Julia Hartwig (1921-2017) Undici poesie – definita da Miłosz, La grande dama della poesia polacca – a cura di Paolo Statuti

Laboratorio di poesia 8 marzo 2017

Roma, Laboratorio di poesia 8 marzo, 2017 Libreria L’Altracittà

Julia Hartwig era nata a Lublino il 14 agosto 1921, quest’anno avrebbe compiuto 96 anni. Il giorno 15 luglio 2017 Julia Hartwig è deceduta in Pennsylvania. Il suo debutto risale al 1938, quando aveva appena 17 anni. Prese parte alla II guerra mondiale come staffetta dell’Armata Nazionale. Al tempo stesso frequentò i corsi di filologia romanza e polacca presso l’Università clandestina di Varsavia. Negli anni 1947-1950 soggiornò in Francia, grazie a una borsa di studio del governo francese, lavorando nel contempo nell’Ambasciata polacca a Parigi. Nel 1954 sposò il poeta e scrittore Artur Międzyrzecki (v. articolo e poesie sul blog di Paolo Statuti). Insieme al marito  trascorse alcuni anni negli USA (1972-1974). A gennaio del 1976 sottoscrisse il “Memoriale101”, in segno di protesta per le progettate modifiche antidemocratiche della Costituzione polacca. Negli anni 1986-1991 fu membro attivo di “Solidarność”.

Questa poetessa, che il premio Nobel Czesław Miłosz definì “la grande dama della poesia polacca”, occupa un posto di primo piano e a se stante nella letteratura polacca contemporanea. Nei suoi versi arguti, raffinati, sempre tesi alla comprensibilità da parte del lettore, spesso alla gravità abbina l’ironia, allo sconforto la visione onirica, la gioia di esistere, alla tangibilità dei sensi. Cos’è la poesia per Julia Hartwig? Èla descrizione del mondo, è il prendere nota di esso. È dare un nome a ciò che si è visto: un volto scoperto nella folla, una persona (come quella vecchia donna notata una domenica pomeriggio su una panchina lungo l’East River). Un elemento del paesaggio ancora inosservato. I numerosi ricordi di viaggio: uno scoiattolo al Regent Park, un villaggio al confine spagnolo, dove sulla terrazza di una vecchia casa su un pendio “una ragazza con la cuffietta bianca serve succulente trote, una località in Portogallo, dove “in un caffè debolmente illuminato e con le pareti scrostate/gli scrittori sorseggiano il vino/nella vicina taverna qualcuno canticchia sul palco un fado/dalla scura collina si vedono le vacillanti luci di Lisbona”. È un prendere nota della realtà: con affetto, con una chiarezza lungi da esperimenti formali, anche se a volte ai limiti tra veglia e sogno. È un prendere nota con la speranza di scoprire qualche altro significato nascosto o non ancora capito fino in fondo.

Tra le sue opere ricordiamo in particolare le raccolte di poesie e di prose poetiche: Pożegnania (Addii, 1956), Wolne ręce (Mani libere, 1969), Dwojstość (Duplicità, 1971), Czuwanie (Veglia, 1978), Chwila postoju (Un attimo di sosta, 1980), Obcowanie (Compagnia, 1987), Czułość (Tenerezza, 1992), Zobaczone (Visto, 1999), Nie ma odpowiedzi (Non c’è risposta, 2001), Błyski (Lampi, 2002), Gorzkie żale (Amari lamenti, 2011); le monografie letterarie: Apollinaire (1962), Gérard de Nerval (1972); i diari: Dziennik amerykański (Diario americano, 1980) – un meraviglioso libro sull’America, Zawsze powroty. Dziennik podróży (Sempre ritorni. Diario di viaggio, 2001); le traduzioni della poesia francese (tra gli altri: Rimbaud e Apollinaire). Insieme al marito ha realizzato l’antologia di poeti americani Opiewam nowoczesnego człowieka (Canto l’uomo contemporaneo, 1992). Julia Hartwig ha scritto anche saggi e libri per bambini. Ha ricevuto diversi importanti premi letterari e i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano.

 

julia hartwig_1

Julia Hartwig

Poesie di Julia Hartwig 

Il bambino nella carrozzina tende le mani alle foglie che cadono fitte.
Ancora non sa che vanno a zigzag tra esse vaporosi defunti, vampiri, ragnatele di silfidi dell’estremo oriente portate qui in viaggio, innominati fantasmi dai molti occhi.
Attraversano a nuoto il giardino autunnale, tirandosi dietro una striscia di primi rigidi soffi.
Si riscaldano agli ultimi raggi, felici del calore.

 

Il prato

Voglio chiamare questo prato
senza parole prendete questo quadro da sotto le palpebre
sì e anche questo profumo prendete
e non sbagliate la musica
là c’era una sinfonia per archi di erbe
dei temi un giallo e lilla bouquet musicale senza pecche
eine kleine tagesmusik
delicata nei varchi del respiro
e passi passi come in sogno
e inoltre passi così lucidi
come se la testa fosse una bella calcolatrice
o una lucente tromba che un sensato sole suona
così cogliere i fiori di un amore impetuoso
così nel sorriso andare incontro
così dare in eterno questo inchino del monte
l’ombra che cade nella valle la scultura di un pendio
la bramosia il presentimento della fine
così morire nel profumo di trifoglio e di fieno
nelle apparenze delle nebbie negli incensi dell’umidità
asfissiata accecata dalle torture della luna
chiamo ma chi mi sentirà
colui che qui dopo di me morirà di ammirazione
dunque inutilmente voglio dare questo prato
un prato sempre diverso
un prato sempre diverso
ah

Tutte le volte che incontro

Cherubini e serafini, capisco. Ma da dove arrivano in giardino quei grassi corvi, sotto i quali il ramo si piega?
Mi meraviglia ogni passero che salta come su una molla, mi meraviglia ogni gatto errante.
Oh, misterioso mondo intermedio, dunque ancora duri?
Tutte le volte che incontro faccia a faccia un cane, che ritto a zampe larghe mi fissa con quello sguardo di attesa e insistente, non posso fare a meno di pensare che per il mio abuso del linguaggio, per le vanterie e il falso tono, è stato punito col mutismo.

Il mio proprio

È magro il mio angelo custode. Non vuole né mangiare né bere.
Mi cade di mano il cucchiaio, quando lo guardo, rovescio sul tavolo il tè.
È anche orribilmente vestito. Difficile mostrarsi in sua compagnia, semplicemente non sta bene.
È anche taciturno, e forse perfino analfabeta. Guarda con indifferenza la mia biblioteca, non fa uso del bagno.
A volte scribacchia qualcosa sulla parete, o fa rime senza senso, oppure salta, battendo la testa contro il soffitto e scorticandosi i ginocchi.
Ma è pur sempre l’angelo, il mio proprio angelo, quindi mi piace e non ne voglio un altro.

Essere

Essere nell’uccello che vola
Nello squalo quando porta una persona salvata
e poi col dovuto rispetto la risputa
Essere la scintilla che accende la chioma di una quercia
Essere gli occhi dell’acqua I diti della sabbia
Il flessibile braccio della fiamma
Accendendomi avendo freddo Avendo freddo riscaldare
Risuscitare ciò che abbiamo soffocato col proprio peso
Dal marciume tirar fuori l’immediata linea di un fiore
Disgregarmi in cenere Non dire addio

Il gatto Maurizio

Lo chiamano ladrone gangster lestofante e spillatore
discolo e attaccabrighe
Disturba durante i pasti salta sulla tavola
e fruga tra bicchieri e bicchierini
strappa i pacchi con il cibo porta nel musetto uno storno catturato
che voleva visitare a piedi il prato davanti casa
e ha pagato con la vita questa incauta passeggiata
Esige irrevocabilmente di entrare o uscire dalla stanza o dalla cucina
si azzuffa rabbiosamente coi gatti del vicinato
lanciando al tempo tesso spaventosi urli da belva della giungla
Non lusinga nessuno ed è inflessibile nelle sue voglie
indifferente agli ordini e alle carezze
sì alle carezze perché non considerando la sua natura
lo vezzeggiano e lo stringono al petto
incantati dalla sua armoniosa andatura e dagli agili balzi
gli danno i bocconi migliori e lo fanno dormire nei propri letti
Dunque non per le virtù e il carattere è un premio l’amore
e non per l’ubbidienza e nemmeno per la lealtà
ma per il fascino e l’arroganza
per la vita in se stessa in tutta la sua evidenza
Grande infatti è in noi il bisogno di amare

 

Invito

Distenditi accanto a me.
Come volpe con volpe, uccello con uccello,
quando echeggia il grido del gufo.
Ci invadi la saggezza del silenzio,
la saggezza del calore, la saggezza dell’addio
a lungo
prima dell’attimo di andarsene.
Giacendo vicini guardiamo nella notte.
Si chineranno a noi i quattro lati del mondo
e i viandanti dell’oscurità ci porranno davanti
i doni, i rimedi e i talismani tanto desiderati.

Semplicemente

Tutto arriverà al momento giusto
ma non il tempo della rinascita delle prime speranze
e dei primi amori
né il perdurare in parole di ciò che ti passa per la testa come vento
e a volte è il presentimento di qualche importante verità
ma fugge via veloce come per burla
Arriva tuttavia il momento irrevocabile
in cui a tua volta cominci a perdere tutto ciò che amavi
e tutti quelli che se ne vanno da qui
senza rivelarti se vanno via delusi
Arriva questo momento
e tu lo accogli senza vergogna né umiltà
ma così semplicemente

 

Novembre

Le gambe immobili dei salici sull’acqua
mentre i rami immersi vorrebbero scorrere via
qualcuno invisibile suona il flauto
ma sul ponte non si vede nessuno
A che scopo tornare qui dopo anni
e come sopportare questo equilibrio di bellezza
questo vasto cielo che sulle spalle reggono
le distinte case dell’Isola di San Luigi
Sul fiume naviga un battello con lieve ronzio
un acrobata prova un difficile salto sulla riva
vibra la pelle toccata dal sole
e un blando respiro dell’aria ti accompagna
attraverso novembre e la sua scia di foglie
Non parlare di ciò che qui hai lasciato
non parlare di ciò che ricordi
in questo fiume sono annegati migliaia di cuori
con la nebbia dei ricordi si potrebbe spartire un continente

Fedeltà

Altri conquistatori si uniscano a giovani maghi come
Ulisse con la seducente Circe.
Io esalto colui che seduto al capezzale di una paralizzata,
le canticchiava un motivo un tempo cantato insieme, sperando
che il suono svelasse loro uno spazio più chiaro nella melma dell’oblio.
Non ha dimenticato quando in ginocchio con un tremito baciava
la sua mano tesa, e lei gli stava davanti come un pioppo, con la testa
in una nuvola di capelli, mirabilmente assente e già allora congedandosi
da lui per sempre.

Il primo grado di pazzia

Gettare via tutto, diventare contadini,
cingersi di un bosco, attingere l’acqua del lago,
allontanarsi da mille logore parole,
attraverso le quali il senso scivola via come da un setaccio,
trovare un luogo vergine dai mattini affascinanti,
rinchiudersi in una bianca cella, ritrovarsi
o perdersi condannandosi forse
a ore di paralizzante accidia conventuale.
L’identità? Infischiatene.
Guardando indietro, ricordando le proprie convinzioni e i casi,
dillo anche tu – come si può parlare qui di identità.

 

paolo statuti

Paolo Statuti

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

  Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

  Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska, Anna Świrszczyńska. Di prossima pubblicazione:  Tadeusz Różewicz. Della poesia russa: Aleksander Puškin, Michail Lermontov,  Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).

   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 

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24 commenti

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24 risposte a “Julia Hartwig (1921-2017) Undici poesie – definita da Miłosz, La grande dama della poesia polacca – a cura di Paolo Statuti

  1. Adeodato Piazza Nicolai
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/20/julia-hartwig-1921-2017-sei-poesie-definita-da-milosz-la-grande-dama-della-poesia-polacca-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-21803
    O AMERICA, mia AMERICA

    A Luigina Bigon, il mio vero fabbro… [1]

    O AMERICA, mia AMERICA

    A Luigina Bigon, mia vera fabbra…” [1]

    Fiume Hudson, Statue of Liberty, Potomac, Abe Lincoln
    White House, Twin Towers, Empire State Building
    UN Palace of Glass, Missouri, Mississippi, Alabama
    Georgia, Great Neck, Chicago, Harlem, bankrupt Detroit
    Indy, Route 66, Buffalo, Louisville, Cincinnati and on
    and on. [2] Walt Whitman attraversa ogni angolo…
    Hei nigger, work! You weren’t brought in the Deep South
    to sing and dance but to pick cotton, work on the railroads,
    do heavy work in steel mills and in northern cities…[3] Walt
    Whitman guada ogni fiume, fanghiglie, laghi e paludi
    da Boston, Cape Cod a Long Beach, da Sausalito
    a San Francisco; attraversa Death Valley, arriva pure
    vicino a Salt Lake City. Dopo di lui passerà Jack Kerouac con
    l’alter ego Jack Cassady – rincarnazione di Bonnie e Clyde?
    Sulla carta perforata dei primi computers Kerouac scrive
    con penna e matita il suo primo romanzo, On the Road
    (“Sulla strada”). L’ho letto due anni dopo il mio depistaggio
    in America e anche Howl (“Urlo”, tradotto da Fernanda
    Pivano), seguito da Naked Lunch di William Borroughs.4] [
    E tanti libri di Allen Ginsburg, di Gary Snider e altri poeti beats. …
    You dagos, this isn’t Naples, Calabria or Sicily; leave the andrangheta-
    mafia-sacra corona behind. You came to the States to work as good
    pizza-makers, spaghetti-benders, builders of skyscrapes, and dealmakers. [5]
    Nel frattempo leggevo i versi di Whitman, di Emily Dickinson,
    di Gregory Corso, di Sylvia Plath, e pure Patterson di W. C. Williams,
    brani di Thomas Merton, Bill Olson, Montale, Ungaretti e Ferlinghetti.
    Vivevo ad Hammond nel nord dell’Indiana, vicino a Chicago. La Beat
    Generation era quasi al tramonto mentre marines statunitensi –
    particolarmente afro-americani e messicani, venivano maciullati
    nel Sud Vietnam. Finì quasi tutto; la generazione dei figli dei fiori
    marciavano contro razzismi e in favore del femminismo. I Beats
    ormai avevano battuto la ritirata, nascosti dentro il buddismo e altri
    esorcismi. I Kennedy morivano sotto colpi di pistola. La stessa sorte
    per il Dottore Martin Luther King Junior, Malcolm X, mussulmano,
    e chissà quanti altri afro-americani … mentre Bob Dylan cantava “Hei Mister
    Tamburine”. In un prato immenso nasceva WOODSTOCK – ricordi di Jimmi
    Hendrix, di Simon & Garfunkel, Deep Purple, Joan Baez e tanti altri: soul, rock-
    and-roll, rhythm and blues; the Doors, Nirvana e l’acid rock, Janis Joplin eccetera [6]
    La guerra fredda si faceva sempre più calda sui vari fronti.
    Sudori sulla fronte: sposato e con due figli, volevo e sognavo
    la pace duratura però in ogni angolo del pianeta scoppiavano
    guerre, agguati, guerriglie/muraglie da nord al sud, dal Medio
    Oriente, all’Occidente… Dov’era sepolta la vera pace? Era forse
    nella Baia dei Porci quando Cuba s’era proclamata provincia russa?
    Tiranni-padroni di stati banana, ping pong fra Cina e gli U. S. of A.
    alla presenza di Nixon e del premier cinese Peter Pan… . Watergate.
    Richard Nixon che salta per aria. Arriva Jimmy Carter. Arafat minaccia
    la Golda Me’ir… con i russi alla conquista di nuove sfere di influenza
    (senza vaccini per paralizzare la morte). L’ONU impotente. L’Europa
    ipocriticamente crede nel mito dell’unione ex pluribus unum. Che
    splendida farsa! [7] Completo il Wabash College, non trovo lavoro: da
    italo-americano sono mafioso e pericoloso. Altro che “jus soli(s)”.
    Logoro le suole di tante scarpe in cerca di una posizione per sfamare
    la famiglia. Ritorno all’ Inland Steel Company – dove avevo già lavorato
    come semplice operaio nelle cokerie e gli altiforni mentre completavo
    corsi liceali: massacranti turni notturni e affiancato da negri, latino-ispanici
    e altri emigranti. Mi assumono di nuovo (miracolo incomprensibile o
    paternalismo?). Divento rappresentante d’impiego, primo livello
    manageriale. [8] Con retaggio italiano sulle mie spalle, devo lavorare
    dieci volte di più dei W.A.S.P anglo-sassoni [9] per non essere facilmente
    sfrattato. Per aver protetto un altro operaio ingiustamente accusato
    vengo retrocesso invece di promosso. 10]
    In questa inusuale fase scrivo il poemetto La città di ferro. [11] La dolce
    vita in America. O cara America mia, “Land of the free and the brave…” [12].
    Da quando sono arrivato nel 1959 non ho mai visitato la Statua della
    Libertà. … Scacco matto. Ritorno a Vigo di Cadore come emigrante
    rimpatriato. Qui mi chiameranno l’americano, un altro Nemo profeta
    in patria, cattivo patriota e di certo misero poeta maudit. …

    NOTE

    La dedica è alla fedele compagna Luigina Bigon che, come scrisse T. S. Eliot di Ezra Pound, è per me veramente “miglior fabbro…”
    “on and on”, simile a eccetera, eccetera. L’elenco di città, fiumi, e altri luoghi elencati all’inizio della poesia sono piazzati a caso, seguendo una logica non-razional-psicologica.
    “Hei nigger…”: Hei negro, lavora! Non sei arrivato nel Profondo Sud soltanto per ballare e cantare ma per raccogliere cotone, mettere giù nuove rotaie, fare lavori pesanti nelle fabbriche delle città del Nord…
    Naked Lunch/ “Pranzo nudo”, romanzo di William Burroughs (1914-1997).
    Voi dagos, (è uno dei tanti spregiativi affibbiati agli immigranti italiani), qui non siamo a Napoli, Calabria, Sicilia; lasciate a casa la mafia-andrangheta-sacra corona. Siete qui per fare pizza, “piegare” spaghetti (altro spregiativo), costruire grattacieli, lavorare nelle fabbriche dell’acciaio…
    Patterson, un fiume che attraversa gli stati della Pennsylvania e dell’Ohio; diventato metafora per un lungo poema di W. C. Williams (1883-1963).
    Ex pluribus unum – citazione ironica, inizialmente stampata sulle monete cartacee da un dollaro americano come “E Pluribus Unum”- separati ma uniti. La stesssa ironia vale per la “jus soli(s)” termine latino correttamente scritto come jus soli.
    Wabash College collocato a Crawfrordsville, nel sud dell’Indiana (geograficamente situato vicino alla capitale Indianapolis), dove mi sono laureato. In quel collegio nel 1915 ha insegnato, se non erro, Ezra Pound. E’ stato cacciato dal Preside dell’Ateneo perché, in pieno inverno, aveva dato rifugio a due povere ragazze senza dimora arrivate nella cittadina di Crawfordsville. Un ateneo rigidamente puritano non poteva sopportare un tale scandalo. Ezra Pound emigrò in Inghilterra nel 1916. Appena ottenuta la laurea di Scienze politiche e letteratura americana ho avuto tante difficoltà a trovare lavoro e ho dovuto ritornare all’Inland Steel dove, per puro caso, il direttore del settore d’Impiego era, come me, membro attivo della fraternità Phi Beta Theta,perciò sono stato agevolato nell’acciuffare un ruolo manageriale.
    Ia mia precedente assunzione all’Inland Steel Company era come di lavorare nei luoghi estremamente faticosi dove venivano soltanto assunticome operai immigranti appartenenti a paesi e minorità straniere. Dovevano lavorare nelle cokerie dove il carbone grezzo veniva bruciato ad altissime temperature per cambiarlo in coke, e quella dura materia veniva poi scaricata negli altiforni per ottenere la colatura dell’acciaio.
    WASP, è l’acronimo per White Anglo-Saxon Protestant, cioè Bianco Anglo-Sassone Protestante. I primi colonizzatori sulla costa est dell’America furoni i Puritani scesi dalla nave Mayflower, e su quella costa nacquero le prime 13 colonie statunitensi.
    La città di ferro, il mio primo poema incluso nel volume di poesie LA DOPPIA FINZIONE, pubblicato nel 1988 da Insula Editore, diretto da Emilio Speciale.
    “Land of the free and the brave” : significa “terra dei liberi e coraggiosi”; è il famoso inno americano frequentemente cantato per occasioni patriottiche.

    ©2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 19 luglio, ore 01:05—13,05

  2. Non vedo il nesso con Julia Hartwig. In questo blog esiste il vezzo di mettere in mostra le proprie cose senza chiedere se possono interessare o meno.

  3. Salvatore Martino

    Come hai ragione ancora una volta Statuti! Come e perché si debbano pubblicare simili narcisistiche esibizioni Linguaglossa me lo deve spiegare!
    Che cosa vuole commentare questo signore se stesso o le poesie qui proposte da te Giorgio? Sempre più la Rivista sta diventando una galleria delle proprie proposte.Prima era soltanto Sagredo, e con almeno poesie interessant,che abusava come Catilina della patientia nostra, ora tutti si slargano, e vomitano versi che non incantano nessuno. Caro Piazza non credo che Luigina Bigon sia stata per lei l’Ezra Pound della situazione, né Lei è il Reverendo Eliot, altrimenti il suo miglior fabbro avrebbe dovuto usare delle cesoie più affilate e tagliare almeno il 99% dei suoi diciamo versi.

  4. Caro Giorgio, aspetto la risposta sollecitata da Salvatore Martino e valuterò se continuare a collaborare o meno. Grazie.

  5. Cari Paolo Statuti e Salvatre Martino,

    la poesia di Adeodato è un “dono” dello stesso a Julia Hartwig, alla sua lunga vita ricca e complessa. Almeno, è così che io intendo la poesia di Adeodato che ho postato…

    • Cerco di illuminare alcuni commenti: in poesia non necessariamente A = B; nel mio caso A, anche se differenzia da B, cerca di assimilare, auscoltare da B. Come spiega Linguaglossa, il mio avvicinamento alla Hartwig è “omaggio” nel senso di gratitudine, di umile lezione da “coccolare”, non da fagocitare. “O America mia America” è anzitutto scavata da esperienze visutgesulla pelle durante i miei 40 anni in America: esperienze culturali, linguistiche, sociali e di classismi prevalenti e minoritari che ogni emigrante vive e soffre. …

  6. Peccato che Julia Hartwig non possa godere di questo “dono”!

  7. Salvatore Martino

    Come tu possa considerare un dono alla Hartwig caro Linguaglossa il delirio di Piazza resterà un mistero che nemmeno ad Eleusi riusciranno a capire. Ma forse io sto vivendo in un altro pianeta dove si parla una lingua diversa..

    • Caro Salvatore, grazie per onorarmi dell’appellativo di “delirio” Se la mia poesia è deliriante/deliriosa chissà cosano avevano detto e scritto sulla poesia di Uncle Ezra Pound al suo tempo… Purtroppo, caro Martino, non vivo su marte ma sul nostro martoriato pianeta. Avessi vissuto pure tu per 40 anni nel contesto plurirazzista statunitense potresti forse ri-leggere la mia poesia in un’altra prospettiva. Grazie ancora…

  8. Ho postato stamani altre cinque poesie della Hartwig tradotte da Paolo Statuti. Adesso abbiamo un discreto numero di poesie della Hartwig per poter avere una idea della sua poesia. La prima cosa che mi ha colpito è la parola «identità» e la seconda «parole». Due parole chiave che danno il binario problematico nel quale si situa la poesia della Hartwig. Adesso capisco questa magrezza, tipica anche della poesia della Szymborska, quell’andare subito al nocciolo delle questioni, senza giri di frasi inutili o polinomi di parole…

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/20/julia-hartwig-1921-2017-sei-poesie-definita-da-milosz-la-grande-dama-della-poesia-polacca-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-21862
    Certo che il contrasto – incidente non so se e quanto voluto – tra poeti diversi, la prima che scrive: “Gettare via tutto, diventare contadini, / cingersi di un bosco, attingere l’acqua del lago, / allontanarsi da mille logore parole”
    e l’altro poeta (mettiamo da parte per un momento i tempi e le distanze):
    “Ritorno all’ Inland Steel Company – dove avevo già lavorato / come semplice operaio nelle cokerie e gli altiforni mentre completavo / corsi liceali: massacranti turni notturni e affiancato da negri, latino-ispanici / e altri emigranti”, pone in evidenza, seppure in modo non dialettico, due sfere di vita, due universi, due composti di materia, per non dire due agglomerati di parole, dove la prima se ne va leggera tra “ragnatele di silfidi” e l’altro, beh, sembra messo lì a bella posta per completare la storia. Una sapida critica estiva.

  10. LE RAGIONI DETERMINANTI DELLA «NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA» SPIEGATE IN UNA PAGINA

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/20/julia-hartwig-1921-2017-sei-poesie-definita-da-milosz-la-grande-dama-della-poesia-polacca-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-21863

    Come ha ben visto Lucio Mayoor Tosi,

    la procedura di Adeodato Piazza Nicolai e quella di Julia Hartwig abitano luoghi distantissimi, sono due vie lontanissime l’una dall’altra, ma entrambe percorribili; la prima predilige l’accumulo di elementi frastici e la disseminazione, la seconda la riduzione delle varianti frastiche ad una sola invariante attorno alla quale si sviluppa il discorso poetico (è questa la via della Szymborska, di Herbert di Krinicki, Zagajevskij etc.). La prima procedura punta tutto sulla molteplicità e la disseminazione, la seconda sulla individuazione di uno sviluppo per invarianti (la via delle poesie di Beckett, tanto per intenderci). Non c’è dubbio che la «poesia» possa abitare e frequentare entrambe queste procedure, entrambe sono utilizzabili con ottimi risultati. Il problema non sono le procedure, tutte intercambiabili e sostituibili, il problema base non sono le metodologie, tutte ammissibili e tutte impiegabili, ma è pensare il discorso poetico all’interno di una «ontologia».

    Che cosa significa questo punto? Significa una cosa che pochissimi hanno capito o intuito, significa che le procedure, le tecniche sono inessenziali (a parità di tecniche impiegate la differenza non c’è, o meglio, c’è differenza soltanto in chiave tecnica, ma si tratta di differenze secondarie, il poeta grande è quello che individua e adopera una diversa ontologia estetica). Ciò che è essenziale è cogliere che una ontologia si basa su alcuni concetti: la parola, il metro, il tempo, lo spazio, il pentagramma sonoro. È dal modo di concepire questi concetti che cambia la poesia. Ogni ontologia estetica ha i suoi concetti validati e su «quellI» va avanti, va avanti almeno fino a quando non interviene qualcosa (dall’esterno, dal mondo, dalla storia) che determina l’esaurimento di quel modo di concepire «quella» ontologia estetica. Ma, la fine di «una» ontologia estetica la determina la storia, non sono i letterati che la decidono. La storia va avanti. Ci sono epoche, come quella che va dagli inizi degli anni Settanta ad oggi, nella quale la poesia dorme il suo lunghissimo sonno epigonico, nella quale si è continuato a fare poesia sulla base di una ontologia estetica che si credeva valida su tutti i fronti (le differenze interne erano in realtà delle sfumature, e niente di più).

    Per troppi decenni abbiamo pensato, in Italia, in termini di procedure, di tecniche; che fossero di accumulo o di demoltiplicazione come corollari di una libertà concessa alla scrittura poetica, non cambia il nocciolo della questione.
    Facciamo un esempio. Un poeta che ha percorso la prima procedura in italia è stato ed è, Pier Luigi Bacchini (scelgo lui come esempio di poeta che tutti conoscono), classe 1927.

    Scrive Alberto Bertoni nella prefazione a Poesie (1954-2013) (Oscar Mondadori, 2013):

    [ In Visi e foglie (1993) e in Scritture vegetali (1999) ]
    «Bacchini disloca di frequente i segmenti di verso al centro o dalla parte del margine destro della pagina, creando un efficacissimo effetto di destrutturazione della linearità testuale e poi di montaggio della stessa su un piano altro rispetto alla frasticità “grammaticale” dei suoi enunciati: l’Io che parla risulta come polverizzato, disseminato e il suo punto di vista finisce non di rado per apparire capovolto e inabissato. Ma non è solo questo: gli spazi bianchi verticali e orizzontali, i passaggi frequenti “da un verso lunghissimo a uno stretto come un cola”, le lineette o i trattini che sono un’innovazione interpuntiva sistematica e progettuale tutta specifica di Bacchini, rispondono sì a un’esigenza di sottolineatura della parole e del contesto appunto metamorfico e drammatico, “situazionista” e spesso ansiogeno, in cui la parola è iserita; ma rispondono anche all’intenzione di “riprodurre quelle tvole biologiche che indicano le linee di evo.luzione delle diverse specie”, che nascono tutte da una stessa origine, anche se “alcune nascono in ritardo e poi magari si spengono come le ammoniti».

    Efficacissima spiegazione della «crescita» di un poeta, Bacchini, (ripeto, classe 1927), nell’ambito e all’interno di una determinata ontologia estetica. Il fatto è che con Bacchini le possibilità «interne» di sviluppo di «quella» ontologia estetica si sono esaurite. Voglio dire che non ci sono più possibilità di sviluppo «interno», se non come diramazioni minoritarie e laterali di un fiume che si è essiccato.
    Prendere atto, capire, cogliere questo punto è dirimente, determinante. Chi non lo coglie, continuerà a fare poesia minoritaria, si accontenterà di scrivere piccoli ruscelli di parole. Chi lo coglierà farà (sarà costretto a fare) una poesia diversa, nuova. Forse più «brutta»? Non lo so, e neanche mi interessa, non è questo il punto.
    Ecco spiegate in poche parole la nascita della «nuova ontologia estetica». Chi ne vuole sapere di più non ha da fare altro che cliccare sui numerosisssimi articoli che abbiamo postato su questa rivista.
    Buongiorno.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/20/julia-hartwig-1921-2017-sei-poesie-definita-da-milosz-la-grande-dama-della-poesia-polacca-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-21864
      Questo testo di Adeodato, al di là delle considerazioni oggettive di Statuti e Martino,e alla intrusione nella pagina dedicata a Julia Harwig, porta con sé aspetti estetici di assoluta trasgressione, rispetto ad un impianto lirico ed elegiaco. Attivando personalmente richiami strutturali come quelli presenti nella poesia America di Ginsberg, emergono similitudini storico-culturali che lasciano spazio a un lungo respiro enunciativo non comune, proprio perché entrano nel commercio delle idee, fatti, eventi storici ed economici, tra rivoluzione sociale ed economica, con omicidi politici, e fenomeni di massa trasgressivi come Woodstock, la guerra del Vietnam, lo sfruttamento del lavoro, l’odio razziale e via dicendo. L’elenco è fitto, è vero, ma possiamo rinnegare questi eventi che hanno segnato la storia dell’umanità? Leggiamo questo testo senza alcun condizionamento estetico, riconoscendo a Adeodato il notevole impegno narrativo e la ricerca storica, che si pongono come elementi multipli di un’aura espressiva che può senz’altro aprire un varco ai nuovi modi di fare poesia oggi.

  11. Claudio Borghi

    Sono sempre più sconcertato dalle reiterate stigmatizzazioni della cosiddetta poesia epigonica novecentesca, di cui si coglie solo un’esteriore quanto generica istanza formalistica, e dalle invocazioni alla necessità di un rinnovamento della poesia in nome di un nichilismo che in queste ultime battute si richiama al deserto beckettiano, come non si trattasse, il volerne seguire le tracce, a sua volta di epigonismo: dopo Beckett, quale “nuovo nichilismo” viene invocato? Quale novità si cerca, laddove il suono si impoverisce fino a spegnersi in rumore o sterile disarmonia, il linguaggio poetico si inaridisce fino a diventare volgare e pornografico, quindi incapace di trovare un centro di emanazione di senso, appellandosi alla scienza come faro intellettuale laddove della scienza vengono accolti solo esteriormente i progressi, senza conoscerne la dinamica interna, spesso drammatica dal punto di vista dell’evoluzione teorica? E che senso ha continuare a citare Bacchini come esempio di poesia epigonica, laddove proprio Bacchini è stato uno dei pochissimi poeti italiani che negli ultimi decenni ha tentato di perseguire in forme poetiche originalissime una fertilità linguistica e speculativa, confrontandosi direttamente con la dimensione tragica del progresso scientifico, che più che generare nuova luce allarga sempre nuove voragini nello spirito, laddove rischiara regioni osservative e teoriche che mai prima erano state sondate? Al solito, cari amici, il problema è come far vivere poeticamente la scienza o la filosofia all’interno della poesia: non è una generica questione di spazio o tempo o pentagramma sonoro, l’invenzione di novità nasce quando il pensiero poetico smette di essere asservito alla scienza e alla filosofia e diventa centro motore esso stesso di possibili scoperte, al pari del pensiero di un fisico teorico, con cui dovrebbe interagire immaginativamente e criticamente. Se la NOE non coglie l’importanza di questo aspetto, rischia di rimanere ancorata a un velleitario tentativo di rinnovamento che si riduce alla ripetizione stanca di istanze nichilistiche che, quelle sì, sono ormai giunte al capolinea. Oltre Beckett non si può andare, se non nel deserto dove si è spento lui, e una nuova poesia deve ambire ad uscire dalla sterilità e dal vuoto, beninteso anche all’insegna del pensiero scientifico e filosofico, laddove però non vengano concepiti come monoliti impenetrabili a cui riferirsi in una forma di passiva venerazione. La vera novità di Bacchini è nel tentativo di dare vitalità poetica al linguaggio della scienza: in questo è tutt’altro che epigonico, ha rinnovato la strada percorsa, entro altri orizzonti culturali, dai grandi maestri del passato, Dante e Leopardi in primis, in relazione alle conquiste della scienza del Novecento, che ha sollevato una dimensione inquietante dell’Universo e dello spirito umano che si trova ad abitarlo e ambisce a conoscerlo, in tutt’altra prospettiva di “conquista intellettuale” rispetto al passato.

  12. Caro Claudio Borghi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/20/julia-hartwig-1921-2017-sei-poesie-definita-da-milosz-la-grande-dama-della-poesia-polacca-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-21872
    mi dispiace dover ribadire quanto ho già scritto: la poesia di Bacchini è il punto più cospicuo della vecchia ontologia estetica, quella che si è essiccata ed arenata nelle sabbie dell’eterno petrarchismo delle lettere italiane, è una poesia epigonica alquanto noiosa…

    e mi dispiace dover constatare che tu getti nel cestino uno dei più grandi (tra i cinque di tutto un secolo) scrittori, autori di teatro e poeti del novecento. Ovviamente, tu sei responsabile dei tuoi giudizi, ma mi chiedo: non ti accorgi del gigantesco divario che ci sta tra un Bacchini e un Beckett?

    Permettimi di dirti una cosa: tra Bacchini (con tutto il rispetto per un poeta più che novantenne) e Beckett, io scelgo senza indugio quest’ultimo, lui sì che è un faro che può rischiarare il cammino della «nuova ontologia estetica»!

  13. Claudio Borghi

    Mettiamo subito in chiaro che io ho amato molto Beckett, dalla Trilogia alle opere teatrali fino alle ultime assiderate “novelle” in prosa poetica, sospese drammaticamente tra parola e silenzio, Worstward Ho e Company. Il problema è che quella di Beckett è un’opera chiusa nel deserto di irrespirabile angosciato nonsenso in cui si è risolta: considerarlo come riferimento per dare una nuova vitalità alla poesia è un controsenso, come lo è pretendere di ispirarsi ai Sex Pistols per produrre nuova musica. Gli estremismi non hanno sviluppi, se non, necessariamente, in forma imitativa e per definizione epigonica. Quello che scrivi di Bacchini, scusa se sono franco, deriva da una tua lettura prevenuta e poco approfondita dei suoi testi. Non è solo questione di forma quanto, e soprattutto, di sostanza. Trovata la sostanza, che in Bacchini è vitalissima, la forma viene come prodotto secondario: è questo che tu confondi nel tuo giudizio (non solo su Bacchini), che necessariamente è limitativo e criticamente molto riduttivo.

  14. Claudio Borghi

    Per la precisione: Pier Luigi Bacchini è morto nel gennaio 2014, avrebbe 90 anni se fosse ancora vivo.

  15. Donatella Costantina Giancaspero

    «la fine di “una” ontologia estetica la determina la storia, non sono i letterati che la decidono. La storia va avanti»
    (G. Linguaglossa)

    POICHÉ LA STORIA VA AVANTI.
    A proposito di estetica.

    Il filosofo Giuseppe Patella dell’Università di Tor Vergata (Roma), nel suo libro “Estetica culturale” (Roma 2005) indaga la condizione dell’estetica nella nostra epoca contemporanea, ovvero nell’età del cosiddetto multiculturalismo. Oggi, dice Patella, la nostra concezione di estetica «smette di essere legata a un conciliativo modello di bellezza o a un idealistico principio regolativo che presiede alla creazione dell’opera d’arte, per presentarsi piuttosto come “contested field”, per così dire, cioè come un campo conteso di percezioni, esperienze, “lifestyles”, giudizi, valori, che articolano pratiche culturali, ricerche di significato, processi di identificazione individuale e collettiva, su uno sfondo fortemente dinamico in cui risuonano i conflitti politici e sociali del nostro tempo».

    • Cara Donatella, così bene hai espresso i concetti della nuova ontologia estetica. Usciamo una volta per sempre dalle falsie ( e vuote) certezze dell’ego che vuol presentare teorie per certitudini… Gia negli anni 60 vivendo negli USA, avevo intuito e poi assimilato le “contested fields” …su quel sfondo fortemente dinamico, e oserei dire anche multi-conflittuale, “in cui risuonavano allora certi conflitti politico-sociali-estetici di quel tempo, che ora, è diventato anche qui la medesima ricerca poetico-
      filosofica, esplorativa …

      • Donatella Costantina Giancaspero

        Grazie, carissimo Adeodato. Sono lieta che, per tua esperienza personale – ovvero la permanenza in Usa negli anni Sessanta -, tu possa riconoscerti in ciò che ho scritto citando il filosofo Giuseppe Patella. La sua posizione mi pare interessante.
        Per chi non lo conoscesse, Patella (nato a Roma nel 1964) insegna Estetica come professore associato all’Università di Tor Vergata. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e un’attività di livello internazionale.
        Come leggiamo nel curriculum, i suoi interessi scientifici si sono concentrati dapprima su problematiche e figure del pensiero filosofico ed estetico contemporaneo (Heidegger, ermeneutica, postmodernismo, decostruzionismo), per poi spostarsi sul terreno della filosofia e dell’estetica moderna a cercare le radici «barocche» della riflessione filosofica contemporanea (Baltasar Gracián, Vico e la nascita dell’estetica moderna), per una rinnovata comprensione della nostra attuale condizione.
        Tutta la sua ricerca lo ha portato verso una visione pluralistica ed inclusiva dell’Estetica, nella convinzione che tale disciplina non possa più essere pensata come pura e autosufficiente, legata esclusivamente alla trattazione dei temi classici del bello e dell’arte, ma debba sempre più raccogliere le sfide che oggi provengono dalla società e dall’ampio orizzonte del sentire contemporaneo, presentandosi come una “scienza degli artefatti culturali” o una “teoria dei beni simbolici”.
        In questa prospettiva ha cercato di far interagire la riflessione estetica con la prospettiva degli “studi culturali” mirando a superare anzitutto un punto di vista etnocentrico e di ripensare così le categorie estetiche in termini di “pratiche culturali”, che comprendono quindi tutte le attività umane, con particolare attenzione ai fenomeni emergenti o marginali della sensibilità contemporanea.
        Insomma, ce ne sono qui di argomenti! E direi che la ricerca di questo filosofo si avvicina moltissimo a ciò che noi intendiamo per Nuova Ontologia Estetica. Chissà, non sarebbe male potersi confrontare, un giorno…
        Un caro saluto a te e a tutti i lettori

  16. Pingback: Giorgio Linguaglossa: LE RAGIONI DETERMINANTI DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA SPIEGATE IN UNA PAGINA E UN COMMENTO A NEITHER DI SAMUEL BECKETT, con una poesia di Adeodato Piazza Nicolai  | L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

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