Il ritorno di Odisseo – L’oblio della memoria – Odisseo è un cialtrone, un disertore della guerra di Troia – Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. La rilettura del mito dal punto di vista della nuova ontologia estetica – Interventi di Gino Rago e Carlo Livia con una poesia di Marina Cvetaeva e Paul Celan

Foto Man Ray stilleven

La Cosa è l’irrappresentabile, ciò che resta fuori della rappresentazione, l’inconscio è il luogo della non nominazione se non come catacresi

(opere grafiche di Lucio Mayoor Tosi)

Noi, reduci del Novecento, sappiamo che il canto delle sirene conteneva una «verità»

che non abbiamo voluto udire, quella «verità» che Odisseo non ha voluto che i suoi marinai ascoltassero. E quel «non-detto», quella «parola non ascoltata», ci perseguita ancora oggi, si ripresenta con il suo volto di spettro e ci chiede udienza, chiede di essere ascoltata, di essere compresa.

Chi è Odisseo per noi reduci del Novecento? Che cosa rappresenta?

Per Marco Revelli ne I demoni del potere il Canto XII è quello centrale dell’Odissea. «Il gioco di Ulisse con le Sirene si risolve, nell’epoca del trionfo della tecnica, in una serie di atti mancati».

Il «secolo breve», il Novecento, è il secolo della distruzione di massa, il secolo, come i nazisti dicevano con un eufemismo, della «soluzione finale». Il Novecento ci ha insegnato che molto più temibile del loro «canto» è il «silenzio» delle sirene. Per noi, reduci del Novecento il «viaggio di Ulisse» ha cessato di produrre senso, conserva zone di indicibilità, di non narrabilità. La frattura di civiltà, il vuoto di senso è ancora una volta Auschwitz. Auschwtiz si può verificare ancora una volta, si può ripetere. La IV guerra mondiale, la guerra nucleare, si può verificare in qualsiasi momento.

Oggi il capitalismo globale ci ha «gettati» in un paesaggio spaesante. Noi che viviamo nella Pars Occidentale della produzione capitalistica, dobbiamo ritenerci «fortunati», viviamo nel mondo del benessere, della democrazia e della ricchezza. Loro, gli esclusi dal mondo del benessere, sono i reietti.  Noi oggi non abbiamo un linguaggio adeguato, ci mancano le parole adeguate per rappresentare la nostra condizione di «fortunati».

Franz Kafka, in un raccontino paradossale del 1917 scrisse: «Le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio». Ulisse non si accorge del silenzio delle sirene, è ossessionato soltanto dal loro «canto». Per Kafka, se qualcuno raramente si salva dal canto delle sirene, nessuno si potrà mai salvare dal loro silenzio. Ma l’esperienza del Novecento ci ha insegnato che pari insidiosa nequizia è nascosta nel «silenzio» delle sirene, molto più temibile del loro «canto», temibile in quanto invisibile.

Ascoltiamo le parole di Primo Levi, un sopravvissuto ad Auschwitz, lui che ha ascoltato il canto delle sirene naziste, dei torturatori nazisti. Per resistere a quel «canto» Primo Levi si è tappato le orecchie con le ballate di Schiller. È stato questo lo stratagemma che gli ha dato la forza di restare in piedi per ore durante gli appelli mattutini da parte delle SS. Ed è sopravvissuto.

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

Tutt’intorno urla ripugnanti, angoscianti, che non accennavano a finire. Gli uomini che ci avevano fatto scendere dal vagone col loro «fuori, fuori», e che ora ci spingevano in avanti, erano come cani rabbiosi e ululanti. […] Quel tono carico d’odio, che scaccia […] e inchioda […] intendeva unicamente intimorire e stordire. […]

Nella mia poesia, Il ritorno di Odisseo,   non v’è traccia del canto delle sirene, per Odisseo si è trattato di un evento senza importanza, che ha già dimenticato. Nella mia poesia Odisseo è preda dell’Oblio della memoria, non ricorda nulla di ciò che è accaduto, nulla della guerra di Troia.

Si gode gli ozi di Ogigia.
Che fretta c’è?
Per tornare dalla vecchia Penelope,
c’è tempo.

Odisseo non è più ai nostri occhi un eroe, è un «cialtrone», un «fuggiasco», un «disertore» che comanda una ciurma di altri «disertori», di «straccioni», di «naufraghi». Odisseo è un abile manipolatore di parole, colui che racconta gli eventi in modo poetico e mirabolante per gabbare gli ingenui ascoltatori. I suoi marinai

Sono fuggiaschi, disertori della guerra di Troia.
Omero non lo dice ma lo deduciamo noi
dalla lettura degli eventi.

Anche Omero è colpito dall’anatema di aver detto delle menzogne, di averci dato il ritratto di un uomo «astuto» inventando il racconto del cavallo di Troia, in realtà Odisseo è un miserabile «disertore» che ama la bella vita e gli ozi dell’isola di Ogigia. Anche Omero quindi è colpevole di aver detto delle menzogne e neanche lui può essere considerato degno di fede. Il discorso poetico è già diventato menzogna.

Giorgio Linguaglossa

Il ritorno di Odisseo

Sono approdati a riva i naufraghi, gli straccioni.
Un cialtrone di nome Odisseo li comanda.
Sono fuggiaschi, disertori della guerra di Troia.
Omero non lo dice ma lo deduciamo noi
dalla lettura degli eventi.

L’isola sembra disabitata. Sterpaglie, stoppie, erica.
Sbarcano i greci.
Entrano incauti nel Palazzo, insondabilmente agitano le spade.
Vi abita Circe,
sorella di Eete re della Colchide e di Pasifae
moglie di Minosse.
Siede sul suo trono di quarzo.

La maga Circe li ha mutati in porci, leoni,
cani, uccelli dal becco ricurvo.
Tranne uno: Euriloco, il più bello.
Come sappiamo dal racconto di Omero,
il capo dei disertori, Odisseo, l’acuto,
con un raggiro l’ha fatta franca
ed è diventato suo amante…

La faccenda durerà fino al prossimo inganno,
al prossimo tradimento.
Tra i banditi corre voce che mediti
una nuova fuga, l’ennesimo raggiro, un’altra volgare truffa…
Dicono che attenda il giorno fausto
[al momento, le stelle non sono favorevoli
ed il plaustro non soffia ad occidente],
e che presto riprenderà il largo nel mare ondoso
per una nuova avventura.

Per adesso, Odisseo si è sistemato nell’isola di Ogigia
e amoreggia con la ninfa Calipso.
Fonti d’acqua limpida, prati fioriti, viti cariche
di grappoli di uva,
farfalle multicolori, uccelli canori…
Il disertore si riempie il gozzo di fagiani arrosto
e fichi secchi.
Si gode gli ozi di Ogigia.
Che fretta c’è?
Per tornare dalla vecchia Penelope,
c’è tempo.

* un principe del Qatar ha comprato, per il prezzo stracciato di 5 milioni di euro, Oxia, una delle più belle isole dell’arcipelago delle Echinadi, ad appena 38 chilometri da Itaca.

Le sirene che cantano simboleggiano una Ding, una Cosa. La Cosa è l’irrappresentabile, ciò che resta fuori della rappresentazione,

e che deve continuare a restare fuori affinché si dia rappresentazione.

Odisseo quindi può fare l’esperienza della rappresentazione della Cosa (le sirene) proprio in quanto das Ding, la Cosa è fuori della rappresentazione. L’irrappresentabile fonda la possibilità della rappresentazione.

Quanto resta escluso dal processo di conoscenza dell’oggetto è das Ding. «Il Ding è l’elemento che originariamente il soggetto isola, nella sua esperienza del Nebenmensch, come per sua natura estraneo, Fremde» 1], così Lacan.

Quando il soggetto si trova a vivere una esperienza, una parte dell’oggetto, o tutto l’oggetto cade fuori dalla rappresentazione; di esso non si dà alcuna traccia, nessuna Vorstellung, e questa parte dell’esperienza viene qualificata come inconoscibile. Das Ding si pone come perduta nella misura in cui è l’essenziale di ciò che è perduto. Tutto ciò che poi seguirà nell’ambito del linguaggio, sarà articolabile come Vorstellung proprio perché circoscritta dall’esperienza in perdita che la Cosa pone davanti al soggetto: e cioè quel passato/presente assoluto da cui essa fa la sua apparizione.

 Se das Ding è fuori del campo della rappresentazione, è cioè irrappresentabile, esso è altresì insignificabile, cioè sfugge alla presa del significante, ponendosi come resto dell’operazione della conoscenza. Se inoltre il rapporto soggetto/realtà si modula intorno al sistema della rappresentazione, das Ding è quanto ne resta «fuori», escluso. Ma tale esternalità è assolutamente centrale: nel suo esser muto infatti, das Ding rimane separato ma come ciò intorno a cui gravita lo smarrimento del soggetto. Nello psichico non c’è una rappresentazione che corrisponda a das Ding; c’è solo la rappresentanza di una rappresentazione, una Vorstellung-repräsentanz. Ciò che si dà come rappresentanza di una rappresentazione è propriamente il simulacro di ciò che manca, di quanto svuota la vita del suo godimento finale.

Turando le orecchie dei suoi compagni con la cera, Odisseo sconfigge l’istinto di morte e introduce la ripetizione,

l’esperienza della ripetizione, il desiderio di riudire il canto delle sirene introduce  la coazione a ripetere, l’istanza censoria che riproduce il desiderio all’infinito e, con essa, la rappresentazione. Attorno alle Vorstellungen ruoterà il sistema regolato dalle leggi del Lust e dell’Unlust, del piacere e del dispiacere, ciò che possiamo chiamare le prime apparizioni del «soggetto».

La Cosa è un momento esterno che sorge all’unisono con il sorgere del desiderio,

non è un in sé kantiano, non è un inconoscibile, quanto un inconoscibile nella misura in cui esso è sì fuori dall’ambito della rappresentazione ma non è un puro nulla, l’assolutamente negativo, un ideale di assenza. La Cosa piuttosto, dirà Lacan, è della sua assenza che brilla, che si pone come un «vuoto causativo» della nascita della soggettività occidentale.2]

Odisseo pone in essere un vero e proprio atto primario di censura-rimozione. Turando le orecchie dei suoi marinai e facendosi legare all’albero maestro della nave egli attua la rimozione primaria. Noi sappiamo che  la rimozione è ciò che segna l’avvento nel sistema freudiano del soggetto dell’inconscio propriamente detto. Nella nozione di Vorstellung-repräsentanz vediamo così delinearsi quelle condizioni che fanno del significante ciò che rappresenta non qualcosa, bensì un soggetto per un altro significante. In altre parole, il soggetto nasce già alienato da una mancanza, dalla mancanza della Cosa.

1] Ibid. 190 Cfr., J. Lacan, L’etica della psicoanalisi, cit., p. 64.

 2] Cfr., L’etica della psicoanalisi. 192

gino rago

24 luglio 2017 alle 18:34

La coppia: Marina Cvetaeva- Giorgio Linguaglossa. Poesia del metodo mitico.

La bellezza di Elena è la ricompensa che Afrodite offre al giovane Paride per averla eletta la più attraente tra le dee. Sebbene la donna sia sposa di Menelao, durante l’assenza del marito si lascia vincere dal corteggiamento del figlio di Priamo; i due fuggono così alla volta di Troia. Tuttavia il re di Sparta, offeso dall’infame oltraggio, chiede aiuto a suo fratello Agamennone e insieme ottengono la solidarietà dei principi greci: così prende avvio la guerra, di cui l’Iliade, come è noto, racconta solo l’ultimo anno. Nei versi del poema si legge il rimorso che tormenta la giovane per essere stata la causa scatenante di una guerra decennale e dissennata. Ma Elena è davvero colpevole? Già gli antichi si pongono questo interrogativo: secondo il poeta lirico Stesicoro, per esempio, Paride non avrebbe portato con sé la sua amata, ma solo un eidolon, un fantasma, mentre la donna sarebbe rimasta per tutto il tempo in Egitto per volere di Era; la stessa idea è alla base della tragedia che le dedica Euripide in cui Elena resta fedele a Menelao, che dopo vent’anni non sa riconoscerla e si domanda che senso abbia avuto combattere per una ‘nuvola’.

Il mito è così popolare che innumerevoli autori si sono confrontati con esso, frequentemente per svelare la propria verità sulla questione. Spesso è l’autorevolezza di Omero a essere messa in discussione, proprio come accade in questi versi di Giorgio Linguaglossa e come a suo tempo accadde in una poesia di Marina Cvetaeva del 1924, Cvetaeva e Linguaglossa, due voci poetiche intense, ciascuna forte della propria sensibilità linguistica. L’assunto della scrittrice russa si basa sull’assonanza che esiste nella sua lingua tra il nome di Elena e quello di Achille. “Ci sono rime in questo mondo. / Disgiungile, e il mondo trema” – suona come un avvertimento il memorabile incipit della lirica: le rime che abbelliscono l’universo ne sono anche la colonna portante; se queste vengono scalfite, sarà l’universo stesso a rimetterci. Ma Omero è cieco e la notte che come una persiana gli oscura lo sguardo gli impedisce di vedere quanto Elena sia perfetta per Achille.

L’armonia che nascerebbe dall’unione dei due è costretta a ripiegarsi in caos e a generare infedeltà e distruzione: la cecità del cantore lo ha portato a scambiare la fortuna che aveva nelle sue mani per un rifiuto e a gettarlo via. Ecco che le rime composte nel mondo della poesia, divise in questo mondo, lo hanno fatto crollare. Ci si illude di non aver bisogno di armonia, e così non resta nulla della dolce bellezza di lei né della possente virilità di lui. Non resta nulla, se non il tenue mormorio delle foglie di mirto e il suono di una lira che, come in un sogno, continua a cantare.

Marina Cvetaeva fa ricorso al mito classico per mettere un punto a una questione che riguarda la sua vita privata. Questa sua poesia si configura infatti come una risposta a Boris Pasternak, con il quale la scrittrice intratteneva da tempo un carteggio: il rapporto platonico, seppur appassionato, che intercorreva tra i due avrebbe forse potuto risolversi in un sentimento reale, ma con queste parole la donna comunica la sua irrevocabile decisione e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere amanti. Resta la convinzione del profondissimo legame spirituale che li unisce, una sorta di predestinazione che rende elettiva la loro affinità. Come Elena e Achille, essi incarnano la ‘coppia’ ideale (il titolo del ciclo di poesie in cui questa è contenuta recita infatti The Pair), ma la loro passione non sa reggere il confronto con la realtà: se in un mondo fatto di parole essa è valida, in questo mondo l’armonia è destinata a sgretolarsi.

Marina Cvetaeva, da The Pair

Ci sono rime a questo mondo

Ci sono rime in questo mondo.
Disgiungile, e il mondo trema.
Eri un uomo cieco, Omero.
La notte sedeva sulle tue sopracciglia.
La notte, il manto del tuo cantore.
La notte, sui tuoi occhi, come una persiana.
Un uomo vedente non avrebbe forse unito
Achille a Elena?
Elena. Achille.
Datemi il nome di una coppia meglio assortita.
Perché, a dispetto del caos,
il mondo fiorisce sulle armonie.
Eppure, disgiunto (in armonia
con la sua essenza) cerca vendetta
nell’infedeltà coniugale
e nell’incendio di Troia.
Eri un uomo cieco, aedo.
Hai gettato via la fortuna come fosse un rifiuto.
Quelle rime sono state composte in quel
mondo, e non appena le dividi,
questo mondo crolla. Chi ha bisogno
di armonia? Invecchia, Elena!
Il miglior guerriero degli Achei!
La dolce bellezza di Sparta!
Niente se non il mormorio
del mirto, il sogno di una lira:
“Elena. Achille.
La coppia tenuta separata.”

Carlo Livia

25 luglio 2017 alle 1:59

Nelle opere di maggiore risultanza espressiva (Kafka, Beckett, Celan, Char, Rosselli) nichilismo e misticismo si fondono e trascendono conservando le oscurità semantiche e le aporie ineludibili d’un agnosticismo disperatamente irreligioso, che non si alimenta di astrazioni e paralogismi, ma si rappresenta nell’immanenza esistenziale, in cui l’eclissi del sacro si riflette non solo nella reificazione, alienazione e involuzione etica e assiologica, ma soprattutto in una tangibile disfunzione e degradazione relazionale ed emotiva, una sorta di lucida ed implacabile diagnosi dell’abisso ontologico e della paralisi emotiva che attanaglia l ‘umanità che ha fatto dell’oggettività materialistica il proprio idolo, e ne esperisce la tragica illusorieta’.

Gli scenari assurdi e indecifrabili di Kafka sono l’impietosa trascrizione dell’assenza divina, l’esatto contrario della ghignante e folle visione nicciana.
I personaggi di Beckett formano spesso delle coppie reciprocamente dipendenti o vincolate da ragioni eteronome, ma sempre prive di ogni legame affettivo e da qualunque prospettiva soteriologica. L‘ultimo nastro di Krapp, una delle opere più illuminanti e ricche di pathos, sembra violare il consueto codice sommerso e anti ermeneutico, consegnandoci il segreto rammarico dell’autore, di aver trascurato il richiamo erotico per la sopravvalutazione del lavoro intellettuale.
Il carattere controverso e paradossale dell’esperienza mistica, che tenta di relazionarsi ad un assoluto che si sottrae ad ogni rappresentazione, fino a confondersi con il nulla, è tematizzato in una delle più celebri e laceranti poesie di Paul Celan:

Paul-Celan-New-Yorker

Paul-Celan

SALMO

Nessuno ci impasta più da terra e argilla,
nessuno alita sulla nostra polvere.
Nessuno.

Lodato sii tu, Nessuno.
Per amor tuo vogliamo
fiorire.
Incontro a Te.

Un nulla eravamo, siamo
rimarremo fiorendo:
la rosa di Nulla,
di Nessuno.

Con il pistillo animachiara,
lo stame cielodeserto,
la corona rossa
della parola purpurea che cantammo
su, oh
sulla spina.

L’innegabile sentimento di ribellione di questo paradossale inno nichilista, l’incapacità evidente di rassegnarsi ad essere una rosa che fiorisce incontro al nulla, sono rafforzati dagli accenti criptocristiani del finale (il mantello di porpora e la corona di spine del Crocifisso) che inseriscono un’inaudita ma implacabile speranza di salvezza.
Se è vero che la dissoluzione nichilista è ormai così avanzata da non poter essere superata o rimossa da una semplice ricostruzione dell’ontologia tradizionale, l’unica speranza risiede in un processo creativo che sappia indagarne l’essenza genetica, lasciandosi risucchiare dal vortice del nulla fino a scorgere il fondamento del suo accadere, facendo tesoro d’ogni luce che possa rischiare l’oscurità in cui ci muoviamo, dove “ormai solo un Dio ci può salvare” (Heidegger).

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73 commenti

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73 risposte a “Il ritorno di Odisseo – L’oblio della memoria – Odisseo è un cialtrone, un disertore della guerra di Troia – Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. La rilettura del mito dal punto di vista della nuova ontologia estetica – Interventi di Gino Rago e Carlo Livia con una poesia di Marina Cvetaeva e Paul Celan

  1. Guglielmo Peralta

    Non si può stravolgere il mito. Ulisse non si tura le orecchie con la cera, le tura solo ai compagni. Egli ascolta il canto delle sirene e, dopo il suo ritorno a Itaca, mantenendone il ricordo, riparte perché vuole conoscerne, vederne la sorgente. E così, dopo averne fatto esperienza, perderà sua vita. Perché non si può vedere la Verità (il Canto) e restare vivi!

  2. Hai ragione Guglielmo, ho corretto l’articolo, è Odisseo che ordina ai suoi marinai di turarsi le orecchie con la cera. Il senso del mito non cambia se la censura-rimozione colpisce i marinai e non Odisseo, almeno dal punto di vista della mia rielaborazione del mito.

  3. gino rago

    Per una Nuova Estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-21977
    (Versi per Luciano Nota, Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Lucio Mayoor Tosi)

    Duchamp giocava meravigliosamente a scacchi.
    Bussò senza preavvisi quel giorno d’incanti alla sua fervida mente.
    In quel giorno speciale compì il gesto decisivo per l’estetica e la filosofia:
    a New York espose uno scolabottiglie.
    Disse al mondo che: « L’arte non è l’oggetto reale.
    Ma è l’oggetto immaginario che tu cogli
    quando ne hai distrutto le sue relazioni oggettive reali.
    Perché soltanto distruggendo le condizioni oggettive reali
    balzerà fuori l’oggetto immaginario.
    L’oggetto della sensibilità.
    L’oggetto emotivo pronto a farsi “Cosa”».
    (…)

    Malevitch comprende questo gesto.
    Più tardi espone un quadrato nero in campo tutto bianco.
    Poi fa di più. Mostra un quadrato bianco in campo tutto bianco.
    L’arte tocca il suo annientamento. Noi siamo al silenzio.
    (…)

    Di morte in morte, di negazione in negazione.
    L’ ”arte-araba fenice” risorge dal suo stesso fuoco e si rinnova.
    Sulle ceneri di parole secche date alle fiamme da Giorgio Linguaglossa
    si levano parole nuove. Ecco la morte dell’arte di Hegel
    (che Benedetto Croce non comprese).

    Gino Rago

    • londadeltempo

      Carissimo Gino,
      sei riuscito a dire in poesia che dall’impossibilità del rapporto tra parola e realtà, dal mistero della parola a quello della vita c’è uno spazio inesplorato dove qualcosa sta nascendo. Ancora informe, nello spaesamento del nulla che si annulla…dal silenzio si leva un canto verso tutto. Si risvegliano gli oggetti addormentati, finalmente gli alberi attingono linfa dalle radici e fioriscono. Dalle mani dei poeti …nascono le “cose”, i mondi. GRAZIE PER QUELLO CHE DICI E CHE SEI!
      Mariella

  4. Verso una «nuova ontologia estetica». Riflessione intorno alla «Cosa».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-21978
    È noto il topos del vaso e del vasaio che Lacan riprende da Heidegger. Il vaso è quella cosa (Sache), quell’oggetto creato di uso quotidiano, prodotto di un fare che crea un utensile, una suppellettile, uno strumento. In esso è pienamente visibile l’idea del vuoto della Cosa (Ding). Da questa accezione derivano, per Heidegger, il romanzo la cosa, il francese la chose, e il tedesco das Ding, quell’alterità che «brilla» per la sua assenza. Esso ha la proprietà di presentificare il vuoto e il pieno, di esser pensato nel paradosso del vuoto e del pieno. Il suo essere utensile lo pone nella posizione di funzionare da significante, ma, allo stesso tempo, questo suo essere significante non significa nulla, ovvero, significa il vuoto intorno a cui esso vuoto prende forma, il vuoto che il vaso racchiude.

    Per Heidegger la brocca è quella cosa che nella sua forma di recipiente assicura il contenere e l’offerta, connette mortali e divini, cielo e terra. Questo perché ciò di cui la brocca consiste non è il materiale di cui è fatta, non è nemmeno determinante la forma che il vasaio forgia, quanto il fatto che la brocca racchiuda il vuoto che essa crea.

    La brocca è al contempo Sache e Ding, nel senso in cui sintetizza il rapporto tra il significante e das Ding, tra l’ordine della Vorstellung intorno a cui si articola la pulsione e il vuoto lasciato dalla Cosa a cui la stessa pulsione tende. Soffermiamoci per un momento al vaso, al suo uso come utensile e la sua funzione di significante. Ecco che il vaso è significante in quanto plasmato dalle mani dell’uomo, non è significante in sé. Il significante del vaso diventa significativo tramite il vuoto che esso crea, inaugurando l’aspettativa di riempirlo. Il vuoto e il pieno vengono creati dal vaso. È a partire da questo significante plasmato che è il vaso, che il vuoto e il pieno entrano come tali nel sistema articolatorio qual è la lingua. Il vaso dunque è quel significante che di per sé esprime l’ingresso nel sistema della lingua di un vuoto.

    È questo vuoto che si presenta come nihil, come il nulla al centro della significazione, o come quel nulla del reale da cui proviene l’ordine della Vorstellung, il luogo in cui Lacan colloca il godimento, ovvero l’al di là del principio di piacere. È il vuoto del linguaggio. L’istanza discorsiva del soggetto viene articolata dalla catena significante, così come l’articolazione piacere-realtà introduce il rapporto del linguaggio con il mondo. La Cosa cioè, in quanto sita fuori del sistema articolatorio del significante e, allo stesso tempo, condizione di esso, resta la Cosa del linguaggio, quel punto di gravitazione che apre l’universo del nominabile, apertura che gli dà un limite, lo circoscrive come universo della significazione di fronte a cui, o meglio, al cui centro essa Cosa resta esterna, muta, innominabile.

    Non si dà un significante che possa significare la Cosa, impossibilità che configura la condizione stessa della Parola, ovvero l’essere luogo di una lacerazione che pone il rapporto soggetto-Altro come inaugurale. Certo, il significante ambirà l’occupazione del posto della Cosa, ma sarà un tentativo condannato ad andare a vuoto, appunto perché non dotato di quell’assolutezza in sé che sarebbe necessaria per ricoprire il vuoto.

    Cfr. veda M. Heidegger, La cosa, in Vorträge und Aufsatze, Verlag Günther Neske, Pfullingen 1954; trad. it. a cura di Vattimo G., Saggi e discorsi, Mursia, Torino 1976, 1990 (2007)., pp. 109-24. 197 J. Lacan, L’etica della psicoanalisi, cit., p. 78.

    • londadeltempo

      Perciò questa “Cosa”, muta, innominabile, al centro dell’universo dei significati dove gravitano le parole è MISTERO: ed è quel mistero a cui la parola poetica attinge la sua inspiegabile linfa vitale. Nessuno può possedere o nominare la verità, ma ai poeti è concesso evocarla nei mille modi che significante e significato rivelano grazie al loro sfinimento nell’impossibile tentativo di nominare o possederla. Grazie, Magister, per queste parole pronunciatesullondadeltempogravitanti… intorno alla “cosa”. Caro Giorgio Linguaglossa…mi accorgo che incominciamo a parlare lo stesso linguaggio…anche se io lo balbetto soltanto!
      Mariella

      • gentile Mariella,
        UNA POESIA DI STEVEN GRIECO RATHGEB. È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22003
        forse la parola «mistero» è quella più adatta ad indicare quel qualcosa che non riusciamo a nominare, ma forse è per il fatto che «quella» Cosa che non riusciamo a nominare è qualcosa che non possiamo indicare con «una» parola ma deve essere «evocata» dalle parole. Forse quella Cosa è qualcosa che sta «prima» del linguaggio, e cmq «fuori» del linguaggio. È di questo ciò di cui si deve occupare la poesia. Tutte le chiacchiere descrittive e paesaggistiche (anche ben scritte!) della poesia italiana degli ultimi cinquanta anni devono essere poste nel dimenticatoio, liberiamoci finalmente di tutta la poesia che non ha mai tentato (perché non ne era capace) di nominare l’innominabile. Eppure, questo è il compito della poesia, altrimenti è «chiacchiera».
        Leggiamo una poesia di un autore , è Steven Grieco Rathgeb. Si tratta di poche parole:

        Una brezza
        la porta si è spalancata. Fitto fogliame,
        nessuno,
        la soglia non varcata.
        In questo addio, sono tornato a casa
        .

        (Steven Grieco -Rathgeb da Entrò in una perla, Mimesis Hebenon, 2016)

        Non mi cimenterò in una analisi dettagliata delle parole, l’ho già fatto in altra sede e non mi ripeterò. Ecco, qui siamo messi davanti ad un «mistero», come lo chiama Mariella, o ad una «Cosa», come la chiamo io (il che è lo stesso).
        La poesia disegna la «cornice» del «vuoto», non può fare altro che disegnare questa «cornice» per mettere a fuoco un «evento»: una «porta» che «si è spalancata». E qui la poesia è già finita.

        Il fatto è che noi nella nostra vita quotidiana abbiamo visto miliardi di volte una porta «spalancata», e allora che cos’è che ci sembra abbia del miracoloso, del mirabolante in questa apparizione? Perché, che cosa fa di «quella» porta un evento singolare e irripetibile? È irripetibile perché nel verso seguente è detto «nessuno», non c’è anima viva là intorno. E allora ci chiediamo: che cosa fa di questa risposta della poesia una risposta significativa? Che cosa significa «per noi» che quella «porta» «si è spalancata» (da notare il riflessivo, quasi che l’azione dello spalancarsi sia stata compiuta da una terza persona o da «nessuno», che so, da un colpo di vento…), poi viene detta una semplice frase lasciata cadere lì per caso:

        la soglia non varcata

        Dunque, finalmente siamo arrivati alla parola chiave: «la soglia»; si badi al determinativo «la», quindi si tratta di una «soglia» davvero particolare, unica, che non si ripeterà, che non può più ripetersi perché è lì che si consuma un destino. Si badi, tutto intorno c’è silenzio, non c’è un rumore, non c’è una allitterazione, non c’è alcun concerto di significanti o di assonanze: tutto è muto, ciò che avviene avviene nell’ammutinamento della voce; non ci sono parole, «nessuno» parla e nessuno ascolta. Il silenzio irrigidisce la composizione che si esaurisce in pochissime parole. L’evento sta per consumarsi, anzi, si è già consumato. Il protagonista che parla, colui che sta a lato o dietro la «cornice» della composizione, ha preso la decisione, ha vissuto l’evento e l’evento gli ha parlato. L’Estraneo, colui che è invisibile, ha parlato, ha parlato, ovviamente, nella sua lingua non fatta di parole.

        Non v’è chi non veda come questa poesia sia estranea al descrittivismo impressionistico della poesia italiana di questi ultimi decenni, quella alla moda, intendo; qui non ci sono battute di spirito o giochi verbali, qui si va all’essenza delle cose, si va verso l’essenza.

        Ho scritto in altra occasione questi Appunti che voglio richiamare:

        È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica»,
        solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta,
        solo una volta estrodotto il soggetto linguistico
        che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,
        cartesianamente, Essere e Pensiero,
        quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito».Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica.

        Sull’Estraneo

        Il discorso poetico è quel capitolo della mia storia che è marcato da una barratura, da un bianco, abitato da un certo tipo di menzogna che si chiama «verità» della poesia nelle sue svariate versioni: poesia onesta, poesia orfica, poesia sperimentale, poesia degli oggetti, poesia della contraddizione, poesia del minimalismo, poesia del quotidiano etc.; è il capitolo censurato di quella Interrogazione che non deve apparire per nessuna ragione. Il discorso poetico abita quel paragrafo dell’ inconscio dove siede il deus absconditus, dove fa ingresso l’Estraneo, l’Innominabile. Giacché, se è inconscio, e quindi segreto, quella è la sua abitazione prediletta. Noi lo sappiamo, l’Estraneo non ama soggiornare nei luoghi illuminati, preferisce l’ombra, in particolare l’ombra delle parole e delle cose, gli angoli bui, i recessi umidi e poco rischiarati.

        È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta. Un atto di suprema ingenuità oltre che di scortesia, perché egli è qui, dappertutto, e chi non se ne avvede è perché non ha occhi per avvedersene.
        Tutto quello che possiamo fare è intrattenerci con Lui facendo finta di nulla, cincischiando e motteggiando, ma sapendo tuttavia che con Lui è in corso una micidiale partita a scacchi.

  5. Steven Grieco-Rathgeb

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-21979
    Complimenti per il post molto interessante! E da questa ennesima variazione sulla figura di Odisseo, vedo che essa gode di buonissima salute, anche se somiglia molto più all’Idra ormai, che non al barbuto guerriero nonché eminenza grigia degli Achei: ma un’Idra alla quale tutti gli Ercoli postumi non riescono a venire a capo!
    Bello questo, e interessante. Gli avataar di Ulisse dunque continuano.
    Tanto per aggiungere qualcosa ancora, riprendo (e un po’ aggiusto) questo mio commento fatto l’anno scorso su L’Ombra delle parole, in qualche modo anche echeggiando il commento di Guglielmo Peralta:
    “…E a proposito di quel passo nell’Odissea (i.e., il canto delle sirene): come facciamo a sapere che Ulisse non avesse proprio in quel momento rifiutato un sapere più profondo, messo in guardia contro questo sapere dai conservatori della sua cultura, dai suoi riduttori? …Così anche per il passo che narra la vicenda di Calypso, falsamente (forse) rappresentata come seduttrice di uomini che soltanto promette una melensa immortalità… In realtà, sono gli stessi dei che infine decidono che ad Ulisse venga negato un sapere realmente cosmico (così mandano Ermes a “liberarlo”); che per lui ci sarà soltanto la saggezza (non da poco!) di un uomo che ha vissuto le mille esperienze della vita. Solo in questo modo Odisseo può, nel corso delle sue peregrinazioni, entrare come Uomo nel Tempo, diventando Primo della stirpe “occidentale”: deve tagliare il cordone ombelicale con l’Asia, smarrire la conoscenza di un cosmo più vasto, conoscenza che in Occidente aspetterà lunghissimi secoli, fino alla fisica e astrofisica degli ultimi 150 anni, per ritrovare il filo. ”
    Rimane da dire che quasi tutta la tradizione occidentale vieta letture più profonde dell’Odissea e dell’Iliade, Eppure ci sono pochi grandi studiosi che sono andati cercando in questa direzione.

  6. Salvatore Sciarrino (*1947): La perfezione di uno spirito sottile, per voce, flauto e percussioni leggere (1985).

    Françoise Kubler, soprano

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-21982
    Il problema che Odisseo apre è quello della libertà. La sua astuzia, propriamente umana, è il tentativo di ritagliarsi uno spazio di manovra tra l’Ananke decretata dagli dèi. Ma se c’è Ananke non c’è libertà. Odisseo pone questo problema, la sua è una figura intensamente drammatica, il suo nostos è la ricerca di uno spazio di manovra tutto umano tra gli editti contrapposti degli dèi.

    Sorge il problema del logos e della libertà, dei loro rapporti e del loro carattere ontologicamente antinomico, paradossale, controvertibile…

    Ecco come risponde il filosofo Massimo Donà in una intervista che lo invitata a pronunciarsi in proposito:

    «la libertà non ha a che fare con ciò che si dimostra, è un’istanza che sfida ogni logos, infatti, se essa fosse oggetto di dimostrazione, sarebbe un oggetto di necessità.
    La libertà è quel buco nero che il logos non riesce a dominare, perché ne è il cuore inassimilabile, quel nucleo profondo che contiene l’errore stesso dal quale vuole difendersi; ma è proprio in quell’errore che sta la sua radice. Qui la verità non può essere consapevole. Per come dice Severino, la verità continuerà sempre a percepire l’errore come fuori da sé, come altro da sé, ma in realtà agisce nel profondo della sua struttura, è il logos, è la verità stessa. La verità dunque, si delinea come questo fondo inassimilabile, ingiustificabile, indimostrabile, che mette in crisi il logos che vuole sempre dimostrazioni, che vuole λόγον διδόναι (logon didonai) cioè rendere ragione di tutto. Quindi è il fondamento stesso della verità ad essere ciò di cui non si può rendere ragione; d’altro canto, se il fondamento fosse fondabile non sarebbe fondamento. Il fondamento è palesemente infondato, e noi che vogliamo fondare tutto non ci rendiamo conto che il fondamento è il massimamente infondato.»*

    http://www.ritirifilosofici.it/?p=4059

  8. Solo un breve intervento Odisseo il cui nome di origine ignota sembra possa significare l’odiato,e perchè un cialtrone dovrebbe suscitare odio e negli dei poi? Nell’analessi che inizia la narrazione Alcinoo Areté non sembrano così umani,e proprio loro gli consentiranno il ritorno,sarebbe possibile che il viaggio di Odisseo possa sempre essere stato un Nostos? Odisseo é morto se così non fosse come avrebbe potuto avere accesso all’aldilà,chiedo

    • Più che altro l’odio deriva dal fatto che è riuscito in qualche modo a eluderne la potenza (degli dei), in effetti non è un cialtrone. Però nel nome risuona anche odòs, dunque sempre un percorso, una strada…
      cosa intendi qui: “sarebbe possibile che il viaggio di Odisseo possa sempre essere stato un Nostos? Odisseo é morto se così non fosse come avrebbe potuto avere accesso all’aldilà”. Non ho capito e mi interessava il tuo punto di vista. grazie

      • Non esiste una risposta e una versione che sia quella e basta ma per rispondere in parte proprio per l’attraversamento del “mare”delle sirene dai teschi nel fondale,la saga é simile a quella di Gilgames anche lui solca il mare della morte é l’ iniziazione verso un altra vita e la narrazione il ricordo di questa.

  9. Il responso di Andrea Emo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-21984
    «Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?»
    […]
    «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso» […] «l’assoluto non ammette relazione altro che con il nulla. Dalla relazione iniziale (nozze abissali, infernali) tra il tutto e il nulla sono nati l’universo, gli esseri e le cose»*

    Odisseo inaugura il viaggio. A Noi, dopo 2700 anni ci resta il viaggio turistico.

    * citato da Adalberto Coltelluccio in
    https://mondodomani.org/dialegesthai/acol03.htm
    Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989.

  10. SULLA POESIA DEL NICHILISMO E L’ONTOLOGIA TRADIZIONALE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22002
    Il termine “inconoscibile” è indicativo di un approccio solo mentale. Quando la “cosa” cade fuori dal mentale è inconoscibile. Il termine “cosa”, così come la parola “vuoto” sono indicativi di un limite nel sistema di apprendimento. Credere che ci sia un oltre o dell’altro presuppone, necessariamente, che si compia un atto di fede. E’ a questo punto che la filosofia, nello sforzo di superare se stessa, pur tenendo conto dei limiti del linguaggio, finisce col cedere qualcosa alla teologia. Oppure, questa sarebbe la mia opinione, avvicinandosi ai temi della spiritualità ne avverte il riverbero. Si tratta evidentemente di un tentativo di riappropriazione, un ratto di conoscenza operato nei confronti della spiritualità. Ma la conoscenza, così come l’intendiamo da sempre qui in occidente, verte solo su due fronti tra loro contrapposti: ragione e spiritualità. Il fatto che ci si trovi a dover fare i conti con il nulla e l’indicibile non mi meraviglia affatto. In oriente questo non sempre accade. Nello Zen ad esempio – Zen non è una religione e nemmeno una filosofia – si procede da secoli, scientificamente, utilizzando altri sistemi percettivi della conoscenza, dove si dà maggiore importanza alla fattività piuttosto che alla teorizzazione o al pensiero cartesiano. Va detto che per lo Zen, Dio non è mai esistito e questo semplifica notevolmente le cose.
    Sono invece d’accordo con di Carlo Livia, quando scrive:
    “Se è vero che la dissoluzione nichilista è ormai così avanzata da non poter essere superata o rimossa da una semplice ricostruzione dell’ontologia tradizionale, l’unica speranza risiede in un processo creativo che sappia indagarne l’essenza genetica, lasciandosi risucchiare dal vortice del nulla fino a scorgere il fondamento del suo accadere, facendo tesoro d’ogni luce che possa rischiare l’oscurità in cui ci muoviamo”.

    • Riportando le parole di Carlo Livia ho volutamente omessodi trascrivere la citazione di Haeidegger: “ormai solo un Dio ci può salvare”. Un nuovo Dio non servirebbe a nulla. Dopo il nichilismo non se ne dovrebbe più sentire la necessità.

      • Ho letto solo ora il commento di Giorgio dove riporta il pensiero di Massimo Donà. E’ incredibile la sintonia: anche Donà parla di libertà e necessità.

      • londadeltempo

        che “un nuovo Dio non servirebbe a nulla” mi sembra un’osservaziona azzardata. Dopo il nichilismo tutto può succedere e risuccedere perché l’eracliteo “panta rei” ci dice che la vita è in continuo divenire e non possiamo escludere che una nuova coscienza religiosa più consapevole, più matura non porti alla ribalta una nuova consapevolezza dell'”Essere”. Il nichilismo è il tunnel da attraversare per ritrovare la luce: e, se non si attraversa, si rimane prigionieri dell’oscurità e del nulla.

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Bel commento!

  11. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22004
    Sono d’accordo con Lucio, così come avevo concordato con l’analisi attenta e puntuale di Carlo Livia. A questo punto, visto che Giorgio sembra non voler accettare di percorrere e vivere un’intensa dimensione spirituale come si trattasse di un male etico ed estetico (mi sembra però una questione più formale che sostanziale), in nome di un razionalismo integrale che sul nichilismo tenta di rifondare la poesia e, più in generale, persegue un rinnovamento delle forme espressive e conoscitive, occorre chiarire perché, visto quel che pensa Lucio, non si vuole accettare che l’immersione nel nulla (o L’attesa nel nulla, per citare una sezione de L’anima sinfonica) è solo un viatico in vista di una rifondazione e di una risalita, come scriveva lucidamente Mariella Colonna. E sarebbe interessante avere una replica dello stesso Carlo Livia, alla luce della “speranza nel processo creativo che del nulla sappia indagare l’essenza genetica”. A quale essenza genetica allude? Mi permetto di far notare che non siamo essenze astratte, ma menti, o anime, che vivono come corpi in una struttura che si chiama Natura, dentro la quale siamo nati e che non possiamo trascendere. La via del rinnovamento non può che passare attraverso l’immanenza, la conoscenza dell’Organismo Uno in cui abitiamo: è questa forse la struttura genetica di cui parla Livia, è questo che ha tentato il qui tanto vituperato Bacchini. Circa il quale le note critiche di Giovanni Ronchini sono illuminanti e vanno in direzione opposta rispetto all’interpretazione paesaggistica-impressionistica di Linguaglossa, che non ha colto l’immersione totale dell’io nelle dinamiche cosmico-molecolari del creato, limitandosi ad insistere sul panismo esteriore, laddove il tragico del finito sta nell’accettare la prigione del divenire, nella ricerca-speranza di una sintesi superiore. Per certi aspetti, la stessa dialettica tra finito e infinito, movimento e quiete, mutazione e illuminazione, permea l’intero organismo de L’anima sinfonica, la cui dimensione profonda sta proprio in una ricerca della luce attraverso il nulla, esperienza necessaria per il rinnovamento.
    Stiamo forse parlando, in forme diverse, alla luce di diverse esperienze esteriori, di una stessa Cosa.

    • londadeltempo

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22116
      Caro Claudio Borghi, sono convinta anche io che “Stiamo (forse) parlando, in forme diverse, alla luce di diverse esperienze esteriori, di una stessa Cosa.”! Sono convinta che l’attraversamento in profondità del nichilismo sia la “via iniziatica” ineludibile per tornare, nei modi e nelle forme che ci saranno congeniali, al ritrovamento forse doloroso, drammatico, dell’Essere. Non si sfugge dalla metafisica: già il parlare di qualunque argomento implica lo sdoppiamento tra la cosa di cui si parla…e l’ “io” che si pone inevitabilmente come entità separata rispetto all’oggetto di cui parla e al di sopra di esso. Insomma il pensiero stesso è metafisico, tanto per intenderci, perché si pone “al di sopra” delle cose fisiche, dei fenomeni prima per descriverli e classificarli, poi per tentare di definirli. Il rifiuto della metafisica nasce dallo storico e progressivo atteggiamento di “svalutazione della realtà fisica” considerata erroneamente di”qualità inferiore” all’io pensante e, soprattutto, ad un io pensato “ad immagine e somiglianza di Dio”. Questo “declassamento” delle cose fisiche (ta fisicà) ha portanto, come reazione, all’atteggiamento opposto: rivalutare la realtà fisica, concreta, oggettiva etc… a discapito di qualcosa che sia superiore ad essa, cioè della “metafisica”. Ma la discesa nello sprofondamento della via fisica peorta ad una strada impercorribile, o almeno percorribile ma a rischio di restarne schiacciati e prigionieri senza il recupero di quel gesto di superiorità che pone l’uomo al di sopra delle cose fisiche…e il collegamento con l’Essere che le collega unifica e sostiene.Credo che Giorgio Linguaglossa voglia far comprendere l’importanza di sprofondare nel nulla per accorgersi che la “cosa” al centro di tutto esiste ed è mistero. (forse Giorgio preferisce chiamarla soltanto “cosa”) Se non accettiamo di percorrere fino in fondo questo processo che è di conoscenza e di purificazione non saremo in grado di darci la spinta per risalire alla riscoperta di nuove modalità dell’essere e nuovi linguaggi poetici e non. Ad essere sincera, a parte i differenti linguaggi, non vedo l’abissale differenza tra le posizioni NOE e antiNOE!

      • londadeltempo

        mI accorgo che anche Lucio Mayoor nel commento qui sopra ha detto cose analoghe a quanto da me sostenuto, quindi in superamento del nichilismo, dopo averlo percorso con relativo sprofondamento!

  12. Claudio Borghi

    Errata corrige:
    esperienze esteriori con esperienze interiori

    Chiedo scusa.

  13. Claudio Borghi

    A me sembra che Lucio, e più in generale la NOE, persistano in un’interpretazione fuorviante di Nietzsche, una sorta di ebbrezza del Nulla lasciato dalla morte di Dio, ignorando che il Dio che muore è tutto ciò che si riferisce a una falsa spiritualità, o al falso catechismo di cui parlavo in un intervento precedente, il Dio venerato come idolo, nell’ottica di una salvezza perseguita individualmente, ignorando il male seminato nel mondo. Il fatto è che il superamento di questa morte non implica la libertà o l’origine della ritrovata felicità, ma la ricerca di una spiritualità più profonda e autentica. E’ quello che ha cercato di fare, naufragando, lo stesso Nietzsche, è quello che cercano di fare a ben vedere tutti i nichilisti: liberarsi dalla zavorra dell’inautentico per trovare, alla luce dell’esperienza, una scintilla di senso. Non c’è via d’uscita: ogni creatura è insussistente, incapace di fondare sul sé la propria felicità, e la dimensione tragica del finito diventa l’apertura necessaria per iniziare un cammino di rifondazione spirituale. Il problema è in quale forma questo cammino si traccia. Ogni via, ogni ricerca interiore che si liberi dai falsi idoli è in questo senso fattiva, non solo quella proposta dalla NOE. Un po’ alla volta, spero che la nebbia si diradi e che troviamo un comune terreno di discussione, leggendo le esperienze altrui in modo limpido e libero dai fraintendimenti che finora hanno ostacolato uno scambio sereno.

  14. Il verso libero, figlio bastardo del nichilismo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22010
    io uso questo strumento, caro Claudio Borghi, molti lo usano, pochi lo sanno impiegare, per un fatto molto semplice, che il verso libero non si può «usare», non è una roba che si usa e si getta via, questa cosa lasciamola ai poveri di spirito. Il verso libero è un coltello, dal modo con cui lo usi ti puoi ferire le mani. È un coltello affilato. Il nichilismo, caro Claudio, non è cosa da poveri di spirito, quelli lo nominano a sproposito, lo trattano come se fosse un paio di scarpe vecchie. Eh, no, le cose non stanno così, non basta mettersi delle scarpe nuove per apparire «riformati», per «salvarsi» dal nichilismo, non basta una formula magica, non c’è un abacadabra che ci possa «salvare». Chi si crede salvo è già perduto; non ricordo chi scrisse questa frase ma mi sembra congrua. Chi si crede fuori, beato lui, vive tranquillo. Vedi Claudio, invece di ergerti a maestro e discettare su una presunta nostra «interpretazione fuorviante» di Nietzsche e di addossarci «una sorta di ebbrezza del Nulla» lasciataci in eredità «dalla morte di Dio», cerca di approfondire il discorso sulle «cose» di cui parliamo, lascia per un momento l’abito talare, svestiti…

    Io, come sai, come ho scritto sul mio profilo facebook, sono «un calzolaio della poesia», io non capisco nulla di cose elevate, di spirito, di anima, etcetera, io mi attengo a un discorrere semplice e quieto, vicino alle cose, lascio le parole grandi ad altri molto più bravi di me ad occuparsi di Spirito, di Anima, di Bello e di quante altre grandi parole ci sono nel mondo.
    Io però ti vorrei spingere a commentare quei cinque versi della poesia di Steven Grieco Rathgeb. Dicci il tuo pensiero. Sbilanciati per una volta almeno e lascia stare i Grandi Sistemi da noi comuni mortali miscompresi…

    Il 26 febbraio 1969 Karl Jaspers muore, sul suo scrittoio rimane aperto un faldone di 300 pagine manoscritte il cui ultimo appunto è un addio a Heidegger:

    « Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro…»

  15. Claudio Borghi

    Io non mi ergo a maestro di nessuno.
    Vedi tu di leggere con chiarezza di mente quello che scrivono gli altri, altrimenti discuti solo con chi ti dà ragione.
    Io scendo.
    Buona prosecuzione.

  16. Perché, Claudio, ogni volta che ti invito ad entrare nel merito di una poesia concreta, ti ritiri, eviti di prenderti le tue responsabilità?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22012
    Scrive Heidegger:
    «L’atto del poetare è quindi ciò che istituisce la cultura. La Grundstimmung ovvero la tonalità emotiva fondante di un popolo, quindi la verità del suo esserci, è istituita dai poeti che, unitamente ai pensatori e agli statisti, creano opere di grande potenza generando nuove condizioni dell’esserci. E, riferendosi a Höderlin, il “poeta del poetare”, rivela:

    « Es kann sein, dass wir dann eines Tages aus unserer Alltäglichkeit herausrücken und in die Macht der Dichtung einrücken müssen, dass wir nie mehr so in die Alltäglichkeit zurückkehren, wie wir sie verlassen haben. »
    (IT)
    « Può darsi che noi un giorno usciamo (herausrücken) dal nostro quotidiano, dovendo entrare nella potenza della poesia (Macht der Dichtung), e che non possiamo più tornare alla quotidianità così come l’abbiamo lasciata. »
    (In GA 39 p.22)

    La scelta di Hölderlin è da Heidegger ben meditata in quanto il poeta tedesco è «der Dichter des Dichters und der Dichtung» (“il poeta dei poeti e della poesia”), non solo, Hölderlin è anche il «der Dichter der Deutschen» (“il poeta dei tedeschi”), e siccome lui è tutto questo ma il suo poetare è “difficile” (Schwer) e “arcano” (Verborgene), la sua “potenza” non è divenuta “potenza” del popolo tedesco e “siccome non lo è, lo deve diventare” (Weil er das noch nicht ist, muß er es werden)[73].

    Leopardi, al contrario di Hölderlin, non è mai diventato il poeta degli italiani moderni, non è mai diventato il poeta del popolo italiano, è stato miscompreso. Chiediamoci perché è avvenuto questo?, al punto che una poetessa in fama di visibilità e di allori lo ha inserito tra i minori.

    • Claudio Borghi

      Senti, Giorgio, io penso di avere avuto una pazienza e una disponibilità infinite. Sono rientrato nel dibattito perché tu hai continuato a postare interventi su Bacchini che indirettamente ma esplicitamente coinvolgevano me, visto che io ho osato, peccato mortale, sostenerne il valore. Adesso mi accusi di ergermi a maestro e di indossare abiti talari quando sto cercando con tutta l’umiltà possibile di tessere un dialogo. Mi accusi di parlare di massimi sistemi quando io espongo una mia chiara e coerente linea di pensiero, quasi mai citando maestri del pensiero se non in replica, mentre tu inondi il blog di citazioni di ogni specie, letterarie, scientifiche e filosofiche. Da ultimo mi accusi di non prendermi le mie responsabilità: come ti permetti di dire una cosa del genere? E’ dal settembre scorso che io intervengo su testi di autori che presenti nel blog, nel caso di Steven Grieco sono intervenuto almeno tre o quattro volte, laddove lui non ha mai commentato niente di mio, mi ha risposto solo in controreplica a un mio commento su versi suoi. Va bene discutere, ma dire cose false no, non lo accetto. Ti ho più volte ripetuto di riconoscerti competenza e passione e di doverti grande gratitudine, perché grazie a te io sono entrato in discussioni e ho conosciuto poeti e personalità molto interessanti, oltre ad aver avuto il privilegio di veder presentati i miei libri, ma essere accusato di cose non vere o di tenere un comportamento poco corretto o di ergermi a giudice non posso accettarlo. I miei interventi (se ne sono accorti più o meno tutti, da ultimi Rago che ha parlato di “commenti o interventi che sanno sempre dare spinte sane al dibattito in corso”) hanno sempre avuto lo scopo di dare uno stimolo originale alla discussione, e tu li hai quasi sempre letti come presuntuosi giudizi liquidatori. Ben lungi dalle mie intenzioni, ma se non te ne sei ancora accorto temo sia troppo tardi, ormai, visto che devo per l’ennesima volta sciorinare una arringa autodifensiva senza alcuna ragione, vista la realtà del tutto evidente dei fatti. Se poi tutto questo rientra in una sorta di gioco delle parti che tu stai dirigendo e in cui io sono una pedina, ebbene, la cosa mi ha davvero stancato.

  17. Donatella Costantina Giancaspero

    Luigi Dallapiccola (1904-1975)
    “Ulisse”, opera in un prologo, due atti e un epilogo (1968).
    Libretto di Luigi Dallapiccola

    «Ho scritto quest’opera perché la portavo in me da lunghi anni», questo dirà Luigi Dallapiccola a commento della suo ultimo lavoro teatrale, “Ulisse”, che compose, infatti, in oltre dieci anni, fino alla prima rappresentazione, il 29 settembre 1968, alla Deutsche Opera di Berlino, in tedesco (su traduzione di Karl-Heinrich Kreith).
    Per ammissione stessa del compositore, “Ulisse” è il risultato di tutta la sua vita, intesa sia come esperienza umana che teatrale: «un’indagine dell’inquietudine interiore dell’uomo che, come ricorda Calipso nella prima scena del prologo, va “alla ricerca di se stesso e del significato della vita”» (Virgilio Bernardoni); stessa cosa dichiara Dallapiccola, affermando che ha inteso rappresentare Ulisse «nelle varie stazioni della vita mentre interroga se stesso, gli uomini, la natura e lo vediamo discendere nell’Ade per interrogare il vate tebano Tiresia». Un esempio di questa estenuante ricerca è rappresentato dalla differente lettura del famoso stratagemma del nome, “Nessuno”: in Omero sta a significare l’astuzia di Ulisse, mentre nell’opera di Dallapiccola esso costituisce il sintomo esteriore della sua perdita di identità e la conseguente, perenne ricerca di questa.

    Di particolare interesse è il libretto, alla cui stesura Dallapiccola lavorò dal 1956 all’inizio del ’59, con molti altri interventi successivi. Dallapiccola fece ricorso a una quantità davvero impressionante di fonti: da Machado, a Joyce, a Thomas Mann, Hölderlin, Pascoli,Tennyson, Cavafis, oltre, ovviamente, a Omero e a Dante – libro XXVI dell’Inferno -, com’è documentato nel saggio “Nascita di un libretto d’opera” (1967).

    La struttura musicale dell’opera è seriale. Tuttavia, più che nel trattamento delle singole serie dodecafoniche, il senso che definisce l’opera è nella composizione della singola parola, poiché essa possiede un alto potere connotativo: vedi ad esempio la parola «mare», o il pronome «nessuno». L’attenzione del compositore s’incentra dunque sulle parole, poiché in esse risiede la componente drammatica primaria, quella su cui Dallapiccola costruisce l’intera architettura dodecafonica dell’Ulisse.

    Buon ascolto!

  18. Donatella Costantina Giancaspero

    Ulisse, uomo del nostro Tempo…

  19. Salvatore Martino

    Dimenticando tutto questo discettare sulle varie interpretazioni del nichiismo( mi sembra che ognuno abbia una sua ricetta universale) tornerei volentieri al mito di Odisseo e alla poesia..
    Vi propongo qui un testo scritto nel settembre del 1968 da Ghiannis Ritsos. Fa parte di una raccolta intitolata Ripetizioni.
    Credo che chiunque possa valutare cosa significhi la rivisitazione di un mito facendo grande poesia.

    “La disperazione di Penelope”

    “Non è che non lo riconobbe alla luce del focolare: non erano
    gli stracci del mendicante, il travestimento, – segni evidenti
    la cictarice sul ginocchio, il vigore, l’astuzia nello sguardo.
    Spaventata,
    la schiena appoggiata alla parete, cercava una giustificazione,
    un rinvio, ancora un po’ di tempo, per non rispondere,
    per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
    vent’anni d’attesa e di sogni, per questo miserabile
    lordo di sangue e dalla barba bianca? Si gettò senza voce su una sedia,
    guardò lentamente i pretendenti uccisi al suolo , come guardasse
    morti i suoi stessi desideri. E “Benvenuto” disse,
    sentendo estranea, lontana la sua voce. Nell’angolo il suo telaio
    proiettava ombre di sbarre sul soffitto, e tutti gli uccelli che aveva tessuto
    con fili rossi brillanti tra il fogliame verde, a un tratto
    in quella n notte del ritorno, diventarono grigi e neri
    e volarono bassi nel cielo piatto della sua ultima pazienza.

    Ecco a mio giudizio un modo di raccontare in poesia, in questo caso grande poesia, un evento mitico rivisitato rispetto alla sua origine.
    Sintesi drammatica e drammaturgica, immagini che raccontano per folgorazione, visionarietà, descrizione perfetta dei personaggi, in pochissime parole, la cadenza musicale che resta persino nella traduzione (Nicola Crocetti) la feroce meditazione sul tempo e sulla inutilità dell’attesa, l’inutilità del grande gesto, l’essiccamento di ogni desiderio, la morte dei sogni, l’indifferenza totale verso un uomo amato e che ritorna e non è più lo stesso.E tante altre cose che ciascun lettore può incontrare.
    Certo in una versificazione come questa pregna di pathos e di kommos forse gli esponenti della NOE troveranno tanto da ridire e da non condividere. Non siamo nell’arido svolgimento intellettualistico-razionale dell’azione, dove lo spirito è cancellato, nella proposizione matematica della parole, senza alcuna allusione, forse l’unico elemento che apprezzeranno la mancanza di un Io personale.
    Concordo con molti degli appunti di Livia, di Borghi e stavolta persino di Tosi, anche se non ne posso più di Nichilismo( l’ho frequentato per anni e ancora lo frequento nella mia poesia, per cui noni mi va di parlarne tanto, filosoficamente, preferisco far parlare i miei versi). Anche le ossessive notazioni sulla NOE ormai quotidiane credo di averle digerite e quasi non le guardo più.
    Mi piacerebbe vedere commentata su queste pagine la poesia di Ritsos, ci terrei in maniera particolare per chiarire anche a me stesso alcuni misteri.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22018
      Sarà che il greco ha il sangue suo pari a quello dell’antico eroe… sarà che, come racconta Seferis nella sua poesia “Sopra un verso straniero”, Odisseo “si erge possente, sussurrando tra la barba candida, parole della nostra lingua, come la parlavano tremila anni fa”; è questo il senso di continuità e di intimità che scuote le fibre della poesia di Ritsos. Come piega la poesia quello “spaventata”, che tutto ribalta! Parola-equilibrio sul baratro che s’apre nel mito.

      I greci, secondo Seferis che lo racconta nelle pagine di diario che ora non ho con me (non posso ahimè citarlo letteralmente), non comprendono la mistica perché tutto è una questione di luce, di come la luce che cade sulla loro terra, intagliando le forme, rendendo materiale anche il pensiero. Non materialismo, ma una sorta di fisica ricorrente nella metafisica del linguaggio. Allora è certo che anche l’attesa, il nulla, l’essiccamento del desiderio… tutto si rispecchi in quello “spaventata”: e vedi gli occhi di Penelope, senza che nulla delle nostre categorie psicologiche moderne vi si aggiunga o nulla venga tolto. Anche Ulisse, logoro, è parte dell’intero paesaggio – ontologico, sì – greco. Il paesaggio è la sintassi del suo popolo. Per il popolo greco questo è talmente evidente che davvero segui con l’occhio le anse di un’omega come accarezzi con lo sguardo le insenature di un promontorio che sprofonda nel mare.
      Non l’ho mai fatto prima nei commenti, ma desidero qui citare una mia poesia dal poema Alìmono, pubblicato sull’Ombra a dicembre scorso. Si tratta di Ulisse, dell’inutilità dell’attesa, del tempo passato e non passato, dell’esistenza che si srotola e si palesa. E uno sguardo che buca il tempo, il suo, a cui si rivelano i legami degli accadimenti nella realtà.
      “Torna Ulisse dopo cent’anni.

      Torna alla sua casa vuota dove morti son tutti:
      Morto Telemaco, intonaco d’infiniti viaggi in cerca del padre,
      Morta Penelope appesa al legno dell’attesa-croce-telaio;
      Morti i Proci e nessuno ricorda più tirannia o l’odore di schiavitù.
      Morto anche il fido Eumeo ed Argo, che mai più rivedrà il suo padrone.
      Cent’anni, egli ancora fresco gagliardo: nessuno ad attenderlo, nessuno
      Che infine imparò ad addomesticare la morte.
      (…)”

      Ritsos usa le parole come intagliasse nel legno. Lo fa conoscendone bene la qualità, le nodosità, la durezza. Qui è corbezzolo che intaglia: secolare, aromatico, lo usavano pastori e pescatori per cucinare.

    • vincenzo petronelli

      Caro Salvatore Martino,
      grazie per aver riportato questo brano poetico di Ritsos: lo trovo di una bellezza estasiante, oltre a possedere una potenza evocativa impressionante, con le immagini folgoranti tipiche (seppur con la modernità poetica del linguaggio di Ritsos) di una tradizione poetica avvezza geneticamente ad intrecciare grandi drammi e passioni divoranti e che trovano, non a caso, proprio nel mito una sorta di “fenomenologia dello spirito”. Grazie davvero.

  20. Il termine spiritualità è talmente vago che si presta a qualsiasi interpretazione. Pensare che si tratti di un trascinamento di faccende religiose è quasi sempre sbagliato, e nemmeno che esprima attitudine al misticismo laddove si dia retta a qualsiasi sciocchezza arrivi, che so, dall’oltretomba. infatti ha più a che vedere con l’evoluzione e la ricerca personale degli individui, singole unità. E oggi sempre più la si associa alla psicanalisi, territorio di approfondimento e conoscenza di sé. Questo significa che la spiritualità va acquistando sempre più connotati scientifici. Se paragonata alla ricerca filosofica, la differenza sostanziale sta nella sperimentazione personale del ricercatore: la comprensione spirituale non è tratta unicamente dal pensiero e dalla logica ma si addentra nella sperimentazione. Esattamente come il poeta-filosofo traduce e sperimenta con la poesia, così la persona spirituale di solito si avvale di tecniche appartenenti a svariate scuole misteriche o mistiche. Il termine “mistico” indica il superamento della dimensione individuale, dell’IO, esattamente come accade nei poeti più accorti, tra cui mi pare, senza eccezione, anche i qui presenti. Tra le scuole misteriche, e ve ne sono al mondo un numero quasi infinito, vanno annoverate le antiche di Pitagora, Socrate, eccetera. Che poi tutto vada in filosofia, be’, questo dipende dall’indirizzo che ciascuno si è scelto. La comprensione del principio “morte di Dio” può essere compresa e benissimo condivisa da una persona cosiddetta spirituale.

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22021
    caro Salvatore Martino,

    la poesia da te postata di Ritsos è una grande poesia, interpreta un mito ma non fa mitologia, fa pensiero, pensiero sul destino umano, parla per tutti gli uomini, fa parlare il mito per tutti gli uomini a venire, ci parla del nostro destino, del destino di estraneità che colpisce noi tutti quando torniamo al nostro focolare dopo venti anni…

    Ritsos fa parte di una civiltà letteraria che c’è stata nel passato, la NOE fa parte di una nuova in-civiltà letteraria, sono due approcci diversissimi alla poesia, non si possono comparare gli approcci… gli esiti sì, ma potranno farlo (forse) coloro che verranno fra cento anni (se bastano), oggi tutti i «poeti» sono in competizione tra di loro per poter emergere a danno di tutti gli altri, c’è una competizione asperrima senza esclusione di colpi. Uno spettacolo desolante. Mi chiedo: come fanno costoro a leggere una poesia di un altro autore? La verità è che Nessuno legge Nessuno, anzi, se tu hai delle qualità, fanno di tutto per oscurarti…

    Il problema oggi in Italia è che manca un linguaggio critico. E manca da circa cinquanta anni. Quel linguaggio curiale che tutti usano per parlare di «poesia», quel linguaggio di derivazione semi accademica e conviviale, è esautorato di qualsiasi credibilità, non vorrai spero mettere in dubbio che le “recensioni” che si fanno dei libri di poesia sono delle schedine anodine anonime che puoi cambiarle e adattarle a tutti i libri senza che l’ordine degli addendi ne nuoccia.

    Il problema è che manca un linguaggio critico perché mancano i poeti. Un «poeta» che mi legge sa benissimo cosa voglio dire e a cosa voglio alludere, non c’è bisogno di altre parole. In proposito, ripropongo quello che avevo scritto in un altro mio commento recente:

    7 maggio 2017 alle 9:56

    HA CESSATO DI ESISTERE IL LINGUAGGIO CRITICO MILITANTE DELLA POESIA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/05/ivo-hadzhiyski-poesie-epigrammatiche-inedite-in-italiano-traduzione-dal-bulgaro-di-evelina-miteva-riccardo-campion-e-emilia-mirazchiyska-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-19902

    Il problema della critica militante di poesia è un problema serio. Sono ormai 50 anni che non abbiamo più un linguaggio critico, l’ultimo rappresentante in poesia in possesso di un linguaggio critico è stato Franco Fortini scomparso nel 1995, dopo di lui c’è stato il vuoto. S’intende che continua a sopravvivere il linguaggio critico della critica accademica, ma quello è un’altra cosa, rispettabilissima cosa ma diversa; continua ad esistere il linguaggio delle pagine culturali e informative del Sole 24 ore e del Corriere, ma quello è un’altra cosa, è un linguaggio informativo che svolge un’altra funzione, una funzione appunto informativa.

    È per questo che io ho dovuto forgiarmi, «quasi» da solo, un linguaggio critico “nuovo” prendendolo a prestito da altre discipline: la filosofia, la psicologia, la psicanalisi, la narrativa, il linguaggio giornalistico, la psicofilosofia… ho fatto un mix di tutti questi linguaggi, e ne è derivato il mio (personalissimo) linguaggio critico che qualcuno (molto ignorante) ha definito «inventato»; e in effetti è «inventato», perché un linguaggio lo si «inventa», proprio come si inventano tante altre cose, è il prodotto di una continua invenzione, non lo si trova già bell’è fatto.

    In effetti, il linguaggio critico con cui commento le poesie su questa pagine è un linguaggio «inventato», non avrei potuto fare altrimenti.
    E poi, un’ultima considerazione: quando una forma d’arte rimane senza pubblico (come è avvenuto alla poesia italiana degli ultimi 50 anni), è inevitabile che si perda anche la memoria storica di ciò che è stato il linguaggio critico: non si ha più un linguaggio critico; voglio dire che quel linguaggio critico che non ha più un riscontro di comprensibilità con un pubblico di persone colte e libere, quel linguaggio, dicevo, cessa semplicemente di esistere.

    • vincenzo petronelli

      Caro Giorgio, il tuo è probabilmente un linguaggio “inventato”, secondo i canoni della critica letteraria accademica (e da ex ricercatore mi sento di poter affermare, senza ombra di smentita, che il mondo accademico italiano ormai rappresenti solo sé stesso e probabilmente nel mondo letterario ancor più che nel limitrofo ambito storico-antropologico da cui provengo), ma si può decisamente sostenere che sia un’invenzione provvidenziale per chiunque – come credo la maggior parte dei convenuti nella NOE – cerchi una “nuova strada” alla poesia in Italia.Personalmente devo ribadire il concetto già altre vole espresso, che l’incontro con la NOE ha avuto per me la stessa forza ipnotica e rivelatrice che si prova quando si decide di varcare, dopo averli lambiti per anni, dei sentieri rurali prospicienti il centro abitato e che pertanto non suscitano apparentemente grande curiosità, ma che una volta imboccati svelano dei tesori nascosti e di inestimable malia paesaggistica.Il nocciolo della questione secondo me, si annida nel tuo passaggio all’interno di questa riflessione, in cui evidenzi come l’arte e principalmente la poesia, si qualifichi nel momento in cui sia capace di offrire un contributo decisivo al superamento del dato “sensibile” o non ha più ragion d’essere (o diciamo che perde buona parte della sua ragion d’essere); deve cioè mirare partendo dal nucleo iniziale “noumenico” base evidentemente del percorso cognitivo umano, al “ding an sich” per dirla Kantianamente. Tale percorso, probabilmente a causa del materialismo ed al suo addentellato scientista che hanno caratterizzato, in modo pervasivo, il pensiero occidentale del novecento, si è incagliato, facendo smarrire alla poesia tale significato a partire dagli anni settanta, quanto meno per quanto riguarda le sue espressioni prevalenti in quello che comunemente soliamo definire “mondo occidentale”: in particolare in una realtà come quella italiana, nella quale a tale deviazione antropologica, si affianca la pochezza provincialistica dei salotti e delle varie consorterie di potere annidatesi attorno alla letteratura.L’apertura della poesia ad un contesto olistico, riconducendola ad un dibattito culturale più ampio intersecantesi con le altre arti (in particolare le arti visive, come ben dimostra il nostro amico Lucio Mayoor Tosi), la filosofia e le altre scienze umane, certamente permette di chiarire e definire meglio la parabola che dovrebbe caratterizzare l’esperienza poetica stessa, in quanto la sveste dell’albagia di cui molti presunti poeti l’hanno ammantata, restituendola ad una dimensione universalistica aperta ai grandi interrogativi dell’umanità. In questo senso la mitologia è senz’altro uno dei terreni di confluenza più fertili verso cui poter indirizzare una poesia rinnovata, grazie alla sua immediatezza immaginifica capace di sintetizzare quasi istintivamente la condizione universale dell’uomo, ponendosi oltre il dato visibile, oltre la parola,l’orizzonte, l’effimero del dicibile, oltre il materico, approcciando direttamente il “mistero” (come l’hai più su definito), la trascendenza, il rapporto con l’eterno, cui l’uomo tende per sua natura e nel tentativo di raggiungere i quali l’esistenza individuale si coniuga in “epos”; ma oggi il pensiero occidentale fatica sempre più a confrontarsi con tali dimensioni, come dimostra (tanto per citare un tema che mi è particolarmente caro) ila sempre maggior conflittualità che contrassegna alle nostre latitudini il rapporto con la morte. Eppure la memoria della storia recente, come giustamente evidenziavi Giorgio, dovrebbe essere di monito in questo senso, perché tutto il complesso delle sovrastrutture, storicamente comprensibili forse, ma esistenzialmente spesso superflue, di cui l’uomo occidentale si è contornato con il materialismo novecentesco, hanno mostrato in realtà non solo la loro caducità ed evanescenza (con la frantumazione del relativo equilibrio posticcio che le nostre società hanno tentato di ricucire loro addosso) ma sono state esse stesse in molti casi alla base del male e della tendenza autodistruttiva che la nostra società ha spesso mostrato e che è ancora in agguato dietro l’angolo, come rapaci in volo sulla preda, come ben dimostra l’andazzo poco rassicurante dei nostri giorni.In questa cornice è difficile pensare alla realtà come una struttura ontologicamente data e mi fa particolarmente piacere che tu abbia citato un poeta a me particolarmente caro ed esemplare in tal senso come Celan. Grazie ancora a te Giorgio ed a tutti gli amici i cui interventi rendono sempre estremamente stimolante (nei momenti in cui il lavoro me lo consente) la lettura dell’ “Ombra”.

  22. Ciò che è di chiaro interesse per la NOE, parlando dei greci dello scorso secolo, sono le soluzioni linguistiche trovate nel rinnovare il linguaggio poetico. E sono innovazioni che non conoscono scadenza. Ritsos ed Elytis tra tutti – e tra i due sopratutto quest’ultimo – hanno piegato la lingua fino a darle un assetto, una forma capace di contenere ciò che altrimenti restava immancabilmente escluso. Voglio dire che la poesia in questo modo è uscita dallo spazio d’élite a lei riservato, è entrata nel mondo o ha fatto entrare in lei il mondo, senza le rivoluzione avanguardistiche i cui risultati – ed eventuali fallimenti – erano già conosciuti. Nonostante sia ostico entrare in queste stanze (il greco lo so, è lingua conosciuta poco e da pochi), altresì sento il dovere di portare il mio contributo in questo senso; perché quello che andiamo cercando è un nuovo linguaggio per la critica, un nuovo linguaggio per la poesia… e siamo di nuovo tutti autodidatti, senza piedi e senza testa, nel senso che l’epoca in cui viviamo ci ha fatto nascere così, fluttuanti con il compito di rifondare il linguaggio.
    Allora con post come quello sulla poetessa Ioulita Iliopoulou mi addentrerò maggiormente per questa strada: per far conoscere nel modo più possibile chiaro e completo la lezione di alcuni poeti che nella loro lingua questo linguaggio l’hanno rifondato (con risultati imperituri), abbattendo i confini del temenos ed eliminando ogni confine tra sacro e profano.

  23. Aggiungo che Elytis ha, negli ultimi anni di vita, portato a compimento un linguaggio onnicomprensivo con cui parlava d’arte, scriveva poesia (dagli esiti altissimi) e di critica letteraria. In questo senso sopratutto va studiato, compreso, approfondito.

  24. Steven Grieco-Rathgeb

    Io qui non posso più aggiungere niente.
    Devo solo dire di essere felicissimo che la poesia su Ulisse di Giorgio, e poi quella su Ulisse di Ritsos, abbiano letteralmente provocato così tanti commenti tutti molto incentrati sull’argomento in questione, invece di come spesso succede di vagare nel nulla.
    Vince di nuovo Ulisse…
    Posso dire della poesia di Giorgio, che il modo in cui rappresenta Ulisse, questa figura risulta supremamente sfuggente, dalle mille maschere, quindi assolutamente anche dentro il personaggio omerico, per cui la nostra lettura della poesia risulta anch’essa in qualche modo frustrata: come fosse una corazza, e il tuo sguardo che cerca di entrarci dentro finisce per rimbalzare via.
    Finisco dicendo che da tempo conoscevo la poesia greca del 20 sec. L’avevo letta e riletta, e embrionalmente pensato queste cose che ne dice Chiara Catapano. Ma è proprio Chiara, che pure conosco da pochi mesi, che me ne ha illustrato la reale forza, e quanto sarà importante interiorizzare la lezione di quella poesia per la nostra, questa che facciamo oggi del 21 sec.
    Nessuno ha colto però questa cosa che dice Seferis, che i Greci non possono essere mistici, perché la troppa luce del loro paese taglia anche le pietre sulla strada. Questa frase dice proprio che qui abbiamo a che fare con una lingua vecchia di tremila anni, che si affinata in tutto questo tempo. Cos’altro può un poeta in una lingua così dare al lettore, se non luce?

    • Un grande collega di Borghi, Einstein, ha scritto: la religione senza scienza è cieca, la scienza senza religione è zoppa. Si tratta di elaborare nuove strategie gnoseologiche e linguistiche atte a ricreare quel sapere olistico delegittimato dal prevalere del positivismo materialistico.
      Anch’io sono felice della morte del vecchio Dio morale, con le sue violenze ideologiche e prescrittive, ma non che il suo posto venga occupato dalla tenebra, dalla “menzogna che diventa legge universale ” (Kafka), o dagli idoli del consumismo tecnologico, per cui “gli uomini si trasformano in strane macchine che ogni tanto cozzano una contro l’altra” (Pasolini).
      Condivido l’auspicio di Borghi di una nuova teologia laica e scientifica, anche se al momento le aporie intrinseche ci sembrano insuperabili, ma mi sembra l’obiettivo forse inconsapevole di molta poesia, come quella del primo Montale.
      Come ha notato Luigi Pareyson, solo rivalutando le mitologie religiose, riformate e attualizzate, è possibile rispondere alla domanda inevasa da Heidegger: perché l’Essere (Dio ) non si rivela più? Heidegger non ha potuto rispondere con il linguaggio speculativo, inidoneo a farlo, e si è rivolto alla poesia, che può indagare e illuminare la dimensione affettiva-emozionale, reintegrando l’autenticità dell’esistenza.
      Perché siamo creature desideranti (Spinoza, Freud, Lacan) più che calcolanti, tutti i poeti sanno che solo l’amore può farci sentire docili fibre dell’universo. Nucleo della rivoluzione morale del Vangelo, l’amore non è prescrivibile, perché non è soggetto alla volontà, semplicemente accade, è il risultato qualificante della nostra relazione con l’Essere, il momento in cui coincidono libertà e necessità, finito e infinito, individuo e realtà.
      Indagare la natura emozionale dell’esistenza può farci scoprire che l’estraneità del nulla è un’alienazione, il nostro più intimo desiderio è di ri tornare nel suo grembo, come ha intuito Freud (Al di là del principio del piacere), ma quest’anelito è inevitabilmente eclissato dalla nostra costitutiva realtà psicobiologica:

      Sole,
      impedisci al cuore di capire
      che l’universo non è che un’imperfezione
      della bellezza del nulla.
      Paul Valery

  25. Steven Grieco-Rathgeb

    Che meraviglia, riascoltare il grande dodecafonico Dallapiccola. Quella intensità, quel saluto così commosso ad Alban Berg…

  26. Steven Grieco-Rathgeb

    E grazie mille per “Intorno a Ulisse”, la conversazione di Dallapiccola. Una esperienza davvero memorabile. Che modo pacato, il suo, di dire cose profondissime e folgoranti: mi è parso che le avesse dette ieri, non 50 anni fa. E che modo profondamente colto ha di parlare l’Italiano e in esso formulare i suoi pensieri!
    Nella opera di questo musicista, Ulisse diventa un uomo pienamente moderno. E rispetto anche la volontà di Dallapiccola di far sì che Ulisse conosca Dio alla fine della sua vita, anche se io personalmente non partecipo a questo modo di porre il senso dell’incontro dell’Uomo con ciò che sempre e misteriosamente esiste intorno a lui,
    E’ comunque meraviglioso come Dallapiccola abbia espresso in musica questa sua profonda esperienza.
    Grazie di nuovo.

  27. Claudio Borghi

    Ringrazio Carlo Livia per la sapiente replica, che accolgo con mente e cuore aperti, Salvatore Martino per la presenza sempre stimolante e la preziosa sintonia col mio sentire, Chiara Catapano per la sensibilità luminosa delle sue note critiche e poetiche. Avere certi riferimenti è importante, nonostante lo scoramento per le frequenti incomprensioni.

    • caro Claudio Borghi,

      lungi da me mancarti di rispetto, non manco mai di rispetto a nessuno, figuriamoci… però capisco il tuo smarrimento dinanzi alla turbinosa produzione intellettuale della nuova ontologia estetica, capisco tutto ciò… per quanto riguarda i miei riferimenti filosofici posso dirti che non c’è solo Nietzsche, visto che cito a ripetizione filosofi diversissimi per scuola e pensiero come Marx, Heidegger, Jaspers, Arendt, Vitiello, Ferraris, Donà, Rovatti, Vattimo, Enrico Castelli Gattinara, Adalberto Coltelluccio, Andrea Emo, Roberto Bertoldo etc etc… come vedi, io prendo tutto da tutti, non mi interessano i nomi, mi interessano le idee, quante più idee tanto meglio…

      • Claudio Borghi

        Io sono qui per confrontarmi, Giorgio, per dibattere idee, l’ho sempre fatto con colleghi fisici, senza che nessuno, per quanto si trattasse non di rado di menti eccelse, mi facesse pesare la grande produzione intellettuale rispetto alla mia, perché non è questione di quantità, ma di qualità del pensiero. Il fatto saliente è che, a dispetto della ingente mole di citazioni da tanti autori, fatico a cogliere una linea di originalità nello svolgimento della NOE. Questo tento di discutere criticamente, questo si direbbe tu non voglia accettare, come volessi difendere una tua (vostra) creatura, pur sapendo che solo nel dibattito critico (la scienza insegna) ci può essere crescita, anche a costo di dover ripartire da zero.

        • caro Claudio Borghi,

          vedi, ti sfugge un dettaglio, forse insignificante ai tuoi occhi tant’è che ti è sfuggito un lapsus. Tu parli di «originalità» dicendo che non vedi «originalità» nella produzione poetica e teorica della nuova ontologia estetica; quello che ti sfugge è che noi non cerchiamo alcuna «originalità», noi vogliamo capovolgere, come una clessidra, la poesia italiana degli ultimi cinquanta anni, la vogliamo criticare profondamente… non abbiamo nessun idolo da difendere perché non abbiamo nessuna «deità» da sostenere… vogliamo valorizzare quel poco di buono che la poesia italiana ha prodotto in questi ultimi cinquanta anni…… c’è solo una questione: che tu ritieni certi poeti come Bacchini dei poeti-chiave della recente poesia italiana, io invece lo ritengo un epigono minore e che poeti come Maria Rosaria Madonna, Helle Busacca e Ripellino siano (tanto per fare tre nomi di poeti morti) poeti molto più interessanti di quello che la vulgata editoriale ci propina…

          • Claudio Borghi

            Rileggere criticamente, proporre idee o interpretazioni alternative, valorizzare autori lasciati nell’ombra è un merito indiscutibile che ti e vi riconosco, il fatto è che certe tue stroncature sono troppo sommarie per essere accettate, dovresti accogliere gli inviti a ridiscutere alcune conclusioni affrettate alla luce di punti di vista diversi dal tuo. Certi tuoi interventi nel recente passato fanno decisamente pensare a una tua volontà di rifondare la letteratura italiana. In nome di cosa se non di una proposta alternativa che consideri più originale, o autentica se vuoi, di quella che hanno imposto gli uffici stampa dei grandi editori? Ora, se c’è senz’altro del vero circa la critica della qualità di certi libri, non si può generalizzare come spesso fai tu. Così rischi di sostituire un establishment con un altro, col rischio di non avere le idee ben chiare su cosa contraddistingua la qualità dal suo contrario.

            • * Vincenzo Petronelli e Alfonso Cataldi,
              https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/25/il-ritorno-di-odisseo-loblio-della-memoria-odisseo-e-un-cialtrone-un-disertore-della-guerra-di-troia-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-la-rilettura-del-mito-dal-punto-di-vista-della/comment-page-1/#comment-22093
              mi fa molto piacere che due poeti come quelli in indirizzo abbiano trovato la nostra ricerca e le nostre composizioni degne di interesse e siano stati sollecitati ad approfondire quello che dicevamo, ciò vuol dire, caro Borghi, che la nostra ricerca può interessare, anche se, come tu dici «manca di originalità». Non so cosa tu intenda per originalità, forse che Bacchini è un poeta «originale»? e in che cosa consiste la sua «originalità»? Credimi, te lo chiedo non per provocarti ma per capire, cercare di capire… a me la poesia di Bacchini mi sembra tutta inscritta all’interno delle poetiche del tardo novecento, in particolare di terra parmigiana, un autore di importanza regionale, ma forse mi sbaglio…

              tra gli autori della generazine seguente a quella di Bacchini c’è una poetessa con dieci anni in più di Bacchini, Anna Ventura della quale potrai trovare in questa rivista molte poesie, ti consiglio di leggerle. Anna è la Szymborska italiana, sicuramente trarrai giovamento dalla lettura., solo che lei non ha mai coltivato le amicizie nell’emiciclo parlamentare della poesia e quindi non è stata pubblicata dagli editori a maggior diffusione nazionale (Mondazzoli) che tu apprezzi estimi…

              La nuova ontologia estetica è una «cornice» all’interno della quale ogni autore può collocare le proprie poesie, essenziale e dirimente è che un poeta si sforzi di pensare se stesso libero dall’io e dall’Ego, pensarsi nella nostro costituzione ontologica di frammento, il nostro essere frammenti. Del resto, non pensava in frammenti anche Osip Mandel’stam nella poesia “Trovando un ferro di cavallo“? (1923) di cui ho postato la traduzione di Serena Vitale accompagnata da una nota di un critico russo Andrej Silkin. È una poesia in cui viene attuata la «metafora tridimensionale», quella cosa strana di cui in Italia non ha parlato nessuno, e nessuno sa cos’è… Eppure, si tratta di una delle poesie più grandi del novecento di un autore tra i più grandi del novecento… Mandel’stam scriveva in frammenti già nel 1923, all’epoca della stesura di quella sua grandiosa poesia…

              • Claudio Borghi

                Basta, Giorgio, il gioco non ha più senso, sono mesi che sto cercando di spiegare, ogni volta mi richiedi le stese cose, ogni volta provo a rispiegare, ogni volta ci si arena. Vai tu a rileggere quello che ho scritto su Bacchini, a partire dal post che mi hai chiesto l’anno scorso, in ottobre, dal quale sono nate, tra noi, incomprensioni a sciami. Non ho mai detto di apprezzare e stimare gli editori a diffusione nazionale, basta con questa manfrina. Mi muovo anch’io ai margini, non corteggio nessuno, la mia è una ricerca troppo complessa per essere accolta da editori che puntano sulle vendite, per quanto abbia senso in poesia. E sai che stimo Anna Ventura, puoi ben immaginare quanto abbia amato Maldel’stam. Smetti di creare inutili contrapposizioni, Giorgio, accetta il dibattito critico, accetta di poter mettere in discussione anche la nuova ontologia, accetta la visione plurale del frammento, che non è una tua invenzione, accetta la complessità della ricerca, che non è nuova solo se rompe gli schemi. Sai bene che il Pasolini di Trasumanar e organizzar è un poeta allo stremo dell’ispirazione, che pochi mesi prima di morire, dopo aver pubblicato quella raccolta a cui tu attribuisci a mio avviso un’importanza superiore a quella che gli attribuiva lui, era ritornato alle radici della “meglio gioventù”, la raccolta in friulano che l’aveva rivelato, perché lui stesso aveva bisogno di ritrovare le radici, mentre sembra che tu voglia sradicarti, vivere una sorta di brivido nichilista di inappartenenza, che difficilmente porterà frutti duraturi. Ci sono tante risorse nei poeti che scrivono qui, l’importante è non disperderle, soprattutto non isolare chi porta idee ma accoglierle tutte, anche quelle che appaiono dissonanti, se hanno dentro l’energia e la consapevolezza di chi cerca con la passione dell’intelligenza.

                • Claudio Borghi

                  Errata corrige: Maldel’stam con Mandel’stam

                  • Davide Inchierchia

                    «ASSENZA, PIÙ ACUTA PRESENZA»

                    Scelgo di intervenire in questo intenso dibattito, offrendo una serie di citazioni che muovono in una direzione diametralmente opposta a quella perseguita dalla N.O.E.: ma il contraddittorio è (dovrebbe essere) la linfa vitale dello spirito dialettico, il cui scopo è “com-prendere” l’Altro teoreticamente, invece di limitarsi ad “annullarlo” retoricamente.
                    Si tratta di passi di un grande filosofo italiano, padovano (cui in altra occasione in passato già mi ero riferito): Giovanni Romano Bacchin, scomparso nel 1995, notevole esegeta della tradizione metafisica classica e moderna, nonché originale interprete di Heidegger, purtroppo oggi quasi totalmente ignorato dal main stream accademico, ma negli anni 80 interlocutore privilegiato di Emanuele Severino.
                    Nelle riflessioni che seguono, il problema della Assenza (il “nulla” della Presenza) – si badi: il suo “concetto”, non la mera “parola” – emerge in tutta la sua pregnanza eidetica, ovvero ideale e non ideologica. Quando si giunge a tale profondità dell’autentico pensare (al limitare di pensiero speculativo e pensiero poetico), l’interrogazione sulla Cosa quale manifestarsi “as-soluto” – “as-solto” anche dalla presunta necessità del proprio stesso ‘apparire’ – dà forma ad un’esperienza che, anziché arcaica, è al contrario radicalmente “archeica”: l’intelletto concreto (l’Intero in-divisibile dell’essente) si sostanzia dell’Arché – la Natura originaria che è la sua medesima originaria “natura” (Schelling) – da cui l’intelletto proviene e a cui è sempre libero di ritornare.
                    —————————————————————————————————
                    «La presenza è tale anche nell’eventuale pretesa della sua assenza, come intima all’essere dell’assente […]: essa presenzia anche il suo oblio, il suo rifiuto, la sua tentata negazione.
                    […] sapere che “è” è sapere che “è” anche se la ignoro […], perché essa presenzia anche il suo non-essere per me.
                    Nei confronti della presenza non v’è libertà, nel senso che non v’è possibilità di non dipenderne; […] essere liberi nei confronti della presenza è non-essere.»
                    – Anypotheton, p. 200.

                    «Per chi è nella caverna e lo ignori, la caverna non è; chi sappia di essere nella caverna ne è fuori per questo suo sapere; così, in effetti, la caverna non c’è mai […].
                    Apparire senza essere è, infatti, semplicemente non essere.
                    Non, dunque, attraverso la doxa, ma uscendo da essa – o, più propriamente, sapendo di esserne fuori – si è alla presenza della verità; ma ancora doxa è il tentativo di esserne fuori ricorrendo ad un movimento che, poggiando su ciò che non è, pervenga a ciò che […] sembra che non sia ed invece è […].»
                    – Haploustaton, pp. 101-102.

                    «L’intero “è”. Esso è sempre presente, infatti non può non essere. Se esso non fosse, nulla sarebbe e questo “nulla” sarebbe esso l’intero.
                    Sempre presente, l’intero è presente a se stesso, “è” la propria presenza. Se l’intero fosse distinto dalla sua “presenza”, sarebbe “qualcosa” di cui si dice che “è” presente ed il vero intero sarebbe l’unità di esso *e* della (sua) presenza.
                    Poiché l’intero “è” presenza a se stesso, l’intero non si presenta; per potersi presentare, esso dovrebbe potersi assentare, per apparire esso dovrebbe anche sparire.
                    Se l’intero non può “apparire”, ciò che appare non è intero: allora il “fatto” che appaia è prova del suo non essere intero.
                    Anziché attestare l’essere, l’apparire attesta il non-essere di ciò che appare, che è il non essere vero dell’apparire come tale.
                    Poiché qualcosa “appare” solo a condizione di essere diviso da se stesso (= astratto), l’apparire “appartiene” all’astratto. Esso tiene separato l’intero dall’intero […].
                    La “ragione” nel senso hegeliano, che è il Logos eracliteo (che rende l’”anima” ‘illimitata’ e, perciò, non più la ‘mia’ o la ‘nostra’ anima), non può apparire.
                    […] il vero “appare” nel suo non-apparire.»
                    – Metafisica originaria, pp. 241-242.

                    «[…] domandare è negare di possedere ciò che si domanda, negare l’identità tra esso e ciò che si ritiene di possedere. Con ciò la negazione emerge come tale che nulla può venire pensato senza di essa. Allora può venire negata come una “qualche” negazione, non può venire negata la negazione come negazione. […]
                    Proprio ciò che sembra indurre a dichiarare assoluta la negazione, ‘positivizzando’ l’assenza, impone invece che se ne neghi l’assolutezza, onde la innegabilità del negare non può significare la sua necessità […] [l’assenza] è assenza relativa a ciò-che-è o non è assenza affatto.»
                    – Theorein, cap. I, § 1.1. “Si comincia dopo aver cominciato”, pp. 26-27.

                    «Neanche la διάνοια […] è vera per se stessa, mentre non può non essere vero che essa intende essere nella verità, sia quando afferma sia quando nega: e, dunque, [non può non essere vero] che, per questo suo intendere, ma solo per esso, è sempre nella verità o, più precisamente, è sempre, ovunque e comunque alla presenza della verità.
                    […] l’intenzione (vera) non porta la verità entro l’orizzonte del nostro conoscere, alla nostra presenza; viceversa essa mantiene il nostro essere, attraverso e nonostante il conoscere, alla presenza della verità.»
                    – Haploustaton, p. 124.

                    «Con questa conseguenza: ad essere negabile è l’asserzione, la quale in tanto si pone in quanto si oppone alla sua assenza, mai l’intenzione con cui essa si pone, l’intenzione di essere “vera” indiscutibilmente.
                    E così, infatti, la verità non è un’asserzione, perché non può essere in alternativa con la propria assenza.»
                    – Le radici di un dibattito se in filosofia occorra dibattere, p. 182.

                    «…abissale presenza della verità assente.»
                    – Anypotheton, p. 16.

                    • Caro Inchierchia,
                      mi sembra che il tuo Romano Bacchin sia un esegeta integralista nichilista molto più fondamentalista del mio Andrea Emo. Personalmente, non ho nulla da eccepire rispetto a questa impostazione ultra nichilista… ma, in concreto, non riesco a vederci alcun aggancio con il mito del ritorno di Odisseo…

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  43. Davide Inchierchia

    ESSERE (è) MANIFESTAZIONE

    Gentile Linguaglossa,
    al contrario, questi passi teoretici (sia pur non facili) di Romano Bacchin consentono di mettere a fuoco l’aspetto a mio avviso problematico della rilettura “nichilista” da lei proposta della figura di Odisseo.
    Se non ho frainteso la sua posizione – in cui riecheggia l’interpretazione anti-cartesiana del mito offerta da Adorno ed Horkheimer in «Dialettica dell’Illuminismo» – l’errore già “metafisico” di Odisseo consisterebbe nella volontà di potenza che è volontà di rifiutare o, in senso lacaniano, di rimuovere l’ “Indicibile”.
    Odisseo sarebbe così – anche alla luce della notoria diagnosi heideggeriana – il simbolo archetipico della ontologia tradizionale occidentale che, riducendo l’Essere alla mera “presenza” dell’ente obiettivo, è condannata all’oblio del carattere “abissale” dell’alfa privativo di A-letheia, il Vero come “non-nascondimento”: per il soggetto-Odisseo tutto deve divenire oggetto, tutto deve poter essere “detto”, tutto essendo l’effetto di un originario atto di significazione.
    Il peccato capitale di Odisseo (della metafisica) – nella sua fatale identificazione originaria di Cosa e Linguaggio – risiederebbe insomma nel mancato riconoscimento che, affinché l’ente appaia, tale apparizione deve a sua volta essenzialmente “non” apparire; o meglio – per usare la terminologia severiniana – nel mancato riconoscimento che ciascun essente, in sé eterno, è il “negarsi” della sua stessa (apparente) negazione.
    L’Essere-dell’-ente si fonda sul Ni-ente: sarebbe questa la “verità” del Mythos (il canto inaudito delle Sirene) da sempre tradita nella “menzogna” del Logos (il rifiuto in Odisseo di udire).

    Ora, se è vero che l’ “essere” non può certo ridursi al “significato” in accezione logico-discorsiva ed ontico-rappresentativa, perché concludere (qui come altrove) che ciò indicherebbe una “manifestazione del Nulla”? Come potrebbe ciò che “non è” diventare “manifesto”?
    Il manifestarsi non si può separare dall’essere: l’essere “è” la sua stessa manifestazione. Ma l’essere-manifesto non è “altro” dal pensiero-dell’-essere, ovvero è “identico” all’ essere-del-pensiero: questo è il principio – nel senso teoretico di ‘cominciamento’ – della autentica metafisica (dialettica), che non subisce e mai subirà l’inganno di Odisseo.
    E questo, allo stesso modo, è il principio della autentica poesia: può esistere una esperienza poetica (qualunque esperienza) che “non sia” pensiero? Se così fosse, se l’esperienza poetica fosse “altra” dal pensiero, semplicemente non “si saprebbe” come esperienza: l’esperienza poetica è infatti
    l’ “esser-si” poetico del pensiero medesimo.
    Non si può “uscire”, neanche poeticamente, dall’essere “nel” pensiero: ogni eventuale allontanamento sarà “non altro” che il pensiero di quella lontananza.

    «La lontananza […] appartiene al “non sapere” la presenza: la lontananza dal vero è oblio della presenza del vero.
    Ulisse ritorna in patria, ma il ritorno che gli dèi e le avverse fortune gli contrastano è in realtà contrastato da lui che “vuole” ciò che, volendo, si allontana da ciò che vuole: Odisseo (e l’Odissea dello spirito, la “fenomenologia”) sarà veramente in patria, allorché riconoscerà la “sua” patria.
    Ma, ed è qui il punto in cui occorre insistere […], il ritorno pieno è nel continuo distacco dalle patrie presunte ed ogni terra sicura, ogni “certezza” (il mondo come regione delle presunte sicurezze) non “è” la patria: il ritorno è autentico nel suo “essere” continuo distacco, nel suo lasciare continuamente gli ormeggi, negando le limitazioni, ‘profondarsi’ […] nella “cosa stessa”.»
    – G. R. BACCHIN, Metafisica originaria, pp. 388-389.

    «Per chi ama la terraferma, il mare è solo
    la distanza da un posto ad un altro.
    Per chi ama il mare, la terraferma è
    attesa del prossimo viaggio.»
    – G. R. BACCHIN, Haploustaton, p. 39.

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