UN POEMA di Velemir Chlebnikov IL GENIO DEL FUTURISMO RUSSO, “La perquisizione notturna”, Traduzione e Commento di Paolo Statuti

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

 Il manifesto de «La corazzata Potëmkin» (1925) Il manifesto de «La corazzata Potëmkin» (1925)

Velemir Chlebnikov, universalmente considerato uno dei più geniali creatori d’avanguardia del XX secolo e il più grande futurista russo, accanto a Majakovskij, nacque il 28 ottobre 1885 nel governatorato di Astrachan. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali a Kazan, nel 1903 si iscrisse alla Facoltà di matematica della stessa città. Il 5 novembre di quell’anno prese parte a una manifestazione studentesca e fu arrestato. Nel 1908 riprese gli studi all’Università di Pietroburgo, questa volta nella Facoltà di scienze naturali. Nel 1909 si trasferì prima alla Facoltà di lingue orientali e quindi a quella di filologia slava, dalla quale verrà espulso per non aver pagato le tasse universitarie. Nel 1910 aderì al cubofuturismo russo e scrisse Il vivaio dei giudici, manifesto del movimento. Coniò per i cubofuturisti il termine “budetljane”, ossia banditori del “Budu”, del “Sarò”. I ricordi di molti scrittori di quegli…

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60 risposte a “UN POEMA di Velemir Chlebnikov IL GENIO DEL FUTURISMO RUSSO, “La perquisizione notturna”, Traduzione e Commento di Paolo Statuti

  1. gino rago

    Contro il no che mugghia dentro

    La bella pittura postcubista.
    Il nobile medium dell’olio.
    No. Ma nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate,
    legni combusti, cenci.
    I segni d’amore o d’affinità per epoche remote.
    I materiali effimeri. I materiali rozzi.
    Le altre parole.
    (…)

    Le parole che negano
    Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci e gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
    I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.
    Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
    Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.

    Gino Rago

  2. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22830
    Chiara Catapano
    AUTUNNO D’AGOSTO
    (2017-08-10)

    Ti tengo nel mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    Sole quadrupede acceso, un sole di resina, alza aghi di soffio, vento soffio su polvere accesa.
    Ora vedi il sole d’agosto, sole agostano riverbero suono. In Piazza Vittorio gli alberi son tutti carcasse: vibrano in cima il riposo dell’ombra, lo zufolo-ombra s’acquatta nell’alto, ritira l’onda d’abbraccio, sbreccia l’opale ferroso di luce che agguanta la terra.
    È pura solitudine il guanto che avvolge le cose.

    Ti tengo nel mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    E culla il tiglio in Viale Aventino i pianti d’ipsofillo, latte accartocciate d’abbandono. È un autunno d’agosto, stagione dentro stagione
    – dici –
    Piovono grappoli d’ombra senza più linfa, piovono secche radure. Frinire di linfa,
    crepita piano.
    Un autunno d’agosto che vive sotto le chiome, che impazza dall’alba al tramonto e impenna la notte in rivoli-foglie,
    in rivoli giallo-marrone,
    in sacche d’asciutto vibrare.

    Ti tengo nel mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    Quaggiù è un autunno d’agosto, un lento soffrire di luce.
    Osserva il silenzio del ramo: l’ala acuta, il protendersi ingenerato.
    Non rami ma il loro protendersi:
    di questo parliamo quando parliamo degli alberi,

    e il loro lento vibrare la luce, insinuarla al compianto dell’acqua.
    Ora tutto è suono. Di seta e fuoco sotto le scarpe. Suono d’ancoramento, suono-fittone al ramo di retina,
    dove tutto s’illumina il suono.
    Dove tutto s’acquatta, diminuisce. E il risveglio lento fluisce dai muscoli al cuore, tutto l’essere contaminato di luce.
    I suoni sono luce. Un concerto d’agosto. Un frinire di suono ingenerato.

    E ti tengo dentro il mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    *

    Luce solida, polvere di carta.
    Luce solida-attesa, fittile presenza. Ruspe in lontananza.
    Polvere natante, plasma disgregato, sgorgato da una ferita di luce.
    Le ruspe silenziano il paesaggio.
    Alberi d’osso, pallidi dentro il passaggio silenziato dei motori,
    ti agguanta fermo la luce, il suo suono immobile. Lievemente oscilla occipitale
    la testa febbrile d’agosto cosparsa di foglie secche acquattate,
    di rintocchi feroci dalle chiese cinguettanti
    nella breccia tra due suoni di luce.

    Ti tengo nel mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    Quattro sbuffi di nuvole inchiodate ai rami. Il ferro del chiodo nella docile carne del tronco, ombra luminosa in retina accesa.
    La terra ribolle di polvere viola, polvere grigia-autunnale, polvere cicala che frinisce dentro l’ascolto.
    Verdeggia altrove il pensiero.
    La nuvolaglia dei pensieri-ortiche.
    È una notte di giorno il miracolo dell’insondato pensiero, snodato tra cielo e terra, suono riverberato e tattile. Il cuore autunnale nell’astro d’agosto che pompa luce alle periferie.
    La notte non arriva, l’appena rugiada del giorno.
    Silenzio completo tra i rami che coperchiano il fragile azzurro. Silenziano il fragile azzurro.
    Dove nasce il pensiero?
    Nasce sospeso. Non dove, ma chi.
    Non chi, non quando.
    Le valve del tempo nel tempo intimo, tra luce e suono.

    Ti tengo nel mio utero cielo.
    Ti tengo sollevato, dentro la terra.

    Ed entra il giorno dentro la notte, penetra piano.
    L’immagine sbriciola se stessa, niente è più come appare.
    Un guado nel nuovo cammino, l’immagine ferma si attende.
    L’aria sterile, aria fasciante di carta,
    lassù un piccione.

    Tutti francobolli ritagliati nel suono e nella luce.

    Chiara Catapano

    N.B.
    Da pochi minuti ricevuta (e letta) sulla mia e-mail, questa poesia – una svolta
    estetica travolgente, su cui tornare in tempi più propizi alla poesia –
    di Chiara Catapano, ho desiderato senza freni proporla su L’Ombra delle Parole. E di quest’ardimentosa iniziativa domando perdono all’autrice, che sempre di più si conferma poetessa con tutte le carte in regola, e a Giorgio
    Linguaglossa per non averlo, com’è invece mia radicatissima abitudine,
    preventivamente consultato.
    E’, carissima Chiara Catapano, un capolavoro.

    Gino Rago

    • Carissimo Gino Rago, inviata come dono agostano, sono ben felice tu l’abbia voluta condividere sull’Ombra. Un segno d’apprezzamento da un poeta che stimo. E insomma, è bello riconoscere amicizia e generosità.
      Un caro saluto dal Friuli sotto la pioggia (a differenza degli arsi versi qui sopra!)

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22833
        cara Chiara Catapano,
        qui, in questa poesia, si può parlare di un salto qualitativo e quantitativo più che di evoluzione o di crescita della tua poesia… si vede che l’impatto con la nuova ontologia estetica ha avuto su di te un effetto travolgente, direi che ti ha liberato dalle zavorre epigoniche, dagli impressionismi paesaggistici, ti ha dato la spinta giusta per correre con tutta la forza delle tue gambe, di inoltrarti nella nuova poesia… ma l’hai fatto con le tue corde e i tuoi strumenti, questo è significativo. Direi che hai fatto un balzo prodigioso ben oltre l’ultimo Bacchini de I canti territoriali (2009), dove però lo spettro lessicale e tematico del poeta parmense resta tutto nel cono di luce della poesia parmense e, retrospettivamente, post-bertolucciana. In questo poemetto invece c’è uno spettro lessicale amplissimo che coniuga toponimi romani e gestualità esistenziali… anche gli oggetti, con quei tuoi composti verbali tipici della tua manifattura (cielo-utero, luce solida, polvere di carta, sbuffi di nuvole inchiodate ai rami, etc.), diventano irriconoscibili e si mescolano alle tonalità espressionistiche diffuse a piene mani in un metro disarticolato e irregolare che non si lascia irreggimentare né tantomeno suturare da interventi esterni. Apprezzo particolarmente, infine, il tuo non cedere alle tentazioni di irrorare il tessuto della poesia con effetti medicamentosi e oggetti facilmente accessibili e riconoscibili. Di fatto, la poesia si presenta estranea e refrattaria ad una semplicistica ubicazione critica, è fatta per depistare i facili idioletti critici rendendoli inutili e fuorvianti. Questa tua poesia richiede un nuovo tipo di ermeneuta, un ermeneuta che ancora non c’è, oserei dire.

  3. gino rago

    Testamento

    La bella pittura postcubista?
    Il nobile medium dell’olio?
    No.

    (…)

    Nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
    Legni combusti. Cenci.
    I segni d’amore ( o d’affinità ) per epoche remote.
    I materiali effimeri. I materiali rozzi.
    Le altre parole.

    (…)

    Le parole che negano
    Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci e gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
    I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.

    (…)

    Il ritorno zu den Sachen selbst del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
    Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.

    Gino Rago

  4. Ferragosto.

    Una ragazza legno di rosa
    mattino nel mattino attraversa
    il garbuglio dei motori.
    Strade divisorie.
    Ombre posate come carte.
    Nissan Ford
    e altre meraviglie.
    Sole nato a picco quest’oggi
    sulle mie scatolette cinesi.

    Accettura (MT) 13 ago 2017

  5. gino rago

    L’atmosfera, il paesaggio,l’antropologia pressoché intatta della Val D’Agri
    fluttuano in tutta la loro luce in questi versi di Lucio Mayoor Tosi i quali
    vibrano quasi all’unisono con le corde dell’ultima stagione poetica, la più delicata e matura, del Sinisgalli di “Mosche in bottiglia”.
    E’ una alta prova poetica questa di Lucio Mayoor Tosi.

    Leonardo Sinisgalli
    alcune “Mosche in bottiglia”

    1. Si ritrovano sedute
    intorno al camino.
    La saliera è stata riposta.
    Il vento lungo la via
    fa tinnire le boccole
    contro i muri.

    2. Un dito di vino,
    una patata, un uovo
    da arrostire sulla cenere.

    3. Siamo qui per dividerci
    un’eredità di stenti.
    Non spezziamo quello che è intero,
    diventa zero.

    Gino Rago

  6. Francesca Dono

    -elogio fuori collana-

    dietro c’è uno stormo di uccelli e
    più sotto una sottile striscia rossa.
    Anche gli elefanti filtrano
    dove le scatole occupano un foglio A4.
    Tu immergi ad uno ad uno certi scafi impermeabili.
    Scrupolose ombre.
    Lo scontrino al centro della tovaglia.
    Metto in fila i miei vecchi indigeni.
    Uno ha il simbolo dell’erbio forgiato sul torso.
    L’altro e’ un guardabuoi sotto una pianta velenosa.
    Serenamente tutti si uccidono.

  7. Francesca Dono

    complimenti per le belle poesie pubblicate .

  8. Cara Francesca,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22845
    Quel finale è decisamente geniale, quel «serenamente tutti si uccidono», è qualcosa che soltanto un poeta di talento può trovare… e poi quell’inizio incredibile: «dietro c’è uno stormo di uccelli», seguito da «e
    più sotto una sottile striscia rossa», dove sembra di stare davanti ad una Gif animata dove i fotogrammi si spostano a singhiozzo e ripetono sempre lo stesso movimento [folle]…

    Ecco, io dicevo l’altro giorno ad una persona che mi chiedeva che cosa dovesse fare la poesia di oggi per farsi leggere, dicevo appunto che doveva fare quello che fanno le Gif, adottare il linguaggio delle Gif. Si può fare, dicevo, in poesia si può fare, chi l’ha detto che bisogna scrivere come i professori ci hanno insegnato alle università? O come certi poeti-letterati prescrivono ai loro alunni? – Si può, anzi si deve scrivere una poesia di Gif e di stracci.
    Forse è oggi l’unico modo per scrivere poesia.
    Ma vorrei ascoltare in proposito il parere di Antonio Sagredo…

    • Francesca Dono

      anch’io lo penso Giorgio. Grazie davvero.

      • Francesca Dono ha il merito di avere inserito la percezione sensoriale (erotica) tra i risvolti della metafisica (calante) della NOE. Gli effetti sono immediati, e io di questo le sono molto grato.

        • Francesca Dono

          Grazie Lucio . Dici?

          errata corrige- L’altro e’ un guardabuoi sotto una pianta velenosa..

          —————————————-
          -questo-
          L’altro e’ un guardabuoi sopravvissuto alla pianta velenosa.

  9. Lucio Tosi ha questo dono della “levità”, come consegnasse non le cose ma l’aria che le circonda. Pregna di loro. E ci fa sentire anche gli spazi vuoti, gli spazi interconnessi.

  10. Francesca Dono

    intendo dire l’immagine in movimento

  11. Continuiamo il gioco delle poesie estive:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22849
    Eros.

    Eros si lascia carezzare. Nel viale alberato anche tra i sassi.
    Una romantica passeggiata. Nuvolosa in fondo, tra le gambe
    musica attutita da ricami: uliveti, seta notturna. Estate.

    Poi si rifà lo stesso percorso ma al contrario. Ora ci sono altre
    donne. Alate, sfuggenti. In fila indiana escono dalle porte degli
    alberi. Ci vedono appena. Siamo stati disegnati in un punto

    per fare da contraltare alla luna. Luna anche qui, in terra ferma.
    – Benvenute!

    Ragazzi di colore giocano a pallacanestro. Alcuni si muovono
    come ballando, timidi e strafottenti. Quando passano le ninfe
    smettono di giocare, ridono e guardano la luna.

    Il fine ultimo dell’uomo è quello di poter assecondare l’impulso
    che attraversa lo sguardo. Ho visto le ninfe passare
    un istante fa. Quando volterò lo sguardo cesseranno di esistere.

    Il principale assolto corse dalla sua amante; la quale,
    mentre si mordeva le unghie, si ritrovò con una mano sul sedere.
    Ti andrebbero un po’ di volgarità? Una carezza controverso
    sul collo del cigno. Ho voglia di stringerti.
    Fluttuazioni lunari.

    L’anima del parcheggio è gonfia di vento.

  12. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22858
    Fu il non sereno vivere l’inferno
    a maledire gli uccelli cantori delle stagioni estive
    quando i sordi suoni dei boschi e dei mari
    straziarono le rive, le dissonanze di luci astrali.

    Stordito da rifrazioni di mattini insidiosi,
    ascoltavo i canti di tutte le creature
    sulle rocce salate, e il calpestio marino
    dei remi sui tramonti… e fuggire volevo dalle città
    necropoli a perdifiato, a polmoni slacciati!

    I miei canti austeri caddero come rigide muraglie,
    disertai allora i campi di fuoco e le glorie,
    ma dietro ai miei passi di carta e di stracci
    era tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    Oltre limiti mai esistiti io dovevo aver amato
    e regnato con povertà di spirito tra brindisi
    di ciarle e spumose coppe… e smeraldino oblio!

    a. s.
    Roma, 1969/70

  13. Inedito da Il tedio di Dio
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22862
    Qui parla un soldato romano disperso nel deserto dopo la disfatta di Edessa [La battaglia di Edessa fu combattuta nel 260 tra l’esercito dell’Impero romano, comandato dall’imperatore Valeriano, e l’esercito dei Sasanidi, condotto da re Sapore I]. La battaglia terminò con la vittoria sasanide e la cattura di Valeriano. Il soldato ricorda le parole del filosofo cirenaico Egesia che invitava alla morte con un ragionamento filosofico. Argomentava il filosofo che la morte non esiste, perché «La morte annienta la morte».

    Le parole di Egesia

    «…togliersi, de-coincidersi dalla determinazione originaria
    in cui niente può ancora cogliersi.
    Presenza è il portarsi alla presenza nei confronti
    di ciò di cui essa è presenza.
    La morte è presenza che si auto annienta. Assenza che si toglie.
    Nell’Inizio questo portarsi alla presenza non avviene
    che nei confronti di se stessi,
    dell’atto originario, poiché nessun Altro c’è nell’Inizio.
    Nell’Inizio senza che ci sia l’Altro, a rigore, non c’è nemmeno il Se-stesso:
    il sé, infatti, è già una determinazione, ed è tale
    solo perché si distingue da altro.
    La presenza replica l’originario auto annientarsi dell’Originario.
    Ecco perché non c’è la morte, perché essa, togliendosi,
    de-coincide se stessa.
    La morte annienta la morte.
    Infatti, dell’Ineffabile noi non diciamo nulla;
    essendo esso totalmente inconoscibile, può essere
    qualsiasi altra cosa che possieda per natura l’inconoscibilità;
    esso è incontrovertibile essendo ineffabile;
    noi non lo diciamo né ente, né uno, né tutto,
    né principio del tutto, né al di là del tutto;
    noi non predichiamo di esso assolutamente nulla,
    perché è un nulla.
    Di esso non v’è predicato.
    E dunque – aggiunse Egesia – neanche questi predicati
    sono determinazioni di esso perché la morte
    non è una terminazione del vivente né del nulla,
    e quindi non esiste».

    Ecco, ricordai le parole di Egesia, nel mezzo del deserto
    dove ci eravamo rifugiati, io e i miei soldati, dopo la disfatta di Edessa.
    Allora, compresi essere il mio vaneggiare nient’altro che un sogno
    che si toglie al risveglio…

  14. gino rago

    LA NUOVA POESIA RICHIEDE UN NUOVO LINGUAGGIO CRITICO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22864
    Irrompendo nella storia dell’arte i Capogrossi, gli Hartung, i Mathieu, gli Scanavino (arte segnica e gestuale, nella pittura contemporanea) e poi
    i Burri (pittura materica), i Pollock, i de Kooning, i Francis (pittura d’azione),
    sensa dimenticare i Fontana e gli Scialoia (pittura spaziale) e i Dorazio
    (pittura neoconcreta e arte cinetica) se niente hanno fatto, hanno costretto
    la coisiddetta ‘critica d’arte’ a rivoluzionare quanto meno il lessico nel nuovo gergo critico. e non tutti i critici d’arte furono trovati pronti…
    Perché si comprese ob torto collo che non si potevano applicare alla pittura
    contemporanea gli schemi, i paradigmi, le misure che si usavano per quella
    ‘antica’ usando espressioni, anche abusate, come “bella materia”, “ricco
    impasto”, “variopinta tavolozza…”, “agili pennellate”, “delicati arabeschi”
    di fronte a cenci raggrumati, lamiere contorte, tele tagliate.
    Eppure a lungo, errando clamorosamente, alcuni interpreti d’arte non furono
    inclini ad abbandonare quel “linguaggio critico” che se si addiceva ancora
    all’arte di ieri, inadatta appariva a quella contemporanea…
    Temo che la “critica letteraria” abbia lo stesso problema oggi di fronte alla
    nuova poesia… E’ come se il critico d’arte si attardasse a parlare ancora
    di “accordi di colore” di fronte a un’opera di Klein tutta azzurra o dinnanzi
    a “una superficie irsuta di chiodi o seminata di fori e di tagli inflitti alla tela”
    d’un Lucio Fontana….
    Gino Rago

  15. LA NUOVA POESIA RICHIEDE UN NUOVO LINGUAGGIO CRITICO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22866
    caro Gino,
    hai colto il punto centrale: la nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico. Non è facile costruirsi un nuovo linguaggio critico, ma penso che esso dovrà essere fatto con gli stessi materiali con cui è stata fatta la nuova poesia. la poesia della nuova ontologia estetica richiede il nuovo linguaggio critico, ma non è cosa facile né automatica, e forse un nuovo linguaggio critico non vedrà mai la luce perché non è nell’interesse dei grandi gruppi editoriali e istituzionali favorire e avallare un nuovo linguaggio critico [del resto io stesso dico sempre che non sono un critico e nè un tuttologo, tento di fare critica ma non sono sicuro affatto di riuscirci, sono consapevole dei miei limiti].

    Un nuovo linguaggio ermeneutico deve prendere tutto da tutto, proprio come fa la poesia della nuova ontologia estetica [le ultime prove ad esempio di Chiara Catapano lo stanno a dimostrare], deve saper gettare a mare i vecchi linguaggi, la vecchia terminologia. Un nuovo linguaggio deve essere eclettico, ellittico, deve saper anche improvvisare, deve saper trattare i linguaggi di disparati campi, non escluso quello del giornalismo e quello filosofico e quello della moda, deve essere un conglomerato di esperienze, un concentrato di altri linguaggi, di iconologie, deve saper parafrasare, deve essere rapido, inquieto…

    Ecco, ad esempio, quello che scrivevo a proposito della poesia di Kjell Espmark:

    ” Le parole di Espmark sanno di essere effimere, transeunti, fragili, entropiche. Le parole che vivono nel nostro mondo non possono che essere volatili. Il sostrato ontologico dell’Occidente del Dopo il Moderno è qualcosa di dis-locato, di volatile i cui componenti appartengono alla categoria dei conglomerati, fatti di giustapposizioni e di emulsioni, di lavorati e di semilavorati, materiali che si offrono alla costruzione, alla auto-combustione e alla entropizzazione. Il Moderno del Dopo il Moderno è ragguagliabile a un gigantesco conglomerato di elementi aerei, fluttuanti, effimeri dal quale sembra sia scomparsa la forza di gravità. Le parole sembrano allentarsi e allontanarsi dal rigore sintattico, appaiono volatili, frante. Ma qui interviene il rigore del poeta svedese che le tiene incatenate alla orditura sintattica del testo.

    Nella poesia di Kjell Espmark ci trovi in trasparenza frasari che riecheggiano frasi un tempo già pronunciate, già scritte, magari nella Bibbia o in qualche cronaca dell’impero cinese. L’ingresso in questi grattacieli del fabbricato leggero, le novelle piramidi del nostro tempo, è fatto di effimero e di transeunte, di transitante nel Nihil, ponte di corda steso sopra gli abissi del nichilismo della nostra civiltà. Ecco, la poesia di Kjell Espmark ha la solidità e la leggerezza di un ponte di corda. L’ingresso, dicevo, in questo fabbricato di frasari nobili e non-nobili è un tortuoso cunicolo che ci porta all’interno del mistero dell’esistenza dell’uomo occidentale. Qui, ci si muove a tentoni, non si vede granché, non c’è luce, non si percepisce se la via scelta sia quella giusta, ma l’attraversamento di essa è per un poeta un obbligo non eludibile. Bisogna varcare quell’ingresso e inoltrarsi. La poesia di Kjell Espmark si propone questo compito. È un tragitto fra intervalli di buio durante i quali il tempo sembra sospeso, dove la «parola» si è volatilizzata, portandosi via con sé «una patria incompleta», ed è diventata invulnerabile al tempo che la vuole soccombente. Le «ombre» commerciano con i vivi. Ci sono molte «ombre» in queste poesie, e noi non sappiamo chi sia più vivo, se le «ombre» o i vivi:

    Trovai sì l’ombra del mio amato
    ma brancicò sopra di me
    senza riconoscermi.
    Allora passai la goccia di sangue sulle sue labbra,
    l’ombreggiatura più scura che erano le sue labbra,
    e lui stupì –

    Questo «passaggio» tra le «ombre» è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti. Ma percorrere un Um-Weg per raggiungere un luogo non significa girarvi attorno invano – Umweg non è Irrweg (falsa strada) e nemmeno Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco) – ma significa compiere una innumerevole quantità di strade, perché la «dritta via» è impenetrabile, smarrita e, come scriveva Wittgenstein, «permanentemente chiusa». Non v’è alcuna strada, maestosa e tranquilla, come nell’epos omerico e ancora in Hölderlin e in Leopardi, che sin da subito mostri la «casa», il luogo dal quale direttamente partire per ritrovare la patria da dove gli dèi sono fuggiti per sempre.”

  16. POESIA
    Un mio contributo alla Nuova Ontologia Estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22867
    Le strade mai più percorse:
    esse stesse hanno interdetto il passo
    – alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
    In anticipo sulla pioggia –.

    Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
    consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

    Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate
    – scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
    ritmati di prima – gli stessi –
    da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

    Per un’aria che non rimorde – l’ombra
    sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

  17. Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa alla poesia di Donatella Costantina Giancaspero
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22868
    Ci sono delle «strade» nell’inconscio che non sono state «mai più percorse», che hanno le loro buone «ragioni», sono «esse stesse» che interdicono «il passo». È il passato che incombe minaccioso sul presente dell’io. Qui siamo nell’ambito di dominio dell’inconscio e della correlativa funzione dell’io. L’Io non è più il sovrano assoluto dell’io penso cartesiano non è la sintesi dei miei pensieri e delle mie percezioni, ma è Altro. L’Io è stato esautorato delle proprie istanze, dei propri poteri illusori, del proprio scettro; l’Io è ciò che resta dell’io, ciò che non sa dell’io. L’Io, dirà Lacan nella sua lettura dell’Entwurf freudiano nel seminario L’etica della psicoanalisi, «l’io è l’inconscio in funzione». Da un lato obliterato dall’inconscio, dall’altro suo prolungamento nella realtà.

    Si tratta di un’istanza formalmente rappresentativa, funzionante secondo una dialettica che articola le Wortvorstellung alle Sachevorstellung, coinvolta in un processo che associa linguaggio e rappresentazione. E qui sta lo snodo che segna il passaggio in Lacan alla definizione di «soggetto dell’inconscio» come effetto dell’«azione letale» del significante, una volta introdotto nel campo dell’Altro come luogo della Parola. Questo «tu» al quale ciò che resta dell’io si rivolge, è un «tu» di incantamento, è un fantasma che ci giunge dall’al di là dell’istanza della coscienza; ciò che per noi ha a che fare con il «fantasma», quel «Qualcuno», che non sai se sia io o una parte dell’io o altro e altro dell’Altro.

    «Qualcuno», questo indeterminativo, questo misterioso ospite, ha risposto ed ha preso il posto dell’io. Qualcuno ci tratta da imputati: – Io! Che cosa è questo Io? Io tutto solo, cos’è? – se non un Io di sottrazione, un Io di ricusazione, un Io di no, non per me, io non sono io, io è un altro. Così è fin dalla sua origine, l’Io, in quanto si ribella, si sottrae, espelle anche se stesso con un movimento all’incontrario; l’Io come difesa, come Io che prima di tutto rigetta e ricusa, e che lungi dall’annunciare, disarma, vaga nella zona anestetizzata dell’esistenza. È l’Io nell’esperienza anestetizzata del proprio sorgere e che fa esperienza della propria disparizione.

    L’inconscio non è l’inconoscibile, non è l’indicibile. L’inconscio si manifesta, seppur attraverso il velo di sintomi, lapsus, sogni, si manifesta in poesia e il suo manifestarsi consente quanto meno di avvertirne la presenza. Presenza che non si confonde mai con l’esser presente, con un darsi in carne ed ossa; eppure è un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote il soggetto, o sarebbe forse meglio dire lo coglie a tergo nel suo discorso cosciente, nel suo voler-dire, nei suoi atti, nei suoi desideri, nelle sue intenzioni, lo coglie cioè in un vacillamento che non è nulla di superficie ma lo concerne nel suo stesso, nel suo più intimo essere.

    «Le ragioni» «mai sapute», restano «inconfutate», appunto perché gravitano «nell’equivoco» dei «selciati» (una metafora che serve a spostare il discorso dalle «ragioni» ai «selciati» con un cambio di soggetto); ecco, quei «selciati» colti da «martellante fiducia» restati preda di Wortvorstellungen (rappresentazioni di parole del linguaggio articolatorio), che non possono sfuggire alla loro vera sostanza di giustificazioni «scampate al giudizio», argomentazioni che l’io si dà di continuo per poter sopravvivere e costituirsi come proiezione di pulsioni cieche che hanno trovato la loro vestizione linguistica. Le giustificazioni, «le ragioni» sono nient’altro che proiezioni linguistiche, Wortvorstellungen, artifizi concettuali che l’io erige come complementi dell’inautenticità generale dell’esistenza.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22898
      il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
      volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
      può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
      che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia

      (Vincenzo Vitiello)

      Cosa è la presenza? C’è una presenza? La poesia della Giancaspero ruota ossessivamente e instancabilmente attorno a questo punto, rumina incessantemente attorno al punto della disparizione de-coincisione del presente, a quella cosa incredibile che è la manifestazione dell’atto, della attualità, cioè della presenza perché la presenza è un togliersi, è l’attualità del togliersi.

      La presenza non è un immediato ma un mediato, dipende da altre innumerevoli presenze che si sono tolte, sono dileguate. Il de-coincidersi della presenza fonda la presenza, il continuum della presenza è il suo continuo de-coincidersi.

      Il de-concidersi del presente è il suo esser atto, esser in atto, esser presente, immediatamente attuale, immediatamente nella attualità e immediatamente svanito in quanto nulla, perché il nulla giustifica, fonda l’originarietà dell’attuale. Il presente è l’origine che si rinnova e che muore allo stesso istante. Appunto perché il nulla è attuale, perché l’attuale non contiene il nulla staticamente, omeostaticamente come un recipiente, ma attualmente, negandosi, togliendosi, de-coincidendosi.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22902
        Nella dottrina buddista questo pensiero viene detto della Impermanenza (Anitya). E’ tipico di questa dottrina affrontare in chiave negativa – dell’abbandono – le circostanze della vita. Tutto finisce, non solo le cose che consideravamo importanti per noi ma anche semplicemente quando osserviamo il volo di uno stormo di uccelli e li vediamo scomparire dietro il tetto di una casa; un passante che svolta l’angolo della via: c’era e non c’è più. E’ tutto così, per non dire dei pensieri che nascono e muoiono. Questa comprensione porta all’abbandono delle passioni, dell’io-sono e molto altro. Ma serve, secondo me, un passo oltre per non cedere al pessimismo esistenziale, e questo passo è l’accettazione – se si vuole, nichilista – della continua e inarrestabile mutazione. E questa la si ottiene osservando. Esattamente come fa Donatella Costantina Giancaspero, la quale scrive separata, non da quel che è stato ma da se stessa. Donatella non c’è più. C’è l’amarezza, c’è qualcuno che…
        Ma sono tasselli, frammenti; che aspiriamo, senza trattenerli.
        Nelle parabole buddiste si usa dire “uscire dalla ruota del carro”. Osservare. In effetti, io credo che NOE abbia a cuore la visionarietà, più che la parola; il pensiero filosofico scritto con lingua naturale, non specialistica. Questo potrebbe anche dipendere dal generale impoverimento della lingua italiana. Forse gli stracci sono lì.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22954
        L’Es e l’inconscio non obbediscono alla struttura lineare del tempo della nostra vita quotidiana: «passato-presente-futuro», essi si esprimono in un super linguaggio isomorfico che congloba tutte e tre le dimensioni temporali della vita quotidiana in una super dimensione: quella del presente complesso. Ed è nella dimensione del presente complesso che si muove la poesia giancasperiana e, in genere, quella della «nuova ontologia estetica». Ma per far questo, per rappresentare questo presente complesso la forma-poesia deve assumere una nuova modalità di esistenza che contempla, simultaneamente, presente, passato e futuro in una sola dimensione che è il super presente. È da questa necessità che nascono le importanti differenze formali e strutturali della «nuova ontologia estetica» e le sue differenze grammaticali e sintattiche. I poeti della «nuova ontologia estetica» pensano il presente complesso o super presente e a tal scopo adattano le categorie grammaticali e sintattiche del linguaggio per rappresentare qualcosa che con le tradizionali categorie grammaticali e sintattiche non può essere rappresentato.

        Scrive Carlo Rovelli:

        «La grammatica di molte lingue moderne declina i verbi in “presente”, “passato” e “futuro”. Non è adatta per parlare della struttura temporale reale del mondo, che è più complessa. La grammatica si è formata dalla nostra esperienza limitata, prima che ci accorgessimo della sua imprecisione nel cogliere la ricca struttura dle mondo.
        Quello che ci confonde, quando cerchiamo di mettere ordine nella scoperta che non esiste un presente oggettivo universale, è solo il fatto che la nostra grammatica è organizzata intorno a una distinzione assoluta “passato-presente-futuro”, che invece è adatta soltanto parzialmente, qui vicino a noi. La struttura della realtà non è quella che questa grammatica presuppone. Diciamo che un evento “è”, oppure “è stato”, oppure “sarà”. Non abbiamo una grammatica adatta per dire che un evento “è stato” rispetto a me, ma “è” rispetto a te.
        Non dobbiamo lasciarci confondere da una grammatica inadeguata».1]

        Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 pp. 98,99

  18. gino rago

    La nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22869
    Irrompendo nella storia dell’arte i Capogrossi, gli Hartung, i Mathieu, gli Scanavino (arte segnica e gestuale, nella pittura contemporanea) e poi
    i Burri (pittura materica), i Pollock, i de Kooning, i Francis (pittura d’azione),
    senza dimenticare i Fontana e gli Scialoia (pittura spaziale) e i Dorazio
    (pittura neoconcreta e arte cinetica), se niente hanno fatto, hanno costretto
    la cosiddetta ‘critica d’arte’ a rivoluzionare quanto meno il lessico nel nuovo gergo critico, e non tutti i critici d’arte furono trovati pronti…

    Perché si comprese ob torto collo che non si potevano applicare alla pittura
    contemporanea gli schemi, i paradigmi, le misure che si usavano per quella
    ‘antica’ usando espressioni, anche abusate, come “bella materia”, “ricco
    impasto”, “variopinta tavolozza…”, “agili pennellate”, “delicati arabeschi”
    di fronte a cenci raggrumati, lamiere contorte, tele tagliate.

    Eppure a lungo, errando clamorosamente, alcuni interpreti d’arte non furono
    inclini ad abbandonare quel “linguaggio critico” che se si addiceva ancora
    all’arte di ieri, inadatto appariva a quella contemporanea…

    Temo che la “critica letteraria” abbia lo stesso problema oggi di fronte alla
    nuova poesia…

    E’ come se il critico d’arte si attardasse a parlare ancora
    di “accordi di colore” di fronte a un’opera di Klein tutta azzurra o dinnanzi
    a “una superficie irsuta di chiodi o seminata di fori e di tagli inflitti alla tela”
    (Dorfles) d’un Lucio Fontana….

    Estemporaneamente ho steso queste mie meditazioni stimolato dalle riflessioni
    di Giorgio Linguaglossa sulla “Vergine degli stracci” di Michelangelo Pistoletto
    (1967) a proposito dei versi miei di ‘Collage (Poesia fatta con gli stracci)”,
    proposti alla lettura dei colti e fedeli frequentatori de L’Ombra delle Parole
    qualche giorno addietro.
    E se da un lato mi rincuora la con-divisione dichiarata da Giorgio Linguaglossa
    nel suo commento, dall’altro (ahinoi) conferma i miei timori d’una critica
    non in grado d’attrezzarsi del giusto ed efficace armamentario ermeneutico fondato sul giusto “linguaggio critico”.

    Gino Rago

  19. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22873
    Testamento (contro il no che dentro mugghia)

    La bella pittura postcubista?
    Il nobile medium dell’olio?
    Rimarrebbero forse le frasi più turpi
    Contro il no che dentro mugghia.

    (…)

    Nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
    Legni combusti. Cenci.
    I segni d’amore ( o d’affinità ) per epoche remote.
    I materiali effimeri. I materiali rozzi.
    Le altre parole.

    (…)

    Le parole che negano
    Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci e gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbild..
    I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.

    (…)

    Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del no finalmente liberato
    Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.
    In un viaggio incompiuto. Un sorriso amareggiato.
    Con Milton che urla dal Paradiso Perduto:«E’ inferno.
    Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

    Gino Rago

    (In forma definitiva)
    in fede,
    gino rago

  20. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22874
    È noto che con la dizione «cambiamento di paradigma» si intende un cambiamento rivoluzionario di visione del mondo. L’espressione è stata coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Anche nella storia della letteratura, i nuovi paradigmi non piovono semplicemente dal cielo. Il nuovo che voglia imporsi deve distaccarsi necessariamente dal vecchio «paradigma» per legittimarsi di fronte alla tradizione, così che, mediante un nuovo modo di vedere l’oggetto, noi accediamo anche ad una nuova visione del mondo. I più importanti mutamenti di paradigma nella storia della poesia italiana avvengono a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta; in questa accezione Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi è un libro chiave e in anticipo sui tempi, tanto che l’opera non venne recepita dai contemporanei in Italia. Il titolo che Alfredo de Palchi nel 2006 darà alla edizione italiana di tutte le sue poesie (tranne Foemina tellus) è Paradigma; la versione in inglese che comprende anche Foemina tellus sarà Paradigm (2013), ad indicare e rimarcare quella idea di unicità e di esemplarità della sua poesia rispetto alla poesia italiana del secondo Novecento.

    Nessuna certezza
    dalla spiritualità arcaica del mare–
    gesticolo le braccia al cielo che affonda
    sbilanciato nei verdi avvallamenti
    mutazione cosciente
    vescica rovesciata metamorfosi
    per un abisso d’alghe e pesci,
    non mi differenzio-sono
    l’escrescenza che si lavora in questa
    epoca
    e dovunque bocche di pesci
    aguzze su altri pesci
    il mare un vasto cratere
    e fissi al remoto I pesci graffiti
    non guizzano dove sradicato
    il gabbiano è l’unica dimensione
    conscia
    dell’inarrivabile bagliore.

    (primi anni del 1960)
    da Sessioni con l’analista (1948 – 1966)

    Oggi le condizioni per irpoporre un «nuovo paradigma» per la poesia italiana si sono ricostituite. Accade che un «nuovo paradigma» interviene quando gli artisti creativi si trovano davanti una tradizione «muta», un vuoto di tradizione, allora, come d’incanto, risorgono all’improvviso quelle forze interne, quelle tendenze che spingono verso il «nuovo» di cui la poesia postata da Gino Rago è un esempio calzante:

    Nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
    Legni combusti. Cenci.

    La «nuova ontologia estetica» è questo: il risultato di forze telluriche che oggettivamente erompono dalla pellicola statica della tradizione, una tradizione che non parla più, che non è in grado di parlare ai contemporanei, che ha perso il testimone nell’avvicendarsi delle generazioni. So che dicendo questo mi attirerò la repulsione e la riprovazione di moltissimi letterati e in particolare di coloro i quali ci stanno bene dentro questa situazione di stasi, ma si tratta di un fatto auto evidente che io devo soltanto mostrare. Una poesia come questa di Gino Rago, fatta di stracci e di cenci è la migliore prova di una tradizione esausta che la nuova ontologia estetica ha il dovere di rinnovare e ripercorrere.

  21. gino rago

    Grazie caro Giorgio. Ci hai abituati, facendoci crescere e affinare, a una scrittura ermeneutica ad alta tensione ascensionale attingente sempre esiti
    dirompenti e illuminanti. Ma in quest’ultimo tuo commento (delle 17.12 del 20 agosto 2017) hai superato ogni nostra esigente aspettativa gettando intelligenza,cultura, cuore e competenza ben oltre la siepe che ci separa
    dall’ultimo orizzonte.
    E’ una prova di critica letteraria da tenere a lungo nella mente…
    Gino Rago

  22. gino rago

    Nonostante l’afa agostana che non vuole allentare la sua morsa e che anche
    perciò non rende queste ore propizie alla poesia, scritta e interpretata,
    sarebbe davvero interessante e favorevole all’arricchimento del dibattito in corso, poter udire il suono delle idee di Sabino Caronia, di Salvatore Martino,
    di Claudio Borghi; ma anche di altri e di altre che frequentano con nostro
    giovamento L’Ombra delle Parole (Roberto Bertoldo, Mariella Colonna, Anna
    Ventura, Letizia Leone…)
    Gino Rago

    • gino rago

      Caro Gino, grazie!
      Bella e vibrante poesia: “Testamento” ricordo amaro del Novecento.
      Io non sapevo neanche che cosa significasse “Ferramonti”, poi l’ho cercato…
      Il no (nel senso del non dire, del non allinearsi, dello spazio aperto dell’incertezza, del dubbio) dell’arte contro il sí obbligato del male è un no che lascia tristi, se ho ben capito (scusami se sintetizzo così prosaicamente).
      Hai ragione.
      Io non ne posso piú di male, di segni di quella memoria in tutte le città che visito e mi sento come svuotata ad ogni nuovo terribile episodio di terrorismo: il nazismo di oggi, secondo me.
      A me piacerebbe un mondo bello, e un’arte leggera come una farfalla che qualche volta…lasciasse un’apertura alla speranza, al paradiso, o almeno alla sua illusione.
      Oltre ai sacchi di carbone, Kounellis ha fatto il muro d’oro…
      Cari saluti,
      Ethel Manuela Piselli

  23. antonio sagredo

    aNTONIO sAGREDO
    Poema (di un ) idiota

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22879
    Sul tavolo della vita
    lettere e penne di gallina
    busti come boschi
    pavoni
    bicchieri
    mimi
    carte da gioco
    buchi
    contraccolpi
    missioni
    fantasie
    scrivani barattoli di salsa
    poeti
    sale piccante
    pepe salato.

    Far poesia è lirico
    ammaestrar le arti.
    Far poesia
    è lirico… quando
    il verde serpeggia
    dove il pudore non ha cani
    da sbattere
    con sputo di pagliaccio.

    Cos’è poesia?
    Non è forse
    orgogliosa
    vogliosa combinazione
    di numeri intrecciati
    come pezzi infiniti di ricambio?
    Non è forse
    spumosa messe di parole
    divise in classi
    gerarchie
    sottostrati?

    Che ordine costrutto
    come sorci
    sull’ATTENTI!

    Un motivo sobbalza
    strabocca numeri a catena
    disordine ribellione
    la forma impazza
    tentenna il contenuto
    la parola dominante
    invoca
    ispezioni!
    comanda
    arrotini!
    affila
    sgranocchia
    consuma
    lo sperpero ridotto a grande effetto
    ma la poesia
    per contrasto abbaia
    con muso
    da strapazzo!

    Ai sogni infantili
    lasciate i ricordi
    cucire
    colori su colori
    palazzi su palazzi
    cucire i sogni
    sui grandi e piccoli poeti
    come toppe false
    sulle chiappe!

    All’antica ragione
    prestare fantasie…

    Bruciare i canti sazi
    stanchi del poeta
    e leccate la calvizie
    di teste coronate
    in serie
    come gaie capre nei recinti.

    Sulla punta del naso
    le pastoie
    e un gruppo di cavalli
    una groppa di poeti
    un ruvido canto
    solfeggia
    come fari tisici nella notte.

    Senza senso
    la metafora
    accorcia
    e allunga
    paragoni
    d’ogni sorta indovinati
    come metafore impazzite
    rifiutano il già detto.

    Fare rima col sogno
    pare buffo
    prendere sul serio
    cose arcane
    ma il vantaggio è superbo
    districa i rotti singulti
    e i rimorsi del tempo
    come navi uncinate di passaggio.

    Dispensa il poeta
    le parti invidiose
    d’accenti burleschi
    meschini li pensa
    come comici colori dappertutto.

    Il sangue torreggia bandiere
    come sogni puri
    a gente che impazza
    per voglia di droghe
    puri sogni
    come albe stupite dai tramonti.

    Giallo sui tetti
    percepiscono insetti
    rosso su tutti
    l’immagine accenna
    di fianco ai bastioni
    fortezze!

    Forse
    io vedo
    nella vita
    tutto un qualcosa
    di profondamente bislacco
    come una palude percorsa
    da stupidi
    martiri
    e santi.

    Il nuovo
    come una batosta
    da attaccare
    la vita al muro
    il linguaggio ad altro polo.
    Dove le parole
    e gli oggetti
    e i sogni
    struggono il poeta
    il letterato saccente
    trova annoso
    finalmente
    critico sputo fendente.

    E la rima
    che fatica!
    rimare è trovare
    scavare
    il linguaggio più duro del faggio
    saperlo come si dovrebbe
    almeno usare
    ci vuole coraggio
    a volte come un saggio
    si rivela pedante
    accademico scolastico
    perciò bisogna rivoltarlo
    e violentarlo
    stanare il fondamento
    scacciare la ripetizione
    sfogliare
    ricacciare la sintassi
    ripudiare i sacrosanti passi.

    a. s.

    1968/69/70

    • Antonio scherza sempre…
      Comunque in questa poesia pare di stare sott’acqua: trattenendo il fiato, nel poco tempo che ci è consentito, scrivere nel guazzabuglio delle regole ma con meraviglia, alla Chlebnikov.

  24. gino rago

    Gabriella Cinti
    MATTINO D’ORIGINE

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22881
    Savana d’aria,
    l’alba di oggi esplosa
    come nel Cambriano,
    l’ossigeno degli dèi
    per i trilobiti, coloni della vita,
    i primi occhi del mondo,
    e per me, bipede sognante.

    Il tempo del mito mi cinge
    ad anello, polverizzate
    le gerarchie di memorie.

    La cerimonia del respiro
    simula il ritmo del volo a bordo
    di nubi, per raggiungerti.

    Nutro la parola di danze rosse,
    corniole di suoni
    per sillabare l’origine.

    Alle sette del mattino,
    il caolino del sogno
    mi imbianca per rito.

    Navigo la famiglia dei vivi
    per intermittenze,
    lampi d’acqua
    per il trasmigrare sacro
    all’inizio dell’universo.

    Aspersa di primordi,
    nuoto il tempo
    tra totem liquidi
    ed estasi di antichi oceani,
    fruscianti dei primi sacri sussulti.

    Trascendere a ritroso,
    in Tuffo cosmogonico
    nel cuore paleozoico dell’abisso,

    a dirompere l’origine
    nel prodigio supremo della forma.

    Gabriella Cinti – Venezia – 2017

    N.B.
    Lo spirito di servizio a favore dei poeti e della poesia mi spinge senza remore
    verso il desiderio di condividere con i lettori de L’Ombra delle Parole anche questi versi di Gabriella Cinti, giacenti silenziosamente nella mia e-mail.
    Mi pare che in questa composizione Gabriella Cinti abbia ben chiare le idee
    di “forma” e di “evento” secondo Carlo Diano e che spinga i suoi versi nella direzione d’un nuovo paradigma assai prossimo alla NOE, specialmente se
    questi versi sono interpretati secondo lo spirito dello Spazio Espressivo
    Integrale, spazio nel quale, invece, fluttuano in tutto il loro splendore
    i versi di Costantina Donatella Giancaspero, magnificamente criticati
    da Giorgio Linguaglossa, e quelli recenti di Chiara Catapano e di Francesca Dono, non meno magnificamente letti e interpretati dal nostro Giorgio L.,
    senza dimenticare la grande prova di “LORO” di Edith D., né quella recentissima di Mary Colonna.

    Gino Rago

    • gino rago

      Ringrazio Gino Rago per il suo sorprendente commento, prezioso perché avalla un mio tentare-a-tentoni la strada dell’espressività ontologica, spazio in cui la Parola è ossimoricamente svuotata di una semanticità precostituita, per caricarsi, ulissicamente, di un oltre concettuale e fonico, la voce di un vuoto siderale, prima materia di Nuova Galassia Poetica.
      Gabriella Cinti

  25. Chi ha paura delle idee?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22891
    In proposito scrive Maurizio Ferraris: «l’inventore della scrittura cercava un dispositivo contabile, ma con la scrittura si sono composti versi, sinfonie e leggi; l’inventore del telefono voleva una radio, e viceversa; chi ha inventato le tazze da caffè americano non prevedeva la loro destinazione parallela a portapenne; l’inventore dell’aspirina pensava di avere scoperto un farmaco antinfiammatorio, mentre una delle sue più interessanti qualità è che sia un farmaco antiaggregante, quindi fluidificante del sangue, come sì è capito più tardi; l’inventore del web pensava a un sistema di comunicazione tra scienziati, e ha dato vita a un sistema che ha trasformato l’intera società. Lo stesso cellulare è evoluto da apparecchio per la comunicazione orale ad apparecchio per la comunicazione scritta e la registrazione, smentendo l’assunto secondo cui la comunicazione costituirebbe un bene superiore alla registrazione, e l’oralità un veicolo di scambio più gradito, naturale e addirittura appropriato della scrittura…».*

    Noi abbiamo gettato a mare una scialuppa di salvataggio per la poesia italiana di oggi. Era una piccolissima scialuppa all’inizio, ci stavamo in due o tre, adesso siamo in tanti ad esserci saliti a bordo. Chi lo può dire? Magari è da questa scialuppa che sorgerà la poesia di oggi e del futuro… (pensiero mio)

    M. Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016 pp. 120 € 12

  26. Wislawa Szymborska, due poesie del 1962
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22892
    Nel sonno

    Ho sognato che cercavo una cosa,
    nascosta chissà dove oppure persa
    sotto il letto o le scale,
    all’indirizzo vecchio.
    .
    Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
    inutilmente pieni di cose senza senso.
    .
    Tiravo fuori dalle mie valigie
    gli anni e i viaggi compiuti.
    .
    Scuotevo fuori dalle tasche
    lettere secche e foglie scritte non a me.
    .
    Correvo trafelata
    per ansie e stanze
    mie e non mie.
    .
    Mi impantanavo in gallerie
    di neve e nell’oblio.
    Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
    e congetture.
    .
    Spazzavo via l’aria
    e l’erba dell’infanzia.
    .
    Cercavo di fare in tempo
    prima del crepuscolo del secolo trascorso,
    dell’ora fatale e del silenzio.
    .
    Alla fine ho smesso di sapere
    cosa stessi cercando così a lungo.
    .
    Al risveglio
    ho guardato l’orologio.
    Il sogno era durato due minuti e mezzo.
    .
    Ecco a che trucchi è costretto il tempo
    dacché si imbatte
    nelle teste addormentate.

    Monologo per Cassandra

    Sono io, Cassandra.
    E questa è la mia città sotto le ceneri.
    E questi i miei nastri e la verga di profeta.
    E questa è la mia testa piena di dubbi.

    E’ vero, sto trionfando.
    I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
    Solamente i profeti inascoltati
    godono di simili viste.
    Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
    e tutto poté compiersi tanto in fretta
    come se non fossero mai esistiti.

    Ora lo rammento con chiarezza:
    la gente vedendomi si interrompeva a metà.
    Le risate morivano.
    Le mani si scioglievano.
    I bambini correvano dalle madri.
    Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
    E quella canzoncina sulla foglia verde –
    nessuno la finiva in mia presenza.

    Li amavo.
    Ma amavo dall’alto.
    Da sopra la vita.
    Dal futuro. Dove è sempre vuoto
    e da dove nulla è più facile del vedere la morte.
    Mi dispiace che la mia voce fosse dura.
    Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
    guardatevi dall’alto delle stelle.
    Sentivano e abbassavano gli occhi.

    Vivevano nella vita.
    Permeati da un grande vento.
    Con sorti già decise.
    Fin dalla nascita in corpi da commiato.
    Ma c’era in loro un’umida speranza,
    una fiammella nutrita del proprio luccichio.
    Loro sapevano cos’è davvero un istante,
    oh, almeno uno, uno qualunque
    prima di –

    È andata come dicevo io.
    Però non ne viene nulla.
    E questa è la mia veste bruciacchiata.
    E questo è il mio ciarpame di profeta.
    E questo è il mio viso stravolto.
    Un viso che non sapeva di poter essere bello.

    (da “Sale” 1962)

  27. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22893
    La ricerca poetica della Nuova Ontologia Estetica si fonda su una riflessione di tipo psico-filosofico. I suoi principi ispiratori aprono a una prospettiva diversa del fare poesia, accogliendo l’urgenza di chi ne osserva il vuoto presente e intende uscire dalla stagnazione letteraria degli ultimi 50 anni. Io e, come me, tanti amici ne siamo i promotori, poiché avvertiamo fortemente la necessità del cambiamento. Spero nella più larga adesione…

    A tutti dedico questo Quartetto di Giacinto Scelsi, profetico compositore del nostro Novecento, fautore anch’egli, nel suo campo, di un radicale cambiamento.
    Buon ascolto!!

    Giacinto Scelsi (1905 – 1988)
    Quartetto d’archi No.4 (1964)
    Quartetto di nuova musica – Roma
    Massimo Coen
    Franco Sciannameo
    Luciano Jorio
    Donna Magendanz

  28. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22894
    Poesia sperimentale di Adeodato Piazza Nicolai

    TABACCOFILIA

    «Ma la Ruth che sedeva accanto a me
    nella mia stanzetta in soffitta alla fine
    della giornata, le gambe allungate oltre
    il bordo del materasso, la tazza fumante
    tenuta con entrambe le mani, quella era
    la Ruth di Hailsham, e qualunque cosa fosse
    successa durante il giorno, ricominciavamo
    [a fumare] da dove ci eravamo interrotte
    L’ultima volta che ci eravamo ritrovate così» [1]

    Parte prima

    IL FUMO causa diverticoli cardiopatici
    IL FUMO ammazza – smeti adesso
    IL TABACCO fa ricche oltre 70 aziende multiglobali
    IL FUMO causa oltre il 90% dei “buchi neri” ai polmoni
    IL FUMO galleggia sulle collettive poltrone
    IL FUMO trascrive i dispiaceri dentro i polmoni
    IL FUMO rigenera ictus e zero generositàà
    I FIGLI (nipoti e pronipoti) dei scalatori hanno varie probabilità di precipitare
    IL FUMO causa contrasti pseudoconciliari
    SMETTI di fumare e sgobba al posto dei soliti furbetti
    che timbrano la cartella poi vanno a fumare
    IL FUMO combatte l’infelicità
    IL FUMO aumenta il rischio di diventare prepotenti senza cerotti
    IL FUMO sa uccidere il feto nell’utero paterno
    IL FUMO neutralizza ogni cancro alla bocca e alle narici
    IL TABACCO rende multi-billiardarie le varie multinazionali
    IL FUMO non ascolta nessuna preghier

    Parte Seconda

    [NOTA: MO si riferisce al “messaggio originale” stampato sui pacchetti di sigarette. MA si riferisce al “messaggio alternativo” proposto, in chiave autoironica, dallo scrittore, che è un fumatore incallito. Ha tentato varie volte di smettere, e fin’ora ha sempre fallito…]

    MO = IL FUMO uccide – smetti subito
    MA = LA FAME è suicida –non smettere troppo presto
    MO = IL TUO FUMO può nuocere ai tuoi figli, la tua famiglia e ai tuoi amici
    MA = LA MORTE può nuocere ai tuoi vicini, ai tuoi figli e ai tuoi nemici
    MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
    MA = IL FUMO promette esondamenti afrodisiaci
    MO = IL FUMO causa ictus e disabilità
    MA = IL FUMO produce rictus e probabilità
    MO = I FIGLI dei fumatori hanno più probabilità di cominciare a fumare
    MA = I PADRI dei fumatori hanno più capacità di predicare agli altri
    MO = SMETTI DI FUMARE e vivi per i tuoi cari
    MA = SE NON SMETTI di fumare probabilmente vivrai più a lungo dei tuoi cari
    MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
    MA = IL FUMO attutisce attacchi amorosi
    MO = IL FUMO è dannoso per i tuoi denti e le tue gengive
    MA = IL FUMO è prezioso per il tuo vizio e le tue sorgive
    MO = NUMERO VERDE 800.554.088 per smettere (di fumare)
    MA = NUMERO ROSSO 000.000.0000 per incominciare di nuovo a fumare

    NOTA [1] – Kazuo Ishiguro, NON LASCIARMI, la biblioteca di Repubblica – l’Espresso.

    © 2017 Edizione speciale per GEDI Gruppo Editoriale S.p.A, p. 161-162. Diritti Riservati.

  29. Adeodato Piazza Nicolai
    JENISH SURVIVOR

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22895
    Dedicated to Mariella Mehr

    At 9 years of age nearly electroshocked
    neaty into oblivion
    but you survived & survived & survived
    to tell it all to those who cared but even
    more to those who don’t give a damn.
    Constantly housed (but not free of pain)
    in Swiss institutions who hid all pogroms
    & each of their camps of concentration to
    Bury the roaming homeless of suspected roots.
    Every minority genetic codes should be
    wiped out from the face of the globe. Such
    children of secondary gods not belonging
    anywhere & to anyone especially
    during these days. They could contaminate
    the ruling race of every nation (Aryan or not).
    Mariella, rage, rage in the long night well into the day.
    Do not forgive, don’t ever forget although forgiveness
    might flow in your veins: abuses & evil, castration
    & power in the hands of those who claim full dominion
    of persons not kneeling to their eternal madness –
    from Hitler to Putin to Trump, to cite the worst who
    destroy our planet like alpha gorillas devoid of pity
    & understanding. So keep on writing & writing
    & writing to speak of the lives you lived on your skin.
    Don’t ever give in
    until your last breath. I also have travelled
    a similar road & will not desist until death comes.
    True writers become such invisible shadows so many
    masks of so many clowns, so many children chained
    to dead myths of the long past. Do not betray your
    vision, your dreams, your pains & crucifictions. And
    most of all do not forget the endless blood of ancestors
    feeding the veins & propelling fingers & heart …

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 13 August, at 13:15

    [Poem Inspired from reading the article/interview written on Mariella Mehr by Valentina Pedicini,
    “la Lettura” Numero 298, CORRIERE DELLA SERA, Domenica 13 agosto, p. 38-9. All Rights Reserved.]

    JENISH SOPRAVISSUTA

    Dedicato a Mariella Mehr

    All’età di 9 anni elettrtocioccata quasi
    all’oblio.
    Sei sopravissuta sopravissuta e vivi tuttora,
    racconti a tutte le persone che ami
    ma sopratutto ai menefreghisti.
    Eternamente “ospitata” e mai liberata dal dolore,
    vegetavi nelle elvetiche prigioni che nascosero
    pogrom e tanti campi di concentramento dove
    interrare i Jenish senzatetto, ambulanti con radici
    sospese. Il codice genetico minoritario doveva essere
    sradicato dalla faccia della terra per cancellare i figli
    di un dio minore, appartenenti a nessun luogo e a nessuno
    particolarmente in questi giorni. Potreste contagiarela razza
    dominante di qualsiasi paese (arianoidi, KuKloxKlanisti ecc.)…
    Urla, Mariella, urla nell’immane notte che sfocia nei giorni.
    Non perdonare. Non dimenticare anche quando il perdono
    scorre nelle tue vene: abusi, perversioni, castrazioni offerte
    dal potere mascherato di coloro che pretendono di dominare
    sulle persone che non s’inginocchiano alla loro volgare
    prepotenza – da Hitle a-Putin Trump, per citare i peggior
    distruttori del pianeta che sono sempre gli alfa gorilla senza
    pìetas, senza coscienza. Non smettere di scrivere, di parlare
    delle vite cicatrizzate sulla tua pelle. Non piegarti fino
    all’ultimo respiro. Anch’io ho viaggiato un simile sentiero.
    Non voglio, non posso desistere finché verrà la morte a segnarmi.
    Tutti vestiamo maschere da clown; siamo tanti i nuovi eredi
    inchiodati ai miti somatizzati dal tempo. Non tradire la tua visione
    i tuoi sogni, i tuoi malumori, le tue sacre crocifissioni. Soprattutto
    non dimenticare il sangue donato dagli antenati che cibano
    e spingono viscere e falangi sempre sanguinanti…

    © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 13 August, at 13:15

    [Poesia Ispirata dalla lettura dell’articolo/intervista sulla poetessa Mariella Mehr di Valentina Pedicini, – “la Lettura” Numero 298, CORRIERE DELLA SERA, domenica 13 agosto, p. 38-9. Tutti i Diritti Riservati.]

    • Secondo me la trasposizione video di questa bellissima poesia è perfetta sotto ogni punto di vista: la parola resta dominate, immagini e musica l’accompagnano con discrezione. Forse la lettura è insufficiente, mi chiedo se non sarebbe stato meglio ricorrere a una vera recitazione ( ma quale? Ad esempio Valerio Mastandrea…), questo perché credo che la video-poesia dovrebbe puntare al prodotto finito in tutti i suoi molteplici aspetti. Cosa non facile a farsi. Comunque complimenti.

      • Carmelo Bene, Vittorio Gasmann, Giorgio Albertazzi erano gli ultimi bravi attori della vecchia generazione, e sono morti. Una recitazione contemporanea, attuale, a me sembra questa di Valerio Mastandrea per come recita la poesia Matrimonio di Gregory Corso. Certo, la poesia americana è nella stragrande maggioranza dei casi poesia d’aneddoto, quindi è più semplice da pronunciare…

        • caro lucio,

          condivido il tuo giudizio, sarebbe meglio che Massimiliano Marrani ricorresse alla lettura di un attore dotato nella dizione come Valerio Mastrandrea… condivido pure il punto centrale di una poesia aneddoto che fa concorrenza al racconto breve (sorpassandolo) come questa geniale di Gregory Corso. In decine di migliaia hanno tentato di rifare il verso a Corso, ma era impossibile batterlo sul suo terreno. Di buono in Corso c’è l’immediatezza (la finta immediatezza) di un poeta di grande talento e una grande dose di ribellione. Invece i poeti piccoli piccoli che hanno tentato di imitarlo erano tutti dei piccoli conformisti che avevano (hanno) in timore il vino e il sesso…

          Mi chiedo: come mai Einaudi e lo Specchio non hanno mai pubblicato la poesia di Gregory Corso? Un lapsus? Una dimenticanza? Io credo, molto di più: la incompetenza degli uffici stampa di quegli editori.

          Aspettiamo che Marrani ci fornisca anche i testi delle sue poesie in video, così potremo esprimere un giudizio più appropriato. Mi sembra che Marrani abbia della autenticità… ma la dizione d’autore mi mette subito in sospetto, inoltre è un po’ troppo «affettiva», come è inevitabile quando è lo stesso autore che recita le proprie poesie…

          Infine, mi sembra che la filastrocca sul «fumo» di Adeodato Piazza Nicolai sia oltremodo effervescente, agonisticamente viva.

  30. la fantasia mi ha spinto a formulare un potpurri (ing. potluck) dei vari personaggi noeschi: giorgio centofante, donatella grieco-rathgeb antonio costantina etc… perdonatemi l’euforia … L’Epoca della Stagnazione fa ricordare alcuni principì di un economista (scordo il suo nome) che aveva parlato tempo fa di STAG-INFLATION (stagnazione-inflazione). Concetto già accantonato e sepolto. L’amministratore della crisi resta per me il RE MAIALE di George Orwell, là dove la microeconomia aveva trapassato la microchirurgia e la micrologia (m’era venuto in mente un acerbo neologismo: “microcriminologia”) Lo status quo è il sine qua non della nostra epoca conformista, in ogni campo artistico. Fotografia, poesia, artrologia, ecc. sermbra lasciare uno spiraglio di spazio al NOE, coiè a ciò che non è se non dietro i fantasmi mascherati, occultati e purtroppo spesso assassinati dagli amministratori peversi, senza una nozione dei versi… Stavo pensdando alla Beat generation, ora trapiantata dalla NOE generation e seguita presto dalla Non Generation. Più avanti si parlava del “morphing e la manipolazione per mezzo di programmi” che non è certamente una morgologia ne morfologrtamma ma una immersione nella morfina (ricordateo la 10 % solution de criminologo famoso inglese? Steve Grtieco-Rathgeb citava “un deserto digitale” che direi anche glaciale…Siamo diventati inseparabili daglli aggeggi, veri prolungamenti del nostro corpo e anche dello spirito. Se vogliamo eliminare le autorità artistico-artritiche che ben vengano “le anonime e rarissime gemme che affiorano” non solo dai mari ma anche dai posti più ignorati e dimenticati. Voterei per una poesia dell’autore non-autore, cioè anonimo e rimpiazzato dai propri versi…basta con l’autoreferenzialismo egoistico e senza sbocco ne sblocco nell’arte. Thank you and good work to all of you.

    adeodato

  31. Devozione.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22905
    Il discepolo è un gatto. Per vederti meglio
    guarda dall’altra parte. E intanto ti offre le spalle.
    Non che sia sempre così, a volte il discepolo
    si beve una birra. Egli non ama il Maestro perennemente
    ma sempre se ne innamora.

    Mayoor. Candia L, ago 2017

  32. antonio sagredo

    ANTONIO SAGREDO
    POESIA
    8* poema (di un) idiota
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/19/un-poema-di-velemir-chlebnikov-il-genio-del-futurismo-russo-la-perquisizione-notturna-traduzione-e-commento-di-paolo-statuti-2/comment-page-1/#comment-22908

    Perché continuo a poetare?
    Cosa mi riserva il futuro?
    Non comprendo il significato dei versi.
    A chi sono diretti?
    Sono dei proiettili
    o delle granate a salve?
    Milioni di poeti:
    miliardi di parole!
    La testa-quintessenza
    scoppia di bestemmie e di sollazzi.
    Non posso restare così
    tra le conifere del freddo
    come una ghiacciata tartaruga
    disperata e malferma
    per un tizzone di parole
    accese dalla rabbia.
    Sono peggio di un cane randagio
    nefritico, sterro sprocchi, ovunque
    uso i denti come do-re-mi.
    A nessuno importa del poeta-barbaglio.
    Applausi per la crisi dei linguaggi,
    ma tutti sono pronti
    a canonizzare gli altari dei successi,
    inutili come parole sferruzzate al vento.
    Di cosa parlo?
    Meglio spetezzare!

    1970

    • Il poeta si riconosce da canonizzare-sferruzzare, ma ovviamente e soprattutto da spetezzare. E il tardo futurista dalle metafore tipo: come una ghiacciata tartaruga / disperata e malferma. Notte, Antonio. Grazie.

    • Bellissimo video, grazie. La sequenza del nuotatore in apnea è straordinaria. Unico assente il silenzio sott’acqua. Forse è solo un problema di mixaggio: i volumi del sonoro, particolarmente la musica, a me sembrano preponderanti. Ma è solo un parere personale.

  33. condivido, la musica ha il tono troppo alto.

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