Poesie di Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Kikuo Takano, Boris Pasternak, Samuel Beckett – Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett – What is the word (Qual è la parola) di Beckett –  La petizione panlinguistica delle poetiche del secondo Novecento – Nuova ontologia estetica, Dialoghi e Appunti: Salvatore Martino, Paolo Statuti, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa 

Steven Grieco Rathgeb

 POESIE DEL MONSONE

 Per Chunni Kaul

1
Si dice che il poeta abbia un suo paesaggio

                                 “spoglio”

bianco-nero nella penombra
nel sogno variopinto del mondo

ecco il poeta

                                            apre le porte    apre le porte

2
Leggevo Seferis nel tempo delle piogge
a lungo dialogando
con la casa buia a mezzogiorno

Nella stanza accanto, una pittrice silenziosa.
Persone assenti gremivano l’aria.

Fuori, verde tuonante:
brezza che non soffia muove qualche foglia del banano.
Un cielo grave sulle strade ferme in ogni direzione.

Verde tuonante sulla vetrata, il grande geco.

Verde tuonante, ora pioggia sul tetto,
nella stanza di là, fra i mobili,
la mano di lei traccia colori nell’aria scura.

Dalla porta socchiusa le foglie del banano.
Dalla porta entravano strisciando i lunghi vermi del monsone.

Di esotico non esiste niente.

(da Supersimmetria, Jaipur, luglio 1996)

DALLA COLLINA DI BELLENDA

In effetti, non sappiamo più
se questo è scrivere o non scrivere.

Oltre un punto indefinito spariscono
anche le cose di cui scriviamo,
rimane solo la traccia del loro migrare:
e noi che ancora scendiamo sugli scogli
per studiare il mare, ad esempio,
lo spumeggiare che è già noi.

Perché le parole hanno un bell’inseguirsi
laddove il senso se ne libera: oltre
il punto di significazione
che non fornisce più certezze.

Solo dopo l’inspirazione sapremo meglio:
in questo tornare espirando
verso il suo silenzio.

(Ventimiglia, 2011)

Gino Rago
(Dal postmoderno decadentistico al postmoderno forte):

Il Vuoto non è il Nulla
Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
“L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada.
Non come vada il cielo”.
(…)
A Pisa tutti tremarono.
Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
In principio…Il vero poeta lo sa.
E’ nei primissimi istanti dell’universo materiale.
Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
Non si può vedere nulla. Perché per vedere ci vogliono i fotoni.
Ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
Né si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
Nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’).
Perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
(…)
In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
Il Vuoto soltanto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
E’ come il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
Ma il silenzio che contiene tutti i suoni. Il silenzio di Cage.
E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
(…)
E’ stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.
Ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito.
Il tempo e lo spazio. L’uomo che scrive la vita.
La poesia che scoppia dal vuoto che fluttua.

Helle Busacca e Pasolini nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

Caro Gino Rago,

questa tua poesia è una delle punte più alte della «nuova ontologia estetica». Hai abbandonato alle ortiche la vecchia e antiquata concezione delle parole che parlano dell’«io» e del «tu», la tua poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio, dal De rerum natura. Riprendi a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla e dal tutto.

L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce.

L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico,
nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura del soggetto.

l’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio,
il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio,
il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose,
che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso,
che dialoga con se stesso…

Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitätprinzip, e cioè la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole. Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la petizione non aveva previsto, né avrebbe mai potuto immaginare.

La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica. […]
Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso
per via della stessa logica differenziale che vedeva nel gioco dei rinvii
la sua sola consistenza, si autonomizzava, si chiudeva su se stesso
e diventava linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria.

Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, così come è stato per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.
Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo.

C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile,
che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso poetico.
Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.

L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».
Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere.
È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica», solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta, solo una volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito». Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica.

*

Giorgio Linguaglossa

Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett sono tre poesie diverse

Vorrei attirare l’attenzione dei lettori sulla problematicità del tradurre queste poesie che, apparentemente, sembrano semplici, e invece nascondono grandi difficoltà per il traduttore. Ecco qui due altre traduzioni (di cui una mia) molto diverse da quelle di Frasca. Io nel mio modesto tentativo di rendere la quartina originale in italiano ho puntato sulla forza dei verbi italiani declinati al gerundio… ma, ovviamente, ci possono essere una infinità di altre soluzioni espressive… Questo per rispondere indirettamente a chi ripete meccanicamente la tesi del Beckett minore in poesia, quando invece bisognerebbe leggere la poesia di Beckett come a se stante, come una modalità espressiva diversa da quelle del teatro e del romanzo…

A Francesca Diano (se ci legge) esperta traduttrice dall’inglese, sarei curioso di conoscere il tuo parere circa questa traduzione. Analogo invito lo rivolgo a Steven Grieco Rathgeb, se ci legge.

«Un giorno, studiando la filosofia del ’600, [Beckett] ebbe un’illuminazione – simile al lampo remoto perso in una notte profonda. Sfogliò le opere del filosofo belga Arnold Geulincx (1624-69) e vi trovò scritto: «Ubi nihil vales, ibi nihil velis» ossia, facendo eco allo stoicismo di Epitteto: dove nulla puoi, niente devi volere. Fu una grande scoperta: il modo migliore per non suicidarsi era non volere. Il modo migliore per affrontare i conflitti della volontà (compresi quelli di emancipazione personale) era l’abolizione stessa della volontà. Si applicò a questo credo da giovanissimo e così l’ebbe vinta sulle pulsioni suicide».**

Gnome

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning

Traduzione mia:

Gnomo

Scorrono gli anni dell’esperienza dissipando
il coraggio per gli anni vagabondando
attraverso un mondo che gentilmente ruotando
dalla volgarità dell’apprendimento

Traduzione di Gabriele Frasca:

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento

Altra traduzione:*

Gettar via gli anni di apprendistato nello scialacquio
del coraggio al posto di anni di vagabondaggio
attraverso un mondo che educatamente gira attorno
la volgarità d’imparare.

*da: http://nicolaghezzani.altervista.org/psicologia_disturbi_psicologici_psicoterapia-il_genio_paradossale_di_samuel_beckett.html
** Ibidem

Paolo Statuti
18 luglio 2017 alle 8:08

Interesserebbe anche a me conoscere il parere di Francesca Diano e di Steven Grieco Rathgeb. Traducendo questo tipo di poesie, sia che si conosca o non a perfezione la lingua inglese, c’è sempre il rischio di una interpretazione diversa dall’intento dell’autore. E’ un po’ come se il traduttore dicesse a se stesso: “tentar non nuoce”. E invece a mio avviso nuoce e come!

Pasternak e Gino Rago nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Gino Rago
18 luglio 2017 alle 10:31

A conferma della questione – tutt’altro che oziosa – sollevata da Giorgio Linguaglossa e accolta da quell’eccellente traduttore che ha sempre mostrato d’essere Paolo Statuti in ogni suo esercizio di traduzione di poesia straniera nella nostra lingua, propongo a mò di esempio la stessa poesia, “Il vento” di Borìs Pasternàk, nella duplice traduzione di Mario Socrate e di Serena Prina (Da PAIDEIA, Anno IX, N.29):

Il Vento

Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.

(Trad. di Mario Socrate)

Il Vento

Ho raggiunto la fine, e tu sei viva.
E il vento, con gemiti e singhiozzi,
Fa oscillare il bosco e la dacia.
Non ogni pino separatamente,
Ma tutti assieme gli alberi,
Tutta la lontananza sconfinata,
Come involucri di velieri
Sopra la superficie di una rada.
E tutto questo non per ardimento
O per vano furore,
Ma perché nell’angoscia sia parola
Per una ninna nanna per te sola.

(Trad. Serena Prina)

(Le differenze formali, ritmiche, lessicali appaiono evidenti…)

Salvatore Martino
19 luglio 2017 alle 14:16

Ho ripreso in mano il volumetto della bianca Einaudi delle Poesie in inglese, nella traduzione di Rodolfo Wilcock, a distanza di anni dall’ultima lettura. In parte mi devo ricredere: alcune poesie mi sembrano notevoli, qualcuna persino straordinaria, certo comunque all’altezza dei capolavori in prosa. La traduzione di Wilcock, per quanto io possa giudicare profondamente l’originale inglese, mi sembra migliore di quelle proposte qui.

alba

prima dell’alba sarai qui
e Dante e il Logos e tutti gli strati e i misteri
e la luna segnata
oltre il piano bianco di musica
che stabilirai qui prima dell’alba
sera grave soffice cantante
chinati sul nero firmamento di areche
pioggia sui bambù fiore di fumo viale di salici
chi anche se ti chini con dita di pietà
ad avallare la polvere
non aggiungerà alla tua munificenza
la cui bellezza sarà un foglio davanti a me
una dichiarazione di se stessa attraverso la temperatura di emblemi
sicché non c’è sole e non c’è rivelazione
e non c’è ostia
soltanto io e poi il foglio
e massa morta

Dopo quel vertiginoso incipit sei già calato nel mistero, nel vortice oscuro dei suoi versi, che ti penetrano al profondo, lasciandoti a guardare l’abisso dove il poeta si è calato. La sua febbre visionaria ti conquista, oltre la rima del tuo intelletto.
Chiedo questo impatto alla poesia e se non c’è poco mi interessa.

Con poesia Linguaglossa 1

Giorgio Linguaglossa

19 luglio 2017 alle 16.51

Io sono nel posto
in cui si vocifera che
«l’universo è un difetto
nella purezza del Non-Essere»

(Lacan – Scritti)

E dove siete è la dove non siete.

(T. S. Eliot – Quattro quartetti)

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza.

L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Mario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la “sorpresa ”, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che
coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, divarica uno iato fra quanto detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella dimensione soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza a essere. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula “penso dove non sono ” è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un “non sono io che penso”. È come se “l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose”.

Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce». A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

Kikuo Takano

giorgio linguaglossa
20 luglio 2017 alle 10.29

Kikuo Takano

Sempre una voce

Sempre una voce
ti ha avvisato: “Se piangi
vai oltre il dolore.
E ti accorgi che nell’addio
c’è l’incontro”.
Così ti parlava Dio, sfiorandoti
con la mano la schiena.
Sempre una voce
ti ha avvisato: “Con pazienza
aspetta, e per meglio guardare
impara a chiudere gli occhi”.
Così ti parlava Dio, con una lieve
carezza sui capelli.
Quando nel dolore piangevi
senza poter far nulla
quel Dio lo avevi accanto,
a volte ti portava sulle sue spalle.

Se ti dico

Se ti dico che è la destra,
mi rispondi: “Anch’io la destra”,
se ti dico che è la sinistra
mi ripeti: “Anch’io la sinistra”.
E così insieme abbiamo atteso l’alba.
Solo l’addio che entrambi ci eravamo detti
era il desiderio dell’uno per l’altra
e assai fortemente stringeva l’uno all’altra
e noi, senza neppure toccarci,
eravamo stupiti da tanto desiderio.

“Siamo stati stupiti come bambini…”
E ora tu mi disprezzi
“sì, ti odio
perché l’hai contemplata come in estasi
senza svegliarmi con uno schiaffo
anch’io abbagliata da quella visione”.

Senza darti uno schiaffo.
un pesante schiaffo.
E noi, in quell’istante,
eravamo già oltre quella “domanda”;
tu avresti potuto pronunziare il tuo addio,
io avrei detto il mio
e con questi nostri addii
avremmo potuto iniziare
ogni notte e ogni mattina.

Ma ancora mi chiedi:
“Non poteva quell’addio
prender congedo dall’addio?”
Ed io ancora ti ripeto
quando diversa è la “domanda”,
che sparisca quella “domanda”.
Abbiamo fatto esperienza non d’amore
ma di tempo, il tempo vuoto,
e l’abbiamo accettata come un fatale contrassegno.
Avesti dovuto capirlo anche tu.

Ma alla fine che cosa vuol dire?
Se mi confronto con te,
scuoti il capo in modo banale
e banalmente mi rimproveri.
Erano inutili quei giorni,
inutili quelle lotte.
Oggi sentiamo come peccato
l’esperienza dopo aver recuperato
ciò che abbiamo vissuto.
Oh, la spola della tessitura!
È un terribile filo: più costruisce la trama
più si sfila l’altra parte del bandolo
E passano i giorni in cui mi capita
di dipanare sempre fil filo.

(da L’infiammata assenza Ediz del Leone, 2005 cura e trad di Yasuko Matsumoto e Renato Minore)

Salvatore Martino
20 luglio 2017 alle 15.07

Cosa vuoi commentare quando la poesia si snoda meravigliosamente dentro questi versi. Certo Takano è lontano in maniera siderale dalle proposte della NOE, strano Linguaglossa l’abbia postato!

“È un terribile filo: più costruisce la trama
più si sfila l’altra parte del bandolo
E passano i giorni in cui mi capita
di dipanare sempre fil filo.”

La sintesi sublime della condizione umana
Samuel Beckett 1jpg

Samuel Beckett
Qual è la parola

Follia –
follia per verso –
per verso –
qual è la parola –
follia dopo questo –
tutto questo –
follia dopo tutto questo –
dato –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo –
questo –
qual è la parola –
questo questo –
questo questo qua –
tutto questo questo qua –
follia dato tutto questo –
vedere –
follia nel vedere tutto questo questo qua –
per verso –
qual è la parola –
vedere –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
follia per bisognare di parere di intravedere –
che cosa –
qual è la parola –
e dove –
follia per bisognare di parere di intravedere che cosa dove –
dove –
qual è la parola –
là –
laggiù –
distante laggiù
lontano –
lontano distante laggiù –
dileguante –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
che cosa –
qual è la parola –
vedere tutto questo –
tutto questo questo –
tutto questo questo qua –
follia per vedere che cosa –
intravedere –
parere di intravedere –
bisognare di parere di intravedere –
dileguante distante lontano laggiù che cosa –
follia per bisognare di parere di intravedere dileguante distante lontano laggiù che cosa –
che cosa –
qual è la parola –
qual è la parola

(traduzione di Rosangela Barone)

What is the word

folly –
folly for to –
for to –
what is the word –
folly from this –
all this –
folly from all this –
given –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this –
this –
what is the word –
this this –
this this here –
all this this here –
folly given all this –
seeing –
folly seeing all this this here –
for to –
what is the word –
see –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
folly for to need to seem to glimpse –
what –
what is the word –
and where –
folly for to need to seem to glimpse what where –
where –
what is the word –
there –
over there –
away over there –
afar –
afar away over there –
afaint –
afaint afar away over there what –
what –
what is the word –
seeing all this –
all this this –
all this this here –
folly for to see what –
glimpse –
seem to glimpse –
need to seem to glimpse –
afaint afar away over there what –
folly for to need to seem to glimpse afaint afar away over there what –
what –
what is the word –
what is the word

Comment dire

folie –
folie que de –
que de –
comment dire –
folie que de ce –
depuis –
folie depuis ce –
donné –
folie donné ce que de –
vu —
folie vu ce –
ce –
comment dire –
ceci –
ce ceci —
ceci-ci –
tout ce ceci-ci –
folie donné tout ce –
vu –
folie vu tout ce ceci-ci que de –
que de –
comment dire –
voir –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir –
folie que de vouloir croire entrevoir –
quoi –
comment dire –
et où –
que de vouloir croire entrevoir quoi où –
où –
comment dire –
l à –
là-bas –
loin –
loin là là-bas –
à peine –
loin là là-bas à peine quoi –
quoi –
comment dire –
vu tout ceci –
tout ce ceci-ci –
folie que de voir quoi –
entrevoir –
croire entrevoir –
vouloir croire entrevoir —
loin là là-bas à peine quoi –
folie que d’y vouloir croire entrevoir quoi –
quoi –
comment dire –
comment dire

 

 

 

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59 commenti

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59 risposte a “Poesie di Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Kikuo Takano, Boris Pasternak, Samuel Beckett – Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett – What is the word (Qual è la parola) di Beckett –  La petizione panlinguistica delle poetiche del secondo Novecento – Nuova ontologia estetica, Dialoghi e Appunti: Salvatore Martino, Paolo Statuti, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa 

  1. Nella poesia “Se ti dico”, Kikuo Takano scrive:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22465
    Se ti dico che è la destra,
    mi rispondi: “Anch’io la destra”,
    se ti dico che è la sinistra
    mi ripeti: “Anch’io la sinistra”.
    E così insieme abbiamo atteso l’alba.

    Il verso inatteso, non perché verso straordinario di altissima poesia o pensiero, é “E così insieme abbiamo atteso l’alba”. Questo verso è un salto, un sobbalzo calato nel linguaggio lineare, qui discorsivo. Quesi sobbalzi, cambi repentini di senso – tempo e spazio – sono caratteristici della poesia NOE.
    Il fatto che Salvatore Martino abbia commentato dicendo “Certo Takano è lontano in maniera siderale dalle proposte della NOE, strano Linguaglossa l’abbia postato!” mi spinge a dire: strano che Martino non noti queste che non sono sfumature ma colpi di martello!

  2. LA POSIZIONE DELL’UOMO NEL MONDO E LA POSIZIONE DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA IN POESIA
    Cito Carlo Rovelli:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22468
    «Se diamo una descrizione del mondo che ignora i punti di vista, che è unicamente “dal di fuori”, dello spazio, del tempo, di un soggetto, possiamo dire molte cose, ma perdiamo alcuni aspetti cruciali del mondo. Perché il mondo che ci è dato è il mondo visto da dentro, non il mondo visto da fuori.

    Molte cose del mondo che vediamo si capiscono se teniamo conto dell’esistenza del punto di vista. Diventano incomprensibili se non ne teniamo conto. In ogni esperienza, noi siamo localizzati nel mondo: dentro una mente, un cervello, un luogo dello spazio, un momento del tempo. Questa nostra localizzazione nel mondo è essenziale per comprendere la nostra esperienza del tempo. Non bisogna cioè confondere le strutture temporali che sono nel mondo “visto da fuori” con gli aspetti del mondo che osserviamo, i quali dipendono dal nostro esserne parte e dalla nostra localizzazione in esso.

    Per usare una carta geografica, non basta guardarla da fuori, bisogna sapere dove siamo nella rappresentazione della carta. Per capire la nostra esperienza dello spazio, non basta pensare allo spazio di Newton, bisogna ricordarci che noi questo spazio lo vediamo da dentro, ci siamo localizzati. Per capire il tempo, non è sufficiente pensarlo da fuori: bisogna capire come noi, in ogni istante dela nostra esperienza, siamo localizzati nel tempo.

    Ci stiamo pericolosamente avvicinando a noi stessi.»1]

    Questa citazione mi serve per far capire che sia Kikuo Takano nei versi riproposti da Lucio Mayoor Tosi sopra e questi due di Steven Grieco Rathgeb partono dal medesimo modo di guardare all’universo e alle cose, lo guardano, come dice Rovelli, «dall’interno», non «dal di fuori» :

    ecco il poeta

    apre le porte apre le porte

    Questo atto di aprire «le porte» è significativo della poesia di Steven come in quella di Tranströmer come in quella di Kikuo Takano etc. e dei poeti della nuova ontologia estetica. Aprendo le porte appare una nuova realtà, una realtà che non avremmo mai immaginato se non le avessimo aperte. Ecco, leggendo la poesia che di solito si è fatta in Italia dagli anni Settanta ad oggi (perdonami Claudio Borghi ma lo devo ripetere perché questo è un punto dirimente), non trovo nessun poeta che si sia messo ad «aprire le porte», non c’erano porte, tutti quanti peroravano la lirica solipsistica: di qua l’io e di là gli oggetti!

    Ecco, la nuova ontologia estetica mette una barra a questa moda-modo ormai antiquata di considerare il cosmo. Mi fa piacere che uno scienziato come Carlo Rovelli dica le stesse cose che stiamo dicendo noi in mezzo ad incomprensioni generali…

    1] Carlo Rovelli L’ordine del tempo Adelphi, 2017 p. 133, 134

    • Claudio Borghi

      Rovelli dice che ogni osservatore reale è nel tempo, relativo e provvisorio, non è sub specie aeternitatis come potrebbe essere un osservatore newtoniano, per il quale spazio e tempo sono assoluti. Il punto di vista di Rovelli deriva da Einstein, è entrato nel pensiero scientifico e filosofico da oltre un secolo, è stato metabolizzato culturalmente, non può diventare spunto oggi per una rivoluzione letteraria semplicemente perchè la relatività è entrata in modo stabile nella forma mentis di chiunque, oltre ad essere stata oggetto di indagine speculativa e fonte di invenzione fantastica per miriadi di pensatori e artisti nel secolo scorso. Nel passo citato, laddove fa riferimento alla necessitá di essere nel territorio per orientarsi, Rovelli si riferisce allo spaziotempo della relatività generale, la cui curvatura, determinata dalla densità della materia-energia, è calcolabile senza uscire dal cosmo tramite la geometria differenziale di Riemann. Piegare il discorso di Rovelli estrapolandolo dal contesto e leggendolo alla luce di una pretesa rivoluzione letteraria mi sembra al solito una manipolazione. Per rinnovarsi l’arte deve crescere in profondità di pensiero e immaginazione, non sposare poco criticamente visioni del mondo derivate dalla scienza o dalla filosofia.

      • Caro Claudio,

        quello che scrive Carlo Rovelli è talmente chiaro, e quello che scrivo io nei commenti ai versi di Steven Grieco Rathgeb e Kikuo Takano è talmente chiaro, che solo chi non vuole capire, chi si rifiuta di capire, non capisce.

        • Claudio Borghi

          Troppo facile rispondere così. Potrei dire altrettanto. È chiaro invece che in questo modo ti sottrai al confronto, ma ci sono abituato. Ovviamente chi legge sa farsi un giudizio.

  3. gino rago

    Collage (Poesia fatta di stracci)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22470
    Non c’è niente di più opaco
    della trasparenza totale.
    Il corpo è colore e odore.
    I sospiri delle onde richiamano il vento:
    ora sboccio. Una rosa tra le dita.
    Prendila.
    Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
    Tutto cominciò con una caduta.
    Spremere fuori il mistero…
    Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
    Ma nuvolaglie increspano
    le visioni razionali.
    (…)

    Ritirarsi? Sì.
    Ritirarsi
    Ma dalle forme consunte del poetico.
    E rifarsi un vestito.
    (…)

    Un abito tutto nuovo di parole
    per la festa e per il quotidiano.
    Confezionarsi un vestito nuovo
    Nell’atelier di stracci. E’ nuova la poesia
    fatta con gli stracci.

    Gino Rago

    • Caro Gino Rago, le poesie che ultimamente ho visto postate sull’Ombra, queste tue che non so se son nuove, nuovessime o se già le hai scritte tempo addietro, le ho trovate molto intense, molto riuscite. Ci devo tornare con la dovuta cura, ma intanto ci tenevo a dirti questo.

    • Caro Gino…hai superato te stesso! Sei riuscito a fare poesia ULTRANOE con tocchi ULTRAPOETICI di estrema suggestione e delicatezza:

      “Il corpo è colore e odore.
      I sospiri delle onde richiamano il vento:
      ora sboccio. Una rosa tra le dita.
      Prendila.
      Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.”

      Il tuo sbocciare, la rosa tra le dita che offri (bellissimi versi!!!!), la tua anima di poeta che si porge con delicatezza e poi…come ci sta bene:
      ” Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.”
      Insieme perfetto, grazie!!!!

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22473
    È incredibile, viviamo da sempre in mezzo agli stracci, agli stracci delle parole. È incredibile che la poesia italiana non abbia ancora recepito questo serbatoio di straordinarie quintessenze che sono gli «stracci». Dovrebbe esserci un novello Erasmo da Rotterdam per scrivere un elogio degli stracci (sonori, visivi, gestuali, fonetici, fonogrammatici etc.), magari si potrebbe fare un mix di stracci, di parole e frasi già usate dai poeti italiani degli ultimi cinquanta anni, conglomerarli, miscelarli e vedere il risultato finale. Oggi ci muoviamo in una topografia di stracci, siamo immersi fino al collo (e oltre) dagli stracci della politica, dell’informazione, della cultura (alta, bassa e media), per non parlare della poesia… un poeta degno di questo nome ha tutto il diritto, e anche il dovere di reperire questi stracci per farne poesie.

    Saluto quindi con entusiasmo la trovata di Gino Rago di confezionare poesie fatte con gli stracci. L’arte figurativa come è noto ci ha anticipato da sessanta anni. Già negli anni sessanta un artista come Pistoletto fabbricava monumenti di stracci, adesso è venuto il momento di fare poesie con gli stracci, magari, come fa Gino Rago, con gli stracci delle parole e delle frasi pubblicate su L’Ombra delle Parole.

    Pistoletto, con Le opere DEGLI ANNI sESSANTA, si è inserito nelle coordinate dell’arte povera, ha recuperato il valore primario del semplice straccio, come materiale vissuto nel rapporto diretto con la vita quotidiana e percepito nella sua forma originaria, fuori dell’uso e del significato assunto nella società dei consumi. Vere installazioni, delle quali lo scopo è legato all’idea di un tempo precario che coincide con l’evento espositivo, ed è connesso alla natura degli elementi usati da Pistoletto.

    La Venere degli stracci è l’opera più celebre di Pistoletto, nonché la prima che pone l’accento sui rifiuti e sul consumismo. Pistoletto accosta il Bello ideale alla vita vera, sciupata e usata, incarnando l’ideal-tipo più condiviso della bellezza, la Venere dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen, che evoca pose e proporzioni della Venere di Miloce la Venere Callipigia. Il calco della Venere classica, bianca e ordinata, da un preciso canone proporzionale, si contrappone al disordine delle pezze, creando una perfetta relazione e armonia tra il passato e il presente, il neutro e il multi colore, l’eterno e il transitorio.

    E così l’artista, anche per l’Orchestra di stracci, Monumentino, Peacock e Colonne di stracci, ricava vere opere d’arte servendosi indumenti dismessi, buttati alla rinfusa, ammucchiati in una specie di covone coloratissimo, sotto un piano di vetro, sopra una bicicletta, o assemblati tra loro colonne. L’arte non sta chiusa in laboratori, l’arte circola per strada, e bisogna saperla cogliere nei materiali di scarto, nella traversina di un binario, in un rottame, in un ferro vecchio, ma anche nelle forme viventi.

    Germano Celant, filosofo dell’Arte Povera, conosce Pistoletto in occasione dall’esposizione degli Oggetti in meno nello studio dell’artista, e gli riconoscerà la funzione di “intellettuale”, avendo svolto il ruolo significativo di intrecciare uno spartito europeo di contatti tra artisti, facilitando la mostra delle Armi di Pino Pascali (1966, Torino) e la conoscenza dell’arte italiana, mediante la creazione del Deposito D’Arte Presente, rendendo quanto più possibile il dialogo tra gallerie, in particolare Ileana Sonnabend e Gian Enzo Sperone, che ha dato avvio alla circolazione della Pop Art in Italia e dell’Arte Povera in Francia, Germania e Stati Uniti.

    Se nessuno si candida, mi proporrò di fare il filosofo degli stracci, delle poesie fatte con gli stracci. Se non altro, chi più di me, come recita il mio motto sulla pagina FB: visto che mi sono auto definito «calzolaio della poesia»?

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22479
    Va riconosciuto a Steven Grieco Rathgeb, oltre ai meriti di cui si è molto parlato su questa rivista, anche il senso della bellezza. Le sue immagini, o meglio il suo paesaggismo, ha tinte leggere, chiare e luminose, anche quando fa da sfondo, o ruota attorno, a vertiginose comprensioni esistenziali. E’ una qualità che aveva Pasternak, particolarmente nelle sue poesie che si danno alla natura.

  6. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22488
    “Molto probabilmente, tutta la poesia di oggi non può che essere scrittura di Ombre, quella tua, (riferimento ai versi di una poesia di Letizia Leone), quella di questa tua poesia sulla «mela» di Cézanne, quella di Gino Rago (che raccoglie gli stracci dell’Ombra delle Parole e ne fa un lussuoso vestito di stracci), quella di Rosa Pierno che impiega l’ékfrasis; la stessa Commedia che cos’è se non una scrittura che parla di Ombre? E i poemi di Omero? Anch’essi parlano di Ombre, uomini un tempo vivi che al tempo del vate erano diventati miti perché erano morti da lunghissimo tempo
    Tutta la scrittura poetica di oggi non è altro che una scrittura di stracci. E questa tua bella poesia lo dimostra…”

    (da un commento di Giorgio Linguaglossa, su L’Ombra delle Parole di qualche giorno fa).

    “Tutta la scrittura poetica di oggi non è altro che una scrittura di stracci”.
    L’affermazione di Giorgio Linguaglossa, nuovissima e geniale, è stata la spinta enzimatica dei versi di “Collage (di stracci)”. (Ringrazio di cuore l’attenta Chiara Catapano per averli apprezzati). Ma Giorgio L. in precedenza aveva posto due altre questioni d’importanza capitale per la poesia che intende spingersi verso un nuovo paradigma di verità:

    Chi è che forma la categoria estetica?
    La ‘critica’ possiede il giusto “linguaggio” per l’interpretazione di un nuovo paradigma estetico?

    Fatico non poco a organizzare organicamente i miei pensieri per il tormento cui m’ha sottoposto, senza una benché minima tregua, l’afa magnogreco-africana gravante sulla sibaritide, con temperature disumanamente elevate da trasformarmi quasi in un sacco vuoto, ma i nuovi postulati sul tappeto del fare poetico della ormai nota NOE è bene seppure in estrema sintesi suggerirli:

    Nuovo Spazio Integrale – Dal Paradigma dell’unicità al Paradigma della
    molteplicità – Metafora Tridimensionale- Scrittura di Stracci – Esigenza di un nuovo Linguaggio nell’esercizio critico

    Gino Rago

  7. Donatella Costantina Giancaspero

    caro Gino Rago,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22491
    lo sai benissimo che oggi non c’è una scrittura critica accettabile… quello che c’è in giro è un gergo pseudo accademico e pseudo colto assolutamente non in grado di cogliere il “valore” di una poesia. E’ dagli anni settanta che ai poeti intellettuali di una volta (Montale, Pasolini, Fortini, Ripellino, Bigongiari e pochissimi altri) siamo passati ai poeti di adozione e di unzione, agli unti del Signore… i quali se ne stanno al riparo degli uffici stampa a chiosare le schedine editoriali e i risvolti di copertina…
    Il vero interrogativo è chiedersi il perché e come mai ciò sia avvenuto.
    Vorrei rivolgere, però, la domanda anche a Claudio Borghi.

    • Claudio Borghi

      La mia visione non è di certo filo-sistema, perché dovrei saperti rispondere? Se sono qui a discutere (ma che fatica) è perché cerco pensiero critico al di fuori dei circuiti legati agli uffici stampa dei grandi editori.

      • Mi accorgo sempre di più di come sia difficile capirsi, anche tra persone di elevata cultura (forse anche per questo è difficile!). Sono d’accordo con Claudio Borghi, anche io mi trovo qui (copio e incollo) “perché cerco pensiero critico al di fuori dei circuiti legati agli uffici stampa dei grandi editori.” Ma è proprio qui che dobbiamo comprendere e approfondire le ragioni della disfatta di poesia e critica contemporanea italiana e non discutere tra noi in modpolemico su idee e pensieri che sembrano confliggere . Io non vedo, per esempio, questa distanza “cosmica” tra il punto di vista di Giorgio Linguaglossa che voleva soltanto citare un pensiero di Carlo Rovelli per dare sostegno ad una sua tesi (secondo me non si tratta di manipolazione, era una citazione che dava forza all’argomento trattato)…e quello di Claudio Borghi che ci ha fatto una magistrale lezione sul pensiero di Rovelli collegandolo alle teorie di Einstein. Ben venga l’approfondimento di Borghi, ma avrrei tolto la parola “manipolazione” che ritengo offensiva (e non è la primavolta che la sento ripetere …i fuorusciti ne sanno qualcosa). Cerchiamo di lavorare insieme e costruttivamente alla Nuova Cattedrale della poesia che è anche il primo edificio della “città immateriale del futuro”! Sarei felice se questo si realizzasse!
        Mariella

        • Claudio Borghi

          Cara Mariella, ben lungi da me l’intenzione di offendere. Non posso però non reagire quando Linguaglossa scrive :”Mi fa piacere che uno scienziato come Carlo Rovelli dica le stesse cose che stiamo dicendo noi in mezzo ad incomprensioni generali…”. Questa è davvero manipolazione, in quanto Rovelli non sta dicendo, nel passo citato, niente di rivoluzionario, sta ribadendo a livello divulgativo concetti legati alla teoria della relatività (la ristretta è del 1905, la generale del 1916) che risale a oltre un secolo fa. Quali sono le incomprensioni generali a cui allude? Quelle di chi non coglie la portata rivoluzionaria della NOE laddove si fonda su una rivoluzione scientifica vecchia di oltre un secolo? Qualche sprovveduto può crederci, ma è il caso di fare chiarezza, non credi? Più interessante sarebbe discutere sulla prospettiva atemporale legata alla gravità quantistica, cosa che ho cercato di fare, restando ovviamente inascoltato. Si percepisce una forte ostilità verso chi potrebbe mettere in discussione la presunta e condivisa novità, non si accetta, mai, di accogliere l’obiezione come stimolo alla crescita. Un atteggiamento del genere tu come lo interpreti?

          • caro Claudio Borghi,
            https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22589
            va bene, sono un «manipolatore», e meno male che non ho commentato il passo di Carlo Rovelli e mi sono limitato a citarlo! Quanto alle novità (o meglio: diversità) della nostra poesia, lasciamo che lo dicano i lettori. Ci rivedremo tra cinquanta anni. O meglio, tra cento anni.
            Mi scuso se nel post di oggi mi sono permesso di citare passi di altri filosofi (Vincenzo Vitiello, Pier Aldo Rovatti, Derrida) e di altri poeti… Sì, forse sono un «manipolatore», avrei dovuto chiedere loro il permesso…

            • Claudio Borghi

              Io ho solo cercato di fare chiarezza, alla luce del testo di Rovelli, sull’originalità dell’estetica che proponi in relazione alle teorie scientifiche a cui pretendi di fare riferimento. Se poi tu vuoi spostare discorso sul valore e l’originalità di quello che scrivi e proponi, cambi discorso. Su quello si può discutere, il fatto è che tu fondi il giudizio critico sui testi in buona parte sulla novità estetica legata al pensiero fisico-filosofico di cui ti senti interprete originale. È su questo che si fonda la mia obiezione e mi spiace dover insistere sul fatto che sei tu che ti ostini o a non volerla cogliere o a ignorarla.

          • Caro Claudio, è naturale a dispiacersi con l’interlocutore che pure si stima quando sembra non comprendere qualcosa a cui noi teniamo in modo particolare perché fa parte della nostra personale cultura e storia: secondo me, però, non bisogna offendersi personalmente, meglio dire la propria idea senza giudicare l’intervento dell’interlocutore con un’implicita o esplicita accusa: può essere che l’interlocutore abbia detto qualcosa che tu non approvi e oggettivamente impropria, ma… voglio ricordarti una favoletta di Fedro intitolata “La capra e il pastore”. Il pastore per sbaglio rompe un corno alla capretta e la prega di non dire nulla al padrone perché non vuole essere sgridato. La capretta risponde: “Va bene tacerò…sed res clamabit ipsa quod deliqueris”. Cioè se tu spieghi le tue ragioni, esse sosterranno la tua causa: se sia giusta giudicherà il lettore (nel caso della caprettala causa non era giusta, ma il discorso vale nei due casi). Poi, secondo me, l’accenno di Giorgio alle “incomprensioni generali” non mi sembra offensivo, in effetti le incomprensioni ci sono state. Vedi anche io potrei offendermi con te perché dici che “qualche sprovveduto potrà credere” alla portata rivoluzionaria della NOE: io non mi offendo, anche se ho spesso detto che mi trovo bene nella NOE, che per me rappresenta una novità rispetto alla mia cultura letteraria in quanto è vero che qualcosa di simile è già stato fatto, ma nulla si ripete mai uguale a se stesso: quelli che aderiscono oggi sono diversi , per esempio, dai “frammentisti” del ‘900 e, per quanto riguarda la nuova ontologia estetica,
            dai poeti russi dei primi decenni del ‘900. E poi…non c’è nulla di radicalmente nuovo a questo mondo! Claudio, io penso che tu debba tener conto della diversa formazione tra te e Giorgio Linguaglossa. la tua è una formazione scientifica, la sua letteraria e filosofica. Perciò: PAX FIAT! Con l’amicizia di sempre,
            Mariella
            Ah, la tua “Sfera” è molto interessante, ma bisogna leggere quel libro nei momenti di silenzio…sai che mi è venuto in mente? C’è una liturgia della parola, una sacralità diffusa, che contrasta con la “diastole” dei messaggi poetici. Un contrasto fecondo, ma…come tende a risolversi? Ne parleremo con calma.

            • cara Mariella e caro Borghi,

              quando ho scritto “incomprensioni generali”, veramente non mi riferivo né a Claudio né ad Inchierchia, ma ad altri letterati che sostano nell’ombra (non delle parole ma dei fatti) i quali si guardano bene dal venire alo scoperto. Tutto qui. Quanto a Claudio, io ritengo che in te ci sia un di più di respingimento in quanto, sotto sotto ti senti attratto dalla piattaforma…

              Personalmente, non nutro disistima verso nessuno…

            • Claudio Borghi

              Cara Mariella, il mio intervento su Rovelli aveva l’unico fine di chiarire l’interpretazione del suo testo, parlando di sprovveduti non ho certo voluto esprimere giudizi su chi crede o meno nella NOE, ho solo voluto liberare il testo dalle fascinazioni letterarie in cui ho intuito l’avesse immerso Giorgio.

              Grazie per la nota sulla Sfera. Ne riparliamo.

  8. dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22514

    Gino Rago
    Collage (Poesia fatta di stracci)

    Non c’è niente di più opaco
    della trasparenza totale.
    Il corpo è colore e odore.
    I sospiri delle onde richiamano il vento:
    ora sboccio. Una rosa tra le dita.
    Prendila.
    Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
    Tutto cominciò con una caduta.
    Spremere fuori il mistero…
    Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
    Ma nuvolaglie increspano
    le visioni razionali.
    (…)

    Ritirarsi? Sì.
    Ritirarsi
    Ma dalle forme consunte del poetico.
    E rifarsi un vestito.
    (…)

    Un abito tutto nuovo di parole
    per la festa e per il quotidiano.
    Confezionarsi un vestito nuovo
    Nell’atelier di stracci. E’ nuova la poesia
    fatta con gli stracci.

    Vedi caro Gino Rago,

    io che conosco la tua poesia fin dalle prime pubblicazioni degli anni novanta, mi meraviglia, e non poco, constatare come la tua poesia, a contatto con la «nuova ontologia estetica» sia cambiata, ne ha avuto una accelerazione verticale. La tua poesia degli anni novanta scontava il generale immobilismo e il ristagno della poesia del Sud intervenuto dopo il post-ermetismo, diciamo così, dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord, diventa una poesia di un paese coloniale e colonizzato. Fenomeno questo del tutto naturale vista l’arretratezza della economia del Sud dipendente da quella del Nord.

    All’improvviso, siamo arrivati in questi ultimi due anni, la tua poesia si è come «scongelata», si è rotto quell’immobilismo stilistico come per incanto. Che cos’è accaduto? È accaduto che la tua fame stilistica ha trovato finalmente pane per i suoi denti. Prima la tua poesia mitopoietica del «Ciclo di Troia» dal punto di vista di Ecuba, delle perdenti, delle donne troiane (metafora e allegoria del Sud perdente) e, infine, la tua poesia recentissima, di questi giorni, la «poesia degli stracci» come la ho definita.

    La tua poesia recentissima ha tratto giovamento dalla «rottura» intervenuta a causa dell’entrata in scena della «nuova ontologia estetica». È come se da uno stato di «bassa entropia» della tua poesia precedente e della poesia del Sud in generale, tu fossi passato ad una struttura «disordinata», ad uno stato di aumento del’entropia linguistica e stilistica, e si sia improvvisamente posizionata ad un livello di «disordine permanente autostrutturato».

    Ecco spiegata la tua «poesia degli stracci», da intendere non soltanto come poesia di parole «povere» alla maniera delle installazioni di Pistoletto degli anni sessanta ma come il prendere partito dalla instabilità e povertà linguistica dei giorni nostri e fare una poesia della peritropè e della peripezia, della mescolanza e mescidanza di un lessico già frammentato e impoverito e zoppicante, hai fatto di questa generalissima debolezza del lessico, del nostro lessico di tutti i giorni, una forza, hai creato una «forma» irregolare, molecolarmente disordinata a livello, come dire, subatomico.

    E questa tua nuova «forma» non è altro che l’aver individuato e intercettato il nuovo stato dell’entropia linguistica e lessicale del nostro universo mediatico nel quale siamo immersi giorno e notte.
    Così, nelle frasi interrotte, reperisco il tratto distintivo del significante: non c’è infatti corrispondenza biunivoca tra significante e significato, giacché il senso di un significante va ricercato sempre in un altro significante che si va ad aggiungere a quelli che lo precedono; il senso, insomma, appare dopo, e quand’anche anticipato, è sempre a venire – “Male nuvolaglie incrfespano / le visioni razionali” –, sempre in anticipo e sempre in ritardo, differito lungo la catena significante:

    Spremere fuori il mistero…
    Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
    Ma nuvolaglie increspano
    le visioni razionali.

    • gino rago

      Carissimo Giorgio Linguaglossa,

      il tuo commento, magnificamente articolato e sviluppato all’insegna d’una
      cultura poetica tanto vasta quanto adamantina, ai miei recentissimi versi
      mi ha toccato profondamente. Ma, credimi, il tuo commento mi ha caricato
      di una responsabilità gravosa, la quale, temo, potrebbe anche stritolarmi
      anche per le attese che esso mette in moto sulla mia futura, e presente,
      ricerca di poesia.

      Ma il sentimento che in me ora prevale non è la paura di “non farcela”, ma
      la gratitudine profonda che in me diffonde la tua impareggiata capacità
      di lettura e di interpretazione degli altrui versi, in generale, di questi miei,
      in particolare. Dunque, Grazie.

      Versi miei, tuo commento, analisi del “poetico” calabro-lucano
      sinisgallian-calogeriano non potrebbero costituire una valida e succulenta
      piattaforma di partenza per incardinare riflessioni sul nuovo corso della nostra poesia vuoi, su L’Ombra, vuoi ad Accettura, la sera del 14 agosto p.v. cui non potrò fare a meno di partecipare al tuo fianco
      (due calzolai che sanno anche fare gli straccivendoli (tu ed io) sulle strade polverose e in salita della poesia…)?
      L’ho accennato anche all’ottimo Luciano Nota.
      Costantina Donatella Giancaspero con cultura e garbo sa sempre entrare
      nel respiro intimo delle mie parole, vuoi nei miei commenti vuoi nei miei versi. Meno male che esiste.
      Gino Rago

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22549
      «Che cosa mai sarebbe servito dire ai troiani, mentre i palazzi di Ilio rovinavano, che Enea avrebbe fondato un nuovo regno?». Queste sono le parole che Ernst Junger scrive in Oltre la linea nel 1955 indirizzando il saggio ad Heidegger per il sessantesimo compleanno di quest’ultimo, il quale risponderà cinque anni più tardi, nel 1960, con un piccolo saggio pubblicato in Italia da Adelphi a cura di Franco Volpi nel 1980.

      Parto da qui per dire: che cosa vuoi che ce ne importa a noi mentre i palazzi dell’Europa e del nostro paese vacillano, di impiegare ancora le parole del mercimonio e dell’immondizia della lingua letteraria? È preferibile avere a che fare con gli «stracci», con quel poco che ci rimane dei nostri vestiti della domenica. Oggi non possiamo che affidarci alle parole degli «stracci»…

      • Caro Giorgio: perché vuoi superare la poetica dei frammenti con quella degli stracci? Poi ci sono “gli straccetti”, assai buoni con rucola e parmigiano…non vorrei che si facessero confusioni! Io ritengo bella l’idea in sè, da elaborare nelle poesie: quello che ci interessa è , infatti, come fare poesia. L’idea degli stracci spinge il poeta a recuperare quello che si è sempre considerato inservibile, consunto, da buttare, ma, attenzione, fondendolo con il resto: le nostre passioni, le parole che andiamo inseguendo, la loro ombra, le analogie, i paradossi…in fondo anche Manzoni con la scatoletta di m. d’artista ha fatto parlare di sé per un po’ di tempo (e non in modo poi tanto elogiativo) e poi la cosa non ha cambiato la storia dell’Arte o della pittura: è stata considerata a ragione più una provocazione non proprio di buon gusto che un atto rivoluzionario!
        Comunque proverò anche io a recuperare parole o situazioni rottamate… sarà anche divertente! Mariella

        • Mariella Colonna
          Poesie inedite

          Ti nascondi, ma io ti vedo.
          mi somigli molto, ma in più hai
          tutto quello che ti manca di me.
          A Lucrezia non manca nulla, per questo
          è sempre in cerca di qualcosa.
          Sempre qualcosa in più per compensare
          quello che non le manca? E’ così:
          vuole un vestito, un gioiello, un cagnolino infiocchettato
          o un nuovo fidanzato. Anche lei ha quella cosa
          che tende a nascondersi, come ce l’ho io e anche Pauline.
          Ma a Pauline manca tutto: lei si contenta delle piccoli oggetti:
          un anellino di metallo con la pietra colorata,
          un vecchio foulard della mamma con le rose gialle,
          le scarpe di quando si è sposata la nonna messe una sola volta.

          Tu, misteriosa presenza sei mia
          e so che ti nascondi perché possiedi un tesoro.
          Il tesoro più grande è quello che non abbiamo.
          Ma tu…ci sei e non ci sei, come la “cosa” piena di mistero,
          di cui parla Giorgio Linguaglossa,
          inseguita dalle parole dei poeti.
          La porta della casa di Steven Grieco
          si aprì da sola e lui non entrò
          Era andato a salutare chi non c’era.
          Io non ho amici, ho solo te e Mario
          che non mi lasciate mai.
          Come nell’ombra delle parole quel nulla pieno di significati
          in cui c’è tutto quello che ad esse manca,
          ombra mia tu,
          a cui neppure il sole può dare luce…
          povera di peso di misura di corpo e di colore,
          dentro possiedi ogni mio sospiro e segreto.
          Rivelalo almeno alle parole.

          • milleottocentoquarantadue

            Nella libreria di mia madre
            c’è una copia dei Promessi sposi
            edita quando il Manzoni era in vita.
            Prendo dallo scaffale il libro.
            Data: 1842, affascinata resto lì a guardarla.
            Londadeltempo apre una breccia nel cosmo:
            dall’esistere all’Essere.
            Di fronte a me il buon Lisander ha un sorriso umbratile.
            Una lampada a petrolio illumina le nostre mani.
            La sua destra, lunga e sottile, annota qualcosa
            sopra una carta bruciata da un lato.
            La mia sfoglia il romanzo.
            Il dialogo avviene tra le mani: ignoro
            che cosa abbiano detto, le mie tremavano.
            I volti restano in ombra.
            Leggo appena sul foglio che lo scrittore
            si rivolge alla moglie morta.
            Alle sue spalle l’ombra delicata di Enrichetta
            diffonde luce metafisica: leggendo
            quello che le scrive il marito si commuove,
            le sue mani d’avorio trasparente sulle spalle di lui.
            Tre bambini di età diverse si stringono alla madre.
            Piangono e ridono, come quando piove con il sole.
            E’ una musica che nasce dal nulla, di parole
            dette e dimenticate, riaffiorate alla memoria.
            E di silenzi che si diffondono in cerca di parole.
            Le parole ci sono, si uniscono ai silenzi:
            “La tua luce, mia tenera Enrichetta, non si vede
            con gli occhi, arriva all’anima…”
            Lo confesso, ho letto questa frase
            perché don Lisander è sparito nel buio
            lasciando il foglio bruciacchiato sul tavolo.

            Mariella Colonna

            • Se non ci fosse il mare

              io lo inventerei…e in un mondo diverso
              tutto da inventare, in un tempo diverso.
              E perfino in un altro universo.

              Ma adesso è tempo di inventare il cielo.
              Tutti lo vogliono molto più azzurro,
              più trasparente, che si vedano gli angeli e le stelle.
              (In città Linda e Piter volevano darsi
              il primo bacio sotto le stelle
              e non le hanno trovate. E Mary?
              Cercava il vento di primavera
              sui fiori del ciliegio
              e ha trovato lo smog)
              Soltanto Stella è felice perché ha visto la luna
              nell’acqua di una fontana. E, alzando gli occhi
              ne ha vista un’altra in mezzo al cielo.
              La sua amica Susi ha capito che spesso vediamo
              Soltanto i riflessi della realtà.
              “Così diceva Platone” sentenzia
              il professore di Filosofia
              disegnando sulla lavagna la caverna del mito.
              “Quindi non tutto quello che sembra reale è reale”
              Sentenzia a sua volta Roberto e il professore
              gli dà dieci sul registro di classe.
              “Non tutto quello che sembra illusione è illusione”
              sussurra invece Rosy la romantica
              all’orecchio di Pierre che le ha dichiarato il suo amore.
              Mariella Colonna

          • cara Mariella,
            https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22643
            è proprio vero, la poesia è una entità dialogica, non può nascere dal vuoto dello scrittoio, nasce sempre dal dialogo. Il lato bello della poesia della nuova ontologia estetica è quello che hai messo in luce tu: questo dialogo continuo questo dialogo che non si interrompe, che si lascia e poi lo si riprende. Ed ecco qui che nelle tue poesie ci entrano Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele, io e anche Claudio Borghi, e anche Inchierchia, il filosofo, dopo tutto è simpatico! I nostri oppositori storici, i nostri Bruto e Cassio… ormai mi sono abituato talmente a Claudio Borghi che: guai a chi lo tocca! Abbiamo bisogno di Claudio Borghi, se non altro fa parte della riflessione dialogata e collettiva che stiamo facendo qui tutti insieme.

            Questo è fare un blog letterario: dialogare, sconrnarsi ma sempre con rispetto (che qualche volta, devo ammetterlo, è venuto meno), ed io rispetto Borghi, vedo la sua poesia in filigrana, la vedo un po’, come dire, timida. Ma Borghi ha l’animo di un poeta, e anche la cultura letteraria e scientifica che nessuno ha oggi nella poesia italiana; in lui vedo però un limite (scusami Claudio se te lo dico), quella titubanza, quella incertezza, quella timidità ad inoltrarsi nell’ignoto… e sì perché, lo ammetto, forse lo strappo con la tradizione epigonica del secondo novecento che sta facendo la NOE è troppo forte, e molti non riescono a comprendere che cosa significhi questa terminologia astrusa: frammento, stracci, poesia della Cosa, il fantasma, l’Inconscio della poesia, la metafora tridimensionale, quadri dimensionale, il superamento del concetto novecentesco di significante, la peristrofè, l’entanglement, il verso unidirezionale, il tempo interno del soggetto, il tempo interno delle parole, la de-fondamentalizzazine del discorso poetico… e quant’altra diavoleria ci siamo inventati…

            Qualcuno, anzi più di uno, ha sostenuto che non c’è niente di nuovo nella NOE, che maneggiamo concetti vecchi come il cucco… sì, può darsi, anzi, sicuramente non maneggiamo concetti nuovi di zecca, ma è la miscela di tutti questi concetti che crea una miscela esplosiva.
            Io dico soltanto una cosa: ogni tanto leggiamo la poesia migliore degli autori europei, e ci accorgeremo che altri poeti in europa scrivono qualcosa di diverso da quello che si scrive in Italia, mi correggo: che i maggiorenti degli uffici stampa scrivono qui da noi…

            • Claudio Borghi

              Ogni giorno mi ripropongo di stare zitto, poi mi trovo coinvolto e devo rispondere. La conquista, della forma e del pensiero, è sempre timorosa. Parafrasando Brodskij, se esplori la novità e indaghi la profondità sei preso da crisi continue di insicurezza, guai non fosse così. Quello che manca qui è, scusami la franchezza, la conoscenza autentica dei testi che si scrivono, serve più riflessione, più profondità, la letteratura non è una palestra dove si fanno esercizi, è una dimensione totale e imprendibile, se ci accontentiamo di resoconti superficiali le facciamo un pessimo servizio.

  9. Donatella Costantina Giancaspero

    Due poesie di Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22527
    A MIO PADRE

    L’uomo rimasto solo
    a tarda sera nella vigna
    scuote le rape nella vasca,
    sbuca dal viottolo con la paglia
    macchiata di verderame.

    L’uomo che porta così fresco
    terriccio sulle scarpe, odore
    di fresca sera nei vestiti
    si ferma a una fonte, parla
    con l’ortolano che sradica i finocchi.

    E’ un uomo, un piccolo uomo
    che io guardo di lontano:
    è un punto vivo all’orizzonte.

    Forse la sua pupilla
    si accende questa sera
    accanto alla peschiera
    dove si bagna la fronte.

    ***

    MONETE ROSSE

    I fanciulli battono le monete rosse
    contro Il muro. (Cadono distanti
    per terra con dolce rumore.) Gridano
    a squarciagola in un fuoco di guerra.
    Si scambiano motti superbi
    e dolcissime ingiurie. La sera
    incendia le fronti, infuria i capelli.
    Sulle selci calda è come sangue.
    Il piazzale torna calmo.
    Una moneta battuta si posa
    vicino all’altra alla misura di un palmo.
    Il fanciullo preme sulla terra
    la sua mano vittoriosa.

  10. UN POETA MONGOLO G.Mend Mend-Ooyo Gombojav
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22531

    The cranes
    (The ballad of cranes)

    The black-faced cranes excitingly
    Flapped their wings and flew in Mongolia every spring.
    They landed by fluttering their blue beards
    Where they wished to do.
    They joined in pairs
    In this spacious in steppe
    They exhausted in long flight
    To come to their habitual place.
    Birds habituated to the local people
    Year by year.
    They laid two spotted eggs near the animal farmers.
    And hid their eggs in this place
    As they deified the human beings.
    Who knows it.
    They venerated the virgin steppe
    Which was habitable and safe for them.
    They did not suspect
    When they laid their eggs
    There is a maxim.
    If you cast your shadow
    Over newly laid eggs.
    It spoiled eggs.
    But someone overlooked
    The custom of his own place.
    And pocketed these eggs.
    And came to his home without a hitch
    Two poor cranes trod on the pool of rain-water
    And plumed their feathers as if without wings
    And summered there alone.
    When autumnal wind rumpled their plumes
    Two cranes approached a farmer
    Who took their eggs.
    There was a toddler with bells in his shoes
    Who was toying in a long distance from his home.
    No adults heeded it.
    The toddler crowed to catch these cranes.
    The cranes gradually kept their distance
    From the farmer’s home.
    The toddler chased them,
    And did not fathom it.
    As his mother’s breast felt a rush of milk
    She called her toddler thrice.
    There was no sight of the toddler.

    Nobody knew it.
    All the members of the farmer family and his neighbours
    Raked through the vast steppe.
    They did not find their toddler
    Even a fellow of his small boots.
    They did nor fathom that
    There was a deal of toddler
    With the eggs.
    Nobody knew it.
    There was a flight of cranes
    Were honking over the farmer’s gher*
    Was it a shadow or tear?
    There was a stain on the boiling milk
    In the pot over a fire.

    Translation by
    Nymjavyn Dorjgotov

    *gher –the Mongolian nomad’s tent; or house – yurt
    da https://foxstudio.biz/2015/01/15/the-cranes-a-poem-by-mend-ooyo-gombojav/

  11. Donatella Costantina Giancaspero

    LEONARDO SINISGALLI E L’ELOGIO DELL’ENTROPIA
    Carte assorbenti 1942 – 1976
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22533
    Ma vorrei ricordare anche il Sinisgalli artista. Di particolare interesse sono le sue Carte assorbenti, ovvero 42 fogli densi di segni e colore, raccolti in un album del Fondo Sinisgalli e acquistato all’asta nel 2003.
    Questi lavori coprono un periodo molto ampio che va dagli anni ’40 ai ’70.
    Sono stati esposti alla Casa delle Muse di Montemurro, alla GABA.MC di Macerata, e, tra la fine del 2015 e l’inizio del ’16, presso l’Istituto centrale per la grafica di Roma (Palazzo Poli), in una mostra itinerante curata da Antonello Tolve e Stefania Zuliani.

  12. UN POETA ITALIANO: Due poesie di Salvatore Martino
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22535
    si tratta di due poesie oniriche che ho scelto quasi a caso da Tutte le poesie (Progetto Cultura, 2013). Qui Martino raggiunge una essenzialità del lessico e della dizione che a mio avviso segna un punto di rilievo della poesia italiana a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del novecento e degli anni novanta.

    Da “La fondazione di Ninive” 1965-1976

    Questa notte mi hanno visitato le formiche
    Hanno preso le mani
    imbavagliati i piedi
    stretto d’assedio il letto
    Che sia solo la stanza a respirare?
    Il resto giace Inerte
    tenuto insieme da robusti negri
    il lago infame e la memoria
    Estraneo alla vicenda
    il viaggiatore ride
    acquattato nell’angolo
    E aspetta
    Che tutto si cancelli?!
    Divorato nel sangue
    Una brezza invadente increspa l’aria
    Ci sono stati morbidi passi nella scala
    parole sussurrate incantamenti e riti
    una musica dolce sulla soglia
    Il viaggiatore infìdo arriva dritto dall’Ade
    Ma non ci paralizza l’ignoto grido
    o l’avvicinarsi del branco
    né il richiamo ingannevole col nome
    L’occhio dentro l’occhio
    avvitato dalla morsa che sai e non conosci
    e decifri il mandante l’involucro lo scopo
    Mi hanno visitato questa notte
    gente partita da lontano emersa in superficie
    attraverso i rigori dell’inverno
    e navigando cristalline montagne
    prati innevati e case crocefissi e paludi
    adesso è qui
    Olio sopra la fronte l’orecchio e il labbro

    Da “Il guardiano dei Cobra” 1986-1992

    Mi trovavo nel sogno in una barca con il mio fratello
    e Guardiano C’erano anche dei compagni e un marinaio
    Doveva essere un braccio di mare grigio e calmissimo del
    nord simile a un lago senza sponde Io chiedevo notizie
    sulla rotta ai compagni e al giovane nocchiero e il motivo
    della fuga perché di fuga si trattava Ma non ottenevo
    risposta Erano tutti morti E non provavo angoscia né
    dolore solo un acuto senso di vertigine e vergogna per
    loro che non avevano avuto la disperazione di resistere
    Il mare cominciava a farsi denso Al posto dell’acqua mi
    sembrava ci fosse un liquido vischioso una specie di olio
    In preda a una violenta eccitazione presi a scuotere il
    Guardiano sdraiato al mio fianco perché temevo che
    quest’altro incidente potesse rallentare il precario avanzare
    della barca Una caligine lattescente era caduta senza
    bussola sarebbe stato impossibile orientarsi Ma quello
    non rispose girò mostruosamente sul fianco rotolandomi
    addosso all’infinito La sua faccia penentrava la mia
    le braccia le cosce il suo sorriso m’invadevano il corpo in
    una indescrivibile euforia e incominciai a cantare a voce
    altissima a ridere a sognare e non ci fu più fuga né barca
    né compagni soltanto e sconfinata una distesa bianca

    • Salvatore Martino

      Ti ringrazio carissimo Linguaglossa per aver portato alla luce due miei scritti ormai lontani per me ma non dimenticati.Non voglio aggiungere parola, spero che i versi possano contagiare di semi l’anima e la mente di qualche lettore.

    • Caro Salvatore,
      questi tuoi versi sono di una novità e modernità sconvolgente. Per esempio il paradosso del piccolissimo insetto che ha la meglio sull’uomo, per lui gigante incomprensibile: è paradosso che ci vede impegnati nella lotta quotidiana contro piccolissime mosche fastidiose, falangi aggressive di formiche, zanzare intelligenti (è l’ultima novità). Quindi REALISMO
      “Questa notte mi hanno visitato le formiche
      Hanno preso le mani
      imbavagliati i piedi
      stretto d’assedio il letto
      Che sia solo la stanza a respirare?”
      oltre al realismo…gli oggetti che diventano “cose” come dice Giorgio Linguaglossa, cioè la stanza che respira… Caro Martino qui siamo in piena NOE, ANCHE SE TU SEI TU, originale e insostituibile! Domani continuo, stasera non sono nella forma che meriti!
      Mariella Colonna

  13. Una poesia di stracci di un giovane: Francesco Vico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22537
    da SPOILER:
    ALLA FINE MUOIONO TUTTI (2017)

    Motivi per comprare questo libretto di poesie
    Per prima cosa acquistando questo libretto di poesie
    (ammesso che siano poesie, non mi piace chiamare così
    le robe che scrivo, le chiamo così in questa roba
    per una questione di chiarezza, poi prometto che smetto)
    hai acquistato un buon numero di foglietti
    scritti solo in parte
    andando
    spesso
    a
    capo,
    e avanza un sacco di spazio per scriverci le cose tue
    (se stai leggendo la versione digitale
    per te questo punto non vale, infatti
    l’hai pagata di meno).
    Inoltre fai bene all’economia
    perché con quel poco che ci faccio
    mi ci posso comprare la birra o le sigarette
    e alziamo un po’ il PIL. Se poi per assurdo
    lo comprano non dico tutti, ma almeno parecchi,
    mi ci posso comprare abbastanza birra e sigarette
    da diminuire notevolmente la mia aspettativa di vita
    e abbassare le possibilità che in futuro io riesca
    a pubblicare un altro libretto
    con il risultato che non devi acquistarne degli altri
    e quindi risparmi.
    Comprando questo libretto di poesie
    puoi anche tirartela un po’ quando viaggi col treno
    e magari provare a rimorchiare
    o a farti rimorchiare
    con la classica scusa del “di cosa parla?”
    Ovviamente funziona soltanto se all’altra persona
    interessano le poesie
    e il rischio maggiore è che l’altra persona
    a cui piacciono le poesie
    le scriva anche
    e voglia leggertene una sua lì sul treno
    con tutto il vagone incazzato che sono le sei e cinquantuno
    e già il treno è in ritardo
    e già piove
    eccheccazzo, almeno un po’ di silenzio.
    Ma il motivo principale
    per comprare questo libretto di poesie
    è che dentro ci stanno delle poesie
    che parlano principalmente del fatto
    che una delle poche cose sicure della vita
    è che a un certo punto si muore
    anche se nel frattempo succedono un sacco di cose
    e non sono quei pensieri che si fanno volentieri
    e magari se li pensi non ci dormi la notte
    e invece così ci ho già pensato io
    e ho provato a mettere ordine in ‘sta gran confusione
    mettendola giù in parole
    così puoi pensare “che bella poesia” o “che immonda
    stronzata”
    e dimenticartene subito dopo.

  14. Tenerissimo Francesco Vico. E molto belle le due poesie di Salvatore Martino: mi hanno fatto pensare a Salvador Dalì, quella volta che si mise a dipingere un pesce ( Dalì non aveva una grande opinione di sé come pittore) e gli cadde della vernice trasparente sulle gambe nude. A lui sembrò di essersi riempito di scaglie e si mise a gridare: SONO DIVENTATO UN PESCE, SONO DIVENTATO UN PESCE !!!

  15. Salvatore Martino

    Sempre piacevole cogliere un apprezzamento positivo da chi sa caro Luciio

  16. Caro Gino Rago,
    correggimi se sbaglio ma si assiste a una piacevole quanto consapevole contaminazione tra i poeti della NOE. Confronto, scambio fattivo, laboriosità. E questo senza che si crei uniformità; come dire che varia l’interpretazione delle regole, senza che queste vengano meno oppure falsate. Se mai interiorizzate a sommate nell’esperienza di ciascuno. Miracoli sul confine del nichilismo.
    Complimenti per gli “stracci”: è intenzione di tutti, credo, non buttare nulla di quel che sembrava out, insensato o avventato. C’è ossigeno, aria in-condizionata. Si comincia a vivere.

    • Per quel che mi riguarda ho deciso che tenterò anche con le poesie erotiche. Francesca valuterà 🙂 eh, mica la si può lasciare sola in questa impresa!

      • Caro Lucio, prima di tutto pubblici complimenti a te per aver vinto un premio di poesia con i “Frammenti per Sally”, una poesia molto interessante che ho commentato per il grande valore di alcuni versi soprattutto e per l’insieme scarno e suggestivo.
        A proposito,che tipo di poesia erotica vorresti fare?…pensaci bene, mi piace tanto al tua scrittura dove tocchi un po’ di tutto quello che ti interessa e ti emoziona, il reale e il surreale. E poi hai il doppio impegno pittura-poesia! Vabbè, fai “quello che ti ditta dentro” e auguri!
        Mariella

        • Al solito, cara Mariella, tenterò di scrivere poesia. Sento la fastidiosa presenza di un tabù, laddove il sesso è ritenuto sporco almeno quanto il denaro ( che poi sarebbero le feci, ed è cosa che andrebbe risolta). Ma per sapere come funziona bisogna provarci, non sorvolare con metafore o leggiadre descrizioni che sfumano nel rosa: NO, solo rosso e nero, cazzo figa e tutto quel che serve! Ma deve essere poesia, almeno per come l’intendo. Poi non so. Ora non ne ho al più pallida idea. Le poesie erotiche di Francesca mi divertono, le trovo salutari e liberatorie.

          • Guido Galdini

            Gentile Tosi
            dato che ha espresso apprezzamento per i miei appunti precolombiani, ecco un piccolo testo che dà il suo contributo al tema feci – denaro
            saluti e auguri per il suo lavoro
            GG

            Seconda postilla scatologica:
            gli escrementi del sole, era il termine
            che i Chontal utilizzavano per l’oro,
            lo stesso termine, in seguito,
            prese a indicare il denaro;
            la loro predilezione andava alla giada
            che era invece chiamata
            la prima grazia infinita,
            stabilendo in tal modo un confine
            alle pretese dell’estraneità.

            Chontal – Popolazione di etnia maya del Messico meridionale.

            • Caro Guido Galdini,
              gli Appunti precolombiani contengono poesie dove si fa uso dell’allegoria e della parabola. Un’operazione molto interessante. Poi, nell’ultimo libro hai cambiato strada, optando per una descrizione realistica dell’ambiente urbano. Ti chiedo perché.

  17. antonio sagredo

    “dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord”… questa è una esagerazione… e non è nemmeno una provocazione ;— “dopo” non ha senso come “prima”: sono banalità.
    Più che di “porte” si tratta di “portali”, portali di scoperte come scriveva Joyce.
    ————————————–
    stracci—> alcuni versi :
    —-
    I miei canti austeri caddero come rigide muraglie,
    disertai allora i campi di fuoco e le glorie,
    ma dietro ai miei passi di carta e di stracci
    era tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    1969
    —La distanza
    la fuga
    tinsero di rosso-mattone
    i cieli infantili
    scaduti a pozzanghere
    in un riso di stracci
    si staccarono
    come castelli in aria
    gli specchi beffardi.

    1971
    ..———
    Giocate agli stracci,
    non giocate più agli azzurri!
    Io voglio un cielo… di sangue!
    Più rosso di tutte le aurore e le rugiade d’oriente!

    1976
    ——-E nelle forme dei destini ammiravo la disperazione dei colori avanzati,
    di questo nugolo informe – stracci d’essenze e d’esistenze!-
    che a unghiate m’inquisiva fin dentro le risposte,
    come di un proscritto il sorriso artificiale di uno spettro
    che invano tormentavo coi graffiti

    2007
    —-

    /dedicata a Gozzano : alcuni versi)

    produttore di carta straccia

    Guido mi felicito con Te perché non hai una corazza esangue
    e sei solo un produttore di cartastraccia per una signorina
    che non amavi affatto… e non l’amavi per un rimpianto acerbo,
    né per altro dissentire dalla sua voce la finzione di un falsetto

    2012
    ———————————-

    il teatro, come me, la mia casa diviene
    come un pesce fresco di poco
    o come una marmellata balorda.

    Sono fori nella gente
    le mie parti
    come occhiate di vetro
    le mie battute arrugginite
    e i gesti stracciati per forza
    e le voci serrate
    come bianco su nero.

    1968


    Certini della vita
    perché vi graffiate gli occhi
    di biacca tra le cartacce
    e gli stracci indolenziti?

    1969

    ecc.

  18. Credo che stiamo correndo dietro ad un’idea, bella e suggestiva nel contesto della poesia di Gino Rago, peraltro estremamente nuova e intensa perché collocata in quei versi e in quel contesto, ma che non costituisce una novità assoluta, come d’altra parte i frammenti: la novità consiste in come si organizza il discorso poetico, in come si entra nel cuore delle cose, nell’essere consapevoli del proprio ruolo e nel dare tutto il possibile documentandosi in modo rigoroso: ma la novità consiste anche nell’essere LIBERI ANCHE DI TRASFORMARE ARRICCHIRE IL PROPRIO DISCORSO POETICO SENZA CONTINUARE A CERCARE IL “NUOVO”. (come al solito vi prego di perdonare le maiuscole ma guardavo la tastiera).
    Libertà e onestà intellettuale, capacità di accettare l'”altro” e le sue differenze, la sua originalità che costituiscono un completamento della nostra sensibilità e vena creativa. Facciamo poesia con passione e ragione, ma anche con equilibrio tra l’antico e il nuovo, tra passato e futuro che insieme e non separatamente costruiscono il nostro presente. Auguro a tutti un po’ di fresco…perché sia possibile lavorare e riposare in modo umano. Mariella Colonna
    (domani tornerò a commentare le poesie: stasera non ho la mente fresca!)

    • Mi accorgo sempre di più di come sia difficile capirsi, anche tra persone di elevata cultura (forse anche per questo è difficile!). Sono d’accordo con Claudio Borghi, anche io mi trovo qui (copio e incollo) “perché cerco pensiero critico al di fuori dei circuiti legati agli uffici stampa dei grandi editori.” Ma è proprio qui che dobbiamo comprendere e approfondire le ragioni della disfatta di poesia e critica contemporanea italiana e non discutere tra noi in modpolemico su idee e pensieri che sembrano confliggere . Io non vedo, per esempio, questa distanza “cosmica” tra il punto di vista di Giorgio Linguaglossa che voleva soltanto citare un pensiero di Carlo Rovelli per dare sostegno ad una sua tesi (secondo me non si tratta di manipolazione, era una citazione che dava forza all’argomento trattato)…e quello di Claudio Borghi che ci ha fatto una magistrale lezione sul pensiero di Rovelli collegandolo alle teorie di Einstein. Ben venga l’approfondimento di Borghi, ma avrrei tolto la parola “manipolazione” che ritengo offensiva (e non è la primavolta che la sento ripetere …i fuorusciti ne sanno qualcosa). Cerchiamo di lavorare insieme e costruttivamente alla Nuova Cattedrale della poesia che è anche il primo edificio della “città immateriale del futuro”! Sarei felice se questo si realizzasse!
      Mariella

  19. Grazie, caro Galdini, per la poesia che esprime sul tema un livello di civiltà invidiabile se confrontato coi nostri tempi. Si faccia sentire qui più spesso: lo dico da ammiratore.

    • Guido Galdini

      Grazie
      ne approfitto (prometto che dopo smetto) per aggiungere la postilla successiva.

      Terza postilla irraggiungibile:
      la giada,
      un’apparenza diventata luce.

  20. Ecco una prima poesia erotica. Sembra che a Francesca Dono sia piaciuta, quindi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22656
    Mi piaci.

    – Che freddo, Brrrrrr!
    La lingua sulle guance, poi l’orecchio e le tempie.
    La Prima cosa bella tra i pantaloni.
    Già duro?

    Vieni, scaldami. Mettilo in bocca, ma piano.
    Piano.

    Sorridi, baciamoci i denti. Apri le gambe.
    La mano piena del tuo sesso negli slip.
    – Hai le guance calde.
    E’ ancora asciutto. L’ano che mi darai.

    Leccami. I miei capelli in bocca.
    Le cosce serrate dalle tue mani. Spingimi con il viso.
    La tua faccia bagnata. Mi piaci.

    – Questa non l’avevo ancora fatta.
    Di fronte a un alto palazzo pieno di luci.
    Sul giardinetto. Tutti i tuoi peli in bocca.

    Batte il cuore. L’orologio rosso delle tue labbra
    sa di cento candele al mirtillo.
    – Stai venendo.

    Il faro sul calesse della Donna di picche
    sborra in cielo. Ho il tuo indirizzo: nero in mezzo.

    Vai di sopra. Preparati nuda.
    Ma fai finta di niente.

  21. caro Lucio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22661
    di fronte a questa tua poesia non saprei dire. O forse avrei molte cose da dire. Mi colpisce. È forte. Le cose sono lì, nominate ed annullate in quanto nominate…

    Il problema della poesia erotica (o pornografica) è che in realtà si scopre che l’oggetto non c’è, risulta assente. Nella poesia erotica questo è evidentissimo. Nella poesia erotica siamo a ridosso del «nulla», sull’orlo del «nulla». Ospite inquietante che tutti i peroratori dell’ordine costituito hanno interesse a estromettere, a negarlo, a esorcizzarlo.

    E allora, la questione si sposta sul «nulla». Possibile che l’oggetto della poesia erotica sia il «nulla»? Di solito a questa domanda mi si risponde che sono un «nichilista» e via dicendo con le accuse liquidatorie, che sono un materialista, un pornografo (meno male che non mi appellano più “comunista”)…

    È la poesia più difficile da scrivere, per questo è poco praticata, o meglio, evitata. Più facile scrivere poesie su dio o sul quotidiano, molto più facile perché sono cose che non ci coinvolgono in realtà. Con ciò che ci coinvolge da vicino è difficile fare poesia.

    “Che cos’è il nulla? Il nulla non è un quid; anzi non è; il nulla è ciò che è puramente presente e la presenza è il nulla; è la presenza del nulla “*

    (Andrea Emo, Il dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, Marsilio 1989, p. 58).

    • In un tentativo precedente, non andato in porto ma non si può sapere, scrissi questi due versi:
      Lui le viene sul ventre, lo vede lo sente. Preme.
      Ma che sia lui non è detto. Su quel ventre non c’è nessuno.

      Hai perfettamente ragione.
      Ho tentato per osservare l’identificazione con il sesso emotivo. Non è stato facile per niente. Inoltre volevo togliermi di dosso certo perbenismo. Sicuramente il campo di osservazione si restringe, al poeta viene a mancare l’aria, il volo. Non ha scappatoie – e poi perché, per cosa? – Si sta obbligati al presente, ma proprio qui sta il punto: scopri che poesia s’intrufola, a fatica ma lo fa. A patto che tu sia morto al passato, e vivo tanto da poter accogliere le voci; che stranamente sono più umane. Nulla di che, ma è un’esperienza interessante. Almeno per me.

  22. Un pensiero debole per un impegno forte
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22669
    Un mio libro di critica della poesia italiana dal punto di vista della nuova ontologia estetica che andrà in stampa a settembre si intitola: «Critica della ragione sufficiente», con ciò volendo dire che ormai i tempi sono talmente burrascosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero, che è andato disperso, ritornare ad una «ragione sufficiente»; insomma, un programma davvero minimo dal quale ripartire. Non mi faccio ovviamente molte illusioni, ma dobbiamo pensare al futuro come ad una entità lontana nel tempo a venire, altamente improbabile, perché il presente non è affatto certo…

    Scriveva Pier Aldo Rovatti:
    “Il pensiero debole […] è un ‘pensiero positivo’ che propone la pratica di un’etica minima: una linea di resistenza contro ogni genere di nuova barbarie, sulla quale attestarsi per non cedere sul diritto di essere cittadini. Una soglia di civiltà – direi – da difendere strenuamente e rispetto a cui non indietreggiare. Da qui discendono uno stile di vita e un impegno nella società. L’indignazione diffusa, il ‘se non ora quando’ che non vale solo per il movimento delle donne, l’esigenza inderogabile di reagire alle condizioni di precarietà, l’urgenza di una scuola che funzioni, indicano con evidenza quali siano i ‘soggetti’ interessati a sottrarsi alla gelatina populistica che ormai ci avvolge. Quasi tutti. Ed è a loro che il pensiero debole si rivolge chiedendo che ciascuno si faccia carico della propria supposta ‘impotenza’, non affidandosi alle ideologie ma praticando, giorno per giorno, una valorizzazione e una socializzazione dei propri bisogni.”

  23. Lars Gustafsson (Västerås, 17 maggio 1936 – 3 aprile 2016)
    Due poesie tradotte da Enrico Tiozzo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/09/poesie-di-gino-rago-steven-grieco-rathgeb-kikuo-takano-boris-pasternak-samuel-beckett-tre-traduzioni-di-una-poesia-di-samuel-beckett-what-is-the-word-qual-e-la-parola-di-beckett-la-p/comment-page-1/#comment-22670
    Vita

    La vita scorre attraverso il mio tempo,
    e io, un volto non rasato,
    dove le rughe sono profonde, analizzo le tracce.
    Pensieri come bestiame,
    avanzano sulla strada per bere,
    estati perdute ritornano, ad una ad una,
    profonda come il cielo viene la malinconia,
    per la pianta di carice che fu,
    e le nuvole che allora rotolavano più bianche,
    eppure so che tutto è uguale,
    che tutto è come allora e irraggiungibile;
    perché sono al mondo,
    e perché mi prende la malinconia?
    E gli stessi lillà profumano come allora:
    Credimi: c’è un’immutabile felicità.

    Ballata sui sentieri del Västmanland

    Sotto la scritta visibile di stradine,
    viottoli di ghiaia, passaggi, spesso con un pettine
    d’erba nel mezzo tra profonde orme di ruote,
    nascosta sotto i mucchi di rami secchi in zone nude,
    ancora chiara nel muschio screpolato,
    c’è un’altra scritta: i vecchi sentieri.
    Vanno di lago in lago, di valle
    in valle. S’affondano talora,
    si rendono palesi e grandi ponti
    di pietre medievali li trasportano sopra ruscelli scuri,
    si sperdono alle volte sopra rocce nude,
    li si smarrisce facilmente nei terreni paludosi, cosí
    inavvertiti che un attimo ci sono,
    e l’altro no. C’è una continuazione,
    c’è sempre una continuazione, se solo
    la si cerca, questi sentieri sono testardi,
    sanno cosa vogliono e con la conoscenza
    combinano una significativa astuzia.
    Tu vai ad est, la bussola insistente mostra l’est,
    il sentiero fedele segue la bussola, come una linea,
    tutto è a posto, allora il sentiero svolta a nord.
    A nord non c’è niente. Che vuole adesso il sentiero?
    Presto arriva una palude gigantesca, e il sentiero lo sapeva.
    Ci fa girare, con la sicurezza di uno
    che là c’è stato prima. Sa dove si trova la palude,
    sa dove la montagna diventa troppo ripida, sa
    cosa succede a chi scambia il nord con il sud
    del lago. Il sentiero ha fatto tutto
    tante volte prima. È questo il senso
    di essere un sentiero. Che lo si è fatto
    prima. Chi ha fatto il sentiero? Carbonai, pescatori,
    donne con braccia magre che raccoglievano la legna?
    Gli inquieti, timidi e grigi come il muschio,
    ancora in sogno col sangue del fratricidio
    sulle mani. Cacciatori d’autunno sulle tracce
    di fedeli bracchi col latrato di ghiaccio chiaro?
    Tutti e nessuno. Lo facciamo insieme,
    anche tu lo fai in un ventoso giorno, quando
    è presto o tardi sulla terra:
    noi scriviamo i sentieri, e i sentieri rimangono,
    e i sentieri sanno piú di noi,
    e sanno tutto ciò che volevamo sapere.

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