo” a “non c’è problema”, dal famigerato “un attimino” a “in qualche modo”, da “esatto” a “tipo che…”, etc.). Si rileva dunque una corruzione ulteriore dell’efficacia delle parole, dovuta a tutto ciò che, nell’età contemporanea, esenta l’individuo dal dover pensare in prima persona, offrendogli la possibilità di simulare, riciclare, ripetere, usare formule vuote. Una “lingua di plastica” che corrompe il pensiero, con uso spesso improprio dei termini, cannibalismo delle parole e loro progressiva insignificanza, che rinvia alla progressiva insignificanza delle nostre vite, al senso di irrealtà che ci sta intorno. Si parla di “italiano neostandard”, o “italiano dell’uso medio” (middle italian), che rispecchia e insieme concorre a plasmare la grande bolla del ceto medio, di stampo piccolo-borghese. Così, insomma, parla e scrive la “gente comune”. L’italiano neostandard tende ad accogliere elementi del parlato generalmente rifiutati dall’italiano standard, più normativo. Ad esempio “lui” “lei” “loro” usati come soggetti; “gli” generalizzato con valore di “le” e “loro”; “ci” attualizzante («che c’hai?»); anacoluti non percepiti come errore; imperfetto al posto del congiuntivo e del condizionale, etc.

        Studiare la società serve a capire meglio le dinamiche della lingua; ma vale anche in senso reciproco. È secondo questa valenza bipolare che il libro si trasforma, nel suo “sottotesto”, virando oltre la dimensione da repertorio divertito e divertente di tic linguistici, o esercizio di “pedante vigilanza” sulle parole che usiamo, verso quella più complessa e ampia di un’analisi critica della società attuale. La Porta sviscera le caratteristiche peculiari della middle class in questione, enumerandole come:

        1) pigrizia e inerzia creativa. Voglia di non impegnarsi più di tanto, di avere tutto e subito, di improvvisarsi esperti. Ostilità per la cultura in quanto tradizione, sforzo, lenta assimilazione individuale;

        2) snobismo di massa, desiderio di distinguersi in senso esclusivo. Ad esempio, quel tipico compiacimento nel simulare ed esibire un gusto linguistico nobile e selettivo, tra cui il vezzo di criticare i tic verbali, lamentandosi per la catastrofe linguistica in corso («dove finiremo di questo passo?» ‒ e si fa bella figura);

        3) spettacolarizzazione di tutto, anche delle tragedie private e collettive;

        4) trasgressione controllata e ribellione conformistica. Provare il brivido senza rinunciare alle sicurezze acquisite, alla mentalità assistita: posto fisso e famiglia;

        5) omologazione (società piatta e immobile, livellata e soporifera: consunzione degli ideali) ma anche differenziazione: eclettismo, anzi camaleontismo (bancari-sassofonisti, postini che aprono creperie, commessi librai che diventano romanzieri, etc.) e quindi bovarismo diffuso (attitudine al travestimento, impulso di apparire diversi da se stessi, per fuggire da una vita che non ci piace);

        6) narcisismo, che nasce dall’insicurezza, dal continuo bisogno di conferme;

        7) fuga dall’esperienza reale delle cose: si preferisce la realtà mediata, illimitata, reversibile, manipolabile, telecomandabile, digitalizzabile;

        8) fascinazione tecnologica, corsa all’up to date, al possesso dell’ultimo ritrovato;

        9) dominio del chiacchiericcio pseudo culturale, del “si dice”, del commento parassitario, del “cazzeggio” lieve da bar sport;

        10) culto della leggerezza e della superficie, frivolezza esibita. Velocità compulsiva, pillole di senso, tempi televisivi. Guai alla pesantezza di chi vuole approfondire: rischia di passare per noioso moralista;

        11) minimalismo etico e affettivo. Avere dei valori-guida ma essere pronti a modificarli nel più breve tempo possibile.

        È questo lo Zeitgeist postmoderno da cui esce la società attuale, da cui a sua volta esce (o, se si vuole, a cui è stata sdoganata) la variante neostandard dell’italiano, con i suoi molteplici addentellati televisivi e internettiani. Il problema linguistico – essendo la lingua non solo specchio ma organo del pensiero, modo di guardare alle cose: le parole, a ben vedere, rappresentano i “mattoncini” del mondo – implica anche quello fenomenologico: “cosa è realtà?” si chiede, in ultima analisi, La Porta. La risposta sfugge come non mai, poiché la realtà, oggi, è quanto di più complesso da definirsi. È sempre più difficile distinguere tra realtà e fantasia, io e non-io. Per sentire “reale” un evento dobbiamo addirittura vederlo o rivederlo in televisione. Per vivere una scena come se fosse vera, sembra che occorra immaginarla finta. Osserva La Porta: «Mi sembra che proprio la “realtà” (sempre scandalosa, terribile, misteriosa) è ciò che la classe media, almeno nel nostro Paese, non intende vedere: le sovrappone scenari suggestivi, la nasconde dietro veli scintillanti, la occulta con maschere seduttive, la esorcizza attraverso un’ironia spesso volgare e protettiva».

        La “lingua di plastica”, così, fungerebbe da anestetico: velo ulteriore mediante cui nascondere la verità ed eludere un contatto diretto, troppo fastidioso, con le cose. Stratagemma di economia semantica, utile a meglio assecondare il crepuscolo dei grandi sistemi di pensiero, nonché l’ottundimento generale e collettivo delle coscienze. A forza di alleggerire, di rendersi agili e volatili, si finisce per smarrire la capacità di fare esperienza autentica del mondo. La coscienza del “reale” nasce anzitutto dalla percezione dell’alterità, dal riconoscimento dell’altro, dal dialogo. Il dialogo, anzi, è insito nella struttura stessa del linguaggio: per questo il monologo solipsistico e narcisistico gli nuoce. Gli occhi dell’uomo contemporaneo sono rivolti all’interno; infatti il cono della realtà circostante tende ad assottigliarsi, a soffocare, ogni giorno di più. A tal proposito La Porta propone una nuova “ecologia della lingua” come antidoto alle sue perniciose degenerazioni. Linguaggio e pensiero, data la loro stretta interdipendenza, sono strutturati in modo tale da condizionarsi vicendevolmente. Bonificare la lingua sarà dunque il primo passaggio indispensabile a riaccendere la luce del pensiero.

        • londadeltempo

          Caro Giorgio, grazie delle parole che mi hai rivolto…che giustificano e rendono leggeri tutti i miei sforzi e il mio lavoro di questi mesi. Alcuni (fuorusciti) non credono che si possa restare nella NOE soltanto per amore della Poesia e passione per la scrittura. Ma per me è così: io ti chiamo Maestro come chiamo anche Mario Gabriele, perché da voi ho avuto gli insegnamenti , gli input non soltanto per sentir la bellezza come qualcosa di vivo e di incarnato, ma anche per riconoscere la funzione profondamente sociale della poesia. La poesia dei salotti e premi letterari ha senso soltanto come autoincensamento e autoreferenzialità e ricerca di vantaggi di vario genere che non so neppure immaginare. Nella Scialuppa e soprattutto Nell’Ombra delle parole, ho trovato quello che cercavo e di cui avevo bisogno: una Scuola di Poesia (e che Scuola!) e una finalità concreta per la stessa poesia: dare speranza, gioia agli altri stabilendo con gli altri un rapporto diverso da quelli imposti dal Potere economico.
          I grandi finanzieri ci ingannano con le blandizie e il buonismo del “pensiero unico” con lo scopo di derubarci della personalità individuale e collettiva e livellarci rendendoci pecore disposte ad essere guidate ovunque voglia il padrone (e, per suo conto, il cane).
          Giorgio, da quando ti ho conosciuto (virtualmente) e soprattutto ieri e oggi ti ho sentito Poeta e Profeta: e qui si rivela essenziale la tua funzione. Non soltanto letterato (come era per il ‘900 e per i secoli precedenti fino all’Umanesimo e Rinascimento), ma anche uomo del dialogo e del generoso impegno per aiutare i propri simili a risvegliarsi dal “sonno della Ragione”! Io ti sarò sempre grata per quello che mi hai insegnato e la condivisione generosa delle tue ricchezze linguistiche poetiche e culturali. E sono grata a tutti i poeti del gruppo che hanno creduto nella mia buona fede, su esempio del loro grande amico Giorgio e anche per conto loro, s’intende. Sono anche grata a Gino Rago che ha sottolineato tra i primi la mia capacità di amare la poesia e l’opera degli altri ancora più di quanto ami il mio poetare, a Mario Gabriele altro Magister, a Salvatore Martino generoso poeta e dispensatore di conoscenze poetiche e, spero, presto nella NOE, a Chiara Catapano, limpida e profonda, a Letizia Leone per le sue scelte culturali di notevole ampiezza e profondità, a Donatella Costantina per il suo insistere sul tema della Musica che è tutt’uno con la Poesia, A Lucio Majoor per la nuova grafica della Rivista e per le sue poesie molto originali.

  7. copio e incollo questa poesia di Konstanin Bal’mont, Константин Дмитриевич Бальмонт (Vladimir (Oblast’ di Vladimir), 15 giugno 1867 – Parigi, 23 dicembre 1942), tradotta mirabilmente da Paolo Statuti:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23013

    Konstantin Bal’mont
    Cigno bianco

    Cigno bianco, cigno immacolato,
    I tuoi sogni sempre celando,
    Tranquillamente argenteo,
    Tu scivoli, l’acqua increspando.

    Sotto di te – il baratro silenzioso,
    Senza risposta, senza saluto,
    Ma tu scivoli, immergendoti
    Nel fondo di aria e luce intessuto.

    Sopra di te – l’etere senza fine
    Con la fulgida volta stellata.
    Tu scivoli via, trasformato
    Dalla bellezza rispecchiata.

    Simbolo di affetto imperturbato,
    Non del tutto espresso, timoroso,
    Simulacro femmineo-armonioso,
    Cigno bianco, cigno immacolato!

    (1897)

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23021
    Due poesie inedite di Tadeusz Różewicz (1921-2014) tradotte da Paolo Statuti:

    Maska

    Oglądam film o karnawale weneckim
    gdzie olbrzymie kukły z potwornymi głowami
    śmieją się bezgłośnie od ucha do ucha
    i panna zbyt piękna dla mnie który
    jestem mieszkańcem małego miasteczka północy
    jedzie okrakiem na ichtiosaurze.

    Wykopaliska w moim kraju mają małe czarne
    głowy zaklejone gipsem okrutne uśmiechy
    ale i u nas wiruje pstra karuzela
    i dziewczyna w czarnych pończochach wabi
    słonia dwa lwy niebieskie z malinowym jęzorem
    i łapie w locie obrączkę ślubną.

    Ciała nasze krnąbrne i nieskore do żałoby
    nasze podniebienia smakują leguminę
    popraw papierowe wstęgi i wieńce
    pochyl się tak: biodro niech dotyka biodra
    twoje uda są żywe
    uciekajmy uciekajmy.

    *

    La maschera

    Guardo un film sul carnevale di Venezia
    dove enormi fantocci con teste mostruose
    fanno larghe silenziose risate
    e una ragazza troppo bella per me che
    vivo in una piccola città del nord
    cavalca un ittiosauro.

    I reperti nel mio paese hanno piccole nere
    teste incollate col gesso crudeli sorrisi
    ma anche da noi gira una variopinta giostra
    e la ragazza con le calze nere adesca
    un elefante due leoni azzurri con la lingua lampone
    e afferra al volo l’anello matrimoniale.

    I nostri corpi indocili e riluttanti al lutto
    i nostri palati gustano il dessert
    sistema i nastri di carta e le corone
    chìnati così che il fianco tocchi il fianco
    le tue cosce sono vive
    fuggiamo fuggiamo.

    *

    Ściana

    Odwróciła twarz do ściany
    przecież mnie kocha
    dlaczego odwróciła się ode mnie

    więc takim ruchem głowy
    można odwrócić się od świata
    na którym ćwierkają wróble
    i młodzi ludzie chodzą
    w krzyczących krawatach

    Ona jest teraz sama
    w obliczu martwej ściany
    i tak już zostanie

    zostanie pod ścianą
    ogromniejącą
    skręcona i mała
    z zaciśniętą pięścią

    a ja siedzę
    z kamiennymi nogami
    i nie porywam jej z tego miejsca
    nie unoszę
    lżejszej jak westchnienie.

    *

    La parete

    Ha voltato la faccia verso la parete
    eppure mi ama
    perché mi ha voltato le spalle

    dunque con questo movimento della testa
    si possono voltare le spalle al mondo
    dove cinguettano i passeri
    e i giovani camminano
    con vistose cravatte

    Adesso lei è sola
    davanti alla morta parete
    e così ormai resterà

    resterà presso la parete
    che ingigantisce
    girata e piccola
    con il pugno stretto

    e io siedo
    con le gambe di pietra
    e non la strappo da questo luogo
    non la sollevo
    più leggera di un sospiro.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/24/la-nuova-ontologia-estetica-miscellanea-di-poesie-e-riflessioni-di-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-giorgio-linguaglossa-gino-rago-gabriella-cinti-alfredo-de-palchi-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-23023
    Giorgio Linguaglossa
    Io, Cassandra

    «Uomini, ascoltate, ve ne dò il segreto.
    Io, la verità, parlo».

    Lei, Cassandra, disse queste parole. Disse proprio
    queste parole quando entrò nel bar;
    ma nessuno le diede retta, anzi, nessuno
    se ne accorse…

    Voltò le spalle al muro e salì su uno sgabello.
    «Uomini, ascoltate, ve ne dò il segreto.
    Io, la verità, parlo».

    Con meraviglia e stupefazione Cassandra
    notò che nessuno le aveva dato retta.

    «Wo Es war, soll Ich werden», disse in fretta,
    sottovoce,
    come per liberarsi di un peso; ma ormai era fatta,
    si era liberata la coscienza di quel peso: l’aveva detto.
    In qualche modo, l’aveva detto.

    Roma, 25 agosto, 19.04
    (scritta di getto, senza correzione alcuna)

  10. londadeltempo

    E’ Cassandra o sei tu il protagonista della poesia? Su questa ambiguità si gioca tutto il senso dei tuoi versi. Sia tu che Cassandra avete in cuore il desiderio travolgente di verità e volete comunicarla agli altri, ma nessuno ascolta, a nessuno importa della Verità. Tu la dici con la poesia, lei con voce inascoltata. Non importa, la Verità non ha bisogno di orecchie che la ascoltino: la Verità è. E il cuore stesso dell’ESSERE. Prima o poi gli uomini capiranno.

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